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Una legge finanziaria «al fianco di Confindustria» e delle banche

Contro la legge di stabilità del governo Meloni, per una vertenza generale. Dare agli studenti un riferimento operaio

«Questo governo è fieramente produttivista... Con Confindustria c'è sempre stato un dialogo franco e nel merito, e devo ringraziare di questo il presidente Orsini che è un combattente ma anche una persona pragmatica... Sono convinta che nel mondo produttivo italiano vi sia la piena consapevolezza di poter contare su un governo che è al loro fianco» (Giorgia Meloni, Il Sole 24 Ore, 18 ottobre).

«Bene che il governo abbia messo al centro della manovra le imprese e l'industria. Noi abbiamo sempre pensato a misure pensate su tre anni, perché è fondamentale avere una visione del Paese» (Emanuele Orsini, all'Assemblea degli industriali a Torino, 17 ottobre).

Le due dichiarazioni parallele non lasciano spazio al dubbio sulla natura della nuova Legge di Stabilità. Sulla sua impronta di classe.

Le imprese incassano otto miliardi di ulteriori agevolazioni fiscali dopo un'enorme abbuffata di profitti. Che si aggiungono alle passate regalie sull'IRES, e ai nuovi sussidi per la ZES (Zona Economica Speciale). Le banche, che hanno incassato nell'ultimo biennio più di cinquanta miliardi di utili netti, hanno la possibilità di scegliere se e quanto pagare allo Stato. Nel caso optino per sbloccare le proprie riserve patrimoniali a favore degli azionisti, pagheranno un'aliquota del 27,5% una tantum invece del 40%, con uno sgravio fiscale enorme. Nel caso non sblocchino le proprie riserve patrimoniali non pagheranno nulla, al di là di una minuscola aliquota IRAP maggiorata del 2% (dal 4,65% al 6,65%).

“Nessuna tassa sugli extraprofitti, il contributo è volontario” si è affrettato a rassicurare il governo. E così è. Una tassazione à la carte.
Gli undici miliardi di entrate da banche e assicurazioni indicate come copertura a bilancio sono dunque virtuali. Una variabile dipendente di scelte e calcoli dei banchieri. Che naturalmente scaricheranno sui correntisti i propri eventuali contributi fiscali “volontari”. E se per caso i contribuenti “volontari” non verseranno? Ci penserà il governo a colmare il buco con nuovi tagli sociali, a spese dei salariati e della popolazione povera.

Che il capitale finanziario sia la bussola di riferimento del governo emerge dall'impianto di fondo dell'intera manovra.
La manovra ruota infatti attorno all'obiettivo del rientro delle finanze pubbliche entro la soglia del 3% di deficit.

Perché la centralità di tale obiettivo? Perché è la condizione per superare la cosiddetta procedura d'infrazione dell'Unione Europea. E perché è fondamentale archiviare la procedura? Per due ragioni tra loro combinate. La prima, di natura generale, è garantire a futura memoria la piena solvibilità del debito pubblico italiano agli occhi degli acquirenti dei titoli di Stato (in larga misura banche, compagnie di assicurazione, fondi finanziari...): rassicurandoli sul fatto che potranno contare sulla regolarità del rimborso statale con relativi interessi (quasi cento miliardi ogni anno). Naturalmente con risorse pubbliche, e a carico dei salariati.

La seconda ragione è che solo archiviando la procedura d'infrazione il governo potrà ricorrere ai prestiti europei per investire in armamenti. Un 1,5% del PIL in più, totalmente a debito (che andrà ripagato), fuori bilancio. Una clausola pattuita dai governi imperialisti dell'Unione Europea nel quadro della grande corsa al riarmo, sotto la pressione di Donald Trump.

È la clausola che consentirà al governo italiano di aumentare la spesa militare di 15-20 miliardi nel prossimo triennio, di cui quasi quattro nel solo 2026: l'unica vera spesa pubblica in espansione della Legge di Stabilità dei patrioti. Per garantirla il governo ha applicato una rigorosa politica di austerità, tutta incentrata sull'inseguimento del record in fatto di avanzo primario (lo scarto fra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito). I complimenti a Meloni e Giorgetti da parte delle agenzie di rating e persino del Fondo Monetario sono dunque del tutto meritati.

Il governo sbandiera misure a vantaggio del ceto medio, di lavoratori dipendenti e di pensionati. Ma è una truffa in piena regola. La riduzione dell'aliquota IRPEF dal 35% al 33% nella soglia compresa fra i 28000 euro e i 50000 euro si traduce in cifre irrisorie: 20 euro annui per chi ha 29000 euro di reddito (1,70 euro al mese) e 440 euro annui per chi guadagna 50000 (36,70 euro mensili). Il nulla.
La cedolare secca tra il 5% e il 10% sugli aumenti contrattuali per i salariati del privato si traduce in circa 15 euro mensili per uno stipendio netto di 1600 euro: nemmeno il 10% della pesante riduzione generale del potere d'acquisto dei salari italiani (-9% sul 2021).

Un salasso senza paragoni in Europa, alimentato anche dalla gigantesca rapina dello Stato sul lavoro dipendente attraverso il meccanismo del fiscal drag: 25 miliardi pagati dai salari alle casse pubbliche per via degli effetti fiscali dell'inflazione, usati per sussidiare i padroni e pagare i banchieri.

Quanto alle pensioni, le minime sono maggiorate di 20 euro mensili (poco più di 10 euro netti), un insulto alla loro miseria. Mentre l'aumento dell'età pensionabile oltre la soglia dei 67 anni, e verso ormai i 70 anni, dimostra una volta di più che il sistema pensionistico continua a fare da bancomat per tutelare il debito pubblico da pagare al capitale finanziario.
Erano quelli che dovevano “abolire la Fornero”. I tagli ai ministeri (8 miliardi nel triennio) vanno nella stessa direzione, e completano il quadro.

Contro il governo e il padronato è necessaria e urgente una mobilitazione vera. Non serve l'eterna carta di doglianze di Maurizio Landini. È necessaria una piattaforma di rivendicazioni unificanti, a partire dalla richiesta di un forte aumento generale dei salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici, privati e pubblici.
La subordinazione sindacale alle richieste di Confindustria in tema di salari (cuneo fiscale, detassazione degli aumenti, ecc.) è servita in questi anni solamente a scaricare sulla fiscalità generale il tema del salario, a scassare la progressività dell'IRPEF, a risparmiare i profitti padronali.

È ora di voltare pagina. Una piattaforma di lotta generale che parta dalla centralità della rivendicazione salariale a carico dei profitti, dalla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, è il passo necessario di una grande riscossa del lavoro. E anche di una svolta sociale più generale.

Milioni di giovani e giovanissimi nelle ultime settimane hanno invaso strade e piazze come non avveniva da un quarto di secolo. L'hanno fatto per la Palestina. Ma anche per segnalare la propria disponibilità alla ribellione contro l'ingiustizia della propria condizione e contro l'assenza di futuro. La classe operaia e le sue organizzazioni debbono prendere la testa di questo moto di indignazione e dare ad esso una prospettiva. Una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati diventerebbe il riferimento centrale per milioni di studenti in movimento, un volano della loro coscienza politica, la leva di un cambio generale di scenario.
È il caso di dire: se non ora, quando?

Partito Comunista dei Lavoratori

Giorgia Meloni e gli extraprofitti delle banche

 


Come l'assenza di un'opposizione di classe lustra l'immagine del governo

11 Agosto 2023

Dopo aver privato centinaia di migliaia di famiglie del diritto alla sopravvivenza, cancellando il reddito di cittadinanza, il governo cerca di riequilibrare il proprio profilo d'immagine sul terreno sociale con la trovata della tassa sugli extraprofitti bancari. Lo scopo? L'equità sociale, dichiara Salvini, a vantaggio dei mutuatari e della riduzione delle tasse.
Una somma di balle e di inganni.

Intanto va detto subito che la tassa è irrisoria.
Nei soli primi sei mesi del 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Banco BPM, BPER e MPS) hanno realizzato quasi undici miliardi di profitti con un incremento del 65% sul 2022, e nel 2022 un incremento dei profitti del 60% sul 2021. Ciò che ora viene tassato non può superare lo 0,1% degli attivi. Meno di una spolveratina, che peraltro sarà ulteriormente alleggerita nel passaggio parlamentare previsto.
La cifra che si pensa di far su si abbassa infatti col passare dei giorni. In 48 ore è passata da tre miliardi a poco più di un miliardo. Se pensiamo che la tassazione prevista sugli extraprofitti delle aziende energetiche da parte di Draghi avrebbe dovuto fruttare dieci miliardi e ne sono arrivati meno di due, è lecito supporre che il ricavato dalle banche sarà davvero poco più che simbolico. Tanto più a fronte della continua crescita dei loro patrimoni azionari in Borsa, e soprattutto dei 300 (trecento!) miliardi di garanzie pubbliche – secondo le stime ufficiali della Banca d'Italia del 2022 – che i governi borghesi hanno girato alla banche dopo la crisi pandemica. Una montagna di soldi pubblici messi a copertura dei loro affari privati, e pagati dai salariati.

La finalità dichiarata del contributo richiesto (l'equità sociale) è una bufala. La tassa, oltre che irrisoria, è dichiaratamente una tantum. Come può finanziare misure strutturali? La soppressione del reddito di cittadinanza è strutturale, è per sempre. I mutui bancari hanno una lunga durata, e quelli variabili sono oggi del tutto insostenibili. E semmai c'è il fondato sospetto che le banche riverseranno sui propri clienti i costi del prelievo richiesto, non essendoci nulla che impedisca loro di farlo.
Quanto alla riduzione delle tasse annunciata dalla legge delega, strutturale anch'essa, beneficia unicamente i padroni. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (IRES), ulteriore riduzione della progressività fiscale, concordato preventivo e condoni vari per miliardari e plurimilionari... di quale “equità sociale” va parlando Salvini? A pagare la riduzione delle tasse per i padroni sarà la nuova riduzione annunciata della spesa sanitaria e dell'istruzione.

E tuttavia l'operazione d'immagine del governo Meloni per quanto truffaldina può avere successo grazie alla politica delle opposizioni.
Le opposizioni liberali progressiste oscillano tra il presentare la misura del governo come propria vittoria (“hanno dovuto darci ragione” dicono Conte e Fratoianni) e la preoccupazione di tutelare le banche (“non si può disturbare il mercato e le attese degli investitori” dichiara Calenda). In entrambi i casi un regalo alla propaganda del governo, che con Fazzolari si affretta a dichiarare: «Noi siamo i soli che non tutelano le banche, abbiamo fatto ciò che altri prima di noi non hanno fatto».

Quanto alla CGIL, chiede al governo analoghe misure verso gli extraprofitti di aziende farmaceutiche e alimentari. Un rilancio platonico che ripropone la logica di pressione su Giorgia Meloni senza uno straccio di piattaforma di mobilitazione (reale). La stessa linea fallita dell'ultimo anno, e non solo.

Il risultato è che il governo continua a brillare della miseria altrui. Della assenza di un'opposizione vera che rivendichi una alternativa di società e si batta per conquistarla. Costruire questa opposizione è il fronte della battaglia d'autunno. L'unica via per contrastare la demagogia ingannevole di un governo a guida postfascista, e sviluppare la coscienza politica degli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove sono i soldi

 


L'impudenza del portavoce delle banche. La necessità della loro nazionalizzazione

Il Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana (ABI), Antonio Patuelli, ha tuonato contro l'eccesso di spesa pubblica sulla stampa del Gruppo GEDI (La Stampa, 23 maggio). Il Sole 24 Ore la lanciato una campagna analoga denunciando la «dinamica incontrollata delle spese di assistenza sociale e pensionistiche». Si potrebbe dire che si tratta delle solite campagne padronali che da trent'anni hanno dettato a tutti i governi le peggiori terapie antioperaie. Ma c'è una differenza. Il rilancio della campagna padronale non avviene in un contesto di crisi ma in piena euforia dei profitti, come documentano gli stessi giornali padronali. Di più: proprio l'euforia dei profitti sospinge l'aumento dei prezzi, quello che falcidia i salari. Una dinamica europea. Persino la BCE calcola che nell'eurozona «il grosso della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall'incremento degli utili delle imprese» (Corriere della Sera, 22 maggio). Più chiaro di così.

L'euforia dei profitti attraversa diversi settori ma è clamoroso per le banche. Le prime venti banche europee hanno realizzato 56 miliardi di utili nel primo trimestre 2023. Sono in prima fila proprio le banche italiane, quelle rappresentate da Patuelli, quelle che in risposta all'alzata dei tassi della BCE hanno alzato i mutui variabili, per intenderci. Nel solo primo trimestre del 2023 le prime sei banche italiane hanno accumulato 8776 milioni di utili, quasi 9 miliardi, con un incremento medio del 56% rispetto all'analogo trimestre dell'anno precedente. Intesa San Paolo ha fatto meglio, con un aumento del 87,5. Per non parlare di Unicredit, i cui profitti nello stesso periodo sono passati da 274 milioni a 2,064 miliardi.

Naturalmente con l'incremento dei profitti è cresciuto il valore azionario dei rispettivi patrimoni in Borsa. Perché la maggiore redditività del capitale ha sospinto l'acquisto di azioni bancarie. facendone lievitare il valore. Dunque, più dividendi per gli azionisti, maggiore la loro ricchezza finanziaria.
Eppure nessuno si sogni di tassare i profitti, neppure quelli extra. «In dottrina non esiste la nozione di extraprofitti; qualora poi si volesse creare il neologismo si dovrebbe ammettere anche il suo contrario, le extraperdite», dichiara l'ineffabile Patuelli (23 maggio, La Stampa)

Bene. C'è una sola soluzione di svolta, all'insegna dell'igiene morale oltre che della giustizia sociale: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti.
Basta parassiti a carico di chi lavora!
Solo un governo dei lavoratori può realizzare questa misura. Non a caso fu attuata dalla Rivoluzione d'ottobre. A tutti coloro che dicono, anche a sinistra, che il bolscevismo è inattuale perché non tiene il passo coi tempi, ci spieghino cosa c'è di più attuale. Il problema è prenderne coscienza.
Il PCL vive e lavora per questo. In ogni lotta, in ogni movimento di resistenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gli extraprofitti delle banche

 


Salgono i mutui variabili, ingrassano gli utili bancari

13 Settembre 2022

Gli enormi extraprofitti delle aziende energetiche (50 miliardi in sei mesi) sono sotto gli occhi di tutti, al pari della loro dichiarata evasione fiscale; con uno Stato borghese che non riscuote le tasse sulle aziende... partecipate dallo Stato. Ma pochi posano l'occhio sui profitti in crescita degli altri settori, in particolare delle banche.

L'aumento dei tassi di interesse di tutte le banche centrali, inclusa la BCE, ha una duplice ricaduta. Da un lato alza i tassi dei mutui variabili pagati da milioni di famiglie, con incrementi sino al 35% in nove mesi (Il Sole 24 Ore, 10 settembre). Un ulteriore colpo ai salari che si aggiunge a quello delle bollette. Dall'altro ingrassa i profitti delle banche. Intesa San Paolo ha presentato ad agosto il miglior risultato in fatto di utili dal 2008. Unicredit il migliore degli ultimi dieci anni. Così in fila indiana le banche minori. Non va diversamente in Europa, dove il progresso dei profitti tende a raggiungere addirittura i 20 miliardi netti.

La crisi drammatiche delle bollette coincide dunque con la festa del capitale finanziario, che carica la società di nuovi costi. Il meccanismo è semplice: se aumentano i tassi d'interesse, aumentano i tassi che lo Stato paga alle banche che acquistano i titoli di Stato. Significa che aumenterà la pressione dello Stato su sanità, pensioni, istruzione, lavoro per pagare gli interessi alle banche; e le banche a loro volta chiederanno allo Stato e ad ogni governo borghese di contenere le spese sociali per avere garanzie sul debito.

La verità è che tutta l'organizzazione della società borghese, quale che sia il suo governo, si appoggia sul parassitismo del capitale. Solo una rivoluzione può riorganizzare la società su basi nuove.

Partito Comunista dei Lavoratori

Espropriare espropriare espropriare i monopoli dell'energia!

 


Contro la dichiarata evasione fiscale di chi ha realizzato extraprofitti enormi

Dovevano versare 10,4 miliardi sugli oltre 40 miliardi di sovraprofitti realizzati, in base al generoso decreto del governo. Ne hanno trattenuti 9,26, contestando legalmente persino il solo miliardo pagato. In altri termini, una scandalosa evasione fiscale, sotto gli occhi di tutti, nel pieno della drammatica crisi delle bollette. È il caso dei grandi monopoli dell'energia (ENI, ENEL, Snam...), fiori all'occhiello del capitalismo italiano.


Eppure il governo tira avanti come se nulla fosse successo, nonostante si tratti di aziende partecipate dallo Stato. Né la (minima) tassa pare verrà rinnovata. Peraltro nessuno dei partiti borghesi, nessun organo della grande stampa, muove scandalo. Quelli che fanno campagne quotidiane contro il reddito di cittadinanza citando qualche caso di piccolo abuso, tacciono sull'evasione abnorme, pubblica e sfrontata, dei grandi monopoli. Gli stessi grandi monopoli che in varie forme finanziano, guarda caso, i partiti borghesi.

In compenso tutti i partiti dominanti sfornano ricette contro il caro bollette... a spese dei lavoratori. Chi, come nel caso del M5S, chiedendo uno scostamento di bilancio, cioè l'ennesima operazione a debito, da restituire alle banche con i relativi interessi. Chi proponendo il calmieramento delle bollette a carico della fiscalità generale, cioè dei lavoratori e dei pensionati che pagano l'80% delle tasse, nel mentre annuncia la flat tax a vantaggio dei ricchi (Forza Italia e Lega). Chi, come nel caso del PD e di altri, oscillando tra la richiesta di prezzo nazionale amministrato (non si chiarisce quale) e tetto al prezzo del gas a livello europeo, sapendo bene che Germania e Olanda sono contrarie per interesse proprio, e che dunque vi sarà un contenzioso dall'esito incerto.
Notevole il caso della patriota Giorgia Meloni, la quale ha obiettato alla richiesta platonica di un tetto nazionale al prezzo del gas con l'argomento testuale: “È impossibile, sono aziende quotate in Borsa, non sono mica nazionalizzate...”. Non male per la nuova “amica del popolo”.
La risultante certa è una sola: i grandi monopoli continueranno a ingrassare il proprio portafoglio con la complicità di tutti, a partire da Draghi.

Allora tutto il movimento operaio dovrebbe rivendicare prime drastiche misure elementari: bloccare le bollette riportandole ai prezzi di un anno fa; requisire immediatamente tutti i 40 miliardi di extraprofitti realizzati dai grandi monopoli energetici a sostegno del blocco; espropriare i grandi monopoli dell'energia e nazionalizzarli senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Che è anche la via per avviare una transizione energetica vera.

Senza queste misure di svolta tutto si riduce a chiacchiera e a inganno. Ma battersi per queste misure significa battersi contro tutti partiti borghesi per un governo dei lavoratori, l'unico che può compiutamente realizzarle e ricondurle a una alternativa generale di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

La vera natura dell'emergenza bollette

 


La necessaria risposta anticapitalista

26 Agosto 2022

Non è la classe operaia che deve pagare il costo della crisi!

Vogliono far passare il caro bollette come una calamità naturale. Nulla di più falso. Il caro bollette, trainato dal gas, è l'effetto combinato di un'economia capitalistica incardinata sulle energie fossili, dei costi della guerra economica tra imperialismo russo e imperialismi NATO, della speculazione dei grandi monopoli dell'energia, che in Italia hanno incassato 40 miliardi di extraprofitti in soli sei mesi giocando alla Borsa di Amsterdam.

Ora i capitalisti europei e i loro diversi governi non sanno che pesci prendere. Un tetto al prezzo del gas su scala europea, sollecitato dall'Italia, è respinto dalla Germania che teme il blocco completo dei rifornimenti russi e dall'Olanda che vende il gas. Un tetto al prezzo su scala nazionale è osteggiato dai grandi gruppi energetici quotati in Borsa che temono la caduta delle azioni e il crollo dei propri profitti.

Il risultato di questa impasse è che vogliono scaricarla sulla classe operaia. Da un lato battendo cassa presso il governo a carico della fiscalità generale (retta al 90% da salariati e pensionati), dall'altro annunciando “inevitabili” chiusure e cassa integrazione straordinaria a manetta. Siderurgia, vetrerie, ceramiche, alimentare sono in testa a questa valanga annunciata, mentre i salari sono tagliati da un'inflazione fuori controllo senza la minima protezione.

Tutto questo è inaccettabile. Non possono essere ancora una volta i lavoratori e le lavoratrici a pagare i costi di una crisi non provocata da loro ma dalla natura dello stesso sistema che li sfrutta.


Vanno bloccati per legge i licenziamenti. La cassa integrazione, se necessaria, dev'essere a salario pieno pagato dai padroni. Le aziende che licenziano vanno nazionalizzate senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

Va imposto il blocco immediato dei prezzi del gas, della luce, della benzina. I monopoli dell'energia vanno nazionalizzati, senza indennizzo. I loro extraprofitti vanno immediatamente e integralmente requisiti per essere investiti nello sviluppo sotto controllo pubblico delle energie rinnovabili.

Va imposto un prezzo amministrato ai beni alimentari di prima necessità, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Occorre un aumento generale dei salari per recuperare il maltolto degli ultimi trent'anni, e va reintrodotta la scala mobile dei salari.

È necessaria una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. I 400 miliardi così ricavati vanno investiti nel risanamento dell'ambiente, nella riparazione della rete idrica, nel riassetto idrogeologico del territorio.

Va cancellato il debito pubblico verso le banche, che ogni anno sottrae 80 miliardi di soli interessi alla sanità, all'istruzione, alle pensioni, al lavoro. Le banche vanno nazionalizzate senza indennizzo per i grandi azionisti, e poste al servizio di una pianificazione democratica dell'economia. Le risorse così risparmiate vanno investite nella ricostruzione delle protezioni sociali.


“Tutto questo è impossibile” dicono in coro tutti partiti borghesi, e purtroppo le sinistre a essi subalterne. La verità è che è impossibile nel rispetto del capitalismo, di un sistema sociale fallito che vive della rapina del lavoro e del saccheggio della natura. È una ragione in più per dire: solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo un governo dei lavoratori può realizzare una vera alternativa. Solo la lotta per un governo dei lavoratori può strappare cammin facendo risultati parziali.

Costruire la coscienza di questa verità è la ragione d'essere del PCL. Ciò che fa la differenza tra il PCL e ogni altro partito.

Partito Comunista dei Lavoratori

Caro bollette e inganni del governo, espropriare le grandi aziende energetiche

 


La necessità di una svolta radicale

5 Maggio 2022

Il governo Draghi ha presentato i due decreti varati il 2 maggio come soccorso ai redditi delle persone indigenti di fronte al caro prezzi e bollette. Ma si tratta di una grossolana bugia.

Di fronte a un calo dei salari tra il 1990 e il 2020 che non ha eguali in Europa, e un caro prezzi e bollette che non si registrava da oltre vent'anni, il governo Draghi offre ai lavoratori l'una tantum di 200 euro e il prolungamento all'8 luglio dello sconto alla pompa di 0,25 centesimi. Una miseria, che viene venduta come redistribuzione del reddito. È falso. Due sono le voci che finanziano questa elemosina. La prima è un taglio di 2 miliardi dei fondi annuali “di sviluppo e coesione sociale”, soldi destinati al riequilibrio territoriale, in particolare al Sud. Un taglio pagato dai settori sociali più poveri. La seconda è il contributo aggiuntivo una tantum sul 15% (che si somma a un precedente 10%) degli extraprofitti dei monopoli energetici. Ma i monopoli energetici (ENEL, ENI, SNAM...) hanno realizzato in un solo semestre 40 miliardi di extraprofitti (prevedibilmente a regime 80 miliardi annui). La vera notizia non è il contributo una tantum sul 25% di questa immensa ricchezza, ma il fatto che il 75% di questi 80 miliardi annui è esentato persino da questo contributo occasionale. Un fatto tanto più scandaloso se si tiene conto che l'extraprofitto è stato realizzato grazie a un meccanismo di formazione dei prezzi per cui i fornitori di energia vengono pagati in base al prezzo della fonte più cara. Mentre i costi della speculazione finanziaria scaricano sul prezzo finale pagato dal consumatore non solo gli aumenti reali ma anche quelli attesi. E pensare che questi enormi extraprofitti sono intascati prevalentemente dagli azionisti privati, quali grandi fondi finanziari (Black Rock et similia), veri campioni del parassitismo più intollerabile a spese della società.

È vergognoso che la burocrazia sindacale copra questa truffa facendo ancora una volta da scendiletto del governo Draghi.

Contro il caro prezzi e bollette è necessario battersi per rivendicazioni drastiche. Il blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina. La reintroduzione della scala mobile dei salari. L'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dei grandi monopoli dell'energia: una misura di igiene sociale, ed anche una condizione decisiva per la riorganizzazione radicale del settore energetico in direzione delle fonti rinnovabili.

Per imporre queste misure è necessaria una svolta radicale. Contro l'economia di guerra, contro i piani di riarmo, contro le speculazioni del capitale occorre definire una piattaforma di mobilitazione indipendente del movimento operaio capace di unire il lavoro salariato e di aggregare attorno ad esso la maggioranza della società.

Il PCL è impegnato a far emergere nell'avanguardia di classe e tra le masse la consapevolezza della necessità di questa svolta. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per un'alternativa di società.

Partito Comunista dei Lavoratori