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L'addio di Pablo Iglesias

 


Quella di Podemos è l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che così contribuisce alla vittoria della reazione

Le elezioni di Madrid hanno registrato un tracollo elettorale del PSOE, che perde il 10% dei voti, e la forte affermazione elettorale del PPE, combinata col consolidamento dell'estrema destra di Vox.
Il risultato non ha solo una valenza locale. Era la prima prova elettorale del nuovo governo Sanchez-Iglesias in Spagna. Un disastro. Le dimissioni di Pablo Iglesias col suo addio alla politica ne sono un portato.

Podemos non ha registrato una débâcle dal punto di vista elettorale. Il 7% riportato gli consente di avere una rappresentanza nel consiglio comunale di Madrid. Ma politicamente è il vero sconfitto. Pablo Iglesias si era dimesso da vicepresidente del governo Sanchez per candidarsi a Madrid. Lo scopo era sbarrare la strada alla destra. Tutta la sua campagna elettorale si è fondata sulla denuncia del pericolo franchista e sulla difesa della democrazia. La parola d'ordine era “no pasaran”, mutuata dall'esperienza del fronte repubblicano nella guerra civile del 1936-1939.
La candidatura di Iglesias si era presentata come la garanzia della vittoria. Il gesto delle dimissioni dalla vicepresidenza ministeriale per candidarsi a Madrid voleva essere inoltre un atto di rilancio dell'immagine pubblica di Iglesias e di Podemos come partito capace di sacrificare il potere all'interesse superiore della “democrazia” e della sua vittoria. Ma il gesto estetico finalizzato all'immagine è stato sepolto dal risultato.

Il governo Sanchez-Iglesias non ha realizzato alcuna politica di svolta. La sua gestione della pandemia è stata del tutto simile a quella di ogni altro governo borghese europeo. Come in Italia, è emerso lo sfascio della sanità pubblica, lo scandalo della sanità privata, l'assenza della medicina territoriale, la gestione criminale delle case di riposo degli anziani. Sanchez e Iglesias hanno amministrato lo sfascio, cui i precedenti governi di destra e di sinistra avevano pesantemente contribuito.

Ma soprattutto, il governo ha marcato la continuità col passato sul terreno delle politiche sociali. Tutta la politica di bilancio e del lavoro è stata affidata alla grande concertazione con il padronato e le burocrazie sindacali. Le promesse di superamento del precariato sono rimaste lettera morta, con la permanenza di tutta la legislazione precedente. La strombazzata patrimoniale, di entità esclusivamente simbolica, si è ridotta ad una possibile opzione facoltativa delle amministrazioni regionali. Le politiche sull'immigrazione sono rimaste inalterate, ed anzi si sono appesantite in fatto di respingimenti e negazione dell'approdo, a partire dalla Canarie e da Ceuta e Melilla. Infine, per incassare le risorse del Recovery Plan, il governo ha aperto un negoziato interno per l'aumento dell'età pensionabile.

Coi suoi quattro ministri, Podemos è parte integrante e inseparabile di questa politica del capitalismo spagnolo. Il partito sospinto nel 2011 dal movimento degli indignados è oggi un ingranaggio del potere, utile paravento al PSOE per coprire e legittimare a sinistra la continuità della politica del capitale.
Tutti gli spartiti retorici di Pablo Iglesias sono stati recitati: quello del “partito degli onesti”, “né di destra né di sinistra”, quello della “vera socialdemocrazia” spagnola candidata al sorpasso del PSOE, quello del pungolo decisivo sul PSOE per costringerlo al cambio di passo, quello della diga decisiva contro la destra... Ora che tutte le maschere sono cadute, il re è davvero rimato nudo: l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che perciò stesso contribuisce alla vittoria della reazione.
A segretaria di Podemos ora si candida l'attuale ministra del lavoro Yolanda Diaz, che viene dalla storia dello stalinismo spagnolo (PCE), in perfetta continuità con la politica del predecessore, e semmai con un tratto ancor più moderato. Podemos resterà ancor più incardinato al governo di coalizione col PSOE, in una compromissione ancor più stringente. Come già il PRC, come già Syriza, come già il PCP e il Bloco de Esquerda in Portogallo, come si candida a fare in un prossimo futuro la Linke tedesca. La ruota del riformismo gira su se stessa, e non riserva sorprese.

La costruzione di una sinistra classista e rivoluzionaria è all'ordine del giorno in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

'A che serve Podemos?'

 


Persino la stampa borghese spagnola ormai se lo chiede

29 Dicembre 2020

Il governo Sanchez-Iglesias all'attacco delle pensioni

«Presto ogni paese dovrà fare i conti con i suoi debiti» scrive sul Sole 24 Ore il presidente dell'Associazione delle Banche Italiane Antonio Patuelli. Memori di questa necessità i governi capitalisti e i loro entourage sono ovunque al lavoro. Negli stessi giorni in cui si magnifica la vaccinazione anti-Covid, intralciata a ogni passo dai tagli pregressi alla sanità; negli stessi giorni in cui si celebra la svolta europea del Recovery Fund nel segno della fine dell'austerità e del nuovo regno dell'abbondanza, i circoli dominanti cercano di capire su chi scaricare in prospettiva il conto di tanta manna.


Certamente non pagheranno le spese militari, in rapida risalita a tutte le latitudini del mondo. Certamente non pagheranno le imprese e le banche, sorrette tanto più oggi dai soldi pubblici, e beneficiate dalla detassazione dei profitti.
Quali sono allora le voci del bilancio statale che per la loro consistenza possono farsi carico dei nuovi oneri? Sanità, istruzione, pensioni. Solo che sul servizio sanitario, già massacrato per decenni e investito dalla pandemia, nuovi tagli sono oggi problematici anche in rapporto all'opinione pubblica. Ci si limita a evitare gli investimenti necessari in fatto di strutture e personale sanitario, a beneficio delle cliniche private.
L'istruzione pubblica, anch'essa disossata, risparmia a manetta grazie a contratti precari, edifici fatiscenti, appalti sulle pulizie, bassi stipendi. Travolta anch'essa dalla pandemia, difficilmente può essere oggetto di nuove terapie d'urto.

Restano le pensioni. Le care vecchie pensioni, il bancomat privilegiato del lungo ciclo liberista.

Il governo italiano ha già annunciato la cancellazione dell'elemosina di quota 100, di cui pochissimi lavoratori e ancor meno lavoratrici hanno potuto beneficiare. Si andrà in pensione a 64 anni con 38 di contributi, restando l'età pensionabile a 67 secondo l'immutata legge Fornero. Chi può andare prima dei 67 anni verrà penalizzato, grazie al ricalcolo contributivo. Quanto alle grandi aziende, potranno disfarsi del personale eccedente grazie a scivoli pensionistici appositamente concessi e in parte coperti dalla NASPI.

Il governo francese aveva ingaggiato un durissimo scontro sociale proprio sulla riforma delle pensioni, che poi il ciclone del Covid aveva costretto a sospendere. Ora il Comité de suivi des retraites ha sentenziato che i conti previdenziali sono fuori controllo e che dunque il progetto Macron va rilanciato costi quel che costi. L'operazione suggerita è la più semplice: alzare l'età pensionabile, che in Francia è ancora a 62 anni grazie alle ripetute mobilitazioni radicali della classe operaia. La MEDEF (Confindustria francese) caldeggia apertamente il suggerimento. “Tutti sanno che è la soluzione più efficace” dichiara Roux de Bézieux a Le Monde (23 dicembre). Il Presidente, non senza preoccupazioni di piazza, ha subito assicurato ai padroni il proprio impegno.

Il governo spagnolo di PSOE-Podemos non vuole essere da meno. La Spagna dopo l'Italia è la principale beneficiaria dei prestiti europei. La Commissione Europea ha raccomandato a Madrid una gestione rigorosa in prospettiva delle politiche di bilancio. Il governo Sanchez, ed in particolare la ministra dell'Economia Nadia Calviño, ha predisposto una riforma delle pensioni incentrata sull'allungamento da 25 a 35 anni della base di computo degli emolumenti. El Pais parla di una riduzione media delle pensioni future di oltre il 6%. Già il governo Zapatero, beatificato a suo tempo dalla sinistra italiana, aveva allungato da 15 a 25 anni il periodo di computo delle pensioni durante la crisi del 2011. Ora il nuovo governo “progressista” fa altrettanto. Le burocrazie sindacali, coinvolte nella concertazione con padronato e governo (il "patto di Toledo") fanno deboli rimostranze con l'obiettivo di sedere al tavolo della negoziazione, senza alcuna forma di mobilitazione. E Podemos?

Podemos è parte integrante del governo Sanchez, con un vicepresidente, Pablo Iglesias, e due ministri, di cui uno al lavoro (Yolanda Díaz). Pablo Iglesias è in grande difficoltà. Il suo ingresso al governo un anno fa era stato accompagnato da solenni promesse di cambiamento. Ma in Spagna non è cambiato nulla per i salariati e la popolazione povera. Restano le leggi di estrema precarizzazione del lavoro ereditate dalla destra. I contratti di lavoro sono congelati. Il sistema sanitario assomiglia come una goccia d'acqua a quello italiano, stessi tagli, stessa tragedia. Gli immigrati continuano a subire un trattamento inumano, a partire dai respingimenti, grazie all'accordo tra Madrid e Rabat. In compenso aumentano le spese militari, e l'esportazione spagnola di armi negli ultimi sei mesi ha registrato il record assoluto di 22 miliardi e 545 milioni (El Pais, 23 dicembre). Le misure annunciate di riduzione delle pensioni future è solamente il sigillo dell'immutata continuità borghese. Podemos borbotta, promette, minaccia, ma solo per coprire la propria corresponsabilità. Lo facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi, lo fa Pablo Iglesias con Sanchez.

La compromissione è talmente sfacciata che il principale quotidiano borghese si chiede «¿Para qué sirve Podemos?» (El Pais, 21 dicembre). «...Ad oggi le tematiche poste di Iglesias o sono insignificanti (come l'aumento di 8 euro del salario minimo) o di ordine ideologico ma estranee alla vita quotidiana (la Monarchia) o di semplice velocizzazione del ritmo legislativo...».
Tanto rumore per nulla, insomma. L'unico risultato concreto della collaborazione ministeriale è l'effetto cloroformio sulla mobilitazione sociale. Finché dura.

Ma Rifondazione e Potere al Popolo non hanno nulla da dire sulle responsabilità del loro alleato spagnolo?

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo Stato delle banche

 


Ulteriori agevolazioni fiscali alle banche per incoraggiare le fusioni

1 Dicembre 2020

Lo Stato è per le banche il primo cliente. Le banche comprano titoli pubblici in cambio del loro rimborso e dei rispettivi interessi. Interessi oggi molto bassi per via del gigantesco acquisto dei titoli pubblici, e obbligazioni private, da parte della BCE. Le banche si rifanno con l'acquisto dei titoli azionari, che invece conoscono una vera euforia proprio perché offrono rendimenti maggiori dei titoli pubblici, e quindi attirano una massa crescente di capitali.
C'è tuttavia un problema: la sospensione della distribuzione dei dividendi bancari suggerita dalla BCE. Una raccomandazione non vincolante, e infatti da alcune banche disattesa, e tuttavia condizionante. Le banche temono che le proprie azioni in Borsa possano subire un danno per questo in termini di fuga di capitali. Temono cioè che azionisti affamati di dividendi a breve possano indirizzarsi altrove. Da qui il pressing sulle autorità europee e sulla stessa BCE perché si possa tornare a distribuire (grassi) dividendi agli azionisti, e quindi trattenere i capitali investiti. Peraltro le autorità europee andranno incontro assai presto alla richiesta delle banche, come la Commissione Europea ha già ufficiosamente anticipato.

Ma le banche non sono ancora soddisfatte. Hanno paura di essere esposte a un'ondata di crediti deteriorati per via della recessione e delle crisi industriali, con la relativa perdita di patrimonio. È vero che lo Stato ha offerto loro la copertura di garanzie pubbliche per i crediti concessi, socializzando così le loro perdite coi soldi di tutti (in primis dei lavoratori). Ma le banche temono che l'ondata dei crediti deteriorati possa essere troppo grande per essere coperta dallo Stato, e vogliono dunque nuovi assicurazioni e vantaggi. Lo Stato borghese provvede.

«Lo Stato aiuta la corsa alle fusioni» titola il quotidiano di Confindustria (28 novembre). Vale per le aziende ma vale soprattutto per le banche. Di cosa si tratta? Presto detto. La nuova grande crisi ha aperto ovunque la febbre delle fusioni bancarie, cioè di ingenti concentrazioni finanziarie. In tutta Europa le grandi banche puntano ad assimilare le piccole per irrobustire il proprio patrimonio e competere con forza maggiore con le banche americane e cinesi. Il problema è che tante piccole banche del territorio, molto esposte sul versante della piccola e media impresa, sono perciò stesso fortemente esposte in fatto di crediti scoperti e a loro volta molto indebitate col fisco. Cosa fa a questo punto lo Stato? Rinuncia ai propri crediti fiscali nel caso che le piccole banche si fondano con le grandi.

Le agevolazioni fiscali non sono bruscolini. Nel caso della sola fusione tra BPER e BPM lo Stato regala un miliardo alle banche interessate. Il giro complessivo di fusioni bancarie annunciate – innanzitutto quella tra Unicredit e MPS – costerebbe all'erario ben cinque miliardi. Risorse sottratte alla sanità pubblica, all'istruzione, al lavoro, al rinnovo dei contratti pubblici, e direttamente girato agli azionisti.
Si dirà: “così fan tutti”, tutti gli Stati borghesi del vecchio continente (e non solo), a partire dagli stati imperialisti. Nello Stato spagnolo le fusioni bancarie con agevolazioni fiscali dello Stato sono più avanzate che in Italia, con la benedizione di Iglesias e di Podemos. Ma appunto ovunque lo Stato, per dirla con Marx, è il comitato d'affari della borghesia, indipendentemente da chi lo governa. Ai lavoratori e alle lavoratrici il compito di rovesciarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il gemellaggio Sanchez-Conte

 


Le bugie sul governo spagnolo hanno le gambe corte

28 Novembre 2020

Una dichiarazione congiunta su «economia, commercio, turismo, diritti sociali del lavoro». L'incontro bilaterale a Maiorca tra Sanchez e Conte ha rilevato il comune indirizzo.
«Abbiamo consolidato l'alleanza tra i nostri Paesi, ribadendo la sintonia sui principali temi europei e internazionali. Insieme siamo una forza», ha affermato il Presidente del Consiglio italiano. Pablo Iglesias, capo di Podemos e vicepresidente del governo Sanchez, ha aggiunto che «la coalizione di governo a Roma può fare da esempio per la Spagna».

Come la metteranno ora gli entusiasti sostenitori del governo spagnolo che albergano nella sinistra cosiddetta radicale? Poche settimane fa i principali dirigenti di questa sinistra si sono sperticati nel lodare la legge di bilancio del governo spagnolo nel nome della patrimoniale. “In Spagna pagano i ricchi” è stato il comune grido di esultanza. La stampa reazionaria ha giocato naturalmente di sponda, denunciando l'improbabile «tassa socialcomunista» di Sanchez/Iglesias.
Sembrava l'eco della vicenda dei governi Prodi, quando Rifondazione Comunista diceva che “finalmente piangono i ricchi” e Berlusconi presentava Prodi come ostaggio dei "comunisti". Ma come allora, si tratta di fumo propagandistico che serve a mascherare una realtà opposta.

La patrimoniale di Sanchez e Iglesias è una finzione. Non solo interessa la soglia superiore ai 10 milioni di patrimonio, cioè lo 0,17% dei contribuenti spagnoli, ma viene applicata a discrezione delle regioni, che possono scegliere di ignorarla. Persino il liberale El Pais l'ha definita timida, con un imbarazzato eufemismo. Non a caso l'importo preventivo a bilancio di questa micropatrimoniale ammonta a 346 milioni. Se a ciò si aggiunge un modestissimo aumento della tassazione delle plusvalenze, si arriva a 1,5 miliardi, su un volume complessivo di entrate di 270 miliardi. Lo 0,7%, una entità irrisoria. Altro che “distribuzione della ricchezza”! In compenso i trasferimenti pubblici alle imprese, le garanzie pubbliche sui crediti bancari, il sostegno alle esportazioni, in poche parole l'assistenza pubblica ai capitalisti, hanno un profilo del tutto... “italiano”. Il famoso pianto degli spagnoli ricchi assomiglia terribilmente a una risata.

In realtà tutta la politica ministeriale di Podemos sembra la fotocopia di quella di Bertinotti e Ferrero. La subalternità sostanziale agli interessi del capitale mascherata da frasi vuote e recite “sociali”. Insomma, la merce la decidono la borghesia e i suoi partiti, mentre i ministri di sinistra curano la confezione. Le differenze, al di là del contesto, sono solo due. Podemos ha ben quattro ministri (tra cui il vicepresidente del Consiglio), non uno. In compenso le misure votate a suo tempo dal PRC in Italia (lavoro interinale, record delle privatizzazioni in Europa, detassazione massiccia dei profitti, campi di detenzione per i migranti...) in Spagna sono già state realizzate dai governi della destra e del PSOE. Podemos dopo tutto si limita a conservarle.

Partito Comunista dei Lavoratori

Podemos di governo

Pablo Iglesias sulle orme di Tsipras e Bertinotti

16 Maggio 2020
Bertinotti, Tsipras, Iglesias... tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni
Il governo spagnolo Sanchez-Iglesias (PSOE-Unidas Podemos) ha appena varato una politica economica fotocopia, nella sua impostazione di fondo, delle misure varate dal governo Conte. Decine di miliardi di risorse pubbliche messe a garanzia delle banche private (Banco Santander, Caixa Bank, Sabadell, Bankia, BBVA) come copertura dei crediti alle imprese. Le stesse politiche di sostegno al capitale finanziario di tutti i governi capitalisti, ad ogni latitudine del mondo, e indipendentemente dal colore politico, liberalprogressista o reazionario. Ma con alcune particolarità rilevanti.

La prima particolarità spagnola è che questa politica capitalista viene inquadrata in un grande patto di unità nazionale, sociale e politico. La Confindustria spagnola (CEOE) e la burocrazia sindacale hanno siglato in pompa magna quello che viene definito "il secondo patto della Moncloa", con riferimento al patto siglato dopo la caduta di Franco per la gestione della transizione. Un patto che sul piano politico oggi si allarga al partito di destra liberale Ciudadanos, che ha offerto in Parlamento i suoi voti. Si chiamano fuori dal patto solo il Partito Popolare di Casado, con divisioni interne, e i fascisti di Vox.

La seconda particolarità è che al governo siedono i ministri di Podemos, con ruoli rilevanti. Pablo Iglesias è il Vicepresidente del Consiglio, Yolanda Diaz è ministra del Lavoro, più i ministri di Ambiente e Turismo (Garzon). Come si vede, un coinvolgimento ben più più impegnativo di quello, disastroso, del PRC nell'ultimo governo Prodi. Una collaborazione di classe a pieni polmoni e in piena regola, con tanto di incenso istituzionale.

Tanti sono i risvolti concreti di questa compromissione. Valga per tutti la politica di espulsione dei migranti “irregolari”grazie agli accordi col governo reazionario del Marocco, o nel caso degli sbarchi alle Canarie, coi governi africani (in cambio di soldi). Oppure, tanto per stare in tema, il diritto di sfruttamento a tempo dei minori clandestini presso le imprese spagnole, senza alcuna regolarizzazione a conclusione del contratto. Oppure il mantenimento della legislazione del lavoro dei precedenti governi del PP, salvo alcuni modesti aggiustamenti.

Ma forse ciò che meglio illustra la natura del ministerialismo di Podemos è un'intervista oggi concessa a El Pais dalla ministra del lavoro Yolanda Diaz.

L'intervistatore chiede: «In un momento di tensione politica fortissima voi fate un accordo con il padronato. Come è possibile?».
«È ciò che chiede la società, e le parti sociali l'hanno capito» risponde la ministra.
«È compatibile la sua visione con quella di Nadia Calvino [ministra dell'Economia, pupillo del padronato]?» chiede il giornalista.
«In questa crisi la ortodossia economica coincide con l'impostazione del governo. Accade che Toni Roldan [vecchio portavoce economico di Ciudadanos] sia d'accordo con me. I dogmi e gli apriorismi economici sono finiti. Abbiamo punti di vista diversi ma la gravità della crisi ci ha cambiato tutti [...] Non vedo differenze tra i ventidue ministri del governo» risponde Diaz.
«Crede che si possa contare su Ciudadanos per votare il bilancio?» incalza l'intervistatore.
«Con Ciudadanos abbiamo differenze in materia di lavoro [...] Però questo governo non rinuncia a negoziare tra posizioni diverse perché ci si possa incontrare tutti» replica Diaz.
L'intervistatore, sempre più incredulo, chiede se almeno col padronato ci sono problemi: «Nell'ultimo negoziato non ha avvertito che la CEOE preferisce altri interlocutori?».
Risposta: «ho una magnifica relazione con Antonio Garamendi [il presidente di Confindustria], ciò che ho imparato in politica è che le relazioni personali sono importanti».

Infine la ministra si presenta come erede della tradizione del dialogo sociale del Partito Comunista di Spagna, da cui Diaz proviene. (Un'eredità autentica: quella del dialogo sociale con la borghesia, inaugurato coi fronti popolari di Stalin, che affossò la rivoluzione spagnola.)

Ecco, nelle pieghe di questa intervista vive tutta la cultura della compromissione governista: l'ambientamento dei parvenu presso la corte delle classi dirigenti alla ricerca della loro legittimazione.
Dalle piazze degli Indignados del 2011 alla collaborazione di governo col padronato, questa la parabola di Podemos. È l'approdo politico del riformismo. Quando l'ultimo orizzonte è la società borghese, il suo governo diventa il fine, e l'accesso al governo l'agognato paradiso. Bertinotti, Tsipras, Iglesias sono tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni.

Rompere con questa politica, costruire un'internazionale rivoluzionaria, è ovunque una necessità storica del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Immigrati minori al servizio degli agrari

Il governo Psoe-Podemos riceve il plauso dei padroni agricoli

9 Aprile 2020
In tempi di coronavirus tutto emerge alla luce del sole nella sua cruda realtà, facendo piazza pulita delle illusioni. Abbiamo ascoltato in tempi recenti le pubbliche lodi del governo Psoe-Podemos in Spagna, presentato come faro di progresso e di una possibile alternativa, da parte di autorevoli dirigenti della sinistra italiana cosiddetta “radicale”. Il nostro giudizio controcorrente fu apostrofato con parole sprezzanti. Poi arrivano i fatti, e sono impietosi, soprattutto quando investono i terreni più delicati.

In una Spagna investita dalla pandemia, l'agricoltura è rimasta a corto di braccia. Il Marocco ha bloccato la propria emigrazione in Spagna per difendersi dal contagio, e lo stesso hanno fatto Romania e Bulgaria. È un problema che ha anche l'Italia. In Italia la soluzione caldeggiata dalla ministra renziana Bellanova per venire incontro ai padroni agricoli è quella del ricorso alla liberalizzazione dei voucher nelle campagne. Ciò che permetterà di assumere per pochi spiccioli, senza tracciabilità e controllo, schiacciando i salari verso il basso e spingendo in alto il livello di sfruttamento. La FLAI-CGIL giustamente protesta.

Ma si dirà “il ministro è renziano!”, se non che la Spagna “progressista” fa di peggio. Martedì 7 aprile il ministro dell'Agricoltura, Luis Planas, ha varato un decreto che liberalizza lo sfruttamento di minori irregolari extracomunitari con contratti a termine misurati sui tempi del raccolto. Alla fine del raccolto il contratto scade e l'immigrato (minore!) resta irregolare, con prospettiva di espulsione. L'immigrato (minore!) resta irregolare per la legge spagnola, ma diventa “regolare” per il padrone agrario per il tempo in cui ne ha bisogno. Dopo di che torna il paria di sempre. El Pais ci informa che “le principali organizzazioni agrarie (Asaja, Coaug, Upa) hanno valutato positivamente la misura” (8 aprile). È comprensibile.

Tutto il mondo è capitale, scrivevamo qualche giorno or sono. E così è. Anche quando al governo siedono i ministri della sinistra cosiddetta “radicale”. In Italia il peggior crimine in mare contro gli immigrati fu commesso nel 1997, quando fu affondata nel Canale d'Otranto una nave albanese carica di migranti, con centinaia di morti in fondo al mare. Governava allora Romano Prodi, col sostegno di Bertinotti, Cossutta, Rizzo... Lo stesso governo che varò i campi lager per gli immigrati con la Legge Turco-Napolitano. Le politiche xenofobe dei successivi decenni trovarono un terreno già arato.

La sinistra fa spesso il lavoro sporco della destra, stendendole il tappeto sotto i piedi, e come si vede non solo in Italia. La costruzione di una sinistra rivoluzionaria che si batta per il potere dei lavoratori è più che mai una necessità ineludibile. Ovunque.
Partito Comunista dei Lavoratori

Nuovo governo di centrosinistra in Spagna

Acerbo e Ferrero brindano. A cosa? 

Un nuovo governo di centrosinistra è nato in Spagna. Lo dirige il Presidente Pedro Sanchez in continuità col governo uscente, che già godeva prima delle ultime elezioni dell'appoggio parlamentare della sinistra cosiddetta radicale di Podemos. La novità è che adesso Podemos ha ottenuto i sospirati ministeri. Quelli che invano aveva chiesto in estate.

Governo “di svolta”? È la tesi sbandierata da Iglesias e da Alberto Garzon (Unidos Podemos), beneficiari dei nuovi ministeri, con tanto di lacrime di commozione in Parlamento. Soprattutto è la tesi ripresa con solidale entusiasmo da Rifondazione Comunista: «Per la prima volta dalla fine della guerra civile i comunisti tornano al governo in Spagna... È stata la forza, la determinazione e l’unità della sinistra radicale a costringere i socialisti a un accordo su un programma di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste dei precedenti governi». (Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero).

Un "programma di discontinuità”?
In primo luogo, lo stesso programma formale del nuovo governo è assai più prudente di chi lo esalta. Lo sbandierato aumento del salario minimo è scaglionato lungo l'arco della legislatura. L'intervento sulle famigerate leggi del lavoro del governo del PPE resta vago e indeterminato quanto basta per non assumere impegni vincolanti. Le politiche sull'immigrazione sposano “attenzione umanitaria e sicurezza” nel classico frasario del centrosinistra continentale. L'Unione Europea è omaggiata come colonna d'Ercole insuperabile, naturalmente rivestita come si conviene di premurose preoccupazioni sociali e democratiche. La NATO, manco a dirlo, resta un pilastro intoccabile riverniciato da preghiere pacifiste. Quanto alla Catalogna, i suoi dirigenti restano in galera mentre il principio stesso di autodeterminazione è esplicitamente negato. Sarebbe questo un programma di discontinuità?

Ma il punto centrale non è questo. Il punto è che nessun governo può essere giudicato in base alla letteratura delle sue promesse. La natura sociale di un governo poggia sulla costituzione materiale delle sue relazioni col capitale finanziario e con gli apparati dello Stato, sulla composizione politica dei ministeri chiave, sui suoi rapporti con l'alta burocrazia, le gerarchie militari, i corpi diplomatici. Tanto più nel caso di un paese imperialista come la Spagna. Da questo punto di vista la teoria della discontinuità appare davvero grottesca.

Il “nuovo” governo Sanchez è guidato dallo stesso presidente uscente. Il suo partito è il PSOE, la socialdemocrazia di governo che per più tempo ha governato la Spagna dopo la caduta di Franco. Un partito di sistema che ha incardinato il "regime del '78", con le sue norme di garanzia per la monarchia spagnola e gli apparati militari: lo stesso sistema politico-istituzionale che ha consentito la repressione del movimento catalano e l'incarcerazione dei suoi leader. Un partito di sistema che dispone di una rete strutturata di relazioni materiali con la borghesia spagnola e con le istituzioni dell'Unione Europea.

Al PSOE, o alla sua area di riferimento, spettano non a caso, come in passato, le leve ministeriali fondamentali: il ministero chiave dell'economia, con Nadia Calviño, molto gradita negli ambienti del capitale finanziario, con una lunga carriera a Bruxelles; il ministero degli interni, con Fernando Grande-Marlaska, fiduciario delle Forze Armate e della Guardia Civil, tanto più importante nel contenzioso con la Catalogna; il ministero degli esteri, con Arancha Gonzalez Laya, una liberale esperta in commercio quale procacciatrice d'affari per la borghesia spagnola, a partire dalla America Latina; il ministero della giustizia, col giudice Campo, a tutela della magistratura, da sempre vicina alla monarchia, come si è visto con le sentenze infami contro l'indipendentismo catalano; il ministero di sicurezza sociale e migrazioni, con José Luis Escrivá Belmonte, uomo dalla lunga carriera all'interno della BCE, figura di tecnico indipendente stile Monti. El Pais (11 gennaio) parla di un governo semitecnico, tanto è il peso della presenza diretta di alti funzionari dell'apparato economico e statale. Di più, vede nel sovraccarico di figure tecniche, fiduciarie del grande capitale, un segnale di rassicurazione ai mercati. Come dire: “tranquilli, nulla cambia per voi, i ministri della sinistra radicale sono solo decorativi”.

In effetti. Podemos incassa una vicepresidenza (Pablo Iglesias), il ministero dell'università con Manuel Castells, il ministero del lavoro con Yolanda Diaz, il ministero del consumo (?) con Alberto Garzon, il ministero dell'uguaglianza con Irene Montero... Nel migliore dei casi i classici ministeri (come quello del lavoro) che nei governi di coalizione vengono riservati alle socialdemocrazie, con la funzione di abbellire l'immagine, di ammortizzare i conflitti e gestire le patate bollenti di misure sociali indigeste. Certo qualcosa di più significativo del ministero degli affari sociali riservato a Paolo Ferrero nell'ultimo governo Prodi. Ma ciò che conta in un governo è la corresponsabilità politica d'insieme. Come Ferrero cogestì la più grande detassazione dei profitti dell'intero dopoguerra voluta da Prodi (con l'IRES dal 34% al 27%), così Iglesias e Garzon cogestiranno la continuità delle missioni militari e delle politiche migratorie amministrate da Sanchez. Peraltro Iglesias non ha perso tempo per conformarsi al suo nuovo ruolo: «Emerge un profilo più moderato di Pablo Iglesias... Si appella alla Costituzione, al rispetto del Re... Applaude le parole di Sanchez... Si presenta come un uomo di Stato... né altera la sua voce quando qualcuno gli ricorda che appena cinque anni fa aveva promesso di rompere col regime del '78». Così El Pais (12 gennaio) commenta estasiato il discorso di Iglesias in parlamento nella veste di futuro ministro. È il plauso dovuto al ritorno del figliol prodigo. E siamo solo all'inizio.

Si obietta che un nuovo governo Sanchez-Iglesias è comunque migliore di quello della destra post-franchista, tanto più oggi con l'ascesa di Vox. Grazie. Ma cosa ha più concimato l'ascesa di Vox se non l'unità nazionale di PPE e PSOE a difesa della monarchia spagnola contro il movimento democratico catalano? Cosa ha legittimato di più la canea xenofoba contro i migranti dell'estrema destra se non la continuità delle politiche discriminatorie condotte dai governi a guida PPE e PSOE (da Zapatero a Sanchez) che hanno siglato col Marocco accordi infami, simili a quelli stipulati da Minniti e Salvini con la Libia?
In Spagna come ovunque la destra capitalizza i disastri della sinistra. Pensare che un “nuovo” governo capitalista a guida PSOE con qualche ministro di Unidos Podemos possa essere l'argine contro la destra significa rimuovere l'esperienza degli ultimi trent'anni in tutta Europa.

“I comunisti tornano al governo in Spagna dopo ottant'anni”. Vero. Salvo trarre da questo paragone temerario tutte le dovute implicazioni.
Ottanta anni fa, nel nome del fronte popolare antifascista, i ministri del PCE agli ordini di Stalin subordinarono la rivoluzione spagnola alla coalizione di governo con la borghesia repubblicana, anzi, come disse Trotsky, col “fantasma della borghesia” (perché industriali ed agrari erano schierati compatti col generale Franco). Il risultato della sconfitta della rivoluzione fu quello di spianare la strada al fascismo. Ottant'anni dopo, gli eredi sbiaditi di quella tragedia riformista, con un peso infinitamente minore, tornano al governo del capitalismo spagnolo per coprire a sinistra la socialdemocrazia e disinnescare il rischio di un'esplosione sociale. La differenza è che oggi accettano persino... la monarchia. Sarebbe questa la trincea contro la reazione?

Acerbo e Ferrero pensano forse che l'esempio spagnolo possa contagiare un domani anche l'Italia e riportarli al governo col PD.
Noi pensiamo che l'opposizione di classe, aperta e chiara, al nuovo governo del centrosinistra spagnolo sia non solo una questione di principio invalicabile, ma anche una necessità politica proprio in funzione della contrapposizione alla destra. È la linea sostenuta dai compagni e dalle compagne di Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e della sinistra rivoluzionaria spagnola, cui va tutto il nostro sostegno.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PRC torna al governo... in Spagna

Non bastava l'esperienza dei governi di centrosinistra in Italia, di Tsipras in Grecia, di Costa in Portogallo. La sinistra cosiddetta radicale ha sposato l'ennesimo governo borghese in terra di Spagna: il governo del PSOE (Sanchez) appoggiato da Unidos Podemos.


FERRERO E ACERBO TORNANO AL GOVERNO

«La manovra del popolo la fanno in Spagna», esulta Maurizio Acerbo, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, reduce dal naufragio dell'ultima avventura di Potere al Popolo. E cita le meraviglie della legge di stabilità del governo socialdemocratico presentandole come fatto epocale: l'aumento delle tasse per i ricchi, una patrimoniale, l'aumento del salario minimo. In realtà si tratta di misure molto modeste: la patrimoniale ha una portata irrisoria, il 99% delle imprese vede inalterato il prelievo fiscale, l'aumento del salario minimo si riduce a superare di 50 euro quanto già pattuito da sindacati e padronato. Ma soprattutto restano intatte le controriforme sociali realizzate negli ultimi trent'anni da tutti i governi, da Gonzalez ad Aznar, da Zapatero a Rajoy: le peggiori leggi di precarizzazione del lavoro in Europa, i tagli draconiani alla sanità e alla scuola, la controriforma delle pensioni, le politiche anti-immigrati (inclusi i respingimenti militari di Ceuta e Melilla). Siamo alla semplice manutenzione “progressista” del vecchio lascito dell'austerità e della reazione. Mentre Sanchez annuncia l'ennesima iniziativa politica e giudiziaria contro il Parlamento della Catalogna per aver “delegittimato” la Monarchia spagnola. Sarebbe questo il governo della svolta storica di cui parla Acerbo?

La verità è che il PSOE ha concesso a Podemos una foglia di fico per inglobarlo nella maggioranza di governo del capitalismo spagnolo. La capitolazione di Unidos Podemos è clamorosa. Il programma di Podemos del febbraio 2016 rivendicava un programma di riforme sociali per 96 miliardi di spesa, combinato con la “sfida” ai parametri dell'Unione. La legge di bilancio che Podemos ha votato è di 5 miliardi (anche proiettandola sulla legislatura, più o meno un quinto di quanto rivendicato due anni fa), e soprattutto si muove in un quadro concordato con la Commissione Europea, che ha dato la sua benedizione. Non a caso El Pais, il principale giornale borghese spagnolo, plaude apertamente alla svolta di Podemos: «Da Puerta del Sol alla Moncloa, la svolta di Podemos verso la socialdemocrazia» titola trionfante (14 ottobre). A parte il termine improprio di «svolta», una descrizione perfetta. Tanto più che ora Iglesias, ingolosito, chiede apertamente i ministeri: «il nostro voto a favore della legge di stabilità è il preannuncio di un governo di coalizione» (El Pais, 13 ottobre).

Dunque il PRC “torna al governo”. Non in Italia, perché qui ha già bruciato, col ministro Paolo Ferrero, il proprio capitale di credibilità votando la più grande riduzione delle tasse sui profitti degli ultimi trent'anni (Ires dal 34% al 27,5%)... ma in Spagna, per interposto Podemos. Tramontata la stella di Tsipras (col quale il PRC si guarda bene dal rompere), sale la stella di Iglesias. Al punto che Maurizio Acerbo indica proprio Podemos come la nuova bussola per la sinistra italiana: “anche in Italia va costruita una sinistra popolare come quella spagnola”, capace cioè di negoziare ministeri in cambio delle lenticchie.
A questo si riduce la rifondazione comunista.


ANCHE POTERE AL POPOLO SUL CARRO DI PODEMOS? 

Ma se il PRC festeggia, cosa ne pensa PaP?

Insieme hanno firmato con Podemos, France Insoumise, (Mélenchon), Bloco de Esquerda portoghese un appello politico per le elezioni europee. La compagnia è francamente un po' imbarazzante per una formazione che si proclama alternativa. Mélenchon – ex ministro del secondo governo Jospin - rifiuta la bandiera rossa nel nome del tricolore di Francia, e le sue posture scioviniste lo spingono addirittura a respingere una petizione democratica per l'accoglienza dei migranti. Podemos sventola la bandiera spagnola dagli scranni della maggioranza di governo col PSOE. Il Bloco già siede nella maggioranza di governo della socialdemocrazia portoghese, che ha tagliato del 30% gli investimenti pubblici nell'ultima legge di stabilità per rispettare i parametri della UE.

Ma PaP non aveva detto che avrebbe fatto «tutto al contrario»? Si può evocare ogni giorno la retorica della ribellione e poi accodarsi, come ultima ruota, alle sinistre di governo in Europa?

Ciò che emerge alla luce del sole è l'eterna attrazione della sinistra riformista per il governo della società capitalista. Del resto, se il programma si limita all'antiliberismo, una coperta adatta per ogni stagione; se non si vuol rompere con la società borghese, magari nel nome del mutualismo, allora si finisce fatalmente, prima o poi, nella lista d'attesa dei governi del capitale. Poi ci si può bastonare su uno statuto interno, cioè sul controllo dell'organizzazione, dopo aver decantato la democrazia del "popolo" e la vittoria del nuovo contro il vecchio... Ma in realtà si percorre esattamente la vecchia via del riformismo, già battuta e fallita infinite volte in tutte le possibili confezioni.

Quanto a noi, che a differenza di altri non abbiamo creduto alle fiabe, continueremo a batterci in direzione ostinata e contraria per una prospettiva anticapitalista e comunista. Al fianco dei marxisti rivoluzionari di Spagna (Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores), oggi all'opposizione del governo PSOE-Podemos, e dei marxisti rivoluzionari conseguenti di tutta Europa.
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