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Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell'azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Video: È il momento dell'unità nella lotta! - Marco Ferrando - 23/03/2020



Non c'è nessuna unità nazionale da celebrare! Organizzare ed estendere gli scioperi, per uno #sciopero generale vero!
La #lotta deve continuare in tutte le forme possibili, per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
È il momento dell'#unità: ma nella chiarezza della lotta e della contrapposizione frontale al padronato e alle classi dirigenti!
1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere #Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.
2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di #sicurezza non si lavora. Gli #scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il #controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.
3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.
4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del #salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Confind-19

A Bergamo e Brescia Confindustria ha spianato la strada al contagio

23 Marzo 2020
Le nuove disposizioni del governo Conte non solo non risolvono i problemi ma tantomeno cancellano le responsabilità di quanto accaduto ed accade. Responsabilità tanto abnormi quanto silenziate dai canali dell'informazione pubblica. Di questo vogliamo parlare, con un esempio specifico che in questi giorni drammatici è sotto gli occhi di tutti.

Bergamo e Brescia. Due zone della Lombardia oggi epicentro della massima diffusione del contagio col conseguente carico di morti. Morti rapidissime, in una solitudine straziante, spesso avvenute prima ancora di entrare in terapia, senza il conforto di una persona cara, senza la possibilità di un funerale e di un ricordo. I carri militari in fila a trasportare le bare fuori Bergamo nel buio della notte sono forse lo specchio più fedele di questo orrore. Lo specchio di uno scenario di guerra.

Era evitabile questo scempio? Sì. Nella misura e nelle forme che ha assunto, sicuramente sì. Non solo perché, da un punto di vista generale, non era un destino inevitabile quello di avere un sistema sanitario talmente massacrato dalle politiche di austerità da essere incapace di fronteggiare una epidemia. Ma anche perché era possibile e necessaria la misura di contenimento più semplice del contagio: fare a Bergamo e Brescia quello che si è fatto con successo a Codogno (e a Wuhan in Cina): recintare la zona, chiudere ogni produzione, bloccare ogni attività, con l'eccezione ovviamente di quella sanitaria, e dei negozi di alimentari. Creare insomma una autentica zona rossa, che abbattesse ogni occasione di contagio nella popolazione della zona, e al tempo stesso proteggesse il resto della Lombardia. Capire perché questa misura non è stata applicata significa andare al cuore del problema. Cioè alle responsabilità di un crimine.

Confindustria. Il cuore del problema sta qui. Bergamo e Brescia sono il cuore della produzione metalmeccanica italiana. Brembo, Tenaris, ABB, centinaia di aziende con decine di migliaia di operai ed operaie in produzione. Non come a Lodi e dintorni, dove l'industria contava solo Unilever. No, a Bergamo e Brescia troppo grandi e concentrati erano gli interessi padronali in gioco. Al punto che quando i sindaci del circondario hanno chiesto al governo nazionale e regionale di fermare le attività, è stata Confindustria a mettersi di traverso. Non lo dice il PCL, lo dice il sindaco di Brescia. Lo testimonia in forma inequivocabile un'iniziativa pubblicitaria di Confindustria Bergamo, con tanto di video di accompagnamento. Era il 28 febbraio, una settimana dopo l'esplosione del contagio; la scritta sovraimpressa del video rassicurava la clientela estera circa la continuità della produzione: “Le operazioni delle nostre aziende non sono contagiose, Bergamo is running”, con tanto di firma di Paolo Plantoni, direttore generale della Confindustria bergamasca. Per inciso, erano i giorni in cui le segreterie nazionali di CGIL, CISL, UIL, firmavano con Confindustria un comune appello contro “l'allarmismo ingiustificato” e a favore della “normalità” produttiva.

Confindustria ha dunque voluto e imposto che la produzione continuasse a Bergamo e Brescia; Confindustria locale e Confindustria nazionale. Il governo nazionale e il governo regionale si sono subordinati ai suoi interessi. Per questo sono corresponsabili di un crimine.

Di certo, comunque si concluda la vicenda del coronavirus, quali che saranno ulteriori misure che saranno attuate, ciò che è avvenuto non può essere dimenticato. Non lo sarà da parte delle migliaia di parenti delle vittime. Non lo sarà sicuramente da parte nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta deve continuare!

Le ultime misure del governo non risolvono i problemi

22 Marzo 2020
Le pressioni dei sindaci dei territori massimamente infetti, il pronunciamento corale dei medici coinvolti, le iniziative autonome dei governatori regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto, con la minaccia di divaricazioni istituzionali, infine le pressioni delle direzioni sindacali, hanno spinto il governo ad estendere il blocco delle attività produttive, anche al di là di quanto deciso localmente dai governatori del Nord.

Le burocrazie sindacali hanno sintetizzato le ragioni della propria richiesta con le parole significative di Landini: «Bisogna evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia». La continuità degli scioperi spontanei in centinaia di aziende, nonostante il protocollo di accordo tra sindacati e padroni, ha sicuramente lasciato il segno. I burocrati sindacali hanno avvisato governo e padronato del rischio di un’ulteriore propagazione del conflitto e della paura di non riuscire a controllarlo. Hanno dunque consigliato, nell'“interesse comune”, di disinnescare la miccia.

Il consiglio di Landini è stato evidentemente persuasivo, se ha indotto alla fine Confindustria a patteggiare la soluzione concordata, in cambio di nuovi miliardi di risorse pubbliche che il governo ha prontamente promesso ai padroni, e che saranno messe sul conto dei lavoratori.

Di certo questa chiusura di “unità nazionale” delle attività produttive non ha risolto alcun problema, né sanitario, né sociale.

1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.

2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di sicurezza non si lavora. Gli scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.

3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.

4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.

In conclusione: non c'è nessuna unità nazionale da celebrare. La lotta deve continuare in tutte le forme possibili per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

I fascisti scavalcano Salvini. Fermare le ronde nere!

Ad Aprilia un giovane marocchino è stato inseguito, malmenato, assassinato. L'ennesimo episodio di odio razzista, ma non solo. La specificità del caso sta nel fatto che l'assassinio è opera di un gruppo di “cittadini volontari”, una “ronda”, un “presidio dissuasivo”, come si è aulicamente definito. Poco importa il nome, si tratta di una forma di autorganizzazione reazionaria.

“È finita la pacchia” significa anche questo. In tutta Italia nascono e si riproducono iniziative di azione diretta contro gli immigrati, al di fuori delle strutture ordinarie dello Stato borghese.

Intendiamoci, lo Stato dà il la. In questi giorni, in tutta Italia, le strutture territoriali di polizia e vigili vengono sguinzagliate lungo le spiagge affollate e sui lungomari per “cacciare gli abusivi”, sequestrare i loro averi, punire con multe salatissime gli incauti acquirenti delle merci contraffatte. Le lobby dei commercianti applaudono entusiaste. Mentre uomini e donne di colore, alla ricerca quotidiana della sopravvivenza, fuggono nel migliore dei casi coi loro fagotti di fortuna, per riprendere il giorno dopo la stessa vita. Il ministro degli Interni si intesta il tutto all'insegna dell'ordine e del decoro. Di più. Incoraggia pubblicamente le “passeggiate della legalità”: iniziative volontarie di perlustrazione da parte dei “cittadini” che fiancheggiano vigili e polizia a caccia di “clandestini” e “abusivi”. Lo Stato diventa dunque promotore di strutture parallele, preposte all'ordine costituito. La Lega dirige, il M5S avalla e segue.

Il punto è che le organizzazioni fasciste entrano in questo varco aperto dal Viminale per giocare allo scavalco. CasaPound, Forza Nuova, Lealtà Azione lanciano ovunque possono proprie iniziative di vigilanza squadrista. CasaPound apre la campagna contro i parcheggiatori abusivi, da Cagliari a Ostia, cacciandoli a suon di sganassoni. Forza Nuova sale sui vagoni dei treni, sui bus, in metro, per ripulirli dagli immigrati. Entrambi, in concorrenza tra loro, rivendicano la liberazione del territorio dagli "invasori”, spaziando dai centri storici ai quartieri metropolitani. La parola d'ordine è: “lo Stato non ci va? Ci andiamo noi”. Se gli immigrati vanno cacciati, occorre passare dalle parole ai fatti. I fascisti si sostituiscono allo Stato, stando nella scia dell'iniziativa dello Stato. Se Minniti ha concimato il terreno di Salvini, Salvini concima il terreno dei fascisti.


LA “CASA DEI PATRIOTI” A BRESCIA 

Esemplare il caso di Brescia. Forza Nuova apre a Brescia, città operaia, la "Casa dei Patrioti”, un avamposto fascista impegnato a «pattugliare i quartieri della vergogna», cioè quelli in cui vivono gli operai di colore, già supersfruttati nelle fabbriche del circondario, e poi relegati all'abbandono e al degrado. Lo schema di Brescia viene proiettato su scala nazionale. In tutta Italia vengono lanciate le cosiddette “no go area”, aree in cui si proibisce la presenza migrante attraverso iniziative di espulsione diretta. Iniziative che intruppano la peggiore marmaglia, squadristi patentati, ambienti delle curve ultras, vecchi arnesi della malavita locale, in qualche caso persino fascisti stranieri, come a Rimini, dove Forza Nuova ha potuto contare sulla collaborazione dell'ONR polacca.
Il segno comune è il salto di qualità dell'iniziativa fascista sul terreno dell'azione diretta. Oggi essenzialmente contro gli immigrati, ma domani? Gli attacchi ripetuti a sedi sindacali o a picchetti di lavoratori in lotta (logistica) sono episodi sintomatici.

È necessaria un'azione di contrasto, non si può voltare la testa da un'altra parte o minimizzare il problema. Certo, i fascisti sono oggi ancora una presenza marginale come forza organizzata. Ma questa forza si sta allargando. Estende il proprio reclutamento, rafforza la propria organizzazione paramilitare, e soprattutto gode di un retroterra di legittimazione strisciante sempre più ampio a livello di senso comune in significativi settori di massa. L'arretramento profondo della coscienza politica di milioni di proletari diventa il terreno di pascolo della peggiore demagogia reazionaria. Se un ministro degli Interni può tranquillamente ostentare i motti del Duce (“molti nemici, molto onore”) senza che si produca una reazione di scandalo, lo stesso vale in misura diversa per le iniziative fasciste. Il dirottamento della rabbia sociale contro gli immigrati - asse centrale del salvinismo - diventa sdoganamento di CasaPound e Forza Nuova. Non conta i voti che prendono, sicuramente ancora pochi (per quanto in crescita), conta il bacino potenziale molto più ampio di cui dispongono, e soprattutto l'assenza di ogni seria barriera.


RICOSTRUIRE UN FRONTE DI MASSA 

Non si può rimontare la china e ricostruire una barriera senza recuperare una opposizione di classe e di massa che ricostruisca coscienza tra gli sfruttati. Se l'humus dei fascisti è l'arretramento profondo del movimento operaio, solo una sua ripresa può alzare un argine contro la reazione.
Ma una ripresa del movimento operaio esige qualcosa di più di un semplice approccio democratico alla questione dell'immigrazione.

La reazione fa leva non solo su disvalori ideologici regressivi, ma soprattutto sull'insicurezza sociale, sulla miseria, sulla disperazione: “Come fa ad esservi lavoro, casa, asili, per gli immigrati se non ci sono neppure per noi?”. Occorre rispondere a questa domanda rovesciando il senso comune: “lavoro, casa, servizi, non ci sono per noi per la stessa ragione per cui non ci sono per gli immigrati. È la legge del profitto la radice del problema”. Da qui l'esigenza di intrecciare il sostegno ad ogni singola lotta di resistenza sociale (tanto più oggi preziosa) con la proposta di ricomposizione di un fronte generale di massa cementato da rivendicazioni unificanti. Ripartire il lavoro tra tutti, attraverso una riduzione generale dell'orario a parità di paga; un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, finanziato dalla tassazione dei grandi patrimoni, rendite e profitti; uguali diritti per lavoratori italiani e immigrati, con la cancellazione di ogni legge discriminatoria, sono rivendicazioni che parlano all'interesse comune dei salariati e lo contrappongono al capitale. Possono unire lavoratori italiani e immigrati, pubblici e privati, del Nord e del Sud.
Non c'è lotta possibile alla xenofobia fuori dalla ricomposizione di questo fronte di lotta.
Per la stessa ragione, l'attuale passività della burocrazia CGIL di fronte al governo giallo-verde, come già prima verso i governi PD, è oggi come ieri un aiuto obiettivo alla reazione.


STRUTTURE AUTORGANIZZATE DI VIGILANZA CLASSISTA 

Ma la svolta di lotta non basta. Occorre combinarla da subito con l'azione di contrasto diretto delle iniziative reazionarie e fasciste.

In risposta alla provocazione di Forza Nuova, la CGIL di Brescia ha dichiarato: “Fermiamo i fomentatori d'odio, le ronde razziste, le ronde nere”. Bene. Ma le parole non servono a nulla se non si traducono in azione. Tanto più se servono a salvarsi l'anima e a restare passivi. Magari appellandosi, come avviene ogni volta, alla Costituzione e alla Repubblica democratica. C'è qualcuno che può seriamente pensare che le famose leggi antifasciste di marca costituzionale, rimaste carta straccia per settant'anni, sotto i governi borghesi di ogni colore, possano trovare oggi applicazione per mano... del governo Salvini-Di Maio?
Nessuna fiducia può essere riposta nello Stato. Tanto più oggi, solo l'azione diretta del movimento operaio può mettere i fascisti nell'impossibilità di nuocere. Ad ogni iniziativa fascista va contrapposta una iniziativa unitaria del movimento operaio e sindacale, capace di aggregare in un unico fronte tutte le forze disponibili. Un'azione di controvigilanza organizzata e promossa unitariamente dalle Camere del lavoro, da tutti i sindacati classisti, da tutte le organizzazioni della sinistra e antifasciste. Un'azione mirata espressamente a bloccare, impedire, disperdere l'iniziativa fascista. Le ronde nere non sono una fatalità da commentare, sono un pericolo da estirpare alla radice, per impedire ogni effetto di imitazione e propagazione. Se i fascisti si sostituiscono allo Stato (in realtà fiancheggiandolo), lo stesso possono fare i lavoratori e le organizzazioni antifasciste, tanto più a fronte oggi del ministero Salvini.
I fascisti contano sul successo propagandistico delle proprie azioni squadriste per suscitare fascinazione militare e attrarre consenso. Ogni gruppo di immigrati allontanati dalla loro azione è esibito sui loro siti come trofeo di vittoria. È la spazzatura con cui i fascisti nutrono il proprio immaginario. Per la stessa ragione ogni successo di un'azione di massa antifascista nel disarmare e sbaragliare l'iniziativa dei fascisti può minare il loro prestigio e demoralizzare le loro fila, incoraggiando al tempo stesso una volontà di riscossa sul nostro fronte.

Il movimento operaio pagò a caro prezzo nei primi anni '20 l'appello di Turati al “coraggio di essere vili”, cioè a non rispondere alla forza dello squadrismo con la propria forza organizzata.
Cento anni dopo, è una lezione da ricordare.
Partito Comunista dei Lavoratori