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Giorgia Meloni e gli extraprofitti delle banche

 


Come l'assenza di un'opposizione di classe lustra l'immagine del governo

11 Agosto 2023

Dopo aver privato centinaia di migliaia di famiglie del diritto alla sopravvivenza, cancellando il reddito di cittadinanza, il governo cerca di riequilibrare il proprio profilo d'immagine sul terreno sociale con la trovata della tassa sugli extraprofitti bancari. Lo scopo? L'equità sociale, dichiara Salvini, a vantaggio dei mutuatari e della riduzione delle tasse.
Una somma di balle e di inganni.

Intanto va detto subito che la tassa è irrisoria.
Nei soli primi sei mesi del 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Banco BPM, BPER e MPS) hanno realizzato quasi undici miliardi di profitti con un incremento del 65% sul 2022, e nel 2022 un incremento dei profitti del 60% sul 2021. Ciò che ora viene tassato non può superare lo 0,1% degli attivi. Meno di una spolveratina, che peraltro sarà ulteriormente alleggerita nel passaggio parlamentare previsto.
La cifra che si pensa di far su si abbassa infatti col passare dei giorni. In 48 ore è passata da tre miliardi a poco più di un miliardo. Se pensiamo che la tassazione prevista sugli extraprofitti delle aziende energetiche da parte di Draghi avrebbe dovuto fruttare dieci miliardi e ne sono arrivati meno di due, è lecito supporre che il ricavato dalle banche sarà davvero poco più che simbolico. Tanto più a fronte della continua crescita dei loro patrimoni azionari in Borsa, e soprattutto dei 300 (trecento!) miliardi di garanzie pubbliche – secondo le stime ufficiali della Banca d'Italia del 2022 – che i governi borghesi hanno girato alla banche dopo la crisi pandemica. Una montagna di soldi pubblici messi a copertura dei loro affari privati, e pagati dai salariati.

La finalità dichiarata del contributo richiesto (l'equità sociale) è una bufala. La tassa, oltre che irrisoria, è dichiaratamente una tantum. Come può finanziare misure strutturali? La soppressione del reddito di cittadinanza è strutturale, è per sempre. I mutui bancari hanno una lunga durata, e quelli variabili sono oggi del tutto insostenibili. E semmai c'è il fondato sospetto che le banche riverseranno sui propri clienti i costi del prelievo richiesto, non essendoci nulla che impedisca loro di farlo.
Quanto alla riduzione delle tasse annunciata dalla legge delega, strutturale anch'essa, beneficia unicamente i padroni. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (IRES), ulteriore riduzione della progressività fiscale, concordato preventivo e condoni vari per miliardari e plurimilionari... di quale “equità sociale” va parlando Salvini? A pagare la riduzione delle tasse per i padroni sarà la nuova riduzione annunciata della spesa sanitaria e dell'istruzione.

E tuttavia l'operazione d'immagine del governo Meloni per quanto truffaldina può avere successo grazie alla politica delle opposizioni.
Le opposizioni liberali progressiste oscillano tra il presentare la misura del governo come propria vittoria (“hanno dovuto darci ragione” dicono Conte e Fratoianni) e la preoccupazione di tutelare le banche (“non si può disturbare il mercato e le attese degli investitori” dichiara Calenda). In entrambi i casi un regalo alla propaganda del governo, che con Fazzolari si affretta a dichiarare: «Noi siamo i soli che non tutelano le banche, abbiamo fatto ciò che altri prima di noi non hanno fatto».

Quanto alla CGIL, chiede al governo analoghe misure verso gli extraprofitti di aziende farmaceutiche e alimentari. Un rilancio platonico che ripropone la logica di pressione su Giorgia Meloni senza uno straccio di piattaforma di mobilitazione (reale). La stessa linea fallita dell'ultimo anno, e non solo.

Il risultato è che il governo continua a brillare della miseria altrui. Della assenza di un'opposizione vera che rivendichi una alternativa di società e si batta per conquistarla. Costruire questa opposizione è il fronte della battaglia d'autunno. L'unica via per contrastare la demagogia ingannevole di un governo a guida postfascista, e sviluppare la coscienza politica degli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

La baldoria dei profitti


I record di Piazza Affari

Ci sono voluti quindici anni per riguadagnare i livelli del 2008, ma l'impresa è riuscita. La Borsa di Piazza Affari festeggia l'aumento del 19% dei propri listini dall'inizio dell'anno. È «la Borsa migliore d'Europa» dichiara La Stampa con ostentata soddisfazione.
I dati sono effettivamente impressionanti. In particolare per le grandi banche tricolori. L'aumento dei tassi d'interesse da parte della BCE si è tradotto nell'impennata dei tassi variabili dei mutui, con un dramma insostenibile per milioni di famiglie. Ma per le banche è stata una ragione di gioia: Banca Intesa Sanpaolo ha accresciuto del 15% le proprie quotazione da gennaio. Le azioni di Unicredit hanno visto nel medesimo periodo una crescita abnorme del 62%!

L'euforia di Borsa non riguarda solo le banche. Un big del petrolio come ENI, nel primo semestre 2023, ha realizzato una valorizzazione azionaria del 24%, l'ENEL del 24%. Le grandi aziende del made in Italy, come Ferrari, Moncler e Tod's, fiori all'occhiello della retorica governativa, hanno visto crescite di Borsa tra il 30% e il 40%. Lo stesso vale per le compagnie aeree, che dopo i lockdown per il Covid hanno conosciuto una ripresa poderosa, costruita sul supersfruttamento del lavoro e sull'aumento di prezzo dei voli. Più in generale l'aumento dei prezzi che falcidia i salari si presenta sempre più come avidità dei profitti.

Tutto questo non solo dimostra la necessità e l'urgenza di una grande battaglia per forti aumenti salariali (di almeno 300 euro netti) per l'intero lavoro salariato, entro una piattaforma di lotta generale, ma rivela anche una volta di più la stessa anatomia della società borghese e delle sue leggi. Una piccola minoranza di grandi capitalisti, banchieri, azionisti costruisce quotidianamente le proprie fortune sulla spoliazione dei lavoratori e della maggioranza della società.

Rovesciare la dittatura di questa classe, affermare un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, è l'unica vera alternativa. Costruire il ponte tra le battaglie immediate e questa prospettiva è la ragione programmatica del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Dove sono i soldi

 


L'impudenza del portavoce delle banche. La necessità della loro nazionalizzazione

Il Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana (ABI), Antonio Patuelli, ha tuonato contro l'eccesso di spesa pubblica sulla stampa del Gruppo GEDI (La Stampa, 23 maggio). Il Sole 24 Ore la lanciato una campagna analoga denunciando la «dinamica incontrollata delle spese di assistenza sociale e pensionistiche». Si potrebbe dire che si tratta delle solite campagne padronali che da trent'anni hanno dettato a tutti i governi le peggiori terapie antioperaie. Ma c'è una differenza. Il rilancio della campagna padronale non avviene in un contesto di crisi ma in piena euforia dei profitti, come documentano gli stessi giornali padronali. Di più: proprio l'euforia dei profitti sospinge l'aumento dei prezzi, quello che falcidia i salari. Una dinamica europea. Persino la BCE calcola che nell'eurozona «il grosso della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall'incremento degli utili delle imprese» (Corriere della Sera, 22 maggio). Più chiaro di così.

L'euforia dei profitti attraversa diversi settori ma è clamoroso per le banche. Le prime venti banche europee hanno realizzato 56 miliardi di utili nel primo trimestre 2023. Sono in prima fila proprio le banche italiane, quelle rappresentate da Patuelli, quelle che in risposta all'alzata dei tassi della BCE hanno alzato i mutui variabili, per intenderci. Nel solo primo trimestre del 2023 le prime sei banche italiane hanno accumulato 8776 milioni di utili, quasi 9 miliardi, con un incremento medio del 56% rispetto all'analogo trimestre dell'anno precedente. Intesa San Paolo ha fatto meglio, con un aumento del 87,5. Per non parlare di Unicredit, i cui profitti nello stesso periodo sono passati da 274 milioni a 2,064 miliardi.

Naturalmente con l'incremento dei profitti è cresciuto il valore azionario dei rispettivi patrimoni in Borsa. Perché la maggiore redditività del capitale ha sospinto l'acquisto di azioni bancarie. facendone lievitare il valore. Dunque, più dividendi per gli azionisti, maggiore la loro ricchezza finanziaria.
Eppure nessuno si sogni di tassare i profitti, neppure quelli extra. «In dottrina non esiste la nozione di extraprofitti; qualora poi si volesse creare il neologismo si dovrebbe ammettere anche il suo contrario, le extraperdite», dichiara l'ineffabile Patuelli (23 maggio, La Stampa)

Bene. C'è una sola soluzione di svolta, all'insegna dell'igiene morale oltre che della giustizia sociale: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti.
Basta parassiti a carico di chi lavora!
Solo un governo dei lavoratori può realizzare questa misura. Non a caso fu attuata dalla Rivoluzione d'ottobre. A tutti coloro che dicono, anche a sinistra, che il bolscevismo è inattuale perché non tiene il passo coi tempi, ci spieghino cosa c'è di più attuale. Il problema è prenderne coscienza.
Il PCL vive e lavora per questo. In ogni lotta, in ogni movimento di resistenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Che tempo che fa: la sinistra ai piedi del Papa


 L'esibizione del Papa a Rai 3 nel programma di Fazio “Che tempo che fa” ha suscitato a sinistra un'autentica estasi. Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha fatto i complimenti al Papa per le sue immancabili parole di pace. Giorgio Cremaschi per Potere al Popolo ha sentito il bisogno di un pubblico «grazie Papa Francesco» per il «formidabile sostegno» a chi non ha rinunciato alla lotta per l'uguaglianza e la giustizia, e per il socialismo. Il redivivo Fausto Bertinotti, da tempo in formato trascendente grazie alla benedizione di Comunione e Liberazione, ha visto in Bergoglio la riscoperta del Vangelo al di sopra delle miserie umane... e via discorrendo.


Che pena. Ai dirigenti vecchi e nuovi della sinistra riformista non interessa la realtà ma la finzione. Invece di liberare gli sfruttati dall'intossicazione religiosa; di spiegar loro che il Papa è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che succhia miliardi dalle loro tasche grazie ai privilegi concordatari; che la Chiesa è la più grande proprietaria immobiliare al mondo, ha pacchetti azionari in tutte le banche rapinatrici, nell'industria di guerra, nei colossi del petrolio e del carbone, nella sanità privata che trionfa in Borsa grazie al saccheggio di quella pubblica; che la casta sacerdotale si regge strutturalmente sulla misoginia, sulla discriminazione della donna, dei gay, delle lesbiche, di tutte le minoranze sessuali, e sui crimini contro i bambini in tutti gli angoli del pianeta... Invece di denunciare questa verità elementare, esaltano la sua ipocrita rimozione, e addirittura ringraziano commossi l'affabulazione retorica di un istrione vestito di bianco, alleato di tutti i poteri, e già complice, non a caso, da capo dei Gesuiti a Buenos Aires, della giunta militare di Videla (1976-1981).

Marx scriveva che i sudditi pensano di essere tali perché esiste un re, non sapendo che un re esiste perché loro sono sudditi. La sudditanza della sinistra verso il Papa richiama lo stesso spartito. Pendendo dalle labbra del Sommo Pontefice, contribuisce a nutrire il mondo capovolto dell'illusione religiosa, l'oppio dei popoli, a vantaggio dei capitalisti.

Non accade per caso. Una sinistra che ha rimosso la rivoluzione contro il capitale rimuove la stessa contestazione della Chiesa, che del capitale è componente organica e inseparabile. Una sinistra che prende ministri nei governi capitalisti, con Prodi, con Tsipras, con Sanchez, con Boric, cerca per sua natura la propria legittimazione presso la Chiesa. È la prova che solo una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria può opporsi realmente al potere papalino e al suo mito fasullo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il volo dei Draghi

 


La crisi della Repubblica

3 Febbraio 2021

L'incarico a Draghi è la misura della profondità della crisi. Nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non è riuscita a trovare per via ordinaria una soluzione alla propria impasse politica. Ma i padroni hanno trovato il proprio mandatario

La Borsa vola, precipita il differenziale di interesse tra Btp e Bund. Il capitale finanziario saluta stamane a modo suo l'annunciata investitura di Mario Draghi quale futuro Presidente del Consiglio. È insieme l'attesa di una sospirata stabilità politica e la smisurata fiducia nella persona. Colui che tutta la stampa borghese presenta come il salvatore della patria con un tocco di pagana idolatria.


L'INTERESSE SUPERIORE DEL CAPITALE FINANZIARIO

Come scriveva Marx, la borghesia presenta sempre come interesse generale il crudo interesse della propria classe. Mario Draghi è un caso emblematico. Quale servitore dello Stato borghese egli ha svolto con disciplina e onore le proprie funzioni per trent'anni. Prima come Direttore generale del Ministero del Tesoro negli anni cruciali dell'ingresso nell'Euro (1991-2001), poi come Governatore della Banca d'Italia (2005-2011), infine come Presidente della BCE durante la grande crisi capitalista del 2008-2012. La sua stella polare, nella diversità dei ruoli, è stata sempre una sola: l'interesse del grande capitale. Negli anni '90 sponsorizzando la distruzione della scala mobile, la precarizzazione del lavoro, l'onda lunga delle privatizzazioni, dentro il quadro delle politiche di concertazione. Negli anni 2000 con la famigerata lettera della BCE (2011) che prescriveva tagli drastici alle spese sociali per pagare il debito pubblico alle banche in cambio dell'ombrello protettivo sui titoli di stato italiani.
“È colui che ha svenduto l'Italia alla finanza tedesca” gridano i sovranisti di ogni colore un tanto al chilo. È vero l'opposto: Draghi ha coinvolto la Bundesbank obtorto collo nella protezione del capitalismo italiano sul mercato finanziario internazionale. Ciò che industriali e banchieri tricolori hanno capito benissimo, a differenza di tanti imbecilli.

Ora il mandato che Mattarella gli affida è più impegnativo dei precedenti. La crisi in corso è più profonda che dieci anni fa, la pandemia ne moltiplica durata ed effetti, il declassamento di ampi settori di piccola borghesia restringe la base sociale d'appoggio dei governi in carica, e non solo in Italia. Ma soprattutto è diverso lo scenario politico che fa da sfondo. Nei primi anni '90 la caduta della "prima repubblica", tra il crollo dell'URSS e Tangentopoli, spinse una ristrutturazione complessiva del sistema politico-istituzionale attorno all'alternanza di due poli di governo, centrosinistra e centrodestra. Un equilibrio che per più di vent'anni ha incardinato le stesse politiche borghesi. Ma proprio questo equilibrio politico è franato dieci anni fa, sotto la pressione della grande crisi capitalista. Il governo di salute pubblica di Mario Monti fu il notaio di questo decesso, e al tempo stesso il volano del ciclo populista, quando milioni di salariati allo sbando cercarono nel grillismo, poi nel renzismo, e infine nel salvinismo la soluzione (reazionaria) della propria crisi, in risposta all'abbandono e al tradimento della sinistra. Ma un equilibrio nuovo non è stato trovato. La vicenda rocambolesca della presente legislatura, con due governi di diverso segno ma con lo stesso Presidente del Consiglio ed entrambi franati, ne è una testimonianza impietosa.
È un fatto: nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non ha trovato per via ordinaria una soluzione della propria crisi politica. Una crisi che minaccia l'intera Unione Europea, perché investe la seconda potenza industriale del continente.


LE INCOGNITE DI UNO SCENARIO POLITICO INSTABILE

L'incarico a Mario Draghi è la misura della profondità della crisi. È un tentativo di commissariamento della politica borghese nell'interesse superiore della borghesia italiana e della UE. Sotto questo profilo assomiglia alla soluzione Monti del 2011. Verificata l'impraticabilità di una ricomposizione della maggioranza parlamentare uscente, la presidenza della Repubblica ricorre ad una soluzione straordinaria di emergenza nazionale, all'insegna della “salvezza del Paese”.
Vedremo nelle prossime ore se il Presidente incaricato troverà una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia su cui appoggiarsi. Il quadro politico è assai più frantumato che ai tempi di Monti: la principale forza parlamentare, il M5S, è attraversata da movimenti tellurici potenzialmente deflagranti, il PD è percorso da convulsioni irrisolte, la stessa alleanza di centrodestra registra crepe profonde. Ma la forza di Draghi sta nel fatto di essere davvero l'ultima diga di sistema, oltre che l'ultima barriera rimasta contro elezioni anticipate che falcerebbero tutte le forze politiche con l'unica eccezione di Fratelli d'Italia. Che infatti è l'unico partito che le chiede davvero.

Di certo Draghi ha dalla sua la militanza delle organizzazioni padronali, a partire dalla Confindustria di Carlo Bonomi. La polemica di Draghi contro il “debito cattivo” a favore del “debito buono” sulle colonne del Financial Times è musica per le orecchie del capitale. Significa che i soldi a debito per assistere un operaio licenziato sono sprecati, mentre diventano produttivi se intascati dal padrone che lo licenzia. La povertà è una colpa, il profitto una virtù. I vertici di Confindustria hanno trovato il proprio mandatario.

Di certo affidare a Draghi la gestione dei duecentonove miliardi di fondi europei significa metterli in mani sicure: una nuova messe di miliardi freschi nelle tasche dei padroni in larga misura scaricati sul debito pubblico, quindi sulla schiena di quella Next generation nel cui nome sono versati.
Non solo. Trattandosi in larga misura di prestiti sul mercato finanziario continentale, richiederanno precise condizioni, a partire dal controllo del debito pubblico. La riforma degli ammortizzatori sociali e l'abolizione dell'elemosina di "quota 100" sono già sul conto dell'operazione. Chi meglio di Draghi può farsi garante in sede europea ? Lo stesso vale per lo sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede che il rinnovo del blocco riguardi tutt'al più e per breve tempo le aziende già assistite dalla cassa Covid, non le altre. Che è come dire che va data libertà di licenziare alle aziende che vanno bene e fanno profitti, essendo le altre assistite dallo Stato. Già il ministro Gualtieri, non a caso sponsorizzato da Bonomi, aveva predisposto tale soluzione. Chi meglio di Draghi può garantire la sua esecuzione?


L'ALLINEAMENTO DI LANDINI A DRAGHI

Tanto più in questo quadro è illuminante, ma non sorprendente, il comportamento della CGIL e del suo segretario. Maurizio Landini già in queste ore ha sentito il bisogno di allinearsi all'unità nazionale. Quando il capitale chiama, la burocrazia sindacale risponde. Più il capitale è in difficoltà, più la mano soccorritrice si allunga. Negli anni '90 si regalò ai padroni la scala mobile. Negli anni 2000 l'abbattimento delle tasse sui profitti, con l'IRES passata in un solo anno dal 34% al 27,5% (col voto, ahinoi, di Rifondazione Comunista). Nel 2012 si diede il lasciapassare alla riforma Fornero sulle pensioni. Ogni volta colpendo gli operai o abbandonandoli alla scure padronale. Ogni volta offrendo alle destre peggiori un terreno di pascolo tra i salariati. Perché oggi dovrebbe essere diverso? Landini ha già prostrato la CGIL ai piedi di Giuseppe Conte, e ha già offerto a Bonomi un'«intesa di sistema», come lui stesso l'ha definita. Potrebbe forse mostrarsi insensibile all'attuale richiamo patriottico? La burocrazia si sente un'istituzione della Repubblica. A modo suo lo è. Le offre la pace sociale in cambio di un riconoscimento di ruolo. Landini chiede semplicemente a Draghi di riconoscere questa funzione calmieratrice della CGIL. Gliel'ha riconosciuta Bonomi, la riconoscerà anche Draghi. Il quale già nella dichiarazione di investitura ha rivendicato non a caso la collaborazione tra le parti sociali e la loro coesione.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

Di certo, nel caso che un nuovo governo di unità nazionale dovesse insediarsi – ipotesi al momento ancora virtuale – sarà necessario aggiornare il confronto in tutta l'opposizione di classe. La parola d'ordine del fronte unico della classe operaia contro il fronte unico padronale assumerà ancor di più in quel caso una valenza politica centrale. Sul terreno sindacale come sul terreno politico, tutte le organizzazioni di classe andranno chiamate a serrare le file attorno ad una piattaforma di mobilitazione unitaria. Ogni organizzazione andrà messa di fronte alle proprie responsabilità.
La piattaforma del Patto d'azione e della Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi acquista tanto più oggi una valenza centrale, e al tempo stesso dovrà misurarsi con un livello di scontro obiettivamente superiore, già peraltro annunciato dallo sblocco dei licenziamenti.

Costruire una risposta proporzionale all'attacco significa lavorare oggi più di ieri a un fronte unico di classe e di massa, fuori da ogni logica o tentazione di autorecinzione minoritaria. Unire l'azione dell'avanguardia per unire la massa dei lavoratori e delle lavoratrici è e sarà in ogni caso la bussola politica del nostro partito, dentro la prospettiva più generale di un'alternativa anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Vaccinazione di massa e società borghese

 


La natura capitalistica della società ostacola ogni passo della vaccinazione

La vaccinazione di massa contro il Covid-19 è e sarà un'esperienza storica dell'umanità. Ma proprio per questo un'esperienza che mette a nudo una volta di più l'irrazionalità dell'attuale sistema sociale. Un sistema funzionale a sospingere nel mondo la corsa agli armamenti per spartire zone di influenza e fette di mercato si rivela inadatto a vaccinare l'umanità contro la pandemia.

A ogni passo la vaccinazione di massa inciampa sulla legge del profitto.


IL LUNA PARK DELLE BORSE ALL'INSEGUIMENTO DEL VACCINO

I colossi mondiali della farmaceutica, spalleggiati dai rispettivi stati, gareggiano senza risparmio di colpi per la spartizione del gigantesco mercato. Gli stati imperialisti, a partire dagli USA, si assicurano i primi stock della distribuzione attraverso contratti privilegiati con le proprie multinazionali. Il grosso dell'umanità resta in coda, a partire dall'Africa e dall'America Latina. Ma questi contratti sono in larga parte coperti da segreto negli stessi paesi imperialisti. Vengono rese pubbliche in linea di massima le quantità di dosi pattuite, non la parte economica e giuridica dei contratti stipulati. I lavoratori pagano i costi dei contratti, attraverso la tassazione – che ovunque grava principalmente sui salariati – ma sono privati del diritto di conoscere ciò che pagano, persino quando si tratta di vaccini. Del resto, il segreto industriale e commerciale protegge a monte i grandi monopoli dagli sguardi indiscreti di salariati e consumatori. Vale per gli articoli sanitari ciò che vale per ogni altra merce.

Pubblica è stata invece la concorrenza spietata tra gli azionisti di Pzifer, Moderna, Astrozeneca, in uno spregiudicato gioco a scavalco usando dichiarazioni di stampa sui gradi di copertura vaccinale offerti. La copertura giudicata sufficiente dagli scienziati era il 70%? Pzifer ha annunciato di riuscire a coprire il 90%, Moderna ha rilanciato due giorni dopo annunciando la copertura del 94%, Pzifer a questo punto ventiquattrore dopo proclamava il 95%. Nessuno di questi annunci al rialzo, sia chiaro, aveva allora validazione scientifica. Ma che importa? L'importante è che avessero successo in Borsa, con l'impennata straordinaria del valore delle azioni, con banche, imprese, compagnie di assicurazione, speculatori e faccendieri di ogni risma, che hanno comprato azioni di Pzifer e Moderna in attesa dei dividendi promessi. Eppure non stiamo parlando di profumi o di moda, stiamo parlando del vaccino contro la più grande pandemia dell'ultimo secolo, che ha già fatto quasi due milioni di morti al mondo. La verità è che tutto è merce nella società capitalista. I vaccini sono quotati nel luna park di Borsa al pari della Coca Cola o di un tappeto, perché il valore di scambio di una merce è indifferente al suo valore d'uso.


SISTEMI SANITARI DISOSSATI OVUNQUE INADATTI A GESTIRE LA VACCINAZIONE

Ma proprio l'uso del vaccino presenta ora grandi difficoltà.

Di fronte alla grande recessione mondiale, i governi borghesi hanno ricoperto d'oro i monopoli della farmaceutica ed esercitato pressioni sulle autorità sanitarie di validazione perché si operasse con la massima celerità. E il risultato è stato ottenuto. Ma non hanno fatto i conti coi sistemi sanitari che ora debbono gestire la vaccinazione, gli stessi sistemi sanitari disossati negli ultimi decenni per ingrassare sanità privata e banche.

Non parliamo dei paesi dipendenti e dei continenti arretrati. Parliamo dei principali paesi capitalisti. E non solo degli USA, ma di tutta l'Europa capitalista. La Germania, indicata dai liberali progressisti come modello ed esempio di welfare, conosce in questi giorni il cedimento clamoroso del proprio sistema sanitario: una sanità semiprivatizzata, con grave carenza di personale, decine di migliaia di infermieri con contratti interinali, un numero di letti pesantemente inferiore alla bisogna. Francia e Spagna seguono a ruota. Il problema ovunque è lo stesso: un sistema sanitario che si è mostrato incapace di contrastare adeguatamente la pandemia può ora affrontare lo sforzo gigantesco della vaccinazione, per di più nel momento in cui il Covid rialza la testa con nuove minacciose mutazioni del virus?

Il caso italiano è da manuale. Il 27 dicembre come in tutta Europa inizia la vaccinazione. La prima fascia di popolazione interessata, tra personale sanitario e degenti delle case di riposo, ammonta a un milione e ottocentomila unità. Sono ore frenetiche in cui le diverse ASL regionali rincorrono affannosamente il tempo perduto per predisporre le condizioni necessarie per partire. Il primo problema sono i frigo per conservare le dosi. Sul mercato si trovano freezer con prezzi da 7000 a 16000 euro, ovviamente lievitati verso l'alto, come in ogni logica speculativa; i loro tempi di consegna variano da pochi giorni a diversi mesi. Significa che il 27 dicembre diversi hub per la distribuzione si troveranno scoperti. Lo stesso dicasi per i congelatori.


LA MANCANZA DI PERSONALE SANITARIO IN ITALIA

Ma il problema più grande resta, guarda caso, la carenza di personale. E non si tratta solo dei somministratori del vaccino, di cui già ci siamo occupati, scelti da agenzie interinali ripagate con trenta milioni di euro, e ad oggi in larga parte mancanti, ma del personale sanitario nel suo insieme.

Il problema è semplice. Le disposizioni mediche prevedono che le persone cui viene inoculato il vaccino debbano tornare a casa dopo l'iniezione. Ma al primo giro sono proprio gli operatori sanitari che sono interessati dalla vaccinazione. Se vanno a casa dopo la puntura i medici e gli infermieri degli ospedali, chi provvede al loro rimpiazzo? Pare che nessuno avesse pensato a questo piccolo dettaglio. La penuria cronica delle piante organiche ospedaliere, che già costringono il personale a lavorare per più di dodici ore al giorno, diventa esplosiva proprio nel momento della vaccinazione di massa.

La vaccinazione prevede una rigida scansione temporale di lavoro, con passaggi tra loro incastrati, come in una catena di montaggio. Per ogni turno di cinque ore servono un medico, un infermiere, un amministrativo, un operatore socio-sanitario. Questa è l'unità di vaccinazione, per una media di 15 iniezioni all'ora, da replicare dopo 21 giorni. Serve una stanza per l'attesa e la registrazione, una stanza per l'inoculazione, una stanza dove il paziente riposa per una mezz'ora, per verificare la possibile manifestazione di reazioni allergiche. Tutto questo in aggiunta al normale servizio sanitario e contestualmente al suo esercizio ordinario. Dove si trovano persone, strutture, mezzi necessari?

Non è tutto. La vaccinazione non è solo inoculazione. Implica la costruzione di un'anagrafe vaccinale, con la storia sanitaria di ciascuno. Richiede soprattutto il controllo medico successivo dei vaccinati. Com'è possibile affrontare questa esigenza elementare quando la medicina territoriale è semplicemente scomparsa, perché smantellata per decenni? Certo, c'è la medicina privata, le strutture convenzionate con soldi pubblici, quelle cui molti hanno dovuto ricorrere pagando fior di quattrini per ottenere il sospirato tampone che la sanità pubblica collassata non è in grado di offrire. Ma anche il decorso medico dei vaccinati dev'essere affidato alle mani del profitto? E gli operai che non possono permettersi i costi del trattamento privato?

A ciò si sovrappone in Italia (ma in Germania coi Länder non è molto diverso) la moltiplicazione delle autorità di riferimento. Ventuno Regioni sono ventuno sistemi sanitari diversi con diverse disposizioni e livelli di trattamento. La vaccinazione è disposta dal ministero, ma saranno le Regioni a gestirla (convocazioni dei residenti, firma dei consensi, iniezioni e verifiche...).
«Sono giorni di confusione, stiamo impazzendo con la pianificazione. Non sappiamo neanche come porteremo le dosi nelle RSA, dobbiamo ancora completare la lista delle adesioni e il calendario delle vaccinazioni» esclama il dottor manager di una delle ASL laziali intervistato da Repubblica (20 dicembre), ad appena sei giorni dal V-Day. Ma la pianificazione è impossibile nell'anarchia del capitalismo, capace di tagliare trentasette miliardi alla sanità ma incapace di organizzare la vaccinazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

(Un altro) regalo di Natale ai capitalisti

 


In piena pandemia il governo detassa i fondi esteri

19 Dicembre 2020

Il paradiso fiscale per i capitalisti è l'inferno fiscale per i proletari

La stessa legge di stabilità che rifiuta le necessarie assunzioni di personale sanitario provvede a detassare ulteriormente i capitalisti. Dopo la continua discesa della tassa sui profitti (IRES) nel corso degli ultimi tredici anni (dal 34,5 al 20%); dopo la cancellazione della prima tranche dell'IRAP nel luglio del 2020 (per quasi 4 miliardi) a scapito della sanità pubblica e a vantaggio di tutte le aziende, anche di quelle che hanno maggiorato fatturato e utili (farmaceutica, informatica, alimentare, militare...), la nuova legge di stabilità dedica un pensiero di riguardo alle società estere che investono in Italia. I dividendi e le plusvalenze dei fondi esteri europei vengono infatti esentati da ogni tassazione. Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore (18 novembre) dà grande risalto al provvedimento, perché «eliminerà la discriminazione nei confronti dei fondi italiani, che beneficiano di un'esenzione totale da qualsiasi forma di trattenuta alla fonte».
Insomma un trionfo del principio di uguaglianza tra capitalisti, al di là dei confini nazionali. Del resto a cosa serve l'Unione Europea se non a garantire innanzitutto la libera circolazione di capitali esentasse?

Questo provvedimento misura una volta di più l'ipocrisia delle lamentele della stampa borghese circa l'esistenza di paradisi fiscali in Europa. Evidentemente non si tratta di privilegi da cancellare, ma da estendere. Del resto: estendendoli a tutti non cessano forse di essere privilegi? L'intera Unione Europea si fa paradiso fiscale dei ricchi nel nome della libertà e dell'uguaglianza. L'Italia semplicemente partecipa a questa gara per attrarre gli investimenti esteri in Borsa, evitando che si dirigano altrove. Questa concorrenza al ribasso tra tutte le aree continentali, e al loro interno, in fatto di tasse sui capitali, ha un preciso risvolto economico e sociale. Aumenta sempre più il debito pubblico degli stati capitalisti, e parallelamente mina le fondamenta stesse di ciò che resta del welfare: sanità, istruzione, pensioni, servizi sociali. Tutti massacrati negli ultimi quarant'anni per finanziare la detassazione dei profitti e gli interessi sul debito alle banche. Oggi la corsa continua con nuove detassazioni e nuovo debito da scaricare sui salariati, quelli che pagano l'80% delle tasse. Il paradiso fiscale per gli uni è l'inferno fiscale per gli altri.
I riformatori che sognano un capitalismo umano e giusto cercano un cerchio che si faccia quadrato. Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo Stato delle banche

 


Ulteriori agevolazioni fiscali alle banche per incoraggiare le fusioni

1 Dicembre 2020

Lo Stato è per le banche il primo cliente. Le banche comprano titoli pubblici in cambio del loro rimborso e dei rispettivi interessi. Interessi oggi molto bassi per via del gigantesco acquisto dei titoli pubblici, e obbligazioni private, da parte della BCE. Le banche si rifanno con l'acquisto dei titoli azionari, che invece conoscono una vera euforia proprio perché offrono rendimenti maggiori dei titoli pubblici, e quindi attirano una massa crescente di capitali.
C'è tuttavia un problema: la sospensione della distribuzione dei dividendi bancari suggerita dalla BCE. Una raccomandazione non vincolante, e infatti da alcune banche disattesa, e tuttavia condizionante. Le banche temono che le proprie azioni in Borsa possano subire un danno per questo in termini di fuga di capitali. Temono cioè che azionisti affamati di dividendi a breve possano indirizzarsi altrove. Da qui il pressing sulle autorità europee e sulla stessa BCE perché si possa tornare a distribuire (grassi) dividendi agli azionisti, e quindi trattenere i capitali investiti. Peraltro le autorità europee andranno incontro assai presto alla richiesta delle banche, come la Commissione Europea ha già ufficiosamente anticipato.

Ma le banche non sono ancora soddisfatte. Hanno paura di essere esposte a un'ondata di crediti deteriorati per via della recessione e delle crisi industriali, con la relativa perdita di patrimonio. È vero che lo Stato ha offerto loro la copertura di garanzie pubbliche per i crediti concessi, socializzando così le loro perdite coi soldi di tutti (in primis dei lavoratori). Ma le banche temono che l'ondata dei crediti deteriorati possa essere troppo grande per essere coperta dallo Stato, e vogliono dunque nuovi assicurazioni e vantaggi. Lo Stato borghese provvede.

«Lo Stato aiuta la corsa alle fusioni» titola il quotidiano di Confindustria (28 novembre). Vale per le aziende ma vale soprattutto per le banche. Di cosa si tratta? Presto detto. La nuova grande crisi ha aperto ovunque la febbre delle fusioni bancarie, cioè di ingenti concentrazioni finanziarie. In tutta Europa le grandi banche puntano ad assimilare le piccole per irrobustire il proprio patrimonio e competere con forza maggiore con le banche americane e cinesi. Il problema è che tante piccole banche del territorio, molto esposte sul versante della piccola e media impresa, sono perciò stesso fortemente esposte in fatto di crediti scoperti e a loro volta molto indebitate col fisco. Cosa fa a questo punto lo Stato? Rinuncia ai propri crediti fiscali nel caso che le piccole banche si fondano con le grandi.

Le agevolazioni fiscali non sono bruscolini. Nel caso della sola fusione tra BPER e BPM lo Stato regala un miliardo alle banche interessate. Il giro complessivo di fusioni bancarie annunciate – innanzitutto quella tra Unicredit e MPS – costerebbe all'erario ben cinque miliardi. Risorse sottratte alla sanità pubblica, all'istruzione, al lavoro, al rinnovo dei contratti pubblici, e direttamente girato agli azionisti.
Si dirà: “così fan tutti”, tutti gli Stati borghesi del vecchio continente (e non solo), a partire dagli stati imperialisti. Nello Stato spagnolo le fusioni bancarie con agevolazioni fiscali dello Stato sono più avanzate che in Italia, con la benedizione di Iglesias e di Podemos. Ma appunto ovunque lo Stato, per dirla con Marx, è il comitato d'affari della borghesia, indipendentemente da chi lo governa. Ai lavoratori e alle lavoratrici il compito di rovesciarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

L’unico vaccino è l’anticapitalismo

 
La vera velleità non è arrivare ad azzerare la somma dei contagiati e degli ammalati, ma è pensare di poter tenere insieme la salute delle persone e l’economia capitalista


Preservare la salute e l’economia tenendo insieme le due questioni, così ha dichiarato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte nel corso della conferenza stampa di ieri, 25 ottobre.

«Gli ultimi dati epidemiologici che abbiamo analizzato non ci possono lasciare indifferenti. L’analisi segnala una rapida crescita con la conseguenza che lo stress sul sistema sanitario nazionale ha raggiunto livelli preoccupanti […] Dobbiamo fare il possibile per proteggere salute ed economia».

C’è chi accusa i comunisti di avere parole d’ordine antiche, vecchie, che non entusiasmano più nessuno o, ancora meglio, di possedere idee talmente irrealizzabili da essere utopiche. Così, almeno, è quel che dichiarano i detrattori, siano essi socialdemocratici, riformisti o ancor peggio liberali o radicali. Quel che ha dichiarato il Presidente Conte, nella conferenza stampa in cui ha presentato l’ultimo Dpcm, è infinitamente più utopico delle idee bollate come “antiche e irrealizzabili” che vengono attribuite, spesso ben condite da luoghi comuni e pregiudizi, ai comunisti. Nella fase attuale, nel concreto della situazione, entrando nella carne viva della pandemia in atto nel nostro paese e nel mondo, affermare di voler tenere insieme la salute delle persone, delle lavoratrici e dei lavoratori, con l’economia, è enormemente più fantascientifico di chi bolla i comunisti come superati dalla storia.

Il primo lockdown ci ha insegnato come i settori più colpiti fossero quelli su cui la scure del capitale si è abbattuta più duramente nel corso degli ultimi trent'anni. Non staremo qui a ripetere quanto il coronavirus abbia portato in superficie ogni contraddizione del sistema capitalistico, già ampiamente trattato dal nostro partito con articoli, analisi, volantini e iniziative a riguardo.
Già il 5 aprile di quest’anno, tuttavia, denunciavamo come si stesse aprendo una profonda contraddizione tra la «pressione confindustriale a ripartire subito e a qualunque costo, e la richiesta di continuità del confinamento per un tempo non breve da parte delle autorità sanitarie». Il governo, posto nella proverbiale condizione infelice tra il martello e l’incudine, tentennò un po’ salvo poi riaprire nel giro di breve tempo. Riaperture, in quella fase, in cui continuavano a mancare su tutto il territorio nazionale strumenti di protezione elementare per la popolazione, per gli operatori sanitari, per i lavoratori e le lavoratrici.
Una condizione evidentemente esplosiva, che ha portato con sé in dote l’aumento esponenziale di nuovi contagi. Ma il mantra era “l’economia non può permetterselo”, al punto che anche settori popolari hanno iniziato ad introiettare questo ritornello.

Stando sempre alle parole di ieri di Conte, pare sia “velleitario” arrivare alla somma di zero contagi, positivi e guariti. Il punto è che non c’è niente di velleitario nel rivendicare condizioni igienico-sanitarie adeguate alla vita quotidiana ed al lavoro delle persone.
Velleitarie sono le posizioni di Confindustria.
Quel che si sta andando a delineare nel prossimo mese è un lockdown non dichiarato, per cui le persone sono semplici unità di produzione che possono recarsi presso il proprio posto di lavoro, tornare a casa, fare la spesa. Produci-consuma-crepa.
Il mantra è sempre lo stesso. L’emergenza per i padroni è un conto, per i lavoratori è ben altra cosa, lo dimostrano i dati dell’incremento esponenziale delle ricchezze dei multimiliardari che gestiscono celeberrime aziende transnazionali.

La guerra – come giornalisti e professori universitari l’hanno chiamata nel corso dei primi mesi della pandemia – contro il coronavirus è una certezza, così come lo è quella contro il capitalismo, solo che quest’ultimo rappresenta una patologia infinitamente più grave: è lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per favorire il sostentamento alle banche e ai capitalisti, e riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dai lavoratori.
Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo: o la Borsa o la vita.
Anche perché, davvero, non abbiamo nulla da perdere all’infuori delle nostre catene: abbiamo un mondo da conquistare.

Marco Piccinelli

Paghi chi non ha mai pagato!

Le ragioni di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco

Novemilasettecentoquarantatre (9743) miliardi di euro – cinque volte il Pil nazionale – sono la somma dei patrimoni detenuti in Italia secondo uno studio di Banca Italia del 2018. Quasi due terzi (5246 miliardi) sono immobili residenziali, 679 miliardi immobili non residenziali, 223 miliardi terreni coltivati. Un terzo i patrimoni finanziari, di cui oltre 1000 miliardi in azioni. In tutto, dunque, quasi 10000 miliardi.

Questi dati in sé non dicono molto, ma dicono tutto se si studia la loro composizione sociale. Il 10% della popolazione italiana possiede un patrimonio che vale 7 volte quello che detiene la metà più povera della popolazione. Nel solo ambito finanziario tra il 2006 e il 2017, il patrimonio in mano al 50% di famiglie più povere è sceso sotto l'11%, mentre quello del 10% più ricco è salito al 52%. Oggi in Italia 10701 persone detengono un patrimonio superiore a 30 milioni di dollari (al mondo sono 513000). Secondo il Wealth Report 2020 della società Knight Frank, il maggior incremento delle grandi ricchezze nel 2019 si è avuto proprio in Italia, con un incremento del 21%, il più elevato di tutta Europa e il secondo al mondo dopo la Corea del Sud. Un incremento tanto più significativo a fronte di un reddito nazionale sostanzialmente stagnante.

La grande crisi di dieci anni fa ha dato un forte impulso alla concentrazione dei patrimoni. La nuova grande crisi spingerà nella medesima direzione. Ad esempio in questo mese di crisi le azioni di Ferrari (supercar) e San Lorenzo (yacht) sono cresciute nella Borsa di Piazza Affari del 18% e nel 16% rispettivamente. Yachts e macchine di lusso non sono in terapia intensiva, e soprattutto non lo sono i loro azionisti. I capitalisti comprano e ricomprano le loro stesse azioni per gonfiarne il valore di borsa e i relativi dividendi. Il mondo del capitale finanziario si eleva al di sopra del mondo reale, e persino della produzione materiale. Più ristagna il saggio di profitto nell'economia reale, più si gonfia il parassitismo finanziario. È la misura della decadenza della società borghese.

E tuttavia questo parassitismo si appoggia sullo sfruttamento del lavoro, e si alimenta di debito pubblico e tagli sociali. Il taglio di posti letto, personale sanitario, ospedali, ha contribuito al parassitismo finanziario non meno del taglio alle pensioni e al lavoro. Per questo è inaccettabile tanto più oggi qualsiasi riproposizione di austerità e sacrifici per i lavoratori. Altro che nuovo indebitamento con le banche italiane o con la BCE o col MES, come se per i lavoratori e le lavoratrici ci fosse differenza tra ripagare il debito a Banca Intesa o a Bruxelles. È necessario rovesciare questa logica. Paghi il 10% più ricco con una patrimoniale straordinaria del 10%! Paghi chi non ha mai pagato! Per ricostruire la sanità pubblica, prima di tutto.
Partito Comunista dei Lavoratori

A chi vanno i quattrocento miliardi? E chi li paga?

Il “poderoso” intervento del governo a favore delle banche e a spese dei salariati

7 Aprile 2020
Le imprese vengono garantite dalle banche. Che vengono garantite dallo Stato. Che viene garantito da... lavoratori dipendenti e pensionati
«Un volume di fuoco mai visto», «l'intervento più poderoso della storia d'Italia». Le iperboli si sprecano sulla bocca del Presidente del Consiglio per magnificare le misure economiche varate ieri. Al netto della propaganda tronfia, c'è un nucleo di verità nelle parole di Conte, perché l'intervento è davvero poderoso. Ma a favore di quale classe? E chi è chiamato a pagare il conto? Questi interrogativi elementari sgonfiano il pallone della retorica e riportano le cose alla realtà. Realtà purtroppo assai miserabile. Nella più grande crisi sanitaria e sociale del dopoguerra, il governo italiano ha stanziato 3,5 miliardi per la sanità mentre ha posto 400 miliardi di risorse pubbliche a garanzia delle banche e a favore delle imprese, incluse naturalmente le imprese della sanità privata, che destinano l'1% alle terapie intensive perché poco remunerative. Oppure le imprese che gestiscono il ricco business delle residenze per anziani e case di riposo dove si sono condannati a morte in stato di abbandono centinaia di ospiti indifesi.


LA GIOIA DEI CAPITALISTI

Ma è bene andare più nel dettaglio. Garantire la liquidità alle imprese è la parola d'ordine di tutti i partiti borghesi, al governo e all'opposizione. La liquidità la garantiscono le banche attraverso i prestiti. Ma le banche devono essere garantite a loro volta dal rischio, tutt'altro che remoto, che le imprese non ripaghino il debito contratto. Chi, dunque, garantisce le banche? Lo Stato, che mette una montagna di miliardi pubblici a copertura dei loro prestiti. Il messaggio è esplicito: prestate pure alle imprese “senza valutazione andamentale”, cioè senza far loro i conti in tasca. I conti in tasca fateli a un cassaintegrato, a un precario, a un disoccupato che non sa come pagare affitto o mutuo, e a cui infatti negate il credito. Ma ai capitalisti no, a quelli dovete dar soldi a prescindere, con un tasso più basso e a lunga scadenza (6 anni), perché sulle imprese avete le spalle coperte dallo Stato. Il quale stanzia peraltro altri trenta miliardi a copertura delle proprie garanzie. Ma chi copre a sua volta, di grazia, le spalle allo Stato? I contribuenti, naturalmente. Cioè in primo luogo i lavoratori dipendenti e i pensionati che reggono sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale, mentre le tasse sui profitti (Ires) sono passate in poco più di dieci anni dal 34% al 20%. Qui il cerchio si chiude. Il «più poderoso intervento economico del dopoguerra» è a carico dei lavoratori e delle lavoratrici: quelli che vengono mandati in fabbrica, negli ospedali, nei supermercati, senza protezioni e sicurezza, dalle stesse imprese che intascano il malloppo. Chi può meravigliarsi se ieri la borsa di Milano è esplosa di gioia al solo annuncio di queste misure? Nello stesso giorno in cui la città contava 112 morti di coronavirus in ventiquattr'ore, Piazza Affari brindava a champagne. Del resto gli affari sono affari, e la pecunia certo non olet.


IL SORRISO DELLE BANCHE

Intascano i padroni di ogni taglia. I padroni piccoli e medi (fino a 499 dipendenti) con le garanzie offerte da un apposito fondo, ma anche i grandi padroni (da 500 dipendenti in su) grazie al sostegno della SACE, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Intascano soprattutto le banche, che possono prestar soldi à gogo senza rischiare praticamente nulla.

Già, le banche. C'è una ragione di fondo che spiega la protezione delle banche da parte dello Stato. Le banche sono le detentrici del debito pubblico italiano. Sono quelle che assieme alle assicurazioni comprano la maggior quantità di titoli pubblici emessi dallo Stato. Quando si parla di debito pubblico si parla del debito dello Stato verso le banche. E non le banche tedesche, come vorrebbe la propaganda sovranista un tanto al chilo, che purtroppo furoreggia anche in ambienti della sinistra. Ma le banche italiane: Unicredit, Banca Intesa, le grandi banche del salotto buono, quelle che controllano con propri pacchetti azionari parecchi organi di stampa. Più lo Stato ha tagliato le tasse sui capitalisti, più ha dovuto indebitarsi sul mercato finanziario con le banche (anch'esse beneficiarie a loro volta dei tagli fiscali ai profitti), pagando ogni anno gli interessi sul debito, da 60 a 80 miliardi annui. Interessi che cumulandosi gli uni sugli altri hanno trascinato un debito pubblico mostruoso, che oggi si attesta sul 130% sul Pil, ma che ora, gravato dai nuovi sostegni alle imprese, veleggia verso il 150%. Coprire le spalle alle banche è allora coprire le spalle ai propri creditori, mentre le banche trovano nello Stato il proprio cliente preferito, quello che può mettere a loro disposizione una montagna di risorse pubbliche pagate da tutti. Il poderoso intervento del governo ha innanzitutto questo significato.


L'ASSISTENZA PUBBLICA DEL PROFITTO PRIVATO

Contro le favole raccontate a sinistra sul primato del capitalismo “liberista”, da correggere con l'intervento dello Stato (“più Stato, meno mercato”), il capitalismo è più che mai un capitalismo assistito. In ogni paese e continente. Né le imprese né tanto meno le banche potrebbero mai fare a meno della montagna di miliardi che lo Stato mette a loro disposizione prelevandoli dal portafoglio dei salariati o tagliando la sanità, le pensioni, l'istruzione. Così è stato in particolare dopo la grande crisi del 2008, così sarà a fronte della nuova grande recessione che si annuncia.

Questa verità è rivoluzionaria. Se grandi imprese e banche vivono di assistenza pubblica, salvo portare in Lussemburgo o in Olanda la residenza fiscale, per quale ragione non dovrebbero essere nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori? Per quale ragione l'intera società deve essere salassata per continuare a sorreggere un piccolo mondo parassitario di tagliatori di cedole? Per quale ragione le risorse pubbliche debbono porsi al servizio del profitto privato invece che dei bisogni della collettività, della salute, del lavoro?

L'esperienze delle politiche borghesi, sullo sfondo del coronavirus, ripropone una volta di più la prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria quale unica soluzione razionale dei grandi problemi della società. L'unica via che possa restituirle l'umanità.
Partito Comunista dei Lavoratori

La necessità di un ordine nuovo

La bancarotta delle classi dirigenti di fronte all'emergenza sanitaria

6 Aprile 2020
Ci siamo sentiti magnificare per trent’anni le virtù del capitalismo. Oggi osserviamo il suo clamoroso fallimento di fronte all'epidemia che sta investendo il mondo. Un fallimento talmente conclamato da entrare nella vita quotidiana di ciascuno, a ogni angolo della Terra. Lo stesso immaginario di miliardi di esseri umani è scosso, come non avveniva dai tempi di guerra, ma su scala geografica per molti aspetti ancora più estesa. Senza separazione tra le retrovie e il fronte, senza continenti immuni. È emblematico il tema della “sicurezza”. È stata sbandierata per anni e anni in tutto il mondo e da tutte le canaglie come corpo contundente contro gli immigrati, per avvelenare le coscienze, dividere gli sfruttati, invocare ordine pubblico e disciplina. Ma dove sono ora ordine e disciplina, dov'è la sicurezza, chi la minaccia davvero?


“ORDINE E SICUREZZA”, DOVE?

Nessuno risponderebbe oggi a queste domande con lo stesso vocabolario di ieri. Perché l'esperienza quotidiana di ognuno detta oggi bel altre risposte. Ospedali senza ventilatori, territori senza ospedali, mancanza di personale sanitario, medici e infermieri mandati in trincea senza strumenti protettivi, costretti a lavorare 12 ore al giorno e perfino a selezionare i malati da salvare, malati accatastati in pronto soccorso ingolfati, assenza di mascherine idonee per la maggioranza della popolazione, test tampone col contagocce, penuria dei test sierologici, migliaia di anziani abbandonati in case di cura che diventano case di morte, migliaia di malati che crepano in casa in una spaventosa solitudine senza essere neppure censiti come malati di Covid, o se censiti senza essere curati, milioni di salariati al lavoro in assenza di garanzie sanitarie, padroni che impongono la continuità produttiva in situazioni di massimo contagio moltiplicando morti e lutti..

Non è un film di fantascienza. È lo scenario quotidiano che oggi investe l'America e l'Europa. Non è il prodotto inevitabile della pandemia. È il fascio di luce che la pandemia ha proiettato sul volto della società borghese togliendole il trucco e i merletti. Ora tutti possono guardarla bene in faccia. Una società costruita sullo sfruttamento del lavoro, sul saccheggio dell'ambiente, sull'anarchia del mercato, è incapace di affrontare una pandemia naturale che oltretutto ha contribuito a innescare. Questa è la verità che nessuno può più negare o nascondere con qualche scrollata di spalle. Perché è sotto gli occhi di tutti. E tutti sono costretti a guardarla.


LA BABILONIA DELLA SOCIETÀ BORGHESE

Impressiona il contrasto tra le potenzialità dell’economia, della tecnologia, della scienza e la miseria delle risposte che il capitalismo sa offrire. Da un lato l'intelligenza artificiale, la robotica, le nuove frontiere della comunicazione. Dall'altro l'incapacità di produrre semplici mascherine e ventilatori in misura proporzionale al bisogno, e di distribuirli secondo un piano razionale.

Le filiere produttive sono mondiali. Ma ovunque si alzano barriere nazionali o continentali a tutela dei “propri” dispositivi sanitari, nel momento stesso in cui ciascun paese si rivela incapace di produrli secondo le proprie necessità. Per di più all'interno di ogni paese si scatena una guerra silenziosa per accaparrarsi i pochi strumenti disponibili e i relativi spazi di mercato. Tra governi nazionali e regionali, ma anche tra aziende e aziende. Aziende che fanno ordinazioni in proprio di materiali sanitari sul mercato nero per ottenere licenza di produrre a scapito della concorrenza. Aziende disponibili a produrre ventilatori, per interesse di mercato, che si scontrano col monopolio del brevetto che solo una di esse detiene. Aziende automobilistiche con le gomme a terra che si improvvisano produttrici di ventilatori e mascherine, naturalmente prive dei requisiti necessari, pur di ottenere licenza produttiva. Aziende farmaceutiche e biotech che ingrassano in Borsa come mai in passato, nonostante il fallimento del sistema sanitario che hanno contribuito a spolpare negli anni (magari a vantaggio delle cliniche private che loro stesse controllano). Aziende dell'industria bellica e aerospaziale che continuano come nulla fosse quali “attività economiche essenziali”, con la benedizione dei governi e degli alti comandi militari. Bande di faccendieri, cosche di speculatori, organizzazioni criminali, che fanno di questa miseria generale il proprio mercato...

È la legge della giungla. Il segno che la specie umana, sotto il capitale, vive ancora nella sua preistoria – come scriveva Marx – dominata dai codici del regno animale.


RIMETTERE IL MONDO IN PIEDI

Ovunque manca infatti la cosa più elementare: il censimento dei bisogni, l'organizzazione razionale della produzione e distribuzione dei prodotti sanitari o parasanitari per soddisfare i bisogni censiti, l'investimento concentrato di risorse in un piano economico a questo mirato. I mezzi tecnologici lo consentirebbero come in nessun'altra epoca e su scala internazionale. Un'economia pianificata sotto il controllo dei lavoratori avrebbe oggi davvero capacità immense. Ma il capitalismo è incapace di questo, perché non si regge sulla soddisfazione del bisogno, ma sull'accumulazione del profitto. Dunque, sull'anarchia della guerra di tutti contro tutti tra le stesse fila dei capitalisti, e sulla guerra comune dei capitalisti contro il lavoro salariato. In un certo senso l'economia di guerra, come è stata chiamata, non nasce oggi, è un elemento costitutivo del capitalismo e del suo spirito animale. Semplicemente la pandemia lo rivela e lo esaspera oltre misura. Come farà parallelamente la nuova grande recessione mondiale che si profila.

Marx scriveva che nella società borghese il mondo si appoggia sulla testa, e che è necessario rimetterlo in piedi. Questo è il compito di una rivoluzione. Il nuovo scenario internazionale che oggi si è aperto ripropone le ragioni della rivoluzione socialista in tutta la loro attualità. La specie umana sta oggi vivendo un'esperienza straordinaria e drammatica nella lotta contro la pandemia del Covid. Ma la storia dimostra che le esperienze drammatiche possono risvegliare intelligenze, passioni, volontà di riscatto, magari assopite in periodi ordinari. Così è accaduto nel ‘900, così può accadere di nuovo. Nuove generazioni si affacciano sulla scena del mondo, con una coscienza politica arretrata ma senza la zavorra delle sconfitte e delle delusioni. Dare una coscienza anticapitalista a chi cerca la via di un ordine nuovo è il ruolo di un'organizzazione rivoluzionaria. Un'organizzazione che fa la differenza.
Partito Comunista dei Lavoratori

O la Borsa o la vita

Il coronavirus e l'instabile economia mondiale

11 Marzo 2020
L'altalena delle borse in tutto il mondo dimostra che il contagio in corso non è solo quello del virus. O più precisamente che il coronavirus non si occupa solo della vita delle persone ma anche della borsa dei capitalisti.

Quella parte del commentario borghese che cerca di minimizzare la crisi sanitaria per paura della recessione usa tra i suoi vari argomenti quello per cui molti tra i malati che muoiono non muoiono per il coronavirus ma a causa di patologie pregresse e per la precarietà generale della salute. Il virus agirebbe come semplice concausa del decesso. Non sappiamo se questo argomento può consolare i defunti, ma non è privo di un fondamento. Ecco, lo stesso vale in un certo senso per l'impatto del coronavirus sull'evoluzione economica mondiale. Con l'unica differenza, non secondaria, che... nessun decesso del capitalismo è possibile per effetto di una crisi economica, per quanto grave essa sia, ma solo per mano di una rivoluzione sociale. Ma questo è un altro discorso.


LE PATOLOGIE PREGRESSE DEL CAPITALE
Le tendenze alla recessione internazionale preesistono al coronavirus, e hanno le loro radici nella crisi apertasi nel 2008.

La grande crisi del capitalismo del 2008-2009 non è stata risolta nel suo fondamento strutturale: una gigantesca sovrapproduzione di merci e capitale che investe tutti i rami principali dell'economia e della produzione, a partire dall'acciaio e dall'automobile.

Nell'ultimo decennio quella crisi è stata tamponata dal combinarsi di due elementi: da un lato la tenuta dello sviluppo cinese favorita dal gigantesco investimento pubblico infrastrutturale promosso dal regime di Pechino dopo il 2008 proprio per sottrarsi alla crisi internazionale; dall'altro lato l'enorme iniezione di liquidità sui mercati finanziari da parte di tutte le banche centrali, e degli stessi bilanci pubblici, in proporzioni sconosciute alla intera storia del capitalismo.

Il punto è che entrambi questi fattori, se hanno contenuto la precipitazione, hanno concorso per altra via ad estendere le basi materiali di una nuova crisi.
Per un verso il grande sviluppo capitalistico della Cina e la sua proiezione imperialista su scala mondiale hanno concorso in molti settori ad accrescere la sovrapproduzione complessiva (si pensi all'acciaio); per altro verso l'iniezione di liquidità nelle vene dell'economia mondiale ha prodotto una bolla finanziaria molto più grande di quella che esplose nel 2007-2008 negli USA attorno ai mutui subprime, coinvolgendo oggi la stessa Cina. L'emissione di titoli finanziari da parte delle imprese come forma di autofinanziamento parallelo al credito bancario, e la pratica di acquisto da parte dei capitalisti di azioni della propria azienda (buy-back) per farle lievitare sul mercato hanno rappresentato un nuovo veicolo di sviluppo del debito privato, mentre gli Stati nazionali impegnati a ridurre le tasse dei capitalisti per contendersi gli investimenti esteri hanno continuato a finanziarsi a debito presso il capitale finanziario. La risultante è che oggi la somma di debito pubblico e privato nel mondo raggiunge la cifra iperbolica di 235.000 miliardi. È la misura del parassitismo del capitale.

La ripresa eccezionalmente prolungata del capitalismo USA – effetto di rimbalzo della grande crisi del 2008, e in qualche modo drogata a partire dal 2016 dalle politiche fiscali di Trump – ha tenuto su, nonostante tutto e in una certa misura, il tono dell'economia mondiale. Ma nell'ultimo biennio ha cominciato a delinearsi un nuovo giro di boa. La guerra dei dazi tra USA e Cina, e tra USA e UE, sospinta dalla saturazione dei mercati, dalle contraddizioni interimperialiste, e dal nuovo corso nazionalista dell'imperialismo USA; il rallentamento netto del tasso di sviluppo cinese; la tendenza al ripiegamento del Giappone; il nuovo rallentamento delle principali economie europee con l'arretramento della produzione industriale di Germania, Italia e Francia, hanno configurato nel loro insieme, e nella loro successione, il possibile innesco di una tendenza mondiale recessiva. Non una certezza, ma neppure un'eventualità remota.


L'IRRUZIONE DEL CORONAVIRUS IN UNA ECONOMIA MALATA
Il coronavirus ha fatto la propria irruzione in questo scenario instabile. Ha colpito una economia cinese infinitamente più interconnessa col mercato globale che nei primi anni 2000; e al tempo stesso ha colpito il capitalismo europeo a partire dall'Italia, già trascinata al ribasso dalla crisi tedesca. Lo stesso crollo del prezzo del petrolio è l'effetto non solo della guerra saudita e russa allo shale oil americano, ma anche dell'arretramento dello sviluppo cinese e del calo della produzione industriale che il virus sospinge.

L'Italia è ormai in recessione, con elementi di autentico crollo per settori portanti della sua struttura economica (manifattura, turismo, ristorazione, trasporti, logistica), e la recessione della seconda potenza industriale d'Europa ricadrà a sua volta su una economia continentale già stagnante. Il virus è già sbarcato in America, in un paese privo di un sistema sanitario pubblico, in cui i malati tenderanno a nascondersi per evitare il licenziamento o il costo insostenibile delle cure, col rischio di una propagazione ancor più drammatica che in Europa. Il rodeo delle elezioni presidenziali USA sarà funestato da questo ospite imprevedibile, che Trump fin che può fingerà di ignorare, col solito fare bullesco, ma che a modo suo si occuperà (anche) di Trump.

Le borse mondiali registrano come un sismografo tutto questo scenario, perché il virus può agire come punta di spillo sulla bolla finanziaria che si è ingrandita nel decennio. Il mercato azionario in giro per il mondo aveva registrato autentici record negli ultimi anni, da Wall Street a Piazza Affari. I tassi di interesse bassi o nulli assieme al fiume di liquidità hanno spinto il capitale finanziario verso l'investimento di borsa. Gli azionisti si sono divertiti a comprare e ricomprare le proprie stesse azioni per aumentarne il valore e ingrassare i dividendi. I manager al loro servizio si sono gettati nella corsa per compiacere gli azionisti e gonfiare i propri sontuosi stipendi. Ma quando si sale troppo in alto ci si fa male quando poi si cade. Il divario tra la festa delle borse e la miseria dell'economia reale si era fatto troppo grande per evitare una nuova crisi. Vedremo i suoi tempi, la sua intensità, e le sue forme. Segnaliamo solo il fatto che i margini di intervento delle banche centrali in funzione anticrisi sono minori di dieci anni fa per via dei tassi d'interesse piatti, e i bilanci pubblici degli Stati capitalisti sono gravati da un debito pubblico cresciuto a dismisura proprio per i costi del salvataggio di banche e imprese durante il decennio trascorso.

Una nuova valanga si abbatterà sulle condizioni dei salariati. Il coronavirus è una minaccia, il capitalismo una certezza. Ed è una patologia infinitamente più grave. Lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per sostenere i capitalisti e le banche riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dal lavoro.

Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo. È il caso di dire: o la Borsa o la vita.
Partito Comunista dei Lavoratori

Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

Il capitale finanziario vota la fiducia al governo M5S-PD

3 settembre 2019 - Non conta il voto scontato sulla piattaforma Rousseau, conta il voto decisivo della Borsa e del capitale finanziario. Raggiunto l'accordo M5S-PD, crollano i tassi di interesse sui titoli di Stato, le banche italiane ed estere acquistano festose nuovi titoli, il loro valore sale, l'interesse sul debito scende. Nulla più di questo fatto spiega la natura sociale del nuovo governo. 

Il grande capitale, finanziario e industriale, domina da sempre la società italiana, ma non sempre nelle stesse forme. Dopo il 4 marzo 2018 la crisi politica l'aveva costretto a governare attraverso partiti populisti che non gli appartengono direttamente (Lega e M5S) ma che gli portano in dote il consenso di un vasto blocco sociale, tra cui (purtroppo) la maggioranza assoluta dei salariati. Ora il ritorno al governo del PD è il ritorno della rappresentanza diretta del grande capitale ai vertici del potere esecutivo. Il PD è il partito organico di sistema, più rodato e sperimentato di ogni altro partito. Gli investitori finanziari non leggono il lungo programma di parole alate con cui Zingaretti e Di Maio celebrano il proprio matrimonio. A loro interessa il programma reale, e quello si sintetizza in due sole lettere: PD. È un partito che votano a scatola chiusa. È il partito che non credevano potesse tornare al governo così rapidamente, dopo i tracolli subiti, e che a maggior ragione risalutano con entusiasmo. Di più: è il partito cui affidano il compito di normalizzare il M5S, di ripulirlo delle scorie piccolo-borghesi e ribelliste, di assimilarlo alla gestione della normale stabilità capitalista. Mattarella, Franceschini, gli ambienti prodiani del PD fanno di questa operazione la loro nuova missione strategica. Nell'"interesse del Paese", naturalmente, cioè della Borsa. Se poi la nuova maggioranza nel 2022 eleggerà Prodi come Presidente della Repubblica, tanto meglio. Per Prodi naturalmente, ma anche per i circoli dominanti.
Reggerà il governo annunciato? Nessuno lo può prevedere, neppure la borghesia italiana. Perché davvero “del doman non c'è certezza” nel ginepraio dell'instabilità mondiale. Ma intanto il capitale afferra la nuova occasione per i propri affari, e brinda; mentre Salvini e Meloni preparano l'opposizione reazionaria al «governo delle élite». Solo un'opposizione del movimento operaio sul proprio versante di classe può spezzare questa tenaglia e aprire il varco di un'alternativa vera.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio: internazionalista e rivoluzionario!

In tutto il mondo il capitalismo è fonte di disastri. Trent’anni fa, dopo il crollo del Muro di Berlino, avevano annunciato una nuova era di prosperità. Ma la grande crisi del 2008 ha gettato sulla strada decine di milioni di lavoratori. Poi gli stessi sacerdoti del capitale hanno annunciato la buona novella della “ripresa”. Ma la ripresa si è rivelata tale solo per i profitti e i dividendi di Borsa. Per gli operai continua il calvario dei sacrifici, del lavoro precario, della disoccupazione, del supersfruttamento. Ovunque si allunga l'orario di lavoro per ingrassare i grandi azionisti. Ovunque si tagliano le spese su scuola, salute, trasporti, per pagare il debito pubblico alle banche. Ovunque, sotto ogni moneta, sotto ogni governo. Perché il problema non è il conio della moneta o il colore politico di chi amministra; il problema sta nel sistema capitalista, marcio nelle sue fondamenta, incapace di assicurare il progresso. 

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell'umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l'auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell'Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. 
Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato! 

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l'egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. I mari del Pacifico, l'Asia, l'Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento, in America (Trump) e in Europa. La nuova grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari degli stessi imperialismi europei, a partire da quello tedesco e francese. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili. 

L'Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Ma la grande crisi, i venti nazionalisti, le contraddizioni tra gli interessi nazionali hanno provocato una crisi profonda nella UE, paralizzata da tempo tra spinte unioniste e separatiste (Brexit). Le imminenti elezioni europee sono uno dei teatri di questo scontro. La crisi dell'asse franco-tedesco, il contenzioso tra Italia e Francia in Nord Africa, il contrasto tra USA e Germania nel rapporto egemonico con l'Est europeo, la crisi dei trattati europei sulle politiche di bilancio, i contrasti irrisolti sull'immigrazione, misurano nel loro insieme la crisi della UE. Il nuovo corso nazionalista di Trump investe su questa crisi e la alimenta. 

I lavoratori e le lavoratrici d'Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo 

Le forze borghesi europeiste vogliono subordinare i lavoratori alle ambizioni del capitalismo europeo di gareggiare alla pari con USA e Cina. Le politiche di saccheggio di salari e diritti praticate per trent’anni nel nome dell'Unione hanno avuto questo fine. Ogni sviluppo della UE in senso federalista avverrebbe sulla pelle dei lavoratori europei. Il campione dell'europeismo borghese Macron è non a caso il principale sostenitore del militarismo europeo. Altro che Europa di pace e di progresso! 
Ma le forze borghesi nazionaliste non offrono nulla di meglio. Al contrario. Vogliono utilizzare l'insofferenza popolare contro l'Unione Europea per subordinare i lavoratori all'interesse della propria borghesia contro altre borghesie e altri lavoratori. Vogliono arruolare i salariati in una guerra condotta contro altri salariati, contro gli immigrati, contro i diritti delle donne e degli oppressi. Nel mentre difendono di fatto, al di là delle parole, le vecchie politiche di rapina del capitale finanziario. 
Il governo Lega-M5S, le sue politiche di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, i suoi progetti di ulteriore detassazione dei capitalisti a spese dei lavoratori, sono un esempio chiarissimo dell'inganno populista. 

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d'ordine più attuale che mai. È l'unica parola d'ordine che può sancire l'autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari, dai liberali come dai reazionari. È una parola d'ordine rivoluzionaria. Contro l'europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista. 

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni "gloriosi" del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all'esistenza dell'URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L'epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all'ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l'attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L'alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre. 

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla ripresa di mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, le lotte recenti dei lavoratori francesi, la fiammata degli operai ungheresi, lo sciopero di massa degli insegnanti polacchi ci dicono che, nonostante tutto, molta brace cova sotto la cenere. Il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane e giovanissima generazione contro l'inquinamento e le responsabilità del profitto indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione. 

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l'arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie. 

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell'avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l'unica via. È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d'avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale. Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale. 

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori e la sua lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

30 aprile 2019



Partito Comunista dei Lavoratori