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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi e il Sulcis. Il caso Eurallumina


 La Vigilia di Natale, Il Sole 24 ore, giornale di Confindustria, concede spazio ad un articolo sulle quattro aziende sarde finite sui “tavoli di crisi” attivi presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy): Eurallumina, Sideralloys Italia (ex Alcoa), Portovesme e Sanac. Il motivo apparente sembra una reale preoccupazione per le sorti dei lavoratori. Tra le righe però, per chi legge la realtà attraverso la lente dello scontro tra classi, sa perfettamente che il problema riguarda la tenuta degli stabilimenti per i futuri investitori e tutto l’indotto in termini di profitto.

Nonostante la manovra 2026 agevoli notevolmente le imprese, rimane da stabilire con precisione la partita dei costi dell’energia per il nuovo anno, puntando ad aiuti statali, taglio degli oneri e gas release. Insomma, va chiarito come verranno gestiti i fondi riprogrammati del PNRR in relazione al nuovo Piano di Transizione 5.0 e quali imprese potranno accedervi in base ai nuovi tetti dei crediti d’imposta e dei superammortamenti.

Il caso di Eurallumina e dell’intero polo industriale del Sulcis Iglesiente dipende dalla risoluzione di questi problemi fondamentali: approvvigionamento energetico alternativo al carbone, ammodernamento delle infrastrutture e continuità produttiva. Si tratta di vertenze ormai da definire “storiche”: Eurallumina da ben sedici anni vede i suoi dipendenti in cassa integrazione con l’impiego dei pochi che servono alla manutenzione degli impianti. Non si sa di preciso le oscillazioni in termini numerici, ma nel 2015 si parlava di 357 addetti diretti più circa 100 addetti nell’indotto, mentre oggi si registrano 114 lavoratori.

Dopo aver sventato il rischio di liquidazione al 31 dicembre, in legge di bilancio è stata stanziata la copertura finanziaria necessaria a garantire la continuità aziendale: 9,6 milioni di euro comprese le attività di bonifica per i primi sei mesi del 2026. I ministri Urso e Calderone parlano di “grande risultato” e la presidente della Regione Sardegna Todde ha espresso grande soddisfazione.

Questo risultato, sottolineiamo noi, è stato ottenuto con una dura lotta operaia. Durante l’ultima protesta, quattro operai sono rimasti a 40 metri d'altezza sul silo numero 3 dello stabilimento per dodici giorni; a questa sono seguite la manifestazione a Roma il 20 dicembre davanti al MIMIT e lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di bilancio.
I sindacati coinvolti, CGIL, CISL e UIL con i comparti di settore, dichiarano però che è necessario scongelare gli asset russi per riprendere gli impegni di Rusal, poiché le sanzioni bloccano al contempo sia l’approvvigionamento di gas sia gli investimenti promessi.


APPROVIGIONAMENTO ENERGETICO E DISASTRO AMBIENTALE SULLA PELLE DEI PROLETARI

La produzione di alluminio primario pone due grandi problemi: il grande consumo energetico e la compatibilità ambientale, poiché la lavorazione dell’allumina, estratta dalla bauxite, prevede un processo altamente inquinante.

Il primo aspetto ha visto un susseguirsi di progetti, investimenti e iter burocratici lunghi e difficili da ricostruire. Basti ricordare il fallimentare progetto della centrale termica cogenerativa inizialmente alimentata a carbone (modificato successivamente), per convogliare energia termica ed elettrica agli impianti dello stabilimento: 74 milioni di euro di fondi pubblici (su 100 complessivi), grazie ad un contratto sottoscritto con Invitalia. La centrale era gestita da Eural Energy, che nel luglio 2020 si fonde con Eurallumina mediante incorporazione; tra le due società vigeva prima un contratto di “take or pay”, assicurando ad Eural Energy incassi sicuri.
Dopo anni di ipotesi e progetti si decide la conversione dell’approvvigionamento a GNL (gas naturale liquefatto), definitivamente cristallizzata nel recente DPCM Energia per la Sardegna, siglato il 10 settembre 2025. Il GNL, il cui trasporto via mare implica inquinamento e impiego di altri combustibili necessari per il trasporto, giunge all’isola e viene rigassificato; resteranno attive le unità di stoccaggio e rigassificazione a Porto Torres e Oristano e la rete di metanodotti detta “mini dorsale” che collega Oristano alla zona del Sulcis; mentre dovrebbe sparire la nave rigassificatrice di Portovesme (SU).

Il secondo aspetto relativo all’inquinamento e salute pubblica è più delicato, poiché pone sfide che implicano anche il ripensamento di ciò che si produce e come lo si produce. Il territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è afflitto da una grave crisi ambientale e sanitaria, e rientra ancora oggi tra i siti di interesse nazionale (SIN) a cui indirizzare azioni di bonifica del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali e sotterranee.
L’impatto sull’ambiente è stato ampiamente documentato. Gli studi di ISPRA resi pubblici nel 2016 hanno dimostrato le conseguenze devastanti dello scarto di fabbrica, il “bacino dei fanghi rossi”, che ha compromesso suolo e falde idriche e di conseguenza la catena alimentare. Molti prodotti, contenenti metalli pesanti, hanno avuto risvolti negativi sulla salute, causando diverse malattie invalidanti, specie nei bambini. Per i lavoratori, l’esposizione diretta alla lavorazione di fabbrica aumenta il rischio di tumori al pancreas e di malattie dell’apparato urinario.

Nel 2009 il bacino dei fanghi rossi fu sottoposto a sequestro, e fu avviato un processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, a carico dei dirigenti di Eurallumina; assolti nel 2023 poiché “il fatto non sussiste”. Insomma, a pagare caro e persino con la propria salute sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Solo poche voci isolate hanno preso in considerazione la possibilità di una conversione produttiva con il passaggio all’alluminio secondario (riciclato), come il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus: la conversione sarebbe una scelta opportuna poiché ci sarebbe un risparmio energetico fino al 95% in meno e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. L’alluminio riciclato può inoltre essere impiegato in una pluralità di settori: automobilistico, edilizio, sportivo etc…, può essere riciclato più volte senza perdere le proprietà.


L’IMPERIALISMO ITALIANO E GLI AFFARI DEL GNL

Il GNL è un affare che coinvolge tutta la penisola italiana, non solo la Sardegna. Ci sono altri terminal di rigassificazione attivi, come Ravenna e Piombino, ed è inoltre previsto lo sviluppo della Linea Adriatica: 425 km di gasdotti da nord a sud che rientra nel progetto RePowerEU, interessata da miliardi di investimenti PNRR.

Per il nostro imperialismo è un affare: le importazioni di gas, in primis dagli USA, implementa gli affari di Snam ed ENI. De Scalzi è stato chiaro: «ENI, che era il primo importatore di gas russo, dopo averci dovuto rinunciare e averlo sostituito firmando accordi di lungo termine in altri Paesi, non ha interesse a tornare indietro. Abbiamo sostenuto investimenti importanti per mettere in sicurezza l’Italia e l’Europa, e non possiamo pensare di accollarci ulteriori spese per riprenderlo» (Milano Finanza, 27 febbraio 2025).
Il futuro DL Energia dovrebbe contenere, tra le varie misure, anche la vendita anticipata presso i siti di stoccaggio dei volumi di gas da parte di GSE e Snam. I proventi di questa operazione saranno destinati a ridurre le tariffe di trasporto e distribuzione per i clienti industriali. Quello che Confindustria chiede dal 2022.

La questione è chiara: da un lato si punta a rafforzare il peso economico e politico dell’Italia in Europa, dall’altro si continua a mantenere i rapporti commerciali con gli USA, dai quali l’Italia importa il maggior volume del gas liquefatto. Un mercato, quello americano, che per l’Italia rappresenta investimenti in molti settori e uno sbocco commerciale che genera oltre il 50% del surplus netto dell'Italia nel mondo.


LA QUESTIONE DEL GAS SULLO SFONDO DELL’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA

La società Eurallumina è attualmente controllata da UC Rusal tramite la cipriota Libertatem Materials LTD di Oleg Deripaska, proprietario al 100% delle azioni.
Dopo il congelamento degli asset nel maggio 2023, Rusal non ha smesso comunque di macinare profitti, anzi ha potenziato la propria presenza in Guinea, dove esistono ricchi giacimenti di bauxite, e ha rivolto i propri investimenti ad altri mercati come l’Etiopia, con la quale ha siglato a novembre il Memorandum of Understanding. Per finire, ricomincerà a beneficiare dei dividendi di Nornickel e ha di recente stipulato un accordo con KraMZ ltd per la vendita di 75.000 tonnellate di prodotti di alluminio per 220 milioni di dollari.
Quest’ultimo consentirà a Rusal di mantenere uno sbocco commerciale sicuro all’interno della catena del valore di EN+.
Ad ogni modo, dei quattro stabilimenti Rusal in Europa, tre lavorano regolarmente (con deroghe al congelamento dei beni da parte di Germania, Irlanda e Svezia) ad eccezione dell’Italia, dove ad occuparsi di Eurallumina è l’Agenzia del Demanio. L’unica cosa che non garantisce Rusal per il 2026 è la liquidità necessaria allo stabilimento, per coprire tutti i costi, dai salari e integrazione della CIG, alla gestione e rinnovamento degli impianti e i soldi per la bonifica. In totale un investimento da 400 milioni di euro.


UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA NECESSARIA

Le nostre posizioni sull’invasione russa in Ucraina sono note a tutti: difendiamo il diritto alla resistenza del popolo ucraino senza alcuna fiducia e alcun sostegno politico a Zelensky e alla NATO; abbiamo da subito criticato l’uso delle sanzioni verso la Russia poiché invece che causare danni alla borghesia russa e indebolire l’attacco di Putin, colpisce i proletari in termini di costi sociali. Ma non ci importa difendere i profitti di Rusal e di Deripaska, e nemmeno quelli dei nostri capitalisti.

Per evitare che il settore industriale del Sulcis collassi, e con esso i lavoratori e le rispettive famiglie, si rende necessario mettere i lavoratori al centro delle decisioni e lasciare cha siano i lavoratori organizzati a diventare i protagonisti della loro vertenza, senza cedimenti alle burocrazie sindacali spinte dal “pragmatismo” (sbloccare gli asset) e nemmeno al campismo nostrano, che vede Putin come un liberatore e l’imperialismo solo in Occidente.

Gli investimenti di Deripaska o un diverso investitore privato disposto a coprire le somme preventivate consentirebbero ai lavoratori di tornare in fabbrica, ma non cambierebbe di una virgola la situazione ambientale e sanitaria.
Il Sulcis è un territorio dove tutti speculano con fasulle promesse e agende infinite; tutti i soldi pubblici sprecati sino ad ora in folli progetti energetici, se correttamente usati, avrebbero già risolto una parte del problema.

È necessario dunque connettere le lotte del lavoro a quelle ambientali per assicurare contemporaneamente salario e salute.

• Blocco dei licenziamenti ad oltranza sino alla risoluzione della vertenza;
• Nazionalizzazione sotto controllo operaio: espropriare Rusal senza indennizzo. Dopo anni di incuria e progetti incompatibili da un punto di vista ambientale, la proprietà deve essere pubblica e la gestione deve essere operaia.
• Convergenza della lotta ambientalista con la lotta di fabbrica.
• Forte piano di investimenti pubblici: per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio; per la conversione degli impianti e passaggio alla produzione dell’alluminio secondario.

Siamo consapevoli che nessun governo borghese consentirà l’attuazione di un simile programma, perché sono i comitati d’affari dei padroni. Solo un governo dei lavoratori può attuare queste decisioni e garantire salario e tutela di ambiente e salute.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

La scuola tra rinnovo del CCNL e Manovra 2026. Dove andremo a finire?

 


Due fatti intrecciati si sono abbattuti sul settore della conoscenza nel mese di novembre 2025: la discussione sulla legge finanziaria e la firma del CCNL 2024-2026.


La nuova legge di bilancio porterà ad un peggioramento progressivo nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre si investono miliardi nel riarmo per uscire dall’impasse della recessione, il settore pubblico, tra cui la scuola, subisce un'ulteriore batosta: non sono previsti investimenti per i rinnovi contrattuali a contrasto degli effetti inflazionistici; non è previsto un piano di assunzioni e di stabilizzazione dei docenti; il personale ATA subirà un taglio di circa 2000 posti entro il 2026-2027.
Inoltre, la trasformazione di oltre 42000 incarichi di collaboratore scolastico in incarichi di operatore scolastico andrà ulteriormente a dividere, stratificare e penalizzare la categoria.

Mentre ovviamente si continuano a stanziare finanziamenti e agevolazioni per le scuole paritarie, come il bonus di 1500 euro.
A completare l’opera saranno i futuri passi nell’ambito della riforma dei professionali e dell’esame di Stato.


IL PIANTO DEL COCCODRILLO

La levata di scudi contro il governo da parte dell’opposizione e dei sindacati concertativi è fasulla ed è una partita giocata nello scontro tra apparati ideologici nella contesa della gestione del capitale e dei suoi effetti. Anche nella scuola: Valditara sancisce come obbligatorio ciò che era già previsto dalla “Buona scuola” renziana (comma 85), cioè il fatto di utilizzare “l’organico dell’autonomia” per coprire le supplenze brevi fino a dieci giorni.
Questo risparmio sarà recuperato con il 10% dell’aumento del FMOF, calcolato sul fondo dell’anno precedente. Un cane che si morde la coda.

In tutti questi anni le supplenze brevi sono state coperte, e lo sono tutt’ora, utilizzando i docenti di potenziamento. Come se fosse una novità! In tante scuole, invece, le cattedre di potenziamento, a cui si aggiungono i soldi del FIS (Fondo dell'Istituzione Scolastica), sono spesso utilizzate per i distacchi dei membri dello staff, collaboratori fidati del Dirigente Scolastico, i quali incarnano il famoso middle management della scuola-azienda.
Dunque, in seconda istanza, si ricorre agli ITP (insegnante tecnico-pratico) e agli insegnanti di sostegno, danneggiando il loro lavoro e ancor più gli studenti, e trasformando l’emergenza una tantum in problema strutturale. Questi “tappabuchi” fanno tanto comodo anche ai presidi “di sinistra”.
Laddove i tappabuchi non sono a disposizione si passa, come terza soluzione, all’accorpamento delle classi fuori da ogni logica di sicurezza.

Questa è l’autonomia scolastica, che piace alla destra e al campo largo dell’opposizione.

Si apriranno delle contraddizioni ma non dobbiamo patteggiare né per chi vuole risparmiare sulla pelle dei lavoratori e degli studenti né per chi vuole spartirsi la torta e utilizzarla per ingrassare il proprio anello magico. Dobbiamo lottare per riaffermare la dignità dei lavoratori, fuori da logiche aziendalistiche e di stratificazione del corpo docenti.
Dobbiamo chiedere a gran voce l’abolizione dell’autonomia scolastica e di tutto ciò che ne consegue. Se tagliano più di 5000 cattedre dell’organico dell’autonomia, dobbiamo pretendere la conversione di queste cattedre in organico di diritto su posto comune e su sostegno, in maniera definitiva.


ASSUMERE E STABILIZZARE I PRECARI, ALZARE I SALARI

Le stime per coprire l’anno scolastico 2024/2025 erano di circa 250 mila insegnanti. Una cifra enorme. A questi ogni anno si aggiungono i pensionamenti: 20 mila nel 2024 e circa 28 mila nel 2025. I Percorsi del PNRR copriranno solo il 20% delle reali necessità.

Sul versante degli ATA, su un fabbisogno di circa 32 mila posti vacanti complessivi delle varie mansioni, le assunzioni coprono circa 9500 posti di lavoro. Circa il 30%. Anche qui ogni anno si aggiungono pensionamenti di circa 10mila unità.
La carenza strutturale di lavoratori fa aumentare sempre di più il precariato, a danno della continuità salariale e didattica.

Sul versante dei salari, in generale anche per i docenti stabili la situazione non è rosea. La perdita del 30% in trent’anni del potere d’acquisto non vede ripresa all’orizzonte; nemmeno per il recupero degli ultimi tre anni. La compressione salariale del settore produttivo ha quindi i suoi effetti anche sul salario indiretto. Invece di aumenti in busta paga, il governo ci rifila sgravi sul salario accessorio e riduzione dell’IRPEF per i redditi medio-alti che riguarderanno (ovviamente) Dirigenti Scolastici e DSGA. Mentre la fiscalità sarà scaricata sulle spalle della classe operaia.

Siamo però ben lontani dall’indignazione dei docenti, poiché c’è sempre un modo per arrotondare il salario: le figure dei docenti tutor e orientatori, per i quali sono stati stanziati nel 2024 ben 267 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 100 milioni approvati nel febbraio 2025, spalmati su due annate (50+50). I progetti finanziati col PNRR, a cui hanno aderito migliaia di docenti, hanno svolto una funzione di “ammortizzatore sociale” divisivo e parziale. Insomma, la scuola dei progetti va a gonfie vele ed è ben remunerata, la scuola ordinaria cade a pezzi e con essa i lavoratori.


I SINDACATI AL TRAINO DEL GOVERNO

Il 5 novembre la maggior parte dei sindacati concertativi ha apposto la propria firma sul rinnovo del contratto, ad eccezione della CGIL che afferma: “Non sussistono le condizioni per la sottoscrizione” poiché “gli incrementi stipendiali previsti e per oltre il 60% già erogati in busta paga sotto forma di indennità di vacanza contrattuale coprono neanche un terzo dell’inflazione del triennio di riferimento e sanciscono la riduzione programmata dei salari del comparto”. L’aumento medio lordo previsto da questo rinnovo del CCNL sarebbe di soli 62 euro lordi! Una vera e propria miseria, ma ancor di più un’umiliazione per i docenti italiani che percepiscono i salari di categoria tra i più bassi d’Europa!

Finalmente una presa di posizione netta, alla quale in teoria avrebbe dovuto far seguito un’azione radicale cha aprisse finalmente il conflitto con il governo.
L’occasione sarebbe stata lo sciopero del 28 novembre: scendere in piazza con i sindacati di base, contro la finanziaria del riarmo e inserire in una vertenza generale la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

La CGIL ha preferito scioperare in solitaria, a babbo morto, il 12 dicembre. Una scelta incomprensibile che rompe con il movimento del 3 ottobre e indebolisce i lavoratori. Indebolisce soprattutto coloro che nella breve onda di indignazione per il genocidio in Palestina di fine settembre e inizio ottobre sono stati i protagonisti: studenti in primis e insegnanti.

Attendiamo ora le consultazioni della base CGIL: rientrare con una firma tecnica o tenere duro sul contratto? Noi speriamo la seconda, ma non escludiamo la prima. Di sicuro può essere un’occasione per smascherare gli opportunisti che siedono ai tavoli delle contrattazioni d’Istituto e chiedere che nello statuto della CGIL venga sancita l’incompatibilità tra l’essere parte della RSU e coprire incarichi di staff o figure strumentali.


CAMBIARE LA ROTTA? NON BASTA! È NECESSARIO INVERTIRLA!

Non basta una virata un po’ più a sinistra per cambiare la situazione attuale. La rotta non va cambiata, va invertita.

• Abolire tutte le controriforme della scuola e la legge Bassanini che sancisce l‘autonomia scolastica e tutto ciò che ne consegue, comprese le recenti “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo”.
• Fermare l’accorpamento degli istituti e investire nell’edilizia scolastica per la ristrutturazione e il potenziamento delle scuole esistenti.
• Per un piano di assunzione e stabilizzazione di tutti i docenti e ATA precari; per garantire il salario e la continuità didattica.
• Contro l’allungamento dell’orario cattedra: dire no ai ricatti degli uffici scolastici e rispettare i mandati dei collegi docenti. L’orario cattedra non può superare le 18 ore (se non per residui orari);
• Riduzione degli alunni per classe, basta con le classi pollaio;
• Internalizzazione degli educatori e delle educatrici;
• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.
• Per un patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro il settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

Se vogliamo risollevare la scuola pubblica è necessario scendere in piazza insieme ai lavoratori dei settori privati e insieme agli studenti.
Solo rovesciando i governi del capitale si può difendere la scuola e pensare di avere una scuola pubblica degna di questo aggettivo.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà garantire tutto questo.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

NELLA NUOVA ALLUVIONE DELL’EMILIA IL FALLIMENTO DEL CAPITALISMO E DEGLI AMMINISTRATORI SUOI SERVI


Testo del volantino che verrà distribuito alla manifestazione di sabato 26 ottobre a Bologna

A poco più di un anno dalla terribile alluvione della Romagna oggi viene colpita l’Emilia: il territorio di Bologna è stato inondato da una abnorme quantità di pioggia. Un disastro ampiamente annunciato conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Le precipitazioni straordinarie fanno parte delle serie sempre più frequenti di eventi catastrofici causati dallo sfruttamento distruttivo dell’ecosistema da parte della voracità del capitale e dell’emissione massiccia in atmosfera di CO2 dovuta all’utilizzo smodato di combustibili fossili di cui il tardo e decadente capitalismo non può fare a meno. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti così distruttivi. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale.

Il territorio di Bologna è stato colpito da una abnorme quantità di pioggia, un fenomeno conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti cos’ distruttivi. Si aggiungono infatti altre ragioni dovute al malgoverno degli amministratori locali e nazionali:

l’intensa cementificazione del suolo dettata dall’intreccio inestricabile di rendita fondiaria, proprietà immobiliare, interessi bancari e commerciali che comporta disboscamenti e edifici costruiti sugli argini dei fiumi. I governi nazionali e locali, indipendentemente dal loro colore, sono solo i comitati d’affari di questi interessi e continuano imperterriti a consentire un massiccio consumo di suolo, ambito nel quale l’Emilia-Romagna all’ombra della giunta “progressista” di Bonaccini (e Schlein) – vanta il poco onorevole terzo posto in Italia;

il taglio ventennale agli investimenti nella prevenzione, nella cura del territorio, persino nella Protezione Civile. Dalla Legge Obiettivo del governo Berlusconi (2001) allo Sblocca Italia del governo Renzi (2014), tutti si sono esercitati nel cancellare o ridurre le tutele ambientali a vantaggio dei costruttori. I governi Conte (2018-2021) hanno cancellato persino l’inventario delle richieste ambientali (“Italia sicura”). Per ultima la post-fascista Giorgia Meloni ha tagliato il 40% delle spese per la tutela del Po, nel mentre ha gonfiato quelle per la “Difesa”;

perfino il PNRR da tutti osannano come la manna dal cielo riserva al dissesto idrogeologico appena 2,5 miliardi da qui al 2026 quando ce ne vorrebbero almeno venti volte tanto.

A chi presenta loro il conto dei terribili costi sociali che soprattutto la classe lavoratrice e i ceti popolari debbono sostenere, gli amministratori, a tutti i livelli, alzano le braccia dicendo che non ci sono le risorse. È una menzogna da cialtroni. In realtà si tagliano i fondi per l’ambiente per pagare ogni anno quasi 100 miliardi di soli interessi alle banche che hanno comprato i titoli di Stato. Le stesse banche che detengono azioni nei colossi energetici, nelle grandi proprietà immobiliari, nell’industria militare. Le stesse che hanno dettato a tutti i governi il taglio delle spese sanitarie e delle pensioni per “rispettare il pagamento del debito pubblico”. Cioè, per ingrassare i propri profitti.

Contro l’ordinarietà dell’affarismo capitalista che ci conduce al disastro occorre rivendicare misure semplici e necessarie per reperire le risorse ed evitare la catastrofe:

  •          abolizione del debito verso le banche e dei relativi interessi
  •           nazionalizzazione delle banche in un’unica banca nazionale sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori
  •           imposizione di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della società
  •           abbandono delle grandi opere inutili e investimento massiccio in sanità, scuola e riassetto idrogeologico
  •          diminuzione drastica delle spese militari e ritiro delle missioni militari all’estero 
  •          nazionalizzazione dell’industria del cemento e delle grandi imprese immobiliari sotto il controllo delle                  lavoratrici e dei lavoratori
  •          nazionalizzazione completa dell’industria dell’energia sotto il controllo della classe lavoratrice per una reale        conversione dall’utilizzo dei combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili

A chi obietta che queste siano misure troppo radicali per essere compatibili con l’economia del capitalismo rispondiamo che la verità è che tutte le recite sull’emergenza ambientale restano chiacchiere senza rompere col regime capitalista. Senza una nuova organizzazione dell’economia e della società, una società finalmente liberata dalla dittatura dei capitalisti, e per questo capace di elaborare il piano della riconversione ecologica della produzione e cura del territorio, cose che possono essere garantite solo dal governo delle lavoratrici e dei lavoratori. La necessità di costruire questa consapevolezza nella classe lavoratrice ed in tutta la società, a partire dai giovani, anima ogni giorno l’impegno del Partito Comunista dei Lavoratori

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Il crollo della sanità pubblica in Italia

 


L'emergenza sanitaria, l'urgenza di una svolta

20 Giugno 2023

Il disastro del sistema sanitario italiano non è una notizia. Lo è la precipitazione che l'investe, a partire dalla condizione di chi ci lavora. Il taglio di trentamila posti letto negli ultimi dieci anni ha falcidiato i posti di lavoro nel momento stesso in cui il ciclone della pandemia ha accumulato un gigantesco ritardo e abbattimento delle prestazioni ordinarie. Mediamente sono trecento le ore di lavoro extra non retribuite accumulate dal personale medico. Il personale infermieristico non è da meno. Gli stipendi sono in picchiata. Il contratto 2019/2021 è già scaduto e non viene rinnovato. Il governo offre un aumento del 4% che è esattamente la metà di quanto è stato già mangiato dall'inflazione. Un insulto.

Lo stanziamento previsto per la sanità dal famigerato PNRR è di una modestissima manciata di miliardi, per di più a debito. Le cosiddette Case di comunità che dovrebbero fare da maxiambulatori sono disegnate sulla carta ma non sono finanziate. Del resto il PNRR è un'operazione una tantum, non può farsi carico di un investimento strutturale in nuove assunzioni. La risultante è la fuga del personale sanitario in direzione delle cliniche private, quelle invece lautamente retribuite con risorse pubbliche. Il tutto sullo sfondo di una divaricazione sempre più ampia tra regione e regione, che l'autonomia differenziata minaccia di accrescere drammaticamente.

È necessaria una svolta. Non si può rispondere all'emergenza sanitaria con misure ordinarie. Occorre un sistema di misure straordinarie in fatto di massicce assunzioni e di aumento delle retribuzioni. La riapertura delle duecento strutture sanitarie tagliate nell'ultimo decennio. La nazionalizzazione dell'intero sistema sanitario. Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, che da sola libererebbe 400 miliardi per opere sociali. La cancellazione del debito pubblico verso le banche (80 miliardi annui di soli interessi) e la devoluzione delle risorse così risparmiate in sanità pubblica, risanamento ambientale, istruzione.

È necessaria una grande mobilitazione del movimento operaio attorno a una piattaforma di svolta. L'emergenza sanitaria deve rappresentare un riferimento essenziale di questa piattaforma. Una piattaforma di lotta che non abbia paura di sfidare le compatibilità di questo sistema capitalista, che è capace di aumentare le spese militari, di detassare i profitti dei capitalisti, di saccheggiare l'ambiente naturale, ma non di curare chi ha bisogno e di dare dignità a chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà segnare una svolta complessiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ischia. La violazione della legge e la legge del capitale

 


Il disastro di Ischia occupa lo schermo dell'informazione. Nessuno tra i grandi organi di stampa e della televisione può addebitare il fatto ad un destino cinico e baro, o all'inclemenza imprevedibile della natura. E tuttavia nell'individuare “le responsabilità dell'uomo” si tende ad attribuire il ripetersi di questi eventi all'incuria della popolazione che ne è vittima, ai sindaci del territorio, alla piaga dell'abusivismo, a questo o quell'altro decreto che in passato l'ha coperto e incoraggiato. Un'interpretazione povera del fenomeno, che finisce col rimuovere le cause strutturali e di fondo di questi eventi: la criminalità della società capitalista. A monte e a valle.


Naturalmente l'abusivismo esiste, e a Ischia è stato un fattore importante. Ma non tutti i disastri sono il prodotto dell'abusivismo, e lo stesso ha bisogno di una spiegazione che vada al di là della pura individuazione e denuncia.
L'abusivismo impera laddove manca la pianificazione edilizia ecologicamente compatibile. E questa manca anche e soprattutto in presenza della cosiddetta urbanistica contrattata. I sindaci negoziano direttamente coi costruttori i piani regolatori. Per incassare gli oneri di urbanizzazione concedono licenze edilizie a più non posso. In altri termini, i piani regolatori sono fatti a uso e consumo degli interessi dei costruttori. Ma perché i sindaci ricorrono a mani masse all'urbanistica contrattata? Perché i governi centrali (di ogni colore) tagliano regolarmente i trasferimenti pubblici ai comuni per pagare il debito pubblico alle banche con i relativi interessi. Dal 2008 al 2016 sono stati tagliati ai comuni 18 miliardi. Altri tagli sono stati fatti successivamente dai governi Conte e Draghi. A loro volta i comuni, per compensare i tagli, si indebitano con le banche e poi tagliano le spese per pagare il debito. L'urbanistica contrattata e la piaga dell'abusivismo sono l'effetto terminale di questa dinamica.

Va aggiunto che questa logica, che direttamente e indirettamente subordina al profitto la cura del territorio, agisce anche in assenza di abusivismo nel quadro di piani regolatori perfettamente in regola con la legge. Ricordiamo che gli stessi decreti che hanno liberalizzato l'abusivismo negli ultimi quarant'anni (in particolare del governo Spadolini nell'82, poi del governo Craxi nell'85, poi dei governi Berlusconi nel '94 e nel 2003, poi del governo Conte-Salvini nel 2018) sono stati tutti motivati pubblicamente dalla necessità di fare cassa per pagare il debito pubblico alle banche e alle compagnie di assicurazione. Non è dunque la violazione della legge la prima responsabile del crimine ma la legge del capitale.

Ridurre all'abusivismo la responsabilità dei disastri nasconde anche un altro fattore decisivo: l'incuria del territorio da parte dei governi centrali e delle relative leggi finanziarie.
Negli ultimi decenni non si sono tagliate solamente le spese per la sanità e l'istruzione, come tutti sappiamo, ma anche le spese ambientali. Sia le spese per la Protezione Civile, che presidia i soccorsi, sia soprattutto le spese per il riassetto idrogeologico del territorio. In Italia secondo l'attuale capo della Protezione Civile «il 94% dei nostri comuni è minacciato dal dissesto idrogeologico» (La Stampa, 28/11). Eppure proprio gli investimenti contro il dissesto sono stati impietosamente tagliati dallo Stato centrale. Persino il famigerato PNRR – simbolo reclamizzato della ripresa e resilienza della nazione, secondo il linguaggio meloniano – destina al dissesto idrogeologico 2,5 miliardi su 229 da qui al 2026. Praticamente nulla. E per di più a debito, come il grosso dei soldi del PNRR. E come mai questi tagli sistematici sull'investimento ambientale? Ancora una volta per pagare il debito pubblico alle banche coi relativi interessi. Il capitale finanziario è sempre l'alfa e l'omega dei disastri e dei crimini.

A tutto questo si aggiunge nell'epoca attuale la moltiplicazione dei cosiddetti fenomeni naturali estremi, prodotto ultimo del cambio climatico connesso al riscaldamento del pianeta. Un inquinamento dettato dal peso pregresso e perdurante delle energie fossili, e dall'incapacità del capitalismo mondiale di governare una transizione ecologica vera, imprigionato com'è dalla guerra dei poli imperialisti gli uni contro gli altri armati per la spartizione delle zone d'influenza, delle materie prime, ed anche del nuovo mercato mondiale delle rinnovabili. La soluzione inventata dall'ultimo summit ambientale a Il Cairo (COP 27) è emblematica: nulla per il rispetto del famoso obiettivo del contenimento a 1,5 dell'aumento di temperatura rispetto all'età preindustriale, obiettivo molto modesto in realtà, e purtroppo già archiviato dalla dinamica in corso. In compenso un fondo finanziario internazionale per pagare i costi di inondazioni, alluvioni, stragi. In altri termini la monetizzazione dei crimini ambientali.

Chi pensa di poter riformare questa organizzazione capitalistica del mondo con buoni consigli e appelli ai governi è un inguaribile utopista. Oggi più che mai possiamo dire: solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Alluvione a Casamicciola. A quando la prossima?

Basta con le geotragedie!



Ancora una volta una catastrofe colpisce Casamicciola, nell’isola di Ischia.
Diversi terremoti, l’ultimo nel 2017 con le macerie ancora non rimosse, frane (2009), alluvioni. Il tutto senza la partenza di un intervento di tutela idrogeologica su un territorio notoriamente fragile.

Ma Casamicciola non è un caso isolato; centinaia di geotragedie (come dimenticare Giampilieri?) si sono consumate nell’inerzia totale colpendo, in particolare, il territorio meridionale, quello più esposto a pericoli di ogni sorta.

Altro che Ponte sullo stretto!

Il PCL si batte per una nuova politica: colpire i patrimoni frutto di abusivismo e speculazioni capitalistiche, reperire le risorse per un reale risanamento ambientale soggetto a un controllo di massa.
Solo un governo dei lavoratori potrà procedere fino in fondo su questa strada.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

Nasce un governo della reazione

 


Per il fronte unico di classe e di massa

Un ministro della difesa tratto dalla lobby dell'industria militare tricolore. Un ministro degli interni pescato dall'entourage di Matteo Salvini, che già rivendica il controllo della Guardia Costiera come indennizzo per la mancata conquista del Viminale. Un ministero dell'ambiente da cui scompare persino la dizione di “transizione ecologica”. Una ministra del lavoro consulente delle aziende in materia di licenziamenti, da sempre fanatica del Jobs Act e già componente del CdA di Leonardo. Un ministro dell'istruzione già collaboratore di Gelmini e degli 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica, che ora contrappone “il merito” al bisogno. Una ministra della “Famiglia e della Natalità”, già portavoce del Family Day, che nega anche formalmente il diritto all'aborto, peraltro accompagnata da altri esponenti dell'integralismo cattolico più reazionario, da Alfredo Mantovano ad Alessandra Locatelli. Più in generale, una pletora di ministri di estrazione missina, in omaggio alle diverse cordate che hanno sospinto la scalata di Giorgia Meloni. Il baricentro del nuovo governo è questo. Un governo a guida postfascista.

La nuova Presidente del Consiglio intende preservare il filo di continuità della politica liberal-confindustriale di Mario Draghi nei suoi assi portanti: PNRR, fedeltà alla UE, atlantismo. Ma il suo margine di manovra sul versante economico-sociale è estremamente limitato dalla recessione annunciata, dal peso ingombrante del debito pubblico, dall'indisponibilità tedesca e olandese a un nuovo indebitamento europeo per affrontare la crisi energetica, dal profilo che si va delineando per il nuovo Patto di stabilità sulle politiche di bilancio, principalmente fondato sul contenimento della spesa pubblica. Le promesse elettorali un tanto al chilo alla propria base sociale (flat tax) sono già in cavalleria, e la catastrofe del governo inglese non consiglia avventure in fatto di conti pubblici. Già il nodo pensioni si stringe al collo del nuovo governo, che non sa come quadrare il cerchio, mentre la crisi delle bollette colpisce frontalmente il lavoro salariato e ampi settori di piccola borghesia. La verità è che il nuovo governo della destra dovrà gestire politiche di austerità tradizionalmente affidate al centrosinistra.

Per questo il governo agirà sul terreno compensativo di politiche reazionarie ideologicamente marcate, funzionali a preservare la riconoscibilità della destra agli occhi di un blocco sociale altrimenti deluso. Il militarismo patriottico in fatto di Difesa registrerà un salto. L'asse di Meloni col governo polacco in fatto di politica atlantista e di asse diretto con gli USA serve a incassare la contropartita di un rafforzamento italiano sul fronte Sud della NATO, in Nord Africa e in Africa. Le politiche “della famiglia e della natalità” celebreranno la funzione della donna madre, finanzieranno e sosterranno le organizzazioni pro life, colpiranno in varie forme i diritti di aborto, e i diritti LGBT. Vedremo con quale tempistica e intensità. Ma la traccia appare segnata dalla stessa composizione del governo.

È il tempo di promuovere contro il nuovo governo a guida postfascista una vera opposizione di massa, che richiede non un “blocco democratico” coi borghesi liberali oggi al macero, né il bricolage routinario di tante iniziative autocentrate in ordine sparso, spesso tra loro concorrenziali, ma piuttosto la costruzione di un fronte di classe e di massa, che unisca nell'azione tutte le sinistre politiche e sindacali. Un fronte che intrecci le battaglie democratiche con le ragioni del proletariato. Solo così si può alzare un argine alla destra. Solo così si può riaprire dal basso un nuovo scenario politico. Le lotte salariali in Gran Bretagna, in Belgio, in Francia, negli stessi USA, sono un punto di riferimento esemplare per la classe lavoratrice italiana, un vento che va raccolto.

Il governo della destra ha il sacro terrore di un'esplosione sociale, perché capisce che è l'unico evento che può sbarrarle la strada. Lavorare all'innesco di una mobilitazione di massa e darle una prospettiva anticapitalista è la necessità del momento. Sicuramente è e sarà il terreno di impegno del PCL.

Partito Comunista dei Lavoratori

Landini per Draghi

 


ll Segretario della CGIL si allinea al coro padronale a sostegno di Draghi

Abbiamo bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni” dichiara Maurizio Landini. Sul quotidiano La Repubblica che gli chiede se questo significa una difesa di Draghi, il segretario si schermisce dicendo che non è suo compito entrare nel merito della crisi politica. Ma ci tiene a ribadire ripetutamente lo stesso concetto per evitare che non venga inteso: “Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni”. È il mantra di Landini in queste ore. Chiunque non sia scemo o ipocrita capisce che il suo significato è uno solo: la burocrazia CGIL offre sponda al governo (tuttora) in carica e al suo Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui tutte le organizzazioni dei capitalisti stanno facendo campagna a sua difesa.

Perché le organizzazioni padronali si stiano spendendo per Draghi è sin troppo chiaro: difendono il nuovo pacchetto di miliardi targati PNRR in arrivo nelle loro tasche, l’impegno a tagliare il cuneo fiscale a carico dell’erario pubblico (cioè delle lavoratrici e dei lavoratori) per scongiurare rivendicazioni salariali, una delega fiscale che promette la cancellazione definitiva dell’IRAP (che oggi finanzia la sanità pubblica), un DDL Concorrenza che estende liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, l’aumento annunciato delle spese militari con tanto di laute commesse per l’industria di guerra tricolore... Draghi è il più autorevole garante di tutto questo, in Italia e in Europa. Perché non dovrebbe riscuotere il plauso corale del capitale?

La ragione invece per cui la CGIL senta il bisogno di associarsi alla campagna dei capitalisti si può spiegare solo in un modo: la subalternità della burocrazia sindacale alla classe dominante e ai suoi interessi di stabilità e governabilità. Che determina non solo l’assenza di una piattaforma di lotta generale attorno alle ragioni del lavoro (assieme alla convergenza su rivendicazioni centrali della piattaforma confindustriale, come sul cuneo fiscale), ma anche l’allineamento della CGIL alla santificazione di Draghi come uomo della “salvezza nazionale”. Nonostante il fatto (oltretutto) che l’attuale governo, come e più dei governi borghesi precedenti, abbia relegato le burocrazie sindacali in anticamera, privandole di uno spazio reale di concertazione, e prendendole regolarmente a schiaffi. Evidentemente la governabilità del sistema capitalista per Maurizio Landini è un valore superiore allo stesso prestigio della burocrazia sindacale.

È il caso di dire che ciò che manca alle lavoratrici e ai lavoratori non è il governo dell’avversario, ma un proprio sindacato. Un sindacato che stia dalla parte del lavoro, in contrapposizione a ogni governo padronale (sia esso Conte o Draghi). “Un sindacato nel pieno delle sue funzioni”, innanzitutto quelle più elementari.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

La svolta ecologica del PNRR si ferma di fronte al diktat della corporazione dei concessionari delle licenze relative alla gestione degli impianti balneari, corporazione protetta ferocemente, fra l’altro, dal plumbeo mantello di Giorgia Meloni che si dichiara, in più, insoddisfatta del livello di tenuta dei privilegi previsto dalla nuova normativa impostata da Mario Draghi sotto la spinta dell’UE.

Bandiere blu o bandiere nere?

Le coste italiane, purtroppo, lungi da essere un bene comune, soprattutto nel Sud, sono da tempo lunghissimo una preda accaparrata da famelici speculatori che cancellano interessi collettivi e calpestano equilibri ambientali.

Il PCL protesta fermamente contro questo vergognoso andazzo e chiede, pertanto, una vera svolta ecologica che ponga le coste sotto la piena proprietà e il controllo pubblico.
Solo un capovolgimento radicale dello spartito politico, solo un governo dei lavoratori potrà realizzare compiutamente questa svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

Economia di guerra? La paghino i padroni

 


No ai sacrifici per l'imperialismo tricolore. Per un piano d'emergenza anticapitalista

Dopo due anni di Covid, l'emergenza guerra. Tutti i governi capitalisti scaricano sulla classe operaia i costi diretti o indiretti della guerra in Ucraina. Il Presidente Draghi in conferenza stampa non esclude per il futuro persino piani di razionamento viveri. Si prepara l'opinione pubblica a possibili “economie di guerra”.

Intendiamoci, “non siamo in guerra”, nel senso che ad oggi tra Russia e NATO non c'è una guerra diretta e dispiegata. La NATO sostiene l'Ucraina per i propri interessi imperialistici, ma non muove la guerra alla Russia (niente no fly zone, come vorrebbe Zelensky). La Russia attacca l'Ucraina per assoggettarla ai propri interessi imperialisti ma non muove guerra alla NATO (niente attacco a Polonia e repubbliche baltiche). La terza guerra mondiale non è affatto già iniziata, e chi lo afferma non sa quello che dice, scambiando una terribile possibilità futura con la realtà presente

Tuttavia fenomeni da economia di guerra stanno compiendo primi passi in più direzioni, anche in Italia. I prezzi del gas, della corrente elettrica, degli idrocarburi, erano già in forte ascesa per l'effetto combinato della ripresa capitalista (aumento della domanda), della strozzatura di forniture e approvvigionamenti, delle speculazioni finanziarie (mercato dei future). La precipitazione della guerra russa all'Ucraina ha moltiplicato tutti questi fenomeni. Tutti i generi di prima necessità conoscono un'inflazione sconosciuta negli ultimi decenni. Il pane è colpito dal crollo dell'importazione di grano da Ucraina e Russia. La produzione agroalimentare è sconvolta dal disinvestimento nella filiera del pomodoro a vantaggio della ben più remunerativa produzione sostitutiva del grano ucraino. Ovunque avanza la ricerca del massimo profitto.

I capitalisti scaricano l'aumento dei costi sul prezzo delle merci, cioè innanzitutto sui salariati. Un ruolo indubbio lo giocano le speculazioni, che persino il ministro Cingolani a denti stretti ha dovuto riconoscere come “scandalo”, salvo poi minimizzare. In realtà la speculazione finanziaria non solo è consentita ma è pratica corrente della società borghese. Se gli operatori finanziari prevedono che gas, petrolio, carbone aumenteranno di prezzo in futuro, si affrettano a comprare quote di gas e petrolio sul mercato finanziario per poi rivenderle e guadagnarci. È quello che sta accadendo. Gas, petrolio, carbone, elettricità promettono affari d'oro, dunque vanno alla grande su questo mercato parallelo, al di là e al di sopra del mondo reale delle merci. Ma sulle merci e sul loro prezzo si scarica anche il costo di quell'operazione speculativa. I capitalisti si arricchiscono, i salariati si impoveriscono.

Naturalmente i capitalisti che si arricchiscono maggiormente sono i produttori di energia elettrica, gas e carburanti. Le loro azioni vanno a ruba e dunque il loro patrimonio si gonfia. Le loro merci sono sempre più care e dunque garantiscono profitti straordinariamente elevati. Poiché si tratta di materie prime che rappresentano un costo anche per i capitalisti delle aziende energivore (a partire dalla siderurgia), Confindustria ha chiesto al governo un intervento a favore delle imprese. Il governo ha subito provveduto stanziando nuovi fondi pubblici come credito d'imposta e garanzia del credito bancario (la banca faccia pure libero credito all'impresa, se l'impresa non paga provvede lo stato a pagare la banca). Fondi che si aggiungono ai 140 miliardi di risorse pubbliche messe a disposizione dei capitalisti nei due anni della pandemia. Risorse pagate dai salariati: o perché messe a carico del debito pubblico che va poi ripagato (coi relativi interessi) o perché finanziate dai tagli sociali.

La cosiddetta tassa sugli extraprofitti sbandierata dal governo è una truffa. La tassa interviene su produttori, distributori, venditori e importatori di energia elettrica, gas, prodotti petroliferi. Ma dura solamente fino a giugno, riguarda solo il 10% dell'extraprofitto realizzato, non vale sotto la soglia di 5 milioni di extraguadagno. Più che la tassa del 10%, è la piena salvaguardia del 90% degli enormi extraprofitti realizzati. Non a caso il vantaggio per i consumatori è minimo: la miseria di 25 centesimi al litro fino al 30 aprile, mentre le imprese avranno uno sgravio del credito d'imposta del 12% sulla bolletta elettrica e del 20% di quella del gas. Un altro ordine di grandezza. Tutto questo a fronte di aziende energetiche che hanno già realizzato nel 2021 profitti d'oro: la sola ENI 4,12 miliardi di profitto netto e dividendi da favola per gli azionisti.

Parallelamente il governo porta la spesa militare al 2% del PIL, che equivale a 38 miliardi annui dai 25 attuali, nel momento stesso in cui la spesa in sanità vedrà una contrazione di 6 miliardi a regime col completamento del famigerato PNRR. Uno scandalo. Ma anche una festa per l'industria militare italiana. Il gruppo Leonardo si è visto riconoscere un ruolo guida nel riarmo continentale, grazie alla triangolazione con imprese francesi e tedesche. Le azioni del gruppo, come le azioni di tutto il complesso industrial-militare su scala mondiale, vedono crescere verticalmente il proprio valore.
Se negli anni della pandemia si sono arricchite le aziende farmaceutiche, gli anni del riarmo e della guerra vedranno la moltiplicazione dei profitti militari. È la legge eterna del capitalismo e dell'imperialismo, di un ordine capovolto della società in cui sofferenza e morte sono fattori di guadagno di pochi a spese dei molti. Non a caso la corsa al riarmo si combina con la riattivazione delle centrali a carbone e delle trivellazioni senza limiti, anche questo nel segno dell'emergenza bellica.

Intanto le sanzioni degli imperialismi occidentali contro l'imperialismo russo moltiplicano le crisi industriali. Le imprese italiane più esposte sul mercato russo (siderurgia, pelletteria, calzaturiero, mobilifici, tessile e moda) annunciano «inevitabili ristrutturazioni» sulla pelle dei propri operai. In parte per mungere nuove risorse pubbliche, in parte con l'obiettivo reale di riorganizzare la produzione, delocalizzare altrove, licenziare. Alcune economie di distretto, tipiche del capitalismo italiano, registrano già una sostanziale paralisi, come nel caso di Fermo. Ed è solo l'inizio.
Se la guerra si prolungherà, chiusure e ristrutturazioni si moltiplicheranno in diversi paesi. Tanto più che le banche mondiali a partire dalla Fed stanno alzando i tassi di interesse, o stanno riducendo gli acquisti di titoli pubblici (BCE), per cercare di contenere l'inflazione e l'abnorme indebitamento mondiale (pubblico e privato), ciò che esporrà la stessa ripresa capitalista a molte incognite.

Di fronte a tutto questo, le burocrazie sindacali non fanno che balbettare, mentre le sinistre riformiste, cosiddette radicali, sanno solo evocare l'intervento «di pace» dell'ONU imperialista o gesti simbolici e innocui.
È necessaria invece una mobilitazione vera del movimento operaio e dell'insieme delle sue organizzazioni che ponga al centro l'interesse dei salariati attorno a una piattaforma di lotta indipendente.

Nel mentre sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro l'imperialismo russo, fuori da ogni logica di puro pacifismo, ci contrapponiamo all'“economia di guerra” dell'imperialismo di casa nostra, che è sempre per noi il nemico principale. La guerra in corso dell'imperialismo russo contro l'Ucraina è parte della contesa tra poli imperialisti per la spartizione delle zone d'influenza nella stessa Europa. Non possono essere i proletari a pagare i costi della lotta tra imperialismi per il controllo del pianeta. Né in Russia né in Ucraina né in Occidente. Se la guerra è scatenata dal capitalismo, siano i capitalisti a pagarne i costi. Ovunque. Se c'è l'emergenza si impongono misure di emergenza, ma contro i capitalisti, non contro i proletari.

- Abolizione del segreto commerciale e controllo operaio sui prezzi.

- Blocco delle tariffe di gas, luce, benzina.

- Ripristino della scala mobile dei salari.

- Patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, per finanziare un piano di riconversione energetica fondato sulle energie rinnovabili.

- Nessun licenziamento per ragioni di guerra: le aziende che licenziano siano nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori.

- Requisizione integrale dei sovraprofitti realizzati dalle grandi aziende energetiche e loro investimento nella protezione ambientale. Nazionalizzazione senza indennizzo di tali aziende, a partire da ENI, sotto il controllo dei lavoratori.

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle grandi aziende del complesso industrial-militare, a partire dal gruppo Leonardo.



Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare queste misure.

IL NEMICO PRINCIPALE È IN CASA NOSTRA!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'obbligo vaccinale contro la pandemia, in ogni paese e su scala globale

 


Contro l'irrazionalità del capitalismo e il suo fallimento, per una prospettiva socialista internazionale

Liberare l'umanità dal suo carceriere è la vera lotta per la salute, di tutti e di ciascuno

Il salto impressionante del contagio legato alla variante Omicron pone la necessità dell'obbligo vaccinale per tutta la popolazione, in Italia, in Europa, nel mondo.

La ricerca scientifica sta ancora indagando la forza virale di Omicron dal punto di vista dell'impatto sulla salute individuale. Ma il dato certo è l'enorme propagazione del contagio, secondo una crescita esponenziale, sul piano mondiale. Ciò significa in ogni caso una rapida ascesa, in volume assoluto, di ricoveri, terapie intensive, decessi. Ricoveri, terapie intensive, decessi concentrati in misura larghissima tra le persone non vaccinate. La nuova ascesa comprime a sua volta il trattamento sanitario delle altre patologie (a partire dal cancro), già duramente colpite in questi due anni dalle conseguenze dirette e indirette della pandemia, con effetti moltiplicatori in fatto di sofferenza e di morte su persone di ogni età.

Si impone a questo punto l'obbligo vaccinale. I vaccini non risparmiano dal contagio ma in misura preponderante dalla malattia grave, che è il punto essenziale. Tutte le diverse narrazioni no vax (“il vaccino ha fallito perché il contagio si estende”) rimuovono questa verità incontestabile. Ciò implica la massima estensione possibile della vaccinazione di massa, a tutela innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici.
L'uso del green pass in Italia ha contribuito positivamente all'estensione della vaccinazione, e dunque al contenimento della malattia, rispetto alla dinamica ben più accelerata di altri paesi, anche in Europa. Ma il salto attuale del contagio attraverso Omicron lo rende ormai del tutto insufficiente, quale che sia la sua articolazione. Quasi sei milioni di non vaccinati restano un moltiplicatore insostenibile di malati gravi, con ricadute a cascata sull'intero sistema sanitario.

L'obbligo vaccinale è dunque ormai necessario. La sua applicazione doverosa al personale sanitario e scolastico ha dimostrato i suoi effetti positivi, sia in termini di innalzamento del tasso di vaccinazione, riducendo i non vaccinati ad una percentuale insignificante nei rispettivi settori; sia in termini di salute, come dimostra la comparazione tra la forte crescita del contagio nel personale della sanità con il quasi azzeramento di ricoveri e decessi tra medici e infermieri. Uno scenario esattamente opposto a quello di un anno fa, in assenza di vaccinazione. È la prova che l'estensione dell'obbligo vaccinale è una misura salvavita. Ogni obiezione all'obbligo nel nome della libertà individuale costituisce di fatto un'obiezione cinica.

L'obbligo vaccinale implica ovviamente sanzioni per chi non lo rispetta. Una multa economica, rigorosamente proporzionale al reddito, combinata con la misura di lockdown, anche dal lavoro. L'esperienza tedesca dimostra che nei Länder in cui è stato applicato, il lockdown per i non vaccinati ha prodotto un abbattimento verticale del contagio, a maggior ragione di ricoveri e decessi. Sia perché ha innalzato il tasso di vaccinazione sia perché ha maggiormente protetto le persone, in particolare quelle più fragili ed esposte. Ciò significa che il lockdown per i non vaccinati contribuisce a salvare vite. Per questo la misura va rivendicata a difesa innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, a partire dalle organizzazioni di massa, debbono sviluppare una campagna massiccia per la vaccinazione di massa, lottando oggi per l'obbligo vaccinale. La campagna per l'obbligo vaccinale appartiene alla storia del movimento operaio, come dimostra la campagna contro il vaiolo, la poliomielite, il colera, sempre contrastando pregiudizi reazionari, spesso religiosi, in ogni caso irrazionali.

La burocrazia CGIL ha sostenuto sinora una politica del tutto opportunista anche sul tema della vaccinazione. Prima opponendosi al green pass con la copertura della richiesta platonica dell'obbligo vaccinale. Poi rifiutando di sviluppare una lotta seria per l'obbligo vaccinale nel momento in cui la diffusione di Omicron lo rende tanto più necessario. Nei fatti ha rinunciato a una battaglia politica e culturale nelle file del movimento operaio persino sul terreno delle misure sanitarie più elementari.
Quanto ai gruppi dirigenti del sindacalismo di base, salvo poche eccezioni, hanno combinato la rinuncia a una campagna per la vaccinazione con l'apertura ai movimenti no vax e/o no green pass. Il tutto per contendersi la rappresentanza sindacale di lavoratori arretrati invece di elevare la loro coscienza e contrastare i loro pregiudizi.

La battaglia per l'obbligo vaccinale non può svilupparsi “in un solo paese”. Se il contagio è europeo e mondiale, l'obbligo vaccinale deve porsi sulla stessa scala di grandezza.
L'Europa capitalista ha mostrato il peggio di sé in fatto di gestione della vaccinazione. Prima consentendo alle case farmaceutiche la libertà di speculazione dietro il paravento della segretezza dei contratti, di fatto sottratti alla conoscenza della pubblica opinione. Poi gestendo la campagna di vaccinazione con una babele caotica di normative differenti tra paese e paese, a fronte di sistemi sanitari ovunque saccheggiati per trent'anni al solo fine di ingrassare la sanità privata e pagare il debito pubblico alle banche. La risultante è stata ovunque una vaccinazione lenta e disomogenea, ostacolata a ogni passo dalla mancanza di strutture, di risorse, di personale. L'estremo ritardo della terza vaccinazione proprio nel momento dell'esplosione di Omicron ne è una riprova. La campagna per l'obbligo vaccinale deve dunque svilupparsi innanzitutto su scala europea.

La sola preoccupazione dei governi borghesi e della UE in tutta la gestione della pandemia è e resta quella di consentire la ripresa dell'economia capitalista. Punto. Per il resto tutto può restare com'è: ospedali fatiscenti e senza organico, trasporti insufficienti e dunque stracolmi, mancanza di aule e classi pollaio. Non a caso la campagna vaccinale, già colabrodo, è stata usata per coprire la dismissione delle misure sanitarie precedentemente assunte, sia nei luoghi di lavoro, sia sui trasporti, sia sui distanziamenti a scuola, con gli inevitabili effetti di indebolimento del contrasto della pandemia.
In Italia la sanità è l'ultima voce di spesa del PNRR in tempo di pandemia, mentre viene ridotto di quasi 4000 unità il numero già esiguo dei tracciatori. Rientra nella stessa logica l'ansia di ridurre le quarantene o addirittura di liberalizzare i movimenti dei contagiati asintomatici (USA). La ripresa del PIL, le ragioni della competizione sul mercato internazionale, prevalgono ovunque su considerazioni di carattere sanitario, persino sulle avvertenze degli scienziati.

La campagna per l'obbligo vaccinale in Europa deve dunque combinarsi con l'opposizione alle politiche dominanti e ai governi che le promuovono. Per il raddoppio delle spese sanitarie, la requisizione della sanità privata, un massiccio piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario pubblico, finanziato da una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze (il 10% sul 10% più ricco) e dall'abolizione del debito pubblico verso le banche.

La campagna per la vaccinazione di massa e l'obbligo vaccinale riguarda il mondo intero. L'esclusione dal diritto alla vaccinazione di più della metà del genere umano è la prima ragione della diffusione delle varianti, come dimostrano origini e propagazione di Delta e di Omicron. Anche la migliore vaccinazione su scala nazionale o continentale – in ogni caso necessaria – non può venire a capo del problema senza un piano sanitario mondiale. Le terze o quarte dosi nelle metropoli dell'imperialismo non possono essere a scapito dell'assenza di vaccino per la parte restante del genere umano.
Nessuno si salva da solo. Vale per i popoli ciò che vale per le persone.

Per questa ragione il monopolio della produzione dei vaccini in mano a pochi grandi colossi capitalistici, protetti dai brevetti e dagli Stati, è uno scandalo per l'umanità intera.
I grandi monopoli capitalisti e i loro Stati di riferimento subordinano la salute mondiale al proprio saggio di profitto. Il diritto alla salute della popolazione mondiale è posto sotto sequestro da un ristretto manipolo di grandi azionisti che si contendono il mercato mondiale vendendo la propria merce ai migliori offerenti, sotto la copertura di contratti segreti. La valanga di sofferenza o di morte che ha già colpito decine di milioni di persone sull'intero pianeta, in larga parte popolazione povera, è riconducibile all'organizzazione capitalistica del mondo. Misura la sua irrazionalità, la sua barbarie, il suo fallimento.

Tanto più in questo quadro, emerge il carattere reazionario delle campagne e movimenti no vax all'interno dei paesi imperialisti col pretesto della denuncia delle case farmaceutiche. È il punto di vista piccolo-borghese di chi guarda il mondo con il binocolo del privilegio. Questo punto di vista va esattamente capovolto in direzione della richiesta della più ampia vaccinazione internazionale e di massa.

I brevetti vanno cancellati, le case farmaceutiche vanno espropriate senza alcun indennizzo per gli azionisti, e con essi tutta l'industria farmaceutica. Va recuperato il controllo pubblico della ricerca scientifica appaltato da decenni ai grandi gruppi capitalisti. Tutte le attuali acquisizioni tecnologiche nella produzione dei vaccini vanno rese disponibili per l'umanità intera. Va predisposto un piano mondiale per la produzione, la distribuzione, la somministrazione del vaccino in tutti i paesi e continenti (gratuita per i paesi poveri), senza il quale l'obbligo vaccinale resta una parola vuota. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi più che mai terreno di guerra per bande tra gli stati imperialisti vecchi e nuovi, e gestita da personale corrotto, va rifondata su basi nuove al servizio di una nuova società.

La lotta per la vaccinazione di massa della popolazione mondiale è inseparabile dalla lotta per un'alternativa socialista internazionale. Mai come oggi l'esperienza quotidiana di vita dell'umanità riconduce all'attualità della rivoluzione. Il capitalismo è alla base di tutto quanto va accadendo: della nascita e moltiplicazione delle pandemie a seguito delle deforestazioni; del ritardo ventennale nella scoperta del vaccino anti-Covid dovuto al disimpegno delle multinazionali dalla ricerca nel 2003 (dopo che la rapida estinzione della SARS aveva cancellato la loro convenienza di mercato); della moltiplicazione dei morti sospinta dalla distruzione dei sistemi sanitari pubblici. E oggi, infine, della gestione discriminatoria della vaccinazione.

Nessuna gestione razionale del contrasto della pandemia è compatibile con la sopravvivenza del capitalismo, prigione dei popoli. Liberare l'umanità dal suo carceriere è la vera lotta per la salute. Di tutti e di ciascuno.

Partito Comunista dei Lavoratori