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Svolta a destra in Sassonia: non è il momento di lamentarsi, ma di cercare di capire


 Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a venire a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

B) Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn

Primi elementi di analisi del voto per le europee in Europa e in Italia

 


Per una iniziativa di classe, per una svolta di fondo

12 Giugno 2024

English translation

Il voto in Europa per il rinnovo del Parlamento UE è la risultante d'insieme dell'esito elettorale di ciascun paese, ove a prevalere nelle motivazioni di voto è il quadro politico nazionale.

Tuttavia è possibile segnalare alcune linee di tendenza sul piano continentale.

Il PPE (Partito Popolare Europeo) conferma e consolida la propria centralità nella UE, quale architrave dei suoi equilibri politici. Si è affermato come primo partito in Germania, Spagna, Polonia, Grecia, Slovenia, Irlanda. Complessivamente incrementa i propri seggi nel Parlamento Europeo, passando da 179 a 186 seggi.
Il campo liberale (ALDE, Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa) conosce un netto indebolimento, trascinato dalla pesante sconfitta in Francia, in Belgio, in Spagna. Passa da 106 a 79 seggi.
L'area dei Verdi subisce un forte arretramento, per via delle sconfitte registrate in Germania e Francia. Passa da 74 a 52 seggi.
Il PSE (Partito Socialista Europeo) registra complessivamente un arretramento a livello europeo (passando da 153 a 137 seggi), con risultati differenziati da paese a paese. Crolla al suo minimo storico in Germania, dove guida il governo; conosce una ripresa in Francia dopo il tracollo successivo al governo di Hollande; consegue il primato in altri paesi, come i Paesi Bassi, la Svezia e il Portogallo, mentre in Italia si rafforza col risultato del PD.

Il campo del Partito della Sinistra Europea, i cui soggetti sono stati attraversati negli anni da processi di crisi o disarticolazione più o meno profonda, mantiene complessivamente inalterata la propria presenza nel Parlamento Europeo (con 36 seggi, perdendo un seggio), ma con risultati e dinamiche molto differenziati nei diversi contesti. In Spagna registra la pesante sconfitta di Sumar, non compensata da Podemos; in Francia, nonostante la crisi di NUPES, preserva una forza relativamente consistente (tra la France Insoumise di Mélenchon al 10% e il PCF al 2,3%); in Germania ha subito la scissione di Die Linke (attestata tra il 2 e il 3%) con la nascita alla sua destra di una formazione rossobruna che supera il 5%.

Le destre sovraniste si rafforzano sia nella composita componente ECR (Conservatori e Riformisti Europei), presieduta da Giorgia Meloni (che passa da 64 a 73 seggi), che nella altrettanto composita componente ID (Identità e Democrazia), dominata da Marine Le Pen (che passa da 49 a 58 seggi). A ciò si aggiunge il risultato riportato dall'estrema destra di AfD in Germania, recentemente allontanata da ID (che ha conseguito il 16%).
Complessivamente le forze della destra incrementano dunque i propri seggi nel Parlamento Europeo. Ma non si tratta di un'avanzata né travolgente né uniforme. Il risultato delle destre è infatti marcatamente differenziato da paese a paese. Calano ad esempio elettoralmente in Polonia (con un netto arretramento del PiS), in Ungheria (dove il partito di Orban perde otto punti percentuali), in Svezia, in Slovacchia.
Da un punto di vista politico, l'espressione principale del rafforzamento delle destre è la forte affermazione registrata in paesi imperialistici chiave della UE come la Francia (con il Rassemblement National oltre il 32%), l'Italia (con Fratelli d'Italia al 28,8%), la Germania (con la forte crescita di Alternative für Deutschland), ciò che ha naturalmente una rilevanza politica continentale.
In Francia l'affermazione di Le Pen ha innescato una crisi degli equilibri politico-istituzionali, con lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale e la convocazione elle elezioni politiche, un passaggio cruciale su cui torneremo in una prossima nota.

Negli anni cruciali della pandemia, della guerra, della crescita delle disuguaglianze sociali, l'assenza di una iniziativa di lotta del movimento operaio, per responsabilità delle sue direzioni sindacali e politiche, ha consentito un rafforzamento complessivo del campo politico borghese, e al suo interno del sovranismo reazionario.
Le destre sovraniste, al netto delle loro diverse dinamiche e contraddizioni, capitalizzano la crisi congiunta del liberalismo borghese e del movimento operaio, puntando ad una egemonia piccolo-borghese reazionaria su ampie fasce di popolazione povera urbana e rurale, e su settori rilevanti della stessa classe operaia industriale.


LA POLARIZZAZIONE ELETTORALE IN ITALIA

I risultati elettorali in Italia stanno dentro questa cornice europea, con particolarità nazionali proprie.

L'affluenza al voto in Italia è calata nettamente rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2022, passando dal 64% al 49%, in contrasto con la tendenza opposta di altri paesi (Germania).

La polarizzazione elettorale è il profilo più evidente del voto italiano.

Il governo a guida postfascista esce consolidato dalla prova elettorale. Fratelli d'Italia rafforza la propria percentuale di voto rispetto al dato già straordinario delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 (26%) raggiungendo il 28,8%. Forza Italia sopravvive alla morte di Berlusconi consolidando i propri risultati (dal 8,1% delle politiche al 9,6%), a fronte anche della frantumazione e dispersione del polo di centro, Calenda da un lato, Renzi e Bonino dall'altro. La Lega di Salvini preserva sostanzialmente la forza registrata alle elezioni politiche (passando dal 8,8% al 9,07%) con l'aiuto della candidatura Vannacci, seppur con un indebolimento in regioni del Nord. Complessivamente la maggioranza di governo passa dal 44% delle elezioni politiche al 48% delle europee (pur arretrando in voti assoluti, in misura maggiore o minore, in tutte le sue componenti). Dopo due anni di governo, è un dato di indubbia valenza politica. A differenza di Francia e Germania, l'Italia registra in questa fase una relativa stabilità di governo.

Il PD borghese liberale capitalizza a proprio vantaggio la polarizzazione dello scontro con il governo, e con Giorgia Meloni in particolare, e anche l'effetto immagine del nuovo corso di Elly Schlein, più marcato sul terreno del richiamo ai diritti civili e ai temi sociali. Da qui un netto rafforzamento elettorale del PD, che passa dal 19% delle elezioni politiche del 2022 al 24,1%, con l'incremento di un milione di voti assoluti e il conseguimento del primato nel Mezzogiorno. È un risultato che rafforza la nuova segreteria del partito sul versante interno, e la sua posizione negoziale verso le altre componenti di un virtuale centrosinistra. Tanto più a fronte della pesante sconfitta elettorale del M5S, che passa dal 15,6% delle politiche al 10%, perdendo due milioni di voti, prevalentemente in direzione dell'astensione ma anche dello stesso PD e di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra).

Un risultato notevole, sia elettorale che politico, è quello riportato dalla Alleanza Verdi e Sinistra, che non solo supera lo sbarramento del 4% ma raggiunge il 6,7%, con più di un milione e mezzo di voti. Un risultato tanto più rilevante perché conseguito in presenza di una forte ripresa del PD. Sicuramente la candidatura di Ilaria Salis – che abbiamo sostenuto nel Nord-Ovest e che vogliamo immediatamente libera – ha contribuito in modo importante al risultato per il suo forte richiamo democratico, anche al di là delle circoscrizioni del Nord-Ovest, in cui era capolista, e delle Isole, in cui era candidata. Ma al di là del richiamo di Salis, il raddoppio delle percentuali delle elezioni politiche e l'incremento di oltre 500000 voti assoluti rispetto al 2022 indica che AVS sembra raccogliere una domanda di rappresentanza a sinistra del PD di un settore più ampio di popolo della sinistra: una domanda non priva di contraddizioni con la politica organica e irreversibile di coalizione col PD liberale che i gruppi dirigenti di AVS perseguono. Una contraddizione oggi parzialmente occultata dal corso politico “di sinistra” di Elly Schlein.

Di certo l'affermazione di AVS sottolinea la sconfitta politica della lista Santoro, comprensiva di Rifondazione Comunista. Santoro puntava a ottenere almeno una soglia del 3%, che gli consentisse di partecipare alla negoziazione successiva con i partiti del centrosinistra in vista delle elezioni politiche. Il risultato ottenuto, per quanto superiore alle quotazioni elettorali di Unione Popolare, è stato molto al di sotto di quella soglia. Mentre il successo di AVS quale sinistra del centrosinistra occupa lo spazio ambito da Santoro.

Complessivamente, dallo scenario del voto sembra emergere un bipolarismo d'immagine tra il campo della destra e quello di centrosinistra. Il governo si consolida attorno a “Giorgia”, e al tempo stesso si accredita nella percezione pubblica l'”alternativa Schlein”. Con la differenza che la coalizione di governo è un polo definito e strutturato, mentre il centrosinistra liberalprogressista resta disarticolato e virtuale. Ciò che spinge la borghesia italiana, a partire dai nuovi vertici di Confindustria, a confermare il proprio sostegno al governo Meloni.


PERCHÉ IL GOVERNO A GUIDA POSTFASCISTA SI RAFFORZA

Il rafforzamento del campo reazionario a guida postfascista dopo due anni di governo misura la crisi del movimento operaio italiano e le responsabilità delle sue direzioni.

Due anni di sostanziale pace sociale hanno regalato al governo Meloni uno spazio di tenuta e di manovra altrimenti impensabile. Il governo ha potuto sopprimere il reddito di cittadinanza, allargare la precarietà del lavoro, liberalizzare gli appalti, tagliare le prestazioni sociali in sanità ed istruzione, programmare l'aumento delle spese militari, concordare in sede europea un “nuovo” patto di stabilità fondato su un altra mole di sacrifici sociali annunciati, promuovere missioni militari, senza incontrare alcuna vera e seria mobilitazione sociale di massa della classe lavoratrice.
La burocrazia CGIL si è limitata ad una critica mediatica, incapace persino di reagire alla propria emarginazione di ruolo. Ed ora concepisce la sua stessa campagna referendaria sui temi del lavoro – in sé positiva – come alternativa all'iniziativa di lotta, col rischio oltretutto di depotenziare e mettere a rischio i risultati della campagna stessa.
Il PD, per la sua stessa natura borghese liberale, combina un'opposizione “democratica”, non priva di richiami sociali, con la continuità della politica borghese e i suoi risvolti internazionali: avalla il patto di stabilità europeo cucinato (anche) da Gentiloni, partecipa in sede UE attraverso il gruppo PSE all'alleanza col Partito Popolare Europeo, vota col governo Meloni (e il M5S) le missioni di guerra nel Mar Rosso, preserva le relazioni materiali sul territorio con le organizzazioni padronali e i poteri forti, ignora persino ogni richiesta di patrimoniale, fosse pure a supporto delle proprie timide richieste sulla sanità, rivendica l'appartenenza alla NATO e tutte le sue implicazioni, incluso l'incremento del militarismo.
Parallelamente AVS custodisce la collaborazione col PD a livello nazionale e locale. e copre la passività della burocrazia sindacale. Il fatto che in tutta la campagna elettorale non abbia neppure evocato il proprio sostegno ai referendum sociali della CGIL, non sottoscritti in quanto tali dal PD, dà la misura di come la non belligeranza col PD sia la pietra angolare della politica di AVS.

Tutto ciò non impedisce né al PD né ad AVS alla sua sinistra di raccogliere elettoralmente una domanda di opposizione al governo della propria base elettorale. Una domanda importante. Ma si tratta ad oggi di una capitalizzazione passiva che non sposta i rapporti di forza, perché non incide sul blocco sociale reazionario. Un blocco sociale che infatti non solo è rimasto intatto ma si è addirittura consolidato.


DARE PROSPETTIVA ALLA DOMANDA DI OPPOSIZIONE.
LA NECESSITÀ DI UNA SVOLTA DI FONDO


Rompere la pace sociale, promuovere una piattaforma di lotta unificante, aprire una vertenza generale contro governo e padronato è allora tanto più oggi una necessità politica.
L'importante domanda di opposizione al governo Meloni che si è raccolta attorno ad AVS e al nuovo corso di Schlein va travasata e tradotta sul terreno della mobilitazione reale. È l'unica via per aprire le contraddizioni del blocco sociale avversario, liberando milioni di lavoratori e lavoratrici dall'egemonia reazionaria delle destre. L'unica via per affrontare nel migliore dei modi le grandi battaglie democratiche contro i progetti di premierato e autonomia differenziata. L'unica via per riaprire dal basso lo scenario politico italiano.

La campagna dei referendum promossi dalla CGIL per il ripristino dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la cancellazione delle peggiori forme di precariato, l'abolizione della libertà di subappalto – campagna che il PCL sostiene – non può limitarsi a un'iniziativa istituzionale ma deve trasformarsi nell'apertura di un fronte di lotta sul terreno della lotta di classe. Un'assemblea nazionale di delegati eletti può e deve definire la sua piattaforma e le sue forme d'azione. È necessario che su questa battaglia di svolta si costruisca il più vasto fronte unico di azione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, e di tutte le sinistre politiche e sindacali, fuori da ogni logica isolazionista e minoritaria.

Questa battaglia per una svolta reale di lotta generale attorno ad una piattaforma sociale deve congiungersi ad una coerente battaglia democratica per il ripristino di una legge elettorale proporzionale. Se oggi la destra a guida postfascista col 44% dei voti del 2022 governa col 59% dei seggi parlamentari ciò accade grazie alla legge elettorale varata dal PD (il rosatellum). È significativo che né il PD né AVS vogliano rompere con questa logica maggioritaria che ha premiato Meloni.
Il PD non lo fa perché spera in futuro di usarla per ritornare al governo secondo il pendolo dell'alternanza bipolare. AVS non lo fa perché subalterna al PD, e interessata ad aggregarsi al suo futuro carro ministeriale. Occorre invece capovolgere l'implicazione antidemocratica del bipolarismo attraverso una battaglia di svolta che stabilisca l'uguaglianza di ogni voto, cancelli sbarramenti e premi di maggioranza, affermi la stretta corrispondenza tra rappresentanza e consenso. Una legge pienamente proporzionale minerebbe alla radice il governo delle destre, che non sono maggioranza nel paese, e soprattutto affermerebbe un principio elementare della democrazia: una testa, un voto. È una battaglia storica del movimento operaio.

La battaglia di classe e democratica è inseparabile dall'aperta rottura con l'imperialismo e con il sionismo. Ciò che oggi significa prima di tutto un aperto sostegno al popolo palestinese, alla sua resistenza contro l'oppressione sionista, al principio elementare della sua autodeterminazione, fuori e contro ogni logica di conciliazione con uno Stato coloniale.
Attualmente il governo Meloni si appoggia sulla politica bipartisan in politica estera garantita dal PD (e dal PSE), rivelata dal voto scandaloso di unità nazionale (destre, PD, M5S) a sostegno della missione militare nel Mar Rosso contro gli houthi e la resistenza palestinese, e confermata dalla dissociazione del PD dalle lotte del movimento di solidarietà col popolo palestinese nelle università italiane come in tante università del mondo.
AVS, che pur ha votato contro la missione in Mar Rosso e formalmente sostiene gli studenti, copre il PD col proprio silenzio o con la propria postura pacifista, non senza appoggiare la richiesta di una “difesa comune” europea, cioè degli imperialismi europei, a rimorchio della socialdemocrazia continentale.
L'esigenza del movimento operaio è esattamente opposta: contro ogni forma di militarismo imperialista, contro la NATO, contro il sionismo, a difesa di ogni popolo oppresso. Da qui, oggi, la richiesta di un'azione di sciopero generale e di massa, che coinvolga tutti i sindacati di classe, a sostegno del popolo di Palestina e della lotta degli studenti filopalestinesi, fuori da ogni logica di equidistanza pacifista e di fatto di subordinazione al sionismo.

Ma questa svolta generale di azione implica la piena autonomia del movimento operaio dal PD e dalla logica di subordinazione all'ennesima alternanza di centrosinistra. Implica la costruzione di una rappresentanza politica indipendente del mondo del lavoro sulla base di un programma anticapitalista, che si batta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa allo stato di cose presenti. In Italia e in Europa.

Il PCL è impegnato nella costruzione di questo partito, combinando come sempre unità di lotta, contro ogni forma di settarismo, e radicalità di proposta, contro ogni illusione nel riformismo.
Fuori da ogni subordinazione al PD o da ogni Santoro che passa.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La polizia di Berlino attacca la manifestazione in memoria di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht


 Pubblichiamo questo resoconto della tradizionale manifestazione annuale di commemorazione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino, scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht. Il governo e le autorità tedesche non si sono lasciati sfuggire neanche questa occasione per portare avanti la loro isterica campagna filosionista.



Il 14 gennaio almeno sedici persone sono state ricoverate in ospedale con ossa rotte e altre ferite a seguito di attacchi brutali da parte della polizia con manganelli e spray al peperoncino, secondo quanto riportato dalle squadre di soccorso medico presenti alla manifestazione. Un uomo di 65 anni è stato colpito in modo particolarmente duro, ed è stato lasciato a terra privo di sensi, sanguinante dalla bocca e dal naso.

Il motivo – o più precisamente il pretesto – per il dispiegamento di diverse centinaia di agenti di polizia è stato la solidarietà con la Palestina espressa della manifestazione. Secondo i rapporti della polizia, un oratore e un partecipante avrebbero gridato lo slogan vietato "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera". Di conseguenza, diverse persone sono state arrestate.

Nel momento in cui i manifestanti in testa nel corteo e interi isolati sono tornati indietro per mostrare solidarietà, la polizia si è davvero scatenata. Sicuramente i vertici della polizia, le cui forze non sono nuovo a questo genere di attacchi provocatori, si giustificheranno dicendo che anche in questo caso il loro operato è stata "proporzionato" e che i poliziotti sono in realtà le vittime e non gli autori della violenza.

Naturalmente, il Parlamento sarà anche disposto a discutere della provocazione, dell'attacco al diritto di manifestare, ma con un esito prevedibile: la colpa è dei manifestanti. In fondo, la solidarietà con la Palestina, sempre attaccata pubblicamente, è stata criminalizzata da governi e amministratori per mesi. Anche per la "società civile", cioè per l'opinione pubblica borghese, ce n'è abbastanza. Così la polizia sta facendo rispettare l'ordine di marcia, e ovviamente non solo nella manifestazione del 14 gennaio.

Mentre la solidarietà antimperialista viene criminalizzata e colpita, decine di migliaia di persone sono preoccupate per lo stato della democrazia tedesca dopo le ultime rivelazioni sui piani di deportazione razzista dei rappresentanti dell'AfD, del Movimento Identitario e della WerteUnion in una riunione "privata" a Potsdam. Non c'è dubbio che la preoccupazione e la paura per l'istituzione di un regime di deportazione ed espulsione razzista di massa siano giustificate. L'AfD e vari gruppi fascisti costituiscono la punta di diamante di una politica che incoraggia le continue richieste di politiche migratorie e dei rifugiati sempre più rigide e la prevista abolizione de facto del diritto di asilo da parte dell'UE. Lo spostamento a destra è alimentato anche dalla denigrazione della solidarietà palestinese, dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani, definiti antidemocratici e antisemiti, nonché dal parallelismo tra antisemitismo e antirazzismo. Chi non combatte il razzismo antimusulmano in costante aumento e la criminalizzazione e diffamazione della solidarietà palestinese, alla fine non sarà in grado di fermare lo spostamento a destra.

La manifestazione in ricordo di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht è stata assolutamente pacifica. Non si è lasciata intimidire, ma i suoi partecipanti si sono opposti alla violenza della polizia.

Martin Suchanek

La fine di Rizzo tra le braccia di Alemanno

 


Dallo stalinismo al rossobrunismo. Le basi culturali di una deriva

Il pubblico abbraccio con Gianni Alemanno e il suo "Forum per l'Indipendenza Italiana” ha completato la parabola politica di Marco Rizzo. Per parte nostra nessuna sorpresa. Avevamo denunciato da tempi non sospetti, spesso soli, la valenza politica reazionaria delle posizioni da questi assunte: difesa della sovranità nazionale dell'imperialismo italiano, rivendicazione dei valori tradizionali della famiglia, contrapposizione agli immigrati e ai loro diritti, opposizione ai vaccini... Un impasto indigeribile che già delineava l'approdo rossobruno. Il blocco di Rizzo con variopinte destre sovraniste (Ancora Italia, Riconquistiamo Italia, Italia Unita...) in occasione delle ultime elezioni politiche lo ha esplicitato. L'incontro ultimo con Alemanno, erede ortodosso della tradizione missina neofascista, lo ha infine celebrato nella forma più clamorosa.


Potremmo limitarci a guardare la vicenda da un'angolazione, per così dire, antropologica, in riferimento alle caratteristiche della persona. Trasformismo spregiudicato, ambizioni istituzionali debordanti, estrema spregiudicatezza manovriera, assenza teorizzata di principi, posture misogine evidenti... Sono tutti ingredienti di un sottotraccia “culturale” che ha sorretto l'incessante peregrinazione di Marco Rizzo nell'arco di trent'anni: prima da dirigente di Rifondazione Comunista il sostegno al governo Prodi e alle sue peggiori misure antioperaie (lavoro interinale, record di privatizzazioni, campi di detenzione per i migranti...) al fianco di Bertinotti, Cossutta, Ferrero; poi la scissione a destra di Rifondazione a fianco di Cossutta e Diliberto con la fondazione del Partito dei Comunisti Italiani, per sostenere i governi D'Alema e Amato (inclusi i bombardamenti NATO su Belgrado); poi il pubblico e ostentato sostegno a Romano Prodi quale presidente della Commissione Europea nelle vesti di capogruppo del PdCI ,a Strasburgo; poi la rottura col PdCI di Diliberto in reazione alla propria marginalizzazione di ruolo e la nascita di Comunisti-Sinistra Popolare (poi Partito Comunista); poi la riverniciatura a sinistra del proprio profilo pubblico con l'improvvisa conversione a un apparente ultrasinistrismo (“sinistra e destra pari sono”, rifiuto di ogni unità d'azione a sinistra); infine la deriva rossobruna con la rottura di ogni (formale) riferimento di classe, nel nome del “popolo” e dell'interesse nazionale. Ognuna di queste stagioni ha pescato nella vocazione avventuriera del soggetto. Uno, nessuno, centomila, così è se vi pare. A caccia di una telecamera o di un taccuino purchessia.

Eppure una lettura esclusivamente antropologica risulterebbe riduttiva. Il fenomeno rossobruno va al di là di Marco Rizzo e dei confini nazionali. Lo testimonia la recente scissione a destra di Die Linke in Germania da parte di Sara Wagenknecht. nel nome del respingimento dei migranti e di un'apertura all'estrema destra di AfD. Lo rivela più in generale lo slittamento campista a sostegno dell'imperialismo russo e cinese di settori significativi dell'ambiente stalinista internazionale in diversi paesi e continenti. Ovviamente non tutta l'area campista approda nel rossobrunismo. Ma certo quest'ultimo attecchisce per lo più proprio all'interno dell'area campista, dentro una cultura che rimuove ogni argine classista nel nome del primato della geopolitica. Ne è un esempio la cosiddetta Piattaforma mondiale antimperialista, un'area internazionale di matrice stalinista che aggrega diversi soggetti rossobruni, da Vanguardia Espanola (che rivendica la colonizzazione spagnola dell'America) al Partito Nazional-Bolscevico di Russia (che esalta lo sciovinismo grande-russo, e naturalmente l'invasione dell'Ucraina).

Non è un caso se è proprio l'ambiente politico culturale di estrazione staliniana a essere maggiormente esposto al fenomeno. Sia perché la traiettoria storica dello stalinismo, nella sua dinamica di svolte e contro svolte, ha più volte incrociato stagioni rossobrune: come in occasione del patto sciagurato fra Hitler e Stalin del 1939-1941, quando l'intero movimento comunista internazionale fu costretto a celebrare la Germania nazista nel nome di comuni valori popolar-nazionali e della comune avversione alle vecchie democrazie plutocratiche. Sia perché da un punto di vista più generale la rottura staliniana con l'internazionalismo proletario nel nome delle “vie nazionali” e delle tradizioni nazionali ha fornito un retroterra culturale, seppur indiretto, alle conversioni più spregiudicate: nel Partito Comunista Francese degli anni '30 il passaggio dallo stalinismo al fascismo di Jacques Doriot nel nome della nazione francese fu paradigmatica. Quando si rompe l'ancoraggio internazionalista ogni deriva diventa possibile.

Potremmo dire che la biografia di Marco Rizzo ha in fondo ricalcato in sedicesimo quella di un Jacques Doriot: dal governismo borghese del fronte popolare all'approdo estremo del rossobrunismo. Evidentemente la mala pianta dello stalinismo non ha cessato di generare figli postumi. La differenza è che un tempo fu tragedia, oggi semplicemente una farsa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

La Linke si offre alla SPD per governare la Germania

Il Partito della Sinistra Europea ammaliato dal governo

18 Maggio 2020
La questione del governo è superata nel confronto a sinistra? Argomento del passato? I casi di Syriza, Bloco de Esquerda, Podemos e ora anche la Linke dimostrano il contrario
La Linke tedesca, partito centrale del Partito della Sinistra Europea, si candida al governo della Germania. I due cosegretari della Linke, Katja Kipping e Bernd Riexinger, hanno ufficialmente proposto alla SPD e ai Verdi di proiettare sul piano nazionale le comuni (accidentate) esperienze di amministrazione locale di Berlino e Turingia.

«Il coronavirus ci ha posto di fronte a clamorosi sconvolgimenti economici e feroci lotte per la distribuzione delle risorse. Le richieste politiche dell’intero arco della sinistra ci impongono una presa di posizione coraggiosa e un approccio comune. [...] I governi statali in cui la sinistra è attualmente coinvolta dimostrano la sostanziale differenza sociale e democratica dei partiti progressisti quando governano insieme. Adesso è importante unire le forze e impegnarsi nel cambio di direzione.»

A dire il vero i governi statali in cui la sinistra è coinvolta mostrano l'esatto opposto. Prima il governo Prodi, poi il governo Tsipras, poi il governo portoghese di Costa, e oggi il governo Sanchez-Iglesias dimostrano il «sostanziale» fatto che il coinvolgimento della sinistra nelle responsabilità del governo del capitale, in alleanza coi partiti borghesi o con la socialdemocrazia liberale, si realizza nella continuità delle politiche capitaliste. Ed anzi ha proprio la funzione di coprire a sinistra quelle politiche. Con pessimi risultati per il movimento operaio ed effetti più o meno distruttivi per la stessa sinistra di governo. Rifondazione Comunista ne sa qualcosa. Per quale ragione dovrebbe avvenire diversamente nel cuore del capitalismo europeo, a braccetto di una socialdemocrazia tedesca oggi al governo con Angela Merkel e la CDU?

Ma tant'è. Il gruppo dirigente di Linke ha fretta di offrire a SPD la dote dell'8% che le assegnano i sondaggi. Tra un anno si vota in Germania, entrare al governo è l'occasione della vita per chi non ha altro orizzonte che amministrare la società borghese.
In realtà all'interno della Linke vi sono forti dissensi e resistenze nei confronti di questa prospettiva, ma l'appello all'unità del partito da parte dei suoi segretari serve esattamente a rimuoverle.

Dopo il Bloco e il PCP portoghesi, dopo Podemos, anche la Linke si candida ufficialmente al governo del capitalismo. In questo caso della Germania, il principale paese imperialista del vecchio continente. Un paese in cui la sinistra di governo ha prodotto nella storia immani disastri, a vantaggio delle destre peggiori, come un secolo fa. Certo, si può obiettare che una volta fu tragedia ed oggi farsa. Ma la farsa può farsi tragedia molto in fretta. Già la destra di AfD denuncia la capitolazione al sistema della Linke e i suoi appetiti ministeriali. E siamo solo all'inizio.

La salvaguardia e lo sviluppo di una opposizione di classe ai governi della borghesia, il rifiuto di una compromissione nelle politiche dominanti, non è solo una necessità elementare per la difesa dei lavoratori, ma anche uno strumento di lotta alla reazione e alla sua demagogia tra gli sfruttati.
In ogni caso, dopo la vicenda di Syriza, dopo l'approdo governativo di Podemos, dopo la candidatura di governo della Linke, nessuno potrà più dire che la questione del governo è uscita dall'agenda del confronto a sinistra. Ieri come oggi, è e resta un tema strategico che fa da spartiacque tra riformismo e marxismo rivoluzionario.
Partito Comunista dei Lavoratori