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A cento anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia

 


Livorno 1921: un partito per la rivoluzione

21 Gennaio 2021

#Livorno21

Esattamente cento anni fa, il 21 gennaio 1921, i delegati della frazione comunista abbandonavano il congresso del Partito Socialista Italiano che si svolgeva al teatro Goldoni di Livorno per raggiungere il vicino teatro San Marco, già utilizzato dall’esercito nel corso della precedente guerra e quindi privo di sedie, senza impiantito e con il tetto che lasciava passare la pioggia.

Qui, nel corso della stessa giornata i delegati, che rappresentano circa cinquantottomila votanti nei congressi di base del PSI, proclamavano il nuovo partito con il nome di Partito Comunista d’Italia. Si staccavano da novantottomila massimalisti della cosiddetta mozione “comunista unitaria” (rappresentati in primis da Giacinto Menotti Serrati) che pur richiamandosi alla Terza Internazionale e alle sue posizioni si erano rifiutati, dando espressione alle loro posizioni centriste, di rompere con i quattordicimila riformisti di sinistra della mozione “concentrazione socialista”, capeggiati da Filippo Turati, come chiedeva loro l’Internazionale, al pari quanto chiesto e realizzato in Germania e Francia.

Come scriverà più tardi uno dei delegati presenti, Pietro Tresso (che diventerà dirigente della Quarta Internazionale e sarà assassinato dagli stalinisti nella Resistenza francese nel 1943), i due nomi principali di riferimento sono Antonio Gramsci e soprattutto Amadeo Bordiga, agli occhi di tutti, e nella realtà, il massimo dirigente del partito.

Il PCL ricorderà la fondazione del Partito Comunista d’Italia con un’assemblea in diretta Facebook domenica 31 alle 10.30. E questa sarà nei fatti l’unica degna iniziativa in memoria di quell’evento fondamentale. Come spesso succede nella storia, gli eredi di avversari e traditori del PCd’I si sono impegnati a ricordarlo per ingannare i militanti soggettivamente comunisti.

Il centenario del PCd’I è infatti oggetto in questi giorni di iniziative di commemorazione, per lo più di matrice stalinista e/o nazional popolare, in omaggio alla tradizione del PCI nelle sue diverse declinazioni. Il PCd'I è tristemente celebrato dagli eredi di chi lo distrusse come partito rivoluzionario; di chi fece appello ai «fratelli in camicia nera»; di chi tradì la Resistenza e ricostruì lo Stato borghese alla fine della guerra, con annessa amnistia ai boia fascisti; di chi imprigionò la lotta del movimento operaio attorno alla bandiera dell'unità nazionale e del compromesso storico con la borghesia. A noi è sembrato invece importante che organizzazioni che possono a ragione richiamarsi, al di là delle loro differenze, al PCd’I delle origini – e dunque all’internazionalismo rivoluzionario e alla rivoluzione proletaria – possano trovarsi insieme in una iniziativa sul centenario. Nella quale intrecciare verità storica, rivendicazione programmatica, lezioni per il presente e il futuro del movimento operaio.

In nessuna di queste iniziative, oltre a ricordare abusivamente Gramsci, si ricorderanno i meriti di Amadeo Bordiga, rinviato all’oblio eterno da stalinismo e riformismo. Non sarà così per noi. Non perché condividiamo, come PCL, la politica da lui sviluppata, né quando era dirigente del PCd’I né successivamente, anzi ne siamo fermi critici. Ma da un lato ricordare la nascita del PCd’I senza ricordare il suo principale artefice sarebbe come parlare della nascita del comunismo tedesco senza ricordare Rosa Luxemburg (cosa che gli stalinisti qualche volta riuscirono a fare); dall’altro Bordiga rimase comunista fino alla morte, a differenza dei voltagabbana come Togliatti. Per questo lo ricorderemo, nei suoi meriti come nei suoi errori, al pari di Gramsci, e forse qualcuno dei partecipanti sarà più positivo di noi nel giudizio su Bordiga.

Perché infatti la nostra iniziativa, come detto unica legittima, vedrà la partecipazione di compagni di altre organizzazioni rivoluzionarie, accomunate al nostro partito dal fatto di potersi richiamare alla tradizione comunista rivoluzionaria del PCd’I del 1921.
Invitando tutte e tutti a seguire l’iniziativa, per chiarire la natura marxista rivoluzionaria del PCd’I delle origini pubblichiamo qui il suo programma originario.



Programma del Partito Comunista d’Italia

Il Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale comunista) è costituito sulla base dei seguenti principii:

1. Nell’attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.

2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali d’azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.

5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico, le quali produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con la instaurazione dello Stato basato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

7. La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

8. La necessaria difesa dello Stato proletario, contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari, può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure d’intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale eliminandosi la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL denuncia governo, regione Lombardia e Confindustria

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti nella regione Lombardia

10 Aprile 2020
Qui di seguito l’esposto presentato dal nostro partito alle procure di Bergamo, Brescia, Milano, Roma nei confronti del governo nazionale (in primis Conte e Speranza) di quello regionale lombardo (in primis Fontana e Gallera) e dei vertici di Confindustria (in primis quella lombarda) relativamente alla mancata creazione di una “zona rossa” almeno nel bergamasco (Alzano Lombardo, Nembro).
Da molti giorni sottolineiamo il ruolo criminale dei padroni lombardi, le cui pressioni a Milano e a Roma, come denunciava il moderato sindaco PD di Brescia in una intervista al Fatto Quotidiano, hanno portato a non aver deciso l'istituzione di zone rosse in Lombardia dopo quella di Codogno.
Ora, senza essere infettivologi, a noi è apparso chiaro, per logica non formale ma dialettica, dall’esperienza cinese e da quella di Codogno, che una quarantena rafforzata in focolai di epidemia particolarmente virulenti riduce l’epidemia sia all’esterno che all’interno della zona in cui viene applicata.
Negli ultimi giorni sono diventati di pubblico dominio alcuni fatti gravi.
Il 2 marzo il comitato tecnico-scientifico nazionale inviava al governo una nota urgente, a firma del suo presidente Brusaferro, chiedendo l'istituzione di una zona rossa a Alzano e Nembro. Invece di applicare questa misura immediatamente, Conte e Speranza prendevano tempo fissando una riunione non immediata, ma due giorni dopo, per verificare "se c'era proprio la necessità”. Nel contempo si interfacciavano con il governo lombardo, il quale aveva, per confessione al sito The Post Internazionale del presidente di Confindustria lombarda Bonometti, un incontro sulla questione con i vertici dell'organizzazione padronale, di cui si può ben immaginare le posizioni sulla questione.
Il problema era ovvio. A Codogno c'è solo una fabbrica chimica medio-grande, la Unilever. In Val Seriana ci sono centinaia di fabbriche metalmeccaniche, di cui decine medie e grandi. È probabile, considerando quello che ha affermato il sindaco di Brescia, che analoghi incontri o colloqui si siano svolti a Roma, o con Roma. Quello che è certo è che, ad ogni modo, il 4 marzo erano già pronte le forze di polizia e dell'esercito per bloccare la zona dall'indomani all'alba. E invece l'ordine non è mai arrivato. Su questo abbiamo assistito al vergognoso rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e regionale Lombardia, come tra due complici sorpresi con le mani nel sacco.
Quello che è certo è che migliaia di morti in tutta la Lombardia sono stati il frutto della criminalità dei padroni, che in nome del profitto se ne fregano della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e di quella dei loro servi contenti della politica borghese.
Noi non sappiamo quale futuro avrà questo esposto. Sappiamo che la magistratura è una delle sovrastrutture dello Stato borghese. È difficile che il nostro esposto vada avanti. Speriamo di trovare in almeno una delle quattro procure un giudice democratico (o magari ambizioso) che cerchi di sviluppare una inchiesta. In ogni caso questo esposto e una campagna possibile su di esso serviranno almeno a ricordare la vera natura dei padroni al numero più largo di lavoratori, lavoratrici e giovani. Perché noi siamo perfettamente d'accordo con quello che il grande vecchio filosofo marxista Antonio Labriola scrisse alla fine dell’800 in polemica e contrasto con il riformista gradualista e pacifista Turati (certo in ogni caso più a sinistra di governisti e mutualisti vari della cosiddetta nuova sinistra odierna): «In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione».


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All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma



Il sottoscritto Marco Ferrando residente in [...], [...], n. CF. [...], in persona e nella qualità di portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori,

gravemente allarmato per i fatti avvenuti recentemente nelle province di Bergamo e Brescia, segnatamente per la mancata chiusura e realizzazione della zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, poiché dalle notizie riferite dalla stampa e dai telegiornali emergono ictu oculi gravi responsabilità politiche e penali a carico della Regione Lombardia, nonché del Governo della Repubblica, intende sottoporre al vaglio dell'Ill.ma S.V. tali fatti al fine di rilevare condotte illecite e l'esistenza di reati.

In buona sostanza, dall'inchiesta emersa dal Corriere della Sera (cfr Corriere della Sera 6 aprile ultimo scorso) risulta che tra gli ultimi giorni di febbraio e i primi di marzo fosse tutto pronto per erigere una "zona rossa" nei comuni di Alzano, Nembro ed altri, così come giustamente è stato fatto precedentemente per Codogno.

Riferisce il Corriere della Sera che camion della Polizia e dell'Esercito erano già pronti per intervenire, quando inspiegabilmente furono ritirati all'ultimo momento senza alcuna ragione.

Occorre rilevare che i primi due malati di Covid-19 vengono scoperti il 23 febbraio, e che già alla fine di febbraio era chiaro, purtroppo, che nel comune di Alzano e più in generale nella bergamasca fosse esploso un rilevante e violento focolaio di infezione.

Alla luce di codeste considerazioni, vorremmo sottolineare la gravità di questa notizia: chi ha bloccato e impedito il meccanismo di costruzione della zona rossa ad Alzano e Nembro? Perché? Cui prodest?

Chi ha disatteso le indicazioni di costruzione delle zone rosse intorno ai focolai di infezione, richieste dall'Istituto Superiore di Sanità, come risulta chiaramente da tale articolo?

Un ulteriore elemento di abnormità e grave imprudenza è determinato dalla riapertura dell'ospedale di Alzano, solo dopo poche ore dopo la chiusura, nel pomeriggio del 23 febbraio.

Mi sia solo consentito, sommessamente, di rilevare che queste condotte non sembrano ispirate a criteri di prudenza, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione.

Successivamente, come è noto, vi è stata una polemica non proprio edificante circa le responsabilità, afferenti alla omessa realizzazione delle zone rosse nella bergamasca, tra il governo centrale e regione, vedi in proposito dichiarazioni del Presidente del Consiglio, nonché le risposte del Presidente della Regione Lombardia.

In buona sostanza governo e regione, scaricandosi addosso la responsabilità politica per la colposa condotta omissiva, affermavano e convenivano sul fatto che poiché era stata dichiarata in data otto marzo la zona rossa in tutta la Lombardia, e in generale in tutta Italia, venivano meno le ragioni di esecuzione di un’area di sicurezza ad Alzano e Nembro. Tale giustificazione non ha, a mio giudizio, alcuna validità, perché quello che veniva decretato per tutta la Lombardia e tutta Italia non era l’istituzione di una cosiddetta zona rossa, ma di quella che è stata a volte definita "zona arancione”. Se così non fosse, non potrebbe intendersi perché alcune regioni (ad esempio Campania e Lazio) sottoposte alle stesse regole di quarantena del resto d’Italia, hanno istituito, su decisione dei propri presidenti, “zone rosse” in alcuni comuni del proprio territorio; ciò perché, all’evidenza e come si è visto nel caso di Codogno, “zona rossa” implica una quarantena rafforzata rispetto a quella vigente nel resto del paese, incluso la Lombardia.

Ci sia consentito rilevare che così come richiesto dall'Istituto Superiore di Sanità, considerata la virulenza e l'aggressività del contagio, sarebbe stato opportuno e prudente prendere opportune e specifiche misure di sicurezza in alcuni comuni della bergamasca e del bresciano, istituendo appunto in essi uno o più zone rosse.

Ma in ogni caso, nella denegata ipotesi che si volesse aderire alla semplicistica e tautologica tesi del Presidente del Consiglio, rimangono scoperti sette/otto giorni, tra la grave esplosione del contagio in quelle aree e la proclamazione della zona rossa in Lombardia.

Settimana in cui il contagio ha avuto modo di esplodere incontrollato (dati ISTAT rilevano che nella bergamasca il contagio in tale settimana è cresciuto di oltre il 1000%).

Circa le ragioni di tale comportamento scellerato ed inopportuno non si può non considerare le pressioni fatte da Confindustria lombarda per non creare zone rosse nella bresciana e bergamasca, vista l'alta concentrazione industriale, (cfr intervista sul sito tpi.it al presidente Confindustria lombarda in data 7 aprile ultimo scorso in cui, tra l’altro, si parla di un incontro svoltosi ai primi di marzo in regione Lombardia, evidentemente allo scopo di bloccare la istituzione della zona rossa nella bergamasca).

Ulteriore conferma a tale sospetto si ha leggendo le dichiarazioni del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (intervista su Il Fatto Quotidiano del 17 marzo ultimo scorso) in cui si afferma «Il peso del mondo industriale sia a Roma che a Milano si è fatto sentire», e prosegue affermando che con un comportamento più cauto sarebbe stato minore e più diluito nel tempo.

Tutto ciò premesso, il sottoscritto Marco Ferrando chiede all'Ill.ma S.V., accertati i fatti della narrazione de quo, ove ritenuto, di voler accertare la penale rilevanza delle condotte innanzi evidenziate del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, del Ministro della salute pro tempore, del Presidente della Regione Lombardia pro tempore, dell’assessore alla salute pro tempore, di persone aventi ruoli dirigenti in Confindustria lombarda o nelle sue strutture, e di ogni altro soggetto ritenuto responsabile, per i reati di contagio colposo, omissione e abuso in atti di ufficio, ed ogni reato che la Ill.ma S.V. intenderà ravvisare.

Con ossequio ed osservanze,


firmato

(Marco Ferrando)


9 aprile 2020
Partito Comunista dei Lavoratori

I fascisti scavalcano Salvini. Fermare le ronde nere!

Ad Aprilia un giovane marocchino è stato inseguito, malmenato, assassinato. L'ennesimo episodio di odio razzista, ma non solo. La specificità del caso sta nel fatto che l'assassinio è opera di un gruppo di “cittadini volontari”, una “ronda”, un “presidio dissuasivo”, come si è aulicamente definito. Poco importa il nome, si tratta di una forma di autorganizzazione reazionaria.

“È finita la pacchia” significa anche questo. In tutta Italia nascono e si riproducono iniziative di azione diretta contro gli immigrati, al di fuori delle strutture ordinarie dello Stato borghese.

Intendiamoci, lo Stato dà il la. In questi giorni, in tutta Italia, le strutture territoriali di polizia e vigili vengono sguinzagliate lungo le spiagge affollate e sui lungomari per “cacciare gli abusivi”, sequestrare i loro averi, punire con multe salatissime gli incauti acquirenti delle merci contraffatte. Le lobby dei commercianti applaudono entusiaste. Mentre uomini e donne di colore, alla ricerca quotidiana della sopravvivenza, fuggono nel migliore dei casi coi loro fagotti di fortuna, per riprendere il giorno dopo la stessa vita. Il ministro degli Interni si intesta il tutto all'insegna dell'ordine e del decoro. Di più. Incoraggia pubblicamente le “passeggiate della legalità”: iniziative volontarie di perlustrazione da parte dei “cittadini” che fiancheggiano vigili e polizia a caccia di “clandestini” e “abusivi”. Lo Stato diventa dunque promotore di strutture parallele, preposte all'ordine costituito. La Lega dirige, il M5S avalla e segue.

Il punto è che le organizzazioni fasciste entrano in questo varco aperto dal Viminale per giocare allo scavalco. CasaPound, Forza Nuova, Lealtà Azione lanciano ovunque possono proprie iniziative di vigilanza squadrista. CasaPound apre la campagna contro i parcheggiatori abusivi, da Cagliari a Ostia, cacciandoli a suon di sganassoni. Forza Nuova sale sui vagoni dei treni, sui bus, in metro, per ripulirli dagli immigrati. Entrambi, in concorrenza tra loro, rivendicano la liberazione del territorio dagli "invasori”, spaziando dai centri storici ai quartieri metropolitani. La parola d'ordine è: “lo Stato non ci va? Ci andiamo noi”. Se gli immigrati vanno cacciati, occorre passare dalle parole ai fatti. I fascisti si sostituiscono allo Stato, stando nella scia dell'iniziativa dello Stato. Se Minniti ha concimato il terreno di Salvini, Salvini concima il terreno dei fascisti.


LA “CASA DEI PATRIOTI” A BRESCIA 

Esemplare il caso di Brescia. Forza Nuova apre a Brescia, città operaia, la "Casa dei Patrioti”, un avamposto fascista impegnato a «pattugliare i quartieri della vergogna», cioè quelli in cui vivono gli operai di colore, già supersfruttati nelle fabbriche del circondario, e poi relegati all'abbandono e al degrado. Lo schema di Brescia viene proiettato su scala nazionale. In tutta Italia vengono lanciate le cosiddette “no go area”, aree in cui si proibisce la presenza migrante attraverso iniziative di espulsione diretta. Iniziative che intruppano la peggiore marmaglia, squadristi patentati, ambienti delle curve ultras, vecchi arnesi della malavita locale, in qualche caso persino fascisti stranieri, come a Rimini, dove Forza Nuova ha potuto contare sulla collaborazione dell'ONR polacca.
Il segno comune è il salto di qualità dell'iniziativa fascista sul terreno dell'azione diretta. Oggi essenzialmente contro gli immigrati, ma domani? Gli attacchi ripetuti a sedi sindacali o a picchetti di lavoratori in lotta (logistica) sono episodi sintomatici.

È necessaria un'azione di contrasto, non si può voltare la testa da un'altra parte o minimizzare il problema. Certo, i fascisti sono oggi ancora una presenza marginale come forza organizzata. Ma questa forza si sta allargando. Estende il proprio reclutamento, rafforza la propria organizzazione paramilitare, e soprattutto gode di un retroterra di legittimazione strisciante sempre più ampio a livello di senso comune in significativi settori di massa. L'arretramento profondo della coscienza politica di milioni di proletari diventa il terreno di pascolo della peggiore demagogia reazionaria. Se un ministro degli Interni può tranquillamente ostentare i motti del Duce (“molti nemici, molto onore”) senza che si produca una reazione di scandalo, lo stesso vale in misura diversa per le iniziative fasciste. Il dirottamento della rabbia sociale contro gli immigrati - asse centrale del salvinismo - diventa sdoganamento di CasaPound e Forza Nuova. Non conta i voti che prendono, sicuramente ancora pochi (per quanto in crescita), conta il bacino potenziale molto più ampio di cui dispongono, e soprattutto l'assenza di ogni seria barriera.


RICOSTRUIRE UN FRONTE DI MASSA 

Non si può rimontare la china e ricostruire una barriera senza recuperare una opposizione di classe e di massa che ricostruisca coscienza tra gli sfruttati. Se l'humus dei fascisti è l'arretramento profondo del movimento operaio, solo una sua ripresa può alzare un argine contro la reazione.
Ma una ripresa del movimento operaio esige qualcosa di più di un semplice approccio democratico alla questione dell'immigrazione.

La reazione fa leva non solo su disvalori ideologici regressivi, ma soprattutto sull'insicurezza sociale, sulla miseria, sulla disperazione: “Come fa ad esservi lavoro, casa, asili, per gli immigrati se non ci sono neppure per noi?”. Occorre rispondere a questa domanda rovesciando il senso comune: “lavoro, casa, servizi, non ci sono per noi per la stessa ragione per cui non ci sono per gli immigrati. È la legge del profitto la radice del problema”. Da qui l'esigenza di intrecciare il sostegno ad ogni singola lotta di resistenza sociale (tanto più oggi preziosa) con la proposta di ricomposizione di un fronte generale di massa cementato da rivendicazioni unificanti. Ripartire il lavoro tra tutti, attraverso una riduzione generale dell'orario a parità di paga; un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, finanziato dalla tassazione dei grandi patrimoni, rendite e profitti; uguali diritti per lavoratori italiani e immigrati, con la cancellazione di ogni legge discriminatoria, sono rivendicazioni che parlano all'interesse comune dei salariati e lo contrappongono al capitale. Possono unire lavoratori italiani e immigrati, pubblici e privati, del Nord e del Sud.
Non c'è lotta possibile alla xenofobia fuori dalla ricomposizione di questo fronte di lotta.
Per la stessa ragione, l'attuale passività della burocrazia CGIL di fronte al governo giallo-verde, come già prima verso i governi PD, è oggi come ieri un aiuto obiettivo alla reazione.


STRUTTURE AUTORGANIZZATE DI VIGILANZA CLASSISTA 

Ma la svolta di lotta non basta. Occorre combinarla da subito con l'azione di contrasto diretto delle iniziative reazionarie e fasciste.

In risposta alla provocazione di Forza Nuova, la CGIL di Brescia ha dichiarato: “Fermiamo i fomentatori d'odio, le ronde razziste, le ronde nere”. Bene. Ma le parole non servono a nulla se non si traducono in azione. Tanto più se servono a salvarsi l'anima e a restare passivi. Magari appellandosi, come avviene ogni volta, alla Costituzione e alla Repubblica democratica. C'è qualcuno che può seriamente pensare che le famose leggi antifasciste di marca costituzionale, rimaste carta straccia per settant'anni, sotto i governi borghesi di ogni colore, possano trovare oggi applicazione per mano... del governo Salvini-Di Maio?
Nessuna fiducia può essere riposta nello Stato. Tanto più oggi, solo l'azione diretta del movimento operaio può mettere i fascisti nell'impossibilità di nuocere. Ad ogni iniziativa fascista va contrapposta una iniziativa unitaria del movimento operaio e sindacale, capace di aggregare in un unico fronte tutte le forze disponibili. Un'azione di controvigilanza organizzata e promossa unitariamente dalle Camere del lavoro, da tutti i sindacati classisti, da tutte le organizzazioni della sinistra e antifasciste. Un'azione mirata espressamente a bloccare, impedire, disperdere l'iniziativa fascista. Le ronde nere non sono una fatalità da commentare, sono un pericolo da estirpare alla radice, per impedire ogni effetto di imitazione e propagazione. Se i fascisti si sostituiscono allo Stato (in realtà fiancheggiandolo), lo stesso possono fare i lavoratori e le organizzazioni antifasciste, tanto più a fronte oggi del ministero Salvini.
I fascisti contano sul successo propagandistico delle proprie azioni squadriste per suscitare fascinazione militare e attrarre consenso. Ogni gruppo di immigrati allontanati dalla loro azione è esibito sui loro siti come trofeo di vittoria. È la spazzatura con cui i fascisti nutrono il proprio immaginario. Per la stessa ragione ogni successo di un'azione di massa antifascista nel disarmare e sbaragliare l'iniziativa dei fascisti può minare il loro prestigio e demoralizzare le loro fila, incoraggiando al tempo stesso una volontà di riscossa sul nostro fronte.

Il movimento operaio pagò a caro prezzo nei primi anni '20 l'appello di Turati al “coraggio di essere vili”, cioè a non rispondere alla forza dello squadrismo con la propria forza organizzata.
Cento anni dopo, è una lezione da ricordare.
Partito Comunista dei Lavoratori