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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il PCL denuncia governo, regione Lombardia e Confindustria

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti nella regione Lombardia

10 Aprile 2020
Qui di seguito l’esposto presentato dal nostro partito alle procure di Bergamo, Brescia, Milano, Roma nei confronti del governo nazionale (in primis Conte e Speranza) di quello regionale lombardo (in primis Fontana e Gallera) e dei vertici di Confindustria (in primis quella lombarda) relativamente alla mancata creazione di una “zona rossa” almeno nel bergamasco (Alzano Lombardo, Nembro).
Da molti giorni sottolineiamo il ruolo criminale dei padroni lombardi, le cui pressioni a Milano e a Roma, come denunciava il moderato sindaco PD di Brescia in una intervista al Fatto Quotidiano, hanno portato a non aver deciso l'istituzione di zone rosse in Lombardia dopo quella di Codogno.
Ora, senza essere infettivologi, a noi è apparso chiaro, per logica non formale ma dialettica, dall’esperienza cinese e da quella di Codogno, che una quarantena rafforzata in focolai di epidemia particolarmente virulenti riduce l’epidemia sia all’esterno che all’interno della zona in cui viene applicata.
Negli ultimi giorni sono diventati di pubblico dominio alcuni fatti gravi.
Il 2 marzo il comitato tecnico-scientifico nazionale inviava al governo una nota urgente, a firma del suo presidente Brusaferro, chiedendo l'istituzione di una zona rossa a Alzano e Nembro. Invece di applicare questa misura immediatamente, Conte e Speranza prendevano tempo fissando una riunione non immediata, ma due giorni dopo, per verificare "se c'era proprio la necessità”. Nel contempo si interfacciavano con il governo lombardo, il quale aveva, per confessione al sito The Post Internazionale del presidente di Confindustria lombarda Bonometti, un incontro sulla questione con i vertici dell'organizzazione padronale, di cui si può ben immaginare le posizioni sulla questione.
Il problema era ovvio. A Codogno c'è solo una fabbrica chimica medio-grande, la Unilever. In Val Seriana ci sono centinaia di fabbriche metalmeccaniche, di cui decine medie e grandi. È probabile, considerando quello che ha affermato il sindaco di Brescia, che analoghi incontri o colloqui si siano svolti a Roma, o con Roma. Quello che è certo è che, ad ogni modo, il 4 marzo erano già pronte le forze di polizia e dell'esercito per bloccare la zona dall'indomani all'alba. E invece l'ordine non è mai arrivato. Su questo abbiamo assistito al vergognoso rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e regionale Lombardia, come tra due complici sorpresi con le mani nel sacco.
Quello che è certo è che migliaia di morti in tutta la Lombardia sono stati il frutto della criminalità dei padroni, che in nome del profitto se ne fregano della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e di quella dei loro servi contenti della politica borghese.
Noi non sappiamo quale futuro avrà questo esposto. Sappiamo che la magistratura è una delle sovrastrutture dello Stato borghese. È difficile che il nostro esposto vada avanti. Speriamo di trovare in almeno una delle quattro procure un giudice democratico (o magari ambizioso) che cerchi di sviluppare una inchiesta. In ogni caso questo esposto e una campagna possibile su di esso serviranno almeno a ricordare la vera natura dei padroni al numero più largo di lavoratori, lavoratrici e giovani. Perché noi siamo perfettamente d'accordo con quello che il grande vecchio filosofo marxista Antonio Labriola scrisse alla fine dell’800 in polemica e contrasto con il riformista gradualista e pacifista Turati (certo in ogni caso più a sinistra di governisti e mutualisti vari della cosiddetta nuova sinistra odierna): «In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione».


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All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma



Il sottoscritto Marco Ferrando residente in [...], [...], n. CF. [...], in persona e nella qualità di portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori,

gravemente allarmato per i fatti avvenuti recentemente nelle province di Bergamo e Brescia, segnatamente per la mancata chiusura e realizzazione della zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, poiché dalle notizie riferite dalla stampa e dai telegiornali emergono ictu oculi gravi responsabilità politiche e penali a carico della Regione Lombardia, nonché del Governo della Repubblica, intende sottoporre al vaglio dell'Ill.ma S.V. tali fatti al fine di rilevare condotte illecite e l'esistenza di reati.

In buona sostanza, dall'inchiesta emersa dal Corriere della Sera (cfr Corriere della Sera 6 aprile ultimo scorso) risulta che tra gli ultimi giorni di febbraio e i primi di marzo fosse tutto pronto per erigere una "zona rossa" nei comuni di Alzano, Nembro ed altri, così come giustamente è stato fatto precedentemente per Codogno.

Riferisce il Corriere della Sera che camion della Polizia e dell'Esercito erano già pronti per intervenire, quando inspiegabilmente furono ritirati all'ultimo momento senza alcuna ragione.

Occorre rilevare che i primi due malati di Covid-19 vengono scoperti il 23 febbraio, e che già alla fine di febbraio era chiaro, purtroppo, che nel comune di Alzano e più in generale nella bergamasca fosse esploso un rilevante e violento focolaio di infezione.

Alla luce di codeste considerazioni, vorremmo sottolineare la gravità di questa notizia: chi ha bloccato e impedito il meccanismo di costruzione della zona rossa ad Alzano e Nembro? Perché? Cui prodest?

Chi ha disatteso le indicazioni di costruzione delle zone rosse intorno ai focolai di infezione, richieste dall'Istituto Superiore di Sanità, come risulta chiaramente da tale articolo?

Un ulteriore elemento di abnormità e grave imprudenza è determinato dalla riapertura dell'ospedale di Alzano, solo dopo poche ore dopo la chiusura, nel pomeriggio del 23 febbraio.

Mi sia solo consentito, sommessamente, di rilevare che queste condotte non sembrano ispirate a criteri di prudenza, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione.

Successivamente, come è noto, vi è stata una polemica non proprio edificante circa le responsabilità, afferenti alla omessa realizzazione delle zone rosse nella bergamasca, tra il governo centrale e regione, vedi in proposito dichiarazioni del Presidente del Consiglio, nonché le risposte del Presidente della Regione Lombardia.

In buona sostanza governo e regione, scaricandosi addosso la responsabilità politica per la colposa condotta omissiva, affermavano e convenivano sul fatto che poiché era stata dichiarata in data otto marzo la zona rossa in tutta la Lombardia, e in generale in tutta Italia, venivano meno le ragioni di esecuzione di un’area di sicurezza ad Alzano e Nembro. Tale giustificazione non ha, a mio giudizio, alcuna validità, perché quello che veniva decretato per tutta la Lombardia e tutta Italia non era l’istituzione di una cosiddetta zona rossa, ma di quella che è stata a volte definita "zona arancione”. Se così non fosse, non potrebbe intendersi perché alcune regioni (ad esempio Campania e Lazio) sottoposte alle stesse regole di quarantena del resto d’Italia, hanno istituito, su decisione dei propri presidenti, “zone rosse” in alcuni comuni del proprio territorio; ciò perché, all’evidenza e come si è visto nel caso di Codogno, “zona rossa” implica una quarantena rafforzata rispetto a quella vigente nel resto del paese, incluso la Lombardia.

Ci sia consentito rilevare che così come richiesto dall'Istituto Superiore di Sanità, considerata la virulenza e l'aggressività del contagio, sarebbe stato opportuno e prudente prendere opportune e specifiche misure di sicurezza in alcuni comuni della bergamasca e del bresciano, istituendo appunto in essi uno o più zone rosse.

Ma in ogni caso, nella denegata ipotesi che si volesse aderire alla semplicistica e tautologica tesi del Presidente del Consiglio, rimangono scoperti sette/otto giorni, tra la grave esplosione del contagio in quelle aree e la proclamazione della zona rossa in Lombardia.

Settimana in cui il contagio ha avuto modo di esplodere incontrollato (dati ISTAT rilevano che nella bergamasca il contagio in tale settimana è cresciuto di oltre il 1000%).

Circa le ragioni di tale comportamento scellerato ed inopportuno non si può non considerare le pressioni fatte da Confindustria lombarda per non creare zone rosse nella bresciana e bergamasca, vista l'alta concentrazione industriale, (cfr intervista sul sito tpi.it al presidente Confindustria lombarda in data 7 aprile ultimo scorso in cui, tra l’altro, si parla di un incontro svoltosi ai primi di marzo in regione Lombardia, evidentemente allo scopo di bloccare la istituzione della zona rossa nella bergamasca).

Ulteriore conferma a tale sospetto si ha leggendo le dichiarazioni del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (intervista su Il Fatto Quotidiano del 17 marzo ultimo scorso) in cui si afferma «Il peso del mondo industriale sia a Roma che a Milano si è fatto sentire», e prosegue affermando che con un comportamento più cauto sarebbe stato minore e più diluito nel tempo.

Tutto ciò premesso, il sottoscritto Marco Ferrando chiede all'Ill.ma S.V., accertati i fatti della narrazione de quo, ove ritenuto, di voler accertare la penale rilevanza delle condotte innanzi evidenziate del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, del Ministro della salute pro tempore, del Presidente della Regione Lombardia pro tempore, dell’assessore alla salute pro tempore, di persone aventi ruoli dirigenti in Confindustria lombarda o nelle sue strutture, e di ogni altro soggetto ritenuto responsabile, per i reati di contagio colposo, omissione e abuso in atti di ufficio, ed ogni reato che la Ill.ma S.V. intenderà ravvisare.

Con ossequio ed osservanze,


firmato

(Marco Ferrando)


9 aprile 2020
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sul TAV Il Corriere batte Il Fatto 4-0

Il M5S capitola al TAV. Segue, a ruota, la capitolazione del Fatto Quotidiano, il giornale più stellato e grillino, nel firmamento poco luccicante della “libera” stampa nazionale.

La giravolta sul TAV dei Cinque Stelle non è solo istruttiva sul piano politico, insegna anche molto su quello giornalistico. Infatti, mentre il Corriere della Sera legge in maniera impeccabile la vicenda, il FQ sprofonda in pieno analfabetismo politico. E tutto questo avviene in contemporanea, giovedì 25 luglio 2019.

Il Corriere affida l’analisi della vicenda al massimo della precisione liberale di Massimo Franco, mai così gaudente:

L’idea che la rivolta del M5S sulla TAV sia uno strappo contro di lui (Conte, nda) va ridimensionata. È, almeno in parte, una sceneggiata. Certamente esiste una componente del Movimento che non vuole staccarsi dall’estremismo dei no TAV; e che usa il «sì» di Conte per attaccare Di Maio. Ma l’esigenza del vicepremier grillino è soprattutto quella di mascherare il proprio voltafaccia; e di affidare al Parlamento la decisione finale. Non a caso, seppure ambiguamente, Beppe Grillo lo «copre» (benedicendo la democrazia borghese, che in Italia al momento è la democrazia tanto detestata di Lega-FdI-FI-PD, chiamati ora a votare pro TAV per conto del M5S, nda). (“L’isolamento del Premier dagli alleati promette di essere un passo avanti” - Corriere della Sera, pag. 6, ripreso dalla prima).

Sentite invece cosa riesce a dire il più grande sbirro travestito da giornalista sul FQ, non in prima pagina, troppo grosso lo smacco, ma nel mezzo, quasi nascosto per la vergogna, a pag. 13, in una mesta risposta a Monica Frassoni, presidente dei Verdi europei. Mentre la presidentessa mette in guardia dallo scaricare la colpa su Lega-FdI-FI-PD e su tutto l’arco parlamentare del Partito degli Affari, accollandola giustamente in toto all’ambientalismo inconcludente, posticcio e disinformato del M5S, incapace con oltre il 30% di voti di «avviare subito un dibattito sui fatti» e di «creare le condizioni per una narrativa alternativa a quella del mito della TAV», Travaglio così difende i suoi beniamini:

[...] i cinque stelle hanno molte colpe, ma sul TAV - non avendo la maggioranza assoluta né al governo né in Parlamento né tantomeno in Europa - potevano fare ben poco più di un’altra melina di qualche mese. Che mi dici invece della cosiddetta sinistra italiana, che dovrebbe essere ambientalista e invece finge di esserlo solo quando deve travestirsi da Greta? E che hanno fatto le sinistre e gli ambientalisti europei per fermare il TAV? Quando il Partito degli Affari è così potente, pervasivo e totalizzante, anche nel mondo della cosiddetta informazione, è difficile contrapporgli una “narrazione” alternativa. Si può solo predicare nel deserto, come San Giovanni il Battista, che infatti finì decollato.(“TAV, le “colpe” di chi predica nel deserto”, botta e risposta tra Frassoni e Travaglio, Il Fatto Quotidiano).

In queste quattro righe, tutto lo smarrimento e tutta la pochezza del sedicente giornalismo indipendente, autofinanziatosi per niente. Se prima, per farsi pubblicità, lo slogan adottato come simbolo di serietà era “prima i fatti, poi le opinioni”, ora al momento del dunque, la linea del FQ si capovolge nel suo opposto: prima le interpretazioni-opinioni e poi forse, blandamente, in maniera sfumata e alquanto bislacca, i fatti.

Per la stampa borghese che sa cosa vuole e ne ha pienamente coscienza, il voto in Parlamento è la sceneggiata di Di Maio per coprire la sua capitolazione al TAV; per quella piccolo-borghese che non sa ancora da che parte è girata, è la strenua difesa finale dell’ultimo avamposto dei predicatori solitari e controcorrente nel deserto. Non si capisce per quale ragione Di Maio non possa far niente, in quanto “povero”, solo e in minoranza, mentre Verdi Europei e sinistra, ancora più soli e in minoranza di lui, possano invece fare chissà quali sfracelli. Ma tant’è, quando si perde la testa non c’è limite alle fesserie che si possono concentrare in cinque righe. Sfugge sopratutto a Travaglio che, di norma, chi predica nel deserto non sta al potere, e che non si è mai visto il potere decollare chi lo sostiene, tanto più che per essere decollato ci vuole almeno una testa, e se Di Maio per caso ce l’ha, non ce l’ha certo sul collo. Decollare Di Maio sarebbe quindi fatica sprecata, visto che alle elezioni europee si è già mezzo decollato da solo. È inutile perdere tempo a decollare uno che al prossimo giro elettorale sparirà dall’orizzonte per il resto dei suoi giorni.

Di Maio, in ogni caso, non predica affatto nel deserto, tutt'al più sarà sepolto nella sabbia dai suoi sostenitori, quando il giorno delle elezioni, scornati da tutti questi tradimenti, gli daranno il ben servito togliendogli l’appoggio. Fino ad allora, che lui si immagina il più tardi possibile come tutti i condannati al patibolo, Di Maio per Travaglio sarà la reincarnazione di San Giovanni decollato, martire del TAV. Perché se il PD dice di essere ambientalista, finge sicuramente, bisogna perciò sbugiardarlo senza pietà, ma se finge il caro “Giggino”, cinto d’aureola com’è, non bisogna stare ai fatti ma credergli sulla parola.

Essendo uscito vincitore il profitto della grande borghesia, il Corriere non ha bisogno di barare attraverso la sua ideologia mistificatrice. Deve invece barare la piccola borghesia intellettuale, quella che aveva dipinto i cinque stelle come gli alternativi onesti ai profittatori più disonesti. Di qui l’insistenza, ai limiti del misticismo, sui cinque stelle lasciati soli contro i poteri forti. Serve a mascherare in qualche modo il fallimento completo della propria analisi.

Sarà poi vero che col 32% in Parlamento si può fare poco o niente? Innanzitutto, se è vero, perché i cinque stelle non lo han detto subito? L’hanno scoperto adesso insieme al FQ di non avere il 51%? Inoltre, per l’abc della democrazia, anche quella borghese, il 32% rappresenta una minoranza parlamentare se si sta all’opposizione, non al governo. Se invece si sta al governo, rappresenta il favorevole rapporto di 2 a 1 rispetto al partito di coalizione con cui si sta in maggioranza. Anche così, le cifre dicono che il M5S avrebbe potuto portare a casa molto, e certamente più della Lega. È accaduto l’esatto opposto. La Lega, il partito dell’Ordine, che ha usato l’abolizione della riforma Fornero più per propaganda che per reale convinzione, ha ottenuto tutto del suo vero programma, quello del razzismo e della guerra preventiva contro i poveri e contro tutti quelli che lottano per migliori condizioni e diritti. Il M5S non ha ottenuto altro che appoggiare la Lega. Zero assoluto praticamente su tutto il resto. Come è stato possibile?

Evidentemente il problema non è essere maggioranza o minoranza, specialmente quando si vorrebbe fare la seconda tenendo i piedi ben saldi nella prima. Il peso politico di un 32% dipende soprattutto da come viene usato. Di Maio avrebbe potuto ottenere moltissimo se si fosse appoggiato al 32% degli elettori, chiamandoli in piazza e mobilitandoli per il programma del M5S. Ma per quanto ambiguo e annacquato fosse, il programma a cinque stelle non era il suo. Il programma di Di Maio era sfruttare la spinta elettorale per governare a qualunque costo per conto della borghesia. È per questo che molto prima delle elezioni, per mesi e mesi, ha fatto il giro delle sette chiese dei poteri forti per rassicurarli che non li avrebbe toccati. E di conseguenza, per il suo scranno, l’unica possibilità era toccare e abbattere il programma delle cinque stelle, cosa puntualmente avvenuta, anche se per Travaglio è avvenuta contro i poteri forti, non in loro ossequio.

Così abbiamo avuto l’ennesima conferma di quel che già sapevamo: solo due classi possono comandare, borghesia o proletariato. E il piccolo-borghese presuntuoso che si intrufola tra i due convinto di essere l’ago della bilancia andrà al governo per applicare fedelmente il programma della borghesia, la classe più forte, concedendosi al massimo, come specchietto per le allodole del Fatto Quotidiano, di votare contro il TAV di Lega-FdI-FI-PD, purché passi il TAV di Lega-FdI-FI-PD e del M5S al governo!

Dalla promessa di cambiamento siamo tornati, insomma, all’opposizione modello Turigliatto.

A corollario di questa ignobile farsa, la vicenda ci dice che la legge delle sole due classi al potere vale anche per la stampa. Non esiste una stampa piccolo-borghese indipendente dalla grande stampa filopadronale. Il FQ può autofinanziarsi finché vuole, quando i nodi verranno al pettine si accoderà mestamente al Corriere, alzando pietosamente bandiera bianca. Proletariato permettendo, TAV doveva essere e TAV sarà: per capitolazione dice il Corriere con lo scalpo di Di Maio in mano; perché in minoranza come sono i cinque stelle, non si poteva fare altro che melina inconcludente, dice il FQ con lo scalpo di Travaglio che si è scotennato da solo!

Al momento della verità, dunque, anche per quanto riguarda la stampa, a quella padronale non c’è che una sola controinformazione possibile, quella del proletariato cosciente, la stampa marxista, l’unica stampa che non si inchinerà mai di fronte al fatto compiuto, perché è indipendente anche dalle interpretazioni illusorie dei fatti piccolo-borghesi.
Lorenzo Mortara

La squallida campagna sulla Sea Watch

Sulla vicenda di 42 migranti sequestrati in mare per quindici giorni dal ministro degli Interni che ne vieta lo sbarco si sta consumando una squallida campagna di opinione.
Il ministro Matteo Salvini grida alla violazione della Legge e del Diritto e invoca l'arresto per l'equipaggio della Sea Watch. Il liberale Corriere della Sera, che pur non è di impostazione governativa, preferisce associarsi alla denuncia di una «manifesta illegalità». Persino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, a lungo venerato dalla sinistra riformista, ha riscoperto per l'occasione la propria vocazione giustizialista e manettara, elencando le violazioni di legge da parte della nave, e fornendo al ministro degli Interni un'insospettabile copertura. Per questo campionario di borghesi reazionari o “democratici” la legge diventa il totem cui subordinare ogni principio di giustizia e umanità.

Una vergogna, se solo si parte da dati di fatto incontestabili. I 42 migranti salvati dalla Sea Watch sono fuggiti dalla tortura delle galere libiche, le stesse galere di fatto finanziate dai governi italiani, prima da Minniti poi da Salvini. Nessuno può smentire questa verità. Il governo al-Sarraj, protetto dall'Italia, amministra una parte dei centri di detenzione libici, le milizie private ne gestiscono un'altra parte. La Guardia Costiera libica è legata alle milizie e cogestisce i suoi affari. Le milizie si fanno pagare dalle famiglie dei migranti esibendo i segni delle torture loro inflitte come arma di ricatto. Dopo il pagamento, i migranti partono e la guardia costiera, in cambio di mazzette, punta a riprenderli e a riportarli in galera, dove ricomincia il giro infernale. Altro giro, altre torture, altri soldi. Per tre, quattro, cinque volte. Alcuni migranti della Sea Watch erano partiti più e più volte ripresi dalle stesse canaglie. I “trafficanti di esseri umani” che Salvini denuncia sono gli stessi che lui finanzia ed equipaggia, con tanto di motovedette.

“La Sea Watch ha violato la legge!”. Vero. Ha violato un Decreto sicurezza bis che punta a intimidire e proibire ogni salvataggio in mare che sia sottratto alla Guardia Costiera Libica. Un Decreto sicurezza bis che assegna di fatto al governo libico e ai trafficanti con cui collabora il potere della vita e della morte su decine di migliaia di migranti. Basta che non arrivino sulle nostre coste e Salvini possa lucrare sulla “fine dei flussi”. Ma la riduzione degli arrivi è solo l'altra faccia dell'aumento dei torturati. E dalla tortura si cerca sempre di fuggire, come a volte riescono a fare quelli che scampano alla guardia costiera e ai suoi ripescaggi. La Sea Watch ha semplicemente salvato alcuni di questi. Ha potuto farlo solo addentrandosi nella zona di spettanza libica e solo violando la legge Salvini. Per questo la capitana e il suo equipaggio vanno difesi dalle grinfie del ministro dell'Interno, dei suoi prefetti, di eventuali magistrati compiacenti. E i migranti della nave vanno sbarcati e assistiti, tutti e subito.

Ma in questa vicenda c'è anche altro. L'Unione Europea ha dimostrato una volta di più il proprio volto. Ogni governo gioca a scaricare sui propri alleati il fardello degli immigrati per non perdere consenso interno, restare in sella e poter continuare a rapinare i propri salariati. Lo spettro degli immigrati è infatti agitato non solo dalla canea reazionaria di Salvini e dei suoi amici di cordata, ma anche dai campioni liberali ed europeisti, Macron in testa. Gli accordi di Dublino da tutti firmati, Italia inclusa, non è scandaloso solo perché “grava l'Italia dell'onere dell'accoglienza”, ma perché nega diritti e libertà di migrare in Europa a chi fugge da guerre, fame, torture. Peraltro la stessa Unione Europea che rifiuta la ripartizione dei rifugiati e canali umanitari legali per l'immigrazione, copre il governo italiano e la sua Legge: la sentenza della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo che ha respinto il ricorso della Sea Watch ha solo onorato il principio di complicità con Salvini, in una logica di collaborazione tra briganti. I...“diritti dell'Uomo” se ne faranno una ragione.

La vicenda della Sea Watch è solo la punta dell'iceberg.
Sono il capitalismo e l'imperialismo i veri responsabili delle migrazioni. Sono le politiche di guerra delle “democrazie”. Le desertificazioni prodotte da saccheggi ambientali e cambi climatici. La rapina – quella sì assolutamente “legale” – che Stati Uniti, Cina, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna, Russia stanno promuovendo in tutto il continente africano, sgomitando tra loro, per procurarsi litio e cobalto, le materie prime indispensabili per le batterie elettriche e le tecnologie informatiche, il nuovo affare del secolo. Molti milioni di africani stanno migrando all'interno dell'Africa stessa, di paese in paese, costretti dalla privazione delle terre e dalla fame. Chi arriva nelle galere libiche, e spera di arrivare in Europa, è solo una goccia nel mare di questa enorme migrazione.

Per questo la risposta alla tragedia dell'immigrazione non può fermarsi alla rivendicazione dell'accoglienza. Accoglienza e apertura dei porti dev'essere sostenuta senza riserve e ambiguità, a maggior ragione senza ammiccamenti obliqui e mascherati al sovranismo reazionario. Ma la battaglia democratica va ricondotta ad una prospettiva anticapitalista e antimperialista, una prospettiva di liberazione senza frontiere, l'unica che possa recidere il male alla radice.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio, una poltrona per tutti?


Luigi Di Maio, detto Gigi, si dà un gran da fare nelle vesti di futuro capo del governo. Prima ha cercato il riconoscimento di tutti i poteri forti esistenti al mondo, da Trump a Macron a Netanyahu, a sua volta benedicendoli tutti con commosse parole di elogio. Ora pensa a ingraziarsi i salotti buoni di casa nostra. Pressato dalle domande inquiete del grande capitale e della sua stampa su quali garanzie di governabilità è in grado di offrire il M5S, Gigi Di Maio ha rassicurazioni per ogni palato.

L'intervista rilasciata il 28 dicembre al Fatto Quotidiano è esemplare.

«Come farete a governare se non prenderete almeno il 40% dei voti?» Semplice, risponde Gigi: «La sera del voto lanceremo un appello a tutti i partiti, e proporremo un tavolo per un'intesa sui programmi, senza scambi di poltrone... Saranno trattative pubbliche, trasparenti.» Avete capito bene. Dopo aver denunciato per anni a parole tutti i partiti con l'indimenticabile Vaffa, Di Maio ci informa che proporrà “trattative” a... “tutti i partiti”. Tutti. L'intera casta politica borghese viene improvvisamente riabilitata purché voti Di Maio capo del governo. Fascisti, reazionari, liberalprogressisti, ogni maggioranza va bene allo scopo. Del resto, quando mai Gigi potrà accarezzare di nuovo la vetta di un simile traguardo? Ora o mai più, si deve essere detto. Di Battista salta il giro temendo il peggio per potersi riciclare con un secondo mandato, magari in elezioni anticipate. Ma Di Maio non può. Lui ha l'appuntamento con la storia, con un unico biglietto di sola andata. Per questo chiede oggi a tutti il lasciapassare.

«Per governare serve una squadra forte: lei come la comporrà?», chiede curioso il giornalista. La risposta di Di Maio è esemplare: «Io voglio dare stabilità al Paese. E per questo prima delle elezioni presenteremo una squadra di ministri di ampio respiro, aperta a tutte le sensibilità dei cittadini». Proprio così. Ora si capisce il “senza scambi di poltrone”. Significa che tutte le poltrone sono prenotate da Di Maio e da ministri targati (in un modo o nell'altro) 5 Stelle. Ma il cuore della risposta sta in quel “nell'ampio respiro” della composizione ministeriale. “Ministri aperti a tutte le sensibilità dei cittadini” significa non solo ministri buoni per tutti i gusti elettorali, ma perciò stesso ministri votabili da tutti i partiti parlamentari, perché in grado di piacere a “tutti i partiti”. Del resto se Di Maio vuol fare il capo del governo col voto di tutti i partiti, cos'altro può fare? Così il campione della propaganda anti-inciucio rivendica il massimo dell'inciucio: un governo di unità nazionale avvolto nel sipario del M5S. L'unità nazionale di governo raccolta in un solo partito. Purché il capo del partito (e del governo) sia Di Maio.

Ma «La base [del governo] però dovrebbe essere il programma», osserva il giornalista, «perché lei non parla mai dii lotta all'evasione fiscale? Per non turbare gli imprenditori?» La risposta di Gigi non lascia spazio al dubbio: «Bisogna smetterla con questi pregiudizi nei confronti delle imprese, in Italia c'è gente che paga il 70 per cento di tasse ed esporta merci ovunque». Chiaro. Ora si capisce il vero possibile cemento di un governo Di Maio di unità nazionale. L'unità nazionale sta nel sostegno lirico alle imprese eroiche “che esportano ovunque”, tartassate dal fisco (poveracce) e magari dalle pretese dei lavoratori. Dopo trent'anni di abbattimento delle tasse su dividendi e profitti, in un paese in cui salariati e pensionati pagano l'80 per cento delle tasse, Di Maio ha trovato la bandiera del proprio sospirato premierato: nuove regalie fiscali al padronato, a spese dei lavoratori. È il programma da sempre di tutti i borghesi. Perché mai tutti i loro partiti dovrebbero far mancare il voto in Parlamento al proprio stesso programma di governo?

Non sappiamo se le offerte di mercato di Di Maio convinceranno i capitalisti a sostenere il M5S. Sappiamo che è nel nome dei capitalisti che Di Maio ambisce a governare.
Eppure è lo stesso M5S che Liberi ed Eguali corteggia, e che Rifondazione Comunista non attacca (dopo averlo a lungo lusingato).
È una ragione in più per la sinistra rivoluzionaria. Quella che ha sempre chiamato le cose con il loro nome. Quella che dice sempre la verità ai lavoratori contro tutti i loro avversari.
Partito Comunista dei Lavoratori