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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra solidarietà a Potere al Popolo


 Un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città

Dichiariamo la nostra piena solidarietà a Potere al Popolo, oggetto di un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città (Milano, Bologna, Roma, Napoli).

Cinque casi documentati di infiltrazione prolungata – di almeno otto mesi – non sono un episodio tra i tanti. Misurano il salto di livello dell'azione repressiva dello Stato borghese contro gli ambienti d'avanguardia che oggi si oppongono al governo Meloni e alle politiche dominanti. Il fatto che tre interrogazioni parlamentari al riguardo non abbiano ancora ricevuto risposta dimostra l'imbarazzo e l'ipocrisia del governo, e innanzitutto del ministero degli Interni.

La documentazione raccolta sull'infiltrazione poliziesca inchioda il governo alle sue responsabilità. In tutti i cinque casi il percorso preparatorio dell'infiltrazione poliziesca è stato il medesimo. Tutti agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia, tutti trasferiti dopo un periodo di prova alla Direzione centrale della polizia di prevenzione (antiterrorismo), e da qui impiegati nell'azione. È il profilo di un'operazione orchestrata di cui il ministero dell'Interno non può che essere il mandante, e in ogni caso il primo responsabile.

La vicenda colpisce Potere al Popolo, ma non riguarda solo Potere al Popolo. Emerge il vero significato del famigerato decreto sicurezza. Non solo un decreto contro gli spazi di lotta e le forme d'azione della lotta di classe, come di ogni forma di disobbedienza e insubordinazione al potere. Ma anche una misura di potenziamento dell'apparato repressivo dello Stato, della sua libertà d'azione, della sua impunità. La pubblica licenza di legge per l'infiltrazione poliziesca, e persino la copertura legale preventiva per l'azione criminosa degli agenti infiltrati, sono stati votati nero su bianco da tutta la maggioranza di governo, su proposta dell'esecutivo. I successivi progetti annunciati della Lega sullo scudo legale garantito per un agente che spara, o per la cancellazione di fatto del reato di tortura, vanno nella medesima direzione.

Anche lo spionaggio emerso di giornalisti e attivisti democratici, impegnati nella difesa dei migranti (Luca Casarini), attraverso l'uso del software Graphite della società israeliana Paragon, è indicativo del clima. L'autorizzazione offerta ai servizi segreti ad usare gli spyware di Paragon è stata data dal sottosegretariato agli Interni Alfredo Mantovano il 5 settembre 2024, come riporta, senza smentite, il Corriere della Sera (16 giugno 2025). Peraltro, il sistema Paragon della fidata Israele è in dotazione solo al governo. Meloni tace, ma i fatti parlano.

E tuttavia, per dirla tutta, l'azione di spionaggio non è nuova. Fu il primo governo di Giuseppe Conte, quello che oggi fa il pacifista, ad autorizzare i servizi segreti nell'azione di spionaggio di Casarini (settembre 2019). Il suo ministro degli interni era il forcaiolo Salvini. Conte ha ammesso il fatto, salvo precisare che non aveva autorizzato a spiare i giornalisti ma “solo” alcuni attivisti, per controllare la legalità del loro comportamento. Una confessione in piena regola. Che spiega non solo chi è Giuseppe Conte, ma anche cos'è lo Stato borghese nella sua vita ordinaria. Altro che “democrazia”! La Costituzione democratica è solo una foglia di fico, che maschera e copre il potere reale. Oggi un governo a guida postfascista presenta questo potere col suo vero volto, quello degli agenti di polizia. La cosiddetta “sicurezza” pubblica è solo la sicurezza delle classi dominanti e del loro Stato da ogni minaccia reale o presunta al loro reale potere.

Per questa ragione la doverosa solidarietà a Potere al Popolo deve risolversi nella ripresa di una mobilitazione generale unitaria di tutte le organizzazioni del movimento operaio contro il governo Meloni e i nuovi poteri di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

In difesa dei rave party, da una prospettiva di classe

 


Il "decreto rave party" è un pericolo che interessa anche il movimento operaio

Tutta la solidarietà alle realtà organizzatrici del Witchtek e ai partecipanti. Oltre allo sgombero, denunce e sequestro, è successo qualcosa di più grave: un decreto legge che pretende di essere solo “anti-rave”. Purtroppo, è un attacco da parte del governo che va oltre l’organizzazione delle feste. È un attacco all’organizzazione di molte pratiche di lotta della classe lavoratrice: picchetti, occupazione di abitazioni, occupazione di fabbriche, scioperi, manifestazioni e molto altro ancora. Va sottolineata la solidarietà e la difesa innanzitutto al movimento dei free parties, direttamente interessato e colpito. Non lo si può ignorare perché scomodo o denigrare in modo bigotto perché non adatto ad un falso modello di opposizione sociale di sinistra.


MOLTO PIÙ DI UNA FESTA. CONTRO I FALSI MITI

L’occupazione e l’autogestione è una pratica irritante per la borghesia e i suoi funzionari, poiché aggira le dinamiche generali di profitto e gestione dei loro modelli di festa, che impongono indirettamente l’applicazione di un modello sociale oppressivo e intollerante alle forme di espressività non conformi. È un terreno fertile per lo sviluppo di una nuova coscienza critica. In questi ambienti si è in grado di tutelare e sviluppare molti aspetti discriminati nella società capitalista: dalla libera manifestazione della propria identità di genere alle innovazioni musicali e creative (in tutti i campi artistici), all’accessibilità economica a un grande evento. È più di una festa, è una manifestazione politica, insita nella sua natura per il modo stesso in cui si va ad organizzare e scontrare con l’ordine attuale.


DIFESA DI CLASSE. SMASCHERIAMO LE CHIACCHIERE DEI RIFORMISTI

Non abbiamo nulla da spartire con chi critica questa nuova legge da un versate giuridico costituzionalista e liberal-borghese. La libertà e la Costituzione che difendono è la Costituzione che difende la proprietà privata, che ha tutelato fino ad ora i padroni che inquinano, sfruttano e abbandonano quegli stessi capannoni usati per le feste. Dell’”ordine pubblico”, tanto sbandierato, non ci interessa. Non abbiamo interesse alla governabilità di questo sistema in quanto è lo stesso sistema che ci sfrutta e opprime ogni giorno a lavoro; vogliamo distruggerlo. Questo non vuol dire che non dobbiamo batterci anche per i diritti democratici e conquiste progressive, quanto invece che dobbiamo denunciare le responsabilità di quei briganti che da un lato ci dicono che abbiamo dei diritti in quanto cittadini e dall’altro ce li negano in quanto proletari. Infine, denunciare le illusioni dei partiti riformisti che continuano a cercare di andare al governo nella speranza di una governabilità del sistema capitalista.


CASTLEMORTON 2022

I ricordi portano a quello che fu il Criminal Justice and Public Order Act del 1994 dopo il festival di Castlemorton (Gran Bretagna) del 1992, in cui si criminalizzò la musica «interamente o prevalentemente caratterizzata dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi». Ridicolo allo stesso modo, ma molto più pericoloso per il modo in cui è stato scritto, il decreto italiano è un attacco a campo aperto verso l’organizzazione di dissenso di massa. “Le leggi non ci fermeranno”: purtroppo, a volte, le leggi e i poteri dello Stato hanno un grande peso anche nello sviluppo dell’opposizione sociale. Le crew emigrate dall’Inghilterra in seguito alla legge del 1994 sono una dimostrazione. Quindi, con la consapevolezza che la realtà non dipende solo dalle idee, non possiamo innanzitutto accettare che questa legge passi senza una degna opposizione di massa. Tanto più ora bisogna raggruppare tutte le forze, le crew che organizzano free parties, con le organizzazioni del mondo del lavoro, realtà di lotta, associazioni e sindacati. Costruire un fronte unico di massa e di classe che sappia rispondere all’attacco dello Stato con altrettanta forza.

Non ci limitiamo a chiedere che la spada del boia sia costituzionale, noi chiediamo la decapitazione del boia. Per una prospettiva anticapitalista, internazionalista e rivoluzionaria, dobbiamo partire da alcune rivendicazioni immediate:

• Dissequestro senza multe delle attrezzature musicali e mezzi di trasporto
• Ritiro delle denunce agli organizzatori
• Nessuna conseguenza per le persone identificate
• Abolizione del decreto rave party
• Organizzazione di una cassa di resistenza internazionale contro denunce e sequestri
• Per una grande manifestazione nazionale in risposta all'attacco dello Stato
• 10, 100, 1000 rave contro l'ordine pubblico borghese. Viva l'autorganizzazione degli oppressi!





Alleghiamo un comunicato per le spese legali che dovranno affrontare i partecipanti al rave di Modena.

Ciao a tutti ragazzi all’uscita del witchtek 2k22 sono stati sequestrati gli impianti audio a 16 diverse crew
Stiamo cercando di capire come risolvere al più presto questa situazione per riprendere le nostre cose e tornare a farvi ballare tutti!
Ci saranno dei benefit in molti locali/occupazioni in tutta Italia per far fronte alle spese legali che tutte le crew interessate dovranno affrontare
Chiediamo però anche a voi di darci se volete una mano
Metteremo qua sotto una carta dove poter fare ricariche o bonifici perché vuole darvi una mano.
Noi vi abbiamo fatto ballare e divertire, ora però c’è bisogno del vostro aiuto per tornare a farlo!
Ringraziamo tutti i partecipanti che ci hanno supportato dall’inizio alla fine!
Non è finita qua! State connessi ragazzi!!

I SOLDI RICAVATI SARANNO UTILIZZATI PER FAR FRONTE A TUTTE LE SPESE LEGALI CHE LE 16 CREW INTERESSATE DOVRANNO AFFRONTARE.
CARTA INTESTATA A FEDI EDOARDO
5333 1711 2932 1192
FDEDRD99C03I726T
IBAN: IT71K3608105138208471108481

Luca Gagliano

Crisi borghese e veleni reazionari

 


Presidenzialismo e proporzionale avanzano sulle macerie della crisi dei partiti e degli schieramenti dopo la corsa per il Quirinale

30 Gennaio 2022

La riassegnazione a Mattarella della presidenza della Repubblica per un nuovo settennato è la cartina al tornasole della crisi politica della borghesia italiana.
Manca un punto di gravitazione del sistema politico. Tutti i partiti borghesi, con l'eccezione di Fratelli d'Italia, attraversano in forme diverse una crisi dei propri equilibri interni. Tutti le loro alleanze conoscono una disarticolazione più o meno profonda. In questo quadro l'ambizione di Draghi di traslocare al Quirinale per coronare la propria carriera si è subito scontrata con l'impossibilità di negoziare un nuovo Presidente del Consiglio e di garantire la continuità della legislatura, mentre ogni soluzione alternativa a Draghi come capo della Stato si è impigliata nella tela di ragno di contraddizioni irrisolte in tutti gli schieramenti politici. La rielezione di Mattarella è la risultante di questa paralisi politica e istituzionale.

Formalmente tutto rimane com'è, con Draghi premier e Mattarella Presidente, in reciproco sodalizio. Ma la realtà è diversa. Il fallimento politico delle segreterie di partito è manifesto. La soluzione Mattarella è stata imposta di fatto dalla pressione a valanga di una base parlamentare diffidente che le ha di fatto sconfessate pur di mettere in sicurezza la continuità del Parlamento, e dunque del proprio scranno. All'interno di ogni partito della maggioranza si aprono ora processi politici nuovi o autentiche rese dei conti. Il M5S è l'epicentro del terremoto, con possibili effetti di scissione e/o dissoluzione.

Anche la leadership di Salvini nella Lega conosce un obiettivo indebolimento, dopo la gestione catastrofica del romanzo Quirinale, con dieci nomi bruciati in due giorni, la rottura combinata con FdI e con FI, una coalizione dissolta, un futuro incerto. Di fronte a Salvini c'è ora un bivio strategico: o la ricomposizione con Giorgia Meloni all'insegna di un rilancio sovranista, ma col rischio concreto di lasciarle lo scettro; o la ricomposizione con Forza Italia all'insegna di un ingresso nel PPE, caro a Giorgetti, ma col rischio di entrarvi dalla porta di servizio, con la coda fra le gambe. Di certo l'idea di poter conciliare la guida della coalizione e la maggioranza di governo attorno a Draghi è definitivamente naufragata. E quale che sarà la via prescelta dalla Lega, comporterà un prezzo alto per il suo segretario; o di ruolo, o di voti, o di entrambi.

Neppure il PD può cantar vittoria. La catastrofe di Salvini non risolve nessuno dei vecchi problemi e ne apre di nuovi. Il “campo largo” di centrosinistra caro a Letta è oggi un campo di rovine, con la manifesta inaffidabilità di Conte, la guerra aperta da Luigi Di Maio per il controllo del movimento, il confinamento patetico di Beppe Grillo tra scandali giudiziari e carte bollate. Far leva sulla presunta rendita di posizione di un gioco bipolare – nuovo centrosinistra contro vecchio centrodestra – non è più possibile ormai di fronte allo sfarinamento politico di entrambi i poli. Insistere su questo schema significherebbe solamente favorire la ricomposizione della destra e suicidarsi. Ma abbandonare questo schema non è indolore per Letta. Significa esporsi alla rivalsa interna di chi da tempo l'aveva contestato, a partire dalla maggioranza dei gruppi parlamentari ex renziani del PD, quelli che non a caso dall'inizio hanno tifato prima Casini e poi Mattarella, in entrambi i casi in tandem con Renzi.

È possibile che il marasma politico e istituzionale in cui versa la borghesia apra la strada a una revisione del sistema elettorale in senso proporzionale. Spingono in questa direzione i vari frammenti del M5S, e diverse correnti del PD (ex renziani, Orlando, Franceschini). Ma soprattutto la galassia centrista, diversamente articolata (da Forza Italia, al centro cattolico, a Italia Viva) che non a caso ha sino all'ultimo giocato la carta della presidenza Casini, nella convinzione potesse rappresentare una sponda utile per il nuovo polo centrista. L'idea è quella di un definitivo seppellimento del bipolarismo, del conseguente taglio delle ali estreme, della ricomposizione di un centro politico parlamentare della borghesia italiana capace di porsi come ritrovato baricentro di ogni soluzione di governo. È questa l'area politica che non a caso ha maggiormente insistito per una continuità di Draghi come Presidente del Consiglio anche nella prossima legislatura. Va da sé che Meloni è avversa a questo disegno, perché le preclude lo sbocco di governo. Cosa faranno ora il PD e la Lega? Letta sembra aprire alla proporzionale, Salvini per ora non si pronuncia. È chiaro che per ognuno dei due si tratta di una scelta strategica.

Ma lo sfarinamento dei poli non porta solo a una possibile riforma proporzionale del sistema politico. Porta con sé anche un rilancio del presidenzialismo, ossia di un'elezione diretta del capo dello Stato, con conseguente trasferimento nelle sue mani di nuovi poteri. Questa idea reazionaria, vecchio cavallo di battaglia della destra, è ora sdoganata da un vasto ambiente borghese liberalprogressista, laico o cattolico. I quotidiani del gruppo GEDI (La Repubblica) e di Banca Intesa (Corriere della Sera) stanno legittimando apertamente il semipresidenzialismo alla francese come possibile soluzione della crisi politica. Nel momento in cui il vecchio bipolarismo è crollato, nel momento in cui diventa possibile o addirittura auspicabile il ritorno alla proporzionale (in funzione della continuità di Draghi), è necessario un elemento di riequilibrio dei poteri verso l'alto, che possa fornire al governo un ancoraggio forte a garanzia della stabilità politica. La stessa idea può trovare nuovi consensi in ampi settori popolari. “Basta coi giochi di palazzo dei politici, il Presidente scegliamolo noi” è un sentimento più diffuso di ieri, dopo la spettacolarizzazione mediatica delle giornate quirinalizie. È il vecchio fascino del bonapartismo come risposta alla crisi del parlamentarismo. Tutta la seconda Repubblica ha concimato questo humus. La sua crisi ne distilla i veleni.

Di fronte a queste possibili dinamiche e prospettive, vediamo prosperare a sinistra la vecchia retorica democratico-borghese, l'esaltazione della “Costituzione nata dalla Resistenza”, l'apologia della saggezza dei famosi padri costituenti. Ex ministri di governi liberali, come il compagno Paolo Ferrero (1), spiccano in questo coro. Noi rifiutiamo questa retorica. Naturalmente difendiamo ogni diritto democratico contro ogni sua revisione reazionaria. Siamo per il principio proporzionale integrale in fatto di leggi elettorali. Siamo contro ogni slittamento verso l'alto dei poteri dello Stato. Ma non per questo facciamo i custodi della Costituzione borghese. Non dimentichiamo che i padri costituenti erano De Gasperi e Togliatti, che la loro Costituzione nacque nel segno della collaborazione tra le classi contro le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, che l'obiettivo era quello di subordinare la classe operaia alla ricostruzione del capitalismo e del suo Stato. Non ci identifichiamo, insomma, con le istituzioni della democrazia borghese e con il loro Parlamento. Che non è e non può essere in regime capitalista il tempio della sovranità popolare, ma uno strumento di governo dei capitalisti, com'è stato ininterrottamente nella Prima e nella seconda Repubblica. Non a caso Lenin definiva la democrazia borghese, anche la Repubblica più democratica, «un paradiso per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati».

L'identificazione nel Parlamento borghese e nelle regole istituzionali della democrazia borghese non solo non ha nulla a che vedere con i comunisti, ma porta acqua al mulino della reazione e alla sua demagogia, di chi fa leva sugli aspetti parassitari del parlamentarismo borghese (stipendi d'oro, vitalizi, corruzione, irrevocabilità del mandato, mercanteggiamento di favori e prebende...) per proporre nel nome del "Popolo" soluzioni reazionarie. Soluzioni che fingendo di dare maggior potere al popolo contro i politici, in realtà rafforzano i poteri dello Stato, ed in particolare del suo braccio esecutivo (governo, apparati repressivi), contro i lavoratori e la popolazione povera. A vantaggio dei politici peggiori.

È dalle lotte del lavoro e dei giovani che occorre battersi per un'altra democrazia. Quella che espropriando i capitalisti dia ai lavoratori e alla maggioranza della società la vera sovranità vera, cioè il potere di decidere democraticamente attraverso strutture organizzate dei lavoratori stessi le scelte e il futuro della società. La battaglia per un altro Stato, per un altro potere, non è solo l'indicazione della sola vera alternativa. È anche l'unica via per disarmare gli argomenti reazionari senza fare i reggicoda dei liberali.




(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=49321

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo Stato siamo noi

 


I pestaggi a Santa Maria Capua Vetere e la natura reale dello Stato

L'ignobile pestaggio di centinaia di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere richiama alcune considerazioni obbligate.

Il fatto che l'ex ministro degli interni Matteo Salvini vada a solidarizzare con gli agenti della Guardia Penitenziaria arrestati perché «non hanno fatto nulla di male» dà la misura dell'uomo, oltre che del segretario della Lega: non c'è da stupirsi per chi solidarizzò a suo tempo con i massacratori di Cucchi definendoli “innocenti” e “vittime della campagna ideologica della sinistra”. Per chi fa della divisa il proprio marchio di riconoscimento è normale.

Piuttosto colpisce il commentario sorpreso e sdegnato della stampa borghese democratica, e dell'attuale ministra della giustizia: «Tradita la Costituzione, voglio verificare ogni passaggio».
Ma di che verifica c'è bisogno? Gli agenti erano indagati da un anno, perché le telecamere, che forse gli agenti credevano spente, avevano ripreso la mattanza, e perché le registrazioni, spesso cancellate, erano state acquisite dal magistrato di sorveglianza.
Eppure per un anno gli agenti sono rimasti al loro posto con la copertura del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche perché un anno fa (16 ottobre) l'allora ministro Bonafede – ossimoro ingrato – dichiarava solennemente in Parlamento che tutto si era svolto regolarmente nelle carceri italiane (Santa Maria Capua Vetere inclusa) nonostante gli scenari di guerra documentati dai media e le tante morti oscure tra i detenuti. «Una doverosa operazione di ripristino della legalità», dichiarò il Guardasigilli, col plauso corale del M5S e del PD, gli stessi che oggi fanno i sepolcri imbiancati dell'indignazione, gli stessi che assieme a Salvini sorreggono Draghi e la ministra Cartabia. Se la ministra “vuole verificare ogni passaggio” della vicenda interroghi prima di tutto chi le dà i voti in Parlamento.

Per il resto è tutto terribilmente chiaro, nel suo orrore. Pestaggio pianificato di tutti i detenuti da parte del “Gruppo di supporto agli interventi”, la struttura militare di rinforzo chiamata dalle autorità carcerarie. Partecipazione attiva e collettiva di tutti gli agenti al pestaggio e all'umiliazione dei detenuti – disabili inclusi – tra manganellate, calci, perquisizioni anali coi manganelli, strappo di barbe, privazione in giornata di cibo e acqua. Per i pestati proibizione delle cure mediche, del contatto coi familiari, del cambio di vestiti impregnati di sangue per una settimana, imposta dalla minaccia di altri pestaggi.
C'è bisogno di aggiungere altro a questo spettacolo di vigliaccheria, disumanità, ed impotenza?

“Non facciamo di tutta l'erba un fascio, distinguiamo le mele marce dal resto!”, protesta il buonsenso democratico. Lo si è detto per la Diaz e Bolzaneto di vent'anni fa a Genova, come per Cucchi, Aldovrandi e mille altri. Lo si è detto per i carabinieri di Modena che torturavano e taglieggiavano i tossicodipendenti per gestire in proprio lo spaccio. Lo si dirà nei prossimi giorni quando troveranno conferma i pestaggi cileni consumati, a telecamere spente, nelle carceri di Ascoli e di Potenza. Come se l'eterno ripetersi di pratiche di violenza e tortura da parte dei corpi militari dello Stato non fosse sufficiente di per sé per porsi interrogativi di fondo e più scomodi.

Qual è la natura reale dei “corpi di pubblica sicurezza”, in tutte le loro articolazioni? Santa Maria Capua Vetere è, nella sua brutalità, un caso di scuola. La mattanza è stata compiuta collettivamente, senza eccezioni. Gli indagati sono solo una parte degli agenti coinvolti, quelli di cui è stata possibile l'identificazione. Le testimonianze parlano del pieno coinvolgimento dei comandi.
La retorica delle “male marce” va allora esattamente rovesciata: perché nessuna mela buona si è messa di mezzo, ha rifiutato i pestaggi, ha denunciato i responsabili? Il punto è esattamente questo. Nei corpi repressivi non conta la coscienza di qualche singolo, ma lo spirito di squadra, la cultura della forza, l'obbedienza gerarchica al comando, la reciproca omertà e copertura come codice d'onore. Quella cultura che magari inneggia sui social alle prodezze della polizia di Bolsonaro e che fa di Salvini “Il Capitano” della Polizia.
Chi si dissocia, a maggior ragione chi denuncia, è l'“infame”, come nella malavita. È la ragione per cui “casi” come quelli in questione sono solo la punta dell'iceberg di ciò che realmente avviene in tante strutture carcerarie o questure, ai danni di soggetti deboli, marginali, ricattabili, spesso oggetto di pubblica esecrazione, e per questo maggiormente indifesi. È il mondo sommerso della delinquenza dello Stato, infinitamente più ampio di ciò che inquadrano le telecamere di sorveglianza.

“Ma la Costituzione...”. La Costituzione è un pezzo di carta, la vita reale è un'altra cosa. La Costituzione di De Gasperi e Togliatti, al pari di tante costituzioni borghesi, prevede formalmente il diritto al lavoro, alla casa, alle cure, persino l'uguaglianza, oltre che il rispetto della dignità di ogni persona. La vita reale della società borghese si fonda invece sullo sfruttamento e l'oppressione della maggioranza della società da parte di una piccola minoranza, che si regge sull'uso della forza. La Costituzione formale che declama i diritti serve a nascondere la costituzione reale della società che li calpesta. La democrazia borghese nasconde, da sempre, la dittatura dei capitalisti.

“Applichiamo la Costituzione...”. Ma per “applicare i principi della Costituzione” è necessario rovesciare quella società capitalista che la stessa Costituzione tutela, quello Stato borghese che la stessa Costituzione sorregge. Lo Stato è fondamentalmente un corpo di uomini in armi al servizio della classe sociale dominante, come scriveva Engels. La forza dello Stato è superiore alla sua legge formale, perché la sua legge reale è la forza, anche nella Repubblica più democratica.
“Lo Stato siamo noi!” gridavano gli agenti nel mentre massacravano i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo è la realtà. Senza spezzare l'apparato burocratico e militare dello Stato, senza sciogliere i corpi repressivi, senza rovesciare la forza organizzata della borghesia, nessuna alternativa sociale è possibile. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo il potere dei lavoratori può realizzare una democrazia vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va il Cile?

 


La Costituzione di Pinochet è stata abrogata

29 Ottobre 2020

Domenica 25 ottobre il referendum sull’abrogazione o meno della vecchia Costituzione di Augusto Pinochet ha riportato il 78,3% dei voti a favore del cambio, con un affluenza al voto del 51% (altissima nella tradizione cilena). È un risultato che esprime la forte domanda di svolta della grande maggioranza della società, a partire dalla classe operaia e dalla giovane generazione.

L’apertura del processo costituente è stato un sottoprodotto della grande sollevazione popolare che ha attraversato il Cile nell’autunno del 2019. “Il paese più stabile dell’America Latina”, come lo aveva definito il Presidente Piñera, fu attraversato in poche settimane da una crisi prerivoluzionaria. Innescata, come spesso accade, da un fatto apparentemente minore: il rincaro del biglietto dei mezzi pubblici. Quando il vaso è colmo basta una goccia a farlo traboccare. La sollevazione ha visto irrompere sullo scenario politico tutte le rivendicazioni sociali e politiche del proletariato cileno e delle masse oppresse del paese: aumento dei salari, calo dei prezzi dei servizi e dei generi di largo consumo, fine delle privatizzazioni nell’istruzione e nella sanità, diritto alle pensioni, rispetto dei diritti di genere, riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene (il 12,8% del paese). Le azioni repressive dei famigerati carabineros contro la protesta popolare (uccisioni, torture, stupri) hanno sollevato uno scandalo nell’opinione pubblica e hanno sospinto a più riprese il processo di radicalizzazione del movimento di massa, con ripetuti scioperi generali. La parola d’ordine “Via Piñera” ha unito sul terreno direttamente politico la domanda di rottura col passato.

Messo alle corde da una sollevazione che minacciava di travolgerlo, Piñera ha cercato di dirottare la pressione sociale su un canale istituzionale. Un itinerario apparentemente “democratico” che gli consentisse di guadagnare tempo e di salvaguardare il potere. L’operazione è riuscita grazie al cosiddetto “Accordo di pace” siglato dal grosso del Parlamento cileno, dai partiti di destra oggi al governo sino alle forze del centrosinistra, incluso il riformista “Frente Amplio”. Il PC stalinista – che esercita un controllo decisivo sulla Confederazione Unitaria dei Lavoratori – si è pudicamente “astenuto”. L’accordo di unità nazionale è stato celebrato naturalmente nel nome della democrazia. L’apertura del processo costituente è la concretizzazione dell’accordo. Per salvarsi da una rivoluzione reale è stata promessa una rivoluzione fittizia.

La convenzione che verrà eletta ad aprile al fine di redigere la nuova costituzione è già condizionata al piede di partenza da forti limiti sul terreno stesso della democrazia. Un terzo dell’assemblea avrà diritto di veto sulle decisioni, assicurando alla destra una possibile rendita di posizione. L’assemblea non potrà intervenire su materie economico-sociali, dove l’attuale Parlamento continuerà ad esercitare poteri sovrani. Anche i trattati internazionali, al pari degli apparati repressivi, saranno estranei alle sue competenze. I lavori della convenzione dureranno due anni. Nel frattempo sarà il Presidente Piñera che continuerà a governare, tenendo sotto controllo i poteri decisivi dello Stato.

Ma la domanda di svolta che si è espressa sul terreno referendario contro la Costituzione di Pinochet rappresenta, ciò nonostante, un problema per la borghesia cilena. Milioni di cileni hanno votato di fatto il 25 ottobre per cancellare il passato. La dinamica esplosiva, radicale e concentrata, di un anno fa è stata contenuta, ma le sue domande non sono rifluite e si sono espresse nel voto. Le masse hanno avanzato non solo una domanda di democrazia ma una richiesta di svolta nelle condizioni materiali della propria esistenza. Il tripudio nelle strade e nelle piazze, con l'interminabile festa popolare, con cui è stato salutato l’esito del voto, rivela l’aspirazione di massa a una nuova vita. Non sarà facile domarla. Piñera è riuscito a rimanere in sella grazie alla politica controrivoluzionaria del Frente Amplio e del PC. Ma il cavallo su cui è seduto non si presenta docile.

La costruzione a sinistra del PC del partito della rivoluzione cilena è il compito dell’avanguardia di classe della nuova generazione operaia e studentesca. Tutta la storia del Cile dell’ultimo mezzo secolo ripropone questo nodo strategico.

Partito Comunista dei Lavoratori

Assistenza ai profitti, sblocco dei licenziamenti

 


L'ossigeno per i malati e quello per gli azionisti

Mentre la seconda ondata della pandemia denuncia una volta di più lo sfascio immutato della sanità pubblica in tutti i paesi capitalisti, l'Unione Europea proroga di sei mesi il regime straordinario che liberalizza gli aiuti statali alle imprese. Non solo alle piccole imprese ma anche alle grandi, alle quali si copre con risorse pubbliche il 70% dei costi fissi. «Una boccata di ossigeno per banche e imprese italiane» titola festante Il Sole 24 Ore (14 ottobre). Infatti il governo potrà prorogare di altri sei mesi moratorie, mutui, garanzie sui prestiti, spostando in avanti nel tempo il rischio che le banche debbano svalutare i crediti sui quali non ripartiranno i pagamenti. In altri termini, lo Stato continuerà a garantire il credito bancario alle grandi imprese (vedi FCA), e dunque i debiti di queste ultime, prendendo i soldi dalla fiscalità generale, cioè dalle tasche dei salariati, oppure facendo debito a sua volta con le banche che comprano i titoli pubblici. Un debito il cui rimborso sarà caricato sui lavoratori e le lavoratrici. Insomma: ciò che non si trova per i malati, si trova in abbondanza per i profitti. L'“ossigeno” che rischia di mancare alle terapie intensive non mancherà mai per gli azionisti.

In compenso nello stesso giorno la Commissione Lavoro della Camera, e indirettamente il ministro dell'economia Gualtieri, annunciano che la Cassa Integrazione Covid sarà prorogata, assieme all'esonero triennale del 50% dei contributi per le assunzioni a tempo indeterminato (che sale al 100% per gli under 35), ma il blocco dei licenziamenti no: quello finirà “naturalmente”, annuncia Debora Serracchiani, presidente della Commissione Lavoro. «È condivisibile immaginare una uscita dalle misure straordinarie, a partire dal blocco dei licenziamenti». Il quotidiano di Bonomi plaude entusiasta: «Il blocco dei licenziamenti non ha precedenti dallo Statuto dei lavoratori in poi; e oggi è un unicum pure a livello europeo». C'è del resto “un problema di costituzionalità”, esclama soddisfatto: la Costituzione (borghese) non garantisce forse la proprietà privata e la libera impresa? Quanto al milione di licenziati che la stessa Confindustria annuncia, ci penserà l'elemosina a termine della Naspi, e le famigerate “politiche attive del lavoro”. Quelle che ingrassano le agenzie interinali in cambio dell'offerta di supersfruttamento, pena l'accusa di voler stare sul divano.

Tutta la società borghese sta nelle pieghe di questa cronaca. Una pioggia di garanzie per i capitalisti, un calcio nel sedere agli operai. Una ragione in più per fare della lotta dei metalmeccanici contro Bonomi la leva di una mobilitazione generale di tutto il mondo del lavoro. Perché solo una mobilitazione generale può rispondere a un attacco generale. Solo la pedata di uno sciopero vero di dieci milioni di operai può suonare la carica di una vera alternativa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una instabile stabilità

 


Referendum ed elezioni regionali. Il Parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno

Il voto del 20 e 21 settembre registra come ogni voto le dinamiche politiche e sociali ad esso sottese, inclusa la rappresentazione che di queste si fanno milioni di lavoratori e di lavoratrici.


IL LORO NO, IL NOSTRO NO

Il referendum confermativo sul cosiddetto taglio delle poltrone ha raccolto il 70% di consensi contro il 30% di No. La partecipazione al voto referendario è stata relativamente alta, sicuramente trascinata al rialzo dal voto parallelo in sette regioni, e anche dall'assenza di quorum. Tuttavia la differenziazione delle percentuali tra il Sì e il No si è rivelata insensibile al voto regionale. Lo rivela il fatto che il principale promotore della vittoria del Sì ha subìto negli stessi giorni un autentico tracollo elettorale. La differenziazione delle percentuali del Sì e del No è invece molto legata al territorio. Il Sì conosce il successo maggiore nelle regioni del Sud e nei quartieri popolari delle metropoli, il No registra le percentuali più elevate nelle regioni del Nord e nei centro città.
Al tempo stesso, la distribuzione politica del voto ha visto schierato sul No una parte rilevante dell'elettorato del PD e della sinistra. Questa geografia politica e sociale del voto referendario è significativa. La maggioranza della popolazione povera e degli stessi salariati ha votato come il 97% del Parlamento, pensando di votare “contro la casta”, in realtà abboccando all'amo di un'operazione populista promossa prima dal governo Di Maio-Salvini, poi dal governo M5S-PD con la subordinazione di Liberi e Uguali: un'operazione unicamente mirata a dirottare il malcontento sociale verso “i politici” per evitare che si indirizzi contro i padroni. Una minoranza consistente e composita, assai concentrata fra i giovani, ha espresso col No il proprio rigetto del populismo reazionario. Ma lo ha fatto con motivazioni e da angolazioni diverse, in un quadro di grande confusione.

Col No si è schierata una parte significativa dell'establishment, a partire dalla grande stampa borghese, da sempre diffidente verso ogni forza politica che non sia filtrata dai propri salotti. Un establishment già antiberlusconiano, anche se usò Berlusconi. Antirenziano, anche se usò il randello di Renzi contro l'articolo 18. Antisalviniano, anche se usa i decreti di Salvini contro i diritti dei lavoratori. Antigrillino, anche se intasca a mani basse la pioggia di miliardi che il governo riserva ai capitalisti. Questa ipocrita borghesia liberale ha egemonizzato la campagna del No con gli argomenti peggiori: o la difesa della Costituzione borghese, elevata a feticcio; o la rivendicazione della “funzionalità” del Parlamento borghese che il taglio avrebbe intaccato. O addirittura la richiesta di una riforma istituzionale più organica, come quella di Renzi del 2016. In ogni caso la conservazione dell'ordine esistente, di cui il PD è il principale custode e garante.

Il guaio è che le sinistre politiche e sindacali si sono messe a rimorchio di questa impostazione liberale, portandovi il bagaglio di tutte le proprie illusioni sulla “democrazia” dei capitalisti. La “difesa delle istituzioni rappresentative del Paese”, la retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” sono state il vessillo non solo dei gruppi dirigenti dell'ANPI, dell'ARCI, dell'attuale sinistra di governo, ma anche della quasi totalità della sinistra di opposizione (riformista o centrista), in ambito politico e sindacale. Il risultato è stato ancora una volta quello di consegnare al populismo reazionario la bandiera del cambiamento agli occhi di milioni di sfruttati, come in tutta la storia della seconda repubblica.

Il nostro No ha mosso da un'angolazione esattamente opposta, un'angolazione di classe e anticapitalista. Col No abbiamo cercato un canale di dialogo e un linguaggio comune con quel settore più avanzato di popolo della sinistra mosso da una sincera preoccupazione democratica e volontà di lotta. Ma non per adattarci alle sue illusioni, bensì per contrastarle. Un no al governo, alla truffa populista, al fronte parlamentare di unità nazionale dei partiti borghesi che l'ha imbastita, al trasformismo subalterno della sinistra di governo che pur di governare l'ha avallata. Non per difendere la Costituzione di De Gasperi e Togliatti. Non per difendere il parlamento borghese, quello che sotto ogni governo ha votato le peggiori misure antioperaie. Non per difendere la governabilità del capitale. Ma per rivendicare il diritto di rappresentanza delle ragioni operaie nel parlamento nemico, contro ogni sua ulteriore manomissione preventiva. Per rivendicare il principio democratico elementare di una rappresentanza interamente proporzionale, a ogni livello istituzionale, senza sbarramenti e distorsioni. Per avanzare la prospettiva di una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, basata sulla loro organizzazione, la loro forza, il loro governo.

Il nostro No è stato il No dei comunisti, non dei liberali, dei riformisti o dei centristi. Un no legato alla battaglia per una egemonia alternativa nel movimento operaio e nella nuova generazione. Perché la subordinazione alla borghesia liberale, e dunque all'ordine sociale esistente, concima solamente il terreno della reazione. Solo una ripresa di lotta del movimento operaio attorno ai propri interessi indipendenti può contrastare la spinta reazionaria e aprire dal basso uno scenario politico nuovo, anche sul terreno della sensibilità democratica di massa.


IL SUCCESSO DEI GOVERNATORI E IL SUO PARADOSSO

Lo scenario scaturito dal 20-21 settembre conferma una relazione paradossale tra la realtà sociale e il suo riflesso elettorale.

La realtà incontestabile di questi mesi non è solo quella di una drammatica pandemia, è anche quella dello sfascio della sanità pubblica, di milioni di lavoratori costretti in produzione senza condizioni di sicurezza, di infermieri e medici ammazzati dal Covid perché privi di strumenti di protezione, di un governo che per compiacere Confindustria si è rifiutato di recintare i focolai della bergamasca contro il parere delle stesse autorità sanitarie, di una scuola pubblica disossata incapace di aprire in sicurezza con centinaia di migliaia di insegnanti cui viene negato il lavoro, di un milione di lavoratori e lavoratrici precari gettati in mezzo a una strada...
Nulla richiama di più il fallimento della società capitalista e le responsabilità criminali di chi la gestisce quanto l'esperienza di massa di questi mesi. Eppure il segno dominante del voto di settembre è quello della conservazione. Gli stessi governatori di centrodestra o centrosinistra che hanno tagliato e privatizzato la sanità sono i grandi vincitori della prova elettorale, al di sopra di ogni appartenenza e schieramento. Zaia incassa un autentico plebiscito. Toti sfonda in Liguria con percentuali inedite. De Luca stravince, combinando la postura di viceré con la mediazione clientelare democristiana. Emiliano recupera ampiamente, evitando con nettezza una sconfitta che appariva probabile. Una grande massa popolare impaurita dalla pandemia, scossa in ogni certezza, minacciata nella vita e nel lavoro, priva di un riferimento alternativo credibile, cerca nel potere costituito una sponda rassicurante cui appoggiarsi. In questo quadro bilanciato la destra reazionaria fallisce l'obiettivo di destabilizzare il governo, mancando il colpo in Toscana e in Puglia. Il governo Conte, primo responsabile del crimine di Nembro e Alzano, tira un sospiro di sollievo.

«L'esito elettorale ha implicazioni positive perché il rischio politico viene significativamente ridotto" si legge in una nota di Unicredit.» (Il Sole 24 Ore, 23 settembre). Il capitale finanziario saluta la stabilità politica come il quadro migliore per i propri affari, e attende fiducioso i 209 miliardi in arrivo.


LA DINAMICA DEI BLOCCHI ELETTORALI

Interessante la lettura composita del dato elettorale, perché il bilanciamento delle forze (41,2% per il centrosinistra, 42% per il centrodestra, il 7,2% per il M5S) è tutt'altro che statico.

Il centrodestra ha una spalla lussata. Il suo blocco sociale regge complessivamente, il suo potere locale si arricchisce di una nuova regione (Marche), ma la Lega subisce in Toscana, come già in Emilia, l'effetto boomerang di una aspettativa delusa. Il progetto dello sfondamento al Sud conosce una brusca battuta d'arresto, con veri e propri rovesci rispetto al 2019 (dal 25% al 10% in Puglia, dal 19% al 5% in Campania), mentre il plebiscito per la lista Zaia, nel nome dell'autonomia differenziata del Veneto, rappresenta una mina per la Lega nazionale. Intanto l'avanzata di Fratelli d'Italia in tutta Italia, nonostante la sconfitta di Fitto, apre in prospettiva una contesa per la leadership del centrodestra.

Il PD liberale esce bene dalla prova del voto. In Toscana ha replicato il successo emiliano con una polarizzazione elettorale contro la destra che ha drenato il voto a sinistra e dall'elettorato grillino (il 45% del voto grillino a Firenze va a Giani, contro il 33% alla 5 Stelle Galletti). Ma nel Sud il successo del PD è in realtà quello di capibastone trasformisti che lavorano in proprio «al di là della destra e della sinistra» ( De Luca). Il PD ne è ostaggio, più che padrone. La segreteria Zingaretti ha rotto l'assedio delle componenti interne che ne chiedevano la testa (ex renziani) e risulta obiettivamente rafforzata, ma la strategia portante del blocco politico col M5S conosce in Liguria una sconfitta che replica quella dell'Umbria (solo il 56% dell'elettorato grillino ha votato Sansa). Nel mentre il sospirato alleato è travolto da una crisi interna che priva il PD di un interlocutore certo.

La crisi del M5S è l'epicentro dello scenario politico. È il principale ostacolo alla stabilizzazione politica e una incognita di portata sistemica. Dal punto di vista elettorale il tracollo va ben al di là dello scarto tradizionale tra voto amministrativo e voto politico. Il M5S perde sul 2019 i due terzi del proprio elettorato (da 1,9 milioni a 658.000), e dimezza persino il bottino delle elezioni regionali precedenti, del 2015. Due anni di (diverso) governo hanno privato il M5S di una identità riconoscibile presso la larga maggioranza dei propri elettori. Il tentativo di indossare last minute il vecchio abito anticasta non ha impedito la valanga, e difficilmente traccerà una via d'uscita.
Anche perché la crisi del M5S non è solo elettorale. La catena di comando Grillo- Casaleggio che lo guidava dalla nascita si è spezzata. Ne è scaturita «una guerra per bande» (Fico) che attraversa i gruppi parlamentari e i territori, senza che nessuno dei capibanda tenga il bandolo della matassa. Di Maio punta ad una politica di blocco col PD per le prossime elezioni comunali a supporto (provvisorio) del governo Conte per accumulare credito a futura memoria per la propria carriera politica. Intanto spinge per una legge proporzionale sul piano nazionale, riservandosi per l'evenienza la politica dei due forni. In sintesi cerca un ruolo centrale di governo per sé e per il suo partito, sul piano nazionale e locale. È il progetto di normalizzazione del M5S come partito organico del capitale.
Al polo opposto si muove Di Battista, anch'esso votato a tutto e al suo contrario, il cui unico obiettivo decifrabile è prendere la testa del M5S con l'appoggio della Casaleggio Associati. Ha il sostegno dei ministri uscenti del precedente governo con Salvini e della sindaca di Roma e del suo staff (Bugani), che per non essere disarcionata da un accordo tra M5S e PD ha affrettato la ricandidatura per il 2021, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. La rivendicazione dell'identità originaria del M5S (quale?) è solo lo strumento propagandistico dell'operazione.
Ognuna di queste bande è a sua volta attraversata da guerre interne di posizionamento e di ruolo. Parafrasando Grillo, il parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno. I ruoli ministeriali hanno fatto il resto.
Ora si attendono gli stati generali del M5S come magico evento risolutivo. Ma la loro convocazione viene rinviata ogni volta perché non si capisce chi dovrebbe gestirli, né si capisce chi avrebbe il diritto di voto e soprattutto chi dovrebbe deciderlo.


LA CRISI DEL M5S E LE INCOGNITE DELLO SCENARIO POLITICO

Il punto è che la crisi esplosiva del M5S è la crisi della principale forza parlamentare, quella su cui si appoggia il governo della seconda potenza industriale d'Europa.

I margini di maggioranza al Senato sono esigui, e soprattutto saranno messi alla prova di passaggi strategici per il capitale: il ricorso o meno al MES (con cui finanziare l'abolizione dell'IRAP a scapito della sanità pubblica; la contrattazione e l'uso dei Recovery Fund; la prossima definizione della nota di aggiornamento al DEF con cui avviare la riduzione del debito per gli anni 2022 e 2023 a fronte di una drammatica recessione in corso; la gestione politica e sociale del graduale ritiro degli ammortizzatori straordinari a partire dallo sblocco già avviato dei licenziamenti; la gestione di una politica estera chiamata ad affrontare la spartizione degli equilibri internazionali nel Mediterraneo... Nessun governo imperialista in Europa, con l'eccezione parziale della Spagna, poggia su equilibri parlamentari tanto labili e incerti.

Dunque il voto ha rafforzato nell'immediato la stabilità di governo ma non ha risolto la crisi politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni aveva incardinato le politiche di austerità, non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Il centrodestra ha cambiato direzione dopo il tramonto, irreversibile, del berlusconismo ma la nuova guida Salvini non si è stabilizzata e non dispone delle entrature internazionali richieste (assenza di rapporti col PPE, relazioni ambigue con l'imperialismo russo...). Il vecchio centrosinistra si è dissolto, e un nuovo asse tra PD e M5S è ancora un'araba fenice: smentito dalle sconfitte elettorali (Umbria e Liguria), appeso alle incognite interne dei 5 Stelle, osteggiato da larga parte dei salotti buoni del capitale finanziario (che però non vogliono un centrodestra salviniano né dispongono di un'alternativa).
Il nuovo tripolarismo nato nel 2018 cede vistosamente su una gamba, ma non riesce a camminare in equilibrio con le altre due.

La crisi politica borghese, sullo sfondo di una crisi capitalistica drammatica, aprirebbe un ampio spazio d'azione al movimento operaio, se solo le sue direzioni si assumessero le proprie responsabilità. Ma la burocrazia sindacale, a partire da Landini, si offre come scendiletto del governo, rifiutando ogni forma di mobilitazione generale. Il suo obiettivo “strategico” è quello di cogestire la crisi più profonda del dopoguerra a braccetto di Confindustria, la stessa che intanto si oppone al rinnovo dei contratti e chiede la libertà di licenziare. In queste condizioni la politica della CGIL è il principale fattore della passivizzazione di massa, ciò che sinora permette alla borghesia di affrontare la propria crisi al riparo dell'opposizione sociale.


LA CRISI DELLA SINISTRA POLITICA. LA RISPOSTA DEI RIVOLUZIONARI

E la sinistra? Le elezioni amministrative di settembre confermano la sua crisi profonda. Il suicidio compiuto di Rifondazione Comunista tra le braccia del governo Prodi (2006/2008) e lo smarrimento successivo della stessa centralità di classe, con una giostra interminabile di accrocchi elettorali sempre diversi (Arcobaleno, lista Ingroia, il blocco a sostegno di Barbara Spinelli, La Sinistra...) ha prodotto un'onda lunga di delusione e confusione, che si è sovrapposta a sua volta alla crisi capitalista dell'ultimo decennio e al profondo arretramento della classe operaia, dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza politica. La risultante d'insieme è stata lo sfondamento del populismo reazionario in ampi settori di salariati e la crisi di riconoscibilità e di senso della sinistra politica.

I dati elettorali delle regionali sono emblematici, a partire dalla Toscana (la lista Fattori passa dal 6% al 2,9; il PC di Rizzo dall'1,68% all'1%, il PCI riporta l'1%). Complessivamente un'area elettorale non trascurabile del 3/4% che cerca a suo modo un riferimento politico alternativo ai liberali e ai populisti, e che per metà è attratta da un riferimento comunista, ma a cui si offre ogni volta o un amalgama di natura civico-progressista o un'identità “comunista” ideologica, come quella che si richiama all'eredità di Berlinguer (PCI), come se il compromesso storico non vi fosse mai stato; o peggio quella che scimmiotta lo stalinismo del 1929/1933 (PC), che come allora prova a contendere “il popolo” ai reazionari facendo propri i pregiudizi dei reazionari. La lista PC-PCI nelle Marche ha riscosso l'1,4%; un suo manifesto che contrappone apertamente i diritti sociali ai diritti civili avrebbe potuto essere firmato da CasaPound, senza alcuna esagerazione (1).

Non si esce dalla crisi della sinistra politica, men che meno del campo comunista, con invenzioni o alchimie elettorali, o ripescando i richiami ideologici di tradizioni burocratiche che distrussero il comunismo rivoluzionario magari nel nome dell'unità dei comunisti. Se ne esce combinando l'unità d'azione nelle lotte per ritrovare un radicamento di classe, con un bilancio della storia del movimento operaio e comunista che sappia recuperare le sue radici. Un bilancio su cui formare una nuova generazione di militanti rivoluzionari, da organizzare in partito.

Questa è la nostra politica. Siamo e siamo stati nell'ultimo anno al crocevia di tutti i percorsi unitari della sinistra, dall'assemblea del 7 dicembre, al coordinamento delle sinistre di opposizione, al patto d'azione per il fronte unico anticapitalista. Sempre contrastando ogni visione settaria e autocentrata di chi contrappone la costruzione del partito allo sviluppo unitario del movimento reale. Non a caso l'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si riunirà a Bologna il 27 settembre vede la piena partecipazione e copromozione dei nostri militanti sindacali ovunque collocati, per una prospettiva di allargamento del fronte di classe dell'avanguardia e della sua azione di massa, al di là di ogni confine e divisione.

Ma al tempo stesso non riduciamo la nostra azione al richiamo e alla pratica, pur importante, del fronte unico di lotta. Poniamo il problema dell'organizzazione politica dei militanti rivoluzionari, che è inseparabile da una memoria storica e da una collocazione internazionale conseguente.
Interessati ad aprire un confronto onesto su basi di chiarezza con ogni compagno od organizzazione che voglia unire i rivoluzionari su basi di principio, indipendentemente dai diversi percorsi e provenienze. Perché il PCL non vive per autoconservarsi, ma per costruire il partito della rivoluzione.





(1) Il testo del manifesto è il seguente: «Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava. Prima vengono i diritti sociali poi quelli civili».

Partito Comunista dei Lavoratori

Il referendum del 20-21 settembre. Il nostro no

 


Il referendum del 20 e 21 settembre ha come oggetto la legge voluta dal M5S sulla riduzione del numero dei parlamentari. Una legge prima votata da M5S, Lega, Fratelli d'Italia sullo sfondo del primo governo Conte; e successivamente anche dal PD e da LeU come partita di scambio con il M5S per la formazione del secondo governo Conte e della nuova maggioranza.


La legge riflette un corso politico truffaldino e reazionario.
L'argomentazione che la supporta è il taglio dei costi della politica attraverso il taglio delle poltrone, all'insegna del “popolo contro i politici” e contro “la casta”. È lo stesso canovaccio truffaldino che ha accompagnato l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, la campagna maggioritaria per cancellare i partiti minori (“ci sono troppi partiti”), il "privilegiamento" dei poteri esecutivi ad ogni livello a scapito della democrazia e della rappresentanza (rafforzamento dei poteri di sindaci e governatori regionali a scapito delle rispettive assemblee elettive). È una campagna mirata alla conquista del consenso fuori e contro ogni criterio democratico. Il suo effetto pratico è stato ed è quello di dirottare la rabbia sociale di milioni di salariati contro il bersaglio indistinto dei politici, al solo scopo di impedire che essa si rivolga contro capitalisti, banchieri, sfruttatori, gli stessi che i partiti politici populisti servono nella loro funzione di governo, passata e presente. L'arretramento del movimento operaio e della sua coscienza politica e democratica ha aperto purtroppo una prateria enorme, tra le stesse fila dei lavoratori, a queste campagne reazionarie.

Diamo dunque indicazione di voto per il no.
No ad una operazione truffaldina.
No al governo che la sostiene.
No al più ampio fronte dei partiti borghesi, liberali e reazionari, che in questi decenni hanno gestito a turno le politiche di austerità contro i lavoratori e le lavoratrici, attaccando lavoro, pensioni, sanità, istruzione, nell'interesse esclusivo dei capitalisti, e che ora vogliono nascondere ancora una volta le proprie responsabilità grazie al ricorso dell'inganno populista.
No, infine, al trasformismo di quella sinistra che si è accodata ai partiti borghesi per ottenere uno scranno ministeriale.

Ma il nostro no, chiaro e netto, ai partiti borghesi e alle loro truffe, muove dal versante degli interessi dei lavoratori, senza alcuna subordinazione alle istituzioni di questo Stato.

Non ci identifichiamo con il parlamentarismo borghese, una identificazione che indebolisce oltretutto le ragioni del no a livello di massa a tutto vantaggio della demagogia reazionaria anti-casta. Non idolatriamo, a differenza delle sinistre riformiste (e non solo), la Costituzione borghese del 1948, figlia del compromesso storico tra De Gasperi e Togliatti a difesa del capitalismo italiano. Non pensiamo che nel quadro del parlamento borghese possa realizzarsi una alternativa di società.
Ci battiamo per il potere reale dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società, contro l'attuale dittatura dei capitalisti, che resta tale anche sotto la democrazia borghese.
Ci battiamo per una democrazia dei consigli dei lavoratori, basati sul principio della permanente revocabilità di ogni eletto e sulla cancellazione di ogni suo privilegio sociale (retribuzione pari a quella media di un operaio). Una democrazia vera che oltretutto abbatterebbe realmente “i costi dello Stato”, rendendolo finalmente a buon mercato.

Parallelamente, sullo stesso terreno della democrazia parlamentare borghese, ci battiamo per i principi democratici più elementari. La democrazia non è data dal numero dei parlamentari, ma dal principio elementare della rappresentanza, senza trucchi e limitazioni di alcun genere. Siamo ad ogni livello per una legge elettorale proporzionale pura senza soglie di sbarramento e distorsioni maggioritarie. Una testa, un voto. Nessun voto può e deve valere più di un altro. Non ci interessa la governabilità di questo sistema, che colpisce i diritti di rappresentanza per meglio governare nell'epoca di crisi le politiche dei sacrifici. La subordinazione delle sinistre alla governabilità negli ultimi decenni è stata la misura della loro subordinazione al capitale. Siamo invece per un diritto di rappresentanza incondizionato e pieno. Siamo a favore di un giusto finanziamento pubblico dei partiti in proporzione dei voti ottenuti, e del divieto di finanziamento degli stessi da parte delle grandi aziende. Siamo in questo quadro per l'abolizione del Senato e a favore del monocameralismo, nella migliore tradizione della democrazia conseguente.

Ma questa battaglia democratica può riconquistare un consenso di massa solo se si intreccia con la ripresa dell'opposizione di classe. Solo una classe che ritrova la propria ragione sociale indipendente sul terreno della lotta può sottrarsi alle sirene del populismo e contrastare la reazione, recuperando i valori dell'uguaglianza, della democrazia, della rappresentanza. Per questo il nostro no alla truffa referendaria si combina con la proposta del fronte unico di lotta, di classe e di massa. Contro il governo, contro le destre reazionarie, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Antifascismo ieri e oggi

Una robusta riflessione sulle lezioni dell'antifascismo nel 75° anniversario della Liberazione

24 Aprile 2020
Il 25 aprile, quest’anno, anticipa di una settimana l’inizio della fase 2 dell’emergenza coronavirus. E per la fase 2, magari a settembre, in vista di un autunno caldo, la borghesia invoca “l’unità nazionale” dietro Mario Draghi, il più adatto per far pagare ai lavoratori i pesanti esborsi a fondo perduto che il governo è in procinto di regalare a banche e padroni per ripianare le loro perdite.

Storicamente la borghesia invoca l’unità nazionale quando si sente debole e smarrita. Non è quindi un esercizio puramente retorico riesaminare la più celebre delle “unità nazionali” di questo paese, quell’unità antifascista che portò alla nascita della Repubblica. E quale momento migliore per farlo se non questo 75° anniversario della Liberazione?

L’antifascismo storico resistenziale fu un fronte popolare interclassista. Chi c’era nel fronte? C’erano i liberali migliori, quelli del Partito d’Azione, gli stalinisti del PCI, i riformisti socialisti, alcuni esponenti cattolici della futura democrazia cristiana, i preti “rossi”, alcuni intellettuali, persino qualche piccolo padrone “illuminato”. Ed infine, e furono la maggior parte, tantissimi proletari partigiani, il vero e proprio nerbo della Resistenza.

L’idea che l’unità antifascista abbia messo tutti d’accordo dietro a un unico scopo è vera solo in parte, ed esalta solo le menti più superficiali e meno inclini alla riflessione. Primo, perché l’unità non è mai una semplice media di interessi tra le forze che si sono raggruppate; secondo, perché anche quando è un compromesso, come fu dal 1944 al 1947, bisogna sempre chiedersi quale linea programmatica sia stata egemone al suo interno. L’unità, infatti, non è mai un raggruppamento tra parti uguali.

L’unità antifascista raggruppò tutti i componenti dietro il programma sostanziale della grande borghesia finanziaria: sbarazzarsi del fascismo politico per conservare il potere economico mascherandolo dietro una nuova facciata politico-democratica. L’antifascismo liberal-stalinista-socialista-cattolico era cioè un antifascismo capitalista, quindi nella migliore delle ipotesi riformista. L’antifascismo operaio rivoluzionario, purtroppo, non era affatto sullo stesso piano, ma subordinato, nonostante fosse numericamente prevalente.

Già solo per questo dovrebbe venire spontanea una domanda: dobbiamo ripeterlo paro paro l’antifascismo storico? Come è finito l’antifascismo storico resistenziale? Ha vinto o ha perso?
Se stiamo allo scopo che si dettero i dirigenti del fronte antifascista possiamo ben dire con loro “missione compiuta!”. Ma noi non stiamo con loro, bensì con il resto degli antifascisti, composto per oltre due terzi dai partigiani senza particolari ruoli da dirigenti. Questi partigiani altro non erano che gli operai fedeli al PCI, erano il cuore rosso e pulsante della Resistenza. E gli operai, diciamolo pure a malincuore, hanno purtroppo perso, almeno nella loro più intima aspirazione, per la semplice ragione che non avevano soltanto gli stessi intenti politici del fronte antifascista. Avevano anche e soprattutto intenti economici propri: rovesciare il sistema capitalistico e sostituirlo con un regime socialista.

Vedere l’unità di intenti dove c’era una frattura evidente come la Rift Valley vuol dire che non si è guardato con sufficiente attenzione l’antifascismo, e sopratutto lo si è osservato solo dall’alto delle direzioni dei partiti, sprezzanti di chi stava più in basso in prima linea con aspirazioni ben diverse, più alte e nobili. L’ha ricordato, non a noi che l’abbiamo sempre saputo ma agli smemorati che facevano finta di non saperlo, Claudio Pavone nel suo libro epocale Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991).

Pochi hanno letto quel saggio denso e corposo, che comprova ampiamente quanto andiamo dicendo. Ma anche curiosando, per esempio, tra le carte dei tanti archivi della Resistenza sparsi per il web, ci si imbatte facilmente in memorie, come ad esempio queste di Domenico Facelli, il quale ricorda come alla caduta del fascismo si perse ancora un sacco di tempo prima di mettere d’accordo gli antifascisti, perché a differenza degli altri gli operai non si accontentavano della caduta del Duce, perché non ne volevano sapere di «ridare il potere alla classe che per vent’anni aveva dominato attraverso il fascismo».

Tale consapevolezza, più o meno profonda, pervade l’intera vicenda resistenziale e si protrae in maniera decisa almeno fino all’attentato a Togliatti del 1948, per poi scemare a poco a poco negli anni successivi. Anzi, la Resistenza, almeno per i dirigenti, fu anche e sopratutto questo, la guerra più o meno aperta e ai fianchi agli operai, per disorientarli, illuderli e infine disarmarli, sconfiggerli e ricacciarli indietro insieme con i loro desideri più intimi e rivoluzionari.

Durante il periodo della Resistenza gli operai avevano in mano le fabbriche. Al contrario, le colonne d’ercole della Costituzione “antifascista” sono appunto rappresentate dalla proprietà privata delle fabbriche. La Costituzione non prevede di darle in mano agli operai, nega la possibilità che possano occuparle, ha messo l’articolo 42 e la polizia armata a presidiarle: «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».

Questo articolo è il vero e proprio perno della Costituzione borghese “antifascista”. Per tutta la durata della Resistenza, gli operai sono al di là e molto più avanti dell’architrave della Costituzione “antifascista”, che deve ancora arrivare e arriverà per ultima. Il movimento della Resistenza che va dalla caduta del fascismo alla Costituzione del gennaio del 1948, è appunto specialmente ai piani alti il movimento all’indietro per ricacciarli al di qua. I vari accordi tra padronato e CGIL sullo sblocco dei licenziamenti che rimasero lettera morta per anni per la resistenza operaia ne sono la più plastica dimostrazione. Ecco perché il dato oggettivo dice inequivocabilmente che gli operai in quel ciclo di lotte hanno perso. Non si può infatti perdere le fabbriche, cioè tutto, dicendo che comunque si è ottenuto qualcosa. Le fabbriche nel 1943 (come oggi del resto) sono praticamente l’intera ricchezza del paese, lo strumento che "la produce". Nel 1948 la borghesia le ha già soffiate da sotto il naso agli operai in cambio della carta costituzionale. Solo il compagno Pirro può chiamare tutto questo vittoria. Le riconquistate libertà politiche e sindacali, la scala mobile, il diritto di voto per la prima volta alle donne e tante altre "piccole" riforme, non possono ripagare minimamente gli operai di una perdita tanto enorme sul piano storico come quella del controllo delle fabbriche. Di qui la delusione con la conseguente sconfitta delle sinistre, immediatamente successiva al varo della carta, alle politiche del luglio del 1948, e l’inevitabile riflusso nel decennio successivo.

La guerra più o meno velata per strappare le fabbriche agli operai fu combattuta da tutte le forze dell’antifascismo storico resistenziale, ma non sarebbe stata vinta senza il concorso decisivo del PCI, il quale dopo la svolta di Salerno del 1944 fu in prima linea per ricacciarli fuori. In cambio di questo straordinario servizio reso ai padroni, il PCI poté ottenere che su quel pezzo di carta da sventolare il 25 aprile insieme con la bandiera rossa fosse incisa una promessa di rivoluzione a venire, in cambio di una rinuncia a una rivoluzione immediata (Calamandrei, il corsivo è nostro).

L’obiezione che molti fanno, arrivati a questo punto, è che se gli operai erano fedeli al partito, erano evidentemente fedeli anche all’unità antifascista da fronte popolare. Tale obiezione viene dalle stesse menti superficiali e poco inclini allo studio e alla riflessione di prima. Come il fronte popolare antifascista non mette semplicemente tutti concordi dietro un unico scopo, così la fedeltà sostanziale a un partito non si manifesta come il seguito di un cagnolino.

Come ha ben ricostruito Liliana Lanzardo: «la strategia della via democratica al socialismo passa, nei primi anni del dopoguerra, attraverso la collaborazione governativa tra borghesia progressista e movimento operaio […] mentre la classe operaia nella fabbrica si muove in direzione del tutto opposta a quella dell’alleanza col capitale».

Naturalmente a noi non interessa il velato cinismo con cui la studiosa prende per buone le definizioni che i politici danno di sé e dei loro alleati, per cui in primo luogo è dato per scontato che una parte della borghesia sia progressista, quando è almeno dal 1917 che nessuna sua parte ha mai dimostrato storicamente di esserlo, ma soprattutto, in secondo luogo, il Partito Comunista diventa “il movimento operaio”, mentre il vero movimento operaio, la classe operaia medesima, resta semplicemente “la classe operaia”, quasi la sua azione non contasse nulla per farne parte davvero.
A noi, qui, interessa soltanto mostrare inequivocabilmente come gli operai avessero idee diametralmente opposte a quelle del loro partito. Ci volle tutta la doppiezza togliattiana, la chiusura di sedi, numerose esautorazioni d’ufficio ed espulsioni, per riuscire a tirarsi dietro il grosso della classe senza giungere a una vera e propria frattura con la base. Il che però non vuole dire che la classe seguì il partito come chi è convinto che la linea sia giusta. La classe sentì puzza di bruciato ad ogni passo, ma seguì il partito come lo segue chi lo riconosce come qualcosa comunque di suo. Dopo vent'anni di fascismo, gli operai ignoravano gran parte delle vicende, non potevano chiarirsi tutto in un colpo cosa fossero lo stalinismo e i suoi partiti. In breve, non riuscirono a liberarsi in tempo delle loro illusioni in Stalin e nel PCI, ma non furono comunque fedeli come marionette. Al contrario, seguirono obtorto collo il partito, e questa contraddittoria fedeltà fu fatale per i loro sogni di gloria.

La sconfitta dell’antifascismo operaio classista pregiudica pesantemente anche la presunta vittoria storica interclassista del suo partito di riferimento, il PCI. Forse hanno vinto gli altri partiti, che non avevano ufficialmente lo stesso programma, ma non certo il PCI. Non tanto perché alla fine del ciclo, tolta la forza economica alla sua base, il PCI è espulso dal governo borghese da De Gasperi e battuto alle elezioni, ma perché ricacciare indietro gli operai all’apice della mobilitazione, per poi sperare di farli avanzare successivamente, per via parlamentare, smobilitati e delusi, appare subito come un assurdo controsenso. Infatti, per un robusto marxista come Bordiga (qualcuno legge ancora i suoi vivacissimi scritti?), era chiarissimo già allora come fosse impossibile, quando commentava sarcastico Togliatti che presentava la Costituzione come chissà quale trofeo e come inizio di chissà quale avvenire di sicuro progresso.

Dal punto di vista programmatico, però, per la sconfitta definitiva dell’antifascismo "comunista" costituzionale bisogna aspettare il 2007, anno della nascita del PD, con cui si chiude la parabola del PCI-PDS-DS. Nella Costituzione, infatti, il famoso testo della stucchevole promessa di rivoluzione per il povero PCI che ci aveva rinunciato recitava così: «È compito dello Stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana...». Tecnicamente, se la frase ha un senso, significava che era compito dello Stato ridare le fabbriche agli operai, di quello stesso Stato borghese che si era appena ricostruito facendosele riconsegnare da Togliatti. Prosaicamente, era la famosa “via italiana al socialismo”, il vecchio programma socialdemocratico del “partito nuovo”, come si definiva il PCI repubblicano. La Costituzione diventava, nella narrazione degli stalinisti italiani, il perno dell’ennesima variante del socialismo per via di riforma.
Nel 2007, per i San Tommaso a cui il Bordiga del 1947 non basta, anche questo capitolo si chiude per sempre: attraverso la svolta della Bolognina del 1989-’91, la via italiana al socialismo si rivela per quello che è: la via italiana dal PCI al PD. Dalla promessa immaginaria di una trasformazione di uno Stato borghese in uno socialista alla trasformazione opposta di un partito operaio (stalinista) in un partito pienamente borghese. Game over!

Riproporre ancora, tredici anni dopo, un antifascismo sconfitto subito nella sua classe portante, quella operaia, e definitivamente negli intenti programmatici del suo principale partito nel 2007, significa preparare nuove sconfitte senza aver neanche speranza di mezze vittorie politiche come quelle della Resistenza.

Infatti, la vittoria politica dei partiti antifascisti è stata oltretutto ottenuta nell’epoca del crollo dello Stato borghese e del disfacimento del fascismo. La borghesia oggi ha ben saldo nelle mani il suo Stato, non deve ricostruirlo. Gli operai, pur con la bella prova degli scioperi di marzo per difendersi dall’emergenza coronavirus, non hanno in mano le fabbriche. Se la borghesia chiama all’unità nazionale – contro il movimento operaio, anche se questo non lo dice – è perché sa che alla ripresa, per tenerlo buono, non ha alcuna riforma da offrirgli, ma solo l’accelerazione e il raddoppio delle misure lacrime e sangue che abbiamo già visto e sperimentato nell’ultimo decennio abbondante di crisi. Il rischio quindi di una ribellione furiosa e di uno scontro frontale col movimento operaio esiste, e per quanto noi marxisti, prudenti, non lo diamo per scontato, è indubbiamente sentito dalla borghesia.

Perciò mettiamo in guardia i compagni che come noi stanno lavorando per la mobilitazione più ampia e radicale che si sia mai vista in questo paese, perché qualora la rabbia operaia scoppiasse davvero, mettendo all’angolo la borghesia, il fascismo che ci ritroveremo davanti non sarà certo quello alla frutta e moribondo del 1945, ma un fascismo molto più simile a quello in ascesa, giovane e forte, della marcia su Roma del 1922. Quello che i fronti popolari interclassisti se li mangiava in un boccone. Non tanto in Italia, dove Stalin non aveva ancora avuto il tempo di prepararli, ma in Spagna, nel 1936, dove dettero dimostrazione imperitura e storica di tutta la loro impotenza di fronte alla versione spagnola del fascismo in ascesa: il franchismo.

L’antifascismo da fronte popolare interclassista, dunque, non si può dire abbia fatto il suo tempo, come tutte le cose venute male e storicamente sbagliate, perché sostanzialmente riformiste. È proprio che è tanto più retorico e acritico perché fondamentalmente inattuale.

Quello che va ricostruito non è l’antifascismo di Stalin, ma quello di Lenin, l’antifascismo del fronte unico interamente classista, cioè l’antifascismo proletario e rivoluzionario, l’unico in grado di battere il fascismo controrivoluzionario in ascesa. Ai tempi del Duce questo tipo di antifascismo si manifestò in Italia non nella forma piccolo-borghese del fronte popolare, ma in quella sostanzialmente genuina degli arditi del popolo, fondati nel giugno del 1921.

È, quella degli arditi del popolo, la forma più attuale per l’antifascismo di oggi.
Anche gli arditi del popolo allora furono sconfitti, nonostante alcune iniziali e brillanti vittorie, ma ciò non fu a causa di una formula sbagliata di antifascismo, ma degli errori del PCd'I appena nato, che non comprese le direttive di Lenin. Lenin, di cui non onoreremo mai abbastanza i 150 anni dalla nascita della sua grandezza, voleva che il PCd'I si unisse agli arditi del popolo per esserne alla testa contro il fascismo. Il settarismo estremista di Bordiga lo impedì per purezza di partito. Così gli arditi del popolo, privati del partito rivoluzionario e quindi di una fetta importante della classe operaia, coi socialisti che tenevano con le mani legate l’altra fetta, furono lasciati soli e condannati alla sconfitta.

Oggi, alla vigilia di un nuovo possibile ciclo di lotte, nel parziale stand-by del momento, il fascismo non è ancora in ascesa come allora, perciò i nuovi arditi del popolo non si sono ancora formati. Però, sapendo che senza comunisti e classe operaia saranno destinati di nuovo alla sconfitta, possiamo imparare dalla Storia preparando i più arditi tra gli arditi del popolo: gli arditi del partito militante e rivoluzionario; perché senza la ricostruzione del suo insostituibile ruolo di guida dell’antifascismo tutto, l’antifascismo non sarà mai vittorioso.

Viva il 25 aprile!
Viva i partigiani!
Viva la Resistenza!




Approfondimenti:

Per il rapporto tra classe operaia e PCI, si legga di Liliana Lanzardo “Classe operaia e Partito Comunista alla Fiat – la strategia della collaborazione 1945-1949” (Einaudi, 1971).

Per la forte opposizione che la linea del PCI incontrò, si legga del grande Arturo Peregalli: “L’altra Resistenza – Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945” (Graphos 1991) e “Togliatti guardasigilli 1945-1946”, (Colibrì 1998, quest’ultimo scritto con Mirella Mingardo).

Per i commenti sarcastici e in presa diretta di Bordiga sulla Costituzione, consigliamo questi due scritti: “Abbasso la Repubblica borghese, abbasso la sua Costituzione”, del 1947, e “I socialisti e le costituzioni”, del 1949.

Sugli Arditi del popolo e le loro prime formazioni armate, da leggere è senz’altro “Dal nulla sorgemmo” di Valerio Gentile (Red Star Press, 2012).

Infine, sull’impietoso bilancio dell’unità nazionale antifascista, molto preciso e sintetico è il capitolo: “Il PCI al governo nel ’44-47” di Antonio Moscato, contenuto in “Sinistra e potere” (Sapere, 2003)
Lorenzo Mortara