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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

 


Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lamentare un’improvvisa ondata di violenza cieca e casuale.

In primis, ribadiamo che vi è stato un omicidio di Stato, di cui sono colpevoli tanto coloro che si sono macchiati in prima persona della morte di Fakir quanto le politiche securitarie e postfasciste della destra di governo, ma anche (e non per ultimo) la giunta campolarghista bolognese, che da mesi implora Piantedosi per avere più polizia e da sempre, nel proprio inseguire gli interessi del capitale, fa ricorso al pugno duro contro ogni opposizione dal basso.

Inoltre: la giunta bolognese ha platealmente tentato di fare campagna elettorale sulla morte di un individuo (di cui, ribadiamo, sono corresponsabili) chiamando una piazza che volevano rendere una passerella elettorale; ma la piazza non era incline ad assecondare questi loro fini.

Un corteo spontaneo ha raggiunto la prefettura; qui, la polizia ha colto la prima occasione possibile per far partire gli scontri, non preventivando però la fermezza della piazza, che si è duramente contrapposta al pugno della repressione dello Stato borghese.
Siamo stati presenti ed abbiamo osservato lo svolgersi degli avvenimenti in prima persona, dai primi lacrimogeni alle ronde di fine serata. Non glorifichiamo lo scontro per amor di scontro, ma saremo sempre a fianco della resistenza proletaria contro la repressione di Stato, senza dissociazioni di sorta.

L’omicidio di Fakir, contemplato dalle tecniche di contenimento applicate dalle cosiddette forze dell’ordine, rivela di nuovo la natura della polizia: null’altro che un manipolo di armati posti al servizio di uno Stato che, in quanto borghese, a sua volta è al servizio del grande capitale. Per questo razzializza e perseguita i proletari fino alla loro morte mentre tratta con i guanti i capitalisti legali e criminali, spesso fusi tra loro.

Le classi subalterne non possono aspettarsi nulla da questi corpi armati al servizio della classe loro nemica; devono invece sviluppare le proprie stesse forze e porle al servizio della trasformazione rivoluzionaria della società.

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.

Il caso Almasri e la natura dello stato

 


Le «cose sporchissime» dei governi capitalisti

2 Febbraio 2025

«In ogni stato si fanno cose sporchissime per la sicurezza nazionale, anche trattando coi torturatori. Avviene con tutti i governi, tutti», ha dichiarato il famigerato Bruno Vespa a difesa di Giorgia Meloni.
È la candida confessione pubblica della verità più evidente attorno al caso del generale Almasri, torturatore libico, prima arrestato e poi rilasciato con tanto di accompagnamento in Libia.
Non c'era bisogno di Bruno Vespa, naturalmente, per capire la vera “ragione di Stato” dell'atto compiuto. La stessa evocazione dell'interesse nazionale, non meglio precisato, da parte della Presidenza del Consiglio già alludeva in forma cifrata alla verità. Il fatto nuovo è che la verità è stata cinicamente rivelata dal più autorevole ciambellano dell'attuale governo e della sua direzione postfascista.

È interessante notare che la rivelazione della verità è presentata come sua assoluzione. Se “così fan tutti”, perché prendersela con Giorgia Meloni? Semmai dovrebbe essere lodata quale baluardo del superiore interesse nazionale, al pari dei precedenti Presidenti del Consiglio. Non a caso la stessa stampa borghese della cosiddetta opposizione liberale si guarda bene dall'entrare davvero nel merito della vicenda. Anche perché dovrebbe spiegare il proprio immancabile sostegno alle «cose sporchissime» del famigerato patto con la Libia di Mario Minniti e Paolo Gentiloni (2017). Il primo oggi comodamente seduto ai vertici di Leonardo, azienda di guerra rifornitrice di Israele, il secondo commissario uscente dell'Unione Europea, e possibile candidato in pectore in veste di premier di un futuro governo di centrosinistra. Meglio dunque tutelare gli scheletri nei propri armadi, e occuparsi della difesa della magistratura. Giorgia Meloni peraltro non chiede di meglio: si intesta la difesa della Patria e della sua sicurezza, a beneficio dei sondaggi elettorali del proprio partito.

Ma allora questa difesa della patria va chiamata col suo proprio nome: diretta complicità dei governi italiani («tutti») con i peggiori torturatori libici, a garanzia del blocco delle partenze. Ciò che significa finanziamento ed equipaggiamento militare di milizie tagliagola, impegnate nel segregare i migranti, nel riacciuffare quelli che riescono a partire, nell'usare le immagini di corpi torturati come arma di ricatto per estorcere altro denaro alle loro famiglie, nell'usare i migranti come schiavi per lavori infrastrutturali e prestazioni private nelle ville dei loro aguzzini, nello stuprare donne e bambini...

Queste sono le ordinarie cose sporchissime che da quasi un decennio coinvolgono l'Italia in Libia. E non solo l'Italia. Tutti i governi “democratici” della Unione Europea coprono le segregazioni e torture libiche. Non a caso il generale Almasri ha fatto un ampio giro nei paesi europei prima di approdare in Italia, battendo ovunque cassa per i servizi prestati. Peraltro il Patto europeo su Immigrazione e asilo affida di fatto all'Italia il presidio del confine meridionale della UE. L'accordo tra Meloni e Von der Leyen poggia esattamente su queste basi. Il silenzio europeo sulle deportazioni in Albania sono un risvolto di questo accordo.

La verità confessata è uno squarcio di luce sulla natura dello Stato dei governi capitalisti e della loro unione. Se la ragione di stato si appoggia sul crimine e sulla protezione dei criminali significa che il crimine è la ragione d'essere dello stato, quali che siano le mutevoli maggioranze politiche che lo amministrano.
In Italia l'attuale governo a guida postfascista è sicuramente il peggio, ma non a caso si appoggia sulle eredità di chi l'ha preceduto. Le destre reazionarie avanzano in Europa (e non solo), ma grazie ai sentieri tracciati e concimati dalle “democrazie” liberali.
Ovunque il capitalismo genera mostri. Oggi più che mai la verità è rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Verità per Ramy, ucciso dallo stato borghese


 Lo stato ha ammazzato Raiy Elgaml e cerca di salvarsi la faccia. Lo stato ha le mani sporche del sangue dei lavoratori e dei loro figli. Così prova a raccontarci che non è stato ammazzato un ragazzo di 19 anni per la violenza e la prepotenza con cui agiscono le sue forze dell'ordine, ma che è morto un ladro e che è morto un immigrato.

Lo Stato italiano non produce altro che morte e violenza, toglie tutto alle nuove generazioni e le accusa della loro rabbia. Questa mobilitazione è il chiaro esempio che tutto ciò non può più essere la normalità, e non si può più accettare.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si schiera dalla parte di Ramy, della sua famiglia dei suoi amici. Continuerà a lottare perché gli oppressi di tutta Italia, che subiscono la stessa violenza da parte dello stato, prendano in mano gli strumenti per costruire un mondo in cui nessun uomo possa ammazzare un altro uomo! Un mondo senza più padroni, un governo dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dagli anarchici!

 


Il blitz poliziesco di Carrara e il suo retroterra politico

10 Agosto 2023

Preoccupanti sono i capi d'accusa che l'8 agosto hanno guidato il blitz poliziesco contro nove anarchici, quattro dei quali arrestati, a Genova, La Spezia, Massa, Carrara. Il reato è quello di “associazione con finalità di terrorismo dedita alla ideazione, predisposizione, stampa e diffusione di pubblicazione clandestina”. Del terrorismo in realtà non vi è alcuna traccia. Nessun atto materiale né progetto specifico.
La pubblicazione cosiddetta clandestina altro non è che la pubblicazione di “Senza Motivo”, quindicinale dell'area anarchica “insurrezionalista” che ha sospeso le pubblicazioni a luglio per carenza dichiarata di articoli e redattori. Una pubblicazione talmente clandestina che sul web sono ancora rintracciabili le indicazioni per procurarsi copia e abbonamenti. La vera accusa è quella di aver sostenuto pubblicamente le posizioni di Cospito e la campagna a sua difesa. Dunque un puro reato d'opinione.

Ma il retroterra politico dell'operazione è più minaccioso della sua inconsistenza giudiziaria. Tanto più a fronte di un governo reazionario.
Chiara Colosimo, nuova Presidente della Commissione antimafia in quota Fratelli d'Italia, ha sentito il bisogno di chiarire pubblicamente in un'intervista a Il Tirreno le motivazioni politiche del blitz intestandosi la sua ispirazione. «Sono particolarmente felice di come la Polizia di Stato abbia stroncato questa mattina a Carrara questi rigurgiti... Abbiamo passato un inverno in cui la grande pubblicità al caso Cospito ha riacceso alcuni focolai, ma il fatto di non aver ceduto al ricatto del 41 bis ci ha permesso di non lasciare troppo spazio agli anarchici... Hanno chiamato lo Stato “boia”. E questo è inaccettabile».
L'operazione repressiva non riguarda dunque fatti compiuti ma la caratterizzazione dello Stato. La difesa della sua sacralità.

Da marxisti rivoluzionari, com'è noto, non condividiamo il terrorismo, sia esso di matrice anarchica o di altra natura. Ma denunciamo la pretesa dello Stato borghese di criminalizzare e incarcerare chi pone in discussione l'ordine costituito impugnando il reato di associazione sovversiva.
L'operazione poliziesca di Carrara ha un carattere intimidatorio che va bel al di là della marginalità dei compagni colpiti. Tanto più con un governo a guida postfascista. Anche per questo diciamo: giù le mani dagli anarchici!

Partito Comunista dei Lavoratori

Il processo agli anarchici, una vendetta di Stato

 


Contro il compagno Cospito e gli anarchici la magistratura dello Stato impugna l’art 285 del Codice civile che punisce chi attenta alla sicurezza dello Stato. Per questo commina alle e ai compagni l’ergastolo e a Cospito addirittura il 41 bis.


A fare questo è quello stesso stato borghese che taglia la sanità, concausa di decine di migliaia di morti durante la pandemia da covid, che dismette i controlli sulla sicurezza sul lavoro, a cui dovrebbe presiedere un pugno di ispettori mal pagati, e non persegue le criminali responsabilità dei padroni; che riconosce ai Benetton una buonuscita milionaria, nonostante le loro responsabilità nel crollo del ponte Morandi; che consente l’enormità di 120 miliardi di euro l’anno di evasione fiscale, mentre promette ulteriori condoni; che sminuisce le pene per i reati dei colletti bianchi mentre riempie le carceri di emarginati, che aumenta le spese militari mentre taglia lo stato sociale, il reddito di cittadinanza e le pensioni; che spedisce proprie truppe all’estero con la scusa del mantenimento della pace mentre in realtà cura gli affari del proprio imperialismo.

Questo stato borghese che non riconosce il reato di tortura si accanisce contro un uomo solo e la sua umanità, responsabile di un atto che non ha ferito nessuno, e, come anche parte dell’apparato della magistratura ritiene, di “lieve entità”.
Insomma, questo stato borghese autore di tutti questi ed altri crimini contro la collettività, le classi popolari e il mondo del lavoro, pone sé stesso al di sopra della democrazia, la propria sicurezza al di sopra dei più elementari diritti della persona.

Come abbiamo già scritto, noi non siamo d’accordo con i metodi delle azioni isolate, il terrorismo individuale, il lottarmatismo. Tuttavia non possiamo non esprimere la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni anarchici imputati e sostenere la lotta del compagno Cospito contro la vendetta dello stato borghese.

Solo la rivoluzione cambia le cose!

Partito Comunista dei Lavoratori

Nuova pubblicazione. Engels e l'origine della famiglia

 


Riattualizzare Engels. L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

2 Agosto 2022

È disponibile il primo numero di Classe, genere, rivoluzione, una serie di pubblicazioni tematiche a cura della Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL. L'opuscolo è disponibile presso le nostre sedi o scaricabile liberamente da questa pagina

Il Partito Comunista dei Lavoratori presenta il primo opuscolo di formazione della Commissione donne e altre oppressioni di genere, dal titolo: Riattualizzare Engels: L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. La questione del metodo.

Questo lavoro si pone all’inizio di una serie di altri interventi volti a rinforzare la conoscenza sull’intreccio tra patriarcato e capitalismo, sul suo sviluppo storico, sul metodo di analisi utilizzato per inquadrare correttamente le condizioni materiali delle donne assoggettate alla doppia oppressione in quanto preposte alla riproduzione in senso sia biologico sia sociale.

Riteniamo che il discorso sia da riattualizzare, poiché tante e altre sono le soggettività oppresse sono emerse nel corso della storia. Da una parte abbiamo il dato biologico, che è inaggirabile e vale non solo per le donne cis ma anche per soggettività trans e non binarie; dall’altra il lavoro del mantenimento della forza-lavoro e dunque la questione della riproduzione sociale. La famiglia come cellula economica di base del capitalismo chiama in causa un aggiornamento sul panorama variegato di cosa sia oggi la famiglia, la quale mantiene inalterata la sua funzione sostanziale ma si palesa fenomenologicamente in forme diverse, in base alle varie zone del mondo e alle culture di riferimento e al grado di sviluppo del capitalismo.



Presentiamo di seguito le righe iniziali dell'introduzione.


Grazie a L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Friedrich Engels (1), inseparabile compagno e amico di Karl Marx, inaugura una profonda riflessione sulle cause economiche e sociali dell’oppressione della donna, sul ruolo della famiglia come cellula di base del capitalismo nel suo ruolo fondamentale di riproduzione di forza-lavoro e sul ruolo dello Stato. Inoltre, descrive in maniera chiara e scientifica l’intreccio tra patriarcato e capitalismo.

Per rendere agevole la comprensione sono state selezionate alcune parti fondamentali da un punto di vista strettamente teorico: le due Prefazioni alla prima e alla quarta edizione (1884; 1891), il capitolo I Gli stadi preistorici della civiltà, il capitolo II La Famiglia e il capitolo IX Barbarie e civiltà, che proponiamo in maniera commentata, anche per aggiornare alcuni passaggi che sono passati al vaglio di studi successivi. Nelle appendici sono riportati frammenti di opere precedenti di Marx ed Engels, da porre in collegamento con i contenuti proposti. Alcune sono opere che Engels stesso cita nella sua trattazione, altre sono indicate nelle note dell’edizione presa in esame (2), altre ancora sono frutto di un lavoro di ricerca su opere cronologicamente anteriori, utili per lo studio del testo collocato lungo uno sviluppo storico.

Questo opuscolo rappresenta un inizio, sia perché la formazione proseguirà con testi e interventi successivi sia perché la riflessione su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato apre alla comprensione del mondo attuale.
Infatti, com’è possibile che un testo dell’Ottocento possa valere ancora oggi? La risposta risiede nel metodo utilizzato da Engels, cioè il materialismo storico, a cui era approdato assieme a Karl Marx con il fondamentale testo L’ideologia tedesca (1846).


(1) La versione telematica è reperibile all’indirizzo: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1884/famiglia/index.htm

(2) Per il presente opuscolo l’edizione consultata è: Friedrich Engels, L’origine della famiglia della, della proprietà privata e della Stato, Roma, Editori Riuniti, 2005, VI edizione, traduzione di Dante della Terza, a cura di Fausto Codino.

[continua]





Se desideri una copia cartacea dell'opuscolo (3 euro) contattaci subito. Scrivi a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook ufficiale per sapere come acquistarlo.

In fondo a questa pagina puoi scaricare gratuitamente l'opuscolo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Piena solidarietà a Mimmo Lucano

 


Il significato di una sentenza reazionaria

30 Settembre 2021

La condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e due mesi è una sentenza giuridicamente abnorme e politicamente infame.

Raddoppia la richiesta del pubblico ministero. Configura l'accusa grottesca di “associazione a delinquere” per un'azione a tutela della dignità dei migranti. Assegna a Lucano una pena superiore a quella riservata a Luca Traini, che pochi anni fa a Macerata sparò sui migranti cercando il morto e ferendone sei.

Uno dei capi d'accusa è quello di aver speso illecitamente soldi pubblici. Curioso. I governi e le giunte (di ogni colore) che regalano montagne di soldi pubblici a industriali e banchieri, prendendole da sanità, pensioni, lavoro, sono oggetto di plauso. Chi ha tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per pagare il debito alle banche, moltiplicando le morti per Covid, governa l'Italia, per di più idolatrato. Padroni grandi e piccoli che quotidianamente causano la morte sul lavoro dei propri dipendenti, assunti in nero o con contratti usa e getta, godono di una diffusa impunità, assieme alla loro evasione fiscale e contributiva. Chi invece ha speso per la difesa di chi fugge da fame e morte viene colpito come criminale.

Nella sua enormità, la sentenza chiarisce in effetti qual è la legge della società borghese, e la natura reale dello Stato. La vera associazione a delinquere sta lì. La sentenza giudiziaria contro Lucano è in fondo una confessione. Una ragione in più per la più ampia mobilitazione contro questa sentenza, e per dare a Mimmo Lucano tutta la nostra solidarietà.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà a Eddy e al SI Cobas

 


Esprimiamo la nostra piena solidarietà al compagno Eddy Sorge, membro dell'esecutivo nazionale del SI Cobas, indagato per associazione a delinquere dalla Procura di Napoli.

Non è la prima volta che questo capo d'accusa viene impugnato contro compagni e movimenti impegnati sul versante della lotta di classe, per l'unità e l'organizzazione degli sfruttati.
Tanto più in una fase di approfondimento del conflitto sociale, come nella logistica, e alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti, la magistratura borghese affila le armi della repressione contro le forme di lotta più radicali e i loro dirigenti. Si vuole creare un clima di intimidazione che scoraggi la moltiplicazione delle lotte di resistenza e favorisca la rassegnazione.
Nel momento in cui vi sono padroni che impunemente organizzano i mazzieri contro i picchetti di sciopero (FedEx-Zampieri), che promuovono aggressioni squadriste contro presidi sindacali (Texprint), che spingono i crumiri persino ad uccidere sindacalisti in lotta, come Adil Belakhdim, pur di consegnare la merce per tempo, si accusa di associazione a delinquere chi lotta in prima fila per denunciare e contrastare tutto questo. In questo paradosso sta tutto il marcio della democrazia capitalista. L'unica associazione a delinquere è la società borghese e il suo Stato.

Giù le mani da Eddy! Piena difesa dei diritti di lotta degli sfruttati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

VIDEO: 13 MARZO 2021 - GLI INTERVENTI DEI COMPAGNI DEL PCL E DELL'OPPOSIZIONE CGIL ALLA GRANDE MANIFESTAZIONE A PIACENZA IN SOSTEGNO DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI FEDEX-TNT: ARAFT E CARLO LIBERI SUBITO!

 


Classe contro classe, forza contro forza! Intervento del compagno Luigi Sorge, operaio Stellantis di Cassino, alla manifestazione di Piacenza in solidarietà ai 25 operai della TNT che nella mattina del 10 marzo sono stati portati in Questura dopo perquisizioni e ai due coordinatori del Si Cobas che sono stati arrestati ai domiciliari con accuse di resistenza aggravata. L’imputazione è di aver guidato lo sciopero di tredici giorni contro i padroni della FedEx, che ha costretto l’azienda a un passo indietro. La resistenza allo sfruttamento non è un crimine ma un esempio. L’unica vera associazione a delinquere è la borghesia e il suo Stato! Libertà per i compagni arrestati! Arafat e Carlo liberi!


Unità di classe contro la repressione dei padroni e del loro Stato! Intervento del compagno Renato Pomari, militante dell'Opposizione CGIL e del PCL.


Partito Comunista dei Lavoratori


Piena solidarietà agli operai e alle operaie della FedEx-TNT

 


Ancora una volta la polizia dello Stato borghese risponde al richiamo del padrone. Ma gli operai non si sono lasciati intimorire

Le compagne e i compagni del Partito Comunista dei Lavoratori esprimono la massima solidarietà alle operaie e agli operai in lotta contro i licenziamenti annunciati da parte della FedEx-TNT di Piacenza.

La multinazionale americana ha annunciato migliaia di licenziamenti in tutta Europa, di cui centinaia in Italia. Lo stabilimento di Piacenza è particolarmente colpito ed è qui che si è mostrata la forza della resistenza operaia. Le lavoratrici e i lavoratori in sciopero, con il loro picchetto per molte ore hanno impedito l'uscita dei camion della FedEx-TNT.

A questo punto i padroni hanno chiamato la polizia e la polizia è accorsa a difendere il loro sacro diritto di sfruttare e di licenziare, nonostante la pandemia.

Quelle stesse autorità dello Stato, a partire dal governo, che hanno dimostrato una criminale incapacità nel gestire l'emergenza sanitaria e ora sono in ginocchio davanti alle multinazionali dell'industria farmaceutica che centellina le forniture di vaccini per speculare il più possibile e trarne il massimo profitto, non esitano a picchiare e gasare lavoratrici e lavoratori. Quegli stessi lavoratori e lavoratrici che prima sono stati costretti a lavorare a rischio di contrarre il contagio da Covid in nome della continuità dei profitti, ora vengono scaricati e sono costretti a lottare per non perdere il posto di lavoro.

Questi operai nella notte scorsa hanno dato un grande esempio di determinazione e forza, resistendo alla violenza poliziesca e riuscendo a continuare il presidio.

Il PCL non può che associarsi alla loro lotta prendendola ad esempio ed esprime tutto il suo sostegno alla vertenza portata avanti dal SI Cobas, con cui per altro è impegnato da mesi nel percorso unitario tracciato dall’"Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi" che venerdì 29 gennaio ha promosso lo sciopero generale.

La giornata del 29 è stata una tappa di una mobilitazione che continua e dovrà necessariamente allargarsi coinvolgendo possibilmente i milioni di salariati che a causa della crisi sanitaria ed economica sono gettati sul lastrico e rischiano il licenziamento di massa dopo il termine del blocco dei licenziamenti del prossimo mese di marzo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo Stato delle banche

 


Ulteriori agevolazioni fiscali alle banche per incoraggiare le fusioni

1 Dicembre 2020

Lo Stato è per le banche il primo cliente. Le banche comprano titoli pubblici in cambio del loro rimborso e dei rispettivi interessi. Interessi oggi molto bassi per via del gigantesco acquisto dei titoli pubblici, e obbligazioni private, da parte della BCE. Le banche si rifanno con l'acquisto dei titoli azionari, che invece conoscono una vera euforia proprio perché offrono rendimenti maggiori dei titoli pubblici, e quindi attirano una massa crescente di capitali.
C'è tuttavia un problema: la sospensione della distribuzione dei dividendi bancari suggerita dalla BCE. Una raccomandazione non vincolante, e infatti da alcune banche disattesa, e tuttavia condizionante. Le banche temono che le proprie azioni in Borsa possano subire un danno per questo in termini di fuga di capitali. Temono cioè che azionisti affamati di dividendi a breve possano indirizzarsi altrove. Da qui il pressing sulle autorità europee e sulla stessa BCE perché si possa tornare a distribuire (grassi) dividendi agli azionisti, e quindi trattenere i capitali investiti. Peraltro le autorità europee andranno incontro assai presto alla richiesta delle banche, come la Commissione Europea ha già ufficiosamente anticipato.

Ma le banche non sono ancora soddisfatte. Hanno paura di essere esposte a un'ondata di crediti deteriorati per via della recessione e delle crisi industriali, con la relativa perdita di patrimonio. È vero che lo Stato ha offerto loro la copertura di garanzie pubbliche per i crediti concessi, socializzando così le loro perdite coi soldi di tutti (in primis dei lavoratori). Ma le banche temono che l'ondata dei crediti deteriorati possa essere troppo grande per essere coperta dallo Stato, e vogliono dunque nuovi assicurazioni e vantaggi. Lo Stato borghese provvede.

«Lo Stato aiuta la corsa alle fusioni» titola il quotidiano di Confindustria (28 novembre). Vale per le aziende ma vale soprattutto per le banche. Di cosa si tratta? Presto detto. La nuova grande crisi ha aperto ovunque la febbre delle fusioni bancarie, cioè di ingenti concentrazioni finanziarie. In tutta Europa le grandi banche puntano ad assimilare le piccole per irrobustire il proprio patrimonio e competere con forza maggiore con le banche americane e cinesi. Il problema è che tante piccole banche del territorio, molto esposte sul versante della piccola e media impresa, sono perciò stesso fortemente esposte in fatto di crediti scoperti e a loro volta molto indebitate col fisco. Cosa fa a questo punto lo Stato? Rinuncia ai propri crediti fiscali nel caso che le piccole banche si fondano con le grandi.

Le agevolazioni fiscali non sono bruscolini. Nel caso della sola fusione tra BPER e BPM lo Stato regala un miliardo alle banche interessate. Il giro complessivo di fusioni bancarie annunciate – innanzitutto quella tra Unicredit e MPS – costerebbe all'erario ben cinque miliardi. Risorse sottratte alla sanità pubblica, all'istruzione, al lavoro, al rinnovo dei contratti pubblici, e direttamente girato agli azionisti.
Si dirà: “così fan tutti”, tutti gli Stati borghesi del vecchio continente (e non solo), a partire dagli stati imperialisti. Nello Stato spagnolo le fusioni bancarie con agevolazioni fiscali dello Stato sono più avanzate che in Italia, con la benedizione di Iglesias e di Podemos. Ma appunto ovunque lo Stato, per dirla con Marx, è il comitato d'affari della borghesia, indipendentemente da chi lo governa. Ai lavoratori e alle lavoratrici il compito di rovesciarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL a fianco degli operatori sociali oggi in sciopero

 


Per l'internalizzazione dei servizi, per l'unificazione delle condizioni contrattuali, per la parità di salari e diritti a parità di lavoro!

13 Novembre 2020

Sono i lavoratori, spesso lavoratrici, che assistono persone anziane o disabili; che garantiscono servizi di pulizia delle scuole; che offrono la propria prestazione presso gli ospedali, le residenze per gli anziani, le case della salute... Sono decine di migliaia di salariati che vivono una condizione di sfruttamento inaccettabile. Svolgono un servizio pubblico, ma sono assunti da cooperative private cui gli enti pubblici appaltano il servizio. Cooperative che ingrassano su salari da fame, contratti di lavoro usa e getta, negazione dei diritti contrattuali individuali e collettivi, intimidazioni, ricatti, abusi. Chi ha frequentato quel mondo sa bene di cosa si tratta.

Ma sa anche di chi è la responsabilità. Il mercato delle cooperative, la grande giungla degli appalti e dei subappalti, è stato foraggiato dal ritiro della mano pubblica. Lo stato, a ogni livello, a partire dai comuni e dalle regioni, ha privatizzato e dismesso le proprie funzioni sociali al solo scopo di risparmiare, e contribuire così al pagamento del debito pubblico al capitale finanziario. Il debito dello stato nazionale, ma anche il debito proprio.
Il servizio di pulizia nelle scuole e negli ospedali, i servizi mensa, i servizi di assistenza ai più poveri, tutto è stato affidato al mercato. E il mercato opera con la legge naturale del profitto. La concorrenza al massimo ribasso è il terreno quotidiano di gara tra le cooperative. Si assicura l'appalto chi offre il servizio a prezzi stracciati. E lo offre a prezzi stracciati chi paga meno i propri dipendenti, tanto più se li si paga in nero, frodando lo stato e ricattando i lavoratori. Tanto più ricattabili se immigrati, che senza il lavoro non hanno il soggiorno.

Ora migliaia di lavoratori e di lavoratrici di questo settore sono scesi in sciopero su scala nazionale per rivendicare la cosa più elementare: la reinternalizzazione del proprio servizio, e l'unificazione della condizione contrattuale al livello del pubblico impiego. A uguale lavoro, uguale salario ed uguali diritti. È una rivendicazione di valenza generale che può e deve valere per i lavoratori di tutti i settori, nel pubblico e nel privato. Come lo è la rivendicazione della sicurezza sul lavoro e del pagamento del 100% del salario in caso dii lockdown.

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene pienamente i lavoratori e le lavoratrici oggi in sciopero e tutte le loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

Assistenza ai profitti, sblocco dei licenziamenti

 


L'ossigeno per i malati e quello per gli azionisti

Mentre la seconda ondata della pandemia denuncia una volta di più lo sfascio immutato della sanità pubblica in tutti i paesi capitalisti, l'Unione Europea proroga di sei mesi il regime straordinario che liberalizza gli aiuti statali alle imprese. Non solo alle piccole imprese ma anche alle grandi, alle quali si copre con risorse pubbliche il 70% dei costi fissi. «Una boccata di ossigeno per banche e imprese italiane» titola festante Il Sole 24 Ore (14 ottobre). Infatti il governo potrà prorogare di altri sei mesi moratorie, mutui, garanzie sui prestiti, spostando in avanti nel tempo il rischio che le banche debbano svalutare i crediti sui quali non ripartiranno i pagamenti. In altri termini, lo Stato continuerà a garantire il credito bancario alle grandi imprese (vedi FCA), e dunque i debiti di queste ultime, prendendo i soldi dalla fiscalità generale, cioè dalle tasche dei salariati, oppure facendo debito a sua volta con le banche che comprano i titoli pubblici. Un debito il cui rimborso sarà caricato sui lavoratori e le lavoratrici. Insomma: ciò che non si trova per i malati, si trova in abbondanza per i profitti. L'“ossigeno” che rischia di mancare alle terapie intensive non mancherà mai per gli azionisti.

In compenso nello stesso giorno la Commissione Lavoro della Camera, e indirettamente il ministro dell'economia Gualtieri, annunciano che la Cassa Integrazione Covid sarà prorogata, assieme all'esonero triennale del 50% dei contributi per le assunzioni a tempo indeterminato (che sale al 100% per gli under 35), ma il blocco dei licenziamenti no: quello finirà “naturalmente”, annuncia Debora Serracchiani, presidente della Commissione Lavoro. «È condivisibile immaginare una uscita dalle misure straordinarie, a partire dal blocco dei licenziamenti». Il quotidiano di Bonomi plaude entusiasta: «Il blocco dei licenziamenti non ha precedenti dallo Statuto dei lavoratori in poi; e oggi è un unicum pure a livello europeo». C'è del resto “un problema di costituzionalità”, esclama soddisfatto: la Costituzione (borghese) non garantisce forse la proprietà privata e la libera impresa? Quanto al milione di licenziati che la stessa Confindustria annuncia, ci penserà l'elemosina a termine della Naspi, e le famigerate “politiche attive del lavoro”. Quelle che ingrassano le agenzie interinali in cambio dell'offerta di supersfruttamento, pena l'accusa di voler stare sul divano.

Tutta la società borghese sta nelle pieghe di questa cronaca. Una pioggia di garanzie per i capitalisti, un calcio nel sedere agli operai. Una ragione in più per fare della lotta dei metalmeccanici contro Bonomi la leva di una mobilitazione generale di tutto il mondo del lavoro. Perché solo una mobilitazione generale può rispondere a un attacco generale. Solo la pedata di uno sciopero vero di dieci milioni di operai può suonare la carica di una vera alternativa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la repressione, unità di classe!

 

Tutte e tutti a Modena il 3 ottobre

1 Ottobre 2020


No alla repressione antioperaia! Facciamo fronte unico contro la dittatura padronale e dello Stato borghese!

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene, partecipa e invita fortemente lavoratrici e lavoratori e le loro organizzazioni a partecipare alla manifestazione in difesa delle operaie e degli operai che nel territorio di Modena stanno subendo la persecuzione giudiziaria direttamente funzionale agli interessi padronali. La mostruosità del maxiprocesso intentato dalle autorità giudiziarie dello Stato borghese deve essere rigettata dalla classe lavoratrice. Quello Stato che proprio in questi mesi di pandemia ha dimostrato la propria responsabilità criminale perseguìta nel dissesto trentennale della sanità pubblica e nella messa a repentaglio della sicurezza per milioni di lavoratori con la conseguenza di decine di migliaia di morti.
Non si tratta solamente di esprimere la propria scontata solidarietà, ma di organizzare la propria autodifesa pregiudicata dalle istituzioni dello Stato piegato, come sempre, alle esigenze padronali. Il reato di cui si sarebbero macchiate queste lavoratrici e questi lavoratori è semplicemente quello di aver scioperato, organizzato picchetti e occupazioni, in difesa di diritti salario e sicurezza, ossia i normali e tradizionali strumenti della lotta di classe. Il mondo del lavoro non può e non deve subire questo attacco alle sue libertà fondamentali.

Le compagne e i compagni del PCL sono stati parte attiva della grande assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta domenica 27 settembre a Bologna. Quell’assemblea ha indicato l’assoluta necessità della più ampia mobilitazione il 3 ottobre a Modena, perché le rivendicazioni essenziali del movimento operaio non subiscano il randello delle forze dell’ordine al servizio degli interessi padronali.
Perché sia possibile lottare per:

- la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario;
- la patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni;
- il salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame;
- l’eliminazione del razzismo istituzionale, a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto del lavoro.

Insomma, un programma di rivendicazioni antitetico a quello padronale, per uno scontro classe contro classe, forza contro forza. Se il padronato stringe le file attorno alla propria piattaforma, la classe operaia deve rispondere con una politica uguale e contraria.
Unità, radicalità, autodifesa sono i mezzi per aprire uno spazio non solo di liberazione al soffocamento delle lotte, dei diritti sindacali e delle condizioni di vita della classe lavoratrice, ma anche alla prospettiva di un ordine sociale alternativo a quello capitalista.
Come Partito Comunista dei Lavoratori ci impegneremo in ogni lotta e in ogni fronte unitario di avanguardia per sostenere la proposta del fronte unico di classe e di massa nella prospettiva di una alternativa anticapitalista. L’unica alternativa vera.



Qui puoi scaricare il volantino

Partito Comunista dei Lavoratori

La porta sul cuore di tenebra dello Stato borghese

Sulla vicenda della caserma di Piacenza

Nell'ottobre 2018 scrivevamo, a proposito del caso di Stefano Cucchi e dell'eroica battaglia di Ilaria per la verità sul suo assassinio da parte dell'Arma dei Carabinieri: “Il cuore profondo dello Stato getta la maschera e viene allo scoperto”.

Un cuore di tenebra. È quello che emerge dall'inchiesta della Guardia di Finanza sulle vicende terribili della caserma dei Carabinieri di Piacenza. Ancora una volta siamo solidali con le parole coraggiose di Ilaria: «un fatto enorme e gravissimo che ricorda la vicenda di mio fratello. Basta parlare di singole mele marce, i casi stanno diventando troppi. Il problema è nel sistema».

Certo, un sistema. Non mele marce, come invece la retorica massmediatica si affretta subito ad affermare. Sì, ma di quale sistema stiamo parlando? Non certo quello di un episodio ordinario di corruzione. La portata dell'indagine del procuratore, un lavoro che si prospetta enorme per svelare le catena delle complicità e le connivenze delle strutture di comando dell'Arma, ne è la più evidente smentita. Un lavoro che deve svelare come sia stato possibile che per anni i comandi dell'Arma abbiano coperto una situazione in cui un'intera caserma dei carabinieri si è organizzata con una struttura del tutto simile alla criminalità organizzata, perpetuando arresti illeciti, torture, estorsioni e spaccio. Non è un caso che un'indagine di questa portata sia stata sottratta alle autorità inquirenti dell'Arma stessa.

Il fatto è enorme, ma non ci deve stupire. In realtà l'episodio, solo una punta dell'iceberg, rivela per l'ennesima volta, dopo la macelleria messicana e le torture della caserma Bolzaneto nelle giornate di Genova del luglio 2001, gli altri casi di morti “accidentali” come quelle di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Serena Mollicone, per citare solo le più note, come funzionano realmente i corpi armati separati dello Stato borghese.
Ad ogni latitudine è evidente, come dimostrano gli omicidi a sfondo razziale della polizia statunitense: inflessibili nella protezione della proprietà privata e della sua sacralità (feroci bastonature dei picchetti operai), concessivi e garantisti con i reati dei cosiddetti colletti bianchi, repressivi nei confronti delle mobilitazioni popolari, razzisti nei confronti delle minoranze, impuniti e quindi dediti ad ogni corruzione e nefandezza, protetti dal proprio spirito di corpo che li pone in difesa dell'ordine borghese al di sopra delle stesse leggi borghesi, essi sono i più credibili testimoni della costituzione materiale dello Stato borghese profondo, insensibile per sua natura a qualsiasi costituzione formale.

Ribadiamo: proprio la natura organica dei corpi repressivi, il loro codice interno, la legge reale che governa le loro relazioni, li rende strumenti idonei alla difesa dell'ordine borghese della società.
Per questo nessun programma anticapitalista può rimuovere dal proprio orizzonte la questione dello Stato e della rivoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori

LA PRIGIONE DEL CONSENSO


Una fame bulimica di giustizialismo attraversa la società italiana. I manettari si moltiplicano, aiutati nel sostegno alle loro tesi da un certo genere di stampa e di politica. Il tema della giustizia dura e pura, che non guarda in faccia nessuno, è davvero in salute. Porta con sé un valore aggiunto che molto interessa il potere: genera una idea di efficienza, rendendo della dea bendata una immagine incorrotta e monolitica. Una giustizia forte legittima, forse è meglio dire evoca, istituzioni muscolose e integerrime.
Curiosamente, con una piccola indagine, che ciascuno di noi può compiere in proprio, è davvero facile trovare persone disposte a “buttare via la chiave” per somministrare punizioni esemplari verso i propri simili, a prescindere dal reato commesso, dalle condizioni di salute, dalla durezza della carcerazione. Questi tombaroli, sono però gli stessi, che come naturale, se incappati nelle maglie della giustizia, proveranno a ricevere la sanzione più benevola, sfruttando tutte le possibilità previste dalla legge, magari bordeggiando ai limiti. Pagheranno il migliore avvocato nella loro disponibilità, non indispettiranno in qualsiasi modo il giudice, rappresenteranno nel dibattimento la via del pentimento. Non troverete nessun tombarolo pronto a invocare per sé stesso il massimo della pena, la condanna esemplare, il supplizio peggiore fonte di massima espiazione.
Già questo primo aspetto della questione ci pone di fronte a un paradosso bello e buono. Non siamo tutti uguali di fronte alla legge. Per il soggetto deve essere clemenza, per l’altro da noi sia pure rigore. Io sono buono, tu sei il cattivo.
Di certo non è automatico apparire sani nel vigore e puri, al fine di generare consenso. Un consenso che nella abitudine odierna si tende a misurare attraverso indicatori diversi dall'esercizio del diritto elettorale. È una facilitazione per chi esercita il potere politico, dal momento che questi indicatori, corrispondenti allo strumento del sondaggio, all'agire dei social, e al consueto addomesticamento del contesto da parte dell’informazione televisiva, possono essere controllati e indirizzati arbitrariamente e senza efficaci forme di controllo.  
Il meccanismo più utilizzato per serrare le fila dell’opinione pubblica, o se preferite del popolo, o ancora dei singoli cittadini, è quello di costruire un nemico, assoluto e facilmente spendibile, da combattere almeno in apparenza, con rigore. Fino all'emergenza Covid hanno funzionato bene i migranti. Il passato governo giallo-verde ne ha costruito una rappresentazione di guerra che ha retto in maniera egregia e ha generato consenso.
Il nemico ideale deve essere inoffensivo, fragile, non avere appigli nel sistema, esecrabile nella diversità, e possibilmente generare sentimenti di sottinteso razzismo, non dichiarato esplicitamente. Il nemico deve essere diverso, non assimilabile, possibilmente reo di colpe più o meno precisate. Portatore di malattie, di illegalità, immorale, pronto a delinquere. Facile a essere passivo e sfruttato. La logica capitalista rimesta in politica, e al suo linguaggio si adatta bene. 
La pandemia ha interrotto questa comoda situazione. Mancavano i migranti, pur restando gli stilemi. Assenza di sbarchi, un lock down che guarda caso ha interessato anche le organizzazioni criminali, prime sfruttatrici del bisogno di emancipazione delle masse provenienti dai paesi sottosviluppati.
Si era per questo alla ricerca di un nuovo nemico. Quanto meno di un nuovo argomento in grado di accomunare le componenti più qualunquiste dell’opinione pubblica, di tenere in sordina una sinistra sempre più debole nel promuovere idee vicine a quella che dovrebbe essere l’identità ideale.
A cavallo dell’emergenza Covid, il tema della giustizia si è rivelato il luogo più adatto dove pescare. In particolare, per le caratteristiche di fragilità e impotenza dei soggetti che vi appartengono si è rivelato l’universo carcerario. Rigore dunque.
Un sondaggio pubblicato dall’Istat nel giugno 2018, e dedicato alla percezione d’insicurezza dei cittadini, indica che il 39,4% del campione si sente poco sicuro, fino ad arrivare a non uscire di casa. Il dato si articola in successive declinazioni. A fronte, solo il 6,4% del campione ha vissuto la paura concreta di essere sul punto di subire un reato. La differenza è notevole, indicando un terreno fertile dove cercare di cercare consenso. Come dire un pesce su due abbocca.

Ogni tempo ha la sua legge
Ettore Messana nell'aprile del 1941 diventa questore di Lubiana. Fino al maggio del 1942. Il fascismo vuole una Slovenia italianizzata. Messana organizza una rete di campi di concentramento, dove le vittime stimate saranno 19.000. La Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ne chiede l’incriminazione. Nel 1945 anziché il carcere lo aspetta una promozione. Diventa Ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia. Ulteriori dettagli e atrocità sul personaggio, se interessati, non mancano. 
Che a ogni tempo corrisponda una concezione specifica di giustizia è un fatto che non deve sorprenderci. Così come la soggettività e l’originalità del giudizio del colpevole anche all'interno del medesimo ordinamento. Oggi l’impunità del signor Messana, rappresenterebbe un evento insostenibile. Nel 1945 è stata possibile.
La mutazione dei valori sociali di riferimento fa variare l’entità del castigo. In altri casi, sporadici in termini di numeri, entrano in gioco considerazioni che esulano il postulato della legge. In Italia si parla molto e troppo si è parlato di riforma della giustizia. Il dibattito si concentra sui tempi. Nel 2016 il processo penale durava in media tre anni e nove mesi. In media. Questo è certamente un problema rilevante, che ha pure un risvolto classista. I meno abbienti, i poveri, difficilmente possono sostenere per un tempo così lungo le spese per la loro difesa. Faranno ricorso all'avvocato d’ufficio. In ogni caso la disponibilità economica condiziona la qualità della difesa di un imputato.
La legge è uguale per tutti, ma se possibile scegliete il miglior avvocato che potete permettervi. Per esempio.
L’unica primaria soluzione a questo stato di cose è quella di destinare risorse al meccanismo giudiziario. Informatizzare le procedure, ampliare le garanzie giuridiche, rendere i linguaggi adottati più consoni e comprensibili alle consuetudini odierne, semplificare i meccanismi che regolamentano le attività.
Il tema vero e forte è però un altro: la necessità di una rinnovata valutazione delle pene, legate oggi a una legislazione scaturita all'emergenza istituzionale della lotta alla mafia e al terrorismo. Oggi, 2020, da un punto di vista umanitario, e stante la situazione politica corrente, è ancora sostenibile l’entità di alcune condanne e la modalità della loro esecuzione all'interno dell’istituzione carceraria?
Questo si dimostra essere il vero punctum da discutere. Proprio ricordando il vecchio adagio che vuole la pena intenta a produrre gli effetti più intensi presso coloro che non hanno commesso l’errore. Focault, già nel 1975 centrava il problema. Il detenuto è ormai l’elemento annientato, qualsiasi sia il reato commesso. Seppure risultasse combattivo, irredento, aggressivo, violento, irriducibile, è sconfitto. Non dispone più del suo corpo, e la mente spesso vacilla. Il detenuto non conta più in sé stesso, ma vale il peso mediatico del simbolo che rappresenta. Un file da gestire, che sia oggetto di clemenza, oppure di accanimento. Quello che importa è il messaggio spedito verso l’esterno. La pena rimanda alla paura di subirla. E questo timore riguarda più l’innocente del colpevole. L’innocente porta in sé un doppio timore: della pena ingiusta e dell’errore. Il colpevole sta invece pagando un prezzo che ha messo in conto. È preparato al peggio.
Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla.
Cesare Beccaria, non era uomo di spiccata vocazione democratica. Anzi. Però sull'esercizio della giustizia il suo pensiero utilitarista è ancora attuale.
Parafrasando. Se l’innocente ha doppia paura, la sua libertà è vissuta come un bene incerto e da conservare a qualunque condizione, come accadrebbe in guerra per la propria vita. La migliore condizione di tutela del bene è quella del consenso al più forte. Ovvero appartenenza al sistema, insieme alla speranza o alla presunzione di intangibilità.
Quello che viviamo oggi, rispetto all'amministrazione della giustizia, è il riflesso dell’impotenza della classe politica di generare decisioni autonome, probabilmente impopolari, ma lungimiranti, e portatrici di benefici per l’intera società. Nel dibattito regna poi l’incultura totale, obbligata o voluta non è dato capire, da parte dei diversi soggetti. 
Una guerra inizia e finisce. Vincitori e vinti. Armistizio e resa. Ricostruzione e prosperità. Questi sono i passaggi. Nel nostro paese la giustizia, è l’impressione di chi scrive, continua una guerra ancorata ai fantasmi del passato, che ha già vinto. Non ci si accorge che il nemico è sconfitto, o pesantemente ridimensionato. Si pugna verso i fantasmi, senza cogliere, forse a pieno, le priorità del presente.
S’intende che ci riferiamo a certe modalità di agire illegalmente, intese tali come comuni, mafiose o politiche, che appartengono al passato, e non sono certo assimilabili alle nuove forme di criminalità, che non intendiamo certo sconfitte, e tanto meno emerse nella loro completa geografia.
Con i dovuti distinguo, è forse il momento di attenuare eventuali livori, e iniziare a valutare un diverso atteggiamento dell’istituzione che possa essere assimilabile a iniziative di alleggerimento dei più duri regimi carcerari. Ci riferiamo in particolare all'applicazione del carcere duro, o 41 bis. Una misura emergenziale, che ha come obiettivo principale l’impedimento a mantenere contatti con l’organizzazione criminale di provenienza. Nei casi che citeremo più avanti, tra i vivi, questa necessità sembra essere venuta decisamente meno.
Per quanto la colpa sia stata grave, va sempre ricordato che ogni tempo ha la sua legge. L’opportunità che offre questo periodo storico allo stato è l’oggettivo riconoscimento della sconfitta di ogni manifestazione terroristica, e lo ripetiamo lo sbandamento di alcune fazioni appartenenti alla criminalità organizzata.
Tra i magistrati e i politici c’è chi sostiene che le leggi speciali e il carcere duro abbiano fortemente contribuito al successo dell’istituzione. È probabile. Ma forse ora è tempo di rivedere quei dispositivi, almeno nei termini che riguardano la quotidianità carceraria e l’entità delle condanne. Mostrare pietas verso chi è stato sconfitto, permetterebbe di avviare un percorso di pacificazione e comprensione rispetto a quanto accaduto negli anni di piombo. E soprattutto consentirebbe alla società civile, di aprire un vero dibattito sulle istanze che muovevano in quel periodo, e che sono rimaste sepolte dalla repressione della violenza. Il nostro paese ha una fame enorme di comprendere con chiarezza cosa è accaduto, storicizzando finalmente eventi che rimangono per sempre cronaca, e per questo soggetti a diverse interpretazioni. Anche la storia lo è, ma in misura minore, e maggiore è in essa l’immanenza di una verità condivisa.
Difendere gli indifendibili
Se proviamo a portare alla memoria le figure dei condannati che più frequentemente emergono dall'immaginario collettivo, troviamo Totò Riina e Giuseppe Provenzano, morti in carcere, rispettivamente nel 2017 e nel 2016, dopo lunga detenzione. Meno presente, in tutti i sensi, il fantasma di Matteo Messina Denaro, capomafia latitante dal 1993, e che certamente gode di importanti protezioni. Riaffiora ciclicamente il nome di Raffaele Cutolo. Sono difficili da rappresentare le vicende che riguardano la presunta trattativa Stato-mafia. Nell'ambito politico, alle cronache restano i nomi di Nadia Desdemona Lioce, più sfumati quelli di Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, membri nel 2003 delle BR-Pcc. I viventi sono detenuti in regime di 41 bis.
Attenzione, chi scrive tiene a precisare, che i nomi sono citati in riferimento all'entità dell’emersione di una sorta di memoria collettiva. Ovvero, a parte il caso di cronaca presentato nel quotidiano da televisione e carta stampata, quanti di noi ricordano o conoscono con precisione, quei nomi e quelle trame delittuose, che a oggi dobbiamo ritenere essere ben più vive e pericolose?
Curiosamente, ed è giusto riflettere nel merito, nel paese dove la distrazione fiscale è stimata nell'ordine di circa cento miliardi di euro, la più alta d’Europa, se cerchiamo tra gli archivi della cronaca il nome di un grande evasore non lo troviamo. Così come è giusto domandarci quando conosceremo i colpevoli del crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto del 2018 ha causato 43 morti. Ancora è bene ricordare nell'elenco, i quattordici detenuti morti in carcere, durante le rivolte di marzo, generate dalla sospensione dei colloqui. La versione ufficiale parla di decessi causati da intossicazione da overdose. Tutti. Qualche commento? L’elenco, eterogeneo a dire il vero, potrebbe continuare, pur accolto con una certa distrazione da parte della pubblica opinione. Però subito l’attenzione si ravviva quando trattiamo di persone confinate nella loro immagine.
Non unica nel suo genere, la vicenda che ha interessato le sorti di Raffaele Cutolo è stata centrale nei giorni scorsi. La sua richiesta di arresti domiciliari ha sbancato nei talk, generato milioni di post nei social, sollevato le orde degli indignati a gettone di presenza. La ricordiamo brevemente, scivolando nella cronaca. Citiamo Raffaele Cutolo, proprio perché suo malgrado è giudicato un simbolo, e forse troppo facilmente può essere considerato un indifendibile. Di certo è un uomo di settantotto anni, recluso da oltre quaranta. Le sue colpe non si possono negare, il curriculum criminale è di tutto rispetto. Fino al 1982, e al trasferimento al carcere dell’Asinara Cutolo è stato un uomo potente. Ma da quella data inizio il suo declino. Oggi cosa ne resta? Un uomo malato, questo è accertato. Intervistato telefonicamente, l’avvocato Aufiero, il suo legale ne descrive così la condizione:
“… Cutolo viene ricoverato più o meno alle cinque del mattino, con massima urgenza il 18 febbraio. Per un 41 bis essere ricoverato alle cinque del mattino, significa che le condizioni di salute debbono essere particolarmente gravi. Esistono dei protocolli da rispettare, e se un detenuto viene portato in ospedale a quell'ora le sue condizioni sono particolarmente gravi. Riguardo a Cutolo, ne ho la certezza, avendo parlato con alcuni sanitari del carcere, nei giorni successivi. Mi è stato detto che è stato preso per i capelli. Anche se il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, su questa mia affermazione non conveniva. Oltre questo aspetto sa qual è la diagnosi per la quale Cutolo veniva trasferito in ospedale? Glielo dico io: per episodi di incontinenza, e perché si sono verificati ripetuti episodi di caduta dal letto.
Io quando ho letto questo mi sono detto: Cutolo lo hanno portato in ospedale alle cinque del mattino perché era incontinente e cadeva dal letto?  Non mi sembrava possibile, e in effetti quando arriva in ospedale gli viene diagnosticata una polmonite bilaterale. Quando dico che il carcere di Parma non è idoneo a curare un detenuto di settantotto anni, non dico una cretinata. Mi ha riferito la moglie che già prima di Natale aveva questa tosse molto forte, e se lo ricoverano alle cinque del mattino perché bagna il letto, della polmonite evidentemente non si sono proprio accorti. Quando affermo tutto questo non dico una bestialità, ma porto dati oggettivi. Cutolo arriva alle cinque del mattino in gravi condizioni di salute, per me in fin di vita perché così mi è stato riferito. E se non fossero state gravi, non lo avrebbero ricoverato dal 41 bis, Cutolo Raffaele”.
 “… Che Cutolo abbia una condizione di salute incompatibile con il carcere, non lo dico soltanto io. C’è una nota della Direzione sanitaria del carcere del 15 aprile 2020, che anche il Tribunale di Bologna richiama, che afferma come lo stato di salute di Cutolo sia incompatibile con il carcere. L’Asl di Parma, con tre distinte note, dice che il carcere della città non è idoneo per curare una serie di detenuti, tra cui il mio assistito”.
Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto il ricorso della difesa.
Chi scrive non intende commentare.
La vera questione è che in uno stato di diritto bisogna avere il coraggio di difendere gli indifendibili. Che loro malgrado rimangono simboli. Completamente svuotati del loro potere, ma utili a chi politicamente vuole alimentare vecchie e nuove paure.

Mario De Pasquale