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Giù le mani del capitale e della finanza dal lavoro e dalla montagna!


 Il copione che abbiamo visto recitato dal padronato alla Saga Coffee di Gaggio Montano si è ripetuto in questi giorni a Marradi, piccolo centro montano, sede dello stabilimento produttivo dell’Ortofrutticola del Mugello, in provincia di Firenze

Marradi è la patria del Marron Buono (marchio IGP), eccellenza del territorio punteggiato dai castagneti. Anche in questo caso, come a Gaggio Montano, la fabbrica è in attivo, quindi non si può parlare di alcuna “crisi” che giustifichi il licenziamento dei lavoratori, anzi, delle lavoratrici, perché come alla Saga Coffee, a perdere il lavoro sarebbero principalmente donne, spesso impiegate nello stabilimento da tanti anni, in gran parte stagionali, che lavorano dieci mesi all’anno nel ciclo produttivo dello stabilimento.

Come a Gaggio, la chiusura dell’ dell’Ortofrutticola del Mugello di Marradi significherebbe un colpo mortale all’economia del territorio, che vede svolgersi qui l’intera catena di produzione dei marron glacé, dalla coltivazione alla raccolta alla vendita. Quella che si fa a Marradi è una vera e propria produzione di eccellenza, unica in Italia, una lavorazione lenta, messa a punto con attenzione. Il capitale spesso straparla di km 0 e produzioni locali e poi le chiude laddove funzionano, per la sola ragione di incrementare ulteriormente i profitti.

E come alla GKN e a Gaggio, anche a Marradi di «capitale» si deve parlare, dato che l’Ortofrutticola del Mugello, nata come azienda pubblica, è passata prima in mani private e ora è controllata da un fondo finanziario, la Investindustrial, guidato dal manager Andrea Bonomi, oggi principale azionista di società come B&B Italia, Flos, Aston Martin, Sergio Rossi, PortAventura, Artsana e Valtur. Fondo finanziario che, come da copione, al primo tavolo convocato in Regione non si è fatto vedere. E non si è mai fatto vedere da quando ha acquisito lo stabilimento.

Non sorprende quindi che anche questa comunità, come quella di Gaggio Montano, abbia reagito con forza, stringendosi intorno alle lavoratrici e ai lavoratori, in un presidio h24 in condizioni durissime, comprendendo una verità molto semplice: se muore la fabbrica muore il territorio, il lavoro è ben più di uno scambio tempo-salario, è dignità, è collettività: anche il fruttivendolo, il macellaio, il coltivatore diretto subirebbero un danno irreparabile se la fabbrica dovesse chiudere.

I perversi meccanismi del capitale, forse per alcuni meno visibili in un grande tessuto urbano o internazionale, rivelano tutta la loro distruttività se osservati attraverso la lente di ingrandimento di queste piccole e caparbie comunità montane.

La fabbrica è in attivo, addirittura il fatturato nell’anno di crisi 2021 ha toccato il 6%, un risultato mai raggiunto. Ora non basta più neppure che una fabbrica produca profitti per sentirsi al sicuro. Ai fondi finanziari viene consentito di speculare non solo sul lavoro, ma direttamente sulle persone, distruggendo intere famiglie, intere filiere produttive, interi paesi.

In una crisi pandemica in cui chi ha perso il lavoro è per il 98% donna, i licenziamenti di Gaggio Montano e di Marradi aggiungono un’ulteriore beffa alla crudeltà: queste donne avranno una difficoltà doppia a trovare un nuovo posto di lavoro, molte di loro lavorano nella fabbrica da quando erano ragazzine, e ora hanno figli e genitori anziani a carico.

I balbettii delle autorità non devono trarre in inganno, al di là delle meschine diatribe politiche di bottega, il potere borghese non ostacolerà il capitale finanziario e anche a livello nazionale non è possibile farsi illusioni: non sarà questo governo di banchieri e finanzieri a fermare i licenziamenti (lo ha già dimostrato con la legge farsa “contro” le delocalizzazioni). Sarà solo tramite la lotta che le lavoratrici di Marradi potranno difendere il posto di lavoro. Durare un minuto in più dei padroni diventa più difficile quando il padrone è un fondo finanziario apparentemente senza volto, disumano, completamente disinteressato alla logica della produzione di un bene, ma solo alla monetizzazione di persone, territori, scorte, macchinari. Ma è necessario.

Davanti a un padronato che non si nasconde più neppure dietro la foglia di fico dell’essere “imprenditori” ma solo “proprietari”, ­­occorrono forme di lotta decise e radicali, come quelle messe in atto dai lavoratori di tante realtà che stanno attraversando la stessa situazione: blocco della fabbrica, presidio permanente, occupazione.

GKN, Whirlpool, Saga Coffee, Speedline e adesso Ortofrutticola del Mugello… Si tratta di decine e centinaia di vertenze operaie che attraversano il balletto di tavoli e tavolini istituzionali, accordi e compratori fantasma, speranze e amare disillusioni, una strategia di sfinimento volta a piegarle una ad una, impedendo che queste lotte si riconoscano sorelle e si uniscano in una vertenza generalizzata contro i licenziamenti e contro una narrazione falsa della crisi pandemica, che è stata un’ulteriore occasione di profitto per i soliti noti.

È il momento di unire queste lotte in una vertenza generale a tutela del lavoro e della sua dignità, occupare le aziende che licenziano o delocalizzano, rivendicare il loro esproprio sotto controllo operaio, di costruire una cassa nazionale di resistenza.

Il PCL Romagna ha portato la propria solidarietà alle operaie e agli operai di Marradi sabato 8 gennaio, con la nostra adesione a tutte le iniziative di lotta che le operaie intenderanno portare avanti. Ma la solidarietà per quanto ci riguarda non può limitarsi alle parole vuote, alle sfilate delle autorità o alla sola solidarietà civile. Serve sostenere la lotta delle operaie: noi che lavoriamo in tanti altri posti di lavoro, insieme alle lavoratrici di Marradi, di Gaggio, e di ogni altra vertenza. L’unificazione delle lotte in una vertenza generale contro i licenziamenti è per noi ormai non più rinviabile.


Invitiamo chi può a sostenere le lavoratrici e i lavoratori dell’Ortofrutticola del Mugello tramite la cassa di resistenza, in loco, o con un versamento.

IBAN: IT45P0200837941000401384771

Causale: PRESIDIO ORTOFRUTTICOLA

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

Non c'è alternativa all'azione e alla mobilitazione!

 


Una classe, una lotta

5 Gennaio 2022

Prosegue la raccolta di firme per l'appello Unire la lotta contro i licenziamenti

Come era facile prevedere, l'annunciata legge Todde-Orlando “contro le delocalizzazioni” non solo non le contrasta ma le agevola, come hanno giustamente osservato i lavoratori di GKN. Mentre l'emendamento che raccoglieva la proposta avanzata dai lavoratori è stato respinto a larghissima maggioranza.

I fatti dimostrano che questo governo, come i precedenti, sa garantire solo padroni, azionisti, banchieri. Non a caso gode come nessun altro della loro fiducia.

Non c'è alternativa, dunque, all'azione e alla mobilitazione.

L'appello Unire la lotta contro i licenziamenti va esattamente in questa direzione.

Centinaia di RSU, RSA, RSL, dirigenti ad ogni livello del sindacalismo di classe e combattivo, interno ed esterno alla CGIL,

Chiedono l'unificazione del fronte delle vertenze a difesa del lavoro, contro le delocalizzazioni e i licenziamenti;
Chiedono si “faccia come alla GKN”, dando l'indicazione unificante di occupare le aziende che licenziano, di rivendicare la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio, di istituire una cassa nazionale di resistenza;
Chiedono che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe uniscano le proprie forze su questa linea d'azione comune, al di là di ogni divisione;
Chiedono che le direzioni sindacali si assumano le proprie responsabilità, contro ogni passività, rassegnazione, compromissione.

GKN, Whirlpool, Saga Coffee, Caterpillar, Speedline... decine e centinaia di vertenze operaie non possono essere abbandonate alla propria solitudine, in una giostra infinita di incontri e promesse senza futuro, per essere piegate l'una dopo l'altra. È il momento di unire queste lotte in una lotta sola a tutela del lavoro e della sua dignità.

Solo la forza può imporre un diritto, e la forza è tale solo se viene unita ed usata.

Invitiamo tutte le avanguardie del movimento dei lavoratori (RSU, RSA, RSL, membri di direttivi sindacali, ad ogni livello) ad aderire all'appello "Unire la lotta contri i licenziamenti"; ad allargare le adesioni nei propri luoghi di lavoro, sindacati, categorie; a costruire una campagna unitaria attorno a questa proposta di svolta; a creare le condizioni di una assemblea nazionale attorno all'appello, che possa costituire un momento di amplificazione delle sue ragioni e di più largo coinvolgimento.


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/appellocontroilicenziamenti

I promotori dell'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti"


Lo sciopero generale del 16 dicembre non basta!

 


Per uno sciopero generale prolungato su una piattaforma di lotta unificante. Attraversare il 16 dicembre con una proposta di svolta vera

CGIL e UIL si sono decise a proclamare lo sciopero generale per la giornata del 16 dicembre. Uno sciopero generale contro la Legge di Stabilità del governo è di per sé un fatto positivo. Tanto più a distanza di sette anni dall’ultimo sciopero generale confederale (12 dicembre 2014), e a fronte di un governo Draghi idolatrato da tutta la stampa borghese e dalla UE come salvatore della nazione (“il governo dei migliori”).

Di certo non mancano le ragioni per scioperare contro Draghi e Bonomi. Dopo due anni di pandemia la sanità pubblica è l’ultima voce di spesa, mentre si liberalizza ulteriormente la sanità privata, si sbloccano i licenziamenti, si peggiora il reddito di cittadinanza, si prevede una riforma fiscale che non dà nulla a lavoratori e pensionati; mentre si taglia l’IRAP, si bloccano i contratti del pubblico impiego a partire dalla scuola, si annuncia il “ritorno alla normalità” in fatto di pensioni, cioè una legge Fornero a pieno regime. PNRR e la Legge di Stabilità sono in realtà grandi operazioni a debito a tutto vantaggio di imprese e banche e a carico dei salariati.

Ma proprio per questo lo sciopero del 16 dicembre è del tutto inadeguato. Innanzitutto, lo sciopero giunge tardi rispetto ai tempi di una Legge di Stabilità in dirittura d’arrivo. Ma soprattutto lo sciopero giunge male, dopo l’avallo fornito da CGIL, CISL e UIL allo sblocco dei licenziamenti, la gestione disastrosa di tante vertenze aziendali (da Whirlpool ad Alitalia), persino l’assenza di una seria campagna di massa per la massima estensione della vaccinazione. Su ogni terreno la burocrazia sindacale ha assicurato a padronato e governo la pace sociale. Il risultato è che nei due anni di pandemia i padroni hanno incassato 170 miliardi dai governi in carica e hanno visto impennarsi il valore di Borsa delle proprie azioni, mentre i salari sono in picchiata, un milione di lavoratori precari sono stati buttati per strada, la precarietà del lavoro dilaga con la cosiddetta “ripresa”, si moltiplicano gli omicidi bianchi nelle fabbriche, le delocalizzazioni restano all’ordine del giorno (GKN). Tutto questo dimostra non solo la crudeltà della società borghese, ma anche la subalternità delle burocrazie sindacali, il completo fallimento della loro politica di collaborazione di classe e dei gruppi dirigenti che ne sono responsabili.

Non basta allora uno sciopero generale simbolico, che serva unicamente a informare che un sindacato esiste, e a prenotare un prossimo incontro con Draghi. Occorre uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale. Che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente, a partire da alcune rivendicazioni centrali:

• Blocco dei licenziamenti, occupazione delle aziende che licenziano (come in GKN) e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori;
• Coordinamento nazionale di tutte le vertenze e lotte di resistenza a difesa del lavoro;
• Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazione, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti;
• Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazione di genere nei luoghi di lavoro;
• Il lavoro che c’è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga. 30 ore pagate 40;
• Abolizione della legge Fornero. Diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro;
• Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, a partire dal risanamento ambientale: riassetto idrogeologico del territorio, bonifiche, riparazione della rete idrica, messa in sicurezza antisismica del patrimonio edilizio;
• Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, con l’esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione;
• Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

È importante che la giornata di sciopero del 16 dicembre sia attraversata dalla rivendicazione di uno sciopero generale vero. È importante che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe convergano sulla giornata di sciopero per portarvi una proposta di svolta, contro la recita delle burocrazie sindacali. È importante costruire una assemblea nazionale di delegati per definire il percorso di lotta e di mobilitazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Saga Coffee non si sposta!


Come per Whilpool e GKN, unire le vertenze in difesa del lavoro!

19 Novembre 2021

Nella giornata di ieri siamo andati a Gaggio Montano (BO) ad incontrare i lavoratori e le lavoratrici di Saga Coffee, un azienda del gruppo EVOCA che rischia la chiusura

Sono interessati 220 lavoratori, tra i quali 180 lavoratrici, che rischiano il licenziamento in un territorio già duramente provato dalle drastiche chiusure che negli scorsi anni non hanno interessato solo SAECO, bensì tutto l’indotto che faceva di quella zona nell’Appennino Tosco-Emiliano il polo italiano nella produzione di macchine da caffè. Lamentano il 300% in meno di posti di lavoro in 20 anni.
Dall’inizio dell’anno alcuni lavoratori si sono accorti della sempre minor quantità di merce nei magazzini, e nonostante i padroni millantassero una situazione normale, due settimane fa sono state annunciate la chiusura e la delocalizzazione, ed i conseguenti licenziamenti. Ora si presidia la fabbrica, giorno e notte. Non si lascia entrare nessuno, come nella migliore tradizione operaia, lo slogan è “La Saga Coffee non si sposta!”.
A rendere la vicenda ancora più drammatica è la condizione, che come in tutti i piccoli paesi di montagna, vede intere famiglie a lavorare nella stessa fabbrica, e di fatto tutta la città vive su quello. Non si può pensare che con oltre 200 salari in meno la città possa sopravvivere, e si paventa quindi che lo stesso destino possa toccare ad altri lavoratori, commercianti e artigiani di Gaggio Montano.
Quale soluzione? Come da sempre diciamo, l’unica speranza per vincere è continuare a lottare, contro i padroni e i loro schieramenti politici, unendo le vertenze a tutela dei posti di lavoro, non tante piccole lotte, ma una sola grande vertenza che scuota le fondamenta di questa violenta reazione padronale.


https://youtu.be/QJeZJqqc9hE

https://youtu.be/fMBySPK71ok

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

EX Saeco: una storia già vista. Come alla Whirlpool. No alla chiusura e no ai licenziamenti.

 


Massima solidarietà alle e ai 220 lavoratrici e lavoratori colpiti dal possibile licenziamento

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Ex Saeco di Gaggio Montano

Sono le ennesime vittime di un padrone “prendi i soldi e scappa”.

È la logica del fare profitto con la rapina sociale, quella stessa che i governi borghesi si apprestano sempre a tutelare quando si preoccupano di rendere il Paese “appetibile agli investimenti stranieri”.

Vediamo bene di cosa si tratti: razzie da pirati, null’altro.

Allora alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti dalla violenza padronale, e da azionisti che come briganti operano nell’ombra, diciamo le stesse cose che diciamo alle operaie e agli operai della Whirpool.

Non fidatevi di chi cerca di prendervi in giro come il governatore Bonaccini, che oggi dimostra indignazione vi esprime la sua pelosa solidarietà, domani come sempre, dentro il proprio Partito proseguirà il sostegno al governo del banchiere Draghi, quello, per intendersi dello sblocco dei licenziamenti e dell’attacco alle pensioni.

Come abbiamo affermato riguardo alla Whirlpool di Napoli, la soluzione operaia deve essere un’altra:

l'occupazione dell'azienda da parte degli operai e la rivendicazione la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano.

Invece che inseguire un negoziato a perdere in ordine sparso con governo e padroni, i sindacati devono unire le centinaia di vertenze a difesa del lavoro che attraversano l'Italia, per trasformarle in un’unica grande vertenza: per ripartire fra tutti il lavoro che c'è attraverso la riduzione generale dell'orario, a parità di paga.

Queste rivendicazioni non possono e non devono restare isolate; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Chiede alla sinistra di opposizione del territorio di Bologna di battere un colpo e di dare riscontro all’appello all’unità di azione che le abbiamo rivolto con la nostra “Lettera aperta”

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Sez. di Bologna

Contro l'infamia dei licenziamenti Whirlpool è l'ora di voltare pagina

 


Solo la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, può unire gli operai e tutelare i posti di lavoro

La lettera di licenziamento da parte del gruppo Whirlpool conferma il totale cinismo di un'azienda che non si fa scrupolo di gettare i lavoratori e le lavoratrici in mezzo a una strada. La magistratura copre il cinismo padronale, rigettando il ricorso sindacale. Il governo smentisce le sue promesse di cartone, come già i due governi precedenti. Il famoso consorzio sulla mobilità che dovrebbe riassumere i licenziati è rimasto un fantasma, tempo perso per i lavoratori e guadagnato dai padroni Whirlpool, che ora provano a disgregare l'unità degli operai con lo strumento della corruzione economica individuale.

L'operazione Whirlpool va respinta. L'unità tra i lavoratori va salvaguardata, assieme all'enorme patrimonio di lotta accumulato in due anni. Ma si impone un bilancio della linea seguita sinora dalle direzioni sindacali. Prima l'idea di un improbabile “ravvedimento” della proprietà USA, poi la ricerca di un nuovo compratore sul mercato grazie all'interessamento dei governi, infine la fiducia nella magistratura, hanno finito col portare i lavoratori in un vicolo cieco. È necessaria ora una svolta.

Come abbiamo affermato sin dall'inizio di questa vicenda drammatica, c'è una sola possibile soluzione a garanzia del lavoro: la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda Whirlpool. Sia lo Stato a farsi garante del posto di lavoro. Se poi Whirlpool è disposta a spendere 85000 euro per dipendente, li versi allo Stato. Non per liquidare il lavoro, ma per preservarlo. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori è l'unico modo di rispondere all'aggressione padronale con una radicalità uguale e contraria. L'unico modo per provare a riaprire la partita. L'unica via per porre il governo, e non solo il padrone, come propria controparte denunciando le sue responsabilità e le sue finzioni da intermediario.

Questa rivendicazione non può e non deve restare isolata; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale. I lavoratori della GKN ultimamente l'hanno fatta propria con una decisione importante e preziosa. Si tratta di fare fronte comune su questa richiesta tra tutte le aziende in lotta per aprire una vertenza nazionale. Non si può più proseguire in ordine sparso, azienda per azienda, se non al prezzo di finire sconfitti, l'uno dopo l'altro, in un calvario che dura ormai da quindici anni. Ora basta. Ora è necessario voltare pagina. Se gli azionisti licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento degli azionisti, e di chiederlo insieme.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dalla solidarietà alla lotta generale: tutte e tutti a Firenze sabato 18 settembre!

 


Pubblichiamo il testo del volantino che distribuiremo sabato 18 settembre alla manifestazione della GKN a Firenze

16 Settembre 2021

Unire le vertenze, contrapponendo alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria. Occupare le aziende che licenziano, per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Costruire una cassa nazionale di resistenza.

La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di GKN è una grande lotta. Per questo va messa al servizio di un fronte comune di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, per un cambio di direzione del movimento operaio italiano.

Da anni le lavoratrici e i lavoratori subiscono la mancanza di una direzione di lotta adeguata a reggere il livello di scontro. Lotte importanti come quelle di Ilva, Acciaierie Piombino, Whirlpool, Alitalia, e tante altre, portate avanti coraggiosamente dalle lavoratrici e dai lavoratori per salvare il proprio lavoro, sono state prima isolate le une dalle altre e poi condotte spesso, in ordine sparso, su un binario morto. La divisione delle lotte è stata la vera forza dei padroni!

Azienda per azienda, la burocrazia sindacale ha predicato ovunque “senso di responsabilità” e “realismo”, portando a spasso gli operai in interminabili girotondi tra Ministeri, istituzioni locali, parroci, tutti prodighi di parole di solidarietà e di promesse... Ma le parole non cambiano i rapporti di forza. E alla fine, troppo spesso, è rimasto il peso materiale della sconfitta: centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, spremuti come limoni, gettati via come ferrovecchio dai loro padroni, senza mai l’occasione di un fronte comune.

È allora necessario un cambio di passo. Una svolta radicale di metodi d’azione, di organizzazione, di piattaforma. Una svolta che dica: la ritirata è finita, ora basta, ora tutte le vertenze si uniscono in un fronte comune, attorno a comuni obiettivi.

La lotta della GKN può diventare insomma una vera vertenza pilota, capace non solo di reggere lo scontro col proprio padrone, ma anche di parlare alla classe operaia italiana: ai lavoratori e alle lavoratrici della Whirlpool, Elica, Bekaert, ex Ilva, acciaierie di Piombino, Texprint; ai lavoratori della logistica, che per le loro lotte combattive hanno subito forti repressioni e pagato con la morte di Adil, sindacalista SI Cobas assassinato durante un picchetto; a tutti coloro che lottano, e che possono unirsi alla lotta.

È necessaria una proposta di azione comune!

• Le fabbriche che licenziano vanno occupate, come hanno fatto le lavoratrici e i lavoratori di GKN, per impedire ai padroni di portar via i macchinari

• Va organizzata una cassa nazionale di resistenza per sostenere la lotta prolungata, generalizzando l’esperienza di GKN

• Va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, per garantire il diritto incondizionato al lavoro

• Va promosso un coordinamento nazionale di tutte le lotte di resistenza, per fare di tante vertenze isolate una grande vertenza nazionale. Trasformando la debolezza di ognuno nella forza di tutte e tutti.


Occorre portare queste rivendicazioni nello sciopero generale dell’11 ottobre. Per fare di questa giornata di sciopero un momento di sviluppo reale del fronte unico della classe lavoratrice.

A chi obietta che le rivendicazioni sono troppo avanzate, e che è “impossibile” realizzarle, rispondiamo che sono tutte proporzionali al livello obiettivo dello scontro. E che solo ponendosi su questo livello è possibile strappare risultati parziali e concessioni. Senza contrapporre alla forza dei padroni una forza uguale e contraria, siamo tutti condannati a rotolare all’indietro, come negli ultimi decenni.

In una battaglia di classe si può vincere e si può perdere. Il modo peggiore di perdere è non investire tutte le proprie potenzialità nel tentativo di vincerla. Senza una svolta unificante di azione la migliore lotta aziendale rischia di finire in un vicolo cieco. Ma perché una svolta unificante si produca occorre partire da una proposta generale. Le compagne e i compagni di GKN sono nelle migliori condizioni di esperienza, credibilità ed attenzione pubblica per avanzare questa proposta, rivolgendosi innanzitutto alle decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori già in lotta.

Il PCL, in ogni caso, porta e porterà questa proposta di azione in ogni luogo di lavoro, sindacato di classe, circuito di avanguardia, riconducendola alla prospettiva di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione. L’unico governo che può presentare il conto al padronato.

Partito Comunista dei Lavoratori

Appello. Unire la lotta contro i licenziamenti!

 


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com

14 Settembre 2021

Istituire una cassa nazionale di resistenza. Occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN. Nazionalizzarle senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Opporre alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria

Pubblichiamo qui, su richiesta dei promotori, un appello nazionale per l'unificazione del fronte di lotta contro i licenziamenti, a partire dalle vicende GKN e Whirlpool. L'appello è promosso da lavoratori e lavoratrici di diversa appartenenza sindacale: RLS, RSU, compagni e compagne con ruoli sindacali e/o rappresentativi/e di realtà di lotta importanti nella propria azienda, settore, territorio. Attorno a questo appello, che qui pubblichiamo con la prima rosa di firmatari, si svilupperà una campagna nazionale di adesioni e iniziative di supporto, di cui verrà data periodica informazione.

I compagni e le compagne che intendono aderire possono scrivere a appellocontroilicenziamenti@gmail.com




UNIRE LE LOTTE CONTRO I LICENZIAMENTI!

Lo sblocco dei licenziamenti ha moltiplicato l’offensiva padronale contro i lavoratori e le lavoratrici. Le vicende Whirlpool, GKN, Giannetti, Timken, sono emblematiche. I licenziamenti si concentrano nel settore automotive, dove Stellantis già dichiara ufficiosamente 12000 “esuberi”. Ma coinvolgono anche il settore dei trasporti (Alitalia), colpiscono la logistica (FedEx), si estenderanno all’industria tessile e alle piccole imprese quando diverrà operativo lo sblocco anche in questi settori. Nel complesso un salto nell’attacco al lavoro, che si aggiunge al mancato rinnovo nel primo anno della pandemia di un milione di contratti precari.

Spesso, padroni italiani o stranieri che hanno mercato e commesse e che hanno incassato complessivamente miliardi di soldi pubblici pagati dai lavoratori, decidono di trasferire altrove la produzione per beneficiare o di salari ancor più miserabili, o di ulteriori esenzioni fiscali, o di puri vantaggi speculativi di carattere finanziario. In altri casi, in cui la crisi di settore è reale (auto, siderurgia, trasporti) la si scarica sui salariati a protezione degli azionisti. A pagare sono sempre i produttori della ricchezza, a vantaggio di chi la intasca.

Ad oggi questa offensiva generale non trova una risposta generale unitaria del movimento operaio. Dal 2008 si moltiplicano vertenze su vertenze a difesa del lavoro, che coinvolgono centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, la loro generosità, la loro tenacia. Ma sono tutte vertenze in ordine sparso, in un quadro di grande frammentazione. Manca una risposta unificante. Ogni vertenza è ripiegata su sé stessa, sulla propria specifica situazione, in una giostra interminabile di contatti istituzionali, annunci elettorali, promesse di futuri acquirenti: che o sono fantasmi, o sono faccendieri, o pongono come condizione d’acquisto la cancellazione di posti di lavoro e/o di diritti acquisiti. È il calvario degli ultimi 15 anni (Alitalia, Termini Imerese, Alcoa, Eutelia, Acciaierie di Piombino, etc.). Un lungo elenco di croci. Ora è la volta di Whirlpool, Giannetti, Timken, GKN.

La legge sulle delocalizzazioni annunciata dal governo Draghi, su modello della legge francese Florange del 2014, non offre alcuna risposta ai lavoratori. Non riguarda né le chiusure legate a crisi economico-finanziarie, né le delocalizzazioni interne alla UE (GKN). Si limita a un piano di cosiddetta “mitigazione delle ricadute occupazionali”: preavviso dei licenziamenti, generici impegni che non valgono nulla per il futuro occupazionale dei licenziati, una multa irrisoria in caso di inadempienze. Per di più oggi, su richiesta di Confindustria, si sono cancellate dal testo di legge persino queste sanzioni simboliche. Nei fatti è una legge che prescrive come licenziare educatamente e monetizzare il licenziamento. Proprio come avviene in Francia. Una truffa presentata come “soluzione”. Inaccettabile.

È necessario voltare pagina. Non pioveranno concessioni dall’alto senza una svolta di lotta dal basso: una svolta di lotta radicale quanto radicale è l’offensiva del padronato. Una svolta che finalmente unifichi le centinaia di vertenze presenti e future, sottraendole all’isolamento, all’abbandono, alla sconfitta. Non si tratta di ignorare le specificità di ogni vertenza, che è sempre un terreno d’azione importante. Si tratta di unire le vertenze al di là della loro specificità. Di individuare comuni forme di lotta e comuni rivendicazioni, che possano trasformare tante vertenze in ordine sparso in una grande vertenza nazionale a difesa del lavoro, capace di mettere la lotta di ognuno al servizio di tutti, e la lotta di tutti al servizio di ognuno. È l’unica via per cambiare i rapporti di forza e strappare risultati.

Per questo proponiamo a tutte le organizzazioni del movimento operaio di unire nell’azione le proprie forze attorno a misure e rivendicazioni di svolta.


OCCUPARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO. FARE COME ALLA GKN

Se il padrone licenzia deve incontrare ovunque una risposta uguale e contraria. A partire dalla occupazione dello stabilimento interessato. Dalla fabbrica non deve uscire neppure un bullone. L’occupazione è una prima forma di requisizione. È ciò che hanno fatto i lavoratori di GKN, con una scelta esemplare, che non a caso ha messo in allarme padronato e governo. imponendo la loro vertenza all’attenzione pubblica. Estendere e generalizzare questa forma d’azione significa moltiplicare i suoi effetti. Significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che se vuole licenziare deve mettere sul conto, in primo luogo, la perdita di controllo sui suoi impianti. Un ammonimento che in termini pratici vale infinitamente di più di una multa (eventuale) da assorbire a bilancio.


PER UNA CASSA NAZIONALE DI RESISTENZA

Una occupazione prolungata ha bisogno di essere coperta ben al di là degli ammortizzatori esistenti. C’è bisogno di una cassa di resistenza. È quella che è stata adottata dai lavoratori di Whirlpool, di FedEx, di GKN e di altre vertenze. Ma occorre andare al di là della raccolta volontaria di vertenza in vertenza. Occorre una grande cassa di resistenza nazionale pronta a sostenere ogni azione di lotta prolungata a difesa del lavoro, con l’impegno a tal fine di tutte le organizzazioni di classe e di un loro comitato unitario di controllo. Significa dire alla borghesia e a ogni padrone che i lavoratori sono pronti a reggere ovunque uno scontro di lunga durata. Un deterrente di certo più efficace di qualsiasi “raccomandazione” ai padroni di usare buone maniere.


NAZIONALIZZARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO, SENZA INDENNIZZO E SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Se il padrone vuole licenziare i lavoratori, questi ultimi hanno diritto a rivendicare il licenziamento del padrone. Se il padrone antepone la proprietà al lavoro, il lavoro ha diritto a mettere in discussione la proprietà. Senza un euro di indennizzo: perché l’indennizzo se lo sono preso con anni e decenni di risorse pubbliche, e con lo sfruttamento dei lavoratori. Nazionalizzare senza indennizzo significa riprendersi ciò che i lavoratori hanno già abbondantemente pagato, e porlo sotto il proprio controllo. Significa dire che il problema non è il costo del lavoro per il capitale ma il costo del capitale per il lavoro, ribaltando decenni di sacrifici e arretramenti che hanno solo ingrassato i profitti.

È una rivendicazione che pone la prospettiva di una alternativa di società partendo dalla necessità immediata del posto di lavoro. Non a caso appartiene alla storia del movimento dei lavoratori, in particolare nelle epoche di crisi. Riprenderla e generalizzarla significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che i lavoratori non sono più disposti a considerare intoccabile la proprietà degli azionisti. Se il padrone vuole licenziare deve sapere che la sua proprietà è in gioco. Un avvertimento forse più convincente delle solite prediche virtuose.


PER UNA ASSEMBLEA NAZIONALE UNITARIA DI TUTTE LE VERTENZE CHE DECIDA SU FORME DI LOTTA E OBIETTIVI COMUNI

Questa svolta generale di indirizzo è richiesta dal nuovo livello dello scontro.

Per discuterla e approfondirla crediamo necessaria una grande assemblea nazionale delle rappresentanze di tutte le aziende in lotta, al di là di ogni diversa appartenenza di categoria o di sindacato. Una assemblea nazionale che possa definire democraticamente una piattaforma comune e un’azione comune. Una assemblea che contrapponga al fronte unitario del padronato il fronte unitario dei lavoratori. Una assemblea che ponga l’esigenza di una vertenza generale di tutto il mondo del lavoro, nella prospettiva di una lotta internazionale che ribalti i rapporti di forza tra le classi.


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com




Primi firmatari:


Luigi Sorge, operaio STELLANTIS Cassino, Assemblea Generale FIOM CGIL Frosinone/Latina

Gabriele Severi, RSU USB Marcegaglia Forlì

Thomas Casamenti, RSU USB Marcegaglia Forlì

Fabio Frati, Direttivo nazionale CUB trasporti Alitalia

Enzo Accursio, RSU UILM Whirlpool Napoli

Madonna Pasquale, RSU Cgil Jabil Marcianise Caserta

Alessandro Babboni, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Paolo Francini, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Paolo Ferrari, USB, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Giuseppe Filippeschi, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino

Franco Panzarella, Assemblea Generale GCIL Prato

Enrico Chiavacci, CD FISAC Toscana, Coordinatore Regionale FISAC per le Banche di Credito Cooperativo e membro del Coordinamento Nazionale FISAC Gruppo Iccrea

Aurelio Fabiani, RSU IIS Spagna/Campani Spoleto

Ettore Magrini, USB Territoriale Spoleto

Renato Pomari, RSU FIOM CGIL IBM Milano

Roberto Galvanin, RSU USB Stefani Vicenza

Andrea Bartoli CD FILCTEM CGIL Firenze

Arduino Fraveto, direttivo provinciale CUB, Stellantis Cassino

Andrea Camilli, CD FILCTEM CGIL Pisa

Luca Tremaliti, CD Nazionale FILT CGIL, marina mercantile

Diego D’Agostino, CD FIOM STELLANTIS Cassino

Carlo Velletri, RSU FIOM Guidolin Padova

Fausto Torri, Enel distribuzione La Spezia, Assemblea generale CGIL La Spezia

Gerardo Iuliano, Novolegno Montefredane Avellino

Giovanni Ferraro, CD FP CGIL sanità privata, Napoli

Roberto Bonasegale, RSU FIOM Bcs Abbiategrasso, AG FIOM Ticino-Olona

Mario Maddaloni, RSU USB Napoletana gas

Emanuele Troisi, RSA FLC CGIL Istituto A. Lombardi - Airola (BN)

Lorenzo Mortara, CD FIOM Vercelli, RSU YKK Vercelli

Gennaro Navarra RSA FP CGIL sanità privata Napoli

Gina Atripaldi, USB Napoli

Stefano D'Intinosante, RSU Somec Conegliano (TV), CD FIOM CGIL Treviso

Raffaele Ucci, Farmacia Falco di Marcianise (CE)

Donatella Ascoli, Musei Civici Veneziani, AG CGIL Veneto, CD FILCAMS CGIL Veneto

Elder Rambaldi, AG FP CGIL Veneto, Vigili del Fuoco Venezia

Marco Di Pietrantonio, RSU Provincia di Pescara, CD CGIL Pescara

Leonardo Radi, operaio forestale Unione dei Comuni di Grosseto

Elena Felicetti, lavoratrice precaria della scuola, FLC CGIL Pavia

Diego Ardissono, CD NIDIL CGIL Padova

Sergio Castiglione, CD FLC CGIL Caltanissetta

Luca Gagliano, NIDIL CGIL Padova

Vincenzo Cimmino, lavoratore precario della scuola, AG nazionale FLC CGIL

Sergio Borsato, CD FLC CGIL Milano

Antonio De Caro, lavoratore precario

Francesco Doro, FILCTEM CGIL Venezia, Lumson SPA

Mauro Goldoni, FILLEA CGIL Ancona

Isidoro Migliorati, RSA SI COBAS Memc. SPA Novara

Crescenzo Papale, USB Marche, impiegato pubblico

Antonio Tralongo, CUB Palermo, lavoratore dello spettacolo

Giuseppe Ranieri, CUB PENSIONATI Milano

Riccardo Spadano, SGB Lazio

Barbara Pecchioli, SGB Oss Ospedale Arezzo

Franco Grisolia, SPI CGIL, Collegio di verifica CGIL Lombardia

Alessio Dell’Anna, insegnante precario, FLC CGIL Milano

Natale Azzaretto, assemblea provinciale SPI CGIL Milano

Diiego Peverini, USB Terni, Busitalia srl Umbria

Alessia Isernia, insegnante precaria, FLC CGIL Milano

Mario Cermignani, avvocato giuslavorista

Andrea Mario Lucchetti, ausiliario socio assistenziale Milano

Franco Dreoni SLC GGIL Firenze

Francesco Monti, SLC CGIL Reggio Calabria

Linda Bonci, operaia tessile Arezzo

Leo Barbi, ANPI Gavorrano Scarlino

Simione Perugini, musicista, Cortona

Maurizio Rossi, Pensionato, ex operaio La Magona D’Italia, Piombino

Ettore Ceccanti, autista Tiemme Grosseto

Paolo Gianardi, Pensionato comune di Piombino, SPI CGIL

Stefania Martelloni. Pensionata ex impiegata Tiemme Piombino

Giuliana Giuliani, Castagneto Carducci

Aldo Montalti, SPI CGIL

Alessandro Giannetti, USB, ex operaio ENEL Lardello

Gianfranco Bilancieri, Medico, Castagneto Carducci

Emanuela Pulcini, COBAS lavoro privato, Coopculture Roma

Ivan Romanò, operaio chimico Pirelli Bollate

Sonia Lenti

Lorenzo Materiali

Giuseppe Di Pede, operaio cartaio Cartiera Burgo, Sora (FR)

Gisella Rossi




(in aggiornamento)

Appello "Unire le lotte contro i licenziamenti"

Alitalia/ITA, gravissimo attacco a lavoratori e lavoratrici

 


Il trasporto aereo sta conoscendo in tutto il mondo un enorme processo di ristrutturazione legato alla crisi del settore, precipitata dalla pandemia. Naturalmente a scapito dei salariati. In Italia la danza attorno al cadavere di Alitalia, in amministrazione straordinaria, sta producendo l'attacco più grave. Una compagnia di bandiera saccheggiata negli anni e decenni da azionisti avventurieri e manager lestofanti, col concorso di tutti i governi, è in crisi terminale. I commissari da tempo incaricati della sua liquidazione, a garanzia dei creditori, sono alla fine dell'opera. Ma con qualche complicazione imprevista.


La UE, pressata dalle compagnie concorrenti, chiede ad Alitalia di restituire i 900 milioni di prestito ponte a suo tempo effettuato, in quanto “aiuto di Stato”, ciò che oggi determinerebbe il fallimento formale di Alitalia.
Ma se Alitalia va in fallimento, come possono i commissari straordinari che la gestiscono cedere i gioielli aziendali alla nuova compagnia subentrante (ITA, Italia Trasporto Aereo), e per di più garantire le banche creditrici? Da qui una duplice operazione. Da un lato il governo chiede formalmente alla UE di sospendere temporaneamente la richiesta di restituzione del prestito. Dall'altro lo stesso governo garantisce la UE che in omaggio alla libera concorrenza la nuova compagnia, controllata dal Tesoro, sarà in discontinuità con la vecchia. In altri termini, garantisce che non si tratta di una nazionalizzazione, più o meno mascherata.

La discontinuità annunciata si concretizza nel fatto che ITA, la nuova compagnia, assumerebbe solo 2800 lavoratori, sui quasi 11000 dipendenti attuali di Alitalia. Per di più i 2800 non sono necessariamente tra i lavoratori uscenti, perché verrebbero riassunti sul libero mercato. Gli uscenti che volessero provare ad essere riassunti dovrebbero fare tutta la trafila della presentazione del curriculum, partendo da zero. È la concorrenza, bellezza, quella tra i salariati.

Non è tutto. I 2800 “fortunati” verrebbero assunti non col contratto nazionale ma con un contratto aziendale che prevede tagli del 30% sui salari di tutte le figure professionali. E per gli altri 8000 lavoratori che rimangono a spasso? Nessuno di loro si illuda di poter godere del “privilegio” di una cassa integrazione lunga come i licenziati del 2008. Al massimo, se va bene, un anno di cassa integrazione, e un po' di formazione, per candidarsi sul mercato a futura memoria. ITA dichiara che ne potrebbe riassumere qualcuno entro il 2025, ma solo se il mercato lo consentirà.

In realtà tutto fa pensare che ITA sia solo una tappa dell'operazione. Come il governo Draghi ha già fatto intendere, non c'è alcuna volontà di tenere a lungo una compagnia controllata dal Tesoro. L'obiettivo è quello di ricollocare la nuova ITA sul mercato per nuovi compratori pescecani. Lufthansa si è candidata da tempo a rilevare le spoglie di Alitalia. La sua unica richiesta è quella dello spezzatino per poter comprare ciò che le conviene e mollare il resto. È esattamente quanto sta facendo il governo assieme ai commissari straordinari: separazione della cessione dei 52 aerei dalla cessione del marchio; esternalizzazione annunciata dei servizi aereo portuali; una deroga governativa nel decreto infrastrutture all'obbligo di accollarsi i dipendenti da parte di una azienda che acquisisce un ramo d'azienda da un'amministrazione straordinaria. ITA è dunque il nuovo boccone appetibile per il mercato capitalistico dell'aviazione europea. Il taglio dei posti di lavoro, le condizioni contrattuali umilianti dei pochi lavoratori assunti, sono l'offerta di mercato di ITA con la copertura del Tesoro. L'ex manager FIAT Alfredo Altavilla a capo di ITA è l'uomo perfetto per l'operazione: applica al trasporto aereo la logica di Marchionne.

Su questo terreno non c'è nulla da trattare. Persino le burocrazie sindacali che per lungo tempo hanno coperto un negoziato a perdere sono state costrette (per il momento) ad alzarsi dal tavolo. Ma non è sufficiente un gesto episodico e formale. È necessario che tutte le organizzazioni di classe del settore uniscano le proprie forze a difesa di tutti i posti di lavoro e dei diritti sindacali minacciati. È ciò che propone giustamente CUB Alitalia, sin dal 2008 l'organizzazione più coerente e determinata della categoria.

ITA ha annunciato per il 15 ottobre il proprio decollo? Sarebbe bene informarla che alle condizioni poste per quella data non ci sarà alcun decollo. Come i lavoratori possono occupare una fabbrica, così possono occupare le piste.

C'è bisogno al tempo stesso di una lotta generale di tutti i lavoratori e le lavoratrici del trasporto aereo di tutte le compagnie. Basta con la concorrenza al ribasso tra le compagnie sulla pelle dei lavoratori! L'intero trasporto aereo va nazionalizzato sotto il controllo dei lavoratori, a tutela dei posti di lavoro e della dignità di ognuno. Il trasporto è un servizio pubblico e deve essere posto sotto controllo pubblico, tutto. E devono essere i lavoratori a controllare direttamente la gestione del trasporto, sulla base di un piano nazionale, contro mazzette, ruberie, sprechi, clientelismi.

Occorre inoltre gettare un ponte verso tutte le altre vertenze a difesa del lavoro, a partire da GKN e Whirlpool, per una piattaforma di lotta comune contro i licenziamenti.
Giù le mani dal lavoro! Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano! No a privatizzazioni mascherate!

È il tema di una petizione nazionale oggi promossa da avanguardie di lotta di diverse aziende in crisi, e di diversa appartenenza sindacale. Il PCL, assieme ad altri soggetti, sostiene convintamente questa petizione. La manifestazione nazionale di sabato 18 settembre a Firenze sarà un'occasione di sviluppo importante di questa campagna unitaria, nell'interesse dell'intero mondo del lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori è presente alle elezioni amministrative comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna, con un proprio candidato a sindaco.


Il fine è quello di presentare pubblicamente le proposte e il programma di un'organizzazione rigorosamente anticapitalista, da sempre schierata dalla parte dei lavoratori.

Anche sul terreno cosiddetto amministrativo sosteniamo le ragioni del lavoro. Rivendichiamo ad esempio la regolarizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione, la cancellazione dei finanziamenti alla scuola privata, l’abolizione del debito comunale verso il capitale finanziario, la requisizione delle case sfitte, la rottura con gli interessi della proprietà immobiliare. Misure che riconduciamo alla prospettiva politica generale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da comunisti siamo contrapposti a tutti gli altri partiti e schieramenti. Contro le destre reazionarie di Salvini e Meloni, contro il populismo fallito del M5S, contro il Partito Democratico, espressione della borghesia liberale e dell’establishment. L’attuale governo di unità nazionale di Mario Draghi chiarisce che tutti questi partiti stanno dalla parte del capitale contro il lavoro. Noi siamo dalla parte opposta, in coerenza con la nostra opposizione a tutti i governi che l’hanno preceduto, di centrosinistra o centrodestra o giallo-verdi.

Siamo contrapposti a ogni forma di posizione no vax. Per la cancellazione dei brevetti delle multinazionali del vaccino, per un'estensione della vaccinazione di massa su scala nazionale e planetaria, per il raddoppio del finanziamento pubblico nella sanità pubblica e gratuita, finanziato da una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, per la nazionalizzazione della sanità privata e dell’industria farmaceutica.

Da comunisti siamo contrapposti a posizioni rossobrune come quelle del PC di Rizzo, nemiche persino dei diritti civili, e alternativi ad organizzazioni della sinistra cosiddetta radicale come Rifondazione Comunista, che hanno votato a suo tempo la fiducia alle missioni militari, come a quella in Afghanistan, e alla detassazione dei profitti.

La nostra autonomia politica ed elettorale, attorno al nostro programma indipendente, non contraddice l’impegno a favore della massima unità d’azione di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio sul terreno della lotta di classe. Oggi, ad esempio, a favore dell'unità di lotta di tutte le vertenze a difesa del lavoro, attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, come GKN o Whirlpool.

Da ogni versante, la nostra partecipazione alle elezioni è mirata a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori e delle lavoratrici in direzione anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta contro i licenziamenti

 


Per una risposta unitaria che sia pari all'attacco

31 Agosto 2021

Un contributo che il Partito Comunista dei Lavoratori sottopone alla riflessione e alla discussione di tutte le organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, di cui siamo parte

Cari compagni e care compagne,

Crediamo sia necessario aggiornare con uno sguardo d’insieme lo scenario che si presenta al piede di partenza dell’autunno dal punto di vista delle lotte per il lavoro. Anche per evitare, come talvolta è accaduto in passato, di dover rincorrere gli eventi, e di essere costretti a forme di precipitazione della nostra discussione.

Il padronato sviluppa la propria offensiva dopo lo sblocco dei licenziamenti, gentilmente concesso dalla burocrazia sindacale con uno scandaloso “avviso comune”. I licenziamenti non saranno un fatto generalizzato e indistinto, perché una parte della forza lavoro è stata già liquidata con il mancato rinnovo di un milione di contratti precari, e per via degli effetti compensativi parziali del rimbalzo economico in atto. Tuttavia, non saranno licenziamenti ordinari. Si concentreranno in settori centrali dell’industria e del proletariato italiano. Nel settore dell’automotive (dalla componentistica a Stellantis), interessato alla profonda riorganizzazione della produzione automobilistica; nella siderurgia, che resta in forte sovrapproduzione globale; nell’industria tessile e della moda, fortemente esposti sul terreno dell’esportazione, dove lo sblocco è previsto per il 31 ottobre. Parallelamente investiranno il settore dei trasporti (Alitalia) e del credito (MPS), interessati a forti processi di concentrazione capitalistica.

Questa offensiva si dispiega oltretutto senza disporre di una rete tempestiva di ammortizzatori, come chiedeva la burocrazia sindacale. L’operazione ammortizzatori dovrà entrare a bilancio nella prossima Legge di stabilità, assieme alle nuove misure sulle pensioni, e non potrà essere operativa prima del 2022. Peraltro, gli ammortizzatori in discussione si configurano come atterraggio morbido dei licenziamenti e creazione di nuovo precariato (allargamento della cassa differenziato per tipologia d’impresa, contratto di espansione come scivolo pensionistico a perdere, contratto di rioccupazione con declassamento incorporato attraverso l’apprendistato) più che come protezione sociale dei licenziati. La probabile revisione peggiorativa del reddito di cittadinanza, con l’obbligo di accettazione dei contratti stagionali, su richiesta delle imprese, completa il quadro. Per di più anche gli spiccioli della “riforma” saranno messi a carico dei salariati, perché la pressione sul debito pubblico italiano limita lo spazio di manovra del governo, già alle prese con la promessa corale di un'ulteriore detassazione del capitale (cancellazione IRAP e riduzione IRES).

La legge in gestazione contro le delocalizzazioni (Orlando-Todde) punta a normalizzare i licenziamenti dal punto di vista procedurale: tempi di preavviso, piani di mitigazione delle ricadute occupazionali, coinvolgimento di istituzioni e sindacati nella gestione dei licenziamenti. La minaccia di multe e di privazione dei contributi pubblici per chi non seguisse la procedura prevista è poco più che simbolica per aziende che vogliono chiudere. Peraltro, la procedura non riguarda le aziende che chiudono per crisi economico-finanziaria e le delocalizzazioni interne alla UE, tutelate dalla libera concorrenza continentale. Per di più la legge è ora sotto attacco di Confindustria e sarà rivista al ribasso, con la cancellazione delle sanzioni, già scomparse, non a caso, nell’ultima versione della legge. In altri termini, com’era prevedibile, si tratta di una truffa, al pari della legge Florange (Francia 2014) cui si ispira.

Il punto è come rispondere a questa specifica linea di attacco, sul piano della proposta e dell’azione, a partire dalle esperienze di lotta che già si sono prodotte nell’ultima fase.
Pensare che l’azione di sciopero generale dell’11 ottobre sia in sé “la risposta” sarebbe profondamente sbagliato. L’azione di sciopero del sindacalismo di classe è importante, tanto più perché finalmente unitaria. Tutte le organizzazioni del Patto d'azione sono impegnate, senza riserve, a sostenerla e promuoverla. Ma occorre capire come si prepara, con quali processi interferisce e si incrocia, quali prospettive dischiude. La stessa valenza concreta dello sciopero dipenderà in larga parte da questo

Il quadro della lotta di classe resta complessivamente negativo, ma nell’ultima fase si sono prodotti in controtendenza alcuni fatti rilevanti.

Il ciclo di lotta della logistica, a lungo isolato, ha rotto il proprio isolamento. Prima l’aggressione squadrista di Tavazzano e alla Texprint, e poi il tragico assassinio di Adil, hanno prodotto un salto di attenzione pubblica non solo sulla lotta della FedEx ma sulla condizione complessiva, lavorativa e sindacale, dell’intero settore. La dinamica di scioperi spontanei nelle fabbriche che sono seguiti all’omicidio ha coinvolto un settore dell’avanguardia larga della classe operaia, ed anche lavoratori impegnati in specifiche vertenze aziendali (Whirlpool). Nelle tre settimane che precedevano lo sblocco dei licenziamenti, il SI Cobas si è trovato al centro di una attenzione di massa, mediatica e sindacale, del tutto inedita nelle sue dimensioni, polarizzando un sentimento diffuso di solidarietà di classe che ha travalicato i confini di settore e di appartenenza sindacale.

In quel preciso contesto continuiamo a pensare che proporre pubblicamente alla CGIL di promuovere uno sciopero generale congiunto contro lo sblocco annunciato dei licenziamenti avrebbe significato mettere la burocrazia di fronte alle sue responsabilità agli occhi della parte più avanzata della sua base operaia, in particolare nell’industria. E avrebbe dunque permesso di capitalizzare in quei settori il prevedibile rifiuto e la successiva capitolazione vergognosa di Maurizio Landini. In altri termini, avrebbe rappresentato una forma di attacco efficace alla burocrazia, allargando la breccia nella sua base. Non averlo fatto ha rappresentato, a nostro avviso, un’occasione persa e un errore.

Dopo lo sblocco e la prevedibile capitolazione della CGIL, i licenziamenti annunciati in GKN, Whirlpool, Gianetti, Timken, hanno materializzato le sue conseguenze.
La lotta in GKN, a partire dall'occupazione dello stabilimento di Firenze, ha assunto in questo quadro una grande rilevanza sindacale e politica. Non è una vertenza sindacale ordinaria. L’alto tasso di sindacalizzazione FIOM, la direzione della lotta in mano a un settore classista (opposizione CGIL), la presenza nella sua direzione di compagni formati e sperimentati, conferiscono a questa vicenda un'importanza particolare che va molto al di là di una normale vertenza aziendale. Lo testimonia la vasta solidarietà incontrata sul territorio e la sua trasversalità sindacale e politica, ma anche il tentativo della burocrazia CGIL, e dello stesso Landini, di recuperare il bandolo della vicenda prima che gli esploda nelle mani.

Si tratta allora di dare una proiezione generale a queste lotte in controtendenza per mettere a frutto le loro potenzialità, superando il riflesso condizionato della routine. Da qui la responsabilità di proposta e di azione.

I compagni di GKN hanno detto “insorgiamo”, evocando la necessità di una ribellione operaia. Bene. Si tratta di dare una traduzione concreta all’appello, evitando che resti un'evocazione retorica. E questo interroga non solo i compagni di Firenze ma anche il nostro Patto d’azione anticapitalista e l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Abbiamo insomma una seconda occasione per dare un respiro di massa al nostro intervento in direzione della classe operaia industriale, che ha obiettivamente, come i fatti dimostrano, una valenza strategica. Non sprechiamola.

In primo luogo, crediamo vada generalizzata in termini di proposta la scelta compiuta dai compagni GKN per ciò che riguarda le forme di lotta: l’occupazione delle aziende che licenziano, per impedire che i padroni si portino via i macchinari, e la costruzione di una cassa di resistenza nazionale per le lotte esistenti e per quelle che verranno.

L’occupazione dell’azienda che licenzia è stata osteggiata dalla burocrazia sindacale in tutti passaggi cruciali della lotta di classe negli ultimi decenni (Fiat 1980, Alitalia 2008, FIAT Termini Imerese 2009, Whirlpool 2019). La ragione è semplice: l’occupazione è una prima forma di esproprio della proprietà, confligge con la concertazione, pone la questione della forza come strumento di risoluzione della vertenza. Per la stessa ragione è una forma di lotta necessaria come replica proporzionale alla radicalità del padrone. Contribuisce a tenere uniti i lavoratori, a contrastare la demoralizzazione, a infondere coraggio e determinazione, a polarizzare attorno alla lotta un più vasto campo di solidarietà, come dimostra già oggi l’occupazione di GKN Firenze. Dare l’indicazione di generalizzare questa risposta di lotta in condizioni analoghe significa dire “fare come GKN”.

Lo stesso vale per ciò che riguarda la cassa di resistenza. Si tratta di una forma di organizzazione della lotta che si è affacciata nella logistica, in Whirlpool, e ora in GKN. Risponde all’esigenza elementare di sostenere economicamente una lotta prolungata senza dover dipendere dal quadro precario e a termine degli ammortizzatori esistenti. È uno strumento di forza. Se si generalizza l’indicazione di occupare le aziende che licenziano, occorre proporre una cassa di resistenza nazionale unitaria, da porre sotto controllo collettivo, che possa sostenere materialmente quella scelta di lotta. Non si può “insorgere” senza un'autorganizzazione economica della lotta. Ciò che vale in GKN vale ovunque.

Infine, non è possibile dare una indicazione generale sulle forme di lotta e di organizzazione della stessa senza porsi la questione dell’obiettivo cui finalizzare la lotta. Dire “il ritiro dei licenziamenti” è necessario, ma non sufficiente. Rischia di ridursi a una pressione illusoria sulla proprietà che ha già deciso altrimenti, e da tempo, portando i lavoratori in un vicolo cieco (Whirlpool) e preparando il terreno per soluzioni a perdere (la ricerca dell’ennesimo compratore privato che o non esiste o pone come condizione d’acquisto il taglio degli organici e la cancellazione di diritti).

Occorre legare la parola d’ordine del blocco generale dei licenziamenti alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano. Abbiamo posto da tempo questa rivendicazione alla riflessione del Patto d'azione, avendo da tempo previsto lo sblocco dei licenziamenti come passaggio centrale dello scontro di classe. Ne è seguita una discussione che ha visto partecipi la larga maggioranza delle soggettività politiche e sindacali del Patto. Abbiamo risposto puntualmente a tutte le obiezioni, perplessità, fraintendimenti (“non esistono i rapporti di forza”, “non è realizzabile”, “i lavoratori non ci seguirebbero”, “meglio rivendicare il salario ai disoccupati”, etc.).

Ora la discussione va conclusa con una decisione, quale che sia, che naturalmente ci auguriamo positiva. Perché i tempi stringono e siamo in obiettivo ritardo.

Ci limitiamo ad osservare che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano è l’unica rivendicazione che può unire le vertenze a difesa del lavoro contrapponendosi alla loro frammentazione: opponendosi al governo confindustriale e alle sue leggi truffa; dando proiezione alla occupazione delle aziende; ponendo il tema della proprietà quando la proprietà è inconciliabile col lavoro. La sua funzione è rispondere alla radicalità dei padroni con una radicalità uguale e contraria. E di legare la difesa del posto di lavoro alla prospettiva di un’alternativa anticapitalista, cioè di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Peraltro, tutte le esperienze sul campo di presentazione di questa proposta nelle assemblee dei lavoratori in lotta hanno permesso di verificare l’ampio consenso di cui è capace. Proponiamo al Patto d'azione e all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di assumerla, e di farne oggetto di una vera e propria campagna unificante, proponendola a sua volta ai lavoratori e alle lavoratrici delle aziende in lotta. Non si può “insorgere” nel rispetto del diritto di proprietà.

A partire dall’insieme di questa proposta (occupazione delle aziende che licenziano, cassa nazionale di resistenza, nazionalizzazione delle aziende che licenziano senza indennizzo e sotto controllo operaio) crediamo sarebbe importante promuovere un'assemblea nazionale delle vertenze in lotta a difesa del lavoro, che decida democraticamente sulla piattaforma rivendicativa e di azione, e dia vita a un coordinamento nazionale stabile. Va da sé che se fosse il collettivo di fabbrica GKN a lanciare la proposta e promuovere l’iniziativa, questa potrebbe avere una risonanza e capacità di attrazione assai più elevata.

Infine, pensiamo centrale il raccordo col movimento di lotta dei proletari di altri paesi. Il collegamento stabilito dai lavoratori GKN di Firenze con gli operai GKN di Birmingham, anch’essi colpiti dai licenziamenti, è di estrema importanza. Così è importante guardare allo sviluppo della lotta contro i licenziamenti in Francia. Il Front Social, che raccoglie diversi settori dell’avanguardia di classe di diversa collocazione sindacale (CGT e SUD), come l’Assemblea dei combattivi in Italia, sta preparando una grande manifestazione nazionale a Parigi contro i licenziamenti, attorno a parole d’ordine simili a quelle che abbiamo proposto. Pensiamo sia necessario coinvolgere questo settore classista nel sostegno all’azione di sciopero generale previsto per l’11 ottobre e nelle assemblee preparatorie dello stesso, e assicurare per parte nostra un pieno coinvolgimento nella manifestazione in preparazione in Francia.

Partito Comunista dei Lavoratori


No a soluzioni truffa per GKN e Whirlpool

 


Il governo vende fumo per ingannare e dividere gli operai

Lo sblocco dei licenziamenti, sottoscritto da Landini, e la serie di licenziamenti collettivi che ne sono seguiti hanno acceso i fari sul comportamento dei capitalisti.
Gli stessi che hanno liberalizzato i licenziamenti, dietro la copertura di una pietosa raccomandazione a non farli, levano grida scandalizzate e piangono lacrime di coccodrillo. Ministri, autorità istituzionali, dirigenti sindacali, tutti fanno la fila per ostentare la propria indignazione contro gli azionisti Whirlpool, GKN, Gianetti, che hanno semplicemente applicato a proprio vantaggio ciò che è stato loro concesso su un piatto d'argento. Non era forse prevedibile che lo facessero? Il fine dello sblocco, per cui Confindustria aveva tanto insistito, non era forse quello di consentire i licenziamenti?

Ora, siccome i lavoratori di GKN hanno occupato la fabbrica, e sembrano decisi a non mollare, la paura di governo e burocrazie sindacali è che questa forma di lotta possa diventare un precedente pericoloso, capace di contagio. La prima preoccupazione che hanno non è quella di bloccare i licenziamenti, ma di bloccare l'unificazione delle vertenze del lavoro in un unico fronte di lotta. A questo fine il governo Draghi procede con due strumenti complementari.


LE SOLUZIONI PATACCA

Il primo è quello di vender fumo ai lavoratori coinvolti nelle vertenze attorno a possibili soluzioni di mercato.

Ai lavoratori Whirlpool il governo promette un fantomatico piano di mobilità sostenibile che dovrebbe coinvolgere ignoti imprenditori campani del settore delle automotive e che dovrebbe consentire la rioccupazione dei lavoratori dello stabilimento di Napoli.
Facciamo notare che il “piano di mobilità sostenibile” fu la bandiera con cui la Regione Lombardia all'inizio degli anni 2000 liquidò l'Alfa Romeo di Arese. Anche allora, con parole identiche, si promise che i lavoratori sarebbero stati salvaguardati. In realtà accadde l'opposto: la disgregazione di una comunità operaia, una massa di nuovi disoccupati o di lavoratori declassati. E questo accadde oltretutto in un quadro economico sicuramente più florido di quello campano del 2021. Chi vogliamo dunque prendere in giro?

Per la GKN non va diversamente. L'ultima voce ufficiosa è quella per cui il governo farebbe pressione su Stellantis, cliente all'80% di GKN, per risolvere la vertenza. Risolvere come e cosa? Anche le pietre sanno che GKN ha interesse a smobilitare Firenze per inseguire Stellantis in Francia e Polonia. Perché Stellantis dovrebbe occuparsi della sorte dei lavoratori di Firenze invece che dei profitti della sua azienda fornitrice di componentistica?
Oltretutto nella stessa giornata in cui il governo presenta Stellantis come chiave di soluzione della vertenza GKN, l'amministratore delegato di Stellantis Tavares informa la stampa che in azienda vi sono 12000 esuberi e che con questi costi non si può continuare. Non a caso Tavares sta cercando di riconvertire l'enorme prestito concesso da Banca Intesa e coperto dallo stato italiano, per avere una mano più libera in fatto di licenziamenti. Sarebbero questi i salvatori degli operai GKN?

La seconda nuvola di fumo da vendere ai lavoratori è quella di un progetto di legge contro le delocalizzazioni. È la stessa patacca che nel 2018 Luigi Di Maio, allora ministro del lavoro, presentò ai lavoratori della Bekaert e della stessa Whirlpool quale soluzione dei loro problemi. Infatti. L'idea riciclata è quella di disincentivare le delocalizzazioni prevedendo l'informazione preventiva di sei mesi (“avvisateci per tempo”) e multe economiche, più o meno salate. Come se un'azienda interessata strutturalmente a chiudere e investire altrove la produzione per anni o decenni non potesse includere tranquillamente la multa una tantum nel bilancio economico dell'operazione. Ma c'è di più: questi disincentivi irrisori non varrebbero per le delocalizzazioni compiute all'interno dell'Unione Europea, perché questo danneggerebbe la libera concorrenza continentale, cioè la libertà di sfruttamento alla ricerca di tassi di profitto più elevati. Dunque ad esempio GKN potrebbe fare tranquillamente ciò che ha fatto.


LA NAZIONALIZZAZIONE È L'UNICA SOLUZIONE

Tutto questo dimostra una cosa sola: solo una nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio può difendere i posti di lavoro. Solo l'aperta rottura con le regole del gioco della società capitalista può aprire una prospettiva nuova. Solo su questa prospettiva è possibile unificare le tante vertenze a difesa del lavoro in un unico fronte di mobilitazione, capace di metter paura a governo e padroni, di modificare i rapporti di forza, di strappare risultati concreti per gli operai. Fuori da questa prospettiva c'è solo l'eterno ripetersi di un film già visto troppe volte nell'ultimo decennio: quello della sconfitta in ordine sparso, azienda per azienda, del movimento operaio italiano.

“Insorgiamo” hanno detto giustamente i lavoratori di GKN. Per questo diciamo: “fare ovunque come in GKN”. Occupare le aziende che licenziano, impedire che portino via i macchinari, imporre il controllo dei lavoratori sugli stabilimenti in questione.
La parola d'ordine della loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo operaio, ci pare la proiezione naturale della loro occupazione: la via per dare a questa forma di lotta una bandiera unificante, al servizio di tutta la classe operaia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La confessione di Maurizio Landini

 


22 Luglio 2021

L'intervista alla Stampa chiarisce una volta di più le responsabilità della burocrazia CGIL

Dopo la firma dell'avviso comune con governo e padroni, che ha sbloccato i licenziamenti; dopo che i licenziamenti collettivi di Gianetti, GKN, Whirlpool, Timken hanno mostrato a tutti la natura truffaldina dell'accordo siglato, il segretario della CGIL Maurizio Landini ha sentito il bisogno di spiegare le proprie ragioni a La Stampa (21 Luglio). In realtà una involontaria confessione.

Il giornale padronale, cinicamente, affonda il dito nella piaga: «L'intesa con governo e imprese contro il taglio degli organici non sembra funzionare bene. Pochi giorni dopo lo sblocco vi sono stati migliaia di licenziamenti...». La risposta di Landini è un esercizio di balbuzie: «Premettiamo che l'accordo è stato realizzato dopo che i partiti della maggioranza di governo, tutti i partiti della maggioranza, avevano detto sì allo sblocco lasciando solo qualche eccezione di settore. Siamo riusciti ad impegnare governo e associazioni imprenditoriali a ricorrere prima agli ammortizzatori sociali».

Ma come? Il fatto che tutti i partiti di governo avessero deciso lo sblocco non doveva essere una ragione in più per mobilitarsi contro il governo e tutti i suoi partiti? Invece no. Landini sembra dire che siccome il governo aveva deciso, non si poteva fare di più. Ma allora cosa ci sta a fare un sindacato se la sua funzione è quella di notaio di un governo padronale di unità nazionale? Invece di spiegare perché l'“avviso comune” si è rivelato una bufala, vista l'ondata dei licenziamenti, Landini dice che “siamo riusciti a impegnare governo e associazioni imprenditoriali a ricorrere prima agli ammortizzatori”. In altri termini rivendica, come se nulla fosse accaduto, lo stesso “impegno” comune che è stato smentito dai fatti. Penoso.

L'intervistatore, che non vuol apparire cretino, pone ancora la domanda: «Perché non ha funzionato?» Risposta: «Ora stiamo chiedendo di far applicare quell'accordo ad alcune multinazionali che ragionano con una logica da Far West». Ma come? Landini scopre ora che i padroni fanno i padroni, tanto più se non sono vincolati a nulla, salvo la... “raccomandazione” di Landini? Se le multinazionali utilizzano lo sblocco dei licenziamenti che Landini ha firmato non è la riprova che l'avviso comune era solo la copertura dello sblocco, e che averlo presentato agli operai come una loro vittoria ha rappresentato semplicemente una truffa?

In realtà più il segretario della CGIL cerca di arrampicarsi sugli specchi per giustificare la propria capitolazione ai padroni, più conferma – se ve era bisogno – il senso vero dell'accordo firmato: la ricerca di un ruolo nell'unità nazionale, l'esibizione della propria volontà di far parte dello sforzo patriottico per il rilancio e riorganizzazione del capitalismo italiano e delle sue fortune sul mercato mondiale. L'unica vera preoccupazione di Landini è di non essere scaricato da Draghi e dai padroni. Di non veder ignorate e respinte le proprie offerte di collaborazione. Che infatti vengono rilanciate, non a caso, proprio nell'intervista in questione: «Il governo ci convochi presto al tavolo con le imprese per far applicare l'accordo contro i licenziamenti. Ma questo deve essere solo il primo passo. Il vero punto è come governare la riconversione produttiva che cambierà il paese nei prossimi 5-10 anni». «Cogestione alla tedesca?» chiede La Stampa. «Preferisco chiamarla codeterminazione. Aziende e sindacati si impegnano a consultarsi prima sulle scelte strategiche e a difendere insieme il lavoro e l'occupazione. Una scelta di riconoscimento reciproco». Lo scopo? Prevenire il conflitto in fabbrica, risponde il segretario della CGIL, sapendo di parlare al giornale di casa Agnelli.

Ma cos'altro ha fatto la burocrazia sindacale sinora se non prevenire il conflitto? Neppure un'ora di sciopero contro lo sblocco dei licenziamenti, persino peggio delle miserabili tre ore di sciopero contro la legge Fornero (peraltro tornata nel giro di governo).
Lo spazio che i padroni hanno preso è quello che la burocrazia sindacale ha lasciato loro. “Consultarsi prima sulle scelte...”: ma la “consultazione” è forse mancata? Non c'è stata forse consultazione prima dello sblocco dei licenziamenti? Una telefonata non si nega a nessuno, neppure un incontro, se occorre. Il riconoscimento reciproco rivendicato da Landini si riduce a questo: Confindustria riconosce a Landini la funzione di prevenire il conflitto, cioè di disinnescare gli scioperi. Landini dà a Confindustria e governo carta bianca, basta che “riconoscano” il suo ruolo di pompiere e provino a salvargli la faccia.

Questa logica di scambio è la politica della disfatta per gli operai a tutto vantaggio dei loro padroni. La richiesta di dimissioni di Landini, avanzata da una parte dell'opposizione CGIL, chiama apertamente in causa questo corso politico della burocrazia sindacale che oggi Landini rappresenta, e pone l'esigenza di un'altra linea e un'altra prospettiva. Per questo si rivolge a tutti i lavoratori combattivi che oggi militano in CGIL perché prendano la parola e impongano una svolta, classista e anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori