Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta elezioni europee. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni europee. Mostra tutti i post

Primi elementi di analisi del voto per le europee in Europa e in Italia

 


Per una iniziativa di classe, per una svolta di fondo

12 Giugno 2024

English translation

Il voto in Europa per il rinnovo del Parlamento UE è la risultante d'insieme dell'esito elettorale di ciascun paese, ove a prevalere nelle motivazioni di voto è il quadro politico nazionale.

Tuttavia è possibile segnalare alcune linee di tendenza sul piano continentale.

Il PPE (Partito Popolare Europeo) conferma e consolida la propria centralità nella UE, quale architrave dei suoi equilibri politici. Si è affermato come primo partito in Germania, Spagna, Polonia, Grecia, Slovenia, Irlanda. Complessivamente incrementa i propri seggi nel Parlamento Europeo, passando da 179 a 186 seggi.
Il campo liberale (ALDE, Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa) conosce un netto indebolimento, trascinato dalla pesante sconfitta in Francia, in Belgio, in Spagna. Passa da 106 a 79 seggi.
L'area dei Verdi subisce un forte arretramento, per via delle sconfitte registrate in Germania e Francia. Passa da 74 a 52 seggi.
Il PSE (Partito Socialista Europeo) registra complessivamente un arretramento a livello europeo (passando da 153 a 137 seggi), con risultati differenziati da paese a paese. Crolla al suo minimo storico in Germania, dove guida il governo; conosce una ripresa in Francia dopo il tracollo successivo al governo di Hollande; consegue il primato in altri paesi, come i Paesi Bassi, la Svezia e il Portogallo, mentre in Italia si rafforza col risultato del PD.

Il campo del Partito della Sinistra Europea, i cui soggetti sono stati attraversati negli anni da processi di crisi o disarticolazione più o meno profonda, mantiene complessivamente inalterata la propria presenza nel Parlamento Europeo (con 36 seggi, perdendo un seggio), ma con risultati e dinamiche molto differenziati nei diversi contesti. In Spagna registra la pesante sconfitta di Sumar, non compensata da Podemos; in Francia, nonostante la crisi di NUPES, preserva una forza relativamente consistente (tra la France Insoumise di Mélenchon al 10% e il PCF al 2,3%); in Germania ha subito la scissione di Die Linke (attestata tra il 2 e il 3%) con la nascita alla sua destra di una formazione rossobruna che supera il 5%.

Le destre sovraniste si rafforzano sia nella composita componente ECR (Conservatori e Riformisti Europei), presieduta da Giorgia Meloni (che passa da 64 a 73 seggi), che nella altrettanto composita componente ID (Identità e Democrazia), dominata da Marine Le Pen (che passa da 49 a 58 seggi). A ciò si aggiunge il risultato riportato dall'estrema destra di AfD in Germania, recentemente allontanata da ID (che ha conseguito il 16%).
Complessivamente le forze della destra incrementano dunque i propri seggi nel Parlamento Europeo. Ma non si tratta di un'avanzata né travolgente né uniforme. Il risultato delle destre è infatti marcatamente differenziato da paese a paese. Calano ad esempio elettoralmente in Polonia (con un netto arretramento del PiS), in Ungheria (dove il partito di Orban perde otto punti percentuali), in Svezia, in Slovacchia.
Da un punto di vista politico, l'espressione principale del rafforzamento delle destre è la forte affermazione registrata in paesi imperialistici chiave della UE come la Francia (con il Rassemblement National oltre il 32%), l'Italia (con Fratelli d'Italia al 28,8%), la Germania (con la forte crescita di Alternative für Deutschland), ciò che ha naturalmente una rilevanza politica continentale.
In Francia l'affermazione di Le Pen ha innescato una crisi degli equilibri politico-istituzionali, con lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale e la convocazione elle elezioni politiche, un passaggio cruciale su cui torneremo in una prossima nota.

Negli anni cruciali della pandemia, della guerra, della crescita delle disuguaglianze sociali, l'assenza di una iniziativa di lotta del movimento operaio, per responsabilità delle sue direzioni sindacali e politiche, ha consentito un rafforzamento complessivo del campo politico borghese, e al suo interno del sovranismo reazionario.
Le destre sovraniste, al netto delle loro diverse dinamiche e contraddizioni, capitalizzano la crisi congiunta del liberalismo borghese e del movimento operaio, puntando ad una egemonia piccolo-borghese reazionaria su ampie fasce di popolazione povera urbana e rurale, e su settori rilevanti della stessa classe operaia industriale.


LA POLARIZZAZIONE ELETTORALE IN ITALIA

I risultati elettorali in Italia stanno dentro questa cornice europea, con particolarità nazionali proprie.

L'affluenza al voto in Italia è calata nettamente rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2022, passando dal 64% al 49%, in contrasto con la tendenza opposta di altri paesi (Germania).

La polarizzazione elettorale è il profilo più evidente del voto italiano.

Il governo a guida postfascista esce consolidato dalla prova elettorale. Fratelli d'Italia rafforza la propria percentuale di voto rispetto al dato già straordinario delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 (26%) raggiungendo il 28,8%. Forza Italia sopravvive alla morte di Berlusconi consolidando i propri risultati (dal 8,1% delle politiche al 9,6%), a fronte anche della frantumazione e dispersione del polo di centro, Calenda da un lato, Renzi e Bonino dall'altro. La Lega di Salvini preserva sostanzialmente la forza registrata alle elezioni politiche (passando dal 8,8% al 9,07%) con l'aiuto della candidatura Vannacci, seppur con un indebolimento in regioni del Nord. Complessivamente la maggioranza di governo passa dal 44% delle elezioni politiche al 48% delle europee (pur arretrando in voti assoluti, in misura maggiore o minore, in tutte le sue componenti). Dopo due anni di governo, è un dato di indubbia valenza politica. A differenza di Francia e Germania, l'Italia registra in questa fase una relativa stabilità di governo.

Il PD borghese liberale capitalizza a proprio vantaggio la polarizzazione dello scontro con il governo, e con Giorgia Meloni in particolare, e anche l'effetto immagine del nuovo corso di Elly Schlein, più marcato sul terreno del richiamo ai diritti civili e ai temi sociali. Da qui un netto rafforzamento elettorale del PD, che passa dal 19% delle elezioni politiche del 2022 al 24,1%, con l'incremento di un milione di voti assoluti e il conseguimento del primato nel Mezzogiorno. È un risultato che rafforza la nuova segreteria del partito sul versante interno, e la sua posizione negoziale verso le altre componenti di un virtuale centrosinistra. Tanto più a fronte della pesante sconfitta elettorale del M5S, che passa dal 15,6% delle politiche al 10%, perdendo due milioni di voti, prevalentemente in direzione dell'astensione ma anche dello stesso PD e di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra).

Un risultato notevole, sia elettorale che politico, è quello riportato dalla Alleanza Verdi e Sinistra, che non solo supera lo sbarramento del 4% ma raggiunge il 6,7%, con più di un milione e mezzo di voti. Un risultato tanto più rilevante perché conseguito in presenza di una forte ripresa del PD. Sicuramente la candidatura di Ilaria Salis – che abbiamo sostenuto nel Nord-Ovest e che vogliamo immediatamente libera – ha contribuito in modo importante al risultato per il suo forte richiamo democratico, anche al di là delle circoscrizioni del Nord-Ovest, in cui era capolista, e delle Isole, in cui era candidata. Ma al di là del richiamo di Salis, il raddoppio delle percentuali delle elezioni politiche e l'incremento di oltre 500000 voti assoluti rispetto al 2022 indica che AVS sembra raccogliere una domanda di rappresentanza a sinistra del PD di un settore più ampio di popolo della sinistra: una domanda non priva di contraddizioni con la politica organica e irreversibile di coalizione col PD liberale che i gruppi dirigenti di AVS perseguono. Una contraddizione oggi parzialmente occultata dal corso politico “di sinistra” di Elly Schlein.

Di certo l'affermazione di AVS sottolinea la sconfitta politica della lista Santoro, comprensiva di Rifondazione Comunista. Santoro puntava a ottenere almeno una soglia del 3%, che gli consentisse di partecipare alla negoziazione successiva con i partiti del centrosinistra in vista delle elezioni politiche. Il risultato ottenuto, per quanto superiore alle quotazioni elettorali di Unione Popolare, è stato molto al di sotto di quella soglia. Mentre il successo di AVS quale sinistra del centrosinistra occupa lo spazio ambito da Santoro.

Complessivamente, dallo scenario del voto sembra emergere un bipolarismo d'immagine tra il campo della destra e quello di centrosinistra. Il governo si consolida attorno a “Giorgia”, e al tempo stesso si accredita nella percezione pubblica l'”alternativa Schlein”. Con la differenza che la coalizione di governo è un polo definito e strutturato, mentre il centrosinistra liberalprogressista resta disarticolato e virtuale. Ciò che spinge la borghesia italiana, a partire dai nuovi vertici di Confindustria, a confermare il proprio sostegno al governo Meloni.


PERCHÉ IL GOVERNO A GUIDA POSTFASCISTA SI RAFFORZA

Il rafforzamento del campo reazionario a guida postfascista dopo due anni di governo misura la crisi del movimento operaio italiano e le responsabilità delle sue direzioni.

Due anni di sostanziale pace sociale hanno regalato al governo Meloni uno spazio di tenuta e di manovra altrimenti impensabile. Il governo ha potuto sopprimere il reddito di cittadinanza, allargare la precarietà del lavoro, liberalizzare gli appalti, tagliare le prestazioni sociali in sanità ed istruzione, programmare l'aumento delle spese militari, concordare in sede europea un “nuovo” patto di stabilità fondato su un altra mole di sacrifici sociali annunciati, promuovere missioni militari, senza incontrare alcuna vera e seria mobilitazione sociale di massa della classe lavoratrice.
La burocrazia CGIL si è limitata ad una critica mediatica, incapace persino di reagire alla propria emarginazione di ruolo. Ed ora concepisce la sua stessa campagna referendaria sui temi del lavoro – in sé positiva – come alternativa all'iniziativa di lotta, col rischio oltretutto di depotenziare e mettere a rischio i risultati della campagna stessa.
Il PD, per la sua stessa natura borghese liberale, combina un'opposizione “democratica”, non priva di richiami sociali, con la continuità della politica borghese e i suoi risvolti internazionali: avalla il patto di stabilità europeo cucinato (anche) da Gentiloni, partecipa in sede UE attraverso il gruppo PSE all'alleanza col Partito Popolare Europeo, vota col governo Meloni (e il M5S) le missioni di guerra nel Mar Rosso, preserva le relazioni materiali sul territorio con le organizzazioni padronali e i poteri forti, ignora persino ogni richiesta di patrimoniale, fosse pure a supporto delle proprie timide richieste sulla sanità, rivendica l'appartenenza alla NATO e tutte le sue implicazioni, incluso l'incremento del militarismo.
Parallelamente AVS custodisce la collaborazione col PD a livello nazionale e locale. e copre la passività della burocrazia sindacale. Il fatto che in tutta la campagna elettorale non abbia neppure evocato il proprio sostegno ai referendum sociali della CGIL, non sottoscritti in quanto tali dal PD, dà la misura di come la non belligeranza col PD sia la pietra angolare della politica di AVS.

Tutto ciò non impedisce né al PD né ad AVS alla sua sinistra di raccogliere elettoralmente una domanda di opposizione al governo della propria base elettorale. Una domanda importante. Ma si tratta ad oggi di una capitalizzazione passiva che non sposta i rapporti di forza, perché non incide sul blocco sociale reazionario. Un blocco sociale che infatti non solo è rimasto intatto ma si è addirittura consolidato.


DARE PROSPETTIVA ALLA DOMANDA DI OPPOSIZIONE.
LA NECESSITÀ DI UNA SVOLTA DI FONDO


Rompere la pace sociale, promuovere una piattaforma di lotta unificante, aprire una vertenza generale contro governo e padronato è allora tanto più oggi una necessità politica.
L'importante domanda di opposizione al governo Meloni che si è raccolta attorno ad AVS e al nuovo corso di Schlein va travasata e tradotta sul terreno della mobilitazione reale. È l'unica via per aprire le contraddizioni del blocco sociale avversario, liberando milioni di lavoratori e lavoratrici dall'egemonia reazionaria delle destre. L'unica via per affrontare nel migliore dei modi le grandi battaglie democratiche contro i progetti di premierato e autonomia differenziata. L'unica via per riaprire dal basso lo scenario politico italiano.

La campagna dei referendum promossi dalla CGIL per il ripristino dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la cancellazione delle peggiori forme di precariato, l'abolizione della libertà di subappalto – campagna che il PCL sostiene – non può limitarsi a un'iniziativa istituzionale ma deve trasformarsi nell'apertura di un fronte di lotta sul terreno della lotta di classe. Un'assemblea nazionale di delegati eletti può e deve definire la sua piattaforma e le sue forme d'azione. È necessario che su questa battaglia di svolta si costruisca il più vasto fronte unico di azione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, e di tutte le sinistre politiche e sindacali, fuori da ogni logica isolazionista e minoritaria.

Questa battaglia per una svolta reale di lotta generale attorno ad una piattaforma sociale deve congiungersi ad una coerente battaglia democratica per il ripristino di una legge elettorale proporzionale. Se oggi la destra a guida postfascista col 44% dei voti del 2022 governa col 59% dei seggi parlamentari ciò accade grazie alla legge elettorale varata dal PD (il rosatellum). È significativo che né il PD né AVS vogliano rompere con questa logica maggioritaria che ha premiato Meloni.
Il PD non lo fa perché spera in futuro di usarla per ritornare al governo secondo il pendolo dell'alternanza bipolare. AVS non lo fa perché subalterna al PD, e interessata ad aggregarsi al suo futuro carro ministeriale. Occorre invece capovolgere l'implicazione antidemocratica del bipolarismo attraverso una battaglia di svolta che stabilisca l'uguaglianza di ogni voto, cancelli sbarramenti e premi di maggioranza, affermi la stretta corrispondenza tra rappresentanza e consenso. Una legge pienamente proporzionale minerebbe alla radice il governo delle destre, che non sono maggioranza nel paese, e soprattutto affermerebbe un principio elementare della democrazia: una testa, un voto. È una battaglia storica del movimento operaio.

La battaglia di classe e democratica è inseparabile dall'aperta rottura con l'imperialismo e con il sionismo. Ciò che oggi significa prima di tutto un aperto sostegno al popolo palestinese, alla sua resistenza contro l'oppressione sionista, al principio elementare della sua autodeterminazione, fuori e contro ogni logica di conciliazione con uno Stato coloniale.
Attualmente il governo Meloni si appoggia sulla politica bipartisan in politica estera garantita dal PD (e dal PSE), rivelata dal voto scandaloso di unità nazionale (destre, PD, M5S) a sostegno della missione militare nel Mar Rosso contro gli houthi e la resistenza palestinese, e confermata dalla dissociazione del PD dalle lotte del movimento di solidarietà col popolo palestinese nelle università italiane come in tante università del mondo.
AVS, che pur ha votato contro la missione in Mar Rosso e formalmente sostiene gli studenti, copre il PD col proprio silenzio o con la propria postura pacifista, non senza appoggiare la richiesta di una “difesa comune” europea, cioè degli imperialismi europei, a rimorchio della socialdemocrazia continentale.
L'esigenza del movimento operaio è esattamente opposta: contro ogni forma di militarismo imperialista, contro la NATO, contro il sionismo, a difesa di ogni popolo oppresso. Da qui, oggi, la richiesta di un'azione di sciopero generale e di massa, che coinvolga tutti i sindacati di classe, a sostegno del popolo di Palestina e della lotta degli studenti filopalestinesi, fuori da ogni logica di equidistanza pacifista e di fatto di subordinazione al sionismo.

Ma questa svolta generale di azione implica la piena autonomia del movimento operaio dal PD e dalla logica di subordinazione all'ennesima alternanza di centrosinistra. Implica la costruzione di una rappresentanza politica indipendente del mondo del lavoro sulla base di un programma anticapitalista, che si batta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa allo stato di cose presenti. In Italia e in Europa.

Il PCL è impegnato nella costruzione di questo partito, combinando come sempre unità di lotta, contro ogni forma di settarismo, e radicalità di proposta, contro ogni illusione nel riformismo.
Fuori da ogni subordinazione al PD o da ogni Santoro che passa.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Ci ha lasciato Giulietto Chiesa

28 aprile 2020 - Ci ha lasciato Giulietto Chiesa. Non siamo mai stati politicamente d’accordo con lui né quando sosteneva posizioni di tipo riformistico (prima nel vecchio PCI e in un secondo tempo, da indipendente, a fianco di Di Pietro) né ovviamente quando è passato a posizioni di tipo “campista” mescolate a un un’idea di inaccettabile complottismo.
Però due cose di lui vanno ricordate. Innanzitutto è stato un grande giornalista, che ha perfettamente raccontato la fine dell’URSS: i suoi articoli, negli anni Ottanta e Novanta, sono stati illuminanti nel descrivere prima la crisi e la disgregazione dell’Unione Sovietica e poi la nascita di un processo che ha portato al regime di Putin. Poi, non solo ha sempre avuto rapporti corretti con il nostro partito, ma è grazie alla sua firma di europarlamentare che, bypassando le vergognose leggi che impediscono a una piccola forza di candidarsi, siamo riusciti a essere presenti alle elezioni europee del 2009 (nelle quali non abbiamo potuto eleggere il compagno Marco Ferrando solo perché pochi mesi prima delle elezioni venne votata la nuova legge proposta da Veltroni che poneva lo sbarramento al 4%).
Con Chiesa e il suo piccolo gruppo ci siamo ritrovati poi, negli anni 2011-2012, nel fronte unico che ha dato vita al “movimento no debito”, sfociato in una grande manifestazione con decine di migliaia di lavoratori e giovani contro il governo Monti e la sua politica.
È per questo che vogliamo qui ricordare Giulietto Chiesa e salutarlo con dispiacere.
Partito Comunista dei Lavoratori

Crollo del M5S e avanzata leghista

2 giugno 2019 - Analisi del voto - Le elezioni europee del 26 maggio riflettono in forma distorta la dinamica di classe sullo sfondo della grande crisi sociale. L'arretramento profondo del movimento operaio, dei suoi livelli di mobilitazione e di coscienza, e a maggior ragione la mancata risposta anticapitalistica alla crisi, hanno dirottato il malcontento di ampi strati sociali e le loro domande di cambiamento verso sbocchi reazionari o innocue illusioni. Lo scenario europeo e il contesto italiano sono entrambi paradigmatici. 

LA DINAMICA DEL VOTO EUROPEO 

Su scala continentale, con poche eccezioni, prosegue e si acuisce la crisi dei partiti tradizionali del Partito Popolare Europeo (PPE) e del Partito Socialista Europeo (PSE), entrambi gestori della lunga stagione dell'austerità e per questo identificati con l'establishment. Da un lato la crisi della CDU, del PP spagnolo, di Forza Italia; dall'altro il collasso di SPD, della socialdemocrazia francese, dello stesso laburismo inglese. Ma la crisi dei partiti tradizionali non viene capitalizzata a sinistra, ma da forze reazionarie o dai partiti verdi.

Le destre reazionarie e nazionaliste nel loro variegato spettro (conservatori, lepenisti, area Farage) non conoscono uno sviluppo omogeneo, e in alcuni paesi addirittura arretrano (Austria, Spagna); ma complessivamente si consolidano (Francia) e in altri casi sfondano (Gran Bretagna e Italia). Per non parlare dello straordinario successo del partito di Orban in Ungheria, che pur essendo parte ancora del PPE, va considerato a pieno titolo una componente di punta della reazione europea. Al di là delle diverse specificità nazionali, si raccoglie attorno a questi partiti un vasto blocco sociale a egemonia reazionaria che subordina a sé ampi settori della classe lavoratrice e della popolazione povera, urbana e rurale.

I partiti verdi conoscono un'avanzata generale, a scapito sia dei partiti borghesi tradizionali ma soprattutto della socialdemocrazia (SPD) e delle forze collocate alla sua sinistra. Essi capitalizzano in larga misura l'ondata della mobilitazione giovanile sui cambiamenti climatici (fenomeno Greta), che in assenza di un riferimento di classe si è raccolta attorno a un ambientalismo piccolo-borghese più o meno progressista, talvolta scopertamente liberista, in ogni caso estraneo alle preoccupazioni sociali del lavoro. Un voto principalmente cittadino, radicato tra gli studenti e nella classe media acculturata. L'aumento diffuso dell'affluenza al voto su scala continentale (non in Italia) è in parte un risvolto di questo fenomeno: enorme in Germania, rilevante in Francia, diffuso nel Nord Europa.

In questo quadro generale, le formazioni a sinistra della socialdemocrazia (con l'unica eccezione del Bloco de Esquerda portoghese) non solo non capitalizzano neppure in minima parte la crisi di PPE e PSE, ma conoscono un generale arretramento. A volte a vantaggio della socialdemocrazia stessa (Spagna), a volte dei Verdi (Germania), a volte in direzioni diverse e combinate (Francia).
Diversi fattori hanno concorso a questo esito.
In primo luogo la caduta della bandiera di Tsipras, che con la sua capitolazione alla Troika ha privato la sinistra europea di una ragione pubblica riconoscibile, a tutto vantaggio dei nazionalismi reazionari.
In secondo luogo, il fallimento clamoroso di tutte le operazioni populiste di sinistra: il disegno di Mélenchon di capitalizzare elettoralmente il movimento spurio dei gilet gialli sventolando la bandiera tricolore e sposando lo sciovinismo antitedesco si è risolto in un crollo; l'arretramento netto di Podemos in Spagna ha confermato la stessa legge. La narrazione populista concima per sua natura il terreno della destra, non della sinistra. Il sovranismo “di sinistra” è una contraddizione in termini che il voto semplicemente rivela.
Infine, la flessione della sinistra europea è un sottoprodotto del ripiegamento sociale. Syriza e Podemos erano stati in larga misura un sottoprodotto di movimenti sociali. Il tradimento delle loro ragioni (Grecia) e in ogni caso il riflusso sociale hanno prosciugato il bacino di queste formazioni.


IN ITALIA IL VOTO PEGGIORE

Il voto italiano è stato il voto peggiore in Europa.

Tutti gli elementi dello scenario europeo hanno trovato in Italia una espressione concentrata e radicale, a destra. Già le elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevano sospinto una soluzione politica d'eccezione: l'Italia è l'unico paese imperialista d'Europa a essere retto da forze populiste reazionarie con base di massa. Ora il voto europeo del 26 maggio fotografa un ulteriore peggioramento del quadro: non solo il governo Conte conserva la propria base complessiva di consenso (oltre il 50% dei votanti), ma al suo interno si sviluppa la componente più reazionaria. Per di più in un quadro in cui l'unico contraltare alla reazione appare il PD liberal-borghese, con la sinistra politica ridotta a una larva.

È l'esito elettorale più a destra del dopoguerra italiano.


LA LEGA, PARTITO DELLA NAZIONE 

L'ascesa della Lega non ha eguali in Europa. Per la sua progressione straordinaria (dal 17% al 34% in un anno di governo, con l'aumento di oltre tre milioni di voti assoluti, a fronte del calo di affluenza di 7 milioni di elettori); per il suo sfondamento su scala nazionale (aumento ulteriore al Nord, allargamento al Centro, quadruplicazione delle percentuali di voto al Sud); per il suo radicamento nell'Italia profonda della provincia, delle cittadine, dei piccoli paesi, delle campagne. La Lega è oggi “il partito della nazione”. Il suo blocco sociale si è esteso: dietro l'egemonia della piccola-media impresa dei distretti, la Lega raccoglie un settore più ampio della classe operaia dell'industria e vaste fasce di popolazione povera del Meridione. È paradossale: nel momento stesso in cui il suo progetto di autonomia differenziata colpisce in primo luogo (ma non solo) la popolazione povera del Sud, significativi settori del popolo del Sud si rivolgono alla Lega, che oggi nel Meridione supera il PD. In parte irretiti dal richiamo razzista (il voto di Riace e Lampedusa è emblematico), in parte richiamati dalle suggestioni regionaliste, in parte delusi dalle speranze riposte nel M5S e dunque alla ricerca di un riferimento nuovo. La possibile ricollocazione al fianco della Lega di potentati locali, clientelari o malavitosi, completa il quadro.
Colpisce su scala nazionale una dinamica di espansione elettorale in tutte le direzioni. La Lega continua a svuotare Forza Italia (in crisi verticale), capitalizza il 14% del voto in uscita dal M5S, soprattutto nei luoghi di lavoro a partire dalle fabbriche, prosciuga persino il bacino elettorale delle formazioni fasciste CasaPound e Forza Nuova. L'unica eccezione è quella di Fratelli d'Italia, non a caso in concorrenza ma anche in convergenza con la Lega, e per questo socio beneficiario della spinta reazionaria.

Il voto alla Lega non è più solo un voto protestatario contro le élite nazionali ed europee. È naturalmente anche questo, ma non solo. È anche e sempre più un voto d'ordine. Contro "l'invasione” e “i delinquenti”, “legge e ordine” e “legittima difesa”: questa è l'insegna. Il ministro degli Interni in divisa di polizia non è solo un'offerta di rappresentanza agli apparati repressivi dello Stato, è anche una promessa di ordine e disciplina nella società italiana, come il ritorno dei grembiulini a scuola. Ordine, disciplina e tradizione. Il bacio al crocifisso, le preghiere alla Madonna, l'esaltazione del presepe, l'idolatria della famiglia tradizionale celebrata a Verona, non sono affatto esagerazioni retoriche, casualmente sfuggite. Sono un messaggio lanciato all'Italia dei piccoli borghi antichi, spaventati dalla modernità, nostalgici della tradizione. Sono ingredienti di un impasto ideologico mirato a celebrare la reazione, nel senso letterale e storico di questo termine, e a raccogliere attorno ad essa il blocco sociale più vasto. Non a caso è lo stesso blocco sociale su cui si reggono il regime di Orban e il regime polacco, due regimi che il progetto di Salvini mira ad emulare. Non certo il fascismo, ma neppure solamente il ritorno a un centrodestra con guida leghista. Bensì un regime reazionario di massa, con tratti bonapartisti (regime neoautoritario centrato attorno al capo).


LE FORTUNE DEL PD 

In alternativa alla Lega è apparso il PD liberale. Un partito borghese, legato a doppio filo alle classi dominanti d'Italia e d'Europa, protagonista delle lunghe politiche di austerità, irriformabile nella sua natura sociale. Ma riverniciato dalla segreteria Zingaretti come “sinistra progressista” in contrapposizione a Salvini. Il voto del 26 maggio ha visto un relativo successo di questa truffa. Dal punto di vista elettorale, il PD non guadagna voti assoluti rispetto a un anno fa, anzi ne perde. Ma a fronte di un calo consistente dell'affluenza al voto – unico caso in Europa – le percentuali del PD aumentano nettamente, dal 18% al 22%. Il PD non conquista nulla sulla sua destra, il travaso dal M5S è minimo, nonostante il tracollo dei pentastellati. Recupera invece settori di elettorato di sinistra che il renzismo aveva respinto e allontanato, che si erano indirizzati verso Liberi e Uguali o si erano rifugiati nell'astensione (il 10% del voto PD proverrebbe secondo l'Istituto Cattaneo dagli astenuti del 2018). L'immagine di un PD derenzizzato e più attrattivo, a sinistra si è unita purtroppo al richiamo del voto utile contro Salvini.

Ma il successo politico di Zingaretti va oltre il dato elettorale: il recupero percentuale del PD depotenzia nell'immediato i disegni scissionisti di Matteo Renzi, che permangono, e soprattutto si combina col netto sorpasso del M5S. Un sorpasso che avviene in discesa, grazie al tracollo del M5S, ma avviene. E questo politicamente conta. Il PD liberale può oggi cercare di presentarsi come il baricentro dell'alternativa a Salvini, attorno a cui raccogliere le sparse membra di un nuovo centrosinistra: i liberali di Bonino, i Verdi, e le sinistre disponibili all'ennesima subordinazione. Ma anche, eventualmente, un domani, un nuovo partito di centro borghese uscito dal laboratorio di Calenda e affini.

Il problema più grosso del PD, e del ricostituendo centrosinistra, è il confine rigido del proprio blocco sociale. Un partito che regge nella maggioranza delle grandi città, grazie al voto di settori impiegatizi, in particolare nella scuola, e di un'opinione pubblica progressista di classe media, ma incapace di proiettarsi oltre le soglie di quel recinto. La leva retorica dell'opposizione a Salvini e la finzione di una “sinistra” ritrovata possono funzionare (purtroppo) in rapporto al popolo di sinistra, ma non smuovono minimamente il blocco sociale reazionario e la sua avanzata. Il voto del 26 maggio fotografa anche questo.


IL CROLLO DEL M5S 

Il M5S è il grande sconfitto del 26 maggio.

La sconfitta ha proporzioni elettorali enormi: in un solo anno, sei milioni di voti in meno, il 43% del proprio elettorato. Un crollo diffuso su scala nazionale, una grande fuga in direzioni diverse: ma soprattutto verso la Lega (il 14% del voto in uscita), e molto di più verso l'astensione (40%). La dinamica del voto del M5S è speculare a quello della Lega. Mentre la Lega si trasforma in partito della nazione, il M5S restringe il proprio baricentro nel sud d'Italia, l'esatto capovolgimento delle origini nordiste del M5S. Ma proprio nel Sud, pur restando il primo partito, conosce uno smottamento profondo. Il reddito di cittadinanza ha fatto solo in parte da paracadute. Un blocco sociale costruito attorno all'egemonia delle libere professioni sulla massa dei disoccupati e della popolazione povera ha subito una frattura del proprio architrave proprio nel Sud, a volte, come in Sardegna, con un travaso diretto verso la Lega, più spesso in direzione del semplice abbandono passivo. La diminuzione dell'affluenza al voto è stata in larga parte l'effetto diretto del crollo Cinque Stelle e si è concentrata soprattutto nel Meridione, mentre nel Nord l'ambizione di Di Maio di combinare voto operaio e voto dell'impresa ha subito un rovescio su entrambi i versanti per mano della Lega. Di certo il grande invaso del M5S è esploso a destra. Il M5S è stato in definitiva, elettoralmente, una stazione di transito verso la Lega. Tutti coloro che a sinistra, e persino nell'estrema sinistra, salutavano il M5S come forza di sinistra, o comunque democratico-progressista, sono di fronte alla disfatta delle proprie tesi.

Peraltro la crisi del M5S è ben lungi dall'essersi conclusa. Il M5S è un partito in cerca d'autore, privo di una ragione pubblica riconoscibile. Partito anti-casta, partito degli onesti, partito sociale, persino partito di sinistra che fa argine alla destra, tutte le maschere sono state indossate con cinica disinvoltura in un turbinio interminabile di pose teatrali in funzione dei sondaggi. Ma larga parte del pubblico ha abbandonato il teatro, e non sarà facile richiamarlo.

Il M5S è un partito privo di sbocchi politici. La continuità di governo lo espone alla dominazione di Salvini e a nuove disfatte. Una rottura col governo rischia di regalare a Salvini un nuovo raccolto. Tutti i nodi si stringono attorno al collo del gruppo dirigente grillino, che per la prima volta vede chiamata in causa la sua stessa costituzione materiale e catena di comando. Di Maio può farsi incoronare dal plebiscito web con il viatico di Grillo e Casaleggio, pur di reggere il confronto nei gruppi parlamentari, ma proprio questo dimostra che il vaso di Pandora si è aperto. Richiuderlo sarà molto difficile, soprattutto senza una prospettiva politica indolore.


LA DISFATTA DELLA SINISTRA 

A sinistra del PD si è consumata l'ennesima disfatta.

Il PCL ha dato indicazione di voto a sinistra del PD contro le destre reazionarie e in alternativa ai liberali, ma senza mai tacere il proprio giudizio critico. A maggior ragione non lo tacitiamo ora.

Le liste de La Sinistra (Rifondazione Comunista e Sinistra Italiana) hanno riportato 1,7%, in voti assoluti meno della metà di quanto raccolto poco più di un anno fa alle elezioni politiche a sinistra del PD, che già rappresentava il livello minimo raggiunto dalla sinistra italiana nella sua storia politica. Il richiamo del voto utile contro Salvini del PD zingarettiano, la paura di disperdere il voto, persino il richiamo della lista Verde (un 2,5% dal nulla) hanno sicuramente privato La Sinistra di un bacino di consenso. Tanto è vero che nelle elezioni amministrative, dove minore era la paura di dispersione e il confronto era spesso col PD renziano (per esempio in Toscana), lo stesso elettorato schieratosi con Zingaretti alle europee si è ricollocato a sinistra in contrapposizione al PD (Firenze, Livorno).

Ma non è il fattore Zingaretti che spiega da solo il risultato. Altri fattori hanno concorso: l'ennesimo accrocchio di laboratorio attorno all'ennesima sigla, ogni volta diversa, e sconosciuta alla massa; ma anche e soprattutto la rimozione di una linea di demarcazione classista che motivasse la ragione sociale della sinistra politica e potesse far argine al PD liberale (e ai Verdi). La dispersione della centralità del riferimento di classe è stata una costante della cosiddetta sinistra radicale proprio negli anni della grande crisi capitalista. La classe lavoratrice è stata rimpiazzata dalla cittadinanza progressista, con qualche tinta sociale. Tutte le sperimentazioni di laboratorio del decennio (Arcobaleno, Rivoluzione Civile con Ingroia e Di Pietro, L'Altra Europa con Tsipras insieme a Barbara Spinelli...) hanno recitato, in forme diverse, questo spartito. La lista improvvisata de La Sinistra, seppur con un profilo più politico e meno civico, non si è discostata, per impostazione e programmi, da quel solco, né poteva in ogni caso rimuoverne il lascito. Per di più col gravame del riferimento a uno Tsipras ormai compromesso nell'austerità e infatti usato dallo stesso PD e dal PSE (“una maggioranza in Europa da Macron a Tsipras”). Poteva essere Tsipras la linea di demarcazione dal PD? La presa del voto utile per Zingaretti è stata agevolata anche da questo.

Il PC stalinista di Marco Rizzo ha riportato lo 0,88%. Un buon risultato, sia in percentuale che in voti assoluti, con un netto incremento rispetto alle elezioni politiche del 2018.
È la misura della capacità attrattiva del “richiamo comunista” su un settore certo minoritario ma reale dell'elettorato di sinistra. È uno spazio che si sovrappone in larga misura a quello del Partito Comunista dei Lavoratori, e che Rizzo ha potuto occupare anche in ragione della nostra assenza, causata da una legge elettorale reazionaria. La campagna promossa da Rizzo (all'insegna di “è tornato il partito comunista”) ha apertamente investito in questo spazio. Il suo carattere completamente abusivo (da parte di chi sostenne i governi Prodi e D'Alema, e dunque i bombardamenti su Belgrado) non inficia il dato di realtà: un piccolo partito stalinista ha messo piede attorno al trasformismo di un camaleonte.

Resta il fatto che, complessivamente, la sinistra politica ha registrato una débâcle senza precedenti. È una débâcle inseparabile dal quadro generale di deriva reazionaria dello scenario politico, nel corso di una lunga parabola. Una parabola innescata dal sostegno suicida al governo Prodi da parte dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale. Un passaggio che ha distrutto Rifondazione Comunista abbattendo ogni argine e spianando la strada a un arretramento verticale del movimento operaio e della sua coscienza. Arriva oggi a valle la valanga formatasi allora, alimentata poi dalla grande crisi sociale e dall'assenza, in essa, di un'opposizione di classe: ciò che ha dirottato a destra larga parte del malcontento operaio e popolare. Renzismo, grillismo, leghismo hanno rappresentato, in rapida successione, il riflesso politico di questa dinamica. La sinistra, nel suo complesso, ne è stata vittima. I suoi gruppi dirigenti, politici e sindacali, pienamente responsabili, senza eccezioni.

Non si può rimontare la china di questa disfatta senza combinare il lavoro di unificazione e rilancio dell'opposizione di classe e di massa con la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. Solo l'ingresso sulla scena della classe lavoratrice, su base di massa, attorno a una propria piattaforma di mobilitazione, può unificare le lotte di resistenza, scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare i lavoratori stessi dal richiamo delle sirene populiste. Ma solo la costruzione di un partito comunista e rivoluzionario, estraneo ai gruppi dirigenti della disfatta, può connettere il rilancio dell'opposizione alla prospettiva del potere dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unica vera alternativa alla reazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sul voto alle europee del 26 maggio

Le elezioni europee segnano complessivamente, al di là delle specificità nazionali, l'indebolimento dei partiti tradizionali PPE e PSE, a vantaggio o delle destre reazionarie (Gran Bretagna, Francia, Italia) o dei cosiddetti partiti verdi, che conoscono quasi ovunque una forte affermazione (a partire da Germania e Francia). Le formazioni a sinistra delle vecchie socialdemocrazie registrano ovunque una flessione o marginalizzazione. È un dato d'insieme che riflette l'arretramento dei livelli di mobilitazione e coscienza della classe lavoratrice, di cui portano primaria responsabilità i gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale, in ogni paese, e su scala continentale.

In Italia questo scenario europeo conosce la traduzione peggiore.
Il governo reazionario M5S-Lega stabilizza complessivamente il proprio consenso, mentre il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S premia la componente più reazionaria del governo stesso. Lo sfondamento della Lega di Salvini attorno alla bandiera “legge e ordine” e alla esibizione del rosario (Dio, Patria, Famiglia) ha una dimensione nazionale impressionante. Il netto rafforzamento di Fratelli d'Italia completa il quadro. A sua volta, il PD liberale di Zingaretti ha fatto leva sulla contrapposizione a Salvini per recuperare settori di elettorato di sinistra allontanati dal renzismo e rilanciare una prospettiva di ricomposizione del centrosinistra sotto la propria egemonia. La pesantissima sconfitta del M5S, con perdita elettorale in tutte le direzioni (Lega, PD, astensione in particolare al Sud) è la risultante di questa dinamica generale.
Il governo Conte è per un verso rafforzato dal voto, ma per un altro è minato dall'obiettivo restringimento dello spazio negoziale tra M5S e Lega.

A sinistra del PD, si registra la clamorosa débâcle della lista La Sinistra, che ha subìto il duplice effetto del voto utile contro Salvini andato al PD e dell'attrazione della lista Verde a livello di opinione. La rimozione del riferimento classista, le perduranti compromissioni col PD (nelle amministrazioni locali), la compromissione continentale della bandiera di Tsipras sotto il peso delle politiche di austerità, hanno indebolito la linea di demarcazione della sinistra riformista dalla borghesia liberale e dall'ambientalismo progressista. Il voto ha registrato questo fatto. Mentre il PC stalinista di Marco Rizzo ha capitalizzato abusivamente il richiamo comunista in settori di avanguardia, nel momento stesso in cui le leggi elettorali reazionarie hanno impedito la presenza del Partito Comunista dei Lavoratori.

Lo scenario italiano ripropone una volta di più due esigenze complementari.

La prima è la ricostruzione e rilancio di una opposizione di classe e di massa che possa unificare le lotte di resistenza (sociali, antirazziste, antifasciste, femministe, ambientaliste) contro la deriva reazionaria in atto e dare ad esse una rilevanza politica. Contro ogni logica di frammentazione, occorre lavorare in ogni sede per il fronte unico contro la reazione, a partire dall'ingresso sulla scena del movimento dei lavoratori, su base di massa, attorno a una propria piattaforma di lotta riconoscibile. Gli appelli congiunti di CGIL-CISL-UIL con Confindustria a favore dell'Unione Europea, la revoca confederale dello sciopero della scuola del 17 maggio, sono stati non solo un tradimento delle ragioni del lavoro ma un regalo politico al governo e a Salvini. Solo la ricostruzione di un fronte sociale di massa può alzare un argine contro le forze reazionarie. Solo l'esperienza di una lotta generale può liberare i lavoratori stessi dall'influenza delle suggestioni populiste.

La seconda esigenza è la costruzione di un partito indipendente dell'avanguardia di classe attorno a un programma anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che sappia trarre un bilancio dell'esperienza fallimentare delle sinistre riformiste, che rompa con ogni pratica o progetto di compromissione coi partiti liberali borghesi, costruisca in ogni lotta la prospettiva della rivoluzione e del governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa. Proprio la radicalità della deriva reazionaria richiama la necessità di una alternativa radicale al capitalismo, alla sua crisi, alla sua barbarie. I settori d'avanguardia non hanno bisogno dell'ennesima riproposizione di cartelli riformisti senza futuro, o di finzioni movimentiste, o delle cariatidi ideologiche dello stalinismo. Hanno bisogno di un partito di classe rivoluzionario. La costruzione controcorrente del PCL si muove ostinatamente in questa direzione.
Marco Ferrando

Contro le destre reazionarie di Lega e M5S

No al PD liberale. Vota a sinistra

16 Maggio 2019
Nessuna illusione sul riformismo. Per un'alternativa delle lavoratrici e dei lavoratori in Italia e in Europa. Unire le lotte. Costruire il partito rivoluzionario
Le elezioni europee del 26 maggio sono un passaggio importante della politica italiana.
Lega e M5S si azzuffano ogni giorno per incamerare voti, ma gestiscono da un anno una politica di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, mentre continuano a detassare i profitti miliardari e a pagare il debito pubblico alle banche, tagliando su scuola, sanità, servizi. Il progetto di “autonomia differenziata” mira alla regionalizzazione dei rapporti di lavoro e a un ulteriore impoverimento delle regioni del Sud, a tutto vantaggio del padronato del Nord e dei suoi affari. Altro che governo del cambiamento! In più il governo cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole (decreto sicurezza) per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.
Il primo dovere è opporsi a questo governo reazionario e ai suoi partiti.

Ma l'alternativa non può essere certo il PD. Un partito liberale che ha gestito le peggiori politiche antioperaie, dalla legge Fornero all'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e gli accordi infami con la Libia per la segregazione dei migranti, fra stupri e torture (Minniti). È un partito che con Zingaretti cerca di rifarsi il trucco, ma che conferma guarda caso tutte le politiche del passato, dal TAV alle misure antipopolari. Il PD si oppone al governo Conte non dal versante dei lavoratori ma dal versante del rigore, dei conti pubblici, di Confindustria, dell'Unione Europea dei capitalisti. Così facendo oltretutto concorre alla tenuta del governo tra i lavoratori e gli strati popolari. È il PD che ha spianato la strada alle destre, non può essere il PD l'alternativa a queste.

Contro le destre di governo, contro il PD confindustriale, diamo indicazione di voto a sinistra. Al fianco di centinaia di migliaia di lavoratori, giovani, donne che in questi mesi hanno animato le manifestazioni antirazziste, antifasciste, femministe, studentesche, e che vogliono esprimere anche attraverso il voto la propria opposizione al governo e la propria demarcazione dal PD.

Noi sappiamo che molti compagni tendono ad astenersi in queste elezioni, perché profondamente delusi dalla politica delle forze a sinistra del PD presenti.
Pur comprendendo questa posizione per la nostra netta critica della sinistra riformista di vario tipo, riteniamo però che in questa occasione sia più logico, per combattere il governo reazionario e il PD sempre liberale nonostante la segreteria Zingaretti, esprimersi con un voto per le liste a sinistra del PD.

Ma la nostra indicazione di voto è priva di ogni illusione.
La lista “la Sinistra” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi Prodi (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati, spese e missioni militari...). Ed ora gli stessi partiti assumono a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito e gestisce politiche di lacrime e sangue per conto, e col plauso, del capitale finanziario.
È una sinistra subalterna all'europeismo borghese.
La lista del PC è guidata da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia. E ora cerca di rifarsi il look “a sinistra” parlando di anticapitalismo e socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti. È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista.
Nei fatti, né “la Sinistra” né il PC si battono per una alternativa dei lavoratori e degli oppressi. Né si battono – di conseguenza – per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Proprio da qui passa invece l'unica prospettiva di alternativa vera: un'alternativa anticapitalista, su scala italiana, europea, internazionale. Un'alternativa anticapitalista che ripartisca il lavoro fra tutti attraverso la riduzione dell'orario a 32 ore a parità di paga; che sviluppi un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti; che abolisca il debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; che espropri le aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute e sotto il controllo dei lavoratori.
Solo un governo di lavoratori, lavoratrici, precari, operai, impiegati, solo un governo basato sulla loro organizzazione democratica e la loro forza può realizzare queste misure di svolta.

È la prospettiva dell'Europa socialista, degli Stati uniti socialisti d'Europa. Una prospettiva rivoluzionaria, contrapposta sia all'europeismo borghese liberale sia ai sovranismi nazionalisti. Una prospettiva che si fonda sull'unità e l'autonomia degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese e su scala continentale, in opposizione al capitalismo e all'imperialismo, innanzitutto quello di casa nostra.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma delle elezioni europee, per via di assurde barriere antidemocratiche verso i partiti che non hanno rappresentanza nel Parlamento della UE. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.
Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati. Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L'incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l'attuale governo dei parvenu e ripristini l'agognata alternanza, il pendolo che per vent'anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l'Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica. Quale alternativa di governo in caso di frana dell'attuale esecutivo? Questo è l'interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c'entra tutto questo con la sinistra? Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall'illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l'illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l'illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo. Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta. Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito. Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia. Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un'immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d'abito di stagione non cambia la natura del partito che l'indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale; ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD. Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell'area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l'articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull'immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti. Sarebbe questa... la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un'apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella. Con quale obiettivo? Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po' di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri. 
La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l'esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.
Partito Comunista dei Lavoratori