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Podemos in armi

 


7 Ottobre 2022

Rifondazione e Potere al Popolo hanno qualcosa da dire?

Il governo spagnolo ha approvato in Consiglio dei ministri la sua terza legge finanziaria. La particolarità rispetto alle leggi precedenti è l'aumento del 25% (!!) delle spese militari: oltre 12 miliardi. La ministra delle finanze María Jesús Montero, trionfante, ha dichiarato che lo stesso trend progressivo di aumento sarà necessario anche negli anni futuri consentendo così alla Spagna per il 2027-2029 di raggiungere il 2% del PIL di spese in armamenti richiesto dalla NATO. “Gli impegni del Presidente Sanchez si devono rispettare” ha dichiarato Montero. Non si riferiva a quelli presi con gli elettori, ma a quelli presi con i generali.

Il punto è che Podemos ha ben quattro ministri nel governo dell'imperialismo spagnolo. Ministri che si guardano bene dall'uscirne. Sfoggiano alate parole di pace, ma votano le spese di guerra del proprio governo. Proprio come facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi.
Il punto è che Podemos è l'alleato spagnolo di Unione Popolare, appena celebrato da Luigi De Magistris in campagna elettorale, incassandone il plauso. PRC e Potere al Popolo hanno fatto la ola. Hanno ora qualcosa da dire?

Partito Comunista dei Lavoratori

Guerra in Ucraina. Intervista a Repubblica

 


Pubblichiamo un'intervista di Repubblica a Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL

FERRANDO SU PUTIN E LA GUERRA IN UCRAINA: "IL ROSSOBRUNISMO È REALTÀ INTERNAZIONALE, MALAPIANTA DELLO STALINISMO"


Marco Ferrando, fondatore del trotskista Partito comunista dei lavoratori, creato nel 2006 dopo aver sancito la rottura con Rifondazione comunista, ha alle spalle una lunga stagione di 'eresia' in tema di politica estera. Proprio per aver difeso il diritto degli iracheni alla propria resistenza fu depennato dalle liste elettorali del Prc durante la segretaria di Fausto Bertinotti. Oggi, dice, "anche gli ucraini hanno diritto alla difesa e all'autodeterminazione come popolo, in coerenza con l'insegnamento di Lenin".

Nell'area della sinistra radicale, i 'rossobruni' che invece difendono le ragioni della Russia esistono davvero? O sono una invenzione, o montatura, giornalistica?

"Il rossobrunismo è una realtà internazionale, che è esistito in Russia attorno all'esperienza di Limonov, esiste in Ucraina ai vertici delle repubbliche popolari soprattutto del Donbass, con Donetsk che mette fuorilegge cinque organizzazioni di sinistra, e anche di Lugansk. In Italia abbiamo il Partito comunista di Marco Rizzo, o ad esempio Patria socialista".


Che origine ha?

"È un prodotto ibrido di tante cose diverse: l'arretramento generale del mondo operaio, ma pure un effetto di rimbalzo dell'avversione al capitalismo e all'imperialismo".


Ma ritiene il rossobrunismo un fenomeno isolato, marginale, nella galassia della sinistra-sinistra?

"In termine organici è limitato, però la fascinazione culturale ha un bacino più esteso, ha una influenza indiretta che si esprime anche attraverso una sottovalutazione o una simpatia latente del putinismo. Rimuovendo le ragioni pubbliche della sua guerra: Putin in Russia l'ha presentato come un conflitto anticomunista, contro i bolscevichi, è curioso che oggi un comunista possa appoggiarla".


Però Putin ha anche parlato di 'denazificare' l'Ucraina, il che forse richiama antichi miti a sinistra.

"La costruzione rossubruna pesca nella grande guerra patriottica, ma quella è la rivendicazione dell'Urss come grande potenza, non come paese socialista. Poi certo che i nazisti in Ucraina ci sono, certo che il nazionalismo ucraino esiste, ma nello sciovinismo russo vediamo fenomeni simili, penso ad esempio a Dugin che rivendica la morte agli ucraini. Dopodiché aggiungo a scanso di equivoci che siamo per i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofile del Donbass, ma come lo si esercita questo diritto con delle truppe di occupazione in casa propria?".


Lei come definirebbe Putin?

"Un Bonaparte reazionario ai vertici di un apparato statale verticalizzato, capo di una grande borghesia erede della grande burocrazia staliniana, che ha dato vita a un gruppo monopolistico e capitalistico enorme: le prime 15 imprese del Paese hanno in mano il 51 per cento del Pil".


La Russia è uno stato imperialista?

"Lo è come per noi lo è la Cina, con la differenza che la seconda ha in corso uno sviluppo economico enorme, e può ambire a sottrarre l'egemonia mondiale agli Stati Uniti. La Russia è meno solida sul piano economica ma eredita una forza militare estesa che ora sta utilizzando con una politica neozarista. Sarà pure vero che la Russia vuole contenere la Nato ma allo stesso tempo cerca di inserirsi nelle debolezze degli Usa, non solo in senso difensivo, ma attivamente in mezzo mondo, penso alle milizie Wagner in giro per il mondo".


Cosa ne pensa dello slogan 'né con Putin né con la Nato' di Rifondazione?

"È anche uno dei nostri slogan, ma non il solo. Russia e Nato si contendono il controllo imperialistico dell'Ucraina, seppur con metodi diversi, per noi quindi il né-né significa contrapposizione al potere capitalistico su entrambi i fronti. Non abbiamo nulla a che spartire al Pd e ai partiti borghesi che oggi rivendicano il riarmo, le politiche di guerra e il maccartismo. Né siamo a favore delle sanzioni perché sono un meccanismo di guerra all'interno di questo imperialismo che poi ricade soprattutto sulle popolazioni".


Però l'invasione oggi è russa, la guerra è scatenata da Putin. Perché non limitarsi a prendere le distanze dalla Russia?

"Perché la Nato in mezzo c'è, le politiche del Fmi in Ucraina che hanno tagliato le spese sociali sono quelle di oppressione imperialistica occidentale. Se poi si aprisse un confronto aperto tra Nato e Russia, noi ci sposteremmo in una posizione di disfattismo bilaterale".


Gli ucraini, per voi, cosa possono fare?

"L'Ucraina è una nazione che ha subito un'oppressione prima zarista e poi staliniana, per noi è del tutto naturale la propria difesa, il principio di autodeterminazione non è in discussione ed è coerente con la nostra storia politica. Un diritto che difendiamo indipendentemente dal governo Zelensky, del quale siamo in opposizione, ma un principio è un principio".


Questo sostegno lo si può esprimere anche attraverso l'invio di armi?

"La resistenza è tale se ha a disposizione delle armi, la mitologia assolutista della non violenza si pone al di fuori della realtà e della lotta tra oppressi e oppressori. C'è un invio funzionale che si fa affinché l'Ucraina passi dall'influenza dell'imperialismo occidentale a quello russo, ma la Resistenza ha diritto a utilizzare ogni arma difensiva possibile. Poi ricordiamo che se ostacoli i bombardamenti o i carri armati le vite le salvi. In Parlamento voteremmo no all'invio di armamenti, però il diritto a usarle c'è tutto".


In Russia invece i comunisti come si stanno posizionando?

"Come PCL abbiamo un'organizzazione di riferimento, il Partito operaio rivoluzionario russo, che ha invitato a scioperare contro la guerra e ha tenuto una propria manifestazione a Mosca in occasione della fondazione dell'Armata rossa poco prima dell'inizio del conflitto. Viceversa il Partito comunista di Zjuganov ha votato i crediti di guerra e le misure restrittive in corso, inoltre ha espulso propri dirigenti che erano critici rispetto all'appoggio della guerra".


Da buon trotskista, lei direbbe - immagino - che alla fine il problema è sempre lo stalinismo.

"Se si pensa al rossobrunismo, sicuramente si sviluppa come malapianta dal ceppo dello stalinismo e tutte le tendenze di questo tipo hanno il mito di Stalin. Storicamente comunque Lenin rivendicava il principio di autodeterminazione, anche eventualmente come separazione, dei popoli dell'Unione sovietica. Contrariamente a Stalin. Noi oggi pensiamo che 'se vuoi la pace prepara la rivoluzione', una citazione di Karl Liebknecht, nel senso che la rivoluzione il rovesciamento del capitalismo è la condizione di una pace durevole e giusta".

Mattero Pucciarelli

Che tempo che fa: la sinistra ai piedi del Papa


 L'esibizione del Papa a Rai 3 nel programma di Fazio “Che tempo che fa” ha suscitato a sinistra un'autentica estasi. Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha fatto i complimenti al Papa per le sue immancabili parole di pace. Giorgio Cremaschi per Potere al Popolo ha sentito il bisogno di un pubblico «grazie Papa Francesco» per il «formidabile sostegno» a chi non ha rinunciato alla lotta per l'uguaglianza e la giustizia, e per il socialismo. Il redivivo Fausto Bertinotti, da tempo in formato trascendente grazie alla benedizione di Comunione e Liberazione, ha visto in Bergoglio la riscoperta del Vangelo al di sopra delle miserie umane... e via discorrendo.


Che pena. Ai dirigenti vecchi e nuovi della sinistra riformista non interessa la realtà ma la finzione. Invece di liberare gli sfruttati dall'intossicazione religiosa; di spiegar loro che il Papa è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che succhia miliardi dalle loro tasche grazie ai privilegi concordatari; che la Chiesa è la più grande proprietaria immobiliare al mondo, ha pacchetti azionari in tutte le banche rapinatrici, nell'industria di guerra, nei colossi del petrolio e del carbone, nella sanità privata che trionfa in Borsa grazie al saccheggio di quella pubblica; che la casta sacerdotale si regge strutturalmente sulla misoginia, sulla discriminazione della donna, dei gay, delle lesbiche, di tutte le minoranze sessuali, e sui crimini contro i bambini in tutti gli angoli del pianeta... Invece di denunciare questa verità elementare, esaltano la sua ipocrita rimozione, e addirittura ringraziano commossi l'affabulazione retorica di un istrione vestito di bianco, alleato di tutti i poteri, e già complice, non a caso, da capo dei Gesuiti a Buenos Aires, della giunta militare di Videla (1976-1981).

Marx scriveva che i sudditi pensano di essere tali perché esiste un re, non sapendo che un re esiste perché loro sono sudditi. La sudditanza della sinistra verso il Papa richiama lo stesso spartito. Pendendo dalle labbra del Sommo Pontefice, contribuisce a nutrire il mondo capovolto dell'illusione religiosa, l'oppio dei popoli, a vantaggio dei capitalisti.

Non accade per caso. Una sinistra che ha rimosso la rivoluzione contro il capitale rimuove la stessa contestazione della Chiesa, che del capitale è componente organica e inseparabile. Una sinistra che prende ministri nei governi capitalisti, con Prodi, con Tsipras, con Sanchez, con Boric, cerca per sua natura la propria legittimazione presso la Chiesa. È la prova che solo una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria può opporsi realmente al potere papalino e al suo mito fasullo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il gemellaggio Sanchez-Conte

 


Le bugie sul governo spagnolo hanno le gambe corte

28 Novembre 2020

Una dichiarazione congiunta su «economia, commercio, turismo, diritti sociali del lavoro». L'incontro bilaterale a Maiorca tra Sanchez e Conte ha rilevato il comune indirizzo.
«Abbiamo consolidato l'alleanza tra i nostri Paesi, ribadendo la sintonia sui principali temi europei e internazionali. Insieme siamo una forza», ha affermato il Presidente del Consiglio italiano. Pablo Iglesias, capo di Podemos e vicepresidente del governo Sanchez, ha aggiunto che «la coalizione di governo a Roma può fare da esempio per la Spagna».

Come la metteranno ora gli entusiasti sostenitori del governo spagnolo che albergano nella sinistra cosiddetta radicale? Poche settimane fa i principali dirigenti di questa sinistra si sono sperticati nel lodare la legge di bilancio del governo spagnolo nel nome della patrimoniale. “In Spagna pagano i ricchi” è stato il comune grido di esultanza. La stampa reazionaria ha giocato naturalmente di sponda, denunciando l'improbabile «tassa socialcomunista» di Sanchez/Iglesias.
Sembrava l'eco della vicenda dei governi Prodi, quando Rifondazione Comunista diceva che “finalmente piangono i ricchi” e Berlusconi presentava Prodi come ostaggio dei "comunisti". Ma come allora, si tratta di fumo propagandistico che serve a mascherare una realtà opposta.

La patrimoniale di Sanchez e Iglesias è una finzione. Non solo interessa la soglia superiore ai 10 milioni di patrimonio, cioè lo 0,17% dei contribuenti spagnoli, ma viene applicata a discrezione delle regioni, che possono scegliere di ignorarla. Persino il liberale El Pais l'ha definita timida, con un imbarazzato eufemismo. Non a caso l'importo preventivo a bilancio di questa micropatrimoniale ammonta a 346 milioni. Se a ciò si aggiunge un modestissimo aumento della tassazione delle plusvalenze, si arriva a 1,5 miliardi, su un volume complessivo di entrate di 270 miliardi. Lo 0,7%, una entità irrisoria. Altro che “distribuzione della ricchezza”! In compenso i trasferimenti pubblici alle imprese, le garanzie pubbliche sui crediti bancari, il sostegno alle esportazioni, in poche parole l'assistenza pubblica ai capitalisti, hanno un profilo del tutto... “italiano”. Il famoso pianto degli spagnoli ricchi assomiglia terribilmente a una risata.

In realtà tutta la politica ministeriale di Podemos sembra la fotocopia di quella di Bertinotti e Ferrero. La subalternità sostanziale agli interessi del capitale mascherata da frasi vuote e recite “sociali”. Insomma, la merce la decidono la borghesia e i suoi partiti, mentre i ministri di sinistra curano la confezione. Le differenze, al di là del contesto, sono solo due. Podemos ha ben quattro ministri (tra cui il vicepresidente del Consiglio), non uno. In compenso le misure votate a suo tempo dal PRC in Italia (lavoro interinale, record delle privatizzazioni in Europa, detassazione massiccia dei profitti, campi di detenzione per i migranti...) in Spagna sono già state realizzate dai governi della destra e del PSOE. Podemos dopo tutto si limita a conservarle.

Partito Comunista dei Lavoratori

Podemos di governo

Pablo Iglesias sulle orme di Tsipras e Bertinotti

16 Maggio 2020
Bertinotti, Tsipras, Iglesias... tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni
Il governo spagnolo Sanchez-Iglesias (PSOE-Unidas Podemos) ha appena varato una politica economica fotocopia, nella sua impostazione di fondo, delle misure varate dal governo Conte. Decine di miliardi di risorse pubbliche messe a garanzia delle banche private (Banco Santander, Caixa Bank, Sabadell, Bankia, BBVA) come copertura dei crediti alle imprese. Le stesse politiche di sostegno al capitale finanziario di tutti i governi capitalisti, ad ogni latitudine del mondo, e indipendentemente dal colore politico, liberalprogressista o reazionario. Ma con alcune particolarità rilevanti.

La prima particolarità spagnola è che questa politica capitalista viene inquadrata in un grande patto di unità nazionale, sociale e politico. La Confindustria spagnola (CEOE) e la burocrazia sindacale hanno siglato in pompa magna quello che viene definito "il secondo patto della Moncloa", con riferimento al patto siglato dopo la caduta di Franco per la gestione della transizione. Un patto che sul piano politico oggi si allarga al partito di destra liberale Ciudadanos, che ha offerto in Parlamento i suoi voti. Si chiamano fuori dal patto solo il Partito Popolare di Casado, con divisioni interne, e i fascisti di Vox.

La seconda particolarità è che al governo siedono i ministri di Podemos, con ruoli rilevanti. Pablo Iglesias è il Vicepresidente del Consiglio, Yolanda Diaz è ministra del Lavoro, più i ministri di Ambiente e Turismo (Garzon). Come si vede, un coinvolgimento ben più più impegnativo di quello, disastroso, del PRC nell'ultimo governo Prodi. Una collaborazione di classe a pieni polmoni e in piena regola, con tanto di incenso istituzionale.

Tanti sono i risvolti concreti di questa compromissione. Valga per tutti la politica di espulsione dei migranti “irregolari”grazie agli accordi col governo reazionario del Marocco, o nel caso degli sbarchi alle Canarie, coi governi africani (in cambio di soldi). Oppure, tanto per stare in tema, il diritto di sfruttamento a tempo dei minori clandestini presso le imprese spagnole, senza alcuna regolarizzazione a conclusione del contratto. Oppure il mantenimento della legislazione del lavoro dei precedenti governi del PP, salvo alcuni modesti aggiustamenti.

Ma forse ciò che meglio illustra la natura del ministerialismo di Podemos è un'intervista oggi concessa a El Pais dalla ministra del lavoro Yolanda Diaz.

L'intervistatore chiede: «In un momento di tensione politica fortissima voi fate un accordo con il padronato. Come è possibile?».
«È ciò che chiede la società, e le parti sociali l'hanno capito» risponde la ministra.
«È compatibile la sua visione con quella di Nadia Calvino [ministra dell'Economia, pupillo del padronato]?» chiede il giornalista.
«In questa crisi la ortodossia economica coincide con l'impostazione del governo. Accade che Toni Roldan [vecchio portavoce economico di Ciudadanos] sia d'accordo con me. I dogmi e gli apriorismi economici sono finiti. Abbiamo punti di vista diversi ma la gravità della crisi ci ha cambiato tutti [...] Non vedo differenze tra i ventidue ministri del governo» risponde Diaz.
«Crede che si possa contare su Ciudadanos per votare il bilancio?» incalza l'intervistatore.
«Con Ciudadanos abbiamo differenze in materia di lavoro [...] Però questo governo non rinuncia a negoziare tra posizioni diverse perché ci si possa incontrare tutti» replica Diaz.
L'intervistatore, sempre più incredulo, chiede se almeno col padronato ci sono problemi: «Nell'ultimo negoziato non ha avvertito che la CEOE preferisce altri interlocutori?».
Risposta: «ho una magnifica relazione con Antonio Garamendi [il presidente di Confindustria], ciò che ho imparato in politica è che le relazioni personali sono importanti».

Infine la ministra si presenta come erede della tradizione del dialogo sociale del Partito Comunista di Spagna, da cui Diaz proviene. (Un'eredità autentica: quella del dialogo sociale con la borghesia, inaugurato coi fronti popolari di Stalin, che affossò la rivoluzione spagnola.)

Ecco, nelle pieghe di questa intervista vive tutta la cultura della compromissione governista: l'ambientamento dei parvenu presso la corte delle classi dirigenti alla ricerca della loro legittimazione.
Dalle piazze degli Indignados del 2011 alla collaborazione di governo col padronato, questa la parabola di Podemos. È l'approdo politico del riformismo. Quando l'ultimo orizzonte è la società borghese, il suo governo diventa il fine, e l'accesso al governo l'agognato paradiso. Bertinotti, Tsipras, Iglesias sono tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni.

Rompere con questa politica, costruire un'internazionale rivoluzionaria, è ovunque una necessità storica del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Le loro ragioni, il nostro progetto

Prosegue il tesseramento 2017 al PCL

 

È passato un secolo dalla Rivoluzione d'ottobre. Un secolo da quando per la prima volta nella storia milioni di lavoratori, e con essi tutti gli sfruttati e i diseredati dell'Impero zarista, centro e periferia dell'impero capitalista, presero parola e varcarono il proscenio della storia, impossessandosene, e imposero loro stessi come soggetto e oggetto di un'azione politica che avrebbe cambiato le sorti dell'umanità.

Per molti, a sinistra, tutto ciò sarà tema di rievocazione commossa, con tanto di professione di fede, trovando magari occasione per interrompere per qualche attimo il loro tran tran quotidiano, a ciglio asciutto, fra sottoboschi assessorili e altrettante professioni di fede... alle istituzioni e ai poteri borghesi. Proprio quelle istituzioni e quei poteri che quella rivoluzione aveva mandato gambe all'aria.

Per noi no. Non ci interessano rievocazioni, perché si rievoca ciò che non solo è passato, ma che è concluso; ciò il cui svolgimento è stato compiuto e perciò stesso archiviato. Si rievocano gli spiriti, o i cari estinti. Per noi, invece, quella storia e quelle azioni non si sono interrotte (contrariamente a quello che dicevano venticinque anni fa gli apologeti del mondo libero [del capitale], e che ripete oggi, da buon ultimo, anche Fausto Bertinotti), ma hanno continuato a valere, a parlarci e a parlare. Per noi sono il contenuto di un'attività politica quotidiana, che costituisce la sostanza della nostra lotta contro quel capitalismo che, oggi come un secolo fa, sui suoi fallimenti manda uomini a morire e intere civiltà a schiantarsi.

Ed è in ragione di questa vigenza che sulla tessera del 2017 del Partito Comunista dei Lavoratori ci saranno loro, gli attori della nostra lotta. Migliaia di soldati - lavoratori in uniforme - che in quel fulgido frangente del 1917 marciano in direzione dello Smolny a Pietrogrado, in sostegno ai bolscevichi, innalzando drappi rossi e insegne inneggianti al potere dei Soviet e alla rivoluzione. Ai lati della strada, giovani, donne e bambini che seguono la marcia e si aggregano. Per la prima volta da protagonisti. Quel secolo vale ancora. Quella storia vale ancora.
Partito Comunista dei Lavoratori
(per contattare la Sez. di Bologna scrivi a pclavoratoribologna@gmail.com. La sezione di Bologna si riunisce tutti i lunedì alle ore 21 in via Marini 1/b)