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Birmania e Cina. L'imperialismo in casa d'altri


 Il devastante terremoto che ha investito la Birmania, col suo impressionante numero di vittime e distruzioni, favorisce l'attenzione sul regime militare che la domina, la guerra interna che l'attraversa, le sue relazioni internazionali. Aspetti rimossi molto spesso dall'eurocentrismo di larga parte della sinistra europea, tanto più se di estrazione “campista”.


La Birmania è oggi divisa in due parti distinte. Da un lato le aree controllate dallo spietato regime militare del generale Min Aung Hlaing, emerso dal colpo di Stato del 2021: un regime di tipologia fascista fondato sul terrore; dall'altro le aree conquistate dalla composita resistenza al colpo di stato da parte di diversi gruppi etnici e dalla Forza di Difesa Popolare (PDF), i quali fanno capo al cosiddetto “Governo di unità nazionale”, basato sui parlamentari eletti in opposizione ai militari golpisti. Insomma, da un lato la dittatura militare, dall'altro una coalizione borghese liberale.

L'imperialismo cinese (e il suo alleato russo) svolgono un ruolo centrale in Birmania. A novembre 2024 il generale golpista Min Aung Hlaing ha partecipato in prima fila al vertice dei Paesi del fiume Mekong convocato dalla Cina. A febbraio 2025 è stato ricevuto con tutti gli onori da Putin a Mosca, per incassare dalla Russia jet e droni con cui bombardare la guerriglia. Un bombardamento criminale che non si è fermato neppure nei giorni catastrofici del terremoto.

Soprattutto la Cina è base di appoggio decisiva del regime militare birmano sotto il profilo politico ed economico. Non è un caso. La Birmania si affaccia sul Golfo del Bengala e sul Mare delle Andamane, accedendo direttamente alle rotte marittime dell'Oceano Indiano. Rotte commerciali di alta rilevanza strategica per la Cina, perché le consentono di ridurre la propria dipendenza dallo Stretto di Malacca, collo di bottiglia dei traffici transoceanici conteso da diverse potenze.
Non solo. La Birmania, a dispetto della sconfinata povertà della stragrande maggioranza della sua popolazione, è ricca di risorse: petrolio, legname, pietre preziose, giada (che da sola fa il 50% del PIL birmano), ma anche terre rare. Anche per questo il corridoio economico Cina-Birmania è parte vitale della Via Della Seta, disseminata di oleodotti e gasdotti. Gli investimenti dei grandi monopoli cinesi nelle infrastrutture del paese, in particolare in dighe e porti, hanno accresciuto la dipendenza debitoria della Birmania dalla Cina, e dunque il potere di quest'ultima sulla Birmania.

Tuttavia, nell'ultimo anno il rafforzamento della guerriglia contro la giunta militare, la sua imprevista estensione e consolidamento, il rischio di una saldatura vincente fra l'opposizione liberale alla giunta e gli imperialismi occidentali (USA e UE), hanno molto impensierito Pechino. Da qui una manovra spregiudicata della Cina che da sei mesi combina la continuità del proprio sostegno alla giunta militare con l'avvio di relazioni e aiuti all'opposizione interna. Xi Jinping non vuole trovarsi spiazzato. Vuole preservare ad ogni costo il proprio controllo imperialistico sul paese, quale che sia l'esito – imprevedibile – della guerra civile che l'attraversa.
All'imperialismo cinese poco importa se a governare la Birmania saranno generali golpisti o borghesi liberali. L'essenziale è che il paese resti nell'area di influenza cinese, e non finisca fra le braccia di imperialismi concorrenti.

Per la stessa simmetrica ragione è essenziale ricondurre la coraggiosa mobilitazione popolare contro l'odiosa giunta militare a una prospettiva antimperialista. Alla prospettiva di un governo operaio e contadino: l'unico che possa distruggere dalle fondamenta gli apparati militari golpisti, realizzare una vera riforma agraria, rompere con ogni imperialismo, garantire una vera svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dall'assalto fascista alla sede della CGIL al divieto di manifestare

 


Il governo di Draghi cerca di chiudere il cerchio

Noi sosteniamo convintamente la vaccinazione di massa perché crediamo che la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori venga prima dell’aspirazione egoistica alla propria libertà irresponsabile da parte del borghese piccolo piccolo.

Questa aspirazione reazionaria, farcita di argomentazioni antiscientifiche e utilizzata dai fascisti, non promette nulla di buono alle lavoratrici e ai lavoratori che per la stragrande maggioranza hanno ritenuto giusto e doveroso vaccinarsi, nel rispetto dell’incolumità propria e dei propri compagni di lavoro.

Altrettanto diciamo che la salvezza dello “shopping natalizio”, sacralmente assicurato dagli esponenti del governo, non può valere la negazione del diritto a manifestare contro le politiche antioperaie del governo Draghi.

Se per far ripartire il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, che passa come un rullo compressore sopra i corpi delle lavoratrici e dei lavoratori come dimostrato dal tragico stillicidio giornaliero degli incidenti, oltre che dalla massa di contagi, per altro in ripresa, sui luoghi di lavoro, si è costretti a recarsi in tali luoghi tutti i giorni, allora si deve aver assicurato il diritto a manifestare contro le condizioni inumane di lavoro a cui i padroni costringono una parte sempre crescente di operaie e operai.

Gli interessi dell’imperialismo italiano, che non si cura di tutelare effettivamente la salute delle classi popolari, come dimostrano il mancato sostegno al sistema sanitario pubblico, ultima voce del PNRR e per giunta in massima parte destinata a finanziare la sanità privata, e gli scandali svelati dalle inchieste giornalistiche riguardo la gestione del piano pandemico da parte del governo in collusione con le associazioni padronali (vedi il caso della Val Seriana oggetto delle indagini della magistratura), non hanno nulla che vedere con gli interessi della classe lavoratrice.

Il divieto di manifestare, anche se fosse limitato oggi alle settimanali manifestazioni reazionarie dei no-vax, a questo punto è una pura espressione dello stato d’eccezione, ossia semplicemente il disvelamento della dittatura di classe della borghesia, che da domani può usarlo contro il movimento operaio e antagonista, la sinistra, i rivoluzionari.

Solo la costruzione di una grande mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, a cominciare dalla proclamazione dello sciopero generale e prolungato, può piegare questa dittatura di classe e aprire una fase nuova in cui la salute e la libertà di 16 milioni di salariati siano effettivamente tutelati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il colpo di mano reazionario di Viktor Orbán

Il premier ungherese Viktor Orbán ha realizzato un colpo di mano di chiaro stampo reazionario in Ungheria, imprimendo una ulteriore torsione bonapartista al proprio regime. I sogni analoghi di Matteo Salvini spiegano il suo prontissimo plauso al premier magiaro.

Facendo leva sull'emergenza sanitaria del coronavirus, Orbán ha concentrato nelle proprie mani poteri eccezionali senza limiti di tempo, incluso quello di prolungare ad libitum lo stato d'emergenza già in vigore. In aggiunta, chi dovesse diffondere “notizie false” sul virus (false per il regime) rischia cinque anni di carcere. Una enormità.

Le leggi speciali non sono un inedito per Orbán. Al governo dal 2010, forte di un consenso maggioritario nella società magiara (ma non nella città di Budapest), il premier ha progressivamente rafforzato il proprio potere, con ripetute leggi speciali che hanno subordinato i media e la magistratura al controllo dell'esecutivo. L'ultimo colpo di mano rappresenta un ulteriore passo di questa deriva. Il voto parlamentare a favore dei poteri eccezionali da parte della maggioranza assoluta del Parlamento, con l'opposizione dei borghesi liberali e socialdemocratici da un lato e del partito fascista Jobbik dall'altro, è solo la formale copertura “democratica” del colpo di mano. Il premier infatti, grazie ai poteri conferitigli dal proprio partito, può giungere a sciogliere il Parlamento stesso e a modificare qualsiasi legge. I principali gruppi imprenditoriali del paese, a partire dal blocco dei grandi oligarchi, sostiene apertamente Orbán, da cui riceve servigi straordinari, tra cui tasse irrisorie.

Colpisce il balbettio del liberalismo borghese europeo nei confronti del regime ungherese. Il PPE, cui Orbán appartiene, si divide combinando critiche formali e imbarazzati silenzi. Lo stesso fanno i diversi governi europei. È un silenzio eloquente. Da un lato rivela la paura che una rottura con l'Ungheria possa trascinare con sé una rottura col gruppo di Visegrád e precipitare un processo di dissoluzione della UE. Dall'altro lato, misura indirettamente i processi di involuzione della stessa democrazia liberale in Europa sotto la pressione dell'emergenza sanitaria e della recessione continentale che si profila.

Di certo, sul piano interno, l'unica alternativa al regime di Orbán è il movimento operaio ungherese. I processi di investimento estero in Ungheria, attratti dai vantaggi fiscali e salariali, hanno ammassato nel paese un proletariato industriale di grandi dimensioni, concentrato in molte grandi e medie fabbriche. Un anno fa importanti scioperi operai hanno sfidato per la prima volta il governo e le sue leggi favorevoli all'allungamento dell'orario di lavoro, ed in particolare straordinari obbligatori e non pagati. Questa è la classe sociale che può prendere la testa di una più ampia opposizione sociale e politica al regime e dare a questa una prospettiva politica realmente alternativa. Di certo non lo possono fare i gruppi dell'opposizione liberal-democratica, che erano disposti a negoziare con Orbán la prosecuzione dei poteri eccezionali per tre mesi, offrendogli in cambio i propri voti, e che alla fine sono stati ignorati e scaricati dal premier, dopo essere stati umiliati.

Lo stesso vale, in altra forma e contesto, su scala continentale. L'aggravarsi della crisi sociale porrà sul tappeto, una volta di più, il bivio di prospettiva tra rivoluzione e reazione in Europa. Solo la prospettiva di un governo dei lavoratori, sul terreno della lotta di classe, può indicare un'alternativa progressiva alla crisi della vecchia democrazia borghese liberale. I fatti di Ungheria ci dicono una volta di più che, fuori da questa prospettiva, la crisi del liberalismo può generare mostri.
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori