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La dislocazione dei partiti borghesi nella campagna elettorale

 


Il vuoto di rappresentanza autonoma dei salariati

I partiti e gli schieramenti borghesi si scontrano all'arma bianca solo per contendersi la rappresentanza della stessa classe. La classe che hanno servito negli ultimi trent'anni, in alternanza o in collaborazione. Perché hanno governato tutti. Senza eccezioni.


“DONNA, MADRE, CRISTIANA”: LA PATRIOTA DELL'INDUSTRIA MILITARE

Il centrodestra, grande favorito del 25 settembre, ha governato per più di undici anni, con tutti i suoi partiti.

Ha governato naturalmente Berlusconi in primis, che oggi sogna una riforma presidenziale che possa portarlo al Colle. Ha governato più a lungo la Lega, anche a braccetto del M5S, sotto la guida di un Matteo Salvini che cerca di nuovo riparo nel futuro ministero degli interni per recuperare consenso elettorale sulla pelle dei poveracci. Ma ha governato anche la patriota Giorgia Meloni, ministra per la gioventù nell'ultimo esecutivo Berlusconi (2008-2011), quello che ha tagliato 8 miliardi alla scuola pubblica (Gelmini), e più di 10 miliardi al sistema sanitario, per ingrassare sanità privata e pagare il debito alle banche.
Non solo. Meloni ha votato sotto il successivo governo Monti la famigerata riforma Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione (Art 81) dietro indicazione dell'Unione Europea, per garantire il soccorso europeo alle banche italiane. Altro che “amica del popolo”! Peraltro la stessa Giorgia nazionale (“Donna, Madre, Cristiana”) che nel suo recente best seller rivendica «la responsabilità di una storia lunga 70 anni, ereditata da Almirante, Rauti e Fini» (altro che abiure) cerca oggi di rassicurare il capitale finanziario internazionale e professa un inossidabile atlantismo. Il suo patriottismo non è solo ideologia da comizio per la platea di Vox, ma anche difesa dell'industria militare tricolore (di cui l'amico Crosetto è illustre esponente), nella spartizione dei fondi europei e degli equilibri del Mediterraneo. Così il blocco navale anti-immigrati e le pose forcaiole in fatto di ordine pubblico non servono solo a dirottare verso falsi bersagli e nelle forme più odiose la rabbia sociale di ampi strati popolari, raggranellando il consenso da portare in dote alla borghesia, ma anche a lustrare le proprie mostrine agli occhi della Polizia e dei Carabinieri, oggi contesi alla Lega.

Resta un paradosso di fondo: il centrodestra gode del consenso maggioritario dei salariati nel momento stesso in cui annuncia un'incredibile flat tax a vantaggio dei capitalisti (sia essa al 15% o al 23%), messa a carico dei salariati stessi, con l'aumento delle tasse per i lavoratori in caso di flat tax al 23%, e/o col taglio ulteriore delle spese sociali e/o con nuovo indebitamento pubblico. Il paradosso misura il disastro compiuto a sinistra nell'arco di trent'anni.


Il PD DRAGHIANO E LA SUA CRISI. L'IMPOSSIBILE DC DELLA SECONDA REPUBBLICA

Il PD ha ostentato l'identificazione con il draghismo. Cioè con il governo del capitale finanziario nazionale ed europeo al massimo livello di rappresentatività. L'accordo con Calenda, poi disdetto da Calenda, e la successiva candidatura di Carlo Cottarelli, sono la carta identitaria del PD: un partito da sempre candidato a svolgere il ruolo della Democrazia Cristiana nella Seconda Repubblica, senza mai disporre della forza della DC e del contesto d'epoca che la rese possibile. Più precisamente, il ruolo di un partito borghese liberale con influenza di massa quale garante della stabilità. Il PD ha governato sempre negli ultimi dodici anni, con l'unica parentesi del primo governo Conte. Ha avuto tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi, Gentiloni) e le presidenze della Repubblica (Napolitano e Mattarella). Ha fornito un sostegno determinante a Monti e Draghi. È stato a tutti gli effetti il partito del potere, un architrave di sistema.

Il suo programma elettorale rivendica una dopo l'altra le “riforme” raccomandate da Confindustria: ulteriori privatizzazioni (ex Alitalia) sulla pelle dei lavoratori, liberalizzazioni di mercato nei servizi pubblici a vantaggio del capitale (Uber), controllo e gestione dei fondi europei a favore delle imprese, contenimento del debito pubblico a salvaguardia degli equilibri politici nella UE, difesa dei grandi monopoli energetici.
Le pose ambientaliste e sociali mimate da alcuni settori del PD, e dallo stesso Letta dopo la rottura di Calenda, sono solo una cartina fumogena. Basti pensare all'aumento delle spese militari del ministro della difesa Guerini, o alla rivendicazione dell'abolizione dell'IRAP, 13 miliardi sottratti in piena pandemia al finanziamento della sanità pubblica. Mentre persino la minitassa timidamente ventilata sulle successioni superiori ai 5 milioni – in sé assolutamente irrisoria – batte rapidamente in ritirata sotto il fuoco propagandistico della destra.

La verità è che nella storia degli ultimi trent'anni il PDS, poi i DS, infine il PD, è stato l'ariete di sfondamento delle politiche antioperaie. La precarizzazione del lavoro, a partire dal lavoro interinale, ha avuto quella matrice, nel 1997. Lo stesso vale per la deregolamentazione contrattuale, la distruzione dei diritti (prima della scala mobile, poi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), l'equiparazione tra scuola pubblica e privata, la privatizzazione dell'acqua pubblica, il taglio a sanità e pensioni, le politiche di guerra, a partire dall'aggressione NATO alla Serbia. Sullo stesso terreno democratico vanta gli accordi infami con la Guardia libica per il sequestro e le torture dei migranti (Minniti), su cui oggi si limita a sospendere il giudizio, ed anche le riforme reazionarie della legge elettorale in senso maggioritario.

Se oggi il centrodestra minaccia di conquistare la maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti è grazie alla legge elettorale voluta dal PD. Che poi si presenta come... “barriera” contro la destra. Dopo aver governato con Berlusconi e Salvini e aver spianato la strada a Meloni.


IL MOVIMENTO 5 STELLE. UNO, NESSUNO, CENTOMILA, MA SEMPRE AL SERVIZIO DEL PADRONATO

Il Movimento 5 Stelle cerca di sopravvivere al proprio collasso mimando lo scavalcamento del PD sul terreno sociale. È un'operazione consentita dal profilo draghiano del PD, ma è un'operazione penosa.

Il M5S è stato il principale partito di governo della legislatura uscente, l'unico che ha governato sempre e con tutti. Ha preservato tutte le leggi antioperaie dei governi precedenti, a partire dalla distruzione dell'articolo 18. Ha siglato con Salvini i famigerati decreti sicurezza contro gli immigrati e i diritti di lotta dei lavoratori (criminalizzazione di blocchi stradali, picchetti, occupazioni...). Ha gestito col PD le politiche della pandemia, abbandonando al disastro un servizio sanitario immutato, obbedendo ai diktat criminali di Confindustria contro l'applicazione della zona rossa in Val Brembana, concertando con padronato e burocrazie sindacali la pace sociale nelle fabbriche contro le dinamiche di sciopero (marzo 2020) e in cambio di garanzie finte sulla sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro, aggirate da padroni e prefetture e prive di conseguenze in caso di inosservanza. Infine ha preso parte al governo Draghi e all'enorme operazione a debito, nazionale ed europeo, verso il capitale finanziario. In tutti e tre i governi ha sostenuto l'aumento progressivo delle spese in armamenti.

Le pose dell'ultima ora sul piano sociale non possono ingannare nessuno: la richiesta del salario minimo è stata disattesa in primo luogo dai governi Conte sotto il veto di Confindustria e burocrazia sindacale. Quanto al reddito di cittadinanza, già in partenza assolutamente insufficiente, discriminatorio verso gli immigrati non residenti da almeno dieci anni e penalizzante verso i nuclei familiari più numerosi, è stato ulteriormente riformato in senso peggiorativo dai governi Conte due e Draghi, sotto la pressione delle organizzazioni padronali che vogliono mano libera per sotto salari e sfruttamento.


SINISTRE CORRESPONSABILI E (DIVERSAMENTE) SUBALTERNE.
COSTRUIRE LA RAPPRESENTANZA AUTONOMA DEI SALARIATI


Questo panorama generale non si è affermato per un destino cinico e baro. Vi hanno concorso le responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale dell'ultimo trentennio. Inclusi i quattro anni di corresponsabilità di governo sotto i due governi Prodi (PRC), e i tre anni aggiuntivi sotto i governi D'Alema e Amato, nel caso di Rizzo. Esperienze che hanno non solo contribuito a colpire la classe operaia ma hanno demolito perciò stesso la credibilità della sinistra come riferimento del lavoro. Acqua passata, si dirà, e invece no. Ciò che oggi accomuna le diverse sinistre che si affacciano al voto è la loro subordinazione diretta o indiretta ai poli borghesi e la rimozione della rappresentanza autonoma dei lavoratori.

Sinistra Italiana si è mostrata disposta a tutto pur di subordinarsi al PD. Persino a subire il suo accordo con Calenda, poi naufragato, e la candidatura di Cottarelli. La difesa ambientale e sociale a braccetto col PD è una contraddizione in termini e la misura dell'ipocrisia. L'argomento di un accordo necessario per battere la destra è risibile persino sul terreno strettamente elettorale, come tutti possono intendere. L'accordo ha invece una valenza tutta politica: Sinistra Italiana si riduce a una corrente esterna del PD, con diritti di libera uscita, come verso il governo Draghi, ma senza alcuna autonomia strategica. E la subordinazione strategica al PD significa subordinazione strategica al grande capitale, italiano ed europeo. Perciò stesso un aiuto alla reazione.

Il Partito Comunista di Rizzo ha portato a conclusione il proprio corso politico rossobruno, a rimorchio di culture reazionarie: in particolare dell'impasto no vax, complottista, putiniano. Difensore della “tradizione”, dei “valori nazionali”, del principio comunitarista, della sacra icona della famiglia. Se Sinistra Italiana si è ridotta a corrente esterna del PD, il PC si è ridotto a corrente esterna del campo reazionario e della sua periferia. Se il gruppo dirigente di Sinistra Italiana ha precipitato la crisi di SI pur di accordarsi col PD, Marco Rizzo non ha esitato a distruggere ciò che resta del suo partito pur di accordarsi alla reazione come ultima ruota del carro. Nel suo caso, il fascino irresistibile dell'avventura personale al di là di ogni barriera di classe ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

Unione Popolare rimpiazza la centralità di classe con le istanze interclassiste della cittadinanza democratica e progressista, lungo il terreno già battuto degli accordi con Di Pietro, Ingroia, Spinelli. La figura centrale e preponderante di De Magistris riassume la fisionomia dell'Unione, non meno dell'insistita proposta di un accordo col M5S. In questa operazione i partiti della sinistra svolgono il ruolo di portatori d'acqua. Il PRC, a dire il vero, con vocazione più sacrificale e subalterna di PaP, ma dentro la comune rimozione della rappresentanza centrale del lavoro e all'inseguimento di un grillismo perduto.

Il vuoto di rappresentanza politica indipendente di diciotto milioni di salariati resta dunque al centro dello scenario politico. Non è certo il PCL che può oggi colmare questo vuoto, e neppure l'alleanza elettorale delle sinistre classiste che pure abbiamo avanzato nel presente contesto e che altri hanno purtroppo declinato. Ma sicuramente il nostro partito porrà al centro della propria azione e proposta questo tema essenziale. In tutte le forme possibili, in ogni sede possibile.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Crisi borghese e veleni reazionari

 


Presidenzialismo e proporzionale avanzano sulle macerie della crisi dei partiti e degli schieramenti dopo la corsa per il Quirinale

30 Gennaio 2022

La riassegnazione a Mattarella della presidenza della Repubblica per un nuovo settennato è la cartina al tornasole della crisi politica della borghesia italiana.
Manca un punto di gravitazione del sistema politico. Tutti i partiti borghesi, con l'eccezione di Fratelli d'Italia, attraversano in forme diverse una crisi dei propri equilibri interni. Tutti le loro alleanze conoscono una disarticolazione più o meno profonda. In questo quadro l'ambizione di Draghi di traslocare al Quirinale per coronare la propria carriera si è subito scontrata con l'impossibilità di negoziare un nuovo Presidente del Consiglio e di garantire la continuità della legislatura, mentre ogni soluzione alternativa a Draghi come capo della Stato si è impigliata nella tela di ragno di contraddizioni irrisolte in tutti gli schieramenti politici. La rielezione di Mattarella è la risultante di questa paralisi politica e istituzionale.

Formalmente tutto rimane com'è, con Draghi premier e Mattarella Presidente, in reciproco sodalizio. Ma la realtà è diversa. Il fallimento politico delle segreterie di partito è manifesto. La soluzione Mattarella è stata imposta di fatto dalla pressione a valanga di una base parlamentare diffidente che le ha di fatto sconfessate pur di mettere in sicurezza la continuità del Parlamento, e dunque del proprio scranno. All'interno di ogni partito della maggioranza si aprono ora processi politici nuovi o autentiche rese dei conti. Il M5S è l'epicentro del terremoto, con possibili effetti di scissione e/o dissoluzione.

Anche la leadership di Salvini nella Lega conosce un obiettivo indebolimento, dopo la gestione catastrofica del romanzo Quirinale, con dieci nomi bruciati in due giorni, la rottura combinata con FdI e con FI, una coalizione dissolta, un futuro incerto. Di fronte a Salvini c'è ora un bivio strategico: o la ricomposizione con Giorgia Meloni all'insegna di un rilancio sovranista, ma col rischio concreto di lasciarle lo scettro; o la ricomposizione con Forza Italia all'insegna di un ingresso nel PPE, caro a Giorgetti, ma col rischio di entrarvi dalla porta di servizio, con la coda fra le gambe. Di certo l'idea di poter conciliare la guida della coalizione e la maggioranza di governo attorno a Draghi è definitivamente naufragata. E quale che sarà la via prescelta dalla Lega, comporterà un prezzo alto per il suo segretario; o di ruolo, o di voti, o di entrambi.

Neppure il PD può cantar vittoria. La catastrofe di Salvini non risolve nessuno dei vecchi problemi e ne apre di nuovi. Il “campo largo” di centrosinistra caro a Letta è oggi un campo di rovine, con la manifesta inaffidabilità di Conte, la guerra aperta da Luigi Di Maio per il controllo del movimento, il confinamento patetico di Beppe Grillo tra scandali giudiziari e carte bollate. Far leva sulla presunta rendita di posizione di un gioco bipolare – nuovo centrosinistra contro vecchio centrodestra – non è più possibile ormai di fronte allo sfarinamento politico di entrambi i poli. Insistere su questo schema significherebbe solamente favorire la ricomposizione della destra e suicidarsi. Ma abbandonare questo schema non è indolore per Letta. Significa esporsi alla rivalsa interna di chi da tempo l'aveva contestato, a partire dalla maggioranza dei gruppi parlamentari ex renziani del PD, quelli che non a caso dall'inizio hanno tifato prima Casini e poi Mattarella, in entrambi i casi in tandem con Renzi.

È possibile che il marasma politico e istituzionale in cui versa la borghesia apra la strada a una revisione del sistema elettorale in senso proporzionale. Spingono in questa direzione i vari frammenti del M5S, e diverse correnti del PD (ex renziani, Orlando, Franceschini). Ma soprattutto la galassia centrista, diversamente articolata (da Forza Italia, al centro cattolico, a Italia Viva) che non a caso ha sino all'ultimo giocato la carta della presidenza Casini, nella convinzione potesse rappresentare una sponda utile per il nuovo polo centrista. L'idea è quella di un definitivo seppellimento del bipolarismo, del conseguente taglio delle ali estreme, della ricomposizione di un centro politico parlamentare della borghesia italiana capace di porsi come ritrovato baricentro di ogni soluzione di governo. È questa l'area politica che non a caso ha maggiormente insistito per una continuità di Draghi come Presidente del Consiglio anche nella prossima legislatura. Va da sé che Meloni è avversa a questo disegno, perché le preclude lo sbocco di governo. Cosa faranno ora il PD e la Lega? Letta sembra aprire alla proporzionale, Salvini per ora non si pronuncia. È chiaro che per ognuno dei due si tratta di una scelta strategica.

Ma lo sfarinamento dei poli non porta solo a una possibile riforma proporzionale del sistema politico. Porta con sé anche un rilancio del presidenzialismo, ossia di un'elezione diretta del capo dello Stato, con conseguente trasferimento nelle sue mani di nuovi poteri. Questa idea reazionaria, vecchio cavallo di battaglia della destra, è ora sdoganata da un vasto ambiente borghese liberalprogressista, laico o cattolico. I quotidiani del gruppo GEDI (La Repubblica) e di Banca Intesa (Corriere della Sera) stanno legittimando apertamente il semipresidenzialismo alla francese come possibile soluzione della crisi politica. Nel momento in cui il vecchio bipolarismo è crollato, nel momento in cui diventa possibile o addirittura auspicabile il ritorno alla proporzionale (in funzione della continuità di Draghi), è necessario un elemento di riequilibrio dei poteri verso l'alto, che possa fornire al governo un ancoraggio forte a garanzia della stabilità politica. La stessa idea può trovare nuovi consensi in ampi settori popolari. “Basta coi giochi di palazzo dei politici, il Presidente scegliamolo noi” è un sentimento più diffuso di ieri, dopo la spettacolarizzazione mediatica delle giornate quirinalizie. È il vecchio fascino del bonapartismo come risposta alla crisi del parlamentarismo. Tutta la seconda Repubblica ha concimato questo humus. La sua crisi ne distilla i veleni.

Di fronte a queste possibili dinamiche e prospettive, vediamo prosperare a sinistra la vecchia retorica democratico-borghese, l'esaltazione della “Costituzione nata dalla Resistenza”, l'apologia della saggezza dei famosi padri costituenti. Ex ministri di governi liberali, come il compagno Paolo Ferrero (1), spiccano in questo coro. Noi rifiutiamo questa retorica. Naturalmente difendiamo ogni diritto democratico contro ogni sua revisione reazionaria. Siamo per il principio proporzionale integrale in fatto di leggi elettorali. Siamo contro ogni slittamento verso l'alto dei poteri dello Stato. Ma non per questo facciamo i custodi della Costituzione borghese. Non dimentichiamo che i padri costituenti erano De Gasperi e Togliatti, che la loro Costituzione nacque nel segno della collaborazione tra le classi contro le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, che l'obiettivo era quello di subordinare la classe operaia alla ricostruzione del capitalismo e del suo Stato. Non ci identifichiamo, insomma, con le istituzioni della democrazia borghese e con il loro Parlamento. Che non è e non può essere in regime capitalista il tempio della sovranità popolare, ma uno strumento di governo dei capitalisti, com'è stato ininterrottamente nella Prima e nella seconda Repubblica. Non a caso Lenin definiva la democrazia borghese, anche la Repubblica più democratica, «un paradiso per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati».

L'identificazione nel Parlamento borghese e nelle regole istituzionali della democrazia borghese non solo non ha nulla a che vedere con i comunisti, ma porta acqua al mulino della reazione e alla sua demagogia, di chi fa leva sugli aspetti parassitari del parlamentarismo borghese (stipendi d'oro, vitalizi, corruzione, irrevocabilità del mandato, mercanteggiamento di favori e prebende...) per proporre nel nome del "Popolo" soluzioni reazionarie. Soluzioni che fingendo di dare maggior potere al popolo contro i politici, in realtà rafforzano i poteri dello Stato, ed in particolare del suo braccio esecutivo (governo, apparati repressivi), contro i lavoratori e la popolazione povera. A vantaggio dei politici peggiori.

È dalle lotte del lavoro e dei giovani che occorre battersi per un'altra democrazia. Quella che espropriando i capitalisti dia ai lavoratori e alla maggioranza della società la vera sovranità vera, cioè il potere di decidere democraticamente attraverso strutture organizzate dei lavoratori stessi le scelte e il futuro della società. La battaglia per un altro Stato, per un altro potere, non è solo l'indicazione della sola vera alternativa. È anche l'unica via per disarmare gli argomenti reazionari senza fare i reggicoda dei liberali.




(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=49321

Partito Comunista dei Lavoratori

Abolire il Concordato!

 


Lo scontro sulla legge Zan conferma la natura reazionaria del Vaticano e del papato

La Segreteria di Stato vaticana ha compiuto un passo ufficiale presso lo Stato italiano per chiedere la modifica della legge Zan, invocando il rispetto del Concordato.
Non si tratta della abituale ingerenza delle gerarchie cattoliche in fatto di legislazione ordinaria, ma di un passo formale da Stato a Stato. C'è un solo parziale precedente: la denuncia della proposta di legge sul divorzio come lesione al Concordato da parte di Paolo VI nel lontano 1967. Ma in quel caso non intervenne la Segreteria di Stato; parlò direttamente il monarca assoluto della Chiesa. Qui interviene il suo braccio diplomatico, con la minaccia di un'impugnazione giuridica.

L'interpretazione per cui saremmo in presenza di una divisione interna alla Chiesa, di un atto non condiviso dal Papa, è ridicola. Sia perché il segretario di Stato, cardinal Parolin, è un fedelissimo di Bergoglio, sia perché il Papa presunto “progressista” ha sempre espresso le posizioni più reazionarie in fatto di omosessualità. Anche ai tempi del suo vescovato a Buenos Aires, quando denunciò la legalizzazione dei matrimoni gay da parte del governo argentino come «un attacco devastante ai piani di Dio, ispirato dall'invidia del diavolo» (2010). Solo una sinistra italiana papalina ha potuto, e può, presentare Bergoglio come riferimento progressista, indicandolo addirittura ad esempio.

L'iniziativa vaticana si commenta da sé. Nello stesso momento in cui le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo sono travolte dall'emersione di centinaia di migliaia di crimini, abusi, violenze, normalmente occultati e impuniti, in fatto di pedofilia, la Chiesa chiede che le scuole cattoliche siano esentate dalla legge italiana in fatto di omofobia. Chiede che la Chiesa e le sue proprietà siano un territorio franco sottratto allo Stato. Chiede insomma che la legge italiana si subordini ai dogmi del catechismo.
Nella nota vaticana infatti si legge: «Ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale e del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Dunque se la “rivelazione divina” considera l'omosessualità peccato, le scuole cattoliche non possono legittimare l'omosessualità parlando di omofobia e transfobia. È il modello di Orban, che vieta si parli di omosessualità nelle scuole prima dei 18 anni.

I partiti più reazionari, da FdI alla Lega, naturalmente esultano. La separazione tra Chiesa e Stato vale per loro solo se si tratta di Islam. Con la Chiesa cattolica vale invece il principio opposto: i dogmi religiosi diventano linea di confine della legge, lo scudo dell'“identità italiana” contro la minaccia degli “invasori”. Il fatto che ci sia qualche partito cosiddetto comunista che gioca di sponda con questi ambienti fa davvero venire il voltastomaco.

Ma se i reazionari esultano, i partiti borghesi liberalprogressisti balbettano. Rassicurano la Chiesa, professano “volontà di dialogo”, annunciano mediazioni. Di Maio attiva il ministero degli Esteri, Letta comprende “il nodo giuridico”, Draghi impegna governo e Parlamento nella ricerca di una soluzione concordata. Lo stesso presentatore della legge, Zan, si affretta a dichiarare al Corriere che la Chiesa non deve temere nulla: le scuole cattoliche potranno continuare a fare quello che vogliono, in virtù del «principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Di più: «In Aula alla Camera, proprio per venire incontro alle preoccupazioni di parte del mondo cattolico, è stato precisato che le iniziative dovranno essere coerenti con il piano triennale dell'offerta formativa e con il patto di corresponsabilità educativa tra scuole e famiglie. Questo per ribadire oltre ogni ragionevole dubbio che il tutto potrà – non dovrà – avvenire nel rispetto dell'autonomia scolastica» (Alessandro Zan, Corriere della Sera, 23 giugno).

Oltre ogni ragionevole dubbio, il messaggio in soldoni è il seguente: “Cari vescovi e cardinali, potrete continuare a far ciò che volete, come prevede il Concordato e le stesse leggi scolastiche; vi abbiamo già dato tutte le garanzie possibili, al punto che alla Camera anche Lega e FdI hanno votato la legge; ora in cambio dateci la solita finta patacca da esibire come “vittoria” agli occhi del mondo laico e progressista. Per voi non cambierà nulla, permetteteci almeno di salvare la faccia”. Sarà questo il mercimonio dei prossimi giorni.

La verità è che solo rompendo con la Chiesa, a partire dalla cancellazione del Concordato, è possibile salvaguardare con coerenza i principi più elementari di laicità, e con essi i diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi. Il punto vero non è se la legge Zan viola il Concordato o meno, ma che l'intervento della Segreteria di Stato vaticana chiarisce una volta di più, se ve ne era bisogno, che il Concordato è un'arma intollerabile in mano alla Chiesa a tutela dei suoi privilegi. Inclusa la scandalosa evasione fiscale di 5 miliardi di euro sottratti allo Stato, da tempo accertati e che nessuno le chiede.

A sua volta non si può rompere con la Chiesa, e cancellare il Concordato, senza rompere con la borghesia italiana, i suoi partiti, i suoi governi.

La Chiesa è da sempre parte organica del capitalismo italiano, con le sue banche, le sue partecipazioni azionarie, le sue gigantesche proprietà immobiliari. Il Concordato del 1929 tra il cardinal Gasparri e Benito Mussolini non fece che sancire giuridicamente questa realtà, con un matrimonio di reciproci interessi. Il PCI di Togliatti lo mise in Costituzione col famigerato articolo 7. Il suo aggiornamento nel 1984, sotto il governo Craxi, assicurò al matrimonio lunga vita. La presenza della Chiesa in tutte le istituzioni dello Stato borghese e della vita pubblica (scuola, sanità, giustizia, esercito) lo testimonia quotidianamente.

Non è un caso che i partiti della sinistra cosiddetta radicale (PRC, PdCI) che si sono avvicendati nei governi con la borghesia e/o che aspirano a parteciparvi non solo non hanno mai rivendicato l'abolizione del Concordato, ma hanno cercato di legittimarsi presso gli ambienti clericali, a volte esaltando il Papa di turno. È la ragione per cui solo un partito marxista rivoluzionario, proprio in quanto anticapitalista, può essere coerente sino in fondo sullo stesso terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.

Via il Concordato!
Giù le mani della Chiesa dai corpi e dai diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi!

Partito Comunista dei Lavoratori

Subappalti e licenziamenti, la stretta si avvicina

 


Unire le forze, prepararsi allo scontro

Liberalizzazione del subappalto al massimo ribasso significa moltiplicazione dello sfruttamento e degli omicidi bianchi. Sblocco dei licenziamenti a fine giugno significa centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici buttati su una strada. Prolungamento sino a fine anno dello smart working con decisione unilaterale dell'azienda significa stralciare l'organizzazione del lavoro dalla contrattazione. Ritorno a pieno regime della Legge Fornero con la fine dell'elemosina di quota 100 significa aumento dell'età pensionabile per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Il governo Draghi è, come si vede, un cantiere aperto. Dietro la cortina fumogena del Recovery Plan e delle sue meraviglie, celebrate con magna pompa dalla grande stampa, emerge sempre di più il suo contenuto di classe.

Da un lato un gigantesco travaso di miliardi nelle tasche di imprese e banche attraverso un'operazione a debito presso il capitale finanziario che sarà scaricata sui lavoratori senza che i padroni paghino un solo euro. Persino l'idea miserabile di Enrico Letta di un obolo simbolico sopra i cinque milioni di patrimonio è stato considerato irricevibile da Draghi, perché «è il momento di dare e non di togliere», cioè di continuare a dare ai padroni togliendo soldi e diritti agli operai.
Dall'altro lato un semaforo verde alla ristrutturazione delle aziende attraverso la mano libera su operai e impiegati: l'eterno rilancio del processo di accumulazione sulla pelle degli sfruttati.
Tutto questo, si badi bene, nel momento stesso in cui imprese e banche annunciano la forte ripresa dei dividendi da distribuire agli azionisti: dopo la manna dei 21 miliardi del 2019, e la discesa a “soli” 13 miliardi nell'anno della pandemia, si torna ora alla previsione di 18 miliardi di dividendi con l'annunciata ripresa. Piazza Affari fa festa.

E il sindacato? Maurizio Landini ha dichiarato che la liberalizzazione del subappalto e del massimo ribasso è «indecente» e che «se dovesse restare», lui sarebbe pronto «persino» allo sciopero generale. Tutte ipotetiche di terzo tipo che servono solo a chiedere al governo una qualche foglia di fico dietro cui ripararsi. Come dire: “Sto accettando di tutto. Sto accettando lo sblocco dei licenziamenti in cambio di qualche ammortizzatore. Sto firmando contratti capestro. Ho assicurato la pace sociale nelle aziende sul fronte della pandemia, con protocolli farsa. Ho celebrato le virtù del nuovo governo offrendo collaborazione su tutti i tavoli, dalla Whirlpool, all'Alitalia, all'Ilva, alla logistica, pur sapendo che si avvicina un bagno di sangue. Almeno preoccupatevi di salvarmi la faccia agli occhi degli operai evitando di prendermi pubblicamente a schiaffi, come sul subappalto, senza neanche avvisarmi. Non costringetemi a proclamare controvoglia uno sciopero che potrebbe danneggiare l'unità nazionale cui per primo mi sono iscritto, e a cui tanto tengo”.
Non costringetemi, insomma, a fingere di fare sindacato.

Così ragiona Maurizio Landini, tutto chiacchiere e distintivo. Uno, nessuno, centomila, avrebbe detto Pirandello. Si offre ai padroni come controllore degli operai, e agli operai come mezzo di tutela dai padroni. Per piacere agli operai minaccia lo sciopero, per piacere ai padroni assicura che lo vuole evitare. Ma questo gioco dura fino a quando esiste uno spazio materiale di manovra. Quando la crisi capitalista morde, quando le leggi della competizione mondiale impongono scelte cruciali, la commedia della burocrazia perde il suo palco e il suo pubblico. Deve dire sì o no al programma dei padroni e del loro governo. E regolarmente pronuncia il suo sì, infarcendolo di preoccupazioni e di lacrime ipocrite. Come è accaduto lungo l'intero arco della grande crisi, dal 2008 ad oggi.

Di certo la nuova stretta che si annuncia, assieme ai balbettii della burocrazia CGIL, pongono a tutte le sinistre di classe, politiche e sindacali, una responsabilità precisa: quella di unire nell'azione le proprie forze in funzione di un fronte unitario di classe e di massa. Unità di classe contro unità nazionale. Piattaforma di classe contro piattaforma del governo e dei padroni. Forza contro forza.
I prossimi mesi saranno per tutti un banco di prova. O di qua o di là, in mezzo al guado non si può stare. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batterà come sempre, in ogni sede, per la più larga unità di lotta e per la massima radicalità d'azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

8 Dicembre 2017

Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici. 
Abbiamo sottolineato l'unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana. 
L'unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo" o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti. 
L'unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l'unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti. 
Infine, l'unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so' pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra. 
La nostra è l'unica sinistra che non c'è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI