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La scuola tra rinnovo del CCNL e Manovra 2026. Dove andremo a finire?

 


Due fatti intrecciati si sono abbattuti sul settore della conoscenza nel mese di novembre 2025: la discussione sulla legge finanziaria e la firma del CCNL 2024-2026.


La nuova legge di bilancio porterà ad un peggioramento progressivo nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre si investono miliardi nel riarmo per uscire dall’impasse della recessione, il settore pubblico, tra cui la scuola, subisce un'ulteriore batosta: non sono previsti investimenti per i rinnovi contrattuali a contrasto degli effetti inflazionistici; non è previsto un piano di assunzioni e di stabilizzazione dei docenti; il personale ATA subirà un taglio di circa 2000 posti entro il 2026-2027.
Inoltre, la trasformazione di oltre 42000 incarichi di collaboratore scolastico in incarichi di operatore scolastico andrà ulteriormente a dividere, stratificare e penalizzare la categoria.

Mentre ovviamente si continuano a stanziare finanziamenti e agevolazioni per le scuole paritarie, come il bonus di 1500 euro.
A completare l’opera saranno i futuri passi nell’ambito della riforma dei professionali e dell’esame di Stato.


IL PIANTO DEL COCCODRILLO

La levata di scudi contro il governo da parte dell’opposizione e dei sindacati concertativi è fasulla ed è una partita giocata nello scontro tra apparati ideologici nella contesa della gestione del capitale e dei suoi effetti. Anche nella scuola: Valditara sancisce come obbligatorio ciò che era già previsto dalla “Buona scuola” renziana (comma 85), cioè il fatto di utilizzare “l’organico dell’autonomia” per coprire le supplenze brevi fino a dieci giorni.
Questo risparmio sarà recuperato con il 10% dell’aumento del FMOF, calcolato sul fondo dell’anno precedente. Un cane che si morde la coda.

In tutti questi anni le supplenze brevi sono state coperte, e lo sono tutt’ora, utilizzando i docenti di potenziamento. Come se fosse una novità! In tante scuole, invece, le cattedre di potenziamento, a cui si aggiungono i soldi del FIS (Fondo dell'Istituzione Scolastica), sono spesso utilizzate per i distacchi dei membri dello staff, collaboratori fidati del Dirigente Scolastico, i quali incarnano il famoso middle management della scuola-azienda.
Dunque, in seconda istanza, si ricorre agli ITP (insegnante tecnico-pratico) e agli insegnanti di sostegno, danneggiando il loro lavoro e ancor più gli studenti, e trasformando l’emergenza una tantum in problema strutturale. Questi “tappabuchi” fanno tanto comodo anche ai presidi “di sinistra”.
Laddove i tappabuchi non sono a disposizione si passa, come terza soluzione, all’accorpamento delle classi fuori da ogni logica di sicurezza.

Questa è l’autonomia scolastica, che piace alla destra e al campo largo dell’opposizione.

Si apriranno delle contraddizioni ma non dobbiamo patteggiare né per chi vuole risparmiare sulla pelle dei lavoratori e degli studenti né per chi vuole spartirsi la torta e utilizzarla per ingrassare il proprio anello magico. Dobbiamo lottare per riaffermare la dignità dei lavoratori, fuori da logiche aziendalistiche e di stratificazione del corpo docenti.
Dobbiamo chiedere a gran voce l’abolizione dell’autonomia scolastica e di tutto ciò che ne consegue. Se tagliano più di 5000 cattedre dell’organico dell’autonomia, dobbiamo pretendere la conversione di queste cattedre in organico di diritto su posto comune e su sostegno, in maniera definitiva.


ASSUMERE E STABILIZZARE I PRECARI, ALZARE I SALARI

Le stime per coprire l’anno scolastico 2024/2025 erano di circa 250 mila insegnanti. Una cifra enorme. A questi ogni anno si aggiungono i pensionamenti: 20 mila nel 2024 e circa 28 mila nel 2025. I Percorsi del PNRR copriranno solo il 20% delle reali necessità.

Sul versante degli ATA, su un fabbisogno di circa 32 mila posti vacanti complessivi delle varie mansioni, le assunzioni coprono circa 9500 posti di lavoro. Circa il 30%. Anche qui ogni anno si aggiungono pensionamenti di circa 10mila unità.
La carenza strutturale di lavoratori fa aumentare sempre di più il precariato, a danno della continuità salariale e didattica.

Sul versante dei salari, in generale anche per i docenti stabili la situazione non è rosea. La perdita del 30% in trent’anni del potere d’acquisto non vede ripresa all’orizzonte; nemmeno per il recupero degli ultimi tre anni. La compressione salariale del settore produttivo ha quindi i suoi effetti anche sul salario indiretto. Invece di aumenti in busta paga, il governo ci rifila sgravi sul salario accessorio e riduzione dell’IRPEF per i redditi medio-alti che riguarderanno (ovviamente) Dirigenti Scolastici e DSGA. Mentre la fiscalità sarà scaricata sulle spalle della classe operaia.

Siamo però ben lontani dall’indignazione dei docenti, poiché c’è sempre un modo per arrotondare il salario: le figure dei docenti tutor e orientatori, per i quali sono stati stanziati nel 2024 ben 267 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 100 milioni approvati nel febbraio 2025, spalmati su due annate (50+50). I progetti finanziati col PNRR, a cui hanno aderito migliaia di docenti, hanno svolto una funzione di “ammortizzatore sociale” divisivo e parziale. Insomma, la scuola dei progetti va a gonfie vele ed è ben remunerata, la scuola ordinaria cade a pezzi e con essa i lavoratori.


I SINDACATI AL TRAINO DEL GOVERNO

Il 5 novembre la maggior parte dei sindacati concertativi ha apposto la propria firma sul rinnovo del contratto, ad eccezione della CGIL che afferma: “Non sussistono le condizioni per la sottoscrizione” poiché “gli incrementi stipendiali previsti e per oltre il 60% già erogati in busta paga sotto forma di indennità di vacanza contrattuale coprono neanche un terzo dell’inflazione del triennio di riferimento e sanciscono la riduzione programmata dei salari del comparto”. L’aumento medio lordo previsto da questo rinnovo del CCNL sarebbe di soli 62 euro lordi! Una vera e propria miseria, ma ancor di più un’umiliazione per i docenti italiani che percepiscono i salari di categoria tra i più bassi d’Europa!

Finalmente una presa di posizione netta, alla quale in teoria avrebbe dovuto far seguito un’azione radicale cha aprisse finalmente il conflitto con il governo.
L’occasione sarebbe stata lo sciopero del 28 novembre: scendere in piazza con i sindacati di base, contro la finanziaria del riarmo e inserire in una vertenza generale la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

La CGIL ha preferito scioperare in solitaria, a babbo morto, il 12 dicembre. Una scelta incomprensibile che rompe con il movimento del 3 ottobre e indebolisce i lavoratori. Indebolisce soprattutto coloro che nella breve onda di indignazione per il genocidio in Palestina di fine settembre e inizio ottobre sono stati i protagonisti: studenti in primis e insegnanti.

Attendiamo ora le consultazioni della base CGIL: rientrare con una firma tecnica o tenere duro sul contratto? Noi speriamo la seconda, ma non escludiamo la prima. Di sicuro può essere un’occasione per smascherare gli opportunisti che siedono ai tavoli delle contrattazioni d’Istituto e chiedere che nello statuto della CGIL venga sancita l’incompatibilità tra l’essere parte della RSU e coprire incarichi di staff o figure strumentali.


CAMBIARE LA ROTTA? NON BASTA! È NECESSARIO INVERTIRLA!

Non basta una virata un po’ più a sinistra per cambiare la situazione attuale. La rotta non va cambiata, va invertita.

• Abolire tutte le controriforme della scuola e la legge Bassanini che sancisce l‘autonomia scolastica e tutto ciò che ne consegue, comprese le recenti “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo”.
• Fermare l’accorpamento degli istituti e investire nell’edilizia scolastica per la ristrutturazione e il potenziamento delle scuole esistenti.
• Per un piano di assunzione e stabilizzazione di tutti i docenti e ATA precari; per garantire il salario e la continuità didattica.
• Contro l’allungamento dell’orario cattedra: dire no ai ricatti degli uffici scolastici e rispettare i mandati dei collegi docenti. L’orario cattedra non può superare le 18 ore (se non per residui orari);
• Riduzione degli alunni per classe, basta con le classi pollaio;
• Internalizzazione degli educatori e delle educatrici;
• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.
• Per un patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro il settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

Se vogliamo risollevare la scuola pubblica è necessario scendere in piazza insieme ai lavoratori dei settori privati e insieme agli studenti.
Solo rovesciando i governi del capitale si può difendere la scuola e pensare di avere una scuola pubblica degna di questo aggettivo.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà garantire tutto questo.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

 


Una legge finanziaria «al fianco di Confindustria» e delle banche

Contro la legge di stabilità del governo Meloni, per una vertenza generale. Dare agli studenti un riferimento operaio

«Questo governo è fieramente produttivista... Con Confindustria c'è sempre stato un dialogo franco e nel merito, e devo ringraziare di questo il presidente Orsini che è un combattente ma anche una persona pragmatica... Sono convinta che nel mondo produttivo italiano vi sia la piena consapevolezza di poter contare su un governo che è al loro fianco» (Giorgia Meloni, Il Sole 24 Ore, 18 ottobre).

«Bene che il governo abbia messo al centro della manovra le imprese e l'industria. Noi abbiamo sempre pensato a misure pensate su tre anni, perché è fondamentale avere una visione del Paese» (Emanuele Orsini, all'Assemblea degli industriali a Torino, 17 ottobre).

Le due dichiarazioni parallele non lasciano spazio al dubbio sulla natura della nuova Legge di Stabilità. Sulla sua impronta di classe.

Le imprese incassano otto miliardi di ulteriori agevolazioni fiscali dopo un'enorme abbuffata di profitti. Che si aggiungono alle passate regalie sull'IRES, e ai nuovi sussidi per la ZES (Zona Economica Speciale). Le banche, che hanno incassato nell'ultimo biennio più di cinquanta miliardi di utili netti, hanno la possibilità di scegliere se e quanto pagare allo Stato. Nel caso optino per sbloccare le proprie riserve patrimoniali a favore degli azionisti, pagheranno un'aliquota del 27,5% una tantum invece del 40%, con uno sgravio fiscale enorme. Nel caso non sblocchino le proprie riserve patrimoniali non pagheranno nulla, al di là di una minuscola aliquota IRAP maggiorata del 2% (dal 4,65% al 6,65%).

“Nessuna tassa sugli extraprofitti, il contributo è volontario” si è affrettato a rassicurare il governo. E così è. Una tassazione à la carte.
Gli undici miliardi di entrate da banche e assicurazioni indicate come copertura a bilancio sono dunque virtuali. Una variabile dipendente di scelte e calcoli dei banchieri. Che naturalmente scaricheranno sui correntisti i propri eventuali contributi fiscali “volontari”. E se per caso i contribuenti “volontari” non verseranno? Ci penserà il governo a colmare il buco con nuovi tagli sociali, a spese dei salariati e della popolazione povera.

Che il capitale finanziario sia la bussola di riferimento del governo emerge dall'impianto di fondo dell'intera manovra.
La manovra ruota infatti attorno all'obiettivo del rientro delle finanze pubbliche entro la soglia del 3% di deficit.

Perché la centralità di tale obiettivo? Perché è la condizione per superare la cosiddetta procedura d'infrazione dell'Unione Europea. E perché è fondamentale archiviare la procedura? Per due ragioni tra loro combinate. La prima, di natura generale, è garantire a futura memoria la piena solvibilità del debito pubblico italiano agli occhi degli acquirenti dei titoli di Stato (in larga misura banche, compagnie di assicurazione, fondi finanziari...): rassicurandoli sul fatto che potranno contare sulla regolarità del rimborso statale con relativi interessi (quasi cento miliardi ogni anno). Naturalmente con risorse pubbliche, e a carico dei salariati.

La seconda ragione è che solo archiviando la procedura d'infrazione il governo potrà ricorrere ai prestiti europei per investire in armamenti. Un 1,5% del PIL in più, totalmente a debito (che andrà ripagato), fuori bilancio. Una clausola pattuita dai governi imperialisti dell'Unione Europea nel quadro della grande corsa al riarmo, sotto la pressione di Donald Trump.

È la clausola che consentirà al governo italiano di aumentare la spesa militare di 15-20 miliardi nel prossimo triennio, di cui quasi quattro nel solo 2026: l'unica vera spesa pubblica in espansione della Legge di Stabilità dei patrioti. Per garantirla il governo ha applicato una rigorosa politica di austerità, tutta incentrata sull'inseguimento del record in fatto di avanzo primario (lo scarto fra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito). I complimenti a Meloni e Giorgetti da parte delle agenzie di rating e persino del Fondo Monetario sono dunque del tutto meritati.

Il governo sbandiera misure a vantaggio del ceto medio, di lavoratori dipendenti e di pensionati. Ma è una truffa in piena regola. La riduzione dell'aliquota IRPEF dal 35% al 33% nella soglia compresa fra i 28000 euro e i 50000 euro si traduce in cifre irrisorie: 20 euro annui per chi ha 29000 euro di reddito (1,70 euro al mese) e 440 euro annui per chi guadagna 50000 (36,70 euro mensili). Il nulla.
La cedolare secca tra il 5% e il 10% sugli aumenti contrattuali per i salariati del privato si traduce in circa 15 euro mensili per uno stipendio netto di 1600 euro: nemmeno il 10% della pesante riduzione generale del potere d'acquisto dei salari italiani (-9% sul 2021).

Un salasso senza paragoni in Europa, alimentato anche dalla gigantesca rapina dello Stato sul lavoro dipendente attraverso il meccanismo del fiscal drag: 25 miliardi pagati dai salari alle casse pubbliche per via degli effetti fiscali dell'inflazione, usati per sussidiare i padroni e pagare i banchieri.

Quanto alle pensioni, le minime sono maggiorate di 20 euro mensili (poco più di 10 euro netti), un insulto alla loro miseria. Mentre l'aumento dell'età pensionabile oltre la soglia dei 67 anni, e verso ormai i 70 anni, dimostra una volta di più che il sistema pensionistico continua a fare da bancomat per tutelare il debito pubblico da pagare al capitale finanziario.
Erano quelli che dovevano “abolire la Fornero”. I tagli ai ministeri (8 miliardi nel triennio) vanno nella stessa direzione, e completano il quadro.

Contro il governo e il padronato è necessaria e urgente una mobilitazione vera. Non serve l'eterna carta di doglianze di Maurizio Landini. È necessaria una piattaforma di rivendicazioni unificanti, a partire dalla richiesta di un forte aumento generale dei salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici, privati e pubblici.
La subordinazione sindacale alle richieste di Confindustria in tema di salari (cuneo fiscale, detassazione degli aumenti, ecc.) è servita in questi anni solamente a scaricare sulla fiscalità generale il tema del salario, a scassare la progressività dell'IRPEF, a risparmiare i profitti padronali.

È ora di voltare pagina. Una piattaforma di lotta generale che parta dalla centralità della rivendicazione salariale a carico dei profitti, dalla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, è il passo necessario di una grande riscossa del lavoro. E anche di una svolta sociale più generale.

Milioni di giovani e giovanissimi nelle ultime settimane hanno invaso strade e piazze come non avveniva da un quarto di secolo. L'hanno fatto per la Palestina. Ma anche per segnalare la propria disponibilità alla ribellione contro l'ingiustizia della propria condizione e contro l'assenza di futuro. La classe operaia e le sue organizzazioni debbono prendere la testa di questo moto di indignazione e dare ad esso una prospettiva. Una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati diventerebbe il riferimento centrale per milioni di studenti in movimento, un volano della loro coscienza politica, la leva di un cambio generale di scenario.
È il caso di dire: se non ora, quando?

Partito Comunista dei Lavoratori

Riflessioni di classe e di genere sulla legge di bilancio

 


UNA MANOVRA FISCALE CONTRO LE CLASSI SUBALTERNE


La riforma del fisco del governo Draghi, inserita nella legge di Bilancio 2022 (Legge 30 dicembre n. 234) e approvata dal Parlamento in seguito al trentacinquesimo voto di fiducia posto dal governo, segnerà pesantemente l'anno prossimo venturo e quelli successivi.
Da un punto di vista generale possiamo affermare la piena continuità con i decreti varati in estate: lo Stato, con una manovra di oltre 36 miliardi di euro, si fa carico dei costi delle imprese con generose iniezioni di denaro tra cui 2 miliardi per contenere i costi sull'aumento dell'energia, 4.1 miliardi per l'internazionalizzazione delle imprese con progetti di sviluppo e per l'acquisto di mezzi di produzione (alias beni strumentali); accanto a ciò la revisione degli scaglioni IRPEF e l'abolizione dell'IRAP (la tassa regionale che finanzia il Servizio  sanitario nazionale) per i lavoratori autonomi, le imprese individuali e i professionisti/artisti non associati, che non godono di  regimi forfetari e di vantaggio.
Per quanto concerne la revisione degli scaglioni IRPEF, secondo la visione degli economisti liberali la riduzione del cuneo fiscale dovrebbe avere come conseguenza l'avvicinamento del netto delle retribuzioni al lordo. Ma a spese ovviamente della collettività e del peggioramento del sistema pubblico, in primis sanità, scuola e pensioni.
Il lieve innalzamento della no tax area per i pensionati (che passa da 8000 a 8500 euro), e l'abbassamento delle aliquote per le fasce intermedie dovrebbe in teoria segnare una boccata di ossigeno per i lavoratori e i pensionati, secondo le fonti mainstream. In realtà con la riduzione da cinque a quattro aliquote, l’intervento favorisce i redditi tra 40 mila e 50 mila euro (risparmieranno fino a un massimo di 945 euro), mentre il lavoratore/la lavoratrice dipendente medio/a con un imponibile di 21 mila euro avrà un risparmio IRPEF di circa 180 euro (vedi prima tabella in fondo a questa pagina). Bisogna aggiungere che il bonus Renzi-Gualtieri di 100 euro rimarrà erogato ai redditi fino ai 15 mila, non più fino ai 28 mila, e che il taglio dello 0,8% dei contributi INPS per i redditi fino a 35 mila euro (l’85% dei contribuenti) è prevista come misura una tantum solo per il 2022.

Inoltre, se analizziamo i dati sui redditi ci accorgiamo che i contribuenti IRPEF sono rappresentati al 43% circa dai redditi fino ai 15mila euro che manterranno lo stesso regime di tassazione al 23%.
D’altra parte, lo stesso Ufficio parlamentare di Bilancio chiarisce che il 20% delle famiglie più povere, che si trovano nella fascia dell’incapienza fiscale, è di fatto privo di qualsiasi beneficio apportato da questa manovra. Su un totale di 41.525.892 contribuenti, 22.461.167 sono redditi da lavoro dipendente e 14.482.963 rappresentano la quota dei pensionati. In totale 36.944.130, cioè l'88,9%!
Ovviamente nessuna modifica per i redditi superiori ai 75.000 euro e nemmeno per l’IRES, l’imposta pagata da società di ogni tipo, che rimane stabile al 24%.
Valga solo la pena ricordare gli oltre cento miliardi annui di evasione sottratti al bilancio pubblico e la scarsità dei controlli su di essa (in particolare i controlli sul calcolo delle componenti positive di reddito: ammortamenti, plusvalenze, etc.).

In realtà sappiamo anche benissimo come quel piccolo margine di sostentamento andrà a coprire l'aumento delle bollette. Da gennaio, infatti, al netto dell’intervento del governo, per le famiglie in media l’aumento della bolletta dell’elettricità sarà del 55% e quella del gas del 41%.

Infine, per effettuare un veloce pinkwashing (1), “il governo dei migliori” ha pensato anche alle donne: benefici contributivi a favore del datore di lavoro (cit. art 36) alle imprese che assumeranno donne, l’istituzione del Fondo Impresa Donna, che prevede contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati per favorire l’imprenditoria femminile, la continuità di Opzione donna per il 2022 per il pensionamento e - udite, udite - la diminuzione dell'aliquota IVA dal 22% al 10% sui prodotti per l’igiene femminile non compostabili.


L’ASSEGNO UNICO UNIVERSALE PER I FIGLI: L'ARCHITRAVE DELLA POLITICA FAMILISTA DEL GOVERNO DRAGHI

Associata a iniziative che si ispirano al principio dell’empowerment femminile, caposaldo del femminismo borghese, il governo procede con il Family Act, mettendo a punto l’Assegno unico universale per i figli (AUUF), una misura a contrasto della denatalità, che in un’ottica femminista classista non può che suscitare diverse contrarietà. Si tratta di un sostegno ai nuclei familiari con figli* a carico (dal 7° mese di gravidanza fino al 21° anno di età (a meno che non abbiano una occupazione), senza limiti in caso di disabilità, che andrà a sostituire tutte le misure di sostegno previste fino a oggi (compresi gli assegni e le detrazioni fiscali per i figli, che saranno erogati fino a febbraio). 

Viene erogato direttamente dall’INPS e attribuito sulla base della condizione economica del nucleo familiare (ISEE), da un minimo di 50 euro a un massimo di 175 euro per figli* minorenni e da un minimo di 25 euro a un massimo di 85 euro per figli* maggiorenni. Sono previste maggiorazioni per ciascun* figli* successiv* al second* (vedi seconda tabella in fondo a questa pagina). Una misura esplicita che premia le famiglie prolifiche, il tutto retto sul lavoro riproduttivo delle donne. Con la differenza che le famiglie agiate potranno, pure con il sostegno economico del governo, sfruttare il lavoro delle donne proletarie per l’incombenza dei lavori domestici e di cura.

È stata largamente applaudita l’universalità della misura, perché lo avranno a disposizione anche gli incapienti (cioè chi ha redditi inferiori a 8 mila euro e che quindi non gode di detrazioni fiscali), gli/le/l* inoccupat* e chi lavora con contratti precari. Però lo potranno ricevere proprio tutte le famiglie, pure dove ci sono redditi alti e grossi patrimoni, tanto che, anche non presentando l’ISEE, comunque si avrà il minimo previsto! 

È stato però anche calcolato che per i lavoratori e le lavoratrici dipendenti meno abbienti il nuovo sistema potrebbe essere penalizzante e che circa il 10% delle famiglie ci andrà a perdere (mentre per circa il 18% non cambierà praticamente niente), essendo l’importo dell’assegno unico inferiore a quello dell’assegno al nucleo familiare e alle detrazioni fiscali. Questo una volta che verrà meno la clausola di salvaguardia (andrà a scalare fino a sparire nel 2025) che integrerà la differenza.

Anche chi percepisce il reddito di cittadinanza (già abbondantemente considerat* dalle misure governative un soggetto da punire) è trattato in modo iniquo, in quanto l’importo dell’assegno verrà decurtato dal sostegno. Un intervento che si aggiunge, tra l’altro, ad altre criticità e condizionalità peggiorative presenti nel reddito di cittadinanza: oltre alle previste 16 ore settimanali di lavoro gratuito (spacciate come “progetti utili per la comunità”), la riduzione del reddito di 5 euro al mese a partire dal rifiuto  di una offerta di lavoro (che può prevedere una distanza anche di 80 Km!) e la revoca totale del reddito al secondo rifiuto di una offerta di lavoro che non prevede nessun limite di distanza e il vincolo ignobile di  dieci anni di residenza per cittadin* extracomunitari*. A quest* ultim*, invece, per potere accedere all’Assegno unico sarà chiesto il permesso unico di lavoro o di ricerca di 6 mesi. Alla faccia dell’universalità, che toglie proprio a chi ha più bisogno! 

Un’altra criticità del nuovo assegno unico consiste nella possibilità che venga richiesto in pari misura da entrambi i soggetti che esercitano la “responsabilità genitoriale”, a prescindere dal reddito. Dal momento che all’interno del nucleo familiare le donne sono generalmente quelle che guadagnano di meno, soprattutto perché si ritrovano sulle spalle il peso del lavoro di cura che le costringe molto spesso a lasciare il lavoro o ad accettare il part time, è chiaro che in una situazione di separazione, con tutte le complicazioni che comporta, ne usciranno svantaggiate.

Ma, indubbiamente, associato al tema del welfare, non possiamo dimenticare la questione centrale del salario e del lavoro, fattori imprescindibili per ogni spinta verso l’autonomia ed emancipazione femminile.

I dati dell’occupazione, di quella femminile in particolare, sono preoccupanti: nell’ultimo anno (consideriamo, secondo la rilevazione ISTAT (2), il dato da novembre 2020 a novembre 2021) sono aumentati 490 mila occupat* dipendenti (senza recuperare quelli persi dall’inizio della pandemia), ma ben 448 mila sono a termine! Il divario di genere è immediatamente tangibile, con un tasso di occupazione femminile del 49,9% contro un 68% di quella maschile.

Un'occupazione che sconta un enorme divario retributivo complessivo, dovuto soprattutto alla discontinuità lavorativa, alle minori ore lavorate (per svolgere lavoro domestico e di cura) e ai part time involontari.


PENSIONI: DALLA PADELLA ALLA BRACE

Una riflessione a parte è necessaria per le pensioni, con il ritorno a pieno regime alla Legge Fornero.

Nel corso degli ultimi trent'anni, la tendenza affermatasi nel sistema previdenziale riguarda l'innalzamento dell'età pensionabile con elementi di flessibilità in uscita (che comportano sempre penalizzazioni); l'innalzamento dei requisiti minimi in termini di anzianità contributiva e l’annullamento progressivo della componente retributiva, la conseguente rivalutazione delle pensioni sganciata dai salari reali e ancorata all'andamento dell'inflazione; la creazione di sistemi di previdenza complementari affiancati a quello pubblico.
Soprattutto il passaggio dal regime retributivo a quello contributivo ha determinato un drastico abbassamento delle rate pensionistiche percepite, pur essendo il nostro, un sistema ancora basato sul principio della ripartizione, secondo il quale le pensioni sono finanziate dai contributi versati da* lavorat* attiv* 
In breve, la novità principali sulla riforma delle pensioni prevista dal governo Draghi: per il 2022 si passa da quota 100 del governo Lega-M5S (62 anni di età + 38 anni di anzianità contributiva), a quota 102 (64 + 38), ci sarà il rinnovo di Opzione donna e la proroga dell’APE Sociale (introdotta dalla legge di Bilancio nel 2017).
Questo anno transitorio dovrebbe giungere al 2023 con l'obiettivo da parte del governo di un ricalcolo interamente contributivo dell'assegno pensionistico, anche per coloro che avrebbero potuto beneficiare di un trattamento misto in base a quanto previsto dalla normativa precedente.


PINKWASHING SUI PROBLEMI DEL LAVORO E "OPZIONE DONNA". IL FEMMINISMO BORGHESE SI ACCONTENTA DEI TAMPAX

Nel 2022 per le donne l'uscita anticipata (rispetto alle attuali norme) con Opzione donna non arriverà a 60 anni, come era stato previsto. In breve: l'uscita anticipata sarà a 58 anni per il settore pubblico e a 59 anni per le lavoratrici autonome, con almeno 35 anni di versamenti entro il 2021 (ma senza il riconoscimento di periodi di malattia e disoccupazione). Rimarrà comunque la penalizzazione dovuta all’applicazione della finestra mobile, per cui tra la maturazione del diritto e l’accesso alla pensione passeranno 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e 18 per le autonome.
Non dimentichiamoci però che Opzione donna fu introdotta dalla riforma Maroni (legge 243/2004), insieme al famoso bonus e al rafforzamento della previdenza complementare. Chi dovesse scegliere questa eventualità accetterebbe il ricalcolo della pensione interamente basato su sistema contributivo, anche per coloro che potrebbero beneficiare del sistema misto con il ritorno alla legge Fornero.

Sappiamo che nel 2019 le richieste per l’Opzione donna accolte dall'INPS sono state 21.090 e nel 2020 14.510. Le lavoratrici che decideranno per Opzione donna, per effetto del passaggio al sistema di calcolo totalmente contributivo, subiranno mediamente una decurtazione sull'assegno pensionistico intorno al 25/30 %, con delle variabili a seconda dell'età della lavoratrice, delle caratteristiche di carriera, della retribuzione e infine dell'anzianità contributiva maturata alla data di un'eventuale decisione all'accesso. 
Opzione donna è una formula di pensione anticipata (quella che ha sostituito con la riforma Fornero la pensione di anzianità) che, secondo tutti i governi che l’hanno propagandata, dovrebbe consentire l'uscita dal mondo del lavoro in maniera agevolata rispetto all'ordinaria pensione di vecchiaia.
È bene invece sottolineare come molte lavoratrici siano giustamente in dubbio sul decidersi, proprio per le ragioni che abbiamo spiegato (calcolo dell’assegno interamente con il sistema contributivo con il conseguente taglio dell’importo). Il taglio del 25/30% in euro è una somma alta (facendo un esempio su una lavoratrice non turnista del settore infermieristico con 30 anni di lavoro ed uno stipendio di 1650 euro, il taglio sarebbe di circa 450 euro).
La quota di pensione senza Opzione donna avrebbe il calcolo con sistema misto (retributivo e contributivo). Ovviamente, semplificando: più tardi si esercita l'Opzione donna minore sarà l'impatto sull’importo dell’assegno pensionistico, mentre maggiori sono i contributi versati e la carriera lavorativa antecedenti al 1996 maggiore sarà il taglio, che potrà superare il 30%. Cioè meno anni cadono nel calcolo retributivo, minore sarà l'impatto economico.
È così che la disparità di genere comporta per le donne non solo in età lavorativa il divario salariale, ma legato a questo, un accesso alla pensione con forti elementi di penalizzazione. 
E un peso del lavoro di cura che in età avanzata tende tutt’altro che ad alleggerirsi. 

Dobbiamo lottare per non essere costrette, per accedere alla pensione, a cadere nella trappola delle misure di governi che tutelano da sempre i padroni e i pochi ricchi a danno dei moltissimi proletari e dei soggetti più poveri. In un sistema in cui a rimetterci, sia lavorativamente che - in genere - socialmente, sono sempre lavorat* dipendenti, pensionat* e classi popolari.
Ci raccontano che l'INPS è in crisi. Vero è piuttosto che la cassa integrazione Covid, nel periodo pandemico, è stata sostenuta dalla fiscalità generale, gravando anche sulle casse dell’INPS, il tutto per agevolare il padronato, garantendone la continuità dei profitti. 
Di cosa stiamo parlando? Di un sistema che incarna gli interessi del capitale, che utilizza i media e l'informazione nel celare le verità ed esaltare argomenti falsi e tendenziosi che allontanano dai veri problemi di chi non gode di privilegi sociali e vive di lavoro salariato. 
Ma soprattutto, invece di stimolare ipocritamente lo scontro generazionale, mascherando le misure contro chi oggi è arrivato all’età della pensione come un beneficio per i giovani, bisogna intervenire sui salari e sulla condizione lavorativa generale, dando lavoro redistribuendolo tra tutt*, con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Con una attenzione particolare proprio per chi, come le donne e giovani, lavora in condizioni di precarietà e discontinuità, che vanno cancellate definitivamente.


LE NOSTRE RIVENDICAZIONI

È importante stabilire di cosa ci sia bisogno, dal nostro punto di vista, quello di classe, per emancipare le donne e la famiglia stessa e per dare centralità alla crescita delle nuove generazioni. Una delle priorità è lo sgravamento dai costi e dalla fatica del lavoro di cura, che rimane sempre sulle spalle delle donne e delle famiglie delle classi subalterne. Servono, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura, servizi pubblici gratuiti, con la nazionalizzazione  dei servizi necessari alla cura di anziani e bambini; una scuola laica, pubblica, organizzata democraticamente e collettivamente, su cui investire grandi risorse (tutto il contrario di quanto fatto dal governo con la legge di Bilancio, in una fase in cui la scuola sta subendo pesantemente i colpi della pandemia); case e piani di edilizia popolare, con l’esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari e l’utilizzo di tutte le case sfitte.

Queste rivendicazioni devono essere un bagaglio nelle nostre lotte quotidiane, nella prospettiva di realizzare, con l'abbattimento della società capitalistica etero-cis-patriarcale, il nostro obiettivo, quello di una società che si faccia carico dell’educazione e del mantenimento delle nuove generazioni, facendo venire meno il modello di famiglia come nucleo economico piuttosto che come unione di affetti e solidarietà.

Oltre a tutto quello che apre la prospettiva verso la socializzazione del lavoro di cura dobbiamo rivendicare, insieme alla già citata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (30 ore pagate 40) per redistribuire il lavoro tra tutt*, un salario minimo intercategoriale fissato per legge di 1500 euro, un salario garantito a* disoccupat* e a chi e in cerca di lavoro, il ripristino dell’art. 18 (e la cancellazione del Jobs Act), l’eliminazione di tutte le forme di lavoro precario (tipologie contrattuali, appalti, ecc.), il blocco permanente dei licenziamenti (l’ultimo sblocco coinvolge il settore del terziario, ad alta presenza di manodopera femminile!), l’esproprio e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano, delocalizzano ed inquinano.

Ma anche una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, per recuperare le risorse da chi ha già abbondantemente rapinato e un sistema di tassazione fortemente progressivo.
E una riforma delle pensioni che faccia a pezzi tutte le controriforme pensionistiche, per ritornare al sistema retributivo (con 60 anni per la pensione di vecchiaia e 35 anni per la pensione di anzianità), dopo una vita lavorativa in cui a tutt* sia garantito un lavoro completo di tutele in ogni settore.

Come Partito Comunista dei Lavoratori pensiamo fermamente che si debba tornare a riempire le piazze, lanciando una vertenza e mobilitazione generale, costruendo nell’impegno quotidiano l’unità delle lotte, trasformando la comprensibile delusione di molti lavoratori e lavoratrici in forza e voglia di riscatto. Bisogna cambiare il corso della storia con una svolta radicale e rivoluzionaria. Dobbiamo difendere tutti i diritti e conquistarne di nuovi. Contro ogni oppressione di genere, del cis-etero-patriarcato figlio del capitale, e contro ogni repressione sociale - a cominciare da quella che insieme alle discriminazioni dilaga nei luoghi di lavoro.  
Per un futuro in cui ciascun* potrà realizzarsi e autodeterminarsi, all’interno di una società che si farà carico collettivamente di tutti i bisogni, liberando il tempo e la vita delle donne e de* singol* dal giogo della fatica del lavoro riproduttivo e di cura, e abbattendo gli ostacoli al compimento di una umanità che viva relazioni interpersonali libere e svincolate dallo sfruttamento e dalla dipendenza.





(1) Il pinkwashing è una strategia di marketing che utilizza l’immaginario e i simboli dell’emancipazione femminile, anche schierandosi apparentemente per alcune cause, al fine di vendere un prodotto. In senso traslato si intende qualsiasi atteggiamento mistificatorio e iniziativa dell’ideologia borghese e del potere statale che si dichiari a favore dell’emancipazione delle donne, perseguendo al contrario l’obiettivo del controllo sociale.

(2) https://www.istat.it/it/files//2022/01/CS_Occupati-e-disoccupati_NOVEMBRE_2021.pdf

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere
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Gli effetti della riforma Irpef 2022 (immagine dal Fatto Quotidiano)

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Gli importi dell’assegno unico (immagine dal Sole 24 Ore)