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Lettera aperta ai compagni e alle compagne della “componente Ferrero” di Rifondazione Comunista


 Cari compagni e care compagne,

l’incredibile richiesta della Federazione di Bologna del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di vietare un pubblico dibattito nel centro sociale Labàs con i compagni del collettivo anarchico ucraino Solidarity Collectives – una richiesta di censura poliziesca – nel nome… della resistenza al nazismo (!!?) ci ha suggerito considerazioni più ampie sulla parabola del PRC, e in particolare della vostra componente di minoranza.

La vostra componente abbraccia una metà del PRC attuale. Formalmente si presenta come ala sinistra del partito. In realtà coinvolge compagni segnati da pulsioni diverse. Una parte di voi è animata prevalentemente da una sana contrapposizione alla prospettiva di ricomposizione col centrosinistra liberalborghese: probabilmente si tratta della maggioranza dei vostri compagni. Un’altra parte invece ha fatto proprie posizioni ideologiche campiste di sostanziale sostegno all’imperialismo russo e cinese quale polo progressivo dello scenario mondiale. Disgraziatamente si tratta del gruppo dirigente della vostra componente, a partire dall’ex ministro Paolo Ferrero. Un gruppo dirigente che fa leva sulla vostra giusta ostilità al centrosinistra per subordinarvi ad una visione ideologica del mondo che ha sostituito il criterio di classe con la geopolitica. Con risvolti davvero imbarazzanti.

Vogliamo dunque distinguere i due ingredienti di questo impasto. Perché sono di segno esattamente opposto.

LA SANA CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA

L’ostilità al centrosinistra liberalborghese muove da una pulsione classista, giustamente contraria all’attuale corso politico del PRC.

La maggioranza dirigente del PRC, a partire dal segretario Maurizio Acerbo, sta perseguendo secondo ogni evidenza un ritorno del PRC nella coalizione di governo del centrosinistra. Potremmo dire: nulla di nuovo sotto il sole, l’eterno richiamo della foresta.

Infatti, nella loro storia politica, i gruppi dirigenti di Rifondazione hanno ciclicamente subordinato la propria opposizione alla ricomposizione di governo. Accadde alla metà degli anni ’90 con l’ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi (1996-1998). Accadde dieci anni dopo con l’ingresso diretto nel secondo governo Prodi (2006-2008). In entrambi i casi i gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione votarono il peggio: finanziarie lacrime e sangue, l’introduzione del lavoro interinale (1997), il record delle privatizzazioni in Europa (1996-1998), i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano del 1997), la più drastica detassazione dei profitti delle imprese (col passaggio dell’IRES dal 33% al 27,5% nella finanziaria del 2007), il finanziamento delle missioni militari e dei bilanci NATO.

In entrambi i casi il compagno Paolo Ferrero sostenne apertamente queste politiche, in un duro contrasto con l’opposizione di sinistra interna al partito. Nel secondo caso (2006-2008) con un ruolo di massima responsabilità: sia in quanto ministro del PRC sia in quanto principale propugnatore da subito della estromissione dalle liste del PRC di chi a sinistra si opponeva. Di chi aveva la “colpa” di rivendicare il diritto della resistenza irachena contro le truppe d’invasione imperialiste, anche italiane.

“Errori” di cui Ferrero avrebbe fatto ammenda? Non risulta. Anche perché non si tratta affatto di “errori”. Si possono commettere infiniti errori nel perseguimento di una linea classista e socialista. Ma quando si vota con l’avversario di classe le misure dell’avversario di classe, della propria borghesia, del proprio imperialismo, non si commette un errore, si commette un crimine politico. Un crimine contro la propria classe e a maggior ragione contro il comunismo.

Il fatto che oggi Ferrero si presenti candidamente come capo della sinistra interna del PRC in opposizione al centrosinistra appartiene al genere letterario del trasformismo. Forse funzionale al tentativo di recupero di un proprio controllo sul partito. Di certo, almeno ai nostri occhi, privo di qualsiasi credibilità politica.

Il compagno Acerbo oggi persegue il ritorno del PRC nel centrosinistra proprio con gli stessi argomenti di fondo usati ogni volta (in primis da Ferrero) per motivare questa scelta: l’esigenza di “contrastare la destra”, di fare “una politica non minoritaria”, di rifiutare la “testimonianza”, di assegnare “un ruolo utile al partito”… ecc. ecc. Il fatto che ogni volta proprio i governi di centrosinistra abbiano colpito i lavoratori, che abbiano spianato la strada alle destre peggiori, che la compromissione sia stata utile solo all’avversario, viene semplicemente rimosso. Nel nome di una coazione a ripetere degna di miglior causa. La vostra opposizione a questa prospettiva è dunque sacrosanta.

Ci permettiamo di ricordare che il Partito Comunista dei Lavoratori nacque esattamente da questa opposizione. Dal rifiuto dell’ingresso del PRC nel governo di centrosinistra. Un ingresso che, come avevamo previsto, avrebbe distrutto il PRC e contribuito a innescare un grande riflusso. Questo riflusso investì l’intero campo della sinistra politica, gravando anche su chi, come noi, si era opposto alla capitolazione. Ma certo la responsabilità politica di quanto è avvenuto ricade interamente sui gruppi dirigenti del PRC. Ed è una responsabilità politica enorme nei confronti dell’intero movimento operaio italiano.

L’INSANA SUBORDINAZIONE ALL’IMPERIALISMO RUSSO E CINESE. E ALLA LORO PROPAGANDA

Invece l’opzione ideologica campista a favore della Russia, della Cina, dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non solo non ha nulla a che spartire con una pulsione classista, ma la capovolge nel suo stesso impianto. Di fatto subordina la classe lavoratrice a uno dei due poli imperialisti oggi in lotta per la spartizione del mondo. In altri termini, nega l’idea stessa di una sinistra di classe indipendente da ogni imperialismo.

Che logica c’è nel combinare la giusta richiesta di indipendenza dal centrosinistra su scala nazionale con la subalternità a un polo imperialista cosiddetto “progressista” su scala mondiale? Nel primo caso giustamente si rigetta il bipolarismo borghese, e dunque la falsa credenza di una alternativa progressista tra i due schieramenti a confronto. Nel secondo caso ci si inchina esattamente al bipolarismo imperialista, teorizzando che uno dei due blocchi svolgerebbe una funzione avanzata, quando non addirittura antimperialista e socialista. Lo stesso schema subalterno che si respinge in Italia lo si assume su scala mondiale. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda.

Soprattutto non può esservi contraddizione più profonda con la realtà. La realtà di una lotta spietata per la spartizione del mondo fra vecchie e nuove potenze imperialiste. Dove sarebbe il polo “progressista” in questa lotta?

Naturalmente non c’è bisogno di ribadire la natura reazionaria dei vecchi imperialismi NATO a guida USA, la loro storia criminale contro la classe lavoratrice e i popoli oppressi, la loro falsa democrazia, il loro sostegno determinante al sionismo genocida… E potremmo continuare a lungo.

Non siamo certo sospetti di indulgenza verso l’imperialismo di casa nostra. A differenza dei gruppi dirigenti del PRC, non abbiamo mai sostenuto governi NATO, aumento delle spese belliche, missioni militari, né abbiamo mai propagandato la falsa illusione di una possibile «riforma sociale e democratica» dell’unione degli imperialismi europei (UE). A differenza delle organizzazioni del Partito della Sinistra europea, le sezioni della Lega Internazionale Socialista in Europa non sostengono il governo del capitalismo spagnolo, non votano l’ingresso della Finlandia nella NATO, non coprono le posizioni filosioniste del governo tedesco come ha fatto la Linke, hanno sempre contrastato la truffa del “due popoli, due stati”, a difesa del diritto incondizionato di autodeterminazione del popolo palestinese, hanno sempre difeso ogni popolo oppresso, ogni paese invaso, dalle aggressioni degli imperialismi USA e NATO, incluso il suo diritto alla resistenza armata. Sempre.

PERCHÉ DUE PESI E DUE MISURE?

Ma per quale ragione contrastare l’imperialismo di casa nostra dovrebbe significare negare e/o abbellire l’imperialismo di casa d’altri? Perché due pesi e due misure?

Dopo il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista in Russia e Cina, nuovi imperialismi sono emersi nel mondo. Non meno reazionari delle vecchie potenze. Non meno ambiziosi. Cina e Russia cercano di capitalizzare la crisi dell’egemonia americana, la disfatta USA in Iraq e in Afghanistan, la crisi dei rapporti tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei, per allargare la propria area di influenza. È naturale.

L’imperialismo cinese ha allargato la propria area d’influenza su scala globale, assoggetta con la leva del debito numerosi paesi dell’Africa e dell’Asia, si accaparra ovunque terre e materie prime, ha esteso la propria presenza in America Latina, ha moltiplicato le proprie esportazioni di capitale in tutte le direzioni. Nei fatti, a partire dalla propria potenza economica, contende agli Stati Uniti l’egemonia planetaria sul mercato mondiale. Non si può comprendere nulla dell’attuale scenario internazionale, tanto meno il trumpismo, se non nel quadro della competizione globale tra USA e Cina.

L’imperialismo russo si è inserito in questa competizione, appoggiandosi sull’imperialismo cinese, per rilanciare le proprie ambizioni imperiali. In Europa, come poi diremo, con la guerra di invasione dell’Ucraina (“contro l’autodeterminazione concessa all’Ucraina dalla follia di Lenin e dei bolscevichi” disse Putin il 22 febbraio 2022); in Medio Oriente nello scorso decennio con la sponsorizzazione alla fine fallita del regime sanguinario di Assad; in Africa offrendo protezione militare e gangsteristica a diversi regimi militari subsahariani – nati dalla crisi del vecchio colonialismo francese – in cambio di concessioni minerarie e altre utilità.

Peraltro sia la Russia che la Cina, come tutte le potenze imperialiste, mercanteggiano le ragioni dei popoli in base ai propri interessi. Pronte ad esempio ad astenersi nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’infame Consiglio di Pace di Trump in Palestina in cambio dell’apertura di Trump sull’invasione dell’Ucraina: una invasione difesa in sede ONU in occasione di ogni suo anniversario, dal voto unitario – guarda caso – di Russia, USA e Israele.

I rapporti della Russia con lo Stato sionista e con lo stesso governo Netanyahu sono peraltro intensi e reciproci. Come lo sono gli affari delle grandi aziende cinesi nella Cisgiordania occupata, col benestare di Israele. Quanto alle rituali frasi di “critica” o di “preoccupazione” per singole scelte o “eccessi”del governo israeliano, valgono quanto quelle dei governi europei: cortina fumogena a copertura della complicità.

Cosa vi è di progressivo in tutto questo? Si aggiunga che il regime cinese, sorretto da una gigantesca pletora di nuovi capitalisti miliardari, si regge su un sistema dittatoriale obiettivamente totalitario, oltretutto sempre più verticalizzato attorno al capo supremo Xi Jinping. Mentre il regime bonapartista reazionario di Putin, che ha messo ormai nella semiillegalità ogni sinistra di opposizione, si caratterizza per un suprematismo grande-russo profondamente misogino e confessionale, nemico dei più elementari diritti civili. La malcelata invidia di Trump per i due regimi politici rivali è per molti aspetti rivelatrice.

Quanto ai BRICS, rappresentano semplicemente un amalgama eterogeneo a porte girevoli dominato da Cina e Russia in funzione dei loro interessi imperialistici. Un amalgama popolato da regimi dispotici spesso tra loro confliggenti (Iran ed Emirati Arabi, Egitto ed Etiopia, ad esempio); regimi che a loro volta usano la propria collocazione nei BRICS quale strumento negoziale di rapporti mutevoli e disinvolti con tutti i poli imperialisti. In ogni caso, rappresentare i BRICS come possibili vettori di democrazia internazionale sembra, da ogni punto di vista, una battuta di pessimo gusto.

Russia, Cina, BRICS, quali vettori di pace dentro un possibile nuovo mondo multipolare e pacificato? Non scherziamo. La compresenza di diversi poli imperialisti (il multipolarismo reale) non è un possibile futuro ma il presente. Un presente che non porta la pace, ma l’acutizzarsi della lotta per la spartizione del pianeta, e con essa la corsa mondiale agli armamenti, che è oggi la corsa di tutti i poli imperialisti, nessuno escluso.

Certo, l’imperialismo USA è ancora militarmente dominante su scala globale. Ma l’imperialismo russo poggia ormai su una economia di guerra. E l’imperialismo cinese ha accresciuto enormemente nell’ultimo quindicennio il proprio bilancio militare. Si tratta di una tendenza planetaria che nella prospettiva storica moltiplica i rischi di una nuova grande guerra. Il multipolarismo imperialista è la forma attuale della corsa alla guerra. Presentarlo come possibile via della pace significa solamente fare il verso alla propaganda russa e cinese. E per di più vendere la fiaba di un possibile mondo pacificato nell’età dell’imperialismo: un’illusione pacifista che i comunisti debbono contrastare, e non assumere.

LA GUERRA DI INVASIONE DELL’UCRAINA: LE MISTIFICAZIONI DEL CAMPISMO

Peraltro Russia e Cina praticano o minacciano la guerra nei propri “cortili di casa” o in quelli che considerano tali. Il caso della Russia è emblematico. Il regime di Putin si è costruito e consolidato attraverso due guerre spietate di annientamento della Cecenia, ha sostenuto attivamente la repressione poliziesca del regime bielorusso di Lukašenko contro gli scioperi operai nel 2020-2021, è intervenuto con le sue truppe speciali a protezione del regime kazako contro la rivolta dei salariati nel 2022.

La guerra d’invasione dell’Ucraina nel 2022, che sicuramente ha segnato un salto, è parte di questo percorso. Non una guerra di difesa delle popolazioni del Donbass, ma una guerra prima mirata alla dominazione sull’Ucraina, poi, fallita questa, all’annessione di parti rilevanti del suo territorio. Presentare questa guerra come guerra per procura dell’Occidente contro la Russia significa non solo negare la realtà ma fare propria la propaganda sciovinista dell’imperialismo invasore. Una propaganda oggi tanto più grottesca a fronte del negoziato fra Trump e Putin per la spartizione del paese invaso, alla ricerca di una… pace per procura. Una pace coloniale stipulata da briganti.

Difendiamo l’Ucraina, e il suo diritto a difendersi, da una guerra imperialista d’invasione. Perché difendiamo i diritti di autodeterminazione di ogni popolo. Come abbiamo difeso le repubbliche del Donbass nel 2014, quando furono aggredite dal governo nazionalista della destra ucraina (nonostante la natura rossobruna dei loro governi e l’appoggio interessato dell’imperialismo russo), così difendiamo l’Ucraina dall’invasione russa (nonostante il carattere borghese del governo Zelensky e l’appoggio interessato degli imperialismi NATO). Non facciamo, per l’appunto, due pesi e due misure. Rivendichiamo il ritiro delle truppe russe di occupazione entro i confini preesistenti all’invasione del febbraio 2022. Così come difendiamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, che è incompatibile con l’occupazione russa.

Il fatto che in quattro anni di guerra il grosso della sinistra italiana, politica e sindacale – a differenza che in tanta parte d’Europa – non abbia rivendicato neppure il ritiro delle truppe russe di occupazione dall’Ucraina è la misura dell’influenza diretta o indiretta di posizioni campiste al suo interno. E persino una contraddizione clamorosa rispetto a un “pacifismo” che volesse essere coerente.

Sì certo, l’Ucraina si difende con armi occidentali. E le armi (in realtà progressivamente decrescenti) che gli imperialismi d’Occidente hanno inviato all’Ucraina mirano a consolidare la propria area di influenza nel paese. È vero. Per questo a differenza di diversi partiti della sinistra europea (inclusa La France Insoumise di Mélenchon), non avremmo mai votato nel Parlamento Europeo a favore dell’invio delle armi. Ma certo non avremmo mai votato contro. Perché riconosciamo all’Ucraina il diritto di difendersi da una guerra imperialista di invasione con tutti i mezzi disponibili, come lo riconosciamo ad ogni popolo e paese invaso. Come l’abbiamo riconosciuto ai curdi. Come lo riconosciamo all’Iran, che avrebbe avuto tutto il diritto di usare armi dell’imperialismo alleato russo cinese (…se mai gli fossero state offerte) contro la guerra d’aggressione sionista americana. Come l’avremmo riconosciuto al Venezuela, se il suo regime bonapartista avesse scelto di resistere e non di capitolare all’imperialismo americano come purtroppo è avvenuto (nel silenzio generale dei campisti e con l’avallo passivo obtorto collo di Russia e Cina, in altre faccende affacendate).

DIFESA DELL’UCRAINA E OPPOSIZIONE A ZELENSKY. LE INFAMIE SULL’UCRAINA “NAZISTA”

La difesa dell’Ucraina dalla guerra d’invasione dell’imperialismo russo non significa affatto difesa politica del governo Zelensky. La sezione ucraina della Lega Internazionale Socialista dirige un sindacato (“Protezione del lavoro”) che è in aperta opposizione al governo, contesta le sue politiche antioperaie, le sue misure antidemocratiche, la sua subordinazione al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi ricatti, le sue privatizzazioni di beni e servizi pubblici per compiacere la UE.

Ma un conto è l’opposizione a Zelensky da un versante di classe, per una alternativa operaia e socialista. Altra cosa è l’opposizione a Zelensky da parte di un regime imperialista neozarista che vuole rimpiazzarlo con un proprio burattino “alla Lukašenko”. In altri termini, è la classe operaia ucraina che ha il diritto di rovesciare Zelensky, non l’imperialismo russo per i propri interessi neoimperiali e coloniali. Opposizione a Zelensky e difesa dell’Ucraina dall’imperialismo russo sono dunque parte di una medesima politica di classe. Come lo sono l’opposizione di massa al regime clerico-fascista dell’Iran (un regime di certo incomparabilmente più a destra di Zelensky) e al tempo stesso la giusta difesa incondizionata dell’Iran dall’imperialismo sionista americano. Non dovrebbe essere questa la posizione naturale dei comunisti?

Non a caso il grosso della sinistra classista in Ucraina unisce l’opposizione a Zelensky con la difesa del paese dall’imperialismo russo. Difesa civile, difesa militare. Anche il contestato anarchismo ucraino, non a caso, è apertamente difensista in tutte le sue principali componenti, anche se la Federazione Anarchica Italiana non se ne è accorta o non lo dice. Come resta difensista del proprio paese la larga maggioranza della popolazione ucraina e della sua classe lavoratrice.

Ucraina “nazista”? Una calunnia vergognosa. Le organizzazioni fasciste in Ucraina (Pravyi Sektor) ebbero un ruolo che noi denunciammo nella rivolta reazionaria di Maidan del 2014. Poi crollarono. Il loro peso elettorale non ha mai superato il 3%. La loro stessa presenza nel governo di destra di Porošenko, poi rimpiazzato dal centrosinistra populista di Zelensky, durò non più di tre mesi. Nelle elezioni del 2019 non presero neppure un seggio. Il famoso battaglione Azov, un tempo egemonizzato da Pravyi Sektor, è stato prima drasticamente disarticolato e poi riassorbito nell’esercito regolare. Il suo ruolo, per intenderci, è oggi pari a quello della Folgore nell’esercito italiano.

Da ogni punto di vista, presentare l’Ucraina e la resistenza dell’Ucraina come naziste è una delle peggiori infamie che circolano nella sinistra italiana. È una pura fotocopia della propaganda di guerra putiniana, e di tutti gli ambienti reazionari che la sostengono (Vannacci, Salvini, Orban, AfD tedesca, settori MAGA…). E si appoggia, alimentandola, su una vera e propria ucrainofobia che attraversa in Italia il senso comune diffuso e politicamente trasversale di una parte significativa dell’opinione pubblica. Sicuramente presente più che in ogni altro paese (ad eccezione ovviamente della Russia).

Arrivare addirittura a chiedere di vietare agli anarchici ucraini il diritto a dibattere in Italia della difesa del proprio paese da una invasione imperialista (per di più facendolo nel nome della Resistenza) è qualcosa di più: una inaccettabile provocazione poliziesca, oltre che un insulto alla Resistenza. Ed è anche la misura di dove può giungere purtroppo la deriva campista del vostro gruppo dirigente.

CLASSISMO E CAMPISMO, DUE FRONTI OPPOSTI E INCONCILIABILI

In conclusione. Classismo e campismo militano più che mai su fronti opposti. Non possono stare insieme. Non sappiamo quanti di voi vorranno combinare la giusta battaglia contro la capitolazione annunciata al centrosinistra col rifiuto del campismo e della sua deriva. A chi lo farà diamo la piena disponibilità a discutere insieme della costruzione e del rilancio di una prospettiva comunista e rivoluzionaria. Per costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Fuori e contro ogni nuova capitolazione al centrosinistra. Contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo. Come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Addio Alfonsina


 È venuta a mancare la nostra compagna Alfonsina Palumbo, militante storica del nostro partito. Per tutti noi, per chi l’ha conosciuta, una perdita molto dolorosa.

Alfonsina incontrò la nostra corrente politica ben prima della fondazione del Partito Comunista dei Lavoratori. Ci incontrò nel Partito della Rifondazione Comunista degli anni ’90, nel quale era confluita come tanti compagni e compagne di provenienza PCI con la domanda di una politica classista e anticapitalista. Quando comprese che quella domanda veniva tradita da una linea compromissoria e governista si avvicinò all’opposizione interna trotskista del PRC. Prima alla sua piattaforma congressuale, poi alla sua organizzazione politica (Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista) nella quale sviluppò nel corso degli anni la propria formazione e militanza.

Nel 2004 fu una degli otto delegati/e della AMR al Congresso fondativo del Coordinamento per Rifondazione della Quarta Internazionale a Buenos Aires. Vogliamo ricordare la sua gioia in quella occasione nel partecipare ad una grande assemblea nazionale di tremila piqueteros in lotta.

Con la nascita del Partito Comunista dei Lavoratori, Alfonsina fu da subito parte integrante della sua causa e delle sue battaglie. Ha fatto parte della Direzione nazionale e del Comitato Politico Nazionale del PCL fra il 2008 e il 2011, e successivamente ancora del suo Comitato Centrale.

Da militante rivoluzionaria è stata attivista sindacale dell’opposizione interna alla CGIL, contro ogni forma di accodamento più o meno “critico” alla sua burocrazia, anche con un ruolo nel Direttivo Nazionale della FISAC-CGIL dopo il 2014. Più in generale, ha avuto una presenza costante nelle iniziative di lotta della classe lavoratrice e della sua avanguardia. In particolare, lo vogliamo ricordare, sul terreno delle lotte contro la guerra e a sostegno della Palestina e di tutti i popoli oppressi.

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute non le hanno permesso di partecipare come avrebbe voluto, e ne ha molto sofferto. Ma non ha mai fatto mancare, in tutte le forme possibili, il proprio sostegno al partito e alla prospettiva di rivoluzione. Anche per questo resterà nella nostra memoria collettiva.

Addio Alfonsina, un forte abbraccio da tutto il tuo partito.

Partecipa e sostieni il Revolutionary Camp

 


Aiutaci con un tuo contributo a organizzare la scuola nazionale di formazione del PCL

Manca ormai un mese al Revolutionary Camp, la scuola nazionale di formazione del PCL.

La scuola, come tutte le nostre attività nazionali e locali, sarà sostenuta principalmente dallo sforzo collettivo dei militanti del Partito Comunista dei Lavoratori. Ma vogliamo che possa essere sostenuta anche da tutti coloro che vorranno incontrarci e partecipare alla scuola, o anche solo contribuire.

Abbiamo quindi deciso di lanciare questa campagna pubblica di sostegno per un motivo molto semplice: l'investimento nella formazione marxista rivoluzionaria è in definitiva l'investimento nella costruzione del partito rivoluzionario leninista e nel progetto generale di rivoluzione, su scala nazionale e mondiale.

Aiutaci, e aiutaci a diffondere questa campagna, che è una campagna di organizzazione e costruzione.
In questa pagina potrai contribuire facilmente, con una donazione di qualsiasi importo.

Contattaci, partecipa alla scuola. Insomma, costruisci insieme a noi il Partito Comunista dei Lavoratori!

Per sapere come partecipare al Revolutionary Camp, o per qualsiasi altra informazione, scrivi alle nostre pagine social oppure invia una mail a info@pclavoratori.it

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL nelle elezioni per il Senato in Liguria

 


Di fronte a una normativa elettorale particolarmente antidemocratica per i tempi imposti, e considerando l'importanza di una presenza dei marxisti rivoluzionari alle elezioni su scala nazionale, avevamo proposto a diverse sinistre classiste (Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, SCR, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria) un'alleanza elettorale capace di garantire tale presenza. La nostra proposta unitaria è stata purtroppo respinta. Di conseguenza, nei tempi previsti, il PCL ha potuto presentarsi al voto solamente in Liguria al Senato.


Il bilancio di questa esperienza per il partito ligure è stato positivo. In contrapposizione ai partiti borghesi, e a differenza di Sinistra Italiana e di Unione Popolare, abbiamo posto al centro della nostra campagna l'esigenza di una rappresentanza politica indipendente dei salariati e un programma apertamente anticapitalista per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non è un programma “elettorale”, è il programma per cui ci battiamo ogni giorno in ogni lotta. Semplicemente, a differenza di altri, non rinunciamo a presentarlo anche alle elezioni. Non disertiamo questo terreno di propaganda di massa. Non rinunciamo a usare la tribuna borghese, fosse pure nelle condizioni più sfavorevoli, per presentare una prospettiva rivoluzionaria. È l'insegnamento elementare del leninismo.

Sotto il profilo strettamente elettorale abbiamo registrato in Liguria un netto progresso rispetto alle elezioni politiche del 2018. Nel 2018, in alleanza con Sinistra Classe Rivoluzione nella lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, prendemmo 1500 voti a livello regionale (0,17%). Nel 2022 come Partito Comunista dei Lavoratori, con la piena riconoscibilità del nostro simbolo, abbiamo preso 4380 voti (0,66). Abbiamo cioè triplicato. Ovviamente resta un risultato molto modesto, nel quadro complessivo della perdurante crisi della sinistra politica che le elezioni hanno confermato. Ma resta la sua positività.

L'aspetto più importante, al di là del risultato, ha riguardato la campagna condotta, sia in termini di proiezione mediatica sulle tv e radio locali, con contenuti dichiaratamente di classe, sia soprattutto in termini di volantinaggio sulle fabbriche. Pur con forze molto piccole, il partito ha coperto tutte le principali fabbriche della regione (ex Ilva e Ansaldo a Genova, gli stabilimenti di Fincantieri a Riva Trigoso e a La Spezia, la Oto Melara di La Spezia, la Bombardier di Savona, la Piaggio di Albenga, le vetrerie della Val Bormida). È un intervento al quale daremo stabilità e continuità mensile con la diffusione del volantino periodico nazionale.

La campagna elettorale ci ha consentito di guadagnare alcune nuove adesioni al PCL e diversi nuovi contatti, anche a livello operaio (Oto Melara), che cercheremo di far aderire al partito. In altri termini, nel nostro piccolo, con le difficoltà che ben conosciamo, la campagna elettorale è stata un fattore di costruzione e consolidamento del nostro partito in Liguria. È la conferma una volta di più del metodo leninista: non rinunciare mai, battersi sempre per le proprie idee su ogni terreno.

Partito Comunista dei Lavoratori

ELEZIONI COMUNALI DI BOLOGNA: INTERVISTA A FEDERICO BACCHIOCCHI SUL TGR DEL 16 SETTEMBRE E IL NOSTRO PROGRAMMA

 Intervista a Federico Bacchiocchi, candidato sindaco al comune di Bologna andata in onda nell'edizione del 16 settembre del TG dell'Emilia Romagna


Al link seguente è possibile  vedere una lunga intervista a Federico Bacchiocchi andata in onda su Alice TRC TV il 17 settembre alle ore 21 nell'ambito del programma Dentro la Città:

Il nostro programma:






SCIOPERO GENERALE E AUTODIFESA PROLETARIA: 18 E 19 GIUGNO IL PCL NELLE LOTTE OPERAIE!

 












Intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione nazionale a Roma di sabato 19 giugno, contro i licenziamenti, la repressione padronale e per ricordare l'assassinio del compagno Adil, operaio, dirigente sindacale del Si Cobas a Novara, ucciso da un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Investiamo la memoria e il sacrificio di Adil nella battaglia per rovesciare questo sistema marcio! Costruiamo lo sciopero generale, ribaltiamo i rapporti di forza, apriamo dal basso uno scenario nuovo!

Intervento di Luigi Sorge, operaio Stellantis di Cassino, militante dell'Opposizione CGIL e del PCL, alla manifestazione nazionale a Roma di sabato 19 giugno, contro i licenziamenti, la repressione padronale e per ricordare l'assassinio del compagno Adil, operaio, dirigente sindacale del Si Cobas a Novara, ucciso da un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Non può più scorrere il sangue operaio nelle fabbriche. Alla violenza dei padroni opponiamo l'autodifesa operaia e la forza di massa del movimento operaio! Costruiamo lo sciopero generale di massa, lottiamo per l'alternativa socialista contro il capitalismo!


Abbiamo ricordato l'assassinio del compagno Adil Belakhdim, operaio, dirigente sindacale del SI Cobas a Novara, da parte di un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Anche per lui saremo in piazza il 19 giugno a Roma!

Contro lo sblocco dei licenziamenti, contro la repressione dello Stato e dei padroni, costruiamo un fronte unitario di lotta, costruiamo uno sciopero generale vero e di massa!

Riprendiamoci ciò che è nostro: nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio della fabbrica! Alla forza e la violenza dei padroni bisogna contrapporre la forza collettiva! Giù le mani dai lavoratori in lotta! Giù le mani dalla classe operaia! Il capitalismo è barbarie: solo la rivoluzione cambia le cose! *** Rimani in contatto con il PCL! *** Il nostro sito: pclavoratori.it Pagina Facebook: facebook.com/PCLavoratori E-mail: info@pclavoratori.it Iscriviti al nostro canale YouTube!
Telegram: t.me/PCLavoratori

VIDEO: A 10 anni dalla scomparsa di Tiziano Bagarolo


Video della diretta Facebook organizzata dal Partito Comunista dei Lavoratori andata in onda venerdì 16 ottobre 2020. 
Dieci anni fa ci lasciava il compagno Tiziano Bagarolo, dirigente del nostro partito e validissimo teorico marxista, in particolare sul terreno della questione ambientale. 
 




Abbiamo ricordato Tiziano in compagnia di: 

- Franco Grisolia (Segreteria PCL) 
- Tiziana Mantovani (Comitato Centrale PCL) 
- Stefano Falai (responsabile Commissione ambiente PCL)
- Stefano Masson (amico e collaboratore sulle questioni ambientali di Tiziano Bagarolo) 

Nel salutare Tiziano, dieci anni fa, scrivevamo: "Da atei militanti, come era ovviamente Tiziano, sappiamo che la morte rappresenta un punto finale e che non vi è nulla per qualsiasi essere umano oltre ad essa. Oggi noi siamo a lutto per quello che abbiamo perso, come persone e come partito, con la scomparsa del compagno Tiziano Bagarolo. Su alcuni terreni sarà assolutamente insostituibile. Noi inchiniamo le nostre bandiere a lutto, ne preserveremo la memoria e l’importante contributo al marxismo, e saremo fedeli al metodo politico, di fermezza sui principi e flessibilità nella tattica per realizzare le condizioni della rivoluzione socialista, che Tiziano ha contribuito a dare al nostro partito". Queste parole rimangono più vere che mai. Tiziano vive ancora nella nostra lotta per la rivoluzione socialista. 

 #ambientalismo #marxismo #ecologia


SCR costruisce una propria area in CGIL, l’opposizione continua ad essere RT!

Comunicato della Commissione sindacale del PCL sulla nascita della nuova "area" in CGIL, denominata "Le giornate di marzo"

L'uscita di Sinistra Classe Rivoluzione (SCR) dall’area programmatica congressuale di RiconquistiamoTutto! (RT!) è il punto conclusivo di una lunga deriva settaria (nella CGIL come più in generale nella sua azione politica, nei movimenti e nelle lotte). L'uscita infatti non è solo scorretta per i modi in cui si è avverata, senza un solo avviso ai compagni e alle compagne con cui, bene o male, da anni si lottava fianco a fianco (un colpo basso, in contrasto proprio con quelle giornate di marzo che SCR ora vorrebbe rappresentare e che sono quanto di più nobile espresso dalla classe lavoratrice quest'anno).
Per quanto dolorosa, comunque, questa uscita non è improvvisa e inaspettata.
Come infatti scrivevamo fin dalla risoluzione del Comitato Centrale del PCL del dicembre scorsoSCR aveva avviato evidenti "dinamiche di sganciamento". Come mai il gruppo dirigente di RT! non se ne è accorto?

Non crediamo nemmeno che si possa incolpare, come viene fatto da una parte del gruppo dirigente dell’area sindacale, l'ingerenza dei partiti al suo interno, dando per scontato che i partiti siano un male. Per noi è il contrario. In primo luogo, in generale, l’impegno politico dei militanti sindacali, e quindi anche la loro partecipazione ad organizzazioni politiche, non può che sostenere quel processo più ampio di sviluppo della coscienza di classe che è inevitabilmente necessario per svilupparne la lotta. In secondo – ma non secondario – luogo, in questi ultimi venti anni la sinistra sindacale della CGIL ha subito progressive derive burocratiche, spesso isolando e disperdendo avanguardie radicate nelle singole realtà di lavoro: è stata proprio una rete di militanti politici nella CGIL che ha permesso, in alcuni passaggi fondamentali, di tenere dritta la barra, e la spina dorsale, e di perseguire controcorrente un raggruppamento conflittuale e classista, tessendo relazioni tra diversi settori sindacali e politici, oltre che tra diverse avanguardie nei posti di lavoro, e impedendo così di esser risucchiati nelle dinamiche burocratiche della CGIL (dalla stessa fondazione della "Rete 28 aprile" nel 2004 alla rottura con "La CGIL che vogliamo", permettendo quindi la costruzione di "Il sindacato è un'altra cosa-Riconquistiamo Tutto"). Anche per questo, in un’area plurale che raccoglie diverse pratiche sindacali e diverse sensibilità politiche, abbiamo sempre ritenuto e continuiamo a pensare che il suo sviluppo non passi per la negazione, l’isolamento e tanto meno l’estromissione delle soggettività presenti, ma anzi per il libero sviluppo del confronto, della discussione, dell’espressione dei diversi punti di vista e delle diverse impostazioni.

La deriva settaria e “politicista” di SCR si evidenzia nella scelta di costruire una nuova "area" fatta a immagine e somiglianza della sua organizzazione politica, semplice espressione e proiezione di sé stessa. Una scelta sicuramente autoreferenziale, ma figlia anche della sua personale e legittima visione della costruzione del conflitto, del sindacato e del partito di classe. Una visione con cui, al pari di tutte le altre presenti, RT! dovrebbe imparare a fare i conti.

SCR lamenta l'assenza di RT! nelle giornate di marzo, dimenticando che a marzo SCR aveva nell’area una significativa influenza, oltre che una presenza radicata, in particolare in alcune fabbriche e aziende emiliane. In realtà RT! è stata presente a marzo dove ha potuto e come ha potuto, in alcune situazioni con un ruolo non secondario proprio nell’innesco di quell’ondata, portando a casa anche alcuni risultati importanti. Certo, RT! non ha egemonizzato le giornate di marzo, perché se lo avesse fatto avrebbe avuto un radicamento di massa, che è precisamente il problema non solo di RT! ma di tutta l'estrema sinistra e del sindacalismo di classe, SCR compresa.
La mitologia di SCR sembra dire l'esatto opposto: l'area non ha fatto niente ma dove era presente SCR la classe è avanzata come un rullo compressore. Se così fosse, non si capirebbe come SCR non sia stata capace in questi anni di conquistare almeno l'egemonia di RT!. Ammantare di mitologia la propria uscita impedisce di vedere i reali problemi dell'area.

RT! è da tempo in difficoltà e in una fase di ripiegamento. Estremamente limitata e schiacciata dalla burocrazia CGIL, particolarmente dopo l’ultimo congresso, ha faticato a sviluppare una propria linea generale alternativa (come aveva invece impostato nei rinnovi contrattuali precedenti, entrando in sintonia e relazionandosi con dinamiche di classe anche estese, come mostra l’ampio dissenso di numerosi rinnovi). Una fatica determinata anche da arretratezze e incapacità del suo gruppo dirigente, come evidenziato da alcune derive verticistiche (vedi la penosa questione pisana). Una fatica evidenziatasi anche nella stessa battaglia di marzo, rimanendo chiusa nella ridotta del conflitto azienda per azienda e non ponendosi il problema della generalizzazione delle lotte, oltre che focalizzandosi sulla lotta per la salute ("chiudiamo le fabbriche"), senza generalizzare la lotta anche per il salario (la vera sicurezza è stare a casa pagati, non chiudere semplicemente le fabbriche).
Un ritardo segnato nei mesi scorsi dall’assenza di una piattaforma di lotta generale e unificante di tutta la classe lavoratrice di fronte all’emergenza della crisi sanitaria, economica e sociale, e dalla ritrosia nel partecipare organicamente ai diversi percorsi di fronte unitario dell’avanguardia politica e sindacale di classe.

Questi problemi dell'area chiamano in causa in primis il gruppo dirigente. Noi, pur segnalando tutti i problemi soggettivi interni all'area, non dimentichiamo però che in ultima analisi dipendono dalla lotta che a marzo, nonostante la generosità degli operai, ha evidenziato le divisioni tra le diverse realtà ed i diversi settori di classe, e quindi segnato una nuova sconfitta per la classe lavoratrice, grazie alla complicità di Landini e della CGIL col governo Conte. Se così non fosse, i padroni non avrebbero insistito così spudoratamente su tutte le loro pretese.

Il destino dell’opposizione nella CGIL, dello sviluppo di un’area classista e conflittuale, al netto dei problemi segnalati che vanno assolutamente rimossi, dipende oggi soprattutto dalla riscossa dei lavoratori e delle lavoratrici il prossimo autunno, con la precipitazione delle crisi e della conseguente offensiva padronale. Ovviamente, non è scontata. A noi spetta il compito di arare il terreno, lottando contro la burocrazia di maggioranza, e per una democrazia cristallina in RT!.

In ogni caso, quando il conflitto si riaccenderà, non rifiuteremo certo la collaborazione di chi vorrà porsi su quel terreno di conflitto e di costruzione di un’alternativa classista, nella CGIL e soprattutto nelle lotte di lavoratori e lavoratrici. L’opposizione in CGIL continua infatti ad essere RT!. E il suo primo compito, da qui in avanti, è rimarcarlo al meglio.

La battaglia per la costruzione di una tendenza che sia classista, anticapitalista e rivoluzionaria, per portare avanti l’obiettivo di conquistare alla prospettiva della rivoluzione socialista la maggioranza della classe lavoratrice, è il compito dei marxisti rivoluzionari. Il Partito Comunista dei Lavoratori si muove con i suoi militanti e le sue militanti in questa direzione.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

L'abbraccio Di Maio-Salvini (con il benestare di Berlusconi)

Giunta sull'orlo di una autentica crisi istituzionale, la crisi politica italiana registra un improvviso colpo di scena. Silvio Berlusconi dà il proprio benestare ad un governo Di Maio-Salvini.
Che il benestare passi formalmente attraverso un voto di astensione critica o di opposizione responsabile cambia poco, avendo M5S e Lega nel loro insieme una autosufficienza di numeri parlamentari, seppur risicata al Senato. Il significato è politico. Da un lato Berlusconi ha ceduto alle pressioni dei propri gruppi parlamentari terrorizzati dal bagno di sangue annunciato del ritorno al voto. Dall'altro punta a fare di necessità virtù, con obiettivi diversi e complementari: capitalizzare le prevedibili difficoltà del nuovo governo senza rompere l'alleanza col centrodestra, mantenere un potere di condizionamento sugli equilibri politici (contrattazione di ruoli nelle commissioni parlamentari e nell'alta burocrazia statale), ottenere garanzie per le proprie aziende, guadagnare tempo sull'orologio del proprio declino in attesa della famosa sentenza di Strasburgo.


LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA EVITA LA CRISI ISTITUZIONALE 

Le pressioni su Berlusconi non sono venute peraltro dai soli gruppi parlamentari di Forza Italia. Sono venute anche dal PD, ugualmente impaurito dalla corsa al voto dopo la Caporetto del 4 marzo, e in una profondissima crisi interna. E sicuramente sono venute della stessa Presidenza della Repubblica, che voleva evitare l'umiliazione di un governo del Presidente bocciato dalle Camere, una precipitazione alle urne senza riforma della legge elettorale, la conseguente riproposizione dopo il voto di una impasse sostanzialmente immutata, il rischio di irruzione della speculazione finanziaria nella crisi politica. Non a caso Mattarella, nel suo discorso a conclusione dell'ultimo giro di consultazioni, pur annunciando un “governo neutro” di propria nomina, aveva lasciata aperta la finestra della possibile ricomposizione di una maggioranza politica, e per dilatare i tempi supplementari di questa possibile ricomposizione aveva fatto filtrare la propria disponibilità a rinviare lo scioglimento delle camere dopo l'annunciato voto di sfiducia verso il governo del Presidente. La preoccupazione di evitare una crisi istituzionale senza rete ha avuto dunque un ruolo decisivo nella svolta politica in atto.


LA VORACITÀ DEI GIOVANI PARVENU 

I giovani gruppi dirigenti di M5S e Lega, dopo aver scalato i propri partiti, ambiscono a scalare lo Stato borghese. Dietro di loro una pletora di aspiranti ministri e sottosegretari che non vogliono perdere l'occasione della (loro) storia. La Lega porta in dote al nuovo governo l'amministrazione delle regioni del Nord e la fitta rete di relazioni coi poteri forti dei propri territori. Il M5S vi porta il proprio controllo sul blocco sociale del Meridione e la fame insaziabile di poltrone borghesi. La spartizione tra Lega e M5S di quasi tutte le cariche istituzionali al piede di partenza della legislatura dava subito la misura della voracità dei parvenu. La svolta in corso la conferma nel modo più clamoroso: Di Maio e Salvini hanno scelto di sacrificare il proprio annunciato successo in nuove elezioni, a luglio o settembre, sull'altare del proprio accesso immediato al governo del capitale. Meglio l'uovo oggi, dice il vecchio adagio popolare. La soddisfazione delle ambizioni ministeriali ha prevalso su ogni altro calcolo.


LE CONTRADDIZIONI DEL NUOVO GOVERNO E LA MINACCIA REAZIONARIA 

Il negoziato tra M5S e Lega è in pieno corso. Sia in fatto di premiership, ministeri, sottosegretariati, sia sul programma e la sua gestione. La contraddizione è evidente. I blocchi sociali di riferimento di M5S e Lega sono diversi, e diversamente dislocati. Flat Tax al Nord e reddito di cittadinanza al Sud ne sono state le bandiere, assieme all'abolizione della legge Fornero come richiamo trasversale di entrambi. Al tempo stesso sia la Lega, sia soprattutto il M5S, si sono presentati al capitale finanziario italiano ed europeo come garanti dei patti siglati sulle politiche di bilancio pubblico, una garanzia offerta allo stesso Mattarella in cambio di una legittimazione istituzionale. Quale punto d'equilibrio potranno trovare tra la vecchia demagogia casereccia e il nuovo abito istituzionale?

Una mediazione in termini di sommatoria dei due programmi elettorali è facile da un punto di vista letterario, ma è incompatibile coi parametri di bilancio che M5S e Lega si sono impegnati a onorare. Mentre una mediazione costruita per elisione bilanciata delle rispettive promesse li esporrebbe al rischio di un rapido crollo di credibilità presso i rispettivi elettorati.

Il nuovo governo cercherà di affrontare il problema in due modi. In primo luogo con la diluizione delle promesse e della loro attuazione lungo l'arco della legislatura. In secondo luogo scaricando le contraddizioni sul lato più reazionario della propria politica. Non potendo dare al proprio popolo soddisfazioni sociali, si può offrirgli soddisfazioni morali: massimizzare le politiche di respingimento esemplare degli immigrati; indurire il regime carcerario; inasprire le normative sulla sicurezza e il “decoro” (sulla scia di Minniti-Orlando); liberalizzare la legittima difesa; e naturalmente sbandierare l'immancabile trofeo dell'abolizione dei vitalizi (15 milioni di risparmio annuo).
Dirottare la rabbia sociale su falsi bersagli sarà una tecnica di occultamento delle difficoltà. Anche per questo un Salvini ministro degli Interni segnerebbe una nuova frontiera della deriva reazionaria in Italia.


MATTARELLA VIGILA PER CONTO DEL CAPITALE 

Il nuovo governo Di Maio-Salvini non è la soluzione preferita dal grande capitale. Il grande capitale puntava ad un governo M5S-PD, col primo che portava in dote il consenso e il secondo con una funzione di garanzia e di controllo. Il quel quadro il M5S avrebbe potuto sacrificare più agevolmente le proprie promesse sociali attribuendone la responsabilità al PD, e il PD avrebbe potuto incoraggiare la costituzionalizzazione del M5S, portandola a compimento. Ma questo disegno non aveva i numeri parlamentari sufficienti, e in ogni caso è stato silurato da Renzi, per la sua partita interna al PD. Ora il nuovo governo ha una matrice interamente estranea alle tradizioni politiche delle famiglie borghesi europee, e nessuno dei due sodali può evocare facilmente il proprio alleato come alibi delle promesse mancate.

Per questo la Presidenza della Repubblica già si ritaglia il ruolo di supervisore esterno a garanzia dell'interesse superiore del capitale. Annuncia che vorrà avere voce sulle nomine dei ministeri chiave in Economia, Esteri, Giustizia. In un certo senso svolgerà quel ruolo di controllo politico sull'esecutivo “populista” che la borghesia voleva assegnare al PD. Sicuramente cercherà di spingere il nuovo governo verso una riforma della legge elettorale, in funzione della governabilità di sistema. Ma con questo non potrà certo risolvere le contraddizioni profonde che il nuovo quadro politico porta con sé.


RIPARTIRE DALL'OPPOSIZIONE DI CLASSE 

Prematuro pensare, in questo contesto, a un governo di legislatura.
Ma nessuna contraddizione del nuovo governo potrà precipitare a sinistra senza una ripresa dell'opposizione sociale, di classe e di massa.
L'opposizione del PD muoverà dalla difesa dei conti pubblici e dalle preoccupazioni dell'establishment, nazionale ed europeo. Le truppe disperse di Liberi e Uguali, che avevano sperato di riciclarsi in un governo M5S-PD, si attesteranno su un'opposizione “democratica”.
Ma non vi sarà una linea di resistenza efficace sullo stesso terreno democratico senza ricondurla alla centralità dello scontro tra capitale e lavoro: l'unica linea di scontro che può scomporre i blocchi reazionari e aprire dal basso uno scenario nuovo. Una linea di scontro che richiede non solo l'autonomia dal PD, ma l'aperta contrapposizione al M5S, fuori da ogni ambiguità e illusione.

Milioni di elettori avevano cercato nel M5S una nuova sinistra, e lo ritrovano a braccetto del lepenista Salvini. Milioni di lavoratori avevano cercato nel M5S uno strumento di difesa e cambiamento sociale, e lo ritrovano a braccetto di Confindustria e alla ricerca della sua benedizione. Tutte le illusioni sul M5S - purtroppo avvallate per anni dagli ambienti più diversi della sinistra politica e sindacale - sono e saranno sottoposti alla doccia gelida della realtà, mentre ciò che rimane del popolo disperso della sinistra è privo più che mai di un riferimento politico e di una proposta chiara.

Ricostruire una coscienza classista e anticapitalista tra gli sfruttati, radicarsi nelle loro organizzazioni, battersi per l'unificazione delle loro lotte, è il lavoro quotidiano, tanto più oggi, del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori