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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il circolo ferrovieri del PRC, il no al TAV e il compagno Donninelli

L'ultimo scritto di Ermanno Lorenzoni

17 Aprile 2020
Ancora oggi i suoi compagni e amici, a un mese dalla scomparsa di Ermanno, sono increduli. È difficile per chi ha condiviso oltre trent'anni di comune militanza politica capacitarsi di questa perdita.
Tante le lotte comuni; ricordiamo in particolare quelle condotte in ferrovia, sia come delegato sindacale sia da militante di Rifondazione Comunista.

Vorremmo ricordarlo riportando, a questo proposito, una sua nota di risposta agli interrogativi posti da un giovane compagno incuriosito da un testo comparso in gennaio di quest’anno sul sito nazionale di Rifondazione Comunista, dal titolo “Come Rifondazione divenne il primo partito No TAV”.
Ermanno, al tempo membro dell’esecutivo del Consiglio dei delegati presso lo scalo FS di Bologna S. Donato, con la sua caratteristica di umiltà e di profondo conoscitore delle dinamiche politiche, in questo testo ricostruisce minuziosamente questa vicenda politica.

 

Il circolo ferrovieri del PRC, il no al TAV e il compagno Donninelli

di Ermanno Lorenzoni


Ricordo la riunione del circolo ferrovieri di Rifondazione Comunista di Bologna, nel 1992. Anche se alcuni particolari restano un po' confusi, essendo trascorsi tanti anni, praticamente una vita. Fu una riunione voluta fortemente dai circoli ferrovieri di Bologna e Firenze, i più organizzati allora, sull'onda del progetto Alta Velocità promosso dalle allora Ferrovie dello Stato. Annibale Donninelli, l'animatore del circolo ferrovieri di Bologna, oltre che componente del direttivo nazionale FILT-CGIL, fu l'artefice di quella riunione, che ebbe il merito di far prendere una posizione precisa al Partito della Rifondazione Comunista, attraverso una riunione nazionale dei militanti del settore. Sembra una cosa scontata, ma invece non lo era affatto, perché allora non c'era nessuna posizione del PRC sull'argomento.
 
Annibale Donninelli proveniva da Lotta Continua, ma la sua maturazione politica avvenne in Democrazia Proletaria, organizzazione nella quale abbiamo militato assieme. Un quadro politico complessivo, con una facilità estrema di rapporto con i lavoratori. Nel suo posto di lavoro era praticamente un idolo, neanche i militanti del PDS riuscirono ad esimersi dall'indire un'assemblea dei lavoratori per commemorare la sua morte, facendo entrare noi, Costantino, io ed altri compagni di Rifondazione Comunista, e invitandoci ad intervenire.
 
Donninelli si batté come un leone in tutta la sua vita per la sicurezza nelle lavorazioni dell'amianto, avendo contro, oltre i dirigenti dell'azienda (Ferrovie dello Stato), talvolta anche i burocrati sindacali, del resto spesso indistinguibili dai dirigenti aziendali. Ma i suoi meriti vanno ben oltre la pur importantissima battaglia per la sicurezza, nella quale coinvolse Medicina Democratica, e nell'impegno per la fondazione dell'Associazione Esposti Amianto.
Non sono mai riuscito a capire da dove scaturisse tutta l'energia che aveva. All'uscita dal lavoro era capace di andare avanti a tenere riunioni fino a mezzanotte, sindacali o di partito che fossero, nelle quali ci trascinava. All'inizio degli anni '80 si prese un periodo di congedo di un paio d'anni dall'impegno politico, dal quale uscì da solo. Quando ci trascinava a riunioni sindacali assurde, nelle quali lui prendeva rigorosamente appunti di tutti gli interventi in quel suo block notes, io mi divertivo a prenderlo in giro, dicendogli che lo preferivo nullafacente a iperattivo, ricordandogli il suo periodo di crisi politica.
 
La verità è che tutti coloro che hanno avuto a che fare con Annibale Donninelli sono riusciti ad apprezzarlo. I vecchi ferrovieri lo ricordano tutti: Ezio Gallori, al vergognoso processo intentato contro di lui dal Collegio di Garanzia della CGIL per la sua espulsione, volle come suo difensore Annibale Donninelli. A Bologna esiste ancora un circolo territoriale del PRC intestato a suo nome. Non fece mai parte di Proposta e di Progetto Comunista, ma mi onoro di aver compiuto una parte del mio percorso politico e sindacale (poco meno di una quindicina d'anni) accanto a lui, e non solo perché ho potuto godere della sua amicizia.

Sud e coronavirus. Anche qui paghino gli untori!

18 marzo 2020 - La pandemia del coronavirus si sviluppa quando il sistema capitalistico, già da decenni, sta vivendo una crisi molto profonda. Quali saranno gli strascichi che si abbatteranno sulle realtà già prima fragili? Come si svilupperanno le contraddizioni sociali e come verrà affrontato l’immane compito di una profonda e ampia riorganizzazione del mondo? E per le giovani generazioni, il cui futuro era già fosco, quali orizzonti preparerà questa pestilenza?
La Commissione meridionale del PCL, che si muove in un contesto complesso e difficile, ritiene che su questi problemi si debba discutere ad ampio respiro.

Il coronavirus non compare all'improvviso, da decenni un lugubre corteo lo ha preceduto con AIDS, SARS, aviaria, ebola. Questo corteo si è sviluppato in un quadro ambientale gravemente compromesso dalla produzione capitalistica e in un contesto sociale reso più debole dalle privatizzazioni.
Il capitalismo non ha più niente da offrire all'umanità. L’ossessione del conseguimento del profitto ha disegnato uno scenario favorevole allo sviluppo della pandemia. Avviene l’acuirsi di una profonda contraddizione: esorbitanti spese militari, ingenti capitali destinati per la realizzazione di faraoniche opere pubbliche come la TAV, la contrazione delle risorse per la ricerca da un lato e dall'altro un immiserimento di massa, una crescente desolazione ambientale, la distruzione cieca di risorse.
La pandemia, che pure ha una sua oggettiva base naturale, si lega e ricade sull'organizzazione classista della società e mette ancor più a repentaglio le aree territoriali più deboli, tra queste il Meridione. Qui la sanità pubblica è abbondantemente scomparsa grazie a una gestione parassitaria e clientelare della spesa e poi al federalismo e al primo incedere dell’autonomia differenziata e delle privatizzazioni. Chi oggi si affanna a creare posti di terapia intensiva ha sulla coscienza la chiusura e il forte ridimensionamento di decine di ospedali meridionali. Più in generale, il Meridione è sempre più una realtà di morte; pensiamo alle stragi dei migranti, alla catastrofe di Taranto e della terra dei fuochi, all'assoluta fragilità sanitaria con cui si dovrebbe fronteggiare la pandemia. Essa indebolirà ancor di più la tenuta dell’economia.

Migliaia di attività, già in situazione di semiliquidazione, saranno inesorabilmente spazzate via, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il governo ha oggi varato un primo stanziamento di 25 miliardi di euro in un clima di concordia nazionale; ma esso pone già da adesso l’interrogativo di chi pagherà i sui costi.
Occorre impedire che essi vengano rovesciati sulle masse povere, che saranno ancor più immiserite e indifese. Esistono invece immense risorse finanziarie da cui attingere.
Il 12 marzo 2020 le borse europee hanno perso 825 miliardi di euro; quella di Milano, da sola, ne ha persi 68. Se queste sono le perdite di un giorno, si deduce quanto straordinariamente grande sia la consistenza delle risorse finanziarie in mano ai capitalisti. Salvando gli interessi dei piccoli risparmiatori, è da questo mondo opulento e crudele dei padroni che devono essere attinte le risorse contro la pandemia.

Non è più rinviabile la cancellazione del debito pubblico, così è pure per lo stop alle spese per le grandi opere e a quelle militari. In Italia si costruisce la TAV e non ci sono le mascherine contro la pandemia.
Chi sarà in grado di affrontare questo compito immane? Solo la classe dei lavoratori salariati può farlo.
Oggi gli scioperi spontanei dei lavoratori contro i diktat di far continuare la produzione sacrificando al Moloch del profitto la loro sicurezza e la loro salute sono un segnale preciso. Il PCL sostiene questa mobilitazione; nessuno deve perdere il posto di lavoro e il diritto alla salute. I costi di tutto ciò non vanno rovesciati con i cosiddetti ammortizzatori sociali indifferentemente sulla società; essi devono essere totalmente a carico dei capitalisti.
Paghino gli untori!

Dobbiamo quindi essere fortemente impegnati nelle lotte parziali che si svilupperanno cercando di unificarle. Nessuna lavoratrice, nessun lavoratore, meridionale, settentrionale, immigrato deve pagare i costi di questa crisi.
Essa può avere altre subdole conseguenze, questa volta di tipo politico. Il clima emergenziale può dare ancora più forza alla nefasta idea della necessità di “poteri forti”. Il referendum, pur rinviato, sulla riduzione del numero dei parlamentari si lega dunque a questo aspetto della pandemia.
Solo un movimento operaio più forte, maturo e consapevole può misurarsi con questi compiti, solo un partito rivoluzionario potrà promuovere questa indispensabile crescita.

In tutte le lotte che si svilupperanno il PCL dovrà presentare gli obiettivi delle mobilitazioni nella loro caratterizzazione transitoria per evidenziare come le grandi questioni oggi di fronte all'umanità richiedano necessariamente che i lavoratori siano al governo della società.
Da qui oggi proponiamo ai lavoratori e alle masse oppresse un programma di lotta: la garanzia dell’assistenza sanitaria gratuita per tutti, la cancellazione del debito, lo stop alle spese militari e per le grandi opere, l’assunzione di tutti i precari della sanità, lo sviluppo della spesa per la ricerca e il risanamento ambientale.

In più la pandemia ha svelato l’esistenza di situazioni di pesante abbrutimento, come quella delle carceri. Qui è necessario un ragionato provvedimento di indulto che sottragga al dominio della grande criminalità una buona parte della popolazione carceraria.

Ovviamente è fondamentale il potenziamento della sanità pubblica nel Sud. Nell’immediato tutti i precari del settore devono essere stabilmente assunti, vanno rimodulati i livelli essenziali di assistenza a partire dalla rapida distribuzione delle mascherine, devono essere aboliti i ticket, le strutture private vanno portate entro il servizio pubblico, va promossa una sinergia con i servizi sociali per l’assistenza più ampia possibile ai soggetti più deboli, con un coordinamento anche territoriale con le realtà più periferiche, si devono riavviare le guardie mediche soppresse e riqualificare le strutture oggetto di ridimensionamento, vanno accelerate le lauree in infermieristica, va sviluppato il coordinamento su ogni terreno con le strutture universitarie; tutti i piani di rientro e le logiche aziendalistiche non devono valere più.

Il PCL deve propagandare nel modo più ampio la sua proposta. Essa non può esaurirsi solo al panorama italiano, e richiede la presenza di un’Internazionale marxista rivoluzionaria.
La pandemia unifica il mondo proprio nel momento stesso della Brexit, del trionfo dei sovranismi e dell’isolazionismo di Trump. A tal proposito Boris Johnson e compari, macabri eredi del positivismo di Spencer, ritengono spudoratamente che se il contagio toccasse il 60% dei cittadini con il prezzo di migliaia di morti si produrrebbero spontaneamente gli anticorpi al virus.
Ciò mentre in Iran l’embargo USA ha liquidato la sanità pubblica causando, così, migliaia di morti.
Ciò mentre le sadiche dichiarazioni di Christine Lagarde ribadiscono che anche oggi il suo obiettivo primario è la salvaguardia del profitto e delle banche.
Ciò mentre con una cintura di incredibile e intollerabile silenzio il regime nordcoreano cerca goffamente di rimuovere la pandemia.

La commissione meridionale del PCL, proprio nel momento in cui il coronavirus può abbattersi più pesantemente sul Sud, vede in questo contesto un’occasione, un terreno su cui impegnarsi e crescere evidenziando in maniera non ideologica e schematica la necessità storica in Italia e nel mondo di un ordine nuovo prodotto dalla rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

SCIOPERO GENERALE 25 OTTOBRE!

Cambiano i suonatori, ma non cambia la musica

25 ottobre: sciopero generale!

24 Ottobre 2019
Uno sciopero contro il nuovo governo e i padroni di sempre
Nessun governo di svolta, nessun cambiamento, tutti i provvedimenti dei precedenti governi vengono conservati: resta soppresso l'articolo 18, resta il progetto di autonomia regionale differenziata, resta la Legge Fornero, resta l'impianto degli stessi decreti sicurezza di Salvini, in un contesto dove da una parte, attraverso nuovi sgravi fiscali ai profitti, si regalano miliardi alle imprese e dall’altra le "misure sociali”, come il taglio del cuneo fiscale, saranno messe a carico dei lavoratori attraverso il taglio di agevolazioni fiscali e spesa sociale.

E cosa fanno i sindacati confederali? Nessuna mobilitazione e tanto meno un’ora di sciopero contro questo governo. Firmano accordi che impongono il welfare aziendale (pagato ancora da chi un lavoro lo ha) in sostituzione di quello universale (pubblico e per tutti), danno l’assenso ad opere inutili come il TAV Torino- Lione, concertano la trasformazione in legge dell'accordo del 10 gennaio 2014 che annulla ogni forma democratica di rappresentanza sindacale e garantisce il monopolio della rappresentanza a CGIL, CISL e UIL.

Milioni di lavoratori e lavoratrici sono oggi chiamati a rinnovare i contratti in una situazione dove le crisi aziendali sono centinaia e il caso Whirlpool è l’ultimo di una lunga serie. Al di là delle diversità di categoria e di piattaforma, può e deve essere questa un'occasione per uscire dal pantano e cambiare realmente le cose, contrastando con forza l’avanzata di una destra sociale razzista e sovranista.

UNIFICARE LE LOTTE E PROMUOVERE UNA PIATTAFORMA GENERALE DELLE RAGIONI DEL LAVORO, nella prospettiva di una mobilitazione di massa generale e prolungata contro il governo e il padronato, sostenuta da casse di resistenza, la cui piattaforma e i metodi di lotta siano elaborati e decisi attraverso assemblee unitarie di delegati e delegate, eletti/e nei luoghi di lavoro, fino al livello nazionale.


Una piattaforma che abbia come punti qualificanti:

– Il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione di tutte le aziende e servizi privatizzati negli ultimi venticinque anni, senza indennizzo e sotto controllo sociale, a partire dai beni comuni (autostrade, servizi idrici, trasporti...) e di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano o inquinano

– il recupero dell'articolo 18 e la sua estensione a tutti i lavoratori

– la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro ed assunzione dei lavoratori precari; la ripartizione del lavoro tra tutti, attraverso la riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore a parità di paga

– l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro e di un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

– la reale abolizione della legge Fornero; età pensionabile a 60 anni o 35 di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite e dall'abolizione del debito pubblico verso le banche

– la piena uguaglianza di diritti tra lavoratori italiani e immigrati



Lo sciopero indetto dal sindacalismo di base va in questa direzione, ed è per queste ragioni che il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene la mobilitazione generale del il 25 ottobre indetta da CUB, SGB, SI Cobas, USI/CIT, ADL Cobas.

Solo questo programma di rivendicazioni può rispondere all’attacco padronale e alla crisi capitalistica, e mettere in discussione un sistema economico fondato sullo sfruttamento e sulla rapina. Solo proiettando in questa, come in ogni lotta, la prospettiva politica del governo dei lavoratori come unica vera alternativa si può aprire la strada per riorganizzare la società dalle fondamenta rovesciando la dittatura del profitto.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sul TAV Il Corriere batte Il Fatto 4-0

Il M5S capitola al TAV. Segue, a ruota, la capitolazione del Fatto Quotidiano, il giornale più stellato e grillino, nel firmamento poco luccicante della “libera” stampa nazionale.

La giravolta sul TAV dei Cinque Stelle non è solo istruttiva sul piano politico, insegna anche molto su quello giornalistico. Infatti, mentre il Corriere della Sera legge in maniera impeccabile la vicenda, il FQ sprofonda in pieno analfabetismo politico. E tutto questo avviene in contemporanea, giovedì 25 luglio 2019.

Il Corriere affida l’analisi della vicenda al massimo della precisione liberale di Massimo Franco, mai così gaudente:

L’idea che la rivolta del M5S sulla TAV sia uno strappo contro di lui (Conte, nda) va ridimensionata. È, almeno in parte, una sceneggiata. Certamente esiste una componente del Movimento che non vuole staccarsi dall’estremismo dei no TAV; e che usa il «sì» di Conte per attaccare Di Maio. Ma l’esigenza del vicepremier grillino è soprattutto quella di mascherare il proprio voltafaccia; e di affidare al Parlamento la decisione finale. Non a caso, seppure ambiguamente, Beppe Grillo lo «copre» (benedicendo la democrazia borghese, che in Italia al momento è la democrazia tanto detestata di Lega-FdI-FI-PD, chiamati ora a votare pro TAV per conto del M5S, nda). (“L’isolamento del Premier dagli alleati promette di essere un passo avanti” - Corriere della Sera, pag. 6, ripreso dalla prima).

Sentite invece cosa riesce a dire il più grande sbirro travestito da giornalista sul FQ, non in prima pagina, troppo grosso lo smacco, ma nel mezzo, quasi nascosto per la vergogna, a pag. 13, in una mesta risposta a Monica Frassoni, presidente dei Verdi europei. Mentre la presidentessa mette in guardia dallo scaricare la colpa su Lega-FdI-FI-PD e su tutto l’arco parlamentare del Partito degli Affari, accollandola giustamente in toto all’ambientalismo inconcludente, posticcio e disinformato del M5S, incapace con oltre il 30% di voti di «avviare subito un dibattito sui fatti» e di «creare le condizioni per una narrativa alternativa a quella del mito della TAV», Travaglio così difende i suoi beniamini:

[...] i cinque stelle hanno molte colpe, ma sul TAV - non avendo la maggioranza assoluta né al governo né in Parlamento né tantomeno in Europa - potevano fare ben poco più di un’altra melina di qualche mese. Che mi dici invece della cosiddetta sinistra italiana, che dovrebbe essere ambientalista e invece finge di esserlo solo quando deve travestirsi da Greta? E che hanno fatto le sinistre e gli ambientalisti europei per fermare il TAV? Quando il Partito degli Affari è così potente, pervasivo e totalizzante, anche nel mondo della cosiddetta informazione, è difficile contrapporgli una “narrazione” alternativa. Si può solo predicare nel deserto, come San Giovanni il Battista, che infatti finì decollato.(“TAV, le “colpe” di chi predica nel deserto”, botta e risposta tra Frassoni e Travaglio, Il Fatto Quotidiano).

In queste quattro righe, tutto lo smarrimento e tutta la pochezza del sedicente giornalismo indipendente, autofinanziatosi per niente. Se prima, per farsi pubblicità, lo slogan adottato come simbolo di serietà era “prima i fatti, poi le opinioni”, ora al momento del dunque, la linea del FQ si capovolge nel suo opposto: prima le interpretazioni-opinioni e poi forse, blandamente, in maniera sfumata e alquanto bislacca, i fatti.

Per la stampa borghese che sa cosa vuole e ne ha pienamente coscienza, il voto in Parlamento è la sceneggiata di Di Maio per coprire la sua capitolazione al TAV; per quella piccolo-borghese che non sa ancora da che parte è girata, è la strenua difesa finale dell’ultimo avamposto dei predicatori solitari e controcorrente nel deserto. Non si capisce per quale ragione Di Maio non possa far niente, in quanto “povero”, solo e in minoranza, mentre Verdi Europei e sinistra, ancora più soli e in minoranza di lui, possano invece fare chissà quali sfracelli. Ma tant’è, quando si perde la testa non c’è limite alle fesserie che si possono concentrare in cinque righe. Sfugge sopratutto a Travaglio che, di norma, chi predica nel deserto non sta al potere, e che non si è mai visto il potere decollare chi lo sostiene, tanto più che per essere decollato ci vuole almeno una testa, e se Di Maio per caso ce l’ha, non ce l’ha certo sul collo. Decollare Di Maio sarebbe quindi fatica sprecata, visto che alle elezioni europee si è già mezzo decollato da solo. È inutile perdere tempo a decollare uno che al prossimo giro elettorale sparirà dall’orizzonte per il resto dei suoi giorni.

Di Maio, in ogni caso, non predica affatto nel deserto, tutt'al più sarà sepolto nella sabbia dai suoi sostenitori, quando il giorno delle elezioni, scornati da tutti questi tradimenti, gli daranno il ben servito togliendogli l’appoggio. Fino ad allora, che lui si immagina il più tardi possibile come tutti i condannati al patibolo, Di Maio per Travaglio sarà la reincarnazione di San Giovanni decollato, martire del TAV. Perché se il PD dice di essere ambientalista, finge sicuramente, bisogna perciò sbugiardarlo senza pietà, ma se finge il caro “Giggino”, cinto d’aureola com’è, non bisogna stare ai fatti ma credergli sulla parola.

Essendo uscito vincitore il profitto della grande borghesia, il Corriere non ha bisogno di barare attraverso la sua ideologia mistificatrice. Deve invece barare la piccola borghesia intellettuale, quella che aveva dipinto i cinque stelle come gli alternativi onesti ai profittatori più disonesti. Di qui l’insistenza, ai limiti del misticismo, sui cinque stelle lasciati soli contro i poteri forti. Serve a mascherare in qualche modo il fallimento completo della propria analisi.

Sarà poi vero che col 32% in Parlamento si può fare poco o niente? Innanzitutto, se è vero, perché i cinque stelle non lo han detto subito? L’hanno scoperto adesso insieme al FQ di non avere il 51%? Inoltre, per l’abc della democrazia, anche quella borghese, il 32% rappresenta una minoranza parlamentare se si sta all’opposizione, non al governo. Se invece si sta al governo, rappresenta il favorevole rapporto di 2 a 1 rispetto al partito di coalizione con cui si sta in maggioranza. Anche così, le cifre dicono che il M5S avrebbe potuto portare a casa molto, e certamente più della Lega. È accaduto l’esatto opposto. La Lega, il partito dell’Ordine, che ha usato l’abolizione della riforma Fornero più per propaganda che per reale convinzione, ha ottenuto tutto del suo vero programma, quello del razzismo e della guerra preventiva contro i poveri e contro tutti quelli che lottano per migliori condizioni e diritti. Il M5S non ha ottenuto altro che appoggiare la Lega. Zero assoluto praticamente su tutto il resto. Come è stato possibile?

Evidentemente il problema non è essere maggioranza o minoranza, specialmente quando si vorrebbe fare la seconda tenendo i piedi ben saldi nella prima. Il peso politico di un 32% dipende soprattutto da come viene usato. Di Maio avrebbe potuto ottenere moltissimo se si fosse appoggiato al 32% degli elettori, chiamandoli in piazza e mobilitandoli per il programma del M5S. Ma per quanto ambiguo e annacquato fosse, il programma a cinque stelle non era il suo. Il programma di Di Maio era sfruttare la spinta elettorale per governare a qualunque costo per conto della borghesia. È per questo che molto prima delle elezioni, per mesi e mesi, ha fatto il giro delle sette chiese dei poteri forti per rassicurarli che non li avrebbe toccati. E di conseguenza, per il suo scranno, l’unica possibilità era toccare e abbattere il programma delle cinque stelle, cosa puntualmente avvenuta, anche se per Travaglio è avvenuta contro i poteri forti, non in loro ossequio.

Così abbiamo avuto l’ennesima conferma di quel che già sapevamo: solo due classi possono comandare, borghesia o proletariato. E il piccolo-borghese presuntuoso che si intrufola tra i due convinto di essere l’ago della bilancia andrà al governo per applicare fedelmente il programma della borghesia, la classe più forte, concedendosi al massimo, come specchietto per le allodole del Fatto Quotidiano, di votare contro il TAV di Lega-FdI-FI-PD, purché passi il TAV di Lega-FdI-FI-PD e del M5S al governo!

Dalla promessa di cambiamento siamo tornati, insomma, all’opposizione modello Turigliatto.

A corollario di questa ignobile farsa, la vicenda ci dice che la legge delle sole due classi al potere vale anche per la stampa. Non esiste una stampa piccolo-borghese indipendente dalla grande stampa filopadronale. Il FQ può autofinanziarsi finché vuole, quando i nodi verranno al pettine si accoderà mestamente al Corriere, alzando pietosamente bandiera bianca. Proletariato permettendo, TAV doveva essere e TAV sarà: per capitolazione dice il Corriere con lo scalpo di Di Maio in mano; perché in minoranza come sono i cinque stelle, non si poteva fare altro che melina inconcludente, dice il FQ con lo scalpo di Travaglio che si è scotennato da solo!

Al momento della verità, dunque, anche per quanto riguarda la stampa, a quella padronale non c’è che una sola controinformazione possibile, quella del proletariato cosciente, la stampa marxista, l’unica stampa che non si inchinerà mai di fronte al fatto compiuto, perché è indipendente anche dalle interpretazioni illusorie dei fatti piccolo-borghesi.
Lorenzo Mortara

Il TAV passa sulle rotaie a 5 stelle

25 Luglio 2019 - La svolta annunciata dal Presidente del Consiglio a favore del TAV Torino-Lione è una pietra tombale sulla pubblica credibilità del M5S. Il tentativo di Di Maio di salvare la faccia con un no di bandiera in Parlamento serve solo a coprire la scelta di restare al governo nonostante il Sì TAV. Una recita squallida e penosa che può ingannare solo gli imbecilli. 

La verità è che il M5S ha scelto di sacrificare la finzione No TAV alle proprie poltrone di governo.
Avevamo previsto da tempo che questo sarebbe stato lo sbocco del governo Salvimaio, contro tutte illusioni sparse a piene mani anche in ambienti della sinistra sul possibile ruolo progressivo del M5S. Ora parlano i fatti. E i fatti sono definitivi. Dopo il voltafaccia su TAP, il voltafaccia su TAV. Il M5S dà la propria benedizione all'opera infrastrutturale che da decenni è invocata dal padronato, dalla sua stampa, dai suoi comitati d'affari, da tutti i loro partiti (PD, Lega, FI, FdI...), e naturalmente dalla Unione Europea. Un'opera nociva dal punto di vista ambientale, socialmente inutile e costosa, utile solo per i profitti dei capitalisti.

Il recente ingresso del M5S nella nuova maggioranza di governo in Europa in cambio (pare) della propria ammissione al gruppo parlamentare liberale, ha contribuito sicuramente al voltafaccia. Ma la ragione prevalente è la salvezza ministeriale di Di Maio, pronto a tutto (ma anche al suo contrario) pur di restare al governo. Oggi in compagnia di Salvini, domani chissà. Ciò che conta è l'immancabile cravatta da ministro e le sue posture sorridenti da televendita. Il resto è dettaglio. Il TAV era da tempo un fastidioso ingombro per le sue ambizioni. Oggi l'ingombro è rimosso.

Da notare il risvolto politico della faccenda. Conte si è mosso con l'astuzia di un avvocato di provincia che gioca a fare la nuova riserva della Repubblica, tra i plausi della grande stampa, l'avallo del Quirinale, il gioco di sponda con le cancellerie europee. A tutti costoro il Presidente del Consiglio aveva promesso da tempo il bottino agognato del TAV, quale prova di affidabilità istituzionale e di un ruolo autonomo nella maggioranza. Ma per recitare la parte sino in fondo e portare a casa il risultato a Conte mancava il lasciapassare 5 Stelle. Ora il lasciapassare è arrivato, e Conte ha giocato la carta della “svolta”, guarda caso, proprio alla vigilia del dibattito parlamentare sul Russiagate e del confronto decisivo sulle autonomie. Con l'obiettivo di fornire a Salvini un argomento in più per continuare a sostenere il governo, e di aiutarlo a reggere le pressioni contrarie dei suoi governatori di Lombardia e Veneto. Il M5S ha svolto in tutto questo il ruolo dello zerbino. Ma uno zerbino consapevole, cinico, determinante.

Ora il governo, compiuta la svolta, andrà giù pesante. Il Ministro degli Interni in divisa di polizia ha già annunciato che “non verranno tollerate resistenze alle decisioni democratiche della legge”. È l'annuncio del pugno di ferro in Val Susa e non solo, un pugno di ferro già praticato in questi anni da ambienti diversi della magistratura, e che ora verrà ulteriormente inasprito.

Contro il TAV, contro il governo che lo propugna, contro tutti i partiti che lo sostengono, M5S incluso, è il momento dell'opposizione e della mobilitazione.
La linea politica dello scontro è oggi ancor più chiara di ieri. Da un lato si dispiega il fronte unico dei sostenitori capitale, siano essi liberali o reazionari, che destinano altri miliardi di soldi pubblici, pagati dai lavoratori e dalle lavoratrici, alla torta di un grande affare privato. Dall'altro lato va costruito il fronte unico di tutti i suoi oppositori, a partire naturalmente dal movimento No TAV della valle, ma con l'obiettivo di allargare il campo di gioco. Un fronte chiamato ad un'opposizione determinata, tenace, di massa, capace di intrecciare le ragioni No TAV alle ragioni di milioni di salariati sul terreno della lotta di classe, e per un'alternativa di società.

Con questa posizione il PCL parteciperà alla grande manifestazione indetta dal movimento No TAV in Val di Susa sabato 27 luglio.

NO AL TAV E A TUTTI I PARTITI CHE LO SOSTENGONO O LO AVALLANO!
PER UNA ALTERNATIVA DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!
Partito Comunista dei Lavoratori

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L'incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l'attuale governo dei parvenu e ripristini l'agognata alternanza, il pendolo che per vent'anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l'Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica. Quale alternativa di governo in caso di frana dell'attuale esecutivo? Questo è l'interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c'entra tutto questo con la sinistra? Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall'illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l'illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l'illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo. Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta. Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito. Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia. Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un'immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d'abito di stagione non cambia la natura del partito che l'indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale; ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD. Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell'area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l'articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull'immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti. Sarebbe questa... la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un'apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella. Con quale obiettivo? Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po' di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri. 
La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l'esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Un no di classe e anticapitalista al TAV

La questione TAV Torino-Lione è da molti anni - sostanzialmente dal 1992 - al centro di un'opposizione di massa di larga parte della popolazione della Val di Susa, ma anche di un confronto politico pubblico. L'avvento del governo SalviMaio e le contraddizioni interne che lo percorrono (anche) su questo tema ha in qualche modo nuovamente precipitato lo scontro. La manifestazione interclassista del 31 ottobre a Torino a favore del TAV promossa dalle organizzazioni confindustriali e delle libere professioni ha segnato sotto questo profilo un salto di qualità della contrapposizione in atto. Da qui la contromobilitazione prevista per l'8 dicembre a Torino, promossa da tutte le organizzazioni No TAV, e la sua valenza nazionale.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è nettamente collocato sul fronte No TAV, a partire da una motivazione di classe e da un progetto alternativo di società.

Non siamo per principio contro le grandi opere, nel nome del “piccolo è bello”. Vi sono grandi opere obiettivamente necessarie anche nel campo dell'alta velocità, magari disertate o passate in secondo piano dai governi borghesi. Né vale il concetto dell'opposizione di principio alle grandi opere per il fatto che coinvolgono gli interessi di potentati economici. Nella società borghese tutto ciò che è costruito e prodotto ha un finalità di profitto, non per questo siamo contrari alla produzione di cappotti o di alimenti. Neppure può essere eretto a criterio assoluto la contrarietà a una grande opera da parte di settori popolari dei territori direttamente interessati, perché a certe condizioni un interesse generale può essere prioritario rispetto a interessi locali. La stessa storia generale delle ferrovie lo dimostra.
Da questo punto di vista, ogni cultura comunitaria che declini la dimensione territoriale del movimento come nuovo modello di soggettività antagonista alternativa alla dimensione generale di classe ci pare non solo sbagliata ma pericolosa.

UN'OPERA INUTILE SE NON PER CHI CI FA PROFITTO

La nostra opposizione netta e radicale al TAV muove da un'altra angolazione, da un'angolazione anticapitalista.

Il TAV Torino-Lione non risponde a una ragione sociale dei lavoratori. Ha un impatto ambientale devastante, perché scavato in una montagna piena di uranio e di amianto. Non è stata progettata per il trasporto viaggiatori, ma per il trasporto merci. Per di più, su un calcolo di volume di traffico merci molto superiore all'attuale: dagli anni '90 ad oggi il traffico merci tra Italia e Francia lungo l'attuale linea ferroviaria Frejus è crollata di due terzi, quella su linea stradale è calata del 27%, il traffico merci alpino totale (ferro più gomma) è calato del 36%. L'argomento per cui l'Alta Velocità Torino-Lione servirebbe a ridurre in misura significativa il trasporto merci su gomma è del tutto infondato. Da questo punto di vista il Tav si configura nel migliore dei casi come un'opera inutile, salvo naturalmente per gli interessi dei costruttori coinvolti e per la relativa catena degli appalti.

SI INVESTE NEL TAV MENTRE SI TAGLIANO I TRENI PENDOLARI

Questa opera inutile è spaventosamente costosa. Quasi 8 miliardi complessivamente, di cui un miliardo e mezzo già speso. Una enormità, messa a carico dei contribuenti lavoratori. Una enormità tanto più rilevante a fronte del taglio sistematico degli investimenti pubblici in opere sociali di pubblica utilità, anche in fatto di trasporto pubblico. Le Ferrovie dello Stato sono sempre più una grande holding capitalistica interessata ai processi di concentrazione/fusione con altri settori (prima ANAS, oggi pare Alitalia), e al procacciamento di lucrosi affari in giro per il mondo a caccia di profitti. Per finanziare tali operazioni, foraggiate da risorse pubbliche, le Ferrovie hanno tagliato regolarmente i treni pendolari regionali, e le lunghe tratte per passeggeri meno redditizie, incluse le tratte di collegamento con la Francia. Per non parlare dei tagli alla manutenzione ordinaria dei convogli, con conseguenze drammatiche sulla sicurezza stessa dei passeggeri. In questo quadro i miliardi di investimento nell'alta velocità Torino-Lione sono obiettivamente uno scandalo: risorse direttamente sottratte a un sistema ferroviario pubblico in disfacimento per soddisfare interessi privati.

IL TAV CONTRO LE VERE EMERGENZE TERRITORIALI E AMBIENTALI

Non solo. La destinazione di una cifra così imponente è tanto più inaccettabile a fronte dell'ordine più generale delle emergenze vere che interessano il territorio italiano. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali a partire dall'amianto e dai rifiuti, riparazione di una rete idrica ridotta a colabrodo, sono tutti terreni urgenti di investimento pubblico che separatamente e nel loro insieme richiedono risorse imponenti, per diverse centinaia di miliardi; risorse strutturalmente negate da un sistema capitalistico che ha priorità opposte: pagare il debito pubblico alle banche (70-80 miliardi di soli interessi ogni anno), continuare a detassare i profitti, assistere con risorse pubbliche le aziende private. Per non parlare delle spese in armamenti o delle regalie a scuole privata, sanità privata, Vaticano. In questo quadro generale, i miliardi di risorse pubbliche a favore del TAV Torino-Lione sono obiettivamente un insulto. È comprensibile che le organizzazioni Confindustriali di Lombardia e Piemonte si mobilitino a favore dell'opera, non lo è che lo facciano i grandi sindacati dei lavoratori, se non per la stessa sudditanza al padronato che segna la loro politica più generale.

NO AL GOVERNO REAZIONARIO SALVIMAIO!

Lo scontro sul TAV ha assunto oggi una valenza politica che trascende la questione specifica.

Il TAV è diventata una croce per il governo reazionario SalviMaio, in particolare per il M5S. Il M5S di governo ha già capovolto le proprie promesse elettorali in relazione alla vicenda TAP, esponendosi ad una contestazione frontale delle popolazioni salentine e di settori significativi di propri attivisti. Una nuova capitolazione di M5S sul TAV potrebbe innescare un effetto valanga in termini di credibilità pubblica del partito, ben al di là della Val Susa. Al tempo stesso la Lega di Salvini, già in tensione col proprio blocco imprenditoriale del Nord, ha difficoltà a subire un vero blocco della TAV, e preme sul M5S per rimuovere ogni veto. Paralizzato dalle proprie contraddizioni, il governo ha sinora cercato di guadagnare tempo con la favola della verifica costi-benefici, cercando in realtà un punto di mediazione interna (eliminare alcuni lavori considerati superflui come la stazione di Susa e mantenere il tunnel di base). Nei fatti, come sul resto, cerca di camuffare la continuità col passato attraverso soluzioni cosmetiche e accorgimenti-truffa.
Respingere le mediazioni-truffa, battersi per bloccare il TAV, è anche una forma di opposizione politica a un governo reazionario, xenofobo, truffaldino e ai suoi progetti di stabilizzazione.

Con queste motivazioni il PCL parteciperà alla manifestazione dell' 8 dicembre a Torino contro la TAV. Non lo faremo certo in una logica di sostegno al M5S, o anche solo di pressione critica nei suoi confronti. Lo faremo in una logica di opposizione aperta al governo di M5S e Lega, contro ogni forma di illusione nel grillismo. Per questo il nostro striscione dirà: NO alla TAV, NO al decreto sicurezza, NO al governo SalviMaio.
Partito Comunista dei Lavoratori