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Legge di bilancio. Bilancio della legge

 


Una cartina al tornasole della società capitalista, e della natura di chi la governa. Del governo Meloni e non solo

23 Dicembre 2025

Depositata la polvere delle tormentate schermaglie parlamentari, la legge di bilancio del governo Meloni appare per quello che è: un regalo a Confindustria e al capitale finanziario pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Come già avevamo osservato al piede di partenza della legge, la sua ossatura è dettata dalla volontà di uscire dalla procedura di infrazione europea. Rientrare sotto il tetto del 3% di deficit è stato l'imperativo categorico del governo.
La ragione immediata di questo imperativo è stata candidamente dichiarata dallo stesso governo: uscire dalla procedura d'inflazione è la condizione prevista per poter attingere al prestito europeo SAFE ai fini del grande riarmo. Per l'Italia un ricorso obbligato. Perché a differenza dell'imperialismo tedesco, l'Italia non dispone dei margini di bilancio necessari per finanziare autonomamente il proprio riarmo. Ha bisogno di credito agevolato. Tutto il complesso militar-industriale tricolore, da Leonardo a Fincantieri, in piena espansione di affari e di utili, ha esercitato in questo senso una pressione decisiva. E Fratelli d'Italia, Crosetto in primis, ha costruito con questo mondo, e non da oggi, una relazione politica privilegiata.

Ma non è questa la sola ragione dell'impostazione “austera” della manovra di bilancio.

Il debito pubblico italiano continua a crescere. La produzione industriale è in ritirata. I 190 miliardi di PNRR non hanno garantito il rilancio economico ma solo evitato la recessione, e per di più si esauriscono nel 2026, mentre la BCE ha ridotto in termini strutturali l'acquisto dei debiti pubblici nazionali, debito italiano incluso.
Devo collocare ogni anno 400 miliardi di titoli sul mercato finanziario, e i tassi d'interesse previsti non sono più a zero o sotto zero come qualche anno fa” ha dichiarato Giorgetti nel suo discorso di replica in Parlamento. È vero. Per pagare ogni anno circa 100 miliardi di interessi sul debito a banche, assicurazioni, fondi finanziari – grandi acquirenti dei titoli di Stato – bisogna rendere i titoli appetibili. E per renderli appetibili occorre offrire garanzie ai creditori, cioè “i conti in ordine”. Per questo il giudizio positivo delle agenzie di rating sul rigore finanziario della manovra è la medaglia che Giorgetti e Meloni si appuntano al petto.

La nostra prudenza di oggi servirà anche ai governi futuri, a chi eventualmente verrà dopo di noi” dichiara il ministro dell'Economia con ammiccamento bipartisan. E i partiti borghesi di opposizione, critici su altri aspetti, non hanno minimamente contestato il rigore sui conti, al contrario. Non è un caso, essendo stati negli anni e decenni i principali garanti dell'austerità.
Peraltro il governo ha ringraziato pubblicamente il “senso di responsabilità delle opposizioni” in Commissione Bilancio per aver evitato ogni forma di ostruzionismo e il relativo ricorso all'esercizio provvisorio. Tra gentiluomini del capitale tutto torna, al di là delle parti in commedia.

Tuttavia, la quadratura del cerchio per il governo Meloni è stata più difficile che in altre occasioni. Con la seconda amministrazione Trump, e il potente rilancio del protezionismo, la competizione capitalistica sul mercato globale si è inasprita pesantemente a ogni latitudine. In particolare per l'Europa, stretta sempre più nella morsa tra dazi USA e “invasione” cinese. E ancor più per l'Italia, massicciamente esposta sul versante delle esportazioni (essendo ormai il quarto esportatore mondiale). Da qui le pressioni incalzanti di Confindustria sul governo Meloni per incassare aiuti “vitali”: in fatto di ulteriori agevolazioni fiscali, cancellazione di vincoli (in particolare ambientali), altre liberalizzazioni di mercato, riduzione dei costi dell'energia, apertura di nuovi mercati (Mercosur).
Una pressione peraltro presente in tutti i paesi su tutti i governi da parte dei capitalisti di ogni bandiera.

Il governo Meloni ha raccolto il grido di dolore delle imprese in cambio del loro sostegno politico. La legge di bilancio parla chiaro: Confindustria ha incassato un iper-ammortamento triennale per l'acquisto di macchinari, compensazioni per il caro materiali in edilizia, l'estensione dei vantaggi fiscali della ZES (Zona Economica Speciale) all'intero territorio nazionale, l'impegno italiano in sede europea per ridurre ulteriormente i vincoli della cosiddetta transizione ambientale (già peraltro in piena ritirata continentale). In tutto altri tre miliardi e cinquecento milioni versati nelle tasche dei padroni, dopo anni di profitti sontuosi e arricchimenti di Borsa. Non a caso il nuovo Presidente confindustriale Orsini ha dichiarato pubblicamente la propria soddisfazione, confermando l'appoggio politico al governo.

Il conto lo hanno pagato i lavoratori e le lavoratrici, con l'ulteriore aumento di fatto dell'età pensionabile, i colpi assestati ai lavoratori precoci e usuranti, la cancellazione anche formale di Opzione donna, e persino l'abolizione della possibilità di uscire dal lavoro cumulando contributi INPS e previdenza complementare. Oltre ai tagli di 7 miliardi ai ministeri in tre anni, con ricadute a pioggia su enti locali e servizi, e all'aumento di numerose imposte indirette. Una rapina. Tanto più clamorosa se compiuta da coloro che dovevano “abolire la Fornero” e “cancellare le accise”.

Abbiamo fatto pagare ben 11 miliardi alle banche e alle assicurazioni!” rispondono Salvini e Meloni. Nulla di più falso. La verità è opposta. Metà di quella cifra è solo un anticipo di liquidità che sarà recuperato dopo il 2029, o una ritenuta anticipata (0,5% nel 2028, 1% dal 2009) per i pagamenti tra imprese. Il resto è un aumento irrisorio dell'IRAP del 2% spalmato su tre anni, a fronte di profitti netti di oltre 50 miliardi realizzati dalle banche in un solo anno. Una carezza. In cambio, le assicurazioni incassano l'obbligo della polizza per eventi catastrofali, il trasferimento del TFR ai fondi pensionistici privati attraverso il meccanismo truffa del silenzio-assenso, la liberalizzazione degli investimenti dei fondi pensionistici privati in tutti i settori, dalle infrastrutture alla sanità. Ma soprattutto incassano la certezza del pagamento del debito pubblico, di cui assieme alle banche sono i principali acquirenti.

Del resto, la grande corsa alla riduzione delle tasse sui profitti, praticata in tutto il mondo per attrarre gli investimenti – in una spietata concorrenza tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) – è la base strutturale del crescente ricorso all'indebitamento pubblico degli Stati borghesi con le banche, a vantaggio del capitale finanziario.

L'oro di Banca Italia è del popolo” esclamano Meloni e Salvini per ingannare gli sciocchi. La verità è che l'”oro del popolo” è quello rubato quotidianamente a chi produce la ricchezza e versato nel portafoglio dei capitalisti, banche incluse. La legge di bilancio lo documenta una volta di più. In questo senso è una cartina al tornasole della società capitalista e del governo che la presiede (come di ogni governo) quale suo comitato d'affari.

La conclusione è semplice, se guardiamo le cose dal versante del movimento operaio. Non si tratta di rivendicare “un'altra politica economica”, come ripetono instancabilmente le sinistre riformiste di tutte le salse quando stanno all'opposizione (salvo poi una volta al governo realizzare inevitabilmente le stesse politiche). Si tratta di battersi per un'altra struttura dell'economia, che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti, e la consegni a un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa possibile. L'unica che possa riorganizzare la società dalle fondamenta in base ai bisogni della maggioranza. L'unica vera democrazia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da Askatasuna!


 All'alba di questa mattina polizia e carabinieri, su mandato del ministero degli Interni, hanno sgomberato e murato il centro sociale Askatasuna a Torino. La giunta comunale di centrosinistra ha prontamente scaricato il centro sociale, revocando il cosiddetto patto siglato in primavera per la “rigenerazione” dell'immobile: nei fatti e formalmente, un via libera alla polizia e al governo Meloni, come era facile prevedere.


Sono ora in corso perquisizioni a catena nelle case degli attivisti del centro sociale. A decine di attivisti è stato contestato il reato di danneggiamento, imbrattamento, invasione di edifici, resistenza a pubblico ufficiale. È la vendetta dello Stato contro una realtà di movimento da tempo impegnata nelle azioni di protesta e di opposizione, in particolare nel movimento pro Palestina.

“In Italia non c'è spazio per la violenza!” esclama gongolante il ministro Piantedosi. In realtà c'è uno spazio smisurato per la violenza istituzionale del potere: quella che ha armato e arma la mano genocida di Israele, che ingrassa i profitti dell'industria militare, che annuncia scenari di guerra, che respinge o deporta i migranti, che protegge i torturatori libici e i loro lager, che manganella gli operai in lotta per il proprio posto di lavoro. Il vero “reato” di Askatasuna è opporsi a questa violenza.

“Grazie al lavoro della questura e della prefettura lo Stato ha colpito” dichiara trionfante la vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Augusta Montaruli. “Momento storico per la città di Torino” annuncia la Lega. “Il regalo di Natale più bello che Piantedosi potesse fare ai torinesi”.
Le grida di esultanza del governo a guida postfascista trasudano uno spirito di vendetta. Non potevano colpire Askatasuna nel momento della grande mobilitazione di massa di fine settembre e inizio ottobre, quando milioni di persone in tutta Italia si sono mobilitate per la Palestina al fianco della Flotilla; quando la forza di massa ha messo il governo sulla difensiva, costretto a subire l'occupazione simbolica di piazze, stazioni, aeroporti, a dispetto delle leggi forcaiole di Salvini. Pensano invece di poter colpire ora, in un momento di ripiegamento del movimento, nel nome del ritorno a “legge e ordine”. Legge e ordine della borghesia.

Come Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre impegnato a Torino e in tutta Italia, in ogni movimento di opposizione alla classe dominante e ai suoi governi, diamo una solidarietà piena, attiva, incondizionata, al centro sociale Askatasuna. Non è questo il momento di discutere sull'opportunità o meno di singole scelte compiute, o dei limiti di un antagonismo senza progetto di rivoluzione. Ci sarà tempo e luogo per discutere di questo, tra compagni, all'interno del movimento di lotta. Ora è il momento della solidarietà incondizionata contro la repressione dello Stato ai compagni colpiti dalla repressione e alla loro organizzazione.

Giù le mani da Askatasuna!

Per una ripresa della mobilitazione di massa che rovesci i rapporti di forza!
Per un ingresso sulla scena della classe operaia al fianco di ogni soggetto colpito dal potere, nel segno del più ampio fronte unico di classe!
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa!

Partito Comunista dei Lavoratori

SCIOPERARE OGGI PER RIVOLTARSI DOMANI!

 


Testo del volantino che distribuiremo alle manifestazioni in concomitanza con lo sciopero generale di venerdì 29 novembre

È sicuramente positivo che Cgil-Uil e buona parte dei sindacati di base, scioperino oggi nella giornata internazionale della solidarietà al popolo palestinese massacrato a Gaza dal sionismo colonizzatore e dagli imperialismi occidentali che lo coprono nonostante i mandati d’arresto per criminali impuniti come Netanyahu. La prima considerazione elementare, quindi, è che la mobilitazione di oggi non sia solo una fortuita coincidenza ma continui domani nelle piazze di Roma e Milano, per ribadire che la lotta dei lavoratori e quella del popolo palestinese sono una cosa sola!

 Avremmo preferito un solo luogo e un’unica piazza, non due, una per sindacati confederali e una per sindacati di base, ma vogliamo pensare in positivo e lottiamo perché quello di oggi sia solo il preludio a scioperi unitari e di massa di tutto il variopinto arco sindacale. Inoltre crediamo che gli scioperi non debbano ridursi a meri rituali. Anche quest’anno lo sciopero Cgil-Uil contro la manovra del governo arriva senza un bilancio del precedente. L’anno scorso si disse “adesso basta”, oggi si incita giustamente alla “rivolta sociale” per fermare la Meloni, ma oggi come allora non la fermeremo con uno sciopero testimoniale. Analogo discorso si può fare per lo sciopero dei sindacati di base, sempre più simile a quello dei confederali, ma ancora più dispersivo (Usb sciopererà tristemente da sola il 13 Dicembre).

 L’annuale rito dello sciopero conferma però l’estrema gravità della situazione della nostra classe. 6 i milioni di poveri assoluti in Italia. 3 milioni, invece, i precari ufficiali, ma non fidatevi troppo delle statistiche borghesi, sono molti di più. Ci sono soldi per le armi (record di oltre 30 miliardi), per i soliti sgravi alla Chiesa, per sanità e scuola privata, e di conseguenza c’è n’è sempre meno per quella pubblica. Meno ancora ce n’è per lavoratori e lavoratrici che devono accontentarsi sempre dello sgravio del cuneo fiscale… per i padroni, unico modo che il capitalismo ha per dare con una mano pochi spicci ai salariati, per poi riprenderseli attraverso tagli a servizi e pensioni (confermata la Legge Fornero, con buona pace di chi ha creduto alla propaganda elettorale di Salvini). Lavoratrici e lavoratori che hanno tenuto il Tfr in azienda devono anche stare attenti al nuovo tentativo di scippo tramite silenzio assenso. 

 il nuovo attacco di Salvini, che con un ignobile provvedimento ha precettato i lavoratori dei trasporti riducendo il loro sciopero a sole 4 ore nonostante lo scorso anno il TAR del Lazio avesse dichiarato illegittima un’analoga ordinanza, dà ancor più la misura, se mai ce ne fosse bisogno, della torsione autoritaria di questo governo e della necessità di una risposta di massa da parte della classe lavoratrice.

 Purtroppo, invece, Lo sciopero avviene col solito metodo di una generica protesta, con rivendicazioni vaghe la Cgil e appena più precise il sindacalismo di base. Nessuna piattaforma è stata veramente discussa, condivisa e approvata dai lavoratori. La Cgil parla di inflazione da profitti e di perdita di potere d’acquisto dei salari per i rinnovi dei contratti, come nel pubblico, che coprono appena 1/3 dell’inflazione. Ma nel privato non va tanto meglio. L’elogiato rinnovo dei tessili, al massimo copre 2/3 di inflazione, cioè 2/3 del minimo sindacale. L’obbiettivo minimo dovrebbe essere fuori dalla contrattazione, infatti quando c’era la scala mobile si contrattava per ripartire la ricchezza prodotta, non per ridurre soltanto la miseria accumulata.

 Gli altri rinnovi non si scostano più di tanto dal rinnovo dei tessili. Ottenuti con poche o addirittura nessuna giornata di sciopero come negli alimentaristi, non cambiano l’impianto degli attuali contratti nazionali, il cui asse è il continuo spostamento dei soldi veri e reali, verso il welfare e i fondi pensione e salute che continuano a non essere messi in discussione da Cgil e Uil, con buona pace della richiesta di finanziamento straordinario per la sanità. Il sindacalismo di base lo denuncia, ma deve riflettere sul fatto che a tutt’oggi la sua coscienza è pari alla sua debolezza, incapace di fermare l’andazzo. 

 Rispetto all’anno scorso, quest’anno lo sciopero va in scena pressoché in concomitanza con la rottura delle trattative nel settore nevralgico della nostra storia: quello dei metalmeccanici. I metalmeccanici raddoppieranno lo sciopero – verosimilmente a gennaio – ma è evidente che da questo settore dipenderà lo sviluppo o meno della mobilitazione. E poiché in questo settore, pure nell’automotive si è scioperato, le condizioni ci sono tutte per una riunificazione dei metalmeccanici in un unico contratto. Anzi sarebbe ora che tutte le categorie venissero riunite in tre soli contratti: dell’industria, del pubblico e dei servizi.

 Niente come l’automotive e nella fattispecie Stellantis mette a nudo il vero volto della crisi. Sono praticamente due anni di calo consecutivo della produzione industriale, ma mentre il padronato piange, aumentano i profitti e gli stipendi dei manager. Tavares che sta cercando di dare il benservito ad altri 3000 operai, si è aumentato lo stipendio in due anni del 55%. E così gli altri dirigenti che a luglio hanno preso un bonus per l’efficienza con cui spremono i lavoratori. 

 È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere: aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400-500 euro; ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario; abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici; abolizione dell’autonomia differenziata, che è solo il modo per ridurre salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud; abolizione di tutte le leggi antisciopero e del decreto sicurezza solo per il profitto (DdL 1660) che criminalizza le lotte. È incredibile che ci siano più sindacalisti indagati che padroni!

 Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un’assemblea di delegati e delegate che guidi la lotta da Stellantis alla Gkn, dalla Beko (ex Whirpool) a tutte le altre mille vertenze sparse per lo Stivale, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo. Solo una massa enorme di lavoratori e lavoratrici con uno scopo comune può piegare governo e padronato.

 Non si dica che queste rivendicazioni sono impossibili. In altre parti del mondo, pensiamo all’IG Metall in Germania o al sindacato UAW negli Stati Uniti proprio contro Stellantis, sono stati in grado di ottenere importanti vittorie, nettamente superiori ai rinnovi che vediamo in Italia. E le hanno ottenute innanzitutto perché hanno proprio le casse di resistenza a supportare gli scioperi. Le hanno ottenute, inoltre, perché hanno usato un altro metodo di lotta: si sono date un obbiettivo e l’hanno perseguito fino in fondo bloccando il profitto.

 Gli obbiettivi sindacali vanno però unificati agli obbiettivi politici e questo dovrebbe capirlo innanzitutto il sindacalismo di base, cioè di classe. Il capitalismo italiano ha mille partiti e un unico sindacato: la Confindustria; Gli operai hanno cento sindacati di classe e nessuno di loro che pensi al partito. Non comprendere la necessità di unire la battaglia sindacale alla costruzione del partito rivoluzionario, significa non avere la testa per colpire al cuore il capitalismo. Se leggi e sei d’accordo con questa necessità, sei perfetto per il nostro Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico che vuole tenere insieme questi due aspetti, senza i quali semplicemente non si può vincere. Iscriviti al PCL!

Le elezioni in Sardegna e la capitolazione della sinistra


 Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista come ruote di scorta dei poli borghesi

Le elezioni regionali in Sardegna hanno registrato una sconfitta politica di Giorgia Meloni. Sul terreno strettamente elettorale le liste della destra hanno persino ampliato la propria percentuale di voto rispetto al risultato delle elezioni politiche del 25 settembre 2022. Ma l'impopolarità del candidato Paolo Truzzu, in particolare a Cagliari, ha zavorrato la coalizione trascinandola nel burrone.
Giorgia Meloni si era intestata sia il candidato sia la campagna elettorale, con punte di esibizione macchiettistica nella volata finale. La sconfitta di Truzzu è dunque a suo carico. Investe le relazioni interne alla destra e intacca l'immagine pubblica della premier. Meloni cerca naturalmente di minimizzare la valenza del risultato. Salvini ne approfitta per rilanciare la carta del terzo mandato per Zaia e i governatori del Nord, cercando di sopravvivere alla disfatta del proprio progetto di Lega Nazionale (“Per Salvini premier”). Nessun immediato terremoto in vista, beninteso, ma le acque della coalizione si increspano, in attesa del voto in Abruzzo.

La coalizione tra PD, M5S e Alleanza Verdi-Sinistra ha capitalizzato il tonfo di Truzzu. La candidata pentastellata Alessandra Todde ha beneficiato di un voto più largo di quello della sua coalizione, non senza l'apporto del voto disgiunto targato Lega e Partito Sardo D'Azione.
Il successo politico è stato in ogni caso superiore al successo elettorale. Non ha risolto né poteva risolvere le contraddizioni che attraversano il centrosinistra su scala nazionale, a partire dalla lotta tra PD e M5S per l'egemonia. Ma ha rafforzato Schlein all'interno del PD, disarmando per il momento i malumori interni sul terzo mandato, ed ha legittimato ruolo e ambizioni di Conte.
L'apertura di Calenda al centrosinistra dopo il fallimento dell'operazione Soru è un ulteriore portato del risultato sardo. L'alleanza borghese di liberalprogressisti, liberalconfindustrali e pentastellati rafforza in prospettiva la propria candidatura all'alternanza, in una logica bipolare. È, in prospettiva, un possibile governo di ricambio del capitalismo italiano, in un quadro NATO ed europeista. Il sostegno di PD e M5S alla missione navale nel Mar Rosso, in appoggio allo Stato sionista, riassume la loro natura.

Ciò che invece le elezioni sarde confermano impietosamente è l'assenza di una sinistra autonoma e alternativa ai poli borghesi.
Sinistra Italiana, in compagnia dei Verdi, rafforza il proprio ruolo di ancella subalterna del polo borghese liberale. L'unica vera preoccupazione di Fratoianni era di essere svuotato elettoralmente dall'effetto Schlein e di essere dunque scaricato dalla prossima coalizione di governo. Il 4% e rotti lo ha rassicurato su entrambi i fronti, come il fatto che Calenda non ponga problemi circa la presenza di Alleanza Verdi-Sinistra (AVS) in coalizione. La larga intesa in Abruzzo da AVS a Calenda, e persino a Italia Viva di Renzi, è in questo senso per Fratoianni un successo strategico.

Quanto a Rifondazione Comunista si è coalizzata con... Azione e +Europa di Emma Bonino attorno alla candidatura del padrone di Tiscali Renato Soru. Per noi nessuna meraviglia. Rifondazione Comunista è stata nella giunta di Renato Soru dal 2004 al 2009. Il suo segretario regionale ha rivendicato pubblicamente non a caso l'esperienza di governo con Soru per tutta la campagna elettorale, ringraziando Soru per il riconoscimento di Rifondazione. Il fatto che Soru, in perfetta coerenza con la propria natura padronale, abbia fatto una campagna elettorale denunciando il reddito di cittadinanza come assistenziale, col plauso naturale di Calenda e Bonino, non ha turbato Rifondazione. L'importante per Rifondazione era il proprio riconoscimento da parte di Soru. Penoso.
Non meno penosa l'assenza di una sola parola sul sito nazionale del PRC circa le elezioni in Sardegna. Delle due l'una. O la scelta di Soru era condivisa (o comunque coperta) dalla Segreteria nazionale, e allora era corretto rivendicarla e intestarsela, oppure non lo era, e allora occorreva dissociarsi. Il silenzio è l'opportunismo peggiore, che i militanti del PRC non si meritano.

La battaglia per un partito indipendente della classe lavoratrice sulla base di un programma anticapitalista è l'unica vera risposta alla capitolazione della sinistra politica. Il PCL è oggi l'unico partito che si batte controcorrente, con coerenza, per questa prospettiva. Costruiamolo insieme.

Partito Comunista dei Lavoratori

A difesa del diritto di sciopero

 

Per il più ampio fronte unico di classe e di massa



Il governo a guida postfascista dichiara illegittimo lo sciopero generale del 17 novembre indetto da CGIL e UIL. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che uno sciopero generale confederale venisse impugnato dal governo.
È l'ennesima riprova, se ve ne era bisogno, del totale fallimento della linea di pace sociale regalata al governo Meloni-Salvini nel suo primo anno di vita. Se le burocrazie sindacali si attendevano un riconoscimento di ruolo hanno ottenuto l'opposto: uno schiaffo umiliante.

Il punto è che la dichiarazione di “illegittimità” dello sciopero non rappresenta semplicemente di un affronto alle burocrazie sindacali ma una aperta provocazione nei confronti di tutto il movimento operaio. Un grave precedente, una minaccia per il futuro. Per questo esige una risposta unitaria di tutto il movimento operaio. Una risposta all'altezza della provocazione.

Lo sciopero del 17 va esteso all'intero territorio nazionale e a tutte le categorie, per la difesa stessa del diritto di sciopero. Tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe dovrebbero unire le proprie forze allo sciopero, sulle base delle proprie piattaforme, attorno alla difesa di questo diritto, allargando l'iniziativa di sciopero di SI Cobas già indetta per quel giorno. Va rivendicata unitariamente la cancellazione della legge 146/1990 in quanto legge antisindacale, purtroppo avallata per tanto tempo dalle burocrazie sindacali e tante volte usata contro il sindacalismo di classe. Va rivendicata unitariamente l'abolizione della stessa Commissione di Garanzia Sciopero, di fatto agenzia del governo.

Più in generale i fatti dimostrano la necessità del più ampio fronte unico di classe e di massa contro il governo e il padronato. La massima unità e al tempo stesso la massima radicalità.
La pratica rituale degli sciopericchi in ordine sparso, piccoli o grandi, si è rivelata impotente. È necessaria una mobilitazione di massa prolungata attorno ad una piattaforma di svolta. È l'ora di una vertenza generale del mondo del lavoro. È l'ora di uno sciopero generale vero. Per ribaltare i rapporti di forza, fermare la reazione, aprire una stagione nuova.

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


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3 Ottobre 2023

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In questo numero:


È l'ora di una lotta vera. Editoriale - Marco Ferrando

La gara tra Salvini e Meloni contro i migranti

Emilia-Romagna. L’intervento del PCL dopo l’alluvione - sezione Romagna del PCL

Germania, ottobre 1923. L’assalto al cielo del proletariato tedesco. - Vincenzo Cimmino

Ponte sullo Stretto: perseverare è diabolico - Dario Buonfiglio, Enrico Scandurra, Giacomo Di Leo

Quattro punti per la rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria - Opposizione Trotskista Internazionale

Il Revolutionary Camp del PCL

Blocco navale e memoria nazionale

 


La gara tra Salvini e Meloni contro i migranti. Le responsabilità del centrosinistra

18 Settembre 2023

Torna l'evocazione del blocco navale per fermare le partenze dei migranti dalla Tunisia. Prima sulla bocca di Salvini, poi di Meloni. È il vecchio cavallo di battaglia elettorale della destra, alla fine rispolverata come “misura risolutiva”, in un gioco di scavalcamenti interni alla maggioranza di governo.
A prescindere da ogni altra considerazione, si potrebbe facilmente obiettare che non esiste flotta navale che possa sorvegliare l'intera costa nord-africana. Che se mai esistesse, sarebbe un atto di guerra contro i paesi coinvolti. Che l'atto di guerra sarebbe tanto più paradossale nei confronti di un governo tunisino col quale Meloni aveva concordato in cambio di soldi proprio il blocco delle partenze. Quello stesso governo Saied, dispotico e torturatore, della cui “democrazia” il governo italiano si è fatto garante. Sono le obiezioni scontate e ricorrenti dal versante democratico o liberale.

Ma noi vogliamo ricordare un episodio rimosso dalla memoria nazionale liberaldemocratica, e purtroppo anche da quella della sinistra. Un blocco navale anti-immigrati ci fu, da parte italiana. Fu sperimentato nel 1997. Il bersaglio dell'epoca era l'”invasione degli albanesi”. Una nave militare italiana, la corvetta Sibilla, speronò per l'occasione un barcone carico di migranti, affondandolo. I morti furono più di cento. Molti di loro giacciono ancora in fondo al mare del Canale d'Otranto. Le disposizioni del blocco non erano venute da un governo di destra, ma dal governo di centrosinistra di Romano Prodi, allora sostenuto da Rifondazione Comunista. Lo stesso governo che varò i campi di detenzione per i migranti, la Legge Turco-Napolitano. Come si vede, non è necessario essere di destra per fare politiche reazionarie in fatto di immigrazione. Il centrosinistra ha concimato il terreno, la destra peggiore ha raccolto.

Certo, l'attuale governo Meloni rilancia il peggio delle posture reazionarie contro i migranti. Dal suo insediamento ha fatto di tutto: ha colpito i poteri di intervento delle ONG costringendole a un solo salvataggio e a porti lontani; ha esteso i rimpatri ai territori di transito, e non solo ai paesi di provenienza; ha progettato la moltiplicazione dei centri di detenzione amministrativa (i famigerati CPR), estendendo ora la durata della detenzione a 18 mesi; ha ridotto le spese di sostentamento per i minori non accompagnati; ha ridotto l'assistenza legale per i richiedenti asilo... E infine, come abbiamo ricordato, ha replicato col dittatore Saied il memorandum d'intesa già stipulato da Minniti coi tagliagola libici: soldi e patrocinio politico presso il Fondo Monetario Internazionale in cambio della segregazione o espulsione dei migranti che intendessero prendere il mare. Magari respingendoli nel deserto, come tante volte è già avvenuto.

L'obiettivo propagandato è sempre lo stesso: il blocco delle partenze. L'unico vero terreno d'intesa a livello europeo tra i governi capitalisti di ogni colore.
Ma l'esperienza dimostra che le peggiori misure o minacce non possono bloccare la fuga dalla fame, dalle torture, dalla privazione di libertà, dai disastri climatici, dalle guerre, tutti doni del capitalismo in Africa e Medio Oriente. Possono solo moltiplicare i crimini contro i migranti e le loro sofferenze, in cambio di voti.
Solo una soluzione anticapitalista internazionale può liberare l'umanità dall'orrore. Il resto è già stato sperimentato, sotto ogni bandiera

Partito Comunista dei Lavoratori

Non è il nostro Stato, non è il nostro lutto

 


Per una analisi di classe della parabola del berlusconismo, fuori da ogni lettura liberale e giustizialista

Non ci meravigliano i funerali di Stato e il lutto nazionale per Berlusconi. Quello che a noi interessa è un bilancio di verità sulla storia del berlusconismo e delle sue resurrezioni

Il governo a guida postfascista di Giorgia Meloni ha tributato un'autentica celebrazione alla memoria di Berlusconi. Come neppure alla regina Elisabetta. Molte le ragioni di questa scelta politica: un ringraziamento all'uomo che sdoganò la famiglia missina nel lontano 1994; un tributo a Forza Italia quale partito della maggioranza alla vigilia delle elezioni europee; e soprattutto una prenotazione del suo elettorato in (prevedibile) uscita dopo la morte del mitico Cavaliere. In altri termini, un investimento sul proprio futuro.
Questa celebrazione a reti unificate, senza precedenti istituzionali, trova peraltro un riscontro nel senso comune di una parte dell'opinione popolare, in particolare piccolo-borghese. Un capitalista di grande successo nei diversi campi della sua attività è oggetto fisiologico dell'invidia ammirata del piccolo-borghese, una proiezione spesso inconfessata dei suoi sogni e delle sue frustrazioni. Uno dei segreti del fascino berlusconiano.
La morte di Berlusconi ha fatto da stura a questa parte del sentimento pubblico con un carico suggestivo di nostalgia e incantamento.

Più complesso il posizionamento del cosiddetto campo avverso al berlusconismo, sia quello borghese liberale (PD) che quello di matrice giustizialista.
Il primo ha oscillato tra un imbarazzata reverenza istituzionale per i funerali di Stato e i dubbi manifesti sugli “eccessi” del cerimoniale.
Il secondo ha rispolverato il proprio armamentario tradizionale contro la indubbia delinquenza di Berlusconi in fatto di evasione fiscale, di relazioni mafiose, di leggi ad personam, di onnipotenza televisiva, attribuendo il successo dell'uomo alla potenza dei suoi mezzi economici e alla spregiudicatezza impunita del loro utilizzo. Tutti elementi veri, intendiamoci, ma parziali. Perché ciò che rimuovono è l'aspetto essenziale: la dinamica di classe che ha sospinto il fenomeno Berlusconi.

L'ascesa e durata del fenomeno Berlusconi vanno ricondotte alle responsabilità decisive delle forze egemoni dell'antiberlusconismo: le responsabilità del liberalismo borghese progressista (PDS, DS, PD), come in parte di quello giustizialista. Sono loro che hanno spianato la strada prima allo sfondamento politico del Cavaliere negli anni '90, poi alle sue ripetute resurrezioni. Col contributo decisivo, ogni volta, dei gruppi dirigenti della sinistra politica, inclusa quella cosiddetta radicale.

Vediamo allora di ricapitolare questa dinamica.

Il PCI venne sciolto dopo il crollo del Muro di Berlino perché il suo gruppo dirigente, nel nuovo contesto, vide sgombra la via per il proprio ingresso al governo del capitalismo italiano. I governi Amato (1992) e Ciampi (1993) tennero a battesimo il nuovo Partito Democratico della Sinistra (PDS), coinvolgendolo indirettamente nel primo attacco alle pensioni, nel prelievo notturno dai conti correnti, nel patto di concertazione contro i salari, nella distruzione della scala mobile. Ciò che scatenò nel 1992 l'autunno dei bulloni contro una burocrazia sindacale complice della svendita. La sinistra si identificò con l'establishment nel momento stesso in cui il crollo dei vecchi partiti borghesi della prima Repubblica (DC, PSI), trascinato da Tangentopoli, creava un'enorme vuoto di rappresentanza politica. La distruzione del sistema elettorale proporzionale, voluta dal PDS in funzione della propria ambizione di governo, fece il resto.

Certo, Berlusconi si buttò nell'arena politica per tutelare i propri interessi aziendali. Ma poté farlo ed avere successo proprio perché i liberalprogressisti gli avevano spianato la strada, consentendo a un grande capitalista senza scrupoli di presentarsi paradossalmente come "l'uomo nuovo", dentro un sistema elettorale ideale per la sua scalata.
Peraltro vale la pena ricordare ai giustizialisti che Berlusconi usò nel 1992 la stessa inchiesta di Mani Pulite per salire in groppa alla domanda di cambiamento, e alla fine intestarsela. Un'operazione populista consentita dal disarmo parallelo del movimento operaio. L'ingresso della neonata Rifondazione Comunista nel Polo dei progressisti occhettiano-ciampista (1994) avallò questo disarmo.

Il primo governo Berlusconi, 1994, intraprese da subito un attacco frontale al sistema pensionistico, sulla scia delle misure di Amato. Ne scaturì un duro scontro sociale dall'esito incerto. Gianni Agnelli coniò la famosa espressione: "Se Berlusconi vince, vince per tutti; se perde, perde da solo”. Era un affidamento alla prova di forza intentata dal Cavaliere, ma senza identificazione nelle sue fortune.
I sindacati, sfidati frontalmente, promossero lo sciopero generale. Lo sciopero registrò una partecipazione enorme. Il governo fece marcia indietro e la dissociazione della Lega di Bossi lo affondò precocemente.
Ma il nuovo governo Dini, 1995, nato dall'inedita alleanza tra PDS e Lega (“costola della sinistra” la definì D'Alema) esordì proprio con il varo della riforma contributiva della previdenza pubblica, quella contro cui i lavoratori avevano scioperato. La CGIL di Sergio Cofferati coprì il governo con tanto di brogli nelle assemblee operaie per far passare l'accordo. Un disastro.

La legislatura di centrosinistra (1996-2001), coi governi Prodi, D'Alema, Amato, completò su tutta la linea l'opera di restaurazione antioperaia: lavoro interinale, privatizzazioni, tagli sociali a sanità e istruzione, parità tra scuola pubblica e privata, bombardamento di Belgrado, riforma costituzionale filoleghista (articolo V). Era la linea del grande capitale italiano, vero mandante del centrosinistra dopo la breve parentesi berlusconiana del 1994. L'ingresso di Rifondazione nella maggioranza del governo Prodi, e poi del Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta e Rizzo nei governi D'Alema e Amato, coprirono a sinistra questa politica. La grande delusione operaia e popolare che ne scaturì sospinse nel 2001 il ritorno di Berlusconi al governo.

La nuova legislatura Berlusconi (2001-2006) preservò e appesantì le misure antioperaie del centrosinistra. In particolare col varo della legge 30 (legge Maroni), che estese a dismisura la precarizzazione del lavoro, con un nuovo intervento sulle pensioni, e con l'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Parallelamente, il sostegno e la partecipazione italiana alle missioni militari imperialiste in Afghanistan e in Iraq, e già prima lo scontro frontale col movimento no global nelle giornate di Genova 2001, concorsero a segnare una linea di frattura tra il governo e un vasto sentimento popolare.
Fu una stagione intensa di movimenti: il movimento operaio con la grande piazza CGIL di San Giovanni a Roma a difesa dell'articolo 18 che costrinse Berlusconi a un passo indietro; il movimento contro la guerra, il più grande nell'Europa capitalista; persino un movimento democratico (i “girotondi” di Nanni Moretti), che fiancheggiava criticamente il centrosinistra in opposizione a Berlusconi. Ma a partire dal 2004, un nuovo accordo tra i DS e Rifondazione Comunista mise la sordina alla mobilitazione sociale per preparare la comune alternanza di governo. Alleanza che per pochi voti, nel 2006, aprì la nuova stagione dell'Ulivo e dell'Unione.

Il nuovo governo di centrosinistra (2006-2008), con la presenza ministeriale di Rifondazione, mantenne tutte le misure antioperaie varate da Berlusconi. Vi aggiunse un intervento a favore della previdenza integrativa col coinvolgimento del TFR, l'aumento delle spese militari e del finanziamento delle missioni, una straordinaria detassazione dei profitti di banche e imprese (con l'IRES che passò dal 34% al 27,5% nella sola finanziaria del 2007). Un programma contro i lavoratori combinato con la promozione dei massimi responsabili della repressione del G8 di Genova ( De Gennaro). Una doccia gelida per tutti i movimenti che si erano battuti negli anni precedenti per la cacciata di Berlusconi. Un autentico tradimento di aspettative e interessi, come tale avvertito da grandi masse, fonte di disincanto e passivizzazione. La caduta precoce del secondo governo Prodi, per l'eterogeneità di una maggioranza che andava da Turigliatto a Mastella, segnò la disfatta dell'Unione e in particolare di Rifondazione, che ne uscì distrutta. Ancora una volta fu Berlusconi, nelle elezioni del 2008, a capitalizzare la disfatta della sinistra.

Il terzo governo Berlusconi (2008-2011), ancora una volta resuscitato dai liberali, preservò tutte le misure già varate dal centrosinistra, aggiungendovi un attacco pesantissimo alla scuola pubblica, con la riforma Gelmini e i suoi 8 miliardi di tagli. Una riforma mantenuta da tutti i governi successivi. Ma la grande crisi capitalistica iniziata nel 2008, e precipitata in Italia nel 2010-2011, portò ad una conclusione traumatica l'esperienza di governo, con l'avvento del governo Monti e le sue terapie d'urto contro i lavoratori, votate insieme da centrodestra – Meloni inclusa – e centrosinistra.
Fu l'inizio dello sfaldamento del bipolarismo italiano, e l'irruzione di un lungo ciclo populista, segnato prima dal M5S di Grillo, poi dall'ascesa di Salvini, infine dal trionfo di Giorgia Meloni. Un ciclo che si è combinato con un riflusso prolungato del movimento operaio, senza pari in Europa per profondità e durata, e una penetrazione di suggestioni reazionarie in vasti settori di salariati.
Il ripiegamento della sinistra “radicale” nei blocchi giustizialisti con Di Pietro e Ingroia, con l'abbandono della centralità del lavoro, lasciò campo libero a questa deriva. In ogni caso fu incapace di contrastarla.

Quanto alla stella di Berlusconi, aveva iniziato a declinare già nel 2011. L'egemonia berlusconiana sul centrodestra si esaurì a metà del decennio, a vantaggio di Salvini e Meloni.
La rapida consumazione della parentesi di unità nazionale a guida Draghi, col pieno coinvolgimento del PD ("l'agenda Draghi”) ha preparato lo sbocco annunciato di un governo a guida postfascista, il più a destra dell'Italia repubblicana.
Forza Italia è sopravvissuta a questo ciclone, e oggi partecipa al governo. Sopravvivrà alla morte di Berlusconi? Vedremo presto il dipanarsi della sua crisi annunciata e/o della sua possibile deflagrazione. Non è di questo che qui ci occupiamo.

Ciò che qui vogliamo evidenziare è che, ieri come oggi, le fortune del centrodestra e ora della destra non sono mai state il portato di una forza intrinseca, ma del lungo corso della politica delle sinistre, del loro accodamento a forze estranee alle ragioni del lavoro o apertamente avversarie del lavoro.
La destra raccoglie quello che la sinistra semina.

Solo una ripresa della lotta di classe, solo una egemonia della classe operaia nella stessa battaglia democratica contro la destra, possono disgregare il blocco sociale reazionario, cambiare i rapporti di forza, dischiudere una vera alternativa. Ciò che richiede lo sviluppo di un partito indipendente della classe lavoratrice attorno a un programma anticapitalista: una sinistra rivoluzionaria.

Non ci meravigliano i funerali di Stato e il lutto nazionale per Berlusconi. Di certo non è il nostro Stato e non è il nostro lutto. Ci interessa un bilancio di verità sulla storia del berlusconismo e delle sue ripetute resurrezioni. Ci interessa una svolta della nostra classe, per una alternativa di società e di potere. Per una Repubblica dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unica che possa fondarsi sul lavoro, l'unica che possa recidere le basi materiali della reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nasce un governo della reazione

 


Per il fronte unico di classe e di massa

Un ministro della difesa tratto dalla lobby dell'industria militare tricolore. Un ministro degli interni pescato dall'entourage di Matteo Salvini, che già rivendica il controllo della Guardia Costiera come indennizzo per la mancata conquista del Viminale. Un ministero dell'ambiente da cui scompare persino la dizione di “transizione ecologica”. Una ministra del lavoro consulente delle aziende in materia di licenziamenti, da sempre fanatica del Jobs Act e già componente del CdA di Leonardo. Un ministro dell'istruzione già collaboratore di Gelmini e degli 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica, che ora contrappone “il merito” al bisogno. Una ministra della “Famiglia e della Natalità”, già portavoce del Family Day, che nega anche formalmente il diritto all'aborto, peraltro accompagnata da altri esponenti dell'integralismo cattolico più reazionario, da Alfredo Mantovano ad Alessandra Locatelli. Più in generale, una pletora di ministri di estrazione missina, in omaggio alle diverse cordate che hanno sospinto la scalata di Giorgia Meloni. Il baricentro del nuovo governo è questo. Un governo a guida postfascista.

La nuova Presidente del Consiglio intende preservare il filo di continuità della politica liberal-confindustriale di Mario Draghi nei suoi assi portanti: PNRR, fedeltà alla UE, atlantismo. Ma il suo margine di manovra sul versante economico-sociale è estremamente limitato dalla recessione annunciata, dal peso ingombrante del debito pubblico, dall'indisponibilità tedesca e olandese a un nuovo indebitamento europeo per affrontare la crisi energetica, dal profilo che si va delineando per il nuovo Patto di stabilità sulle politiche di bilancio, principalmente fondato sul contenimento della spesa pubblica. Le promesse elettorali un tanto al chilo alla propria base sociale (flat tax) sono già in cavalleria, e la catastrofe del governo inglese non consiglia avventure in fatto di conti pubblici. Già il nodo pensioni si stringe al collo del nuovo governo, che non sa come quadrare il cerchio, mentre la crisi delle bollette colpisce frontalmente il lavoro salariato e ampi settori di piccola borghesia. La verità è che il nuovo governo della destra dovrà gestire politiche di austerità tradizionalmente affidate al centrosinistra.

Per questo il governo agirà sul terreno compensativo di politiche reazionarie ideologicamente marcate, funzionali a preservare la riconoscibilità della destra agli occhi di un blocco sociale altrimenti deluso. Il militarismo patriottico in fatto di Difesa registrerà un salto. L'asse di Meloni col governo polacco in fatto di politica atlantista e di asse diretto con gli USA serve a incassare la contropartita di un rafforzamento italiano sul fronte Sud della NATO, in Nord Africa e in Africa. Le politiche “della famiglia e della natalità” celebreranno la funzione della donna madre, finanzieranno e sosterranno le organizzazioni pro life, colpiranno in varie forme i diritti di aborto, e i diritti LGBT. Vedremo con quale tempistica e intensità. Ma la traccia appare segnata dalla stessa composizione del governo.

È il tempo di promuovere contro il nuovo governo a guida postfascista una vera opposizione di massa, che richiede non un “blocco democratico” coi borghesi liberali oggi al macero, né il bricolage routinario di tante iniziative autocentrate in ordine sparso, spesso tra loro concorrenziali, ma piuttosto la costruzione di un fronte di classe e di massa, che unisca nell'azione tutte le sinistre politiche e sindacali. Un fronte che intrecci le battaglie democratiche con le ragioni del proletariato. Solo così si può alzare un argine alla destra. Solo così si può riaprire dal basso un nuovo scenario politico. Le lotte salariali in Gran Bretagna, in Belgio, in Francia, negli stessi USA, sono un punto di riferimento esemplare per la classe lavoratrice italiana, un vento che va raccolto.

Il governo della destra ha il sacro terrore di un'esplosione sociale, perché capisce che è l'unico evento che può sbarrarle la strada. Lavorare all'innesco di una mobilitazione di massa e darle una prospettiva anticapitalista è la necessità del momento. Sicuramente è e sarà il terreno di impegno del PCL.

Partito Comunista dei Lavoratori

La dislocazione dei partiti borghesi nella campagna elettorale

 


Il vuoto di rappresentanza autonoma dei salariati

I partiti e gli schieramenti borghesi si scontrano all'arma bianca solo per contendersi la rappresentanza della stessa classe. La classe che hanno servito negli ultimi trent'anni, in alternanza o in collaborazione. Perché hanno governato tutti. Senza eccezioni.


“DONNA, MADRE, CRISTIANA”: LA PATRIOTA DELL'INDUSTRIA MILITARE

Il centrodestra, grande favorito del 25 settembre, ha governato per più di undici anni, con tutti i suoi partiti.

Ha governato naturalmente Berlusconi in primis, che oggi sogna una riforma presidenziale che possa portarlo al Colle. Ha governato più a lungo la Lega, anche a braccetto del M5S, sotto la guida di un Matteo Salvini che cerca di nuovo riparo nel futuro ministero degli interni per recuperare consenso elettorale sulla pelle dei poveracci. Ma ha governato anche la patriota Giorgia Meloni, ministra per la gioventù nell'ultimo esecutivo Berlusconi (2008-2011), quello che ha tagliato 8 miliardi alla scuola pubblica (Gelmini), e più di 10 miliardi al sistema sanitario, per ingrassare sanità privata e pagare il debito alle banche.
Non solo. Meloni ha votato sotto il successivo governo Monti la famigerata riforma Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione (Art 81) dietro indicazione dell'Unione Europea, per garantire il soccorso europeo alle banche italiane. Altro che “amica del popolo”! Peraltro la stessa Giorgia nazionale (“Donna, Madre, Cristiana”) che nel suo recente best seller rivendica «la responsabilità di una storia lunga 70 anni, ereditata da Almirante, Rauti e Fini» (altro che abiure) cerca oggi di rassicurare il capitale finanziario internazionale e professa un inossidabile atlantismo. Il suo patriottismo non è solo ideologia da comizio per la platea di Vox, ma anche difesa dell'industria militare tricolore (di cui l'amico Crosetto è illustre esponente), nella spartizione dei fondi europei e degli equilibri del Mediterraneo. Così il blocco navale anti-immigrati e le pose forcaiole in fatto di ordine pubblico non servono solo a dirottare verso falsi bersagli e nelle forme più odiose la rabbia sociale di ampi strati popolari, raggranellando il consenso da portare in dote alla borghesia, ma anche a lustrare le proprie mostrine agli occhi della Polizia e dei Carabinieri, oggi contesi alla Lega.

Resta un paradosso di fondo: il centrodestra gode del consenso maggioritario dei salariati nel momento stesso in cui annuncia un'incredibile flat tax a vantaggio dei capitalisti (sia essa al 15% o al 23%), messa a carico dei salariati stessi, con l'aumento delle tasse per i lavoratori in caso di flat tax al 23%, e/o col taglio ulteriore delle spese sociali e/o con nuovo indebitamento pubblico. Il paradosso misura il disastro compiuto a sinistra nell'arco di trent'anni.


Il PD DRAGHIANO E LA SUA CRISI. L'IMPOSSIBILE DC DELLA SECONDA REPUBBLICA

Il PD ha ostentato l'identificazione con il draghismo. Cioè con il governo del capitale finanziario nazionale ed europeo al massimo livello di rappresentatività. L'accordo con Calenda, poi disdetto da Calenda, e la successiva candidatura di Carlo Cottarelli, sono la carta identitaria del PD: un partito da sempre candidato a svolgere il ruolo della Democrazia Cristiana nella Seconda Repubblica, senza mai disporre della forza della DC e del contesto d'epoca che la rese possibile. Più precisamente, il ruolo di un partito borghese liberale con influenza di massa quale garante della stabilità. Il PD ha governato sempre negli ultimi dodici anni, con l'unica parentesi del primo governo Conte. Ha avuto tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi, Gentiloni) e le presidenze della Repubblica (Napolitano e Mattarella). Ha fornito un sostegno determinante a Monti e Draghi. È stato a tutti gli effetti il partito del potere, un architrave di sistema.

Il suo programma elettorale rivendica una dopo l'altra le “riforme” raccomandate da Confindustria: ulteriori privatizzazioni (ex Alitalia) sulla pelle dei lavoratori, liberalizzazioni di mercato nei servizi pubblici a vantaggio del capitale (Uber), controllo e gestione dei fondi europei a favore delle imprese, contenimento del debito pubblico a salvaguardia degli equilibri politici nella UE, difesa dei grandi monopoli energetici.
Le pose ambientaliste e sociali mimate da alcuni settori del PD, e dallo stesso Letta dopo la rottura di Calenda, sono solo una cartina fumogena. Basti pensare all'aumento delle spese militari del ministro della difesa Guerini, o alla rivendicazione dell'abolizione dell'IRAP, 13 miliardi sottratti in piena pandemia al finanziamento della sanità pubblica. Mentre persino la minitassa timidamente ventilata sulle successioni superiori ai 5 milioni – in sé assolutamente irrisoria – batte rapidamente in ritirata sotto il fuoco propagandistico della destra.

La verità è che nella storia degli ultimi trent'anni il PDS, poi i DS, infine il PD, è stato l'ariete di sfondamento delle politiche antioperaie. La precarizzazione del lavoro, a partire dal lavoro interinale, ha avuto quella matrice, nel 1997. Lo stesso vale per la deregolamentazione contrattuale, la distruzione dei diritti (prima della scala mobile, poi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), l'equiparazione tra scuola pubblica e privata, la privatizzazione dell'acqua pubblica, il taglio a sanità e pensioni, le politiche di guerra, a partire dall'aggressione NATO alla Serbia. Sullo stesso terreno democratico vanta gli accordi infami con la Guardia libica per il sequestro e le torture dei migranti (Minniti), su cui oggi si limita a sospendere il giudizio, ed anche le riforme reazionarie della legge elettorale in senso maggioritario.

Se oggi il centrodestra minaccia di conquistare la maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti è grazie alla legge elettorale voluta dal PD. Che poi si presenta come... “barriera” contro la destra. Dopo aver governato con Berlusconi e Salvini e aver spianato la strada a Meloni.


IL MOVIMENTO 5 STELLE. UNO, NESSUNO, CENTOMILA, MA SEMPRE AL SERVIZIO DEL PADRONATO

Il Movimento 5 Stelle cerca di sopravvivere al proprio collasso mimando lo scavalcamento del PD sul terreno sociale. È un'operazione consentita dal profilo draghiano del PD, ma è un'operazione penosa.

Il M5S è stato il principale partito di governo della legislatura uscente, l'unico che ha governato sempre e con tutti. Ha preservato tutte le leggi antioperaie dei governi precedenti, a partire dalla distruzione dell'articolo 18. Ha siglato con Salvini i famigerati decreti sicurezza contro gli immigrati e i diritti di lotta dei lavoratori (criminalizzazione di blocchi stradali, picchetti, occupazioni...). Ha gestito col PD le politiche della pandemia, abbandonando al disastro un servizio sanitario immutato, obbedendo ai diktat criminali di Confindustria contro l'applicazione della zona rossa in Val Brembana, concertando con padronato e burocrazie sindacali la pace sociale nelle fabbriche contro le dinamiche di sciopero (marzo 2020) e in cambio di garanzie finte sulla sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro, aggirate da padroni e prefetture e prive di conseguenze in caso di inosservanza. Infine ha preso parte al governo Draghi e all'enorme operazione a debito, nazionale ed europeo, verso il capitale finanziario. In tutti e tre i governi ha sostenuto l'aumento progressivo delle spese in armamenti.

Le pose dell'ultima ora sul piano sociale non possono ingannare nessuno: la richiesta del salario minimo è stata disattesa in primo luogo dai governi Conte sotto il veto di Confindustria e burocrazia sindacale. Quanto al reddito di cittadinanza, già in partenza assolutamente insufficiente, discriminatorio verso gli immigrati non residenti da almeno dieci anni e penalizzante verso i nuclei familiari più numerosi, è stato ulteriormente riformato in senso peggiorativo dai governi Conte due e Draghi, sotto la pressione delle organizzazioni padronali che vogliono mano libera per sotto salari e sfruttamento.


SINISTRE CORRESPONSABILI E (DIVERSAMENTE) SUBALTERNE.
COSTRUIRE LA RAPPRESENTANZA AUTONOMA DEI SALARIATI


Questo panorama generale non si è affermato per un destino cinico e baro. Vi hanno concorso le responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale dell'ultimo trentennio. Inclusi i quattro anni di corresponsabilità di governo sotto i due governi Prodi (PRC), e i tre anni aggiuntivi sotto i governi D'Alema e Amato, nel caso di Rizzo. Esperienze che hanno non solo contribuito a colpire la classe operaia ma hanno demolito perciò stesso la credibilità della sinistra come riferimento del lavoro. Acqua passata, si dirà, e invece no. Ciò che oggi accomuna le diverse sinistre che si affacciano al voto è la loro subordinazione diretta o indiretta ai poli borghesi e la rimozione della rappresentanza autonoma dei lavoratori.

Sinistra Italiana si è mostrata disposta a tutto pur di subordinarsi al PD. Persino a subire il suo accordo con Calenda, poi naufragato, e la candidatura di Cottarelli. La difesa ambientale e sociale a braccetto col PD è una contraddizione in termini e la misura dell'ipocrisia. L'argomento di un accordo necessario per battere la destra è risibile persino sul terreno strettamente elettorale, come tutti possono intendere. L'accordo ha invece una valenza tutta politica: Sinistra Italiana si riduce a una corrente esterna del PD, con diritti di libera uscita, come verso il governo Draghi, ma senza alcuna autonomia strategica. E la subordinazione strategica al PD significa subordinazione strategica al grande capitale, italiano ed europeo. Perciò stesso un aiuto alla reazione.

Il Partito Comunista di Rizzo ha portato a conclusione il proprio corso politico rossobruno, a rimorchio di culture reazionarie: in particolare dell'impasto no vax, complottista, putiniano. Difensore della “tradizione”, dei “valori nazionali”, del principio comunitarista, della sacra icona della famiglia. Se Sinistra Italiana si è ridotta a corrente esterna del PD, il PC si è ridotto a corrente esterna del campo reazionario e della sua periferia. Se il gruppo dirigente di Sinistra Italiana ha precipitato la crisi di SI pur di accordarsi col PD, Marco Rizzo non ha esitato a distruggere ciò che resta del suo partito pur di accordarsi alla reazione come ultima ruota del carro. Nel suo caso, il fascino irresistibile dell'avventura personale al di là di ogni barriera di classe ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

Unione Popolare rimpiazza la centralità di classe con le istanze interclassiste della cittadinanza democratica e progressista, lungo il terreno già battuto degli accordi con Di Pietro, Ingroia, Spinelli. La figura centrale e preponderante di De Magistris riassume la fisionomia dell'Unione, non meno dell'insistita proposta di un accordo col M5S. In questa operazione i partiti della sinistra svolgono il ruolo di portatori d'acqua. Il PRC, a dire il vero, con vocazione più sacrificale e subalterna di PaP, ma dentro la comune rimozione della rappresentanza centrale del lavoro e all'inseguimento di un grillismo perduto.

Il vuoto di rappresentanza politica indipendente di diciotto milioni di salariati resta dunque al centro dello scenario politico. Non è certo il PCL che può oggi colmare questo vuoto, e neppure l'alleanza elettorale delle sinistre classiste che pure abbiamo avanzato nel presente contesto e che altri hanno purtroppo declinato. Ma sicuramente il nostro partito porrà al centro della propria azione e proposta questo tema essenziale. In tutte le forme possibili, in ogni sede possibile.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Solidarietà ai sindacalisti arrestati!

 


Comunicato sugli arresti SI COBAS e USB

19 Luglio 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria indignazione per la raffica di arresti domiciliari decisa dalla procura di Piacenza contro dirigenti sindacali locali e nazionali del SiCobas e della USB. Esprime ad essi la sua totale solidarietà.

Questa operazione rappresenta l'ennesima assurda provocazione della procuratrice capo Grazia Pradella. Questo magistrato pare ritenere, contraddicendo leggi e Costituzione, che qualsiasi lotta sindacale per migliorare le condizioni previste da un contratto nazionale sia illegale e costituisca addirittura un reato di estorsione. Questo facendosi strumento di un padronato particolarmente reazionario come quello di Piacenza.

Già l’anno scorso la Pradella aveva tentato una operazione analoga, addirittura concionando su quanto sarebbe stato il massimo giusto di salario oltre il quale ogni richiesta sarebbe appunto estorsiva. Con questo ponendo in discussione, con concezioni alla regime cinese, un diritto esercitato dai lavoratori italiani da quasi 200 anni fa e conquistato legalmente dal 1889.

Fortunatamente i livelli superiori della magistratura hanno assolto pienamente i compagni.

C’è da dire che il curriculum personale della Pradella non rivela bizzarrie solo riguardo alle lotte sindacali. Come sostituto procuratore a Milano si rese nota per una "graguignolesca" denuncia di un attentato nei suoi confronti, avendo “visto” un'ombra alla finestra del palazzo di fronte al suo che “forse” imbracciava un fucile. Va da sé che di questo “attentato” non si sia trovato il minimo indizio.

Poi la Pradella ha tentato (in nome di sue fantasiose ricostruzioni ) di insabbiare, senza riuscirci, la inchiesta del giudice Salvini che è riuscito finalmente dopo decenni, a individuare i veri colpevoli della strage di Piazza Fontana, giungendo fianco a denunciare Salvini, con motivazioni risibili, al consiglio superiore della magistratura.

Fatto questo a Milano, promossa incredibilmente a capo della procura di Piacenza, è passata ad attaccare lavoratori e sindacati combattivi. Certo in questa sua azione è stata presumibilmente spinta e facilitata dal clima
generale di azione antioperaia di tutti i governi degli ultimi decenni, e in particolare di quello dei Cinque stelle con la Lega (primo governo Conte) con i cosiddetti “decreti Salvini”.

Tuttavia speriamo che anche oggi, come l’anno scorso, tutto si concluda in un nulla di fatto. Auspichiamo anche, pur nella nostra diffidenza nelle istituzioni dello stato borghese, che un membro del Consiglio superiore della magistratura ponga in quella sede la questione, se non di cacciare Grazia Pradella dalla magistratura, come
sarebbe logico, perlomeno di mutarla di sede per incompatibilità ambientale.

In ogni caso è evidente per noi che la risoluzione positiva di questo fatto sarà certo legata allo sviluppo immediato di mobilitazioni e azioni di protesta che come PCL sosterremo pienamente. Tutte!

Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi del governo Draghi

 


15 Luglio 2022

L'instabilità politica italiana smentisce le teorie di “un regime di Draghi”, e ripropone la necessità di un'alternativa di classe

Avremo modo di seguire nei prossimi giorni lo svolgimento della crisi politica italiana. Ma il fatto centrale è il crollo dell'equilibrio di unità nazionale attorno all'attuale Presidenza del Consiglio. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni politiche del 2018, il M5S, versava da tempo in crisi profonda, priva ormai di una ragione pubblica riconoscibile e di un asse di comando interno stabilizzato. La scissione di Di Maio, effetto e concausa di questa crisi, ha sospinto come riflesso condizionato una reazione autoconservativa del M5S “contro” Draghi e a sostegno di Conte, a sua volta sempre più incerto fra la difesa di una propria immagine istituzionale di ex premier e la pressione maggioritaria delle truppe parlamentari residue per la ricollocazione all'opposizione; tra un consolidamento del polo di centrosinistra attorno al PD (il “campo largo” di Letta), e la tentazione di uno scavalco del PD a “sinistra” nella rappresentanza (recitata) delle ragioni del lavoro.

La “non fiducia” al governo Draghi al Senato sul Decreto Aiuti, combinata con la dichiarazione di una immutata disponibilità alla fiducia futura, mirava a un bizantino punto di equilibrio tra smarcamento politico e continuità di governo. Ma con riserve e intenzioni di segno diverso. Conte puntava a conservare il consenso interno dei gruppi parlamentari con un atto simbolico di differenziazione ma senza rompere con l'esecutivo. Una parte importante dei gruppi parlamentari puntava invece ad una dissociazione dal governo che desse via libera alla campagna elettorale del M5S nel presupposto che Draghi restasse in ogni caso in carica, disponendo di una sua maggioranza alle Camere.

Ma i calcoli si sono rivelati sbagliati, e la crisi è finita in un vicolo cieco.
Già frustrato per la mancata ascesa alla Presidenza della Repubblica, Mario Draghi aveva da tempo accumulato una manifesta insofferenza per la maggioranza che lo sosteneva, i suoi crescenti conflitti interni, le impuntature negoziali incrociate, l'annuncio di possibili rotture sulla prossima Legge di stabilità. Una insofferenza marcata in particolare verso il M5S e verso la Lega.
Parallelamente l'intero scenario mondiale riduceva su ogni versante lo spazio negoziale e di mediazione: con l'irruzione della guerra in Ucraina, l'arresto della ripresa economica continentale, l'esplodere dell'inflazione, il cambio di rotta di tutte le banche centrali, l'impossibilità di ricorrere a nuovi scostamenti di bilancio per finanziare le misure emergenziali.

Il combinarsi del nuovo quadro mondiale con il logoramento dell'unità nazionale ha innescato la miccia della deflagrazione. Il M5S ha esibito il proprio cahier de doléance, cambiando di volta in volta il terreno del contendere. Prima indossando i panni di un'improbabile pacifismo (dopo aver accresciuto le spese militari nei due governi Conte); poi rivendicando l'intangibilità del reddito di cittadinanza (di cui già aveva accettato l'ulteriore peggioramento); poi sollevando la richiesta del salario minimo per legge (in realtà depositata già da tre anni, con disponibilità negoziali al ribasso.); infine impugnando il termovalorizzatore di Roma (ma chiedendo di scorporarlo dal Decreto Aiuti per farlo passare senza vincolarlo alla fiducia). Draghi ha prima mimato una disponibilità all'ascolto, senza prendere alcun impegno, poi ha rifiutato lo scorporo del Decreto. La richiesta del voto di fiducia al Senato ha nei fatti sfidato il M5S chiedendogli un gesto di subordinazione, ciò che Conte non poteva offrirgli se non al prezzo di una sconfessione dei gruppi e del proprio suicidio.

Draghi ha ottenuto il voto scontato della maggioranza parlamentare. La stessa defezione del M5S nel voto di fiducia sul Decreto non è (ancora) una rottura della maggioranza politica di governo, secondo le stesse dichiarazioni formali dei pentastellati.

Il punto è che Draghi non sembra disponibile a continuare, sottoponendosi ad un ulteriore logoramento. Avallare la demarcazione del M5S significherebbe incoraggiare quella speculare della Lega su cartelle esattoriali, scostamenti di bilancio... Come gestire in questo quadro una legge di stabilità già di per sé particolarmente impervia? Da qui la sentenza di morte della maggioranza (“la maggioranza di governo di unità nazionale non c'è più”) e l'annuncio delle proprie dimissioni. Né Draghi appare disponibile a maggioranze diverse da quella di unità nazionale, con M5S o Lega all'opposizione in campagna elettorale contro di lui.

Il Presidente della Repubblica, da lord protettore del governo, supplica Draghi di restare e di provare a ricomporre i cocci, nel nome dell'immancabile interesse superiore del Paese. Il PD, e le forze politiche più organicamente legate al capitale finanziario, agiscono e agiranno nella medesima direzione. Nella Lega i governatori del Nord non fanno mistero del proprio sostegno a Draghi contro il cosiddetto salto nel buio, anche perché il progetto di autonomia differenziata è sulla rotta d'arrivo, e non vogliono rinunciare a un sostanzioso malloppo. Di certo gli chiede di restare Confindustria, che attende un taglio del cuneo fiscale, a carico dell'erario pubblico (cioè del lavoro) per disinnescare le rivendicazioni salariali, e che non vuole mettere a rischio la prossima tranche del PNRR con la relativa pioggia di miliardi ai padroni. Naturalmente la Conferenza Episcopale Italiana non fa mancare la propria preghiera devota.

Ma ricomporre i cocci appare difficile. Draghi non sembra disponibile a immolarsi, avendo a disposizione altri possibili incarichi risarcitori di natura internazionale (in sede UE o NATO), e forse volendosi preservare come riserva della Repubblica per il dopo voto anche sul piano interno. Salvini è sotto la pressione di Meloni, che nell'ultimo anno è cresciuta quasi interamente a sue spese. Di certo vuole scrollarsi di dosso la memoria disastrosa (per lui) del Papeete Beach del 2019, ma non al prezzo della rinuncia a una propria campagna elettorale sulla legge finanziaria, una rinuncia che di fatto gli sarebbe richiesta, dopo quanto è successo, nel caso di una ricomposizione della maggioranza di unità nazionale attorno a Draghi. Quanto al M5S, è ancora lontano dall'aver concluso le proprie convulsioni.

Molte sono dunque le incognite e variabili immediate. In caso di dimissioni irrevocabili di Draghi, Mattarella potrebbe tentare la soluzione di un governo tecnico (Massimo Franco?) per fare la prossima legge di stabilità e mettere al sicuro il PNRR. Ma si tratterebbe di un governo di fine legislatura o di un governo di traghettamento per elezioni in autunno? In ogni caso, il governo dovrebbe disporre di una maggioranza parlamentare. Quale, se l'unità nazionale è in frantumi? E in alternativa quali forze politiche a pochi mesi dal voto si caricherebbero sulle spalle gli oneri della legge finanziaria lasciando ai rivali il ruolo di opposizione? Elezioni politiche a fine settembre/ottobre sono dunque ad oggi il possibile sbocco obbligato di un gioco sfuggito di mano. Con ulteriori incognite. Quale legge elettorale le incardinerebbe? Quale governo farebbe la nuova finanziaria, e in quali tempi? Il rischio di un esercizio provvisorio diverrebbe a quel punto concreto. Peraltro già nei prossimi giorni una nuova eventuale caduta delle Borse e impennata dei tassi di interesse potrebbe introdurre una ulteriore drammatizzazione della crisi politica in corso.

L'intero scenario dimostra in ogni caso una volta di più la cronicità di fondo della crisi politica italiana. Molti a sinistra nell'ultimo anno e mezzo (PRC e PaP in testa) avevano presentato il governo Draghi come l'avvento di un “regime”. Un regime durevole sostanzialmente bonapartista, imposto dall'alto (o dalla BCE, o dagli USA, o dalla finanza mondiale, a seconda delle più fantasiose versioni), in ogni caso capace di subordinare a sé un quadro politico parlamentare ormai disciplinato e asservito.

Cosa resta di questa rappresentazione immaginifica e antimarxista? Nulla. I fatti dimostrano uno scenario opposto. L'assenza di un baricentro politico e istituzionale della borghesia, la crisi verticale dei vecchi poli borghesi di alternanza di centrosinistra e centrodestra a partire dal 2011-2013, la crisi dei successivi soggetti populisti emersi dalle elezioni del 2018, a partire dalla decomposizione politica e parlamentare del grillismo, il susseguirsi di formule politiche e di governo instabili e di breve durata.

Il governo Draghi, nato come effetto di questa crisi generale, aveva il compito di tamponarla: innanzitutto gestendo la ripresa capitalista, grazie ai fondi del Recovery fund, e in secondo luogo dando tempo ai partiti borghesi di riorganizzare il sistema politico istituzionale in vista delle elezioni del 2023. Ma il risultato è stato fallimentare su entrambi i versanti. La ripresa capitalista ha ceduto il passo a una nuova crisi, e soprattutto il sistema politico continua a versare in uno stato caotico. Tanto più dopo la resa di Draghi, che prima ha fallito la scalata al Quirinale e poi si è dimesso da Presidente del Consiglio. Altro che “regime draghiano”!

In questa rappresentazione ingigantita e caricaturale dell'avversario non si esprime solamente un errore d'analisi, ma una forma di apologia capovolta del capitalismo, un feticismo involontario della politica borghese, sempre dipinta tendenzialmente come onnipotente, capace di organici disegni orditi da entità superiori. Per cui l'unico ruolo della sinistra è o fare diga di opposizione democratica (spesso rimuovendo la centralità di classe) e/o cercare di contenere il danno con cicliche compromissioni di governo (Prodi, Tsipras, Sanchez, Boric...), che in realtà sono contro i lavoratori e procurano disastri. Mai di ricondurre l'opposizione di classe a una prospettiva di (“impossibile”) rivoluzione.

In realtà proprio la crisi italiana dimostra quanto sia fragile la politica borghese e i suoi assetti. Il vero problema, tanto più oggi, non è la forza della borghesia, ma la debolezza del movimento operaio. Più precisamente, la debolezza del movimento operaio è il vero punto di forza della borghesia. Ciò che davvero fa scandalo nello scenario italiano è la funzione scendiletto delle burocrazie sindacali, che fanno anticamera di fronte a ogni governo, offrendo a ognuno il proprio ruolo “responsabile” di pacificatore sociale, per di più prendendo schiaffi da tutti. Ciò che davvero fa scandalo è l'assenza di una piattaforma generale di lotta che punti a unificare milioni di salariati, ad aggregare attorno ad essi la maggioranza della società, a indicare l'unica vera alternativa possibile: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Eppure, un'irruzione dell'azione di massa contro l'economia di guerra, per il blocco delle bollette e dei prezzi alimentari; per un forte aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti mensili; per una scala mobile dei salari; per la requisizione integrale dei sovraprofitti dei grandi monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio; per una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, per investire nella sanità, nelle energie rinnovabili, nella rete idrica, nel risanamento ambientale... traccerebbe la vera linea di confine tra blocchi sociali contrapposti, metterebbe a nudo le finzioni populiste, aprirebbe dal basso un nuovo scenario politico. È lo spettro della ribellione sociale d'autunno, quella che i padroni temono, assieme a tutti i loro partiti; quella che le burocrazie sindacali evocano per vendere ai padroni il proprio ruolo di pompieri; quella che le sinistre rimuovono, per non contrapporsi alle burocrazie sindacali limitandosi a criticare i padroni.

Eppure questa è l'unica possibile ventata di aria fresca.
Come riconosceva Rino Formica, ministro PSI della Prima Repubblica, la politica borghese “è sangue e merda”. Solo la classe operaia può spazzarla via con un'azione rivoluzionaria. Non solo è necessario, è anche possibile. Costruire controcorrente questa consapevolezza è la nostra politica quotidiana.

Marco Ferrando