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De Magistris: prime prove di programma

 


Intervistato da Left, il cui sottotitolo propugna niente meno che «un pensiero nuovo a sinistra», De Magistris ha snocciolato in sintesi i principali punti del programma di Unione Popolare.


Left presenta De Magistris quasi come un martire: «chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia», di raccogliere «le firme sotto l’ombrellone». L’ego smisurato dell’uomo e l’ambizione sfrenata per la sua carriera sono - è proprio il caso di dirlo visti i riferimenti balneari - insabbiati dal commovente sacrificio strappalacrime dell’ex magistrato per il bene nostro.

Nella prima parte dell’intervista, De Magistris commenta la situazione generale e illustra i grandi valori vagamente retorici della nuova coalizione. Scopriamo così che Unione Popolare è «sostanziata da percorsi e da persone credibili», a differenza dei personaggi dell’ultima legislatura che sarebbero «saltimbanchi» di un «quadretto tragicomico» di capi di partito interessati alle poltrone anziché ai programmi.

Left è molto generosa, perciò a questo punto non domanda per quale motivo De Magistris abbia continuato a cercare un accordo con ben due di questi saltimbanchi, Conte e Fratoianni, addirittura per fare con loro un «terzo polo» che mettesse in pratica quel che «il M5S ha detto ma evidentemente non vuole realizzare». Sono credibili Conte e Fratoianni dopo un’intera legislatura passata il primo al servizio del sistema, e una vita, il secondo, spesa tra l’appoggio al PD e l’opposizione di Sua Maestà? Ha senso aver cercato accordi con loro? E senza scomodare costoro sono credibili Acerbo e tutta la nomenclatura di Rifondazione che, finché sono stati in parlamento, hanno giocato più o meno lo stesso gioco di Conte e Fratoianni? Sta di fatto che se oggi Unione Popolare è un po’ più credibile, par di capire, lo deve non a De Magistris, ma al rifiuto dei due saltimbanchi di allearsi con lui. Siamo quindi sicuri che la marionetta di sé stesso non sia qualcun altro?

In ogni caso la forza di Unione Popolare sta nel suo pacifismo di fondo. Null’altro è dato di sapere sul tema, se non che solo tale compagine può fregiarsi di un simile fiore all’occhiello. Pare chissà quale atto di coraggio anziché il contrario, tacere che l’Ucraina è un paese invaso dall’imperialismo russo armato di bombe atomiche, e che essere contro la guerra, oggi, ha senso solo se si è innanzitutto contro la guerra della Russia. Evidentemente queste verità elementari non interessano a De Magistris, lui è pacifista equidistante, e come è risaputo chi è equidistante tra il debole e il forte, sta di fatto dalla parte del più forte. Infatti De Magistris in nome del pacifismo solidarizza con curdi e palestinesi, ma con gli ucraini nemmeno nominati evidentemente no.

La sola e unica proposta pacifista presente sulla piazza è pure «ambientalista, costituzionalmente orientata, per la giustizia sociale». Che la Costituzione sia orientata per la giustizia sociale è l’eterno ritorno di un mito duro a morire. La verità è che in mezzo ai tanti fronzoli sulla giustizia sociale, la Costituzione contiene ben più corposi articoli a protezione della proprietà privata borghese. Prendere come asse della propria proposta sociale l’architrave su cui si è retta la ricostruzione del capitalismo imperialista italiano dal crollo del fascismo ad oggi non appare proprio come la formula della lungimiranza. Soprattutto se pensiamo a quanti prima di De Magistris non abbiano cavato ragno dal buco strimpellando suppergiù la stessa solfa. Ma tant’è, la nuova sinistra si fa con le stesse identiche chiacchiere della vecchia.

Fin qui il minimalismo della pars destruens, ma Left incalza con la pars costruens«quali sono le vostre proposte?».

Così risponde l’ex magistrato:

«un reddito domestico» per «contrastare la povertà». Una volta la sinistra voleva grandi mense e lavanderie pubbliche eccetera, per sollevare la donna dal lavoro domestico e strapparla così alla clausura casalinga ed famigliare. Oggi De Magistris vuole darle un piccolo reddito per barricarla in cucina e alleviare con un palliativo il suo sfruttamento, magari in omaggio alla femministe piccolo-borghesi, non sia mai che lo votino, visto che loro per prime avanzano simili, rivoluzionarie pretese.

Al reddito domestico va aggiunto «un reddito di cittadinanza». Left sorvola sul fatto che il reddito di cittadinanza già c’è. Sorvoliamo anche noi, perché il problema vero è un altro, prepariamoci però: se già Di Maio aveva abolito la povertà col reddito di cittadinanza, col raddoppio del reddito domestico, De Magistris si appresta a darle cappotto...

Il punto reale è che il reddito di cittadinanza oggi va a circa un milione di persone per poco più di 500 euro di media al mese. Le donne casalinghe in Italia si aggirano sui 7 milioni, in pratica, per modificare la situazione, De Magistris dovrebbe moltiplicare per 7 il reddito di cittadinanza. Quindi stiamo parlando solo di uno spot elettorale, eppure lui definisce il suo programma concreto, non «astrattamente utopistico». Un programma astrattamente utopistico, cioè rivoluzionario, potrebbe anche attuarlo un simile punto (anche se non ne avrebbe alcun bisogno tanto è retrogrado), ma un programma così concreto e realistico che non si azzarda a varcare le colonne d’Ercole della Costituzione capitalista può tranquillamente riporlo nel cassetto dei sogni.

La concretezza del doppio reddito si fa ancora più articolata e profonda in materia di lavoro. Il lavoro bisogna «crearlo», cioè moltiplicarlo. La sinistra in origine voleva dividerselo fino ad azzerarlo – «lavorare meno per lavorare tutti!» era lo slogan. Liberarsi una volta per tutte dello sgobbo era il vecchio scopo, quella nuova non vede l’ora di appiopparcelo, perché «solo con il lavoro c’è emancipazione». Il lavoro nobilita, insomma, pensieri non così distanti da quelli più medioevali dei negrieri delle piantagioni.

La storia della società di classe ci mostra da 5000 anni esattamente l’opposto delle idee finto progressiste di De Magistris. Quel poco di buono che la cosiddetta civiltà ha mostrato rispetto alle altre formazioni sociali, cioè arte, filosofia, scienza, astronomia eccetera, lo deve essenzialmente a una classe di privilegiati che ha potuto emanciparsi fino a far niente tutto il giorno sfruttando il lavoro degli altri. Ci si emancipa liberandosi progressivamente dal lavoro, non incatenandosi per altri cinque anni all’emancipazione modello De Magistris! È così vero che una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia giornaliero che di vita (abolizione della Legge Fornero e ripristino dei 35 anni di lavoro per la pensione), al momento non è previsto. Come non è prevista alcuna abolizione di tutte le leggi sul precariato (magari apparirà successivamente, ma è significativo che alla prima intervista sia saltata).

Chi crea il lavoro per De Magistris? Innanzitutto lo stato borghese, prima con l’assunzione del milione di dipendenti pubblici di berlusconiana memoria; poi l’impresa naturalmente, specie se è piccola e media. Il nuovo modo di essere di sinistra non parla solo a dipendenti pubblici e operai ma «anche al vasto mondo dei professionisti, delle partite Iva, dei lavoratori autonomi. Dobbiamo pensare anche alle piccole e medie imprese. Vanno sostenute. Meno burocrazia e più incentivi se creano lavoro e rigenerazione urbana, riqualificazione».

La crisi economica che va avanti dal 2008 è la crisi del capitale piccolo, medio e grande, ma nessuno è stato più colpito di quello piccolo e medio. Più sei grande, meglio ti difendi dalla tempesta. Perciò nessuno più della piccola e media impresa ha dovuto chiudere i battenti, trascinando con sé il mare di disoccupati e precari in più che ci ritroviamo. La piccola, media impresa che, pur senza aver colpa diretta, è il maggior responsabile nei fatti dell’aumento vertiginoso dell’esercito industriale di riserva, è vista da De Magistris come la soluzione al problema da lei stessa creato. Come se fino ad oggi, oltretutto, il capitale di tutte le taglie non avesse avuto sgravi e incentivi da parte dei governi di tutti i colori. Se sgravi e incentivi non han risolto il problema prima, né con Monti né con Renzi né con nessun altro, non lo risolveranno nemmeno ora con De Magistris. Il fatto è che mai come oggi il capitalismo, per un posto di lavoro che “crea”, ne distrugge altri due. Non c’è incentivo o sgravio che, partendo dalla centralità del capitale, possa invertire la rotta. Bisogna immaginare e volere il lavoro libero dal capitale, perché il lavoro non ha bisogno del capitale per essere creato, tanto più che “creare lavoro” è un’espressione empirica, da analfabeti in materia di economia politica. Il capitale infatti non crea mai lavoro, il capitale crea il profitto, cioè sé stesso. Ma la coppia capitale-lavoro è indissolubile per De Magistris, perché la nuova sinistra non vede l’ora di essere trainata dai baristi che non trovano lavoratori (in nero) per colpa del reddito di cittadinanza. E se non li trovano ora col reddito di cittadinanza, chissà quanti posti di lavoro "creeranno" quando De Magistris l'avrà raddoppiato, affiancandogli il futuristico "reddito domestico".

Come finanziare redditi domestici e posti di lavoro come se piovesse nella pubblica amministrazione? Tassando «le grandi rendite finanziarie, quelle degli oligarchi e gli extra profitti delle multinazionali». I profitti normali evidentemente le multinazionali possono tenerseli, così come non è prevista alcuna patrimoniale. Meno ancora è prevista la nazionalizzazione di credito e banche, unica misura che renderebbe davvero possibile la tassazione col contagocce di De Magistris. Anche questa, infatti, diventa impossibile se tutte le leve economiche restano in mano ai privati. In compenso è previsto il salario minimo e l’adeguamento al costo della vita. Un salariato che prenda più di quello che gli serve per arrivare alla fine del mese non è previsto, serve che abbia quel tanto che basta per continuare a fare il salariato tutta la vita.

Null’altro da segnalare del primo schizzo abbozzato di programma, se non qualche parola di rito sull’acqua pubblica, sulle rinnovabili, sulla raccolta differenziata e l’economia circolare, sulla cultura e sul turismo, oltre alla perla sui diritti civili: «Noi non avremo nessun problema ad attuare i diritti civili». E lo dice uno che bacia il sangue di San Gennaro e che, da cattolico fervente, non dice una parola sul necessario esproprio di tutte le proprietà e prebende della Chiesa per attuarne anche solo mezzo.

La radicalità di Unione Popolare al momento è tutta qui. Se abbiamo fatto pelo e contropelo al De Magistris pensiero non è per voler a tutti costi dargli contro. Noi infatti siamo pronti a sostenere anche il più piccolo dei suoi apparenti miglioramenti per i lavoratori. Persino l’improbabile reddito domestico, pur criticandolo, non ci sentiremmo di farlo mancare a casalinghe imprigionate dall’impossibilità di un’alternativa qualunque.

La disamina precisa e millimetrica del programma di De Magistris la facciamo a futura memoria per i nostri critici più accaniti. La parabola di tutti questi tentativi di sinistra interclassista e subalterna segue un canovaccio collaudato. Di norma, specie quando non si ha prospettiva immediata di governo, si parte con un programma molto più robusto per poi diluirlo mano mano che al governo ci si avvicina.

Quello di De Magistris e Unione Popolare parte già molto annacquato perché fin da subito vuole essere «un programma radicale ma di governo». Il nuovo pensiero di sinistra si presenta insomma come la vecchia Rifondazione “di lotta e di governo”. E si sa che tra la lotta e il governo, cioè tra i lavoratori e i padroni, prevalse l’interesse di governo, l’interesse del capitale.

Come mai De Magistris parla di governo, quando anche raggiungere il quorum appare un’impresa molto difficile? Perché qualora avvenga il miracolo, potrebbe essere il nuovo governo ad aver bisogno della stampella dei miracolati. Ecco allora che il profilo basso di Unione Popolare serve a rendere più digeribile l’eventuale tradimento subito dopo le elezioni, quando l’ex magistrato potrebbe correre in soccorso di Letta o di qualcun altro, traghettando tutto il suo partito personale dentro il nuovo carrozzone di larghe intese, lasciando con il cerino in mano chi glielo ha lasciato costruire, conservando stretto per sé il ruolo della serva.

Lorenzo Mortara

Il programma necessario per un nuovo autunno caldo



...che questa volta vada davvero fino in fondo

Mentre i salari sono in picchiata e i tassi dei mutui in rialzo, i profitti delle banche e delle grandi imprese conoscono un'impennata impressionante.
In testa naturalmente i monopoli energetici, a partire da ENI, che accresce del 600% i propri utili. Ma non solo. Unicredit ha registrato il miglior semestre degli ultimi dieci anni, Banca Intesa il miglior risultato dal 2008. Stellantis ha realizzato 8 miliardi di profitto netto nel solo primo semestre 2022, nonostante le difficoltà del mercato automobilistico. Prysmian, Brembo, Campari, Essilux realizzano incrementi degli utili di oltre il 20%. Così il gruppo Mediobanca. Così tutta l'industria bellica, la farmaceutica, l'informatica. Ed anche l'industria alimentare.

Come si spiega questo Eldorado dei profitti? Nel modo più semplice. Da un lato salari schiacciati, precariato dilagante, 90% di nuove assunzioni con contratti a termine e part time involontario, contratti non rinnovati da anni per il 40% del lavoro privato e ampi settori dei dipendenti pubblici (scuola). Dall'altro una montagna di miliardi girati ai padroni in tutti i modi possibili: credito d'imposta, taglio dell'IRAP, miliardi a fondo perduto, copertura con risorse pubbliche del credito bancario alle imprese (per cui se l'impresa non paga è lo Stato che ripaga la banca), ristori à gogo a un numero enorme d'imprese che hanno usato abusivamente la cassa integrazione senza averne bisogno (mentre si apre il safari contro gli abusivi... del reddito di cittadinanza).
Secondo i calcoli degli stessi sindacati, che li citano senza imbarazzo, sono stati versati in due anni sul portafoglio del padronato oltre 170 miliardi di risorse pubbliche. A questo si aggiunge la pratica ormai universale del buy-back: quella per cui gli azionisti comprano in Borsa le proprie azioni per accrescerne il valore e ingrassare i dividendi. Il parassitismo più spudorato.

Se poi aumentano i costi delle materie prime e dell'energia, prima per la ripresa, poi per le strozzature dell'offerta, infine per la guerra e le sanzioni, nessun problema: si aumentano i prezzi delle merci, dei servizi, di tutto.
Di più. Se è ragionevole prevedere che determinati beni rincareranno ulteriormente nella prossima fase, si investe nei titoli di Borsa corrispondenti e si trasferisce il costo dell'investimento sui consumatori. L'inflazione fuori controllo è la risultante di questo gioco.

Naturalmente il gioco rende a una sola condizione: che non aumentino i salari in modo proporzionale. Per cui assistiamo all'inverecondo spettacolo di tutta la stampa padronale, liberale o reazionaria che sia, contro la “rincorsa tra prezzi e salari”, il vero spettro d'autunno. Che è il modo aulico per dire che devono correre solo i prezzi. Esattamente come sta avvenendo. Salvo che poi gli stessi giornali “progressisti” lamentano la crescita delle disuguaglianze e i rischi di una rivolta sociale. La lingua batte sempre dove il dente duole, anche quando è biforcuta.

In questo quadro generale spicca l'assenza di una risposta che sia proporzionale all'attacco. Anzi, di qualsiasi risposta.

Le burocrazie sindacali fanno tappezzeria penosa. L'ultimo incontro col governo dimissionario è un vero pezzo d'antologia. Il governo offre ai lavoratori precari 200 euro una tantum – il nulla – mentre nega persino il rinnovo di questa miseria ai lavoratori già “beneficiati”. Cancella anche il pannicello della tassa del 25% sugli extraprofitti dei monopoli energetici, visto che questi avevano aggrottato le ciglia. Annuncia un taglio del 2% del cuneo fiscale sui salari, che significa scaricare sull'erario pubblico, cioè sui lavoratori, il taglio dei contributi, salvando integralmente i profitti aziendali che non pagano un euro. Ebbene, i segretari confederali sono usciti soddisfatti dall'incontro vantando il positivo interessamento del governo. Salvo poi scoprire, con Landini, di essere stati buggerati e spendere le solite “critiche” platoniche. Una vergogna.

E a sinistra? Un altro spettacolo imbarazzante. Non per la sua divisione, ma per la sua subordinazione in ordine sparso alle forze avversarie (o estranee al lavoro).
Fratoianni si accoda al PD, quindi al confindustriale Calenda, salvo vedersi scaricato all'ultimo miglio e precipitare la crisi del proprio partito. Rizzo fa blocco con destre reazionarie nazionaliste nel nome del rossobrunismo. Rifondazione Comunista si accoda al civico De Magistris (come già ad Ingroia) e propone insistentemente l'alleanza ai Cinque Stelle, che hanno governato contro gli operai per cinque anni firmando decreti infami contro i loro stessi diritti. Potere al Popolo critica la proposta di blocco coi Cinque Stelle ma non mette in discussione l'impianto politico culturale da cui nasce.

Naturalmente tutti parlano di lotte, di ragioni sociali, di diritti ma senza una proposta reale di azione di massa in cui investire unitariamente le proprie forze. La vera speranza di questi gruppi dirigenti non è la sollevazione di massa contro i capitalisti, ma il proprio ritorno in Parlamento. Nella prospettiva un domani di tornare al governo in qualche combinazione cosiddetta progressista. Come già con Prodi, con Tsipras, con Sanchez (Podemos), con Boric... Come con Mélenchon, che fu già ministro di Jospin quando bombardò Belgrado e che oggi rimuove l'uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista...

Noi non ci aggreghiamo a questa carovana. In direzione ostinata e contraria, diciamo tanto più oggi che il tema vero e centrale su cui unire nell'azione tutte le forze della sinistra politica e sindacale è la rivolta di classe contro i capitalisti, i loro governi, tutti i loro partiti. Se c'è un momento in cui dopo anni di sacrifici immensi andrebbe detto “basta” è esattamente questo.

Al tempo stesso, una rivolta sociale, dopo decenni di arretramenti e sconfitte, ha bisogno di parole d'ordine. Semplici, dirette, unificanti, capaci di rispondere all'esperienza quotidiana di grandi masse e al tempo stesso di sviluppare la loro coscienza politica indipendente, che è innanzitutto la coscienza della propria forza. Per una grande vertenza generale di 18 milioni di salariati. Innanzitutto.


BLOCCO IMMEDIATO DEI PREZZI ALIMENTARI E DELLE TARIFFE DI GAS, LUCE, BENZINA

I prezzi reali sul carrello aumentano ben più rapidamente di quanto dicano i dati ufficiali. Occorre un controllo operaio e popolare sui prezzi, con la costituzione di un comitato nazionale indipendente di lavoratori e consumatori, e comitati corrispondenti sul territorio. Occorre rivendicare l'abolizione del segreto commerciale e industriale, paravento di mille speculazioni padronali. Nessuna fiducia nei capitalisti, apertura dei libri contabili in ogni azienda.


FORTE AUMENTO SALARIALE, SCALA MOBILE DEI SALARI, SALARIO MINIMO DI 1500 EURO NETTI

I salari italiani sono quelli che in tutta Europa hanno perso di più negli ultimi trent'anni, a esclusivo vantaggio dei profitti. Occorre innanzitutto recuperare il maltolto chiedendo l'aumento generale e immediato di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici. Occorre istituire un salario minimo per legge di almeno 12 ore all'ora, 1500 euro netti su scala mensile. Ma non basta. Di fronte a un'inflazione fuori controllo che sta falcidiando le buste paga, va reintrodotta la scala mobile dei salari, conquista storica del movimento operaio, cancellata trent'anni fa. Se c'è, come c'è, la rincorsa dei prezzi, ci vuole un incremento automatico e corrispondente dei salari, privati e pubblici. L'alternativa è la continuità dell'immiserimento progressivo


REQUISIZIONE INTEGRALE DEGLI EXTRAPROFITTI E NAZIONALIZZAZIONE DEI MONOPOLI ENERGETICI, SENZA INDENNIZZO E SOTTO CONTROLLO OPERAIO

Gli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche (ENI, ENEL, SNAM, Edison) non hanno precedenti nell'ultimo mezzo secolo. Quaranta miliardi in soli sei mesi nel 2022. Accumulati anche attraverso una cinica speculazione riconosciuta a denti stretti persino dal (loro) ministro Cingolani. Il buffetto fiscale una tantum del 25%, peraltro impugnato legalmente dalle compagnie, è un insulto. L'intera somma degli extraprofitti va requisita, e investita nel blocco delle tariffe. I monopoli energetici vanno nazionalizzati, senza indennizzo (perché se lo sono già preso) e sotto il controllo dei lavoratori: condizione decisiva per pianificare una transizione ecologica vera, a partire dall'investimento massiccio nelle energie rinnovabili, altrimenti impossibile.


PATRIMONIALE STRAORDINARIA DEL 10% SUL 10% PIÙ RICCO

Negli ultimi trent'anni si sono ridotte progressivamente le tasse sui profitti mentre i salariati e in pensionati si caricano sulle proprie spalle oltre l'80% del carico fiscale. Ora basta. Esistono oltre 4000 miliardi di grandi patrimoni, esentasse o progressivamente detassati. Una patrimoniale straordinaria del 10% liberebbe la cifra imponente di 400 miliardi, da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al risanamento ambientale, ai lavori di bonifica, alla riparazione della rete idrica ridotta ormai a un colabrodo... È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato!”


CANCELLAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE E LORO NAZIONALIZZAZIONE SENZA INDENNIZZO PER I GRANDI AZIONISTI

La zavorra del debito pubblico è sempre più insopportabile. Lo stesso Stato che detassa i capitalisti si finanzia vendendo titoli alle banche e ripagandole con 70-80 miliardi di euro ogni anno di soli interessi. Sono soldi ricavati dal taglio della sanità, della scuola, delle pensioni, del lavoro. Un trasferimento di ricchezza nel portafoglio del capitale finanziario che è tanto più insopportabile di fronte ai suoi profitti da favola e alla sua cronica evasione fiscale. Questa corvée va cancellata. Il debito pubblico verso le banche va ripudiato. Una rivendicazione tanto più necessaria di fronte ai piani annunciati di ripagamento del nuovo enorme indebitamento pubblico, nazionale e continentale, accumulato negli anni della pandemia. Quanto alle banche, vanno nazionalizzate e unificate in una unica grande banca pubblica da porre al servizio di un piano di nuovo lavoro e investimenti sociali.


A chi obiettasse che questo programma è eccessivamente radicale rispondiamo che è tanto radicale quanto la politica quotidiana dei capitalisti. A chi obietta che i rapporti di forza attuali non consentono di realizzarlo rispondiamo che un programma per la ribellione di massa aiuta anche a ribaltare i rapporti di forza. A chi obietta che la coscienza dei lavoratori è oggi troppo arretrata per sostenere simili rivendicazioni rispondiamo che occorre lavorare ad elevare quella coscienza all'altezza delle necessità obiettive, e non confonderla con le solite utopie riformiste, o peggio con intossicazioni rossobrune. A chi obietta che oggi nessun governo realizzerà mai quel programma, rispondiamo che è vero: per questo ci battiamo per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione.

Questo è il punto decisivo. Solo una prospettiva di rivoluzione può indicare una vera svolta. Far maturare questa consapevolezza tra gli sfruttati è sempre molto difficile ma è l'unica via. Ed è anche l'unica via per strappare risultati concreti, seppure parziali. Perché tanto più oggi solo la paura di una sollevazione può indurre la borghesia a fare concessioni. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. La sola supplica di “riforme” resta lettera morta, come dimostra l'ultimo trentennio.

La borghesia italiana non ha certo paura del risultato elettorale del 25 settembre. Userà come sempre i vincitori. Troverà come sempre una combinazione parlamentare e istituzionale, fosse pure instabile e malferma, per gestire la propria politica.
L'unico evento che preoccupa realmente il capitale è l'insubordinazione delle masse. Le burocrazie sindacali lo sanno e si offrono preventivamente come salvagente. Le sinistre riformiste a loro volta presentano le proprie ricette progressiste per “riconciliare istituzioni e popolo” (De Magistris) a difesa delle istituzioni stesse. I comunisti rivoluzionari fanno l'opposto: costruiscono tra i lavoratori, controcorrente, una coscienza rivoluzionaria contro la borghesia e le sue istituzioni, approfondiscono da un versante anticapitalista la linea di frattura tra masse e Stato. Che è anche l'unico modo di evitare che quella frattura possa essere capitalizzata dal populismo reazionario.

È questa la linea che proponiamo in ogni ambito dell'avanguardia, in ogni movimento, in ogni sindacato, in ogni conflitto di classe e di massa. Per il più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio. È la linea d'intervento del PCL, quando possibile, anche dalla tribuna delle elezioni borghesi. La normativa antidemocratica che prevede una montagna di firme autenticate in pochi giorni d'agosto, dispensando dall'onere i partiti borghesi, ostacola pesantemente e molto spesso preclude questa possibilità. Ma in ogni caso presenteremo ovunque questo programma e agiremo in funzione di esso. Perché questo è un programma per l'azione. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Occorre costruire un partito rivoluzionario che sappia sviluppare controcorrente questa consapevolezza.

Partito Comunista dei Lavoratori

SUGLI SGOMBERI: LEPORE FA IL SUO MESTIERE. COALIZIONE CIVICA NELLA PALUDE

 


Lepore fa il suo mestiere.

Sindaco di Bologna in rappresentanza del partito più accondiscendente agli interessi padronali e alle esigenze di governo a loro tornaconto, il PD, dall’alto della giunta più progressista d’Italia non può esimersi di favorire la speculazione edilizia il più progressivamente possibile, appunto.

E così continua imperterrito la politica di sgomberi dei suoi illustri predecessori, colpendo le esigenze dei quartieri popolari dicendo, con lacrime di coccodrillo, di farlo esclusivamente nel loro interesse.

E' il classico mestiere da ciarlatano venditore di paccottiglie.

Nel portare la nostra solidarietà a tutte le realtà impegnate a mettere a disposizione delle classi popolari spazi e i servizi lasciati colpevolmente in disuso dall’amministrazione comunale, e che oggi come il Banca Rotta sono sotto sgombero, tuttavia obbiettivamente non possiamo dire che il sindaco di Bologna sia incoerente. Effettivamente fa quello per cui è stato eletto.

Quella che invece sprofonda nella palude dell’incoerenza e dell’opportunismo più sfacciato è la sinistra riformista che alle ultime elezioni ha appoggiato la candidatura di Lepore convinta di riuscire così nell’impresa di spostare a “sinistra” il PD e i suoi notabili.

Ci correggiamo: Coalizione Civica sapeva perfettamente che questo non era possibile, tuttavia con la faccia tosta che solo le anime belle del riformismo in tutte le salse sanno mostrare, questo ha raccontato ad un elettorato che purtroppo si è illuso e l’ha votata.

Ovviamente anche a proposito di Coalizione Civica non possiamo stupirci. La parabola di questa formazione politica che voleva portare nell’amministrazione cittadina le istanze dei movimenti, è un film in replica ossessiva da decenni e sempre con lo stesso finale: il tradimento delle ragioni di quei movimenti e la loro dispersione.

Lo ripetiamo, a tutte le organizzazioni della sinistra di opposizione in città, politiche, associative e sindacali: non basta dire qualcosa di sinistra, dare consigli di buon governo di chi lo fa solo per favorire nel complesso la rapina sociale del capitale.

Occorre contrapporre a questo usuale governo borghese, che sia a Bologna, in altre città o in Italia, una prospettiva di rovesciamento sociale, di alternativa di società, un programma di governo basato sugli interessi della classe lavoratrice e delle classi popolari sue alleate, un programma anticapitalista, un programma rivoluzionario.

Quello per cui si è battuto il Partito Comunista dei Lavoratori alle elezioni comunali di Bologna dell’ottobre scorso.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA

RASSEGNA STAMPA (audio & video)

 

RASSEGNA STAMPA


1 ottobre - da il Resto del Carlino: 
Elezioni Bologna 2021, scontro su droga e tasse al confronto tra i candidati del Carlino

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/politica/elezioni-2021-confronto-candidati-sindaco-1.6864385


1 ottobre - Articolo apparso su Bologna Today: "Cara Bologna ti scrivo...": la lettera del candidato Federico Bacchiocchi alla città

https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-candidato-bologna-comunali-amministrative-lettera.html



29 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte comunali per l'economia


28 settembreIntervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte sulla salute"



27 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte su ambiente e cambiamenti climatici"




  25 settembre: il Corriere - Bologna

https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/politica/21_settembre_25/comunali-bologna-elezioni-2021-programmi-candidati-la-citta-c4c6078c-1e34-11ec-b5ea-466513b8b436.shtml


  25 settembre: il Resto del carlino - Bologna

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/elezionicomunali/elezioni-2021-pcl-1.6844282











23 settembre: trasmissione Dedalus su E' Tv. L'intervento del candidato sindaco Federico Bacchiocchi dal minuto 43,10

https://e-tv.it/2021/09/24/dedalus-puntata-del-23-settembre-2021-ospiti-labanti-sermenghi-tosatto-e-bacchiocchi/




Elezioni Bologna: intervista al candidato sindaco Federico Bacchiocchi, Partito Comunista dei Lavoratori https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-Partito-Comunista-Lavoratori-candidati-programma.html

Per una sinistra rivoluzionaria. Il nostro programma


IL PROGRAMMA PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA


Siamo entrati nel decimo anno dall’inizio della crisi economica. Renzi, Gentiloni, Padoan e Draghi ci dicono che la crisi è oramai finita, ma le cose non stanno realmente così. La ripresa italiana è la più bassa in Europa, il nostro Pil è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi e in questi anni è andato perduto il 25% della capacità produttiva del paese.La crisi però non ha colpito tutti allo stesso modo in questi dieci anni. Da una parte sono aumentati i disoccupati, i salari sono crollati, il lavoro si è precarizzato e molti piccoli commercianti sono stati costretti a chiudere; dall’altra le grandi aziende, le multinazionali e i gruppi finanziari hanno fatto profitti favolosi e i top manager hanno incassato compensi d’oro spropositati. Tutti i dati confermano che la disuguaglianza sociale non è mai stata così alta. Eppure tutte le forze dell’arco parlamentare italiano non fanno altro che tutelare gli interessi di questa elite economica. Basti pensare a come tutti i leader politici, Salvini e Di Maio compresi, sono andati a scodinzolare al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha dell’alta finanza. Oppure basta ricordarsi di come tutti i governi dagli anni 90’ ad oggi non abbiano fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali che riguardano tutti (sanità, pensioni, scuola, ricerca…) per drenare quattrini a favore delle grandi imprese sotto le forme più svariate (incentivi economici, sgravi fiscali, investimenti pubblici, privatizzazioni…).

Tutto questo è inaccettabile ed è durato fin troppo. È ora di una rivoluzione, che rovesci completamente questo sistema politico-economico in cui i diritti, i bisogni e le aspirazioni dei tanti sono calpestati in nome dei super-profitti di pochi. Fino ad oggi hanno governato i banchieri, gli speculatori, i faccendieri… proprio quelli che la crisi l’hanno provocata. È ora che al governo vadano i lavoratori, che invece finora la crisi l’hanno pagata. Ci hanno sempre detto che non ci sono le risorse per una politica diversa, per una politica a favore delle classi popolari. Ma in realtà queste risorse ci sono, il problema è che sono concentrate nelle mani di una ristretta minoranza. È lì che dobbiamo andare a prenderle per metterle a disposizione della società nel suo complesso. Finché non faremo questo, non ci sarà mai un vero cambiamento.


NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO


Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.


È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.


  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.

  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO


Mentre l’Istat ci dice che 18 milioni di italiani sono a rischio povertà, il governo ha stanziato la bellezza di 26 miliardi di euro per salvare le banche venete e il Monte dei Paschi di Siena. E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che l’intero sistema bancario italiano è in sofferenza a causa dell’alto numero di crediti deteriorati.


Anche la Banca Centrale Europea ha pompato liquidità a piene mani sui mercati finanziari per tenere a galla le banche. Il conto di questo fiume di denaro è stato presentato alle popolazioni dei vari paesi europei attraverso le politiche di austerità.


In pratica tutti i sacrifici che ci hanno imposto sono serviti per consentire alle banche di mantenere alto il livello dei profitti, proseguire nelle loro speculazioni azzardate e premiare i manager responsabili del dissesto con liquidazioni a sei zeri.


  • Nazionalizzazione del sistema bancario, senza indennizzo per i grandi azionisti e con garanzia pubblica per i depositi dei piccoli risparmiatori.

  • Creazione di un’unica grande banca pubblica nazionale, in grado di mettere in campo gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.

LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE E LA DIFESA DEL SALARIO


I governi in questi anni hanno trovato un modo molto originale per combattere la disoccupazione: consentire alle aziende di licenziare più facilmente, sia con il Jobs Act che con i contratti precari. Il risultato è che i posti i lavoro non sono aumentati, ma sono diminuiti. In Italia ci sono oggi più di 3 milioni di disoccupati e tutti i nuovi contratti sono a termine.


Peraltro la disoccupazione è stata trasformata in un business: gli uffici pubblici di collocamento sono stati sostituiti da agenzie interinali private e i corsi di formazione per i disoccupati sono serviti solo per incassare i fondi europei.


Anche chi un lavoro ce l’ha, ha visto ridurre drasticamente il potere d’acquisto del suo stipendio. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tanti, pur di lavorare, hanno accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Giornate di lavoro di 10-12 ore, lavoro domenicale, finte partite iva, corrieri pagati a consegna… fino al lavoro nero e al caporalato.


Siamo arrivati al paradosso del lavoro gratuito: il sociologo Domenico De Masi, tenuto in grande considerazione dal Movimento 5 Stelle, sostiene che per ridurre la disoccupazione, i disoccupati dovrebbero lavorare gratis…


Tutto questo deve essere completamente ribaltato. Per aumentare l’occupazione innanzitutto bisogna che chi ha un lavoro non lo perda; in secondo luogo il lavoro disponibile deve essere distribuito tra tutti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre ai lavoratori e ai disoccupati devono essere riconosciuti i mezzi necessari per vivere dignitosamente.


  • Abolizione del Jobs Act, ripristino dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori dipendenti. Nessuno deve essere licenziato senza giusta causa.

  • Trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.

  • Salario minimo intercategoriale fissato per legge, non inferiore ai 1.400 euro mensili.

  • Una nuova scala mobile che indicizzi tutti i salari all’inflazione reale.

  • Salario garantito ai disoccupati pari all’80% del salario minimo.

  • Riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di 32 ore settimanali a parità di salario.

  • Abolizione delle agenzie interinali e ritorno al collocamento pubblico.

  • Contrasto frontale al lavoro nero, le aziende che ne fanno uso devono essere espropriate.

UN’ECONOMIA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Ci hanno sempre raccontato che “il privato funziona meglio”, eppure la crisi ha completamente sfatato questo mito. Guardiamo a cosa hanno portato le privatizzazioni: aumento generalizzato di prezzi e tariffe, peggioramento complessivo dei servizi ai cittadini e peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni hanno inoltre aperto la strada, attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti, alle infiltrazioni della criminalità organizzata in una serie di settori, come quello dei rifiuti.
Ancora più desolante è il panorama delle infinite crisi industriali. Non si contano le imprese che, nonostante gli aiuti pubblici, hanno chiuso, licenziato e delocalizzato all’estero per risparmiare sulla manodopera.


In questi casi la soluzione non può essere “l’intervento pubblico”, che in Italia va sempre a finire allo stesso modo: lo Stato ci mette i soldi, ma la gestione e i profitti rimangono nelle mani dei privati. È invece necessario rimettere in discussione la proprietà e la gestione private di una serie di attività economiche. Questo è ancor più vero nel campo dei servizi essenziali per la collettività (energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni…), che per la loro stessa natura non possono essere impostati sulla logica del profitto.


Non si tratta solo di nazionalizzazioni, ma di controllo dei lavoratori sulla produzione. Nelle grandi aziende “la proprietà” non ha alcun ruolo attivo: si tratta di cordate di grandi azionisti, che si limitano a nominare il management e intascarsi i dividendi in modo totalmente parassitario. La gestione delle imprese deve essere affidata agli operai, agli impiegati e ai tecnici che ci lavorano ogni giorno, che le conoscono in modo approfondito e che le fanno funzionare concretamente.
Aziende dirette da un comitato democraticamente eletto da tutti i lavoratori, senza il fardello degli utili agli azionisti e dei bonus milionari ai manager, potranno funzionare molto meglio di prima.


  • Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.

  • Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.

  • Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.

  • Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.

  • Tutte le azienda nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.


PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI


Viviamo in un mondo paradossale, dove tutto funziona all’incontrario. Da una parte abbiamo la disoccupazione giovanile al 35% e dall’altra riforme che continuano ad alzare l’età pensionabile. Così ci sono i giovani che non trovano lavoro e allo stesso tempo gli anziani che sono costretti a continuare a lavorare.


Si dice che questo è necessario per i conti dell’Inps. In realtà le casse dei lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in pareggio. Il problema è che sono a carico dell’Inps una gran quantità di spese che niente hanno a che fare con le pensioni. È il caso degli ammortizzatori sociali, ma anche della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni regalata da Renzi agli imprenditori assieme al Jobs Act.
Se vogliamo creare lavoro per i giovani, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

  • Abolizione della legge Fornero.

  • In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

  • Pensione pari all’80% dell’ultimo salario e comunque non inferiore al salario minimo.

PER UN SISTEMA SANITARIO UNIVERSALE E GRATUITO


Anni di tagli hanno devastato il sistema sanitario nazionale. Negli ospedali mancano i fondi, c’è carenza di personale e le apparecchiature non sono adeguate.

Il processo di privatizzazione ha poi portato a una divisione di classe tra pazienti di serie A, che possono permettersi di pagare le prestazioni e hanno una corsa preferenziale, e pazienti di serie B, che invece devono aspettare mesi per un esame, spesso all’interno della stessa struttura.

  • Raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità.

  • Abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata e della pratica privata all’interno delle strutture pubbliche. Per un unico sistema sanitario pubblico e gratuito.

  • Abolizione dei ticket sui medicinali e sulle prestazioni specialistiche.

  • Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica.

  • Difesa dei piccoli presidi ospedalieri.

PER UN’ISTRUZIONE PUBBLICA, GRATUITA E DEMOCRATICA


Le scuole e le università italiane versano in uno stato pietoso, soprattutto per la mancanza di risorse adeguate. Tutti i costi vengono scaricati sulle famiglie: aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contributi extra richiesti alle famiglie, riduzione delle borse di studio… In questo modo il diritto allo studio non è garantito per tutti, tanto più che aumentano i numeri chiusi e i test d’ingresso.
Il governo Renzi ha peggiorato una situazione già compromessa. Con la riforma della “Buona Scuola” le scuole sono state trasformate in aziende in concorrenza tra loro. Con l’alternanza scuola-lavoro, utilizzando la scusa di “formare i giovani”, gli studenti vanno a fornire manodopera gratuita alle aziende e l’unica cosa che imparano è ad essere sfruttati.


  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro

  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione. No a qualsiasi finanziamento alle scuole private.

  • Per un piano nazionale di edilizia scolastica.

  • No al numero chiuso e ai test d’ingresso nelle università e nelle scuole.

  • No ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche. La scuola pubblica deve essere gratuita.

  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti.

PER L’UNITA’ TRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI


Ci vogliono far credere che la colpa di tutti i mali – dalla disoccupazione ai tagli dei servizi sociali, dal degrado delle periferie al problema casa – sia degli immigrati. Tutti i partiti fanno a gara a chi adotta la posizione più razzista e repressiva sul tema dell’immigrazione. In questa competizione disgustosa il ministro Minniti si è aggiudicato il primo premio, appaltando la gestione dei profughi alle bande di tagliagole libici, in totale dispregio dei diritti umani.


Ogni menzogna è buona per alimentare il clima d’odio contro gli stranieri. La balla più clamorosa è quella per cui gli immigrati ricevono soldi dallo Stato, quando in realtà i fondi pubblici vengono intascati dai privati che gestiscono i centri di accoglienza, dove i migranti sono reclusi in condizioni disumane.


In realtà oggi in Italia gli immigrati rappresentano una parte importante della classe lavoratrice in molti settori, dall’edilizia alla logistica, dalla manifattura all’assistenza sanitaria. Ogni legge che discrimina gli immigrati non fa altro che indebolire i lavoratori nel loro complesso e alimentare una guerra tra poveri, utile solo a chi vuole mantenere l’attuale sistema di potere.


  • Abolizione del decreto Minniti, della Bossi-Fini e di tutte le leggi che discriminano gli immigrati.

  • Abolizione del reato di immigrazione clandestina.

  • Diritto di voto per chi risiede in Italia da un anno.

  • Cittadinanza dopo 3 anni per chi ne faccia richiesta.

  • Cittadinanza italiana per tutti i nati in Italia.

LA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE


Tutte le forze politiche oggi fanno un gran parlare di violenza sulle donne, discriminazioni di genere, di abusi sessuali… ma nei fatti quale assistenza ricevono le donne in difficoltà dallo Stato? I consultori pubblici sono stati in gran parte smantellati. L’assistenza dei parenti anziani ricade interamente sulle famiglie. Persino il diritto all’aborto è messo in discussione dall’obiezione di coscienza dei medici, che raggiunge in media livelli tra il 70 e l’80%.


Dietro la retorica “rosa” a buon mercato la realtà è che, con il peggioramento della legislazione sul lavoro e i tagli ai servizi, è peggiorata anche la condizione delle donne. Di quale diritto alla maternità si può parlare per una lavoratrice precaria o assunta con il Jobs Act? Come potrà resistere alle molestie sessuali del suo datore di lavoro una lavoratrice che rischia di essere licenziata e lasciata in mezzo ad una strada? Come può una donna con figli emanciparsi davvero se non ci sono abbastanza posti negli asili nido pubblici e le rette degli asili privati sono proibitive?


  • Applicazione del pieno diritto all’aborto. Abolizione dell’obiezione di coscienza del personale medico.

  • Ripristino e potenziamento dei consultori pubblici.

  • Rete capillare di asili nido e scuole materne, pubblici e gratuiti, che coprano l’effettivo orario lavorativo.

  • Rete di strutture pubbliche per il sostegno ai parenti anziani.

PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO


Durante la crisi il divario tra Nord e Sud si è ulteriormente accentuato. Nel Mezzogiorno il 46% della popolazione è a rischio povertà e la disoccupazione giovanile in certe zone tocca punte del 60%. Nel giro di vent’anni sono emigrati due milioni e mezzo di persone dal Sud.
La presa della criminalità organizzata sul territorio diventa sempre più soffocante. La mafia, camorra e la ‘ndrangheta monopolizzano grandi fette dell’economia e spesso l’intreccio tra amministrazioni pubbliche, gruppi imprenditoriali e organizzazioni criminali è così fitto che è impossibile distinguere tra attività legali e illegali.


  • Piano di investimenti pubblici per il potenziamento dell’industria, delle infrastrutture e dei servizi al Sud.

  • Bonifica immediata dei territori inquinati da rifiuti tossici.

  • Esproprio delle aziende legate alla criminalità organizzata e confisca dei beni dei mafiosi.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE


A mettere in pericolo l’ambiente in cui viviamo è soprattutto la logica del profitto. Inquinamento, speculazione edilizia, trivellazioni stanno distruggendo il territorio e la qualità della vita.
Si investono miliardi in grandi opere, come la Tav, che hanno un alto impatto ambientale e sono utili solo per far guadagnare le imprese di costruzione. E intanto le reti periferiche e i trasporti per i pendolari sono in stato di abbandono.


Il territorio, devastato dalla cementificazione selvaggia, è allo stremo: ogni pioggia diventa un’alluvione e ogni scossa sismica una tragedia.


  • Per un piano nazionale di riassetto idro-geologico del territorio.

  • Abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.

  • Esproprio e riconversione delle aziende che inquinano.

  • No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito.

RIPRENDIAMOCI I SINDACATI


Durante la crisi i sindacati si sono dimostrate incapaci di contrastare efficacemente l’offensiva padronale. Ogni accordo sindacale non ha fatto altro che ratificare i passi indietro del movimento operaio. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori che dovrebbero rappresentare non è mai stata così forte.


A questo si aggiunga che sono state adottate leggi volte a limitare pesantemente il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico servizio. Anche sul terreno della rappresentanza sindacale, con il Testo Unico del 10 gennaio 2014, si è imposto un giro di vite aumentando il peso degli apparati sindacali a scapito del controllo dal basso da parte dei lavoratori.


Sosteniamo tutte le lotte reali promosse dalle forze sindacali di classe, dentro una battaglia più generale per l’unificazione del movimento operaio.


I lavoratori devono riprendersi i loro sindacati e trasformarli nuovamente in organizzazioni democratiche di lotta, che siano in grado di difendere davvero i loro diritti.


  • Abolizione di tutte le leggi anti-sciopero.

  • Rappresentanze sindacali democratiche, con i soli delegati eletti dai lavoratori.

  • Piena agibilità per tutte le organizzazioni sindacali.

  • I rappresentanti sindacali devono essere revocabili in qualsiasi momento dell’assemblea che li ha eletti.

  • Salario operaio per i funzionari sindacali.

ROVESCIARE UN FISCO CLASSISTA


Si fa un gran parlare di lotta all’evasione, ma senza il minimo risultato concreto. Questo perché il sistema fiscale italiano è strutturato in modo da intrappolare i piccoli e lasciar passare i grandi. Mentre i lavoratori dipendenti vedono una fetta troppo grande della loro busta paga svanire in tasse e i piccoli commercianti sono letteralmente strangolati dalla pressione fiscale, i grandi patrimoni vengono messi al sicuro nei paradisi fiscali.


Tutti i governi si sono ben guardati da andare a toccare le rendite più alte e invece hanno spostato il peso del carico fiscale sui redditi bassi, anche attraverso il continuo innalzamento delle imposte indirette come l’Iva che, essendo slegate dal reddito, colpiscono soprattutto i ceti meno abbienti.


  • Abolizione delle imposte indirette.

  • Tassazione fortemente progressiva, che vada a colpire soprattutto i grandi patrimoni.

  • Esproprio del patrimonio dei grandi evasori fiscali.

LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI E DEMOCRATICI


Non solo siamo costretti ad una quotidianità di disoccupazione, precariato e sfruttamento, ma lo Stato pretende di regolamentare e reprimere in modo bigotto tutti gli altri aspetti della nostra vita, dalle preferenze sessuali alla gestione del tempo libero.

  • Estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.

  • La possibilità di adozione deve essere indipendente dalla composizione del nucleo famigliare.

  • Abolizione delle leggi repressive del consumo di stupefacenti e di tutte le misure liberticide sia legali che amministrative (daspo, coprifuoco ecc.) rivolte in particolare contro le forme di socialità libere e non commerciali.

PER IL DIRITTO ALLA CASA


Il problema della casa riguarda un numero di persone sempre più grande. Prezzi, affitti e mutui sono al di fuori della portata di disoccupati e lavoratori precari. Il numero di case popolari è ridotto ai minimi termini e crescono ogni anno gli sfratti, i pignoramenti e le esecuzioni immobiliari. Allo stesso tempo le città sono sempre più cementificate a causa della speculazione edilizia e in tutta Italia ci sono ben 7 milioni di case sfitte, molte di queste appartenenti alle grandi immobiliari.

  • Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.

  • Esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari.

  • Per un piano nazionale di edilizia popolare.

PER LA LAICITA’ DELLO STATO


È inaccettabile che in Italia la Chiesa cattolica eserciti continue ingerenze sui diritti e sulle libertà delle persone. D’altro canto la Chiesa non assolve solo ai suoi compiti “spirituali”, ma è una vera e propria potenza economica, che controlla uno sterminato patrimonio immobiliare, banche e grandi consorzi imprenditoriali come la Compagnia delle Opere. Come se tutto questo non bastasse, la Chiesa gode ancora di consistenti privilegi statali e finanziamenti pubblici.


  • Per la separazione tra Stato e Chiesa.

  • Abolizione del Concordato e dell’8 per mille. Nessun finanziamento pubblico o regime fiscale di favore per le confessioni religiose.

  • Esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni collaterali.

  • Abolizione dell’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

NO ALL’IMPERIALISMO


Lo Stato italiano non ha i fondi per le scuole e gli ospedali, ma spende miliardi di euro in armamenti e missioni militari all’estero. Le truppe italiane in Iraq, in Libano, etc. non sono lì per portare la pace, ma per tutelare gli interessi economici delle imprese italiane. La proiezione estera delle imprese italiane, a partire dall’Europa dell’Est e dall’Africa, a caccia di materie prime ei di lavoro a basso costo ha un carattere classicamente imperialista.
Mentre Trump apre un focolaio di guerra dopo l’altro dalla Corea alla Palestina, è semplicemente scandaloso ma significativo che l’Italia sia ancora parte della coalizione militare della Nato guidata dall’imperialismo Usa.


  • Drastica riduzione delle spese militari.

  • Ritiro delle missioni militari all’estero.

  • Fuori l’Italia dalla Nato. Chiusura delle basi Nato e americane sul territorio italiano.

PER IL GOVERNO DEI LAVORATORI


Il sistema di democrazia parlamentare in Italia è marcio. Il parlamento non è più simbolo di “sovranità e rappresentanza popolare”, ma sinonimo di privilegi, scandali e corruzione.
Tutto si riduce ad una finzione. Ogni cinque anni ci chiamano a votare, ma tanto il programma di governo è già scritto dalle banche, dalla Confindustria e dalle istituzione europee. Tutte le decisioni fondamentali vengono prese da una potente burocrazia statale che nessuno ha eletto: banche centrali, dirigenti dei ministeri, enti amministrativi, commissioni di esperti, garanti, magistrati, prefetti…
La risposta a questa crisi politica non è quella di “riavvicinare i cittadini” a queste vecchie istituzioni screditate in nome di una falsa democrazia. Bisogna invece creare nuove istituzioni, in grado di rappresentare davvero i giovani, i lavoratori, i disoccupati e i pensionati.
Serve una democrazia dei lavoratori, fatta di consigli di delegati eletti nei luoghi di lavoro e di studio, di comitati nei quartieri popolari, di assemblee popolari cittadine. La vecchia burocrazia statale deve essere smantellata e il controllo dei lavoratori deve essere esteso a tutti i rami della vita pubblica.


  • Eleggibilità e revocabilità di tutte le cariche pubbliche.

  • Un tetto alla retribuzione delle cariche pubbliche, che corrisponda allo stipendio medio di un lavoratore qualificato.

  • Controllo dei lavoratori a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

UNA PROSPETTIVA INTERNAZIONALISTA


Questo programma entra apertamente in contrasto con tutte le compatibilità del sistema capitalista. D’altronde il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che funziona solo per una ristretta minoranza, ma non è in grado di risolvere i problemi delle grandi masse.
Il nostro modello non è certo il “socialismo reale” che esisteva nei paesi dell’est, dove tutto era deciso dall’alto da un’onnipotente burocrazia statale e i diritti politici dei lavoratori erano calpestati. Il socialismo per cui ci battiamo è quello in cui le principali leve dell’economia non sono nelle mani di un’oligarchia parassitaria, ma appartengono a tutti e il loro utilizzo viene pianificato democraticamente attraverso il controllo dei lavoratori.
Questo programma non può essere realizzato su scala nazionale, non vogliamo isolare l’Italia dal resto del mondo. Siamo anzi convinti che se ci mettessimo con decisione su questa strada rivoluzionaria, offrendo finalmente un’alternativa all’austerità senza fine dell’Unione Europea, saremmo seguiti dalle classi lavoratrici di un paese europeo dopo l’altro.
Solo così si potrebbe ricreare la base per un’unità genuina tra le nazioni europee, attraverso una federazione volontaria costruita su basi economiche completamente nuove.


  • Per la federazione socialista d’Europa