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Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo italiano a bordo di Trump

 

Le ragioni di Meloni. E quelle dell’imperialismo italiano

English version

La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosiddetto Board of Peace è densa di significato politico.

La natura coloniale della struttura è talmente sfacciata da imporsi all’evidenza generale. Un consesso di Stati inventato da Trump, su invito di Trump, presieduto dalla persona di Trump addirittura con carica vitalizia. Una struttura priva di qualsivoglia missione formale, se non quella di celebrare chi la presiede e di consegnarlo alla storia. Nei fatti una struttura che assorbe, sotto regia americana, funzioni molteplici e combinate: imporre una ricostruzione di Gaza secondo gli interessi immobiliari americani, e dell’entourage affaristico presidenziale; liquidare definitivamente la presenza palestinese e ogni sua forma di resistenza all’occupazione; presidiare il territorio distrutto con una forza militare multinazionale; imporre un nuovo ordine mediorientale che sancisca ad un tempo la vittoria dello Stato genocida sionista, la subordinazione complice e interessata delle monarchie del Golfo, la demolizione di ciò che resta del vecchio asse iraniano. Infine, far leva sulla posizione di forza conquistata nella regione per negoziare con gli imperialismi rivali (Russia e Cina) la spartizione degli equilibri globali.

Il Board of peace trumpiano è lo strumento per imporre un nuovo ordine mediorientale al servizio diretto degli interessi politico-affaristici dell’imperialismo USA e del sionismo genocida.

La nuova ONU trumpiana rimpiazza di fatto la vecchia cariatide dell’ONU formale. Ma paradossalmente col suo semaforo verde. Il fatto che Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stiano astenuti sul varo del “Consiglio di pace”, consentendogli il timbro delle Nazioni Unite, non è privo di significato. Dimostra da un lato la cinica complicità di tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel calpestare la causa palestinese e coprire la continuità di un genocidio. Dall’altro, dimostra il riconoscimento di un successo di fase americano nella regione, e la disponibilità a negoziare con gli USA su altri scacchieri, con la speranza di compensazioni. Una speranza contraddetta dalla pirateria americana in Venezuela, ma alimentata dal negoziato in corso tra Russia ed USA sulla spartizione neocoloniale dell’Ucraina.

Certo, non mancano contraddizioni e incognite. Le ambizioni di potenza della Turchia, e il suo ruolo accresciuto, collidono col progetto della “Grande Israele”. L’annessione israeliana della Cisgiordania, col metodo del terrore e degli espropri, crea problemi alle diplomazie arabe. L’incerto futuro dell’Iran, alleato della Russia e primo fornitore di petrolio alla Cina, interroga le scelte dell’imperialismo USA, ancora incerto tra guerra e negoziato.

Ma Trump segna il nuovo terreno di gioco negli equilibri di potenza. La posizione di forza conquistata dagli USA in Medio Oriente, sul sangue palestinese, non ha precedenti nel passato recente. Il Board of Peace è la struttura cortigiana che la sigilla.

La scelta italiana di partecipare al Board sta in questo quadro complesso. Sicuramente pesa in questa scelta la contiguità politica col trumpismo di un governo a guida postfascista: l’unico governo a direzione sovranista tra i grandi paesi europei, e l’unico governo imperialista del vecchio continente ad essere salito sul carro, sia pure in una forma mediata con la Presidenza della Repubblica, e con l’accorgimento diplomatico del ruolo “osservatore”. Non è un caso. Le relazioni politiche di Giorgia Meloni e della destra italiana con l’ambiente MAGA, e col circuito reazionario continentale, da Orban ad Abascal, sono un dato materiale e non solo formale.

E tuttavia questo fattore politico non spiega tutto. E anzi si espone a qualche interrogativo.

Perché esibire una relazione speciale con Trump nel momento più critico della parabola trumpiana dopo i fatti di Minneapolis? Perché esibirlo col coinvolgimento italiano in un Consiglio di Pace obiettivamente grottesco, impresentabile agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea? Perché, insomma, arrischiare la propria immagine alla vigilia di un referendum decisivo per lo stesso futuro del governo?

La partecipazione italiana è dettata dall’appoggio di Meloni all’imperialismo USA e alla contiguità politica e culturale con il trumpismo. Ma non solo.

La risposta richiede uno sguardo più ampio, che travalica considerazioni esclusivamente politiche o elettorali.

Il Board of Peace distribuirà le carte in Medio Oriente. Segnerà equilibri, sfere di influenza, partite di interesse obiettivamente enormi: la ricostruzione di Gaza; la filiera degli affari con le monarchie del Golfo; le relazioni economiche e militari con lo Stato sionista; la distribuzione di giganteschi appalti nel campo della logistica, delle infrastrutture, dell’industria militare, delle risorse energetiche. L’imperialismo italiano vuole entrare nella partita con un ruolo accresciuto. Il fatto di disporre di entrature politiche particolari con l’ambiente trumpiano (e anche sionista), grazie a Meloni, diventa la leva di un proprio accreditamento come possibile socio in affari. Un socio di prim’ordine. Il Piano Mattei non è solo propaganda. È la candidatura delle grandi aziende italiane a un ruolo nuovo e più ampio in Medio Oriente e in Africa. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, prenotano un posto d’onore al tavolo della ripartizione, a scapito del vecchio colonialismo francese, ormai in disarmo, e in gioco di sponda con l’imperialismo USA.

Partecipare al Board of Peace significa (anche) questo. Non a caso il quotidiano di Confindustria, che pure è formalmente critico verso la politica trumpiana, afferma che in fondo si tratta dell’unico piano di pace oggi esistente in Medio Oriente, e che questo è il suo pregio. Insomma, come si fa a restar fuori dal giro?

L’imperialismo italiano vuole giocare la sua partita, indipendentemente dalla natura e dalla guida politica del “Consiglio di pace”. L’importante è che lo strumento sia funzionale ai fini della rapina imperialista.

Il comitato d’affari meloniano del capitalismo tricolore ha fatto dunque la sua mossa. Non sappiamo se gli porterà voti. Sicuramente porterà profitti ai suoi committenti, ciò che veramente conta per il capitale. Se oggi a portare profitti è il governo della destra, il governo più stabile tra i grandi d’Europa, ben venga il governo Meloni e il Board of Peace. Domani si può sempre cambiare cavallo all’occorrenza, l’essenziale è avere in mano le briglie. Così ragionano i grandi azionisti, i giocatori di Borsa, gli amministratori delegati delle grandi imprese.

L’insegnamento per la nostra classe e per la sua avanguardia è speculare: solo liberando la società dalla dittatura dei capitalisti si può realizzare una alternativa vera. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi. A partire da quello di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La baldoria dei profitti


I record di Piazza Affari

Ci sono voluti quindici anni per riguadagnare i livelli del 2008, ma l'impresa è riuscita. La Borsa di Piazza Affari festeggia l'aumento del 19% dei propri listini dall'inizio dell'anno. È «la Borsa migliore d'Europa» dichiara La Stampa con ostentata soddisfazione.
I dati sono effettivamente impressionanti. In particolare per le grandi banche tricolori. L'aumento dei tassi d'interesse da parte della BCE si è tradotto nell'impennata dei tassi variabili dei mutui, con un dramma insostenibile per milioni di famiglie. Ma per le banche è stata una ragione di gioia: Banca Intesa Sanpaolo ha accresciuto del 15% le proprie quotazione da gennaio. Le azioni di Unicredit hanno visto nel medesimo periodo una crescita abnorme del 62%!

L'euforia di Borsa non riguarda solo le banche. Un big del petrolio come ENI, nel primo semestre 2023, ha realizzato una valorizzazione azionaria del 24%, l'ENEL del 24%. Le grandi aziende del made in Italy, come Ferrari, Moncler e Tod's, fiori all'occhiello della retorica governativa, hanno visto crescite di Borsa tra il 30% e il 40%. Lo stesso vale per le compagnie aeree, che dopo i lockdown per il Covid hanno conosciuto una ripresa poderosa, costruita sul supersfruttamento del lavoro e sull'aumento di prezzo dei voli. Più in generale l'aumento dei prezzi che falcidia i salari si presenta sempre più come avidità dei profitti.

Tutto questo non solo dimostra la necessità e l'urgenza di una grande battaglia per forti aumenti salariali (di almeno 300 euro netti) per l'intero lavoro salariato, entro una piattaforma di lotta generale, ma rivela anche una volta di più la stessa anatomia della società borghese e delle sue leggi. Una piccola minoranza di grandi capitalisti, banchieri, azionisti costruisce quotidianamente le proprie fortune sulla spoliazione dei lavoratori e della maggioranza della società.

Rovesciare la dittatura di questa classe, affermare un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, è l'unica vera alternativa. Costruire il ponte tra le battaglie immediate e questa prospettiva è la ragione programmatica del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

I profitti spingono il carovita. Per la scala mobile dei salari!

 


In questi giorni l'emergenza del caro bollette domina il dibattito pubblico. Siamo intervenuti sul tema con una nostra analisi e proposta di lotta. Vi torneremo. Ma c'è un aspetto che la stampa padronale e tutti i partiti borghesi volutamente ignorano: l'enormità dei profitti padronali nei primi sei mesi dell'anno. Non si tratta dei soli arcinoti extraprofitti delle grandi aziende energetiche, ma dei profitti di larga parte dei grandi gruppi capitalisti in tutti i settori dell'economia.


Non è un fenomeno solo italiano. La Confederazione europea dei sindacati ha documentato come in tutta l'Unione Europea il primo semestre del 2022 abbia visto dividendi d'oro tra i grandi gruppi industriali e bancari, con una crescita esponenziale: più 25,1% in Belgio, più 32,7% in Francia, più 36,3% in Germania, più 23,4% in Olanda, più 97,7% in Spagna (all'ombra del governo “di sinistra” PSOE-Podemos). Una crescita impetuosa che corrisponde a circa venti volte l'evoluzione parallela dei salari, sostanzialmente al palo. In altri termini, un incremento ovunque del tasso di sfruttamento capitalistico del lavoro.

L'Italia si colloca in classifica subito dopo la Spagna con un incremento dei dividendi del 72,2%. Tutti i settori sono coinvolti dal fenomeno. Il settore automobilistico di Stellantis con l'incremento del 15% e 8 miliardi di utile. Il gruppo ENI con quasi 7,4 miliardi di utile a fronte dell'1,1 del primo semestre (più 700%). Ma il salto maggiore lo compie Atlantia dei Benetton, che grazie alla vendita di Autostrade a CDP passa da 33 milioni a 5,9 miliardi di utile. Seguono Banca Intesa, Unicredit, ENEL, Generali, Banca Bper, Tenaris, Poste Italiane. Complessivamente, i dividendi passano da 24,345 a 39,669 miliardi. In soli sei mesi!

Si dirà: “ora però il rincaro dell'energia ha invertito la rotta”. Sbagliato. O per lo meno inesatto. In parte l'onda della crescita dei dividendi è alimentata proprio dal rincaro dell'energia con le relative speculazioni, in parte si è scaricata sui prezzi alimentando l'inflazione. «Molte aziende sono state in grado di espandere i propri profitti unitari in un contesto di eccesso di domanda globale nonostante l'aumento dei prezzi dell'energia» e «in media i profitti hanno contribuito in modo chiave all'inflazione interna totale, al di sopra del loro contributo storico», dichiara Isabel Schnabel, membro tedesco del board della BCE.

I profitti sono dunque un volano del carovita pagato dai salariati. Altro che “caro bollette, male comune”. No. Il male non è comune nei suoi effetti sociali, e neppure nei suoi fattori scatenanti.

È una ragione in più per porre la rivendicazione di un aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti e della scala mobile dei salari come obiettivo centrale di questa fase. È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Espropriare espropriare espropriare i monopoli dell'energia!

 


Contro la dichiarata evasione fiscale di chi ha realizzato extraprofitti enormi

Dovevano versare 10,4 miliardi sugli oltre 40 miliardi di sovraprofitti realizzati, in base al generoso decreto del governo. Ne hanno trattenuti 9,26, contestando legalmente persino il solo miliardo pagato. In altri termini, una scandalosa evasione fiscale, sotto gli occhi di tutti, nel pieno della drammatica crisi delle bollette. È il caso dei grandi monopoli dell'energia (ENI, ENEL, Snam...), fiori all'occhiello del capitalismo italiano.


Eppure il governo tira avanti come se nulla fosse successo, nonostante si tratti di aziende partecipate dallo Stato. Né la (minima) tassa pare verrà rinnovata. Peraltro nessuno dei partiti borghesi, nessun organo della grande stampa, muove scandalo. Quelli che fanno campagne quotidiane contro il reddito di cittadinanza citando qualche caso di piccolo abuso, tacciono sull'evasione abnorme, pubblica e sfrontata, dei grandi monopoli. Gli stessi grandi monopoli che in varie forme finanziano, guarda caso, i partiti borghesi.

In compenso tutti i partiti dominanti sfornano ricette contro il caro bollette... a spese dei lavoratori. Chi, come nel caso del M5S, chiedendo uno scostamento di bilancio, cioè l'ennesima operazione a debito, da restituire alle banche con i relativi interessi. Chi proponendo il calmieramento delle bollette a carico della fiscalità generale, cioè dei lavoratori e dei pensionati che pagano l'80% delle tasse, nel mentre annuncia la flat tax a vantaggio dei ricchi (Forza Italia e Lega). Chi, come nel caso del PD e di altri, oscillando tra la richiesta di prezzo nazionale amministrato (non si chiarisce quale) e tetto al prezzo del gas a livello europeo, sapendo bene che Germania e Olanda sono contrarie per interesse proprio, e che dunque vi sarà un contenzioso dall'esito incerto.
Notevole il caso della patriota Giorgia Meloni, la quale ha obiettato alla richiesta platonica di un tetto nazionale al prezzo del gas con l'argomento testuale: “È impossibile, sono aziende quotate in Borsa, non sono mica nazionalizzate...”. Non male per la nuova “amica del popolo”.
La risultante certa è una sola: i grandi monopoli continueranno a ingrassare il proprio portafoglio con la complicità di tutti, a partire da Draghi.

Allora tutto il movimento operaio dovrebbe rivendicare prime drastiche misure elementari: bloccare le bollette riportandole ai prezzi di un anno fa; requisire immediatamente tutti i 40 miliardi di extraprofitti realizzati dai grandi monopoli energetici a sostegno del blocco; espropriare i grandi monopoli dell'energia e nazionalizzarli senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Che è anche la via per avviare una transizione energetica vera.

Senza queste misure di svolta tutto si riduce a chiacchiera e a inganno. Ma battersi per queste misure significa battersi contro tutti partiti borghesi per un governo dei lavoratori, l'unico che può compiutamente realizzarle e ricondurle a una alternativa generale di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Caro bollette e inganni del governo, espropriare le grandi aziende energetiche

 


La necessità di una svolta radicale

5 Maggio 2022

Il governo Draghi ha presentato i due decreti varati il 2 maggio come soccorso ai redditi delle persone indigenti di fronte al caro prezzi e bollette. Ma si tratta di una grossolana bugia.

Di fronte a un calo dei salari tra il 1990 e il 2020 che non ha eguali in Europa, e un caro prezzi e bollette che non si registrava da oltre vent'anni, il governo Draghi offre ai lavoratori l'una tantum di 200 euro e il prolungamento all'8 luglio dello sconto alla pompa di 0,25 centesimi. Una miseria, che viene venduta come redistribuzione del reddito. È falso. Due sono le voci che finanziano questa elemosina. La prima è un taglio di 2 miliardi dei fondi annuali “di sviluppo e coesione sociale”, soldi destinati al riequilibrio territoriale, in particolare al Sud. Un taglio pagato dai settori sociali più poveri. La seconda è il contributo aggiuntivo una tantum sul 15% (che si somma a un precedente 10%) degli extraprofitti dei monopoli energetici. Ma i monopoli energetici (ENEL, ENI, SNAM...) hanno realizzato in un solo semestre 40 miliardi di extraprofitti (prevedibilmente a regime 80 miliardi annui). La vera notizia non è il contributo una tantum sul 25% di questa immensa ricchezza, ma il fatto che il 75% di questi 80 miliardi annui è esentato persino da questo contributo occasionale. Un fatto tanto più scandaloso se si tiene conto che l'extraprofitto è stato realizzato grazie a un meccanismo di formazione dei prezzi per cui i fornitori di energia vengono pagati in base al prezzo della fonte più cara. Mentre i costi della speculazione finanziaria scaricano sul prezzo finale pagato dal consumatore non solo gli aumenti reali ma anche quelli attesi. E pensare che questi enormi extraprofitti sono intascati prevalentemente dagli azionisti privati, quali grandi fondi finanziari (Black Rock et similia), veri campioni del parassitismo più intollerabile a spese della società.

È vergognoso che la burocrazia sindacale copra questa truffa facendo ancora una volta da scendiletto del governo Draghi.

Contro il caro prezzi e bollette è necessario battersi per rivendicazioni drastiche. Il blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina. La reintroduzione della scala mobile dei salari. L'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dei grandi monopoli dell'energia: una misura di igiene sociale, ed anche una condizione decisiva per la riorganizzazione radicale del settore energetico in direzione delle fonti rinnovabili.

Per imporre queste misure è necessaria una svolta radicale. Contro l'economia di guerra, contro i piani di riarmo, contro le speculazioni del capitale occorre definire una piattaforma di mobilitazione indipendente del movimento operaio capace di unire il lavoro salariato e di aggregare attorno ad esso la maggioranza della società.

Il PCL è impegnato a far emergere nell'avanguardia di classe e tra le masse la consapevolezza della necessità di questa svolta. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per un'alternativa di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sul movimento di massa in Iran

 «Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!»
 Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009. 

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l'aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali. 


LA DINAMICA DEL MOVIMENTO 

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario. Il clero sciita non è solo l'architrave del regime confessionale integralista che domina l'Iran da quasi quarant'anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L'alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell'economia nel campo della produzione e della finanza. Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell'Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L'Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l'Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell'area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano...), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all'appoggio determinante dell'imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.


GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l'imperialismo USA, lo Stato sionista d'Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all'interno di un determinato paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama; come è naturale che il governo sionista d'Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l'asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l'argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L'Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell'interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell'imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all'imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell'industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull'Iran, strizzando l'occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.


IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE 

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell'oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L'apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime. In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l'assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente. Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell'arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l'ingresso nell'arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un'alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l'egemonia della classe lavoratrice sull'insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L'unica vera alternativa.
Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l'assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant'anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.
L'irruzione nella lotta di una giovane generazione dell'avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.
Partito Comunista dei Lavoratori