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Il piano trumputiniano per l'Ucraina

 


Trump consegna l'Ucraina a Putin, in un mercimonio tra grandi potenze

24 Novembre 2025

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Il piano di Trump per l'Ucraina ha la stessa impronta del piano Trump per la Palestina . Nel caso della Palestina si tratta di un protettorato coloniale sulla pelle del popolo palestinese e dei suoi diritti, al servizio di uno Stato coloniale genocida. Nel caso dell'Ucraina di un piano di resa nazionale all'imperialismo russo invasore, direttamente pattuito con quest'ultimo, sulla pelle del popolo invaso.

Al di là dei diversi contesti, si tratta della stessa logica di fondo. Donald Trump negozia cinicamente coi vincitori la resa dei vinti, nell'interesse dell'imperialismo americano e della sua nuova logica imperiale: l'America agli americani, a partire dal Venezuela; la Palestina ai sionisti con l'accordo dei regimi reazionari arabi, e col lasciapassare di Russia e Cina e la loro complice astensione all'Onu. In cambio la Russia si prenda quel che vuole in Ucraina dopo quasi quattro anni di invasione, in soluzione condominiale con gli USA. Il mercimonio tra imperialismi vecchi e nuovi sulla pelle di popoli invasi non potrebbe essere più spudorato.

I 28 punti del piano Trump sull'Ucraina sono eloquenti, non meno dei 20 punti del piano per Gaza. In entrambi i casi il piano fa capo a un Consiglio di pace presieduto da Trump. A Gaza Trump deve supervisionare il disarmo di Hamas e della Resistenza palestinese, l'ingresso di una forza multinazionale di occupazione, la grande torta della ricostruzione, le garanzie per lo Stato genocida sionista, la continuità della politica di terrore in Cisgiordania, la connivenza servile delle borghesie arabe. Russia e Cina non hanno posto veti a questo abominio, consentendo agli USA di presentare la propria pace come la “pace” delle Nazioni Unite, col mandato delle Nazioni Unite.

In Ucraina Trump vuole supervisionare il piano di resa e spartizione dell'Ucraina a vantaggio delle forze d'occupazione russe.

Consegna alle forze di occupazione russe non solo dei territori occupati con l'invasione ma anche dei territori non ancora conquistati, seppur “annessi”. Disarmo di metà della forza militare Ucraina, come Putin chiedeva insistentemente dal 2022. Cogestione russo-americana della ricostruzione dell'Ucraina, anche attraverso l'uso di cento miliardi di beni russi congelati, con gli USA che si accaparrano il 50% dei relativi profitti, un ulteriore fondo congiunto di investimento russo-americano con relativa spartizione degli utili tra i due paesi. Rientro della Russia nel G8 con accordo di cooperazione con gli Stati Uniti. Nei fatti, da ogni punto di vista, l'umiliazione di una nazione invasa al servizio dell'invasore, in cambio degli interessi americani.

Le elezioni in Ucraina entro cento giorni completano il quadro. Trump e Putin puntano a rimpiazzare Zelensky dopo averlo costretto all'umiliazione. Quanto alla cosiddetta garanzia offerta da Trump all'Ucraina circa la difesa da nuove aggressioni russe, è solo un pezzo di carta che serve a mascherare il contenuto vero del piano: la cessione dell'Ucraina all'area di influenza dell'imperialismo russo in cambio di un avvicinamento della Russia agli USA in termini sia di comuni interessi affaristici sia di relazioni globali (Artico in primis).

Trump punta a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese? Possibile, anzi probabile. Gli USA possono fornire a Mosca tecnologie digitali e intelligenza artificiale, La Russia può fornire a Washington materie prime necessarie per gran parte dello hardware tecnologico, rompendo la dipendenza occidentale dalle terre rare della Cina. Soprattutto, gli USA offrono alla Russia una via d'uscita dal rischio del vassallaggio verso la Cina.

Non sappiamo se questo disegno riuscirà: molti sono gli ostacoli e le contraddizioni. Ma sappiamo che, in ogni caso, l'Ucraina è oggi merce di scambio dell'operazione. Tutt'altro che un'operazione improvvisata. Lo stesso Putin ha dichiarato, senza essere smentito, che il negoziato sul piano Trump era iniziato tra Russia e USA già prima del famoso incontro in Alaska. Del resto, solo gli imbecilli potevano non vedere e capire la progressiva apertura dell'imperialismo americano all'imperialismo russo nel corso dell'ultimo anno. Purtroppo non erano pochi.

“Meglio la pace che la continuità della guerra”, “la pace prima di tutto”: una vasta schiera di commentatori, di diversa estrazione, da Marco Travaglio a buona parte della sinistra cosiddetta radicale, plaude al piano Trump, mischiando il realismo cinico di improvvisati esperti militari con l'esibizione di una vocazione gandhiana. Ma la pace di chi e per chi?

La pace di Gaza è la pace dei cimiteri, e la negazione dei diritti palestinesi, dopo due anni di genocidio. La pace che si propone all'Ucraina è la resa, a quattro anni di invasione, il saccheggio delle risorse nazionali, l'amputazione territoriale, la rinuncia all'autodifesa. Non sappiamo se il governo ucraino accetterà la capitolazione, cioè “la perdita della dignità”, o se la respingerà. Ma sappiamo e denunciamo la pace che gli viene proposta come un arbitrio delle grandi potenze, un ultimatum imposto con la forza del ricatto, dettato da ragioni imperiali. È scandaloso che organizzazioni che si dichiarano “comuniste” o anche solo “democratiche” possano addirittura applaudire questa lordura.

La verità è che tutte le idiozie propagate per quattro anni sulla cosiddetta “guerra per procura” degli Stati Uniti contro la Russia sono fatte a pezzi dalla realtà. Una realtà non solo diversa ma capovolta. Ieri e oggi. Nel 2022 la prima proposta USA all'Ucraina a due giorni dall'invasione russa fu di offrire a Zelensky una via di fuga. Fu solo la scelta della resistenza ucraina all'invasione a costringere gli USA a sostenerla, seppur col contagocce e mille limiti. Oggi è l'imperialismo USA a pugnalare l'Ucraina consegnandola alla Russia mani e piedi legati, e a concordare con la Russia una comune amministrazione delle sue spoglie. Un protettorato russo-americano in Ucraina, una “pace per procura”, imperialista.

Qui sta la vera responsabilità di Zelensky. Non quella di aver difeso l'Ucraina. Ma quella di aver puntato tutte le proprie carte sulla protezione americana e della UE, di aver nascosto agli occhi della popolazione ucraina, e innanzitutto della sua classe operaia, la vera natura dei vampiri imperialisti d'Occidente e della loro cosiddetta democrazia.

Di più: aver ceduto agli investitori occidentali aziende pubbliche, infrastrutture, terreni agricoli, materie prime sotto la pressione delle loro richieste ricattatorie. Aver regalato all'Unione Europea e alla borghesia ucraina la liberalizzazione dei licenziamenti, la compressione dei diritti sindacali, la limitazione del diritto di sciopero.

Tutto questo doveva servire nella propaganda di Zelensky a “modernizzare” il paese e difendere la patria. È invece servito solamente a demoralizzare i lavoratori, a fiaccare il morale della resistenza, a incoraggiare la rapina dei capitalisti, ad avvantaggiare l'invasione russa, sino all'annunciato “tradimento” americano. La corruzione degli ambienti di governo e dell'apparato statale ucraino è solo un risvolto fisiologico di queste politiche, in Ucraina come in Russia come ovunque. E oggi certo favorisce una volta di più il ricatto anti-Zelensky di Mosca e di Trump.

Si conferma dunque ancora una volta la posizione del nostro partito, della Lega Internazionale Socialista di cui siamo parte, della sua coraggiosa sezione ucraina. In questi quattro anni di guerra, i nostri compagni ucraini hanno combattuto su due fronti: contro l'invasione imperialista russa a difesa dei diritti nazionali dell'Ucraina, e al tempo stesso contro il governo borghese di Zelensky, a difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, per una soluzione anticapitalista e socialista; per l'esproprio dell'oligarchia borghese ucraina, la cancellazione del debito estero, una milizia operaia e popolare per la difesa del paese.

Solo un governo dei lavoratori può realizzare queste misure, contro il piano russo-americano.

Partito Comunista dei Lavoratori

ENNESIMA STRAGE DI LAVORATORI. ENNESIMO CRIMINE ODIOSO DEL CAPITALISMO

 


Testo del volantino che verrà distribuito nella giornata del 25 ottobre in occasione del presidio davanti alla Prefettura di Bologna

Le lavoratrici e i lavoratori avevano già denunciato le condizioni di sicurezza precarie del lavoro alla Toyota Material Handling. Ma l’azienda è andata avanti mettendo così in conto questa ennesima strage. Perciò non è il caso di parlare di morti accidentali o di morti bianche. Ma di veri e propri omicidi.

È la logica della massimizzazione dei profitti, è la logica del capitale per cui la sicurezza è un costo

Questo vale tanto a livello di singole imprese che a livello governativo. Il degrado della legislazione sul lavoro procede da almeno trent'anni. Passa per l'introduzione del pacchetto Treu col primo governo Prodi (1997) che aprì la breccia della precarizzazione del lavoro. Passa per la successiva legge 30 del ministro Maroni (2003) del secondo governo Berlusconi che cancellò la parità di trattamento lungo la filiera degli appalti. Passa per la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ad opera del governo Renzi (2014), che accentua a dismisura la ricattabilità dei lavoratori anche sul terreno delle normative di sicurezza. Passa per i tagli sulle ispezioni e gli ispettori, ridotti ormai a circa duecento su scala nazionale. Persino gli indennizzi per le famiglie delle vittime del lavoro, già miserabili, sono stati tagliati negli anni (da 12,5 milioni del 2012 ai 3 milioni attuali), pur di risparmiare risorse da destinate alle imprese o alle banche in fatto di debito pubblico e relativi interessi.

I morti sul lavoro non cadono per violazione delle leggi, ma per lo più nel loro rispetto.
In compenso, nessuna delle grandi aziende coinvolte nei crimini sul lavoro ha mai veramente pagato. Non a caso i crimini capitano spesso in aziende già coinvolte in precedenti “incidenti” o nelle quali, some nel caso della Toyota, erano già state denunciate condizioni di lavoro non sicure.

E ora? I partiti borghesi sia di governo che di opposizione piangono lacrime da coccodrillo mentre i sindacati confederali dietro il vorticare di parole si guardano bene dal proclamare una seria piattaforma di lotta generale, e un impegno serio nella sua promozione.

Su questo si deve invece unire tutta l’avanguardia sindacale e le organizzazioni che fanno riferimento alla classe lavoratrice. La pace sociale, e la compromissione sindacale nelle politiche padronali e governative, hanno prodotto nei decenni l'arretramento del lavoro. Solo una mobilitazione generale di milioni di lavoratori e lavoratrici può ribaltare i rapporti di forza e porre al centro dello scontro la condizione complessiva dei lavoratori e delle lavoratrici.

·       Controllo operaio sulle condizioni del lavoro

  •     Obbligo per le aziende di investire sulla formazione sulla sicurezza sul lavoro non demandandola ad un sistema di informazione periodica largamente insufficiente come quello attuale
  •       Cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e dei subappalti
  •          Investimento massiccio per l’assunzione di migliaia di ispettori da mandare nelle aziende senza preavviso
  •         Nazionalizzazione delle imprese che si rendano colpevoli di gravi incidenti sul lavoro o di malattie professionali
  •         Introduzione dell’omicidio sul lavoro

Con una necessaria consapevolezza di fondo: la società borghese è in quanto tale una associazione a delinquere. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà fare giustizia.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Vivaia TFQ sotto sgombero: la dittatura del profitto al lavoro!

 

Solo pochi mesi fa scrivevamo dell’ennesimo sgombero.

Oggi, 30 maggio, a freddo, durante una fase di trattative avviata con la proprietà e il Comune lo spazio trans-femminista queer Vivaia Tfq, è sotto attacco delle forze dell’ordine che tentano di sgomberarlo.

Lo spazio insiste su un’area di grande interesse pubblico, l’area verde dell’ex Vivaio Gabrielli, abbandonato all’incuria da molti anni.

Su questa area di proprietà privata, come in innumerevoli altre situazioni analoghe, incombe un progetto di speculazione edilizia per cui il Comune, che vorrebbe acquisirlo, promette al proprietario una permuta vantaggiosa per poter edificare.

Contro questo progetto e per la difesa di Vivaia Tfq si sono espressi migliaia di cittadini.

Si uniscono qui speculazione edilizia, l’interesse privato nella gestione della proprietà pubblica, e non ultima quella cementificazione che è una tra le cause che hanno favorito la tragica alluvione che ha colpito la regione.

Non è un caso che a consentire lo sgombero sia quella amministrazione cittadina che si definisce come la “più progressista” d’Italia. La speculazione edilizia ha solo il colore dei soldi, dei profitti privatistici, non ha colore politico. Qualsiasi governo, nazionale o locale, si rivela in definitiva sempre un comitato d’affari per i capitalisti, la classe proprietaria.

Nell’esprimere tutta la nostra solidarietà a chi oggi resiste allo sgombero e facendo nostre le loro parole “Vogliamo che le autogestioni e le occupazioni si moltiplichino e facciano vivere Bologna”, rivendichiamo l’unico governo che a livello nazionale cosi come locale possa avanzare una prospettiva di alternativa di società libera dalla dittatura del profitto: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori, insieme a tutti i settori oppressi della società

Partito Comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

 


Poesia e prosa del governo spagnolo

29 Maggio 2023

Qual è il contenuto della riforma del lavoro spagnola che piace alla sinistra italiana?

“Fare come in Russia” fu una parola d'ordine dei socialisti rivoluzionari europei dopo l'Ottobre 1917. “Fare come in Spagna” è oggi la parola d'ordine dei riformisti di casa nostra, con riferimento alle virtù dell'attuale governo PSOE-Podemos.
Dopo l'ingloriosa vicenda del governo Tsipras, un vasto fronte che va da Schlein a Fratoianni, da Acerbo a De Magistris, fa del governo spagnolo la nuova terra promessa della sinistra italiana. Distinguere poesia e prosa della politica spagnola è allora un esercizio utile di verità.

La riforma del lavoro recentemente varata dalla ministra Iolanda Diaz è universalmente presentata come paradigma di un riformismo possibile. Ma non non è tutto oro ciò che luccica È vero, i contratti a termine sono stati ridotti del 7%. Se ricordiamo che il primo governo Prodi, col voto di Rifondazione Comunista, varò l'introduzione del lavoro interinale nel 1997 (Pacchetto Treu), e poi il secondo governo Prodi, col ministro Paolo Ferrero, conservò le misure di precarizzazione estrema del precedente governo Berlusconi (legge 30 di Maroni), potremmo dire che la riforma Diaz è sicuramente più avanzata. Verrebbe da dire: ci vuole poco. E però bisogna dirla tutta.

Il tasso spagnolo dei contratti a termine era precedentemente del 24%, il più alto in Europa. La sua riduzione del 7% (17,5%) lo porta quasi al livello... italiano (16,1%). Presentare la misura come la cancellazione del precariato in Spagna è dunque una bufala. Il tentativo semmai è quello di stabilizzare il lavoro temporaneo, eliminando gli eccessi e riportandolo sul “normale” livello europeo.

L'aspetto più rilevante della riforma riguarda il contratto «para obra o servicio determinado», che in Spagna copre il 38% dei contratti a termine. La riforma stabilisce che la conclusione dell'opera per la quale si presta il servizio non determina più l'estinzione del contratto, in quanto l'impresa è tenuta a offrire al lavoratore una proposta di ricollocamento. Se il lavoratore rifiuta o semplicemente il ricollocamento si rivela impossibile, allora scatta l'estinzione del contratto con un'indennità corrispondente al 7% del contratto collettivo corrispondente. Sarebbe questa la “fine del precariato”?

La riforma introduce inoltre uno strano “contratto a tempo indeterminato”. Parrebbe una contraddizione in termini, ma così non è. Si tratta del «contrato fijo discontinuo», col quale il lavoratore è assunto a tempo indeterminato ma lavora quando occorre, con relative penalizzazioni nei periodi di mora. Non si tratta di situazioni marginali. Secondo i dati della Sicurezza sociale spagnola si tratta di un milione e trecento mila salariati. Vengono conteggiati come a tempo indeterminato ma sono a tutti gli effetti lavoratori precari. Con la riforma Diaz questa forma contrattuale tende a dilagare, come riconoscono le stesse burocrazie sindacali. Ciò che spiega sul punto la soddisfazione padronale.

Infine, quando si confrontano le regole contrattuali sarebbe necessario guardare non solo alle tipologie di assunzione ma anche alle tutele previste o non previste in caso di risoluzione. Bene. La riforma Diaz non tocca la legislazione spagnola sulla questione. In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore, e anche di licenziamento discriminatorio (come tale definito dal giudice), il lavoratore ha diritto a ottenere un'indennità pari a 33 giorni di salario per anno di servizio, fino a un massimo di 24 mensilità. Peggio di quanto previsto dalla normativa italiana, anche dopo il Jobs act. Dov'è la svolta epocale?

La realtà è dunque molto diversa dalla sua rappresentazione propagandistica. Lo ha capito bene Confindustria spagnola, che sostiene la riforma nel quadro della politica di concertazione sindacale. Una concertazione che ha visto col governo Sanchez un sicuro consolidamento.

In compenso, all'ombra di questo decantato progressismo, il governo socialisti-Podemos prosegue le politiche ordinarie dell'imperialismo spagnolo. Nega il diritto di autodeterminazione della Catalogna. Concorda col governo reazionario marocchino misure forcaiole contro i migranti, simili a quelle di Minniti e Salvini, con tanto di militarizzazione delle frontiere di Ceuta e Melilla e di inumani respingimenti in mare. Accresce il bilancio militare spagnolo con una forte crescita delle spese in armamenti in rapporto al PIL, secondo le disposizioni della NATO regolarmente rispettate. Sostiene l'allargamento della NATO in Nord Europa in direzione di Svezia e Finlandia, in piena fedeltà atlantista...

“Fare come in Spagna” cosa significa, allora? Significa rispolverare il mito illusorio di un possibile governo borghese progressista. E perciò stesso rivelare lo scopo autentico in ultima istanza dei dirigenti di Unione Popolare: fare... come Podemos ha fatto col PSOE. Ricomporre un quadro di governo con M5S e PD nel quadro del capitalismo italiano, del suo apparato statale, della sua collocazione internazionale. Una prospettiva oggi sicuramente remota, ma tutta interna alla logica dell'alternanza. La stessa logica già praticata ai tempi di Prodi, e già esaltata ai tempi di Tsipras. La stessa logica che ha preparato lo sfondamento della destra tra i salariati italiani.

Il PCL persegue una prospettiva opposta. Quella di un'alternativa di sistema, cioè di un'alternativa anticapitalista, di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Una prospettiva certo difficile, ma l'unica soluzione di vera svolta. Una bussola di riferimento per le politiche dell'oggi, dentro il fronte unico di lotta contro la destra, per un' altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riforme istituzionali e compiti dei rivoluzionari


 “Voglio stabilità!” tuona Giorgia Meloni aprendo l’iter delle controriforme istituzionali che spazia in un largo ventaglio di misure: presidenzialismo, premierato, autonomia differenziata; tanto per cominciare.

Perentorio poi il tono dell’invito al “dialogo” alle opposizioni, mentre Renzi e Calenda garantiscono la loro disponibilità sul premierato.

Per il PCL la linea delle riforme non è solo frutto di una base genetica di una destra brutta e cattiva; costitutivamente antidemocratica. Non c’è solo questo.
In realtà Giorgia Meloni è consapevole delle contraddizioni profonde che caratterizzano gli attuali assetti politici: il primato della destra in effetti si regge su un quadro economico di grandi difficoltà che cadono non solo sulle masse proletarie ma anche su quegli stessi settori di media e, soprattutto, piccola borghesia che oggi sono la base di massa dello stesso governo postfascista ma che, domani, potrebbero cambiare orientamento.
In più un astensionismo straripante, soprattutto nel Sud, che si configura come una profonda incognita per il futuro.

A ciò si aggiungono le dinamiche internazionali, che vedono non solo un orizzonte mondiale per gli scontri tra imperialismi nuovi (Russia e Cina) e vecchi (USA, UE, Giappone) ma la stessa Unione Europea lacerata da conflitti non irrilevanti, con lo scontro tra Italia e Francia su Africa e migranti.

Meloni cerca di ricomporre attorno a sé un blocco sicuro conciliando le istanze decisioniste della grande borghesia, con il presidenzialismo, e la pancia dalle voglie materiali di piccola e media borghesia con autonomia differenziata, cuneo fiscale, flat tax e quant’altro.

La "sinistra", che già ha aperto la strada delle controriforme (si veda il ruolo di PD e 5 Stelle sulla riforma dell’articolo 5 della Costituzione, sulle leggi elettorali e altro), declina l’invito al dialogo ma non ha una credibile proposta alternativa.

In realtà le involuzioni antidemocratiche in atto testimoniano una crisi profonda dell’ordine borghese. Solo la scesa in campo del proletariato su una linea di mobilitazione propria di un programma transitorio verso il socialismo e il governo dei lavoratori può fermare la marcia verso il baratro. Il PCL ribadisce l’invito lanciato il 25 aprile a tutta la sinistra reale a un momento di riflessione comune su questi temi.

Pino Siclari

Per uno sciopero generale prolungato e di massa

 


Su una piattaforma di lotta unificante

Testo del volantino che distribuiremo domani durante lo sciopero CGIL-UIL


La manovra economica varata dal governo Meloni è completamente subalterna al padronato: vengono elargiti soldi alle imprese, l’evasione fiscale è favorita con l’aumento del limite dell’utilizzo del contante, i settori della borghesia - piccoli e medi esercenti -, spesso i settori più reazionari, incassano l’abolizione del pos sotto i 60 euro. Tutto questo mentre vengono attaccati il reddito di cittadinanza e le pensioni, a fronte di un enorme impoverimento dei salariati e dei settori popolari della società (aumento impressionante della povertà assoluta), e si restringono ulteriormente gli spazi democratici di manifestazione di dissenso o di semplice alterità al sistema del mercato (legge anti Rave). Un vero attacco alle condizioni di milioni di lavoratori e masse popolari attanagliate dal rincaro delle bollette, dall’inflazione sui beni essenziali, dalla annunciata recessione, minacciate dalla dinamica di guerra e dai disastri naturali dovuti al cambiamento climatico.

CGIL e UIL (la UIL non in tutte le regioni) hanno indetto uno sciopero contro la manovra economica del governo. Lo sciopero di per sé è un fatto positivo, perché le ragioni per contrastare questo governo antipopolare e antioperaio ci sono tutte! Bisogna però ricordare che l’ultimo sciopero generale indetto dalla CGIL e dalla UIL risale al 16 dicembre del 2021 e che la mancanza di continuità di mobilitazioni e di direzione dei lavoratori contro il precedente governo Draghi ha lasciato spazio all’ascesa dell’attuale governo reazionario.

Ma la mobilitazione messa in campo oggi è inadeguata. Uno sciopero di sole quattro ore distribuito su più giorni e diviso per regioni, senza una piattaforma adeguata allo scontro, senza una campagna di assemblee nei luoghi di lavoro, diventa solo l’esercizio di una pressione nei confronti del governo. Occorre invece costruire uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale; che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente.

Lo sciopero generale del 2 e la manifestazione del 3 dicembre lanciati dal sindacalismo di base sono stati costruiti proprio con questo intento. È quindi necessario fare un passo in avanti per costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice, delle proprie organizzazioni sindacali politiche e di movimento, contro il governo Meloni, le politiche padronali e la sua economia di guerra, per sviluppare una vertenza generale unificante di tutto il mondo del lavoro e dei settori oppressi della società. Le condizioni oggettive ci sono tutte per poter organizzare la più ampia mobilitazione operaia. Dobbiamo lasciarci alle spalle la rassegnazione.

• Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari.
• Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici.
• Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
• Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili.
• Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica.
• Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga.
• Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano.
• Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
• Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista.

Per il fronte unico di massa della classe lavoratrice, per l’alternativa anticapitalista, per il governo dei lavoratori!

Partito Comunista dei Lavoratori

Entra sulla scena la classe operaia iraniana

 


La ribellione di massa si estende

La ribellione al regime teocratico iraniano si estende. La mobilitazione delle donne ha prima coinvolto le principali università del paese, poi si è allargata alle scuole superiori e ai licei.
Ora nel varco aperto dai giovani fanno irruzione gli scioperi operai. Nelle industrie petrolifere e petrolchimiche dell'Iran, a partire dalle raffinerie della provincia di Bushehr, di Abadan nell'Ovest e di Kengan nel Sud, gli operai hanno incrociato le braccia in appoggio alla sollevazione degli studenti e delle donne contro la repressione sanguinosa del regime. Gli scioperi sono stati accompagnati dal blocco degli accessi alle fabbriche con l'uso di automobili e pneumatici bruciati. Nell'agitazione entrano anche rivendicazioni salariali, come già negli scioperi del 2021. Ma oggi la motivazione essenziale è politica. Ad Assaluyeh gli operai scandiscono “Non temere, restiamo uniti”, “ Morte al dittatore”. La parola d'ordine “donne, vita, libertà” ha scavato nel profondo dell'immaginario collettivo della giovane generazione .

Valuteremo la dinamica degli avvenimenti. Ma l'irruzione degli scioperi operai è un fatto carico di potenzialità enormi. Nel 1978-'79 furono gli scioperi operai nell'industria petrolifera a preparare la cacciata dello Scià. La memoria lunga di quell'evento è rimasta nella storia dell'Iran. Solo la classe operaia può unificare ed estendere la ribellione della gioventù e aprire una crisi rivoluzionaria nel Paese..

Campisti putiniani di casa nostra o simpatizzanti tali, che vedono il mondo attraverso il prisma degli schieramenti geopolitici e non delle classi sociali, fanno il verso ai mullah e alla loro polizia religiosa inveendo contro il solito “complotto imperialista” e appoggiando la repressione del regime. Una vergogna infame. Noi stiamo come sempre dall'altra parte della barricata, al fianco della ribellione operaia e studentesca. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici iraniani/e, l'unico che possa spazzare via dall'Iran la dittatura islamista e ogni interesse imperialista. La costruzione del partito della rivoluzione in Iran è posto dai fatti all'ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italpizza. Giudici borghesi, giù le mani dalle lavoratrici e dai lavoratori in lotta!

 


5 Ottobre 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà al SI Cobas e alle lavoratrici e ai lavoratori che ha diretto nello scontro con Italpizza per la conquista di un importante riconoscimento sindacale.

Le operaie e gli operai hanno usato giustamente gli strumenti consentiti loro dalla lotta di classe: scioperi, picchetti e manifestazioni. Per questo sono stati assurdamente denunciati. La magistratura borghese oggi, però, non si limita a questa ingiustizia, ma arriva all’aberrazione tipica di un vero e proprio regime antioperaio, di accogliere la richiesta padronale di processare il SI Cobas per il risarcimento dei danni che l’azienda avrebbe subito. Risarcimento che potrebbe arrivare alla cifra stratosferica di 500.000 euro.

Che i padroni del settore della logistica e della produzione siano feroci sfruttatori di lavoratrici e lavoratori lo sappiamo da sempre. Ma oggi assistiamo a un salto di qualità e al diretto attacco della magistratura e degli istituti giuridici dello stato borghese ai più elementari diritti sindacali.
Guerra, disoccupazione, inflazione, miseria distruzione ambientale sono il prezzo quotidiano che la classe lavoratrice e le masse popolari pagano ogni giorno in ossequio a quell’autentico sistema di rapina sociale rappresentato dall’organizzazione borghese della società. Ora si aggiunge questa infame repressione giudiziaria.

Colpiscono uno, colpiscono tutti. Tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe operaia devono scendere immediatamente sul terreno della lotta e contribuire a costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante che risponda ai suoi interessi immediati e futuri.
L’unica soluzione è aprire una fase nuova nella prospettiva anticapitalista del governo dei lavoratori, l’unico che può garantire veramente le condizioni di vita della classe operaia e i diritti democratici di tutte e tutti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Partito Comunista dei Lavoratori presente alle elezioni politiche in Liguria

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà presente in Liguria alle elezioni politiche del Senato. Una normativa profondamente antidemocratica ha di fatto precluso la nostra partecipazione al voto della Camera e in altre regioni. Ma in Liguria la particolare tenacia del lavoro militante del partito nella raccolta delle firme necessarie ha consentito la presenza elettorale del PCL. Va da sé che cercheremo di dare a questa presenza una valenza politica esemplare di carattere nazionale.


Il senso della nostra presenza è molto semplice. Siamo l’unico partito comunista di nome e di fatto presente in queste elezioni. L’unico che si richiama apertamente alla classe operaia e che si batte per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L’unico che rivendica una prospettiva di rivoluzione come unica vera alternativa al capitalismo e alla sua crisi. L’unico che in ogni lotta, in ogni movimento, in ogni sindacato classista, lavora per ricondurre gli obiettivi immediati della lotta alla prospettiva anticapitalista e per sviluppare una coscienza rivoluzionaria tra gli sfruttati. L’unico, non a caso, che non si è mai compromesso nei governi borghesi.

Le altre sinistre presenti al voto o sono subalterne o sono mimetizzate. Sinistra Italiana si è subordinata al PD, il partito di Rizzo ha fatto un blocco rossobruno con destre tricolori, PRC e Potere al Popolo si sono mimetizzate nell’ennesima edizione di una lista civico-progressista dietro la presenza preponderante e totalizzante di De Magistris. Una sorta di lista Ingroia 2.0.

Il PCL non ha ragione di nascondersi o di subordinarsi ad altri. Si presenta per quello che è: dalla parte dei salariati contro il capitale. Contro le sue guerre, la sua devastazione dell’ambiente, la sua distruzione dei diritti sociali. Per l’unica alternativa vera: quella che riorganizza su basi socialiste l’intero ordine della società. Appunto, un partito comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ponte Morandi, il processo che non c'è

 


Le lezioni di un crimine borghese

15 Agosto 2022

Quattro anni dopo, inizia il processo per il crollo del ponte Morandi, con la benedizione delle autorità e la loro retorica commossa. Ipocrisia pura. Pagheranno nel migliore dei casi alcuni manager della società Autostrade. Ma è già stata assolta la responsabile vera del crimine: la società borghese e il suo Stato.

Pochi casi come la vicenda del ponte Morandi fanno da cartina al tornasole del capitalismo italiano, e dell'intreccio fra grandi gruppi e apparato statale. Riassumiamo. Le Autostrade furono vendute alla grande famiglia dei Benetton a prezzi stracciati dal primo governo Prodi (sostenuto da un centrosinistra comprensivo di Rifondazione). Era il 1998. Dieci anni dopo, 2008, venne introdotta la clausola aggiuntiva capestro, non a caso secretata, secondo cui se lo Stato avesse mai revocato la concessione avrebbe dovuto risarcire all'azienda i profitti perduti, persino in presenza di colpa grave dell'azienda. E i profitti assicurati ai Benetton, già al piede di partenza della privatizzazione, erano letteralmente d'oro: regime di monopolio, liberalizzazione delle tariffe autostradali, e soprattutto assenza di ogni controllo sulla manutenzione.
Dal 1998 al 2018, per la bellezza di vent'anni, i cosiddetti enti di sorveglianza del Ministero dei Trasporti non hanno mai visto né richiesto un solo rapporto sulla sicurezza del ponte più a rischio d'Italia. Parallelamente, per vent'anni i Benetton finanziavano elettoralmente in misura cospicua tutti i principali partiti, al governo e all'opposizione, come risulta in particolare proprio nell'anno 2008, l'anno della clausola capestro.

I fatti del 14 agosto 2018 erano solo un crimine annunciato. Quarantasei persone assassinate dal profitto.
Tutti all'epoca si strapparono le vesti, mimarono scandalo, annunciarono indagini severe e punizioni esemplari. Il Movimento 5 Stelle e l'appena nominato governo Conte vagheggiarono addirittura la nazionalizzazione delle autostrade, con le smargiassate a uso telecamere dei vari Di Maio, Di Battista, Toninelli. Ma era solo demagogia per gonzi. I Benetton non solo sono fuori dal processo, in quanto si ritiene, singolarmente, che la proprietà azionaria non sia responsabile di ciò che fa o che non fa il suo amministratore delegato. Ma escono dalla vicenda col portafoglio rigonfio. Il 22 maggio 2022 la holding Atlantia (cioè in larga misura i Benetton) ha infatti concluso la vendita di Autostrade alla Cassa Depositi e Prestiti (all'80% del Tesoro) per la bellezza di 8,2 miliardi. Otto virgola due miliardi per una società piena di debiti. In altri termini, la grande famiglia capitalistica che ha incassato per vent'anni i profitti (anche) della mancata manutenzione esce dalla scena del crimine più ricca di prima, grazie all'ennesima donazione di risorse pubbliche da parte di quello Stato che si era presentato moralmente come “parte lesa”. La clausola capestro del 2008 è stata a suo modo rispettata. Il conto sarà presentato agli operai.

L'amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, liquidato con una buonuscita di 13 milioni di euro, viene processato non senza aver prima spostato sui propri conti in Lussemburgo (così sembra) circa sette milioni di euro. Ma non pagherà nessun altro. Non i Benetton. Non i ministri che trafficarono con loro. Non i partiti che li sostennero. Non lo Stato.
Nessuna meraviglia. Non può essere la magistratura borghese a realizzare una giustizia sociale riparativa, ma solo una rivoluzione che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e della loro “democrazia”. Solo un governo dei lavoratori può fare realmente pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Kazakistan, una ribellione di classe

 


Le letture farlocche del campismo

9 Gennaio 2022

“Rivoluzione colorata” dell'imperialismo, “rivolta salafita integralista orchestrata dall'Occidente”... La pigrizia mentale del campismo di casa nostra (e non solo) nei presentare i fatti del Kazakistan è pari solamente alla sua ignoranza complottista. Tutto ciò che accade al mondo, a qualsivoglia latitudine, dipende sempre dall'intervento di burattinai occulti. Secondo questa visione, ad essere il motore della storia non è più la lotta di classe, con buona pace di Marx, ma le stanze dei servizi segreti. Tra i quali naturalmente si tratta solo di scegliere quelli buoni. I russi e i cinesi, ad esempio.

Purtroppo per loro, gli avvenimenti del Kazakistan rappresentano l'ennesimo schiaffo in faccia.

Innanzitutto la ribellione kazaka ha un'inconfondibile natura di classe. Ne fornisce una puntuale documentazione il Movimento Socialista del Kazakistan. Il primo gennaio i lavoratori salariati dell'industria petrolifera di Zhanaozen si sono messi in sciopero con la rivendicazione dell'annullamento dell'aumento di prezzo del gas. Il 3 gennaio gli scioperi operai si sono estesi all'intera regione di Mangghystau e poi di Atyrau.
Anche la piattaforma degli scioperanti per l'occasione si è arricchita: aumento dei salari del 100%, annullamento degli aumenti di produttività, libertà sindacali.
Il 4 gennaio sono entrati in sciopero i lavoratori del settore petrolifero della Tengizchevroil, partecipata al 75% da compagnie americane, dove nel dicembre scorso erano stati licenziati 40.000 operai. A loro sostegno si sono mossi i lavoratori del petrolio di Aqtobe, del Kazakistan occidentale e di Qyzylorda. A questi si sono aggiunti a loro volta i minatori, che sono entrati in sciopero alla ArcelorMittal Temirtau nella regione di Karaganda e nel settore del rame alla Kazakhmys. Nei fatti si è trattato dello sciopero generale della classe operaia di tutto il settore estrattivo, cioè del cuore della classe operaia industriale del Kazakistan.

Questa onda d'urto della classe operaia ha innescato un sommovimento popolare più ampio, che nella notte del 4-5 gennaio ha visto esplodere la rivolta di piazza in diverse città, a partire dalla città di Almaty, con scontri durissimi tra manifestanti e polizia. Qui il volto della ribellione è stato quello delle borgate periferiche, in larga parte dei disoccupati, che il regime ha cercato di dividere dagli operai con alcune concessioni, ma invano.
Il Presidente del Kazakistan ha ha provato allora a giocare una carta istituzionale: ha sciolto il governo, e ha licenziato Masimov, il Presidente del Consiglio di sicurezza, simulando una svolta politica finalizzata a disinnescare il movimento di massa. Ma l'operazione è fallita. Il 5 gennaio le manifestazioni operaie e popolari si sono estese al Kazakistan settentrionale e orientale, inizialmente risparmiate dalle agitazioni, e in diverse città hanno puntato ai palazzi delle amministrazioni regionali. Anche le parole d'ordine hanno assunto un carattere più direttamente politico. La parola d'ordine “Via il vecchio” (Nazarbayev), che già aveva fatto capolino nella prima fase degli scioperi è stata rimpiazzata da quella della liberazione di tutti i detenuti politici, della fine della repressione, di garanzie costituzionali, delle dimissioni di Tokayev.

Un passaggio centrale della vicenda è stato il rifiuto di alcune forze di polizia di colpire i manifestanti e addirittura qualche caso di fraternizzazione con questi. Tale linea di faglia negli apparati di sicurezza interni ha acceso la spia di massimo allarme ai vertici istituzionali del Kazakistan: la paura di perdere definitivamente il controllo della situazione a vantaggio dell'insurrezione. In questo preciso momento si è prodotta la svolta del regime: l'appello di Tokayev all'aiuto fraterno degli Stati alleati (Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Bielorussia, Armenia) e il passaggio alla repressione militare frontale, col mandato di uccidere. Gli ammiccamenti alla piazza dei primi giorni della rivolta, nella illusione di riassorbirla, hanno lasciato il posto alla denuncia di "ventimila terroristi armati dall'estero”. Denuncia grottesca subito raccolta naturalmente dalla Russia e dalla Cina. In particolare dalla Russia, che ha prontamente inviato in Kazakistan le proprie truppe speciali. Non lo aveva fatto un anno fa, quando il Presidente armeno, in guerra con l'Azerbaigian, aveva richiesto analogo aiuto nel nome della stessa alleanza militare. Putin lo ha fatto ora invece in Kazakistan senza esitazioni. Perché la sollevazione kazaka è troppo contigua al territorio della Russia, le sue rivendicazioni classiste e democratiche troppo potenzialmente contagiose, per rischiare una destabilizzazione alle frontiere. Né la Russia poteva lasciare all'imperialismo cinese, già economicamente straripante, una chiave politica d'accesso nel proprio cortile di casa. I blindati di Mosca non sono solo un aiuto regime kazako, ma anche il tentativo di bloccare ogni possibile effetto di propagazione di dinamiche analoghe in Russia, e la riaffermazione dell'egemonia militare russa in Asia centrale, contro ogni possibile tentazione concorrente

Chi solidarizza con la Russia e la Cina contro gli operai kazaki ignora peraltro non a caso il ruolo del proprio imperialismo in Kazakistan, americano, europeo, italiano. Dopo il crollo dell'URSS, quando anche la vecchia oligarchia stalinista del Kazakistan si è convertita nella nuova oligarchia capitalista, il regime kazako ha aperto a tutti gli investimenti stranieri, offrendo loro le ricchezze del paese: cromo, carbone, zinco, ferro, manganese, bauxite, ma anche il preziosissimo cobalto e naturalmente, in primo luogo, il petrolio. I paesi imperialisti hanno tutti trovato il proprio posto al sole in Kazakistan. Non solo le aziende americane ma anche quelle europee, come la Total e ovviamente l'ENI, presente in Kazakistan dal 1992, che ha recentemente stretto accordi di cooperazione con KazMunayGas per sviluppare progetti in energie rinnovabili e idrogeno.

Il regime kazako, lo stesso che uccide gli operai in sciopero, è stato ed è il garante di tutti gli interessi stranieri nell'industria estrattiva. Gli operai kazaki non scioperano solo contro il proprio regime ma anche contro gli azionisti stranieri che lo sorreggono e che sono stati da questi beneficiati nel corso degli anni. Non a caso il regime kazako, che pur si affida per la sicurezza alle forze speciali della Russia, è stato ed è ben attento a preservare un proprio equilibrio in fatto di relazioni internazionali. Con gli USA, ottenendo sempre un atteggiamento di riguardo; con la UE, infatti particolarmente cauta di fronte alla repressione sanguinosa; con la Turchia di Erdogan, che coltiva in Kazakistan una forte presenza turcofona; ma anche con la Cina, presente in Kazakistan in modo massiccio nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti. Il regime kazako insomma si è offerto a tutti i propri clienti come loro garante, giocando sulle loro rivalità e appetiti contrastanti, con l'unico scopo di restare in sella. Oggi si attende e ottiene da tutti, in forme diverse, una complicità silenziosa o un aperto sostegno. L'appello dell'ONU alla “moderazione” rivolta indistintamente a tutti i soggetti coinvolti, mettendo operai e regime assassino sullo stesso piano, è di fatto una copertura ipocrita al regime kazako.

Alcuni borghesi kazaki, presenti all'estero da esiliati, cercano di corteggiare la diplomazia occidentale offrendosi come possibile carta di ricambio per gli interessi imperialisti in Kazakistan. Si distingue in questo campo l'ex banchiere ed ex ministro Ablyazov, capo del movimento “Scelta democratica del Kazakistan”, che addirittura si presenta abusivamente come l'ispiratore della ribellione. Il suo scopo è quello di ottenere un'investitura occidentale in caso di crollo del regime. Ma è un caso di millantato credito. Nelle sue interviste alla stessa stampa italiana l'ex banchiere si guarda bene dal citare gli scioperi e le rivendicazioni della classe operaia kazaka. Parla invece con cognizione di causa della corruzione interna al regime, di cui ha fatto parte. Parla anche, meno cautamente, dei favori di Unicredit al regime kazako, forse sperando in qualche entratura di rimando nel campo della concorrenza bancaria. Da ex banchiere s'intende del ramo. È possibile che qualche campista sventurato di casa nostra, in cerca di conferme, avalli la megalomania di questo personaggio indicandolo come prova provata del “complotto occidentale”.

Ma l'unico complotto degli occidentali in Kazakistan negli ultimi trent'anni è stato quello del sostegno corale al regime che ha garantito loro gli affari, anche e soprattutto contro gli operai kazaki; una garanzia certo più robusta di quella che oggi può offrire un ex banchiere trombato in esilio a Parigi in cerca di riscatto.

La nostra scelta di campo è inequivoca. Stiamo dalla parte della classe operaia kazaka contro il regime sanguinario, contro i carri armati russi, contro tutte le presenze imperialiste in Kazakistan

Per la più ampia solidarietà internazionale ai lavoratori kazaki.
Giù le mani dalla classe operaia kazaka.
Via il regime assassino.
Via le truppe russe dal Kazakistan
Libertà per i lavoratori arrestati.
Pieni diritti e libertà sindacali.
Nazionalizzazione dell'industria estrattiva kazaka, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.
Per un governo dei lavoratori in Kazakistan.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dallo sciopero della scuola a uno sciopero generale prolungato e di massa

 


Gli ultimi anni sono stati all'insegna del dubbio e dell'incertezza per le centinaia di migliaia di insegnanti e ATA, precari e di ruolo.


La scuola, i suoi lavoratori e lavoratrici e i suoi studenti hanno vissuto un periodo di estrema difficoltà a causa della perenne carenza di interventi per aumentare il salario del personale (docente e ATA) e gli organici di ruolo, con un reale piano di stabilizzazioni basato sulla valorizzazione del servizio, e della mancanza di un reale piano per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche. La situazione generatasi con la pandemia di COVID-19 ha amplificato a dismisura queste problematiche, acuite da ministri sordi ad ogni istanza, come la pentastellata Azzolina e la sua retorica del merito e della selezione dei docenti, che ha portato ad un concorso straordinario che non ha fatto che umiliare i partecipanti, docenti con anni e anni di servizio.


LO SCIOPERO DEL 10 DICEMBRE E LE SUE PROSPETTIVE

Dinnanzi alla ostilità verso i lavoratori della scuola manifestata più volte dal ministro Bianchi, non può che essere positiva, seppur estremamente tardiva, la giornata di sciopero proclamata dalle organizzazioni maggioritarie tra i lavoratori e le lavoratrici della scuola (FLC CGIL, UIL Scuola, Gilda, Anief e SNALS) insieme ad alcune realtà del sindacalismo di base, come i Cobas scuola e la Cub Sur. Una mobilitazione che deve, contro ogni logica corporativistica, favorire l’unità delle vertenze dei lavoratori, impedendo così le logiche di divisione che i governi portano avanti da decenni, in un'ottica di progressiva privatizzazione. L'autonomia scolastica e i primi esperimenti di autonomia differenziata in regioni a statuto speciale come il Trentino-Alto Adige ne sono l'esempio lampante. Alle 18 ore settimanali si sono aggiunte 2 ore in più da prestare eventualmente per supplenze. Inoltre, tutti i docenti altoatesini devono prestare ben 220 ore annue come attività funzionali all'insegnamento, il tutto in cambio di un aumento lordo di poche centinaia di euro.


CONCORSI O MACELLERIA SOCIALE?

Il concorso straordinario svolto in piena pandemia per i docenti con tre anni di servizio è stato magnificato come un grande rimedio al precariato. Peccato che sia stato un concorso per soli 32.000 posti, nonostante le cattedre vacanti nella scuola secondaria di primo e secondo grado siano ben 123.000. Nella valutazione degli elaborati hanno contato più le soggettività dei commissari che gli anni di servizio, umiliando così il lavoro di decine di migliaia di insegnanti. Il fatto che sia stato promosso soltanto il 40% dei partecipanti, lasciando oltre 10.000 cattedre vacanti di quelle messe a concorso, conferma la volontà divisiva di questo concorso e dei dicasteri Bussetti, Fioramonti, Azzolina e Bianchi. I concorsi STEM non hanno che confermato questo indirizzo politico.


LE PROPOSTE DEL PCL.

Come Partito Comunista dei Lavoratori, per combattere il precariato e contrastare il palese progetto di progressiva privatizzazione della scuola, portato avanti tenacemente dai governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti in questi anni, proponiamo:

- Un reale aumento salariale di 350€ netti, per portare gli stipendi di docenti e ATA in linea con la media europea.

- la stabilizzazione di tutti gli insegnanti precari: siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione.

- Un grande piano di lavori pubblici per la scuola: è urgente provvedere al risanamento degli oltre 2400 siti scolastici nei quali è stata accertata la presenza di amianto, e alla messa in sicurezza di tutte le scuole i cui plessi non sono a norma di criteri antisismici.

- No al blocco per i neoassunti, sia esso quinquennale che triennale: ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare vicino alla propria famiglia.

- Internalizzare tutti gli educatori, il personale scolastico e dei servizi: il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con bassi salari. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.

- No ad ogni proposta di autonomia differenziata.

- Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco. Solo così si potranno colmare decenni di miliardi di euro di tagli, anche all'istruzione.

- Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazioni, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti.

- Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro.

- Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40.

- Introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1.500 euro; salario garantito in caso di disoccupazione o inoccupazione.

- Abolizione della legge Fornero. Diritto di lavoro a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro.

- Tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sotto il controllo di chi lavora. Massima sicurezza nelle scuole con l’aumento e perfezionamento delle misure anti-Covid. Raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, con l'esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione.

- Coordinamento nazionale e costruzione di una assemblea nazionale di delegati/e per decidere il percorso di lotta e unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate!

- Costituzione di casse di resistenza per sostenere le lotte!

Con queste rivendicazioni il Partito Comunista dei Lavoratori interviene nella mobilitazione della scuola e dà il suo contributo affinché il 10 dicembre sia una giornata nazionale di lotta, che costituisca un punto di partenza. Indicando la necessità di attraversare la giornata di sciopero generale del 16 dicembre indetto dalla CGIL e dalla UIL con la rivendicazione di uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.

Consapevoli che solo una mobilitazione generale che unifichi tutti i settori del lavoro - pubblico e privato - e degli studenti, possa mandare a casa questo governo nemico di chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà soddisfare gli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari!

Partito Comunista dei Lavoratori

Grande successo elettorale del trotskismo argentino

 


Le lezioni di un'esperienza straordinaria

15 Novembre 2021

Il risultato delle elezioni legislative in Argentina del 14 novembre racchiude un grande significato politico.

Il governo peronista di Fernandez-Kirchner (Frente de Todos), dopo due anni di politiche antioperaie, perde 5.200.000 voti. Il centrodestra macrista (Juntos por el Cambio), oggi all'opposizione, si avvantaggia del crollo peronista, ma perde rispetto al 2019 1.700.000 voti (500.000 a Buenos Aires). Il vero vincitore politico delle elezioni è il Frente de Izquierda (FIT), che consegue il 6% su scala nazionale con 1.400.000 voti (di cui oltre 500.000 nella grande Buenos Aires), quarantamila voti in più di quelli riportati nelle elezioni primarie (PASO), con punte del 25% in Jujuy, del 8,19 in Nequen, del 8,53 in Chubut. A questo va aggiunto il risultato riportato in alcune circoscrizioni regionali da due altre organizzazioni trotskiste, Politica Obrera e Nuevo MAS. Complessivamente si può dire che il trotskismo conseguente argentino riporta un risultato storico attorno al 7% dei voti, affermandosi come terza forza su scala nazionale in contrapposizione ai peronisti e alle destre liberali, ed eleggendo quattro deputati nel Parlamento, nonostante il sistema elettorale non realmente proporzionale.

Partito Obrero (PO), Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), Izquierda Socialista (IS), compongono nel loro insieme la larga maggioranza del FIT (80 percento dei voti nelle elezioni primarie) quali organizzazioni marxiste rivoluzionarie fondatrici del FIT nel 2011. Ad esse si è aggregato elettoralmente il Movimento Socialista de los Trabajadores (MST), su posizioni centriste, dando vita a FIT-U (Unidad). Nelle elezioni del 2019, dopo anni del governo di destra di Macri, il FIT aveva subito un arretramento a vantaggio dell'opposizione peronista. L'esperienza di due anni di governo antioperaio dei peronisti ha ampliato considerevolmente lo spazio e la capacità di attrazione delle organizzazioni del FIT. Ma decisivo è stato l'intervento di massa delle organizzazioni rivoluzionarie, in un paese che ha visto aumentare del 50 percento la povertà assoluta.

Il FIT non è un generico blocco elettorale di sinistra, ma un polo marxista rivoluzionario che si batte per il governo dei lavoratori, sulla base di un programma classista, anticapitalista, internazionalista. La sua campagna elettorale è stata la proiezione del suo intervento politico. Una campagna per il rifiuto di pagare il debito pubblico al capitale finanziario e al FMI, contro una riforma del lavoro mirata ad estendere ulteriormente la precarietà di massa, per l'esproprio sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, per la drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga, per un forte aumento generalizzato dei salari a fronte della massiccia svalutazione in corso, per la nazionalizzazione delle banche. Non un programma “per la redistribuzione della ricchezza” ma per il potere dei lavoratori.

Questo programma anticapitalista ha conquistato il voto di un settore crescente della classe operaia, che ha rotto col peronismo e il suo governo per sostenere il trotskismo. Non un “trotskismo” sbiadito e simulato, quale eredità bibliografica e storica, come vediamo anche in Italia in alcune organizzazioni qui presenti. Ma il trotskismo autentico, cioè il programma della rivoluzione socialista. Un trotskismo che si è demarcato rigorosamente in tutta l'America Latina non solo dalla socialdemocrazia (PT brasiliano) e dalle sue succursali del Forum di San Paolo, ma anche dal nazionalismo piccolo-borghese (Chavez, Maduro, Morales) e dal castrismo.

Il risultato elettorale riflette una crescita delle organizzazioni marxiste rivoluzionarie che compongono il FIT sullo sfondo di una stagione di lotte radicali che hanno attraversato l'Argentina. Lotte operaie, come nell'industria della gomma, che hanno visto i trotskisti conquistare sindacati aziendali e di settore sconfiggendo la burocrazia sindacale. Ma anche grandi lotte delle donne per il diritto all'aborto, dei giovani contro la devastazione dell'ambiente, del movimento LGBTQI... Il risultato delle urne non è l'effetto del blocco elettorale in quanto tale, ma il portato di una crescita del radicamento di massa delle organizzazioni trotskiste, a partire dal Partito Obrero, che da solo ha portato in piazza a Buenos Aires trentacinquemila persone: lavoratori, lavoratrici, giovani, disoccupati e gente povera dei comuni della periferia della capitale.

Le sinistre riformiste e centriste di casa nostra, come la loro stampa di riferimento, continueranno a tacere con ogni probabilità sul voto argentino, e magari si lamenteranno della sconfitta del loro amato governo peronista cosiddetto progressista. Ma lo sviluppo del trotskismo conseguente in Argentina è una realtà che parla a tutta l'America Latina e alle avanguardie classiste di tutto il mondo. Dimostra che si può crescere e avanzare in un contesto di radicalizzazione sociale restando sé stessi. Senza annacquare il proprio profilo politico, senza pasticci trasformisti, senza edulcorare la propria battaglia programmatica rivoluzionaria, ma al contrario rivendicandola e presentandola sempre a livello di massa e di avanguardia per quello che è: la lotta per il potere della classe operaia. Come ha dichiarato Romina Del Plá, compagna dirigente del PO eletta nella circoscrizione di Buenos Aires, si tratta ora di investire il risultato elettorale nella lotta per un governo dei lavoratori.

Noi pensiamo che il programma del governo dei lavoratori – lo stesso programma del PCL – possa e debba condurre PO, PTS, IS all'unificazione centralista democratica delle proprie forze in un medesimo partito rivoluzionario in Argentina, al servizio della rifondazione della Quarta Internazionale nel mondo.
Di certo come PCL porteremo l''esperienza straordinaria del trotskismo argentino nella riflessione dell'avanguardia di classe del nostro paese e nel duro lavoro di ricostruzione dell'Internazionale rivoluzionaria.



Partito Comunista dei Lavoratori

EX Saeco: una storia già vista. Come alla Whirlpool. No alla chiusura e no ai licenziamenti.

 


Massima solidarietà alle e ai 220 lavoratrici e lavoratori colpiti dal possibile licenziamento

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Ex Saeco di Gaggio Montano

Sono le ennesime vittime di un padrone “prendi i soldi e scappa”.

È la logica del fare profitto con la rapina sociale, quella stessa che i governi borghesi si apprestano sempre a tutelare quando si preoccupano di rendere il Paese “appetibile agli investimenti stranieri”.

Vediamo bene di cosa si tratti: razzie da pirati, null’altro.

Allora alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti dalla violenza padronale, e da azionisti che come briganti operano nell’ombra, diciamo le stesse cose che diciamo alle operaie e agli operai della Whirpool.

Non fidatevi di chi cerca di prendervi in giro come il governatore Bonaccini, che oggi dimostra indignazione vi esprime la sua pelosa solidarietà, domani come sempre, dentro il proprio Partito proseguirà il sostegno al governo del banchiere Draghi, quello, per intendersi dello sblocco dei licenziamenti e dell’attacco alle pensioni.

Come abbiamo affermato riguardo alla Whirlpool di Napoli, la soluzione operaia deve essere un’altra:

l'occupazione dell'azienda da parte degli operai e la rivendicazione la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano.

Invece che inseguire un negoziato a perdere in ordine sparso con governo e padroni, i sindacati devono unire le centinaia di vertenze a difesa del lavoro che attraversano l'Italia, per trasformarle in un’unica grande vertenza: per ripartire fra tutti il lavoro che c'è attraverso la riduzione generale dell'orario, a parità di paga.

Queste rivendicazioni non possono e non devono restare isolate; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Chiede alla sinistra di opposizione del territorio di Bologna di battere un colpo e di dare riscontro all’appello all’unità di azione che le abbiamo rivolto con la nostra “Lettera aperta”

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Sez. di Bologna

Un voto per costruire il partito di classe rivoluzionario

 


Appello elettorale

Il PCL è presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna con proprie liste e propri candidati a sindaco: Franco Grisolia (Roma), Natale Azzaretto (Milano), Massimo Chiesi (Torino), Federico Bacchiocchi (Bologna).

Facciamo appello ai compagni e alle compagne dell'avanguardia di classe e combattiva, agli elettori delusi da una sinistra politica compromissoria e subalterna, perché indirizzino verso il PCL la propria scelta di voto.

Non ci siamo mai compromessi, come altri invece hanno fatto, nei governi nazionali e locali della borghesia. Non abbiamo mai votato le missioni di guerra, la detassazione dei profitti, i fondi integrativi della sanità privata, in cambio di ministeri e sottosegretari. Non abbiamo mai votato il taglio dei servizi locali o le speculazioni immobiliari in cambio di assessori.

Non lo abbiamo fatto e non lo faremo mai, perché ci battiamo per una alternativa di società. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che rovesci il capitalismo e riorganizzi la società su basi nuove. È il solo governo che può cambiare le cose, il solo che può interessare i comunisti.

Siamo l'unico partito comunista presente oggi al voto: l'unico che si batte per la rivoluzione sociale; che riconduce i suoi stessi programmi amministrativi alla rottura con questo sistema; che in ogni lotta, dalla GKN ad Alitalia, lavora a ricondurre gli obiettivi immediati della lotta alla prospettiva del potere dei lavoratori. L'unico che cerca, controcorrente, di sviluppare tra i lavoratori una coscienza anticapitalista e internazionalista.

Non siamo elettoralisti, non abbiamo illusioni elettorali. Ogni voto al Partito Comunista dei Lavoratori sarà investito nella costruzione del partito di classe rivoluzionario, il solo di cui i lavoratori hanno bisogno.

Partito Comunista dei Lavoratori