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Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

Contro la guerra imperialista USA al Venezuela! Intervista a Gonzalo Gómez (Marea Socialista)

 


Riprendiamo da Tempest, organizzazione nella quale sono attivi alcuni compagni della LIS (Lega Internazionale Socialista) negli USA, un'intervista di Anderson Bean a Gonzalo Gómez (Marea Socialista, sezione venezuelana della LIS), avvenuta prima dell'attacco del 3 gennaio.



All’alba del 3 gennaio, le forze armate statunitensi – con 150 aerei da combattimento, elicotteri d'assalto e droni di ultima generazione – hanno lanciato un attacco contro il Venezuela. I bombardamenti hanno colpito il più grande complesso militare del Paese a Caracas, oltre a obiettivi a La Guaira, Miranda e Aragua. Meno di 90 minuti dopo, Nicolás Maduro è stato rapito e portato fuori dal Paese.

In una successiva conferenza stampa, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero «amministrato» il Venezuela fino a quando non si fosse verificata una «transizione sicura», chiarendo la natura neocoloniale di questa transizione. Nella stessa conferenza, Marco Rubio ha chiarito che l'operazione mirava a creare un precedente per tutta l'America Latina, affermando: «Se vivessi all'Avana e facessi parte del governo, sarei preoccupato».

Con questo atto di palese aggressione imperialista, l'amministrazione Trump è entrata in una nuova fase di affermazione imperialista, caratterizzata dall'appropriazione scoperta di territorio, risorse e autorità politica. Il cosiddetto "ordine basato sulle regole" è stato smascherato come una vuota finzione: non viene più nemmeno invocato ed è stato sostituito dall'uso diretto della forza, giustificato da pretesti di comodo come il narcotraffico.

Per l'America Latina, questo non è semplicemente un altro episodio di aggressione, ma una profonda ferita alla dignità regionale e all'autodeterminazione dei suoi popoli, le cui conseguenze si estenderanno ben oltre il Venezuela. L'attuale presidente ad interim, l'ex vicepresidente di Maduro Delcy Rodríguez, ha parlato di «collaborazione e dialogo» con Trump e gli Stati Uniti, da intendersi come un rapporto di tutela e cooperazione con pieno accesso al petrolio. Finora, questo approccio è stato sostenuto dall'intero potere esecutivo, dalla leadership militare e dal PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). Resta da vedere se emergeranno fratture.

È importante notare che Trump sta spingendo per questa "transizione" invece di sostenere Edmundo González o María Corina Machado, perché crede che in questo modo possa garantire maggiore controllo e stabilità ai suoi piani di dominazione coloniale o semicoloniale.

Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha intensificato drasticamente la pressione degli Stati Uniti sul Venezuela. Ciò che è iniziato come sanzioni e minacce retoriche ha assunto sempre più la forma di intimidazioni militari, attacchi marittimi, sequestri di petrolio e accordi segreti, spesso giustificati con il pretesto della "guerra alla droga" o della "sicurezza nazionale". Al momento di questa intervista (prima dell'attacco e del rapimento di Maduro del 3 gennaio), gli Stati Uniti avevano effettuato più di 30 operazioni militari contro navi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, provocando almeno 107 morti.

Allo stesso tempo, Trump ha silenziosamente esteso l'accesso della Chevron al petrolio venezuelano attraverso accordi poco trasparenti nonché discutibili dal lato costituzionale, nonostante la sua amministrazione definisca il Venezuela uno "stato terrorista" e raddoppi la ricompensa per la cattura di Nicolás Maduro.

Questi sviluppi sollevano interrogativi urgenti. Perché gli Stati Uniti stanno intensificando la loro azione? Cosa spiega le contraddizioni tra sanzioni, aggressione militare e continuo sfruttamento petrolifero? In che modo le divisioni interne alla cerchia ristretta di Trump – tra intransigenti sostenitori di un cambio di regime e pragmatici legati al settore energetico – influenzano la politica statunitense? E in che modo Maduro ha utilizzato le minacce statunitensi per giustificare l'intensificazione della repressione interna, in particolare contro i lavoratori, gli oppositori di sinistra e le organizzazioni popolari?

Per aiutare a svelare il significato e le conseguenze delle ultime mosse di Trump – e per chiarire quale dovrebbe essere una posizione indipendente e antimperialista per la sinistra – Anderson Bean di Tempest intervista il comunista venezuelano Gonzalo Gómez di Marea Socialista sulla politica venezuelana e sulle relazioni tra Stati Uniti e America Latina.

Nota: questa intervista è stata realizzata prima degli eventi del 3 gennaio.


Anderson Bean: Trump ha intensificato le sanzioni, schierato una massiccia presenza militare nei Caraibi, autorizzato attacchi letali contro le navi e sequestrato il petrolio venezuelano. Eppure, allo stesso tempo, ha esteso la licenza di Chevron per operare sotto condizioni opache e segrete. Come dobbiamo interpretare questa combinazione di escalation e accomodamento? Cosa c'è di veramente nuovo e cosa rappresenta un'accelerazione dell'attuale politica statunitense?

Gonzalo Gómez: Credo che ci sia un doppio gioco da entrambe le parti. Trump sta usando la carota e il bastone: sono elementi contraddittori che, allo stesso tempo, si combinano dialetticamente per servire i suoi fini e interessi.
Questa situazione sembra anche funzionale al mantenimento del governo di Nicolás Maduro, date le condizioni in Venezuela. La novità, potremmo dire, è l'intensificazione delle azioni militari: il blocco aereo e marittimo, gli attacchi alle imbarcazioni di presunti narcotrafficanti (farò un'osservazione su questo più avanti), e le restrizioni al traffico aereo e alla circolazione delle navi che trasportano prodotti petroliferi venezuelani, ma non della Chevron. Ora affermano anche di aver attaccato un presunto centro di produzione di droga a terra, il che non è chiaro.
Questo rappresenta un aumento della pressione sul Venezuela e sul governo di Nicolás Maduro, principalmente sul fronte militare. Ma queste azioni sono ancora piuttosto limitate e sembrano più che altro volte a creare scenari che obblighino a negoziare con il governo o consentano agli Stati Uniti, e a Trump, di ottenere qualche concessione dal governo di Nicolás Maduro.
Non si tratta ancora di azioni decisive, anche se indicano un intervento o potrebbero essere il preludio a qualcosa di più serio in arrivo. Queste azioni rappresentano, evidentemente, un aumento rispetto alle semplici sanzioni: sia contro figure del regime venezuelano, sia alle sanzioni economiche. Ma sembrano anche essere un messaggio al resto dei paesi dell'America Latina, all'opposizione di estrema destra filoimperialista che chiede segnali all'amministrazione Trump, e al posizionamento degli Stati Uniti sulla scena geopolitica strategica: la sua agguerrita competizione con Cina e Russia e il suo tentativo di impedire a qualsiasi governo latinoamericano di approfondire le relazioni con queste altre potenze imperialiste emergenti, che stanno invadendo la sfera di influenza degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti vogliono riaffermarsi nei Caraibi e riprenderne il controllo. Naturalmente, le condizioni sono cambiate e oggi sono emersi molti governi di estrema destra con politiche neoliberiste assolutamente filoimperialiste. Anche questo è un fattore che offre all'amministrazione Trump l'opportunità di attaccare il governo venezuelano.
Per quanto riguarda la questione dell'opacità, ritengo sia importante sottolineare che, da un lato, i rapporti commerciali con Chevron rientrano nel quadro della cosiddetta – o impropriamente definita – Legge anti-blocco (Ley Antibloqueo), che in realtà non è in alcun modo anti-blocco, ma serve piuttosto a gestire le operazioni, le transazioni e i contratti del governo venezuelano. Ciò che stiamo vivendo in Venezuela è un processo di smantellamento della sovranità, di denazionalizzazione, di avanzamento di accordi con joint venture e di una battuta d'arresto storica per PDVSA nella sua capacità sovrana di produzione petrolifera.
Sebbene PDVSA produca ancora forse più del 50% del petrolio del paese, oggi potremmo dire che Chevron potrebbe rappresentarne un quinto, circa il 20%.
Ciò sembra contraddittorio, perché il paese che attacca militarmente il Venezuela detiene le licenze per una multinazionale statunitense di operare nel paese e consente alle navi che trasportano petrolio Chevron di giungere negli Stati Uniti. Trump, tra l'altro, afferma che il governo venezuelano riceve pochi benefici diretti in valuta estera; che si tratta principalmente di contributi per la manutenzione degli impianti, le operazioni, il supporto tecnico e così via. Ma l'opposizione ha affermato, o si è lamentata, che attraverso negoziati, accordi o il contratto con Chevron, il governo venezuelano ha ottenuto circa quattro miliardi di dollari.
In ogni caso, questo funge da merce di scambio, perché il Venezuela dipende sempre di più dalle compagnie petrolifere statunitensi.
Che Chevron rimanga o meno in Venezuela finisce per essere soggetto a transazioni o concessioni da entrambe le parti, e in ultima analisi funge da strumento in questo gioco tra il governo Maduro e l'amministrazione Trump.
Penso anche che forse il termine "accomodamento" necessiti di un chiarimento: chi sta accomodando? In un certo senso, entrambe le parti si accomodano a vicenda entro le rispettive tensioni, ed entrambe potrebbero essere disposte a fare qualsiasi mossa in base ai propri interessi.
Il governo venezuelano asseconda le pressioni dell'amministrazione Trump perché mantiene i suoi rapporti con la Chevron, pur presentandosi come antimperialista e difensore della sovranità e dell'industria petrolifera nazionale. Tuttavia, mantiene una compagnia petrolifera statale del paese aggressore e dipende da essa per una parte significativa della sua produzione. Quindi, che tipo di antimperialismo è questo?
Potrebbero dire: "È realpolitik", perché la PDVSA non è in grado di produrre quella quantità, e se non lo facesse, ci sarebbero ripercussioni sul popolo venezuelano. Ma, in realtà, non credo che l'estrazione petrolifera venezuelana stia generando condizioni migliori per il popolo venezuelano, perché avvantaggia la burocrazia e un sistema politico che favorisce le élite nazionali, sia del governo che del capitalismo locale.
Nessuno ha parlato della possibilità che il Venezuela prenda in mano la produzione che è affidata alla Chevron, o che cerchi un meccanismo di recupero tecnico e produttivo, come ha fatto in passato. E nessuno sa nulla, perché non c'è modo di controllare cosa viene fatto con la PDVSA, con il petrolio venezuelano e con le aziende che operano in Venezuela.
Un governo rivoluzionario, antimperialista e comunista proporrebbe la nazionalizzazione completa sotto il controllo operaio e sociale, con verifiche di tutte le operazioni, o almeno un piano progressivo per realizzarla. E questo non sta accadendo.
Quindi sì: c'è un compromesso. Sembra che ciò che vogliono sia mantenere quel legame. L'amministrazione Trump è interessata a non lasciare alcuno spazio che possa essere riempito da Cina, Russia, Iran o altri paesi. È anche interessata ad avere informazioni sull'industria petrolifera venezuelana, e la situazione della Chevron glielo consente. È quella la leva che hanno: in qualsiasi momento possono dire: "Non produciamo più" e causare un'improvvisa impasse per il Venezuela.
Il governo di Nicolás Maduro non sembra voler adottare misure preventive contro tutto questo; al contrario, ci espone a una maggiore vulnerabilità all'imperialismo.


AB: Questi attacchi si verificano in un momento di profondo affaticamento in Venezuela: salari al collasso, migrazioni di massa, elezioni irrisolte e dura repressione. A livello internazionale, questi eventi coincidono anche con il declino dell'influenza statunitense in America Latina e con la crescente presenza di Cina, Russia e Iran. Puoi parlarci della tempistica della recente escalation di attacchi contro il Venezuela e del contesto politico e geopolitico di questa escalation?

GG: Credo che ciò stia accadendo in un momento in cui l'imperialismo statunitense, e Donald Trump come capo del governo, stanno cercando di riposizionarsi e recuperare il potere e l'influenza degli Stati Uniti, che stavano diminuendo di fronte all'ascesa della Cina, alla potenza militare della Russia e così via.
E lo stanno facendo con la forza, con i fatti: smantellando il sistema multilaterale e legale internazionale e i trattati internazionali. In altre parole, con un approccio energico, brusco.
Per difendere la sua sfera d'influenza, è curioso che Trump sia disposto ad accettare una pace in Ucraina cedendo territorio alla Russia, senza l'intervento europeo. D'altro canto, le azioni della Cina nei pressi di Taiwan sono evidenti, e gli Stati Uniti si stanno posizionando nei Caraibi come se volessero delimitare aree del pianeta sotto il controllo primario di una o dell'altra potenza. Questo è lo scenario.
Ma la situazione in Venezuela, dal punto di vista degli interessi della popolazione e della classe lavoratrice, non è affatto migliorata con queste azioni e pressioni di Trump. Al contrario: sono servite a irrigidire il governo di Nicolás Maduro, fornendogli pretesti per una maggiore repressione e autoritarismo, e ad attaccare i sindacati al fine di contenere ogni possibilità di lotte interne, rivendicazioni o proteste.
È una repressione diretta anche contro la sinistra di opposizione: non è una minaccia numerica, ma è simbolica, perché questa mette in discussione il carattere "di sinistra", "antimperialista" e "socialista" del governo, sottolineando che si tratta in realtà di un governo autoritario con politiche antioperaie e persino neoliberiste. Questa situazione ha permesso al regime di mantenere la sua retorica e la sua immagine di forza antimperialista agli occhi di alcuni settori del mondo. D'altro canto, le condizioni interne sono peggiorate: ci sono meno libertà democratiche, meno opportunità di organizzazione e azione. E non mi riferisco solo alla pretesa del governo di difendersi dall'opposizione di estrema destra, come María Corina Machado – che sostiene l'invasione del Venezuela e offre agli Stati Uniti tutte le risorse del Venezuela se intervenissero – ma anche ai suoi attacchi ai settori di base, popolari, per aver chiesto qualcosa, per aver detto qualcosa sui social media, per le cose più elementari.
La burocrazia è molto più intollerante oggi di prima, e trova giustificazione nella situazione esterna.


AB: Sembrano esserci delle divisioni marcate all'interno del campo di Trump: una fazione, che include la lobby del petrolio e personaggi come Richard Grenell, è a favore del mantenimento del canale Chevron; un'altra, guidata da Marco Rubio e dai sostenitori della linea dura, in Florida, spinge per l'isolamento totale e un cambio di regime. In che modo queste priorità contrastanti spiegano i cambiamenti imprevedibili di Trump, e cosa ci dicono sui suoi veri obiettivi?

GG: Al di là del fatto che questo riflette settori reali all'interno dell'amministrazione Trump – da un lato, le persone vicine alla lobby petrolifera, e dall'altro coloro che rappresentano l'immigrazione cubana in Florida – credo che Trump faccia da arbitro tra queste due politiche apparentemente contrastanti, e che entrambe siano funzionali al suo approccio del bastone e della carota.
A un certo punto, Grenell arriva, va in Venezuela ed esplora le possibilità di aprire le porte o allentare le restrizioni in cambio di qualche concessione immediata, come il rilascio dei prigionieri americani. E dall'altro lato, Marco Rubio stabilisce dei limiti: le linee che non possono essere oltrepassate, e blocca lo sviluppo delle iniziative di Grenell. Fa parte dello stesso gioco. Non è contraddittorio: finisce per essere funzionale alla politica di Donald Trump, ed è Trump che fa da arbitro.


AB: Il governo Maduro denuncia retoricamente l'aggressione statunitense, ma allo stesso tempo mantiene joint venture con aziende statunitensi ai sensi della Legge anti-blocco, mentre si intensifica la repressione contro lavoratori, sindacati e oppositori di sinistra. Come ha risposto Maduro ai recenti attacchi, e come questo ha influenzato la repressione in Venezuela?

GG: Come dicevamo, l'accerchiamento interventista e tutto ciò che Trump sta facendo hanno portato il governo venezuelano a inasprire le condizioni interne: aumentando la repressione e l'intolleranza e limitando ulteriormente le libertà democratiche. E il movimento sindacale è intrappolato nel mezzo. Il governo si impegna sempre in operazioni di facciata, mette in scena spettacoli – come la "costituente sindacale" – e dice: "Abbiamo tenuto decine di migliaia di assemblee per raccogliere idee dalla classe operaia sulla produzione".
Ma nessuno parla di salari, contrattazione collettiva, libertà sindacali, possibilità di formare liberamente sindacati o di agire. Tutto questo è completamente precluso.
La situazione della Chevron sta seguendo un percorso che non è quello di un governo rivoluzionario dei lavoratori o del popolo. Il governo non parla di ripristinare la produzione incentrata sulla PDVSA con la partecipazione democratica della classe operaia al controllo delle operazioni petrolifere – tecnici, professionisti, ecc. – né di audit sociale. Al contrario: l'opacità di tutte le sue azioni economiche sta aumentando e si cerca sempre più di lavorare con il capitale privato.
Noi di Marea Socialista affermiamo che in Venezuela esiste un "lumpencapitalismo" governato da una burocrazia corrotta che, negli ultimi anni, ha distrutto quanto era stato realizzato nei primi anni della rivoluzione bolivariana.
Questo scenario, contraddittoriamente, è più favorevole al mantenimento del controllo attuale da parte del governo.
E per aggiungere qualcosa: sono state affondate diverse imbarcazioni che Trump afferma appartengano a narcotrafficanti. A volte il governo Maduro afferma che si tratti di pescatori. Ma l'amministrazione Trump non presenta prove o indicazioni, non confisca i beni recuperabili, non espone la droga, né recupera i corpi. Per di più, hanno persino giustiziato presunti sopravvissuti, e queste vittime non hanno un nome.
Come se fossero sardine, non esseri umani. Da dove vengono? Quali sono le loro comunità, le loro famiglie, i loro quartieri? E in Venezuela c'è solo condanna diplomatica: "Hanno affondato alcune delle nostre imbarcazioni, hanno ucciso persone in via extragiudiziale". Giusto, ma dove sono i dati, le liste, i dettagli su quelle persone? C'è una disumanizzazione del conflitto, e ognuno, dalla propria parte, sta contribuendo a ciò in maniera simile. E l'opposizione di destra è terribile, non contesta ciò che sta accadendo. Qualcuno di essi avrà detto di non essere d'accordo con gli interventi USA, ma non María Corina Machado. Quindi sì, hanno affondato alcune imbarcazioni, ma delle persone non si parla davvero.


AB: La mia ultima domanda riguarda quale dovrebbe essere la posizione della sinistra, sia a livello internazionale che in Venezuela. Come può la sinistra opporsi all'aggressione imperialista statunitense e alla violenza extragiudiziale senza schierarsi con un governo autoritario e neoliberista che sta privatizzando il settore petrolifero, imprigionando i leader sindacali e calpestando i diritti democratici? Come si presenterebbe oggi un'alternativa autenticamente antimperialista e dalla parte dei lavoratori?

GG: Dobbiamo avere, prima di tutto, una ferma posizione antimperialista: contro gli interventi, contro ogni possibilità di invasione, contro la violazione della sovranità territoriale del Venezuela. Una denuncia frontale di tutto questo e dei settori che collaborano con l'imperialismo – come quello di María Corina Machado – che sponsorizzano, approvano o rimangono in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo. In realtà, chiedono l'intervento degli Stati Uniti e si offrono di consegnare tutte le risorse del Venezuela. Ciò offrirebbe un futuro uguale o peggiore di quello che abbiamo sotto il governo di Nicolás Maduro.
Questa chiara posizione antimperialista non significa dare sostegno politico al governo di Nicolás Maduro. Dobbiamo continuare a denunciare la sua natura antidemocratica, corrotta e antioperaia, e continuare a rivendicare diritti e libertà per i venezuelani e per la classe lavoratrice: diritti democratici, sociali e sindacali. Dobbiamo esigere un miglioramento delle condizioni di vita. Il governo afferma che c'è crescita economica, ma non sta aumentando gli stipendi né rispettando la Costituzione riguardo al salario minimo. Le persone non possono permettersi il paniere alimentare di base.
Dobbiamo esigere il ripristino delle libertà, la possibilità di organizzarsi e di mobilitarsi. Questo è fondamentale anche per la difesa del Paese: non si può difendere un Paese basandosi esclusivamente sulla volontà di una burocrazia che decide cosa fare del governo e dell'esercito mentre opprime la popolazione e la sottopone a condizioni inaccettabili. Questo crea vulnerabilità all'imperialismo, apre spazio all'estrema destra e alimenta la confusione tra la gente riguardo a coloro che propongono gli interventi dall'esterno come soluzione.
Quindi: né interventismo imperialista né un governo autoritario, oppressore e antioperaio. Dobbiamo rivendicare i nostri diritti, organizzarci e mobilitarci per difenderli, e per poter essere in una posizione migliore per difendere il Paese dall'imperialismo.
Ciò implica anche una politica autenticamente antimperialista e nazionalista nei rapporti commerciali con aziende come Chevron e altre, anche di altre potenze. Bisogna cercare alternative per il funzionamento sovrano e indipendente della nostra principale industria nazionale, sforzandosi al contempo di andare oltre il modello estrattivo.
Oltre a queste questioni interne, dobbiamo lanciare una campagna internazionale duratura e radicata con tutti coloro che concordano nel contrastare l'interventismo statunitense ma che non si allineano al governo di Nicolás Maduro. Per noi di Marea Socialista questo fa parte di una risoluzione approvata al recente terzo congresso della Lega Internazionale Socialista, che abbiamo presentato insieme alle sezioni di Ecuador e Colombia, perché l'aggressione si estende ben oltre il Venezuela.
Proponiamo una campagna di solidarietà internazionale, di mobilitazione e di protesta in ogni Paese possibile contro l'interventismo di Trump. Deve essere sviluppata con la massima forza possibile e deve coinvolgere anche alleati negli Stati Uniti disposti a mobilitarsi contro le azioni e le politiche di Donald Trump, contro la logica guerrafondaia e l'interventismo. Essi devono capire che questa lotta fa parte anche della difesa del popolo americano stesso dagli abusi del loro governo: ciò che il governo fa con l'immigrazione, con i settori più svantaggiati e vulnerabili, con la classe lavoratrice, e così via.
Questo è ciò che deve essere promosso. Dimostrando che questa mobilitazione sarà utile così come le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza da parte di Israele – con la collaborazione dell'amministrazione Trump – si sono rivelate importanti nel contribuire a frenare quanto stava accadendo.
Vorrei concludere ribadendo che siamo contro l'intervento imperialista, contro l'estrema destra filoimperialista e filointerventista, e che la soluzione per il Venezuela non può venire da nessuno di loro. Né risiede nella difesa incondizionata del governo di Nicolás Maduro, che sappiamo già cosa rappresenta per il Venezuela.

Anderson Bean

Dichiarazione della LIS di solidarietà con le proteste popolari in Iran


 Una nuova ondata di mobilitazioni sta scuotendo Teheran e dozzine di città iraniane contro l’incremento del costo della vita, il collasso della valuta e la crescente povertà, scontrandosi nuovamente con la repressione del regime degli ayatollah. Al tempo stesso, l’imperialismo USA una volta ancora ha minacciato l’Iran cercando di capitalizzare la crisi. La ribellione può avanzare in termini progressivi solo attraverso la mobilitazione indipendente della classe lavoratrice e del popolo iraniano, attraverso organi democratici e la costruzione di un’alternativa socialista, rivoluzionaria e internazionalista.



ONDATA DI PROTESTE

Migliaia di iraniani – lavoratori, studenti, negozianti – sono scesi nelle strade a fine dicembre dapprima a Teheran e rapidamente nell’intero paese, a Shiraz, Mashhad, Tabriz, Karaj, Qazvin e Esfahan e in altre città. L’esplosivo collasso della moneta nazionale e l’iperinflazione hanno agito da innesco. Il potere d’acquisto delle famiglie operaie è stato distrutto. Un dollaro oggi si cambia con 1,4 milioni di riyal, facendo divenire i generi alimentari e altri servizi basilari insopportabilmente costosi.
Le proteste sono iniziate come reazione al deterioramento delle condizioni di vita, e velocemente hanno inglobato il rigetto del regime reazionario teocratico, con slogan contro la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e con rivendicazioni politiche. Le mobilitazioni sono continuate fino lunedì 5 gennaio, per otto giorni consecutivi.


RISPOSTA REPRESSIVA E CRESCENTE INSTABILITÀ REGIONALE

Come sempre, il regime fondamentalista ha risposto con la repressione. Le forze di sicurezza, incluso il Basij della Guardia della Rivoluzione, hanno causato la morte di oltre venti persone, dozzine di altre manifestanti sono stati feriti e circa 1.000 arrestati. La Guida Suprema ha accusato i “nemici esterni” di sfruttare il malcontento economico e ha dichiarato che i rivoltosi “vanno messi al loro posto”, mentre i media ufficiali hanno assecondato questa narrazione per giustificare la violenza istituzionale. Tale situazione destabilizza ulteriormente il Medio Oriente, già reso convulso dal genocidio condotto da Isreale contro il popolo palestinese e dall’accordo trappola siglato da Netanyahu e Trump.


AGGRESSIONI E NUOVE MINACCE DI TRUMP

L’Iran ha sofferto delle sanzioni economiche che sono state rinnovate dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare del 2018. Queste sanzioni hanno contribuito all’attuale devastazione economica. L'Iran ha subito anche attacchi militari, come i bombardamenti congiunti di Israele e degli USA nel 2025. Adesso Trump sta minacciando nuovamente il paese con nuovi interventi se il regime dovesse usare violenza contro i dimostranti. Trump è un cinico senza limiti: mentre propone se stesso come “pacifista”, ha represso gli attivisti per la Palestina negli Stati Uniti, ha bombardato il Venezuela e rapito il presidente Maduro con la moglie. Il vero obiettivo della retorica di Trump è quella di preparare il terreno per future ingerenze.


UNA RIVOLUZIONE DEVIATA

La rivoluzione iraniana del 1979 è stata realizzata con scioperi e mobilitazioni indipendenti di milioni di operai, contadini, settori urbani poveri e dai giovani, dai quali sorsero organi di autorganizzazione, di autodifesa e di coordinamento dal basso, come i consigli operai (Shoras), comitati di sciopero, comitati di fabbrica e comitati di quartiere. La forza della rivoluzione riuscì a rovesciare la dittatura dello Scià di Persia (Iran), Mohammad Reza Pahlavi, che era un pilastro dell’imperialismo USA in Medio Oriente.

La classe operaia svolse un ruolo decisivo – specialmente con gli scioperi generali e il controllo su settori strategici come il petrolio – ma fu priva di una direzione rivoluzionaria capace di contendere il potere. Il clero sciita, diretto da Khomeini, smantellò gli organi del dualismo di potere e represse la sinistra, dominò il processo in corso appoggiandosi sulla sua influenza religiosa e sociale.


UN REGIME REAZIONARIO CONTESTATO DALLE LOTTE POPOLARI

Gli ayatollah hanno instaurato, internamente, un regime borghese, teocratico, reazionario e controrivoluzionario, con una politica che nel tempo ha alternato conflittualità e accordi con l’imperialismo USA. Al di là dei limitati e preannunciati attacchi ad Israele, il regime iraniano non ha sviluppato un coerente e decisivo sostegno al popolo palestinese durante il genocidio perpetrato dal sionismo; piuttosto, esso ha agito secondo i propri interessi regionali.

Le rivendicazioni di differenti settori sociali e la repressione del 2025-2026 non sono un “fulmine a ciel sereno”. Durante gli ultimi quindici anni, con altalenante intensità, si sono verificate proteste collegate alla Primavera araba (2011-2012) e per i diritti politici e sociali (dal 2017 ad oggi). Tanto per fare un esempio, nel 2022 un’insorgenza di massa ha attraversato l’Iran a seguito dell’assassinio di Mahsa Amini mentre questa si trovava in stato di arresto, diventando un grido contro l’oppressione religiosa e la diseguaglianza.


SOLIDARIETÀ CON LE LOTTE. PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E SOCIALISTA

I compiti dell’irrisolta rivoluzione del 1979 sono collegati ai compiti attuali, i quali emergono dalle ingiustizie del capitalismo teocratico, dall’autoritarismo del regime e dall’aggressione sionista-imperialista. Pertanto:

• Esprimiamo la nostra solidarietà con le proteste per i diritti sociali, contro la povertà, la diseguaglianza e il deterioramento delle condizioni di vita, e in difesa dei diritti democratici negati con l’oppressione e la repressione.

• Pretendiamo la fine della repressione, la condanna dei responsabili politici e materiali degli assassinii di coloro che hanno combattuto per i loro diritti, il rilascio dei prigionieri politici.

• Sosteniamo le iniziative che promuovono l’autorganizzazione e l’autodifesa della classe operaia, in forma indipendente dai restaurazionisti, dai filosionisti e dai filoimperialisti.

• Respingiamo ogni ingerenza di potenze estere, a cominciare da Trump e il suo alleato sionista, che cercano soltanto di strumentalizzare la lotta del popolo iraniano per i loro obiettivi geopolitici.

• Le rivendicazioni per la giustizia economica, per le libertà democratiche e la dignità umana, possono avere successo solo se articolate dal basso, sconfiggendo il regime che ha sfruttato e oppresso generazioni di lavoratori iraniani, e se si contrappongo agli interessi di altri imperialismi, come quelli di Cina e Russia.

• Il compito più importante è la costruzione di una forte, coerente, sinistra alternativa, organizzata attorno all’obiettivo della rivoluzione comunista in Iran e nel Medio Oriente, che spazzi via i governi monarchici, fondamentalisti, filoimperialisti e sionisti, e assicuri il potere a coloro che non hanno mai governato: i lavoratori e le masse popolari, in un sistema senza sfruttatori e oppressori, con pieni diritti democratici e sociali. Un sistema socialista.

Lega Internazionale Socialista - Segretariato Internazionale

CONTRO I LICENZIAMENTI COLLETTIVI DI YOOX NET-A-PORTER!

 


I primi di settembre uno dei maggiori siti di e-commerce di moda online Yoox Net-a-Porter, di recente acquisito dal gruppo tedesco LuxExperience, consegna ai sindacati un documento di 10 pagine in cui annuncia una procedura di licenziamenti collettivi: si tratta di 700 dipendenti in tutto il mondo (il 20% della forza lavoro complessiva) e 211 fra Bologna e Milano: circa 150 solo nella sede di Interporto, dove ci sono lavoratori e lavoratrici che rischiano di perdere il lavoro, anche dopo 20 anni di attività per la cosiddetta azienda “unicorno” del bolognese, come viene definita dalla stampa, creata da Federico Marchetti nei primi anni del 2000, e venduta nel 2021 al gruppo svizzero Richemont per 5,3 miliardi di euro.

Un numero spropositato, ma la cosa ancora più sconcertante è il fatto che l’azienda faccia scattare questi licenziamenti collettivi senza aver dichiarato lo stato di crisi e assolutamente in barba alle normali procedure, che avrebbero previsto degli incontri preliminari con i sindacati, e per giunta senza nemmeno prendere in considerazione l’uso di ammortizzatori sociali. 

No, niente di tutto questo: si sono limitati a comunicare questi tagli della forza lavoro adducendo come motivazioni le difficoltà di mercato e le perdite di bilancio.

Siamo alle solite: i padroni scelgono di scaricare il peso delle riorganizzazioni e dei loro errori strategici degli ultimi anni sui lavoratori, che nella loro idea dovrebbero accettarne passivamente le conseguenze. Tutto questo è vergognoso.

I sindacati Filcams-GGIL, Uiltucs-UIL e Fisascat-CISL hanno avuto un incontro con l’azienda mercoledì 10 settembre, in cui hanno presentato una diffida e richiesto, non una revisione della procedura di licenziamento, bensì la sua cancellazione e, come prevedibile, la dirigenza è rimasta sulle sue posizioni, con una generica apertura agli ammortizzatori sociali. Inaccettabile.

Nel frattempo, YNAP ha raccolto la solidarietà del sindaco di Zola Predosa Dall’Olmo che ha definito la situazione come “un pugno nello stomaco che non ci aspettavamo”, la Regione Emilia-Romagna ha convocato un altro incontro per il 17 settembre, e ora la vicenda ha assunto un rilievo nazionale, visto che di recente si è espresso anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso annunciando l’apertura di un tavolo di crisi per il 23 settembre.

Ma non ci facciamo illusioni e non ci aspettiamo grandi ribaltamenti da un governo che ci ha dimostrato a più riprese di essere dalla parte delle aziende e delle banche. Se si vogliono ottenere dei risultati i lavoratori e le lavoratrici uniti devono scendere in piazza e far sentire la loro voce, e rispondere all’arroganza di questi padroni che pensano di poter prendere qualsiasi decisione senza colpo ferire, trattando i dipendenti come fossero numeri per far quadrare i loro conti.

I sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione e sono state già previste almeno 16 ore di sciopero, di cui 4 sono già state usate lunedì 8 settembre con presidi davanti alle sedi bolognesi di Interporto e Zola Predosa, e un prossimo sciopero dell’intera giornata lavorativa è previsto per mercoledì 17, con concentramento davanti alla sede dell’Emilia-Romagna, dove si terrà il tavolo con l’azienda.

Bisogna essere compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale: occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacale.

Per questo il PCL dà piena solidarietà ai lavoratori e delle lavoratrici di YNAP in lotta: i licenziamenti massivi non devono passare!

CONTRO L’ARROGANZA DEI PADRONI SOLTANTO LA MOBILITAZIONE DELLA

CLASSE LAVORATRICE UNITA PUÒ OTTENERE DEI RISULTATI

Il protocollo sul caldo fra governo, padroni e sindacati

 


La logica di un'intesa colabrodo

8 Luglio 2025

Nella primavera del 2020 l'accordo fra governo Conte, Confindustria e sindacati per gestire l'irruzione travolgente della pandemia nei luoghi di lavoro non prevedeva sanzioni per chi lo avesse violato. La sua unica funzione fu quella di stoppare l'onda di scioperi dal basso di centinaia di migliaia di lavoratori (marzo 2020) che chiedevano misure di sicurezza sanitaria nelle fabbriche contro il cinismo padronale. Quel cinismo capitalista che poco prima in Val Brembana aveva posto il veto su misure di recinzione sanitaria, come a Codogno, per consentire la continuità di produzione e profitti (“Bergamo is running”), col risultato di moltiplicare le morti per Covid a livelli di record (mondiale).

Il protocollo di accordo fra governo, sindacati, organizzazioni padronali, dei primi di luglio 2025 sulla gestione del lavoro durante l'ondata di caldo – in un quadro certo meno drammatico ma non meno serio – ricalca, in forma diversa, la stessa logica del 2020. Una somma di buoni proponimenti: l'invito ai padroni a consultare il bollettino meteo, il suggerimento di eventuali flessibilizzazioni concordate degli orari, la disponibilità del governo a coprire con la cassa integrazione eventuali sospensioni del lavoro imposte dal caldo, l'appello alle parti sociali a contemperare la tutela dei lavoratori con la continuità del lavoro a partire dai “lavori di pubblica utilità”, l'invito alle Regioni a predisporre apposite ordinanze dentro lo spirito dell'accordo, l'immancabile retorica sulla collaborazione fra le parti.
L'elemento centrale del protocollo siglato è l'assenza di ogni impegno vincolante per i padroni, e dunque la sostanziale assenza di misure sanzionatorie. Nella sostanza, un liberi tutti.

Il governo Meloni ha naturalmente esultato presentando l'accordo come proprio successo politico (“avete visto, anche Landini ha firmato, altro che governo antioperaio”); Confindustria e tutte le organizzazioni padronali hanno applaudito il governo e la “responsabilità” sindacale (anche a futura memoria, in vista dei contratti); le burocrazie sindacali CGIL-CISL-UIL, unite, hanno esaltato la collaborazione fra le parti come paradigma di nuove possibili relazioni con padronato e governo, nel segno di quel riconoscimento di ruolo che è l'unica vera aspirazione delle burocrazie.

Ma il risultato per i lavoratori? È quello documentato dalla cronaca delle giornate successive: nessuna reale garanzia di protezione del lavoro. Le ordinanze regionali, quando vi sono state, sono state non solo le più diverse – sancendo la disparità dei diritti a parità di condizioni – ma anche per lo più inosservate. Nei cantieri edili la “salvaguardia delle opere di pubblica utilità” ha significato quasi ovunque continuità di lavori massacranti nelle fasce orarie più torride, spesso nelle regioni più calde, come la Sicilia. Nelle campagne, come nell'Agro Pontino, il lavoro è continuato come sempre nelle ore di punta, condannando in particolare i lavoratori immigrati a condizioni insostenibili. La logistica (trasporti, magazzini, rider) è stata a volte persino ignorata dalle ordinanze, come in Veneto e Toscana, mentre altre volte le relative ordinanze sono state inevase dai padroni. Altrettanto può dirsi per l'industria, in particolare per la piccola e media impresa: gli scioperi operai in Elettrolux di Forlì, e in alcune aziende del milanese e del mantovano, hanno denunciato le condizioni del lavoro in fabbrica, ed anche, di fatto, la natura truffaldina dell'intesa nazionale fra le parti.

Sulla base di un elementare criterio classista, la rivendicazione sindacale unificante avrebbe dovuto e dovrebbe concentrarsi su una misura semplice di valenza generale: una legge che dica che in presenza di temperature superiori a 30 gradi e con un tasso di umidità superiore al 70% il lavoro viene interrotto. Ovunque e senza deroghe (se non quelle legate a prestazioni sanitarie urgenti), con un potere di controllo e di veto degli RSL, e con piena garanzia di salario. Punto. Ma una rivendicazione così chiara richiede una logica opposta a quella delle burocrazie. Una logica che contrapponga le ragioni del lavoro a quelle del capitale. Una logica da vertenza generale e di reale mobilitazione.
È la logica con cui il PCL si batte in ogni luogo di lavoro e in ogni sindacato di classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sindacati inermi ai piedi del governo. A quando la 'rivolta sociale'?

 


Se si valutasse sulla base delle rispettive retoriche, si potrebbe dire che il lungo incontro governo-sindacati sulla Legge di bilancio 2025 sia finito con un uno a zero a favore del governo.


A pochi giorni dal grido di battaglia della rivolta sociale da parte di Maurizio Landini, si può dire che l'incontro di Palazzo Chigi sia stato un trampolino ben poco utile allo scatenamento delle piazze, se mai lo si sia inteso utilizzare in tal senso. Da un lato, CGIL e UIL non possono ovviamente che riconoscere l'inamovibilità e l'impermeabilità del governo, intenzionato a non arretrare davanti a una finanziaria perfettamente in linea con i desiderata dell'imperialismo italiano e della UE (tagli e prudenza di bilancio, con contorno di tasse non dichiarate). Dall'altro, il governo non può che avere gioco facile nel presentarsi come continuatore delle politiche di bilancio degli anni passati. «Abbiamo deciso di confermare e potenziare le principali misure introdotte negli anni precedenti [...] rendendone alcune strutturali, come peraltro veniva richiesto soprattutto dalle organizzazioni sindacali», annuncia Meloni. Il riferimento al taglio al cuneo fiscale reso strutturale è funzionale a dare un colpo anche ai sindacati, che ne hanno fatto per anni uno dei punti centrali della propria propaganda.

Quindi da una parte il governo che non solo rivendica continuità con le manovre precedenti (sottinteso rivolto ai sindacati: "dov'era la vostra rivolta ai tempi di Draghi e Conte?") ma che getta fumo negli occhi presentandosi come il governo che non tocca Ape sociale, Opzione donna e Quota 103; il governo che tassa banche e assicurazioni; il governo dei "sacrifici sì ma per tutti" (Giorgetti). Dall'altra i sindacati che arrivano all'appuntamento con tutte le proprie (poche e malandate) armi a disposizione spuntate. E spuntate non solo davanti alla retorica governativa, ma davanti ai fatti.

I margini sono quelli, gli spazi di modifica sono limitati, recita il ritornello, anche in salsa sovranista-meloniana. «Se si condivide l'impianto bisogna stare dentro quella logica», lamenta Landini al termine dell'incontro. «Quando uno ti dice "sì, sono disponibile al confronto, purché qualsiasi modifica alla legge [finanziaria] stia nell'ambito della legge che abbiamo deciso e dentro i margini economici che abbiamo definito", di che cosa stiamo discutendo? Che cosa ci avete chiamato a fare? Per cambiare che cosa?».

Già. La domanda potrebbe essere proficuamente rivolta allo stesso Landini e alle dirigenze sindacali. Cambiare che cosa? Al di là delle proposte nel vertice con il governo, dall'esito scontato, la piattaforma dell'annunciato sciopero generale del 29 novembre è illustrativa a riguardo. Imporre la questione salariale? La piattaforma non la nomina, confinando la questione ai soli aspetti, pur importanti, dei rinnovi contrattuali e della perdita del potere d'acquisto. Lotta all'inflazione? Landini giustamente critica l'aumento del 6% dell'accordo separato a fronte dell'inflazione al 17%, ma nel corso della stessa dichiarazione (!) loda l'accordo dei tessili appena firmato in cui l'aumento è fra... il 12 e il 13% (arrivando a vantare che «se c'è un aumento dei salari in questo anno è grazie al rinnovo dei contratti che il sindacato ha fatto con i datori di lavoro privati»). Mandare a monte la legge Fornero? CGIL e UIL, che pure riconoscono che si applicherà al 99,9% dei lavoratori, parlano di... «superamento» (rinunciando perfino, incredibilmente, a un minimo accenno ai propositi anti-Fornero del Salvini di qualche anno fa, ora al governo). Imporre misure per la sicurezza sul lavoro, magari con l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro? CGIL e UIL si accontentano di chiedere genericamente di «cambiare la legislazione». Blocco dei licenziamenti? Sì, ma non si capisce come e in che prospettiva, visto che la rivendicazione, laddove si parla di non meglio precisati «investimenti per difendere l'occupazione», finisce per essere relegata in un inciso, quasi fosse una questione secondaria o subordinata. Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro? Figuriamoci, nella piattaforma per il 29 non c'è neanche un timido accenno al Jobs act o alle ultime misure. Campagna contro l'aumento vertiginoso delle spese militari? Nella piattaforma per il 29 non ce n'è traccia.

La «logica» del governo l'abbiamo capita, ed è la logica della gestione della crisi capitalista in epoca di declino, tensioni e guerre. La «logica» di Landini e Bombardieri, invece, continua a essere, nella migliore delle ipotesi, quella di un keynesismo fuori contesto e fuori tempo, cioè la speranza che l'aumento della spesa pubblica e una generica politica industriale (in mano a chi? Decisa da chi? In base a cosa? Per produrre cosa?) siano la panacea del disastro in corso.

È con morigerati appelli all'aumento della spesa pubblica che CGIL e UIL intendono combattere la logica del governo (e della UE, come Landini stesso ammette di sfuggita) che pure a parole contestano? È con la solita lista della spesa, sacrosanta ma priva di ogni baricentro, di ogni potere e di ogni leva di mobilitazione, che CGIL e UIL intendono sfidare questa logica?

Che ne è della "rivolta sociale", quando un momento dopo averla tirata fuori dal cassetto, Landini corre in TV a precisare che per lui la "rivolta" significa semplicemente che i lavoratori debbano «utilizzare tutti gli strumenti democratici che uno ha a disposizione per cambiare questa situazione»? Gli strumenti democratici a disposizione dei lavoratori sono ormai ben pochi, ovunque li si voglia andare a cercare, nelle piazze e sui luoghi di lavoro. Il governo a guida post-fascista si sta adoperando per far sì che siano ancora meno. Se «gli strumenti democratici» sono quindi alla base della "rivolta sociale" così come la intende e la immagina Landini, non sarebbe forse il caso di farne uno degli assi centrali della battaglia, invece di dimenticarsi del ddl 1660 all'ultimo punto della piattaforma?

La giornata del 29 novembre potrebbe e dovrebbe essere un momento in cui la rivolta sociale – quella vera e non quella al cloroformio vagheggiata da Landini – passi dalle parole ai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn