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Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola!

Il 24 novembre tutte e tutti in piazza!

23 Novembre 2018
Testo del volantino che verrà distribuito al corteo di Non Una di Meno
Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola. Eppure le politiche clericali, familiste e discriminatorie del governo giallo-verde nei confronti delle donne, dei minori, così come delle persone LGBT evidenziano il trionfo del peggior oscurantismo religioso.
Dall'attacco alla salute sessuale delle donne e alla 194 alla nuova santificazione della famiglia patriarcale e nazionalpopolare attraverso i “premi di maternità” dal retrogusto fascista, passando per la delegittimazione dei centri antiviolenza e dei consultori, ma anche attraverso il Disegno di legge Pillon, che concepisce i figli come “proprietà” dei genitori e non come soggetti di diritto, e che castiga le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti o comunque le scoraggia – anche attraverso il ricatto economico – dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Dopo anni di denunce e battaglie per far emergere la realtà della violenza domestica, e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento femminista e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli un affare privato, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.

Questo perché la sacra famiglia è innanzitutto un supplente di quel welfare che lo Stato non intende più garantire alle classi popolari e lavoratrici per poter abbassare le tasse ai capitalisti e pagare il debito delle banche, ma è anche il terreno della costruzione dell'egemonia della Chiesa cattolica, ossia della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere; quella che ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

Le sfide che hanno di fronte a sé le donne e tutti i soggetti oppressi della società sono grandi. Per questo è necessaria la costruzione di un fronte vasto che unifichi il movimento delle donne, la rete dei centri antiviolenza, tutte le associazioni democratiche e antifasciste, le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici per costruire un'opposizione a questo governo e alle sue politiche reazionarie.
Ma è anche necessario prendere atto che non ci sarà alcuna liberazione delle donne che non preveda la messa in discussione dei privilegi politici ed economici della Chiesa cattolica in Italia come nel mondo: per questo rivendichiamo l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.
Partito comunista dei lavoratori - sezione di Roma

C'è del marcio in Vaticano. Nel silenzio di tutti

La triste vicenda di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, due ragazze sequestrate e sparite nel lontano 1983, è tornato alle cronache in questi giorni a seguito del ritrovamento di scheletri ed ossa sotto il pavimento di un palazzo del Vaticano. Al di là degli accertamenti in corso, che avranno (?) i loro sviluppi, va denunciato il retroterra della vicenda, infinitamente più grande. Una vicenda che coinvolge lo IOR - Istituto per le Opere di Religione, la grande banca della Chiesa - con i suoi traffici e relazioni criminali.

Tutti i grandi scandali finanziari italiani hanno coinvolto direttamente lo IOR. Non è un caso. Lo IOR non è una banca qualsiasi. Gli accordi tra il Vaticano e lo Stato italiano consentono allo IOR una operatività di banca offshore, fuori da ogni controllo. Lo IOR assicura assoluta impunità. L'articolo 11 dei Patti Lateranensi afferma infatti: “Gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano”. I dirigenti dello IOR non possono dunque essere né indagati né arrestati, né processati in Italia. Lo IOR non può essere perquisito, i telefoni non possono essere intercettati, i dipendenti nemmeno interrogati. Se un qualsiasi altro Stato avvia una rogatoria allo Stato vaticano, la “Santa Sede” non è neppure tenuta a rispondere, perché il Vaticano è l'unico paese in Europa a non aver mai firmato alcuna convenzione giudiziaria con gli altri Paesi del continente. A ciò si aggiunge che i conti dello IOR non possono essere soggetti a tassazione, come sancito dall'articolo 2 dello Statuto della banca.
Un paradiso fiscale dichiaratamente fuori legge. L'unico Paradiso reale che la Chiesa può garantire.

Che c'entra tutto questo con criminalità e delitti? C'entra eccome. La totale opacità dello IOR, per usare un eufemismo, ha fatto della Banca vaticana la principale lavanderia di denaro sporco. Qui sono passati i grandi scandali, dallo scandalo Eninmont al crack Ambrosiano. Qui sono passati i delitti, dall'avvelenamento di Sindona all'impiccagione di Calvi. Qui, guarda caso, investiva il proprio denaro la famigerata banda della Magliana, che dominava Roma negli anni '80 (rapine, racket, sequestri, omicidi). Ecco il punto. Il capo della banda criminale della Magliana era un certo Renato De Pedis, il boss dei boss. La pratica corrente prevedeva che De Pedis investisse i denari del crimine presso lo IOR in cambio di un altissimo tasso di interesse, sino al 20%. Lo IOR incassava e restituiva, come in una normale bisca. Solo che il crack imprevisto del Banco Ambrosiano, banca “cattolica” in sinergia con lo IOR, buttò all'aria nel 1983 tanta parte dei soldi investiti da De Pedis. Ne seguì un duro contrasto, in cui De Pedis pretese dallo IOR la restituzione del malloppo (interessi inclusi). Secondo la testimonianza di Sabrina Morandi, amante di De Pedis, il rapimento di Emanuela Orlandi, cittadina del Vaticano, da parte della banda della Magliana fece parte parte della “trattativa” tra la banda e lo IOR. La ragazza sarebbe stata assassinata, a negoziato concluso, perché testimone scomodo e imbarazzante per tutti. In compenso il bandito De Pedis può riposare in pace presso la Basilica di Sant'Apollinare assieme a principi, santi e cardinali di prim'ordine. Evidentemente nell'accordo la degna sepoltura era inclusa. La Chiesa, si sa, è misericordiosa con i peccatori, soprattutto se sono suoi clienti, anche se criminali.

Una vicenda di cronaca nera getta dunque un fascio di luce sulla realtà della Chiesa. Un settore del capitalismo in formato ecclesiastico che proprio per questo coinvolge la Chiesa in tutto il peggio che il capitale dispensa, inclusi i delitti. Impressiona il silenzio su questa realtà non solo dei borghesi liberali alla Scalfari, incantati da Papa Francesco, ma anche e soprattutto di quelle sinistre cosiddette radicali che hanno cercato più volte nel nuovo papato una propria legittimazione, salvo trovarsi di fronte alla denuncia papale dell'aborto quale genocidio nazista. È l'ennesima conferma che solo una sinistra anticapitalista e rivoluzionaria può essere coerentemente anticlericale e laica, e chiamare le cose con il loro nome.
Partito Comunista dei Lavoratori

Papa Francesco con Salvini e Fontana

«L'unica famiglia a immagine di Dio è quella tra un uomo e una donna». «L'aborto è un crimine nazista». Sono il distillato del pensiero di Papa Francesco espresso ieri in occasione dell'incontro in Vaticano con il Forum delle associazioni familiari.

Non è un intervento casuale. Né solo un modo per assecondare il proprio uditorio d'Occasione, come scrive minimizzando il quotidiano Il Manifesto. Il Papa ha voluto intervenire dopo il trionfo della legalizzazione dell'aborto prima in Irlanda e poi in Argentina per alzare la diga contro la laicità e l'espansione dei diritti. La forte polemica dei vescovi argentini contro l'atteggiamento “pilatesco” del presidente Macri nello scontro sul diritto di aborto è un risvolto significativo della posizione papale.

Ma l'intervento del Papa coincide anche con la giornata di mobilitazione del Gay Pride in diverse città italiane, sullo sfondo di uno scenario politico che vede il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana dichiarare candidamente che “le famiglie arcobaleno non esistono”, e che l'”unica famiglia esistente è quella composta dal papà, dalla mamma, dai loro figli”. Ora, paradossalmente, persino Salvini di fronte a dichiarazioni tanto imbarazzanti del proprio ministro le aveva derubricate a mezza bocca, e ipocritamente, a opinioni personali. Il Papa invece non solo le ha riprese, ma le ha solennemente rivendicate in sede pubblica col plauso entusiasta di Gigi De Palo, già assessore alla famiglia della giunta Alemanno.

Questo è il cosiddetto Papa progressista, per anni decantato dalla cultura liberale (Scalfari) come protagonista di un nuovo corso democratico universale della Chiesa, e spesso portato in palma di mano dalle sinistre cosiddette radicali come esempio e riferimento di un altro mondo possibile. Vogliamo ricordare che tutti i partiti del Brancaccio, da Bersani ad Acerbo, un anno fa sottoscrissero un appello che rivendicava Papa Francesco tra i numi tutelari della nuova sinistra da ricostruire?

Ma i fatti hanno la testa più dura delle favole. Il Papa che fa il verso a un ministro omofobo non è un incidente. È il Papa che cavalca la deriva reazionaria che si sta dispiegando in Italia, per le stesse ragioni per cui contrasta il movimento delle donne e le sue vittorie sul piano internazionale. La verità è che la Chiesa è istituzionalmente un baluardo della conservazione mondiale. Lo è dal punto di vista sociale, come parte organica del blocco dominante e del capitalismo mondiale; lo è dal punto di vista ideologico e culturale contro i diritti delle donne e delle minoranza oppresse, a guardia del patriarcato e della sua tradizione millenaria.

È la riprova, una volta di più, che solo una posizione coerentemente anticapitalista può essere coerentemente anticlericale, e dunque coerentemente democratica e antipatriarcale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento LGBT+ antifascista, anticlericale, anticapitalista

Mentre il governo reazionario di Salvini e Di Maio prende forma, assistiamo all'avanzata del peggior trogloditismo poltico omofobo e misogino. La situazione sociale per le persone LGBT+ non naviga in buone acque. Le briciole concesse dal "democristianissimo" Renzi sono solo fumo negli occhi atto a mascherare un disegno conservatore legato al pensiero dominante. La negazione dei diritti è una negazione di dignità.

La liberazione della sessualità e la libera costruzione della propria soggettività sono messe in discussione innanzitutto dalla tremenda crisi economica che da oltre dieci anni ci priva di diritti, salute e speranze; dall'altro l'avanzata dell'oscurantismo religioso e dei loro fedeli alleati fascisti ci impone con violenza – non solo simbolica – modelli eteronormati conservatori, basati sulla subordinazione femminile al ruolo di moglie-madre e l'esaltazione della virilità maschile in chiave nazionalista di cui francamente faremmo volentieri a meno.

Rivendichiamo la piena parità, dignità e libertà declinate in leggi e diritti come il matrimonio egualitario, il riconoscimento delle unioni civili e di fatto nella sua interezza, nonché della genitorialità tanto per i single quanto per le coppie omosessuali. Siamo contro la patologizzazione purtroppo tuttora in atto delle persone trans. Vogliamo una salute realmente pubblica, efficiente e laica sotto controllo sociale e contraccezione sicura e a prezzi popolari. L'autonomia economica e l'accesso ai diritti - a partire dalla rivendicazione della riduzione del'orario di lavoro per tutte e tutti a parità di salario, dal reintegro dell'art. 18 e sua estensione a tutto il mondo del lavoro, all'abolizione del Jobs act – nonché la difesa degli spazi di incontro e autodeterminazione come consultori, centri antiviolenza ecc. sono la migliore ricetta contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

Il movimento LGBT+ ha davanti a sé una importante sfida: intrecciare le proprie istanze a quelle dell'antifascismo, del mondo del lavoro, degli studenti e dei migranti. Ma oggi più che mai, una affermazione comune di libertà non può non mettere in discussione i privilegi e il ruolo reazionario della Chiesa cattolica in Italia: la rivendicazione dell'abolizione del Concordato e di tutte le regalie che concediamo al Vaticano, a partire dalla truffa dell'8 per mille e dall'insegnamento religioso nella scuola pubblica, deve essere centrale. Una battaglia indiscutibilmente ambiziosa, però l'unica che realisticamente possa garantirci la libertà e i diritti che meritiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

A quarant'anni dalla approvazione della 194 la battaglia è ancora aperta

Dalle sentinelle in piedi alla Marcia per la Vita, passando attraverso il Family Day, il Fertility Day e le politiche reazionarie del ministro Lorenzin, la destra cattolica e quella neofascista da un po' di tempo vanno a braccetto nella loro guerra santa contro la libertà di scelta delle donne e i diritti delle soggettività LGBT. Questi movimenti negli anni non hanno mai smesso di attaccare le nostre conquiste e il nostro diritto all'autodeterminazione, ma certo nel nuovo scenario politico che si è generato dopo il 4 marzo l'eco delle loro istanze reazionarie e oscurantiste trova un terreno purtroppo molto più fertile in cui crescere.
Si è cominciato con le campagne omofobe, dove soprattutto le persone gay vengono rappresentate sempre in termini caricaturali e grotteschi, come autentici mostri contronatura (davvero inquietante il manifesto contro al Gay Pride di Forza Nuova del 2001 che recitava “Dietro un omosessuale si nasconde un pedofilo”); ora si passa alla politica contro la libertà di scelta delle donne, in particolare contro al loro diritto di non essere madri.

Recentemente Roma - non casualmente ma proprio perché garantisce la visibilità nazionale - è stata il teatro di prese di posizione pubbliche decisamente inquietanti. Il 5 aprile è apparso un manifesto gigante in centro, promosso dalla onlus Pro Vita, vicina a Forza Nuova (1), con la raffigurazione di un feto con scritto "Tu eri così a 11 settimane e ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito" (2); l'effetto cercato è quello di una rappresentazione forte, dove tutti i dettagli sono volti a restituire un messaggio emotivamente coinvolgente (il cuore che batte, il succhiarsi il dito...), dall'altro a colpevolizzare le donne, che in nome del proprio egoismo potrebbero scegliere di non mettere al mondo il figlio. Ma il manifesto fa anche un'altra operazione, altrettanto subdola e violenta: si rivolge al passante di turno – "tu eri così, e adesso se sei qui a leggere questo manifesto è perché sei stato fortunato, perché tua madre non ha deciso di abortirti" – e lo richiama alla “responsabilizzazione”, alla presa in carico e difesa di tutti quei feti che rischiano di non nascere perché le loro madri potrebbero abortirli. È una dichiarazione di guerra che invita il “cittadino” a schierarsi dalla parte della “vita”, e dunque contro la donna e il suo diritto di scelta: che siano i cittadini (possibilmente uomini) a scegliere, non le donne. Sempre ad aprile Forza Nuova ha fatto un blitz davanti la Casa Internazionale delle Donne esponendo uno striscione con scritto “194 strage di Stato”.

Pochi giorni fa, a Roma come in altre città d'Italia, è comparso un altro manifesto, che recitava uno slogan alquanto apocalittico: “L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. Anche qui l'operazione mediatica scelta è basata sull'ambiguità e il ribaltamento, perché a detta dei promotori, l'associazione della destra cattolica CitizenGo, promotrice fra l'altro della Marcia per la Vita:
«questi manifesti riportavano una scritta insopportabile. “L’aborto è la prima causa al mondo di femminicidio, che ha suscitato le reazioni scomposte di femministe e ultraprogressisti che hanno indetto petizioni per la rimozione dei cartelloni. Peccato che lo slogan oltre a scuotere le coscienze ricorda una sconvolgente realtà, ovvero quella degli aborti selettivi dei feti femmina. Una consuetudine in Paesi come Cina e India e in molte nazioni asiatiche dove è più forte la spinta al controllo delle nascite. Fenomeno che sta creando diversi problemi sociali e delle incolmabili disparità di sesso nella popolazione, che vanno a discapito proprio delle donne. Un dramma che dovrebbe essere denunciato ogni giorno che passa da chi ha veramente a cuore il benessere delle donne di tutto il mondo » (3).

Questa dichiarazione è emblematica da molti punti di vista. Innanzitutto emerge come questi movimenti siano dichiaratamente antifemministi, ossia contro ogni forma di organizzazione autonoma femminile che abbia come prospettiva l'emancipazione delle donne. In secondo luogo, in questo estratto viene costruito un nesso ambiguo e oltremodo scorretto fra femminicidio e aborto, ossia viene costruita una relazione implicita fra un problema attuale, punta dell'iceberg della recrudescenza dell'oppressione patriarcale delle donne italiane, e il loro legittimo diritto ad autodeterminarsi in ambito sessuale e riproduttivo.
È evidente che il riferimento al presunto "controllo delle nascite” in Cina e India è solo un pretesto strumentale (tant'è che nel manifesto questo nesso non è nemmeno esplicitato, e dunque il riferimento al femminicidio fa pensare immediatamente alla situazione italiana) per mandare un messaggio colpevolizzante alle donne che scelgono di non essere madri. Anche in questo caso, come in tutte le campagne mediatiche e prese di posizione pubbliche tanto della destra cattolica quanto dei neofascisti, le modalità comunicative sono sempre le stesse: da un lato le rappresentazioni pietistiche e paternalistiche delle donne, trattate alla stregua di eterne minorenni, vittime degli eventi, del sistema e in ultima istanza di se stesse; dall'altro la colpevolizzazione delle donne che scelgono di non sottomettersi al destino cui queste istanze reazionarie vorrebbero costringerle, ossia essere madri e mogli per natura e non per scelta e per percorsi di vita, una scelta fra le tante altre possibili.

La battaglia per la difesa della 194, quarant'anni dopo la sua approvazione, è purtroppo tuttora aperta. Così come più in generale è aperta la battaglia per la difesa della salute sessuale e del diritto all'autodeterminazione delle donne. Ma oggi più di ieri la prospettiva di liberazione delle donne non può non fare i conti con la tremenda crisi economica e sociale che da più di dieci anni aggredisce diritti, salute e speranze. È sempre più evidente come i tagli alla spesa sociale, l'aggressione padronale al mondo del lavoro e ai diritti sindacali si ripercuotano anche nella vita privata di noi donne.
La sfida di oggi è quella della ricostruzione di un fronte unitario e di massa, che contro ogni subordinazione all'ideologia padronale dell'austerità o della meritocrazia rivendichi la riduzione dell'orario a parità di paga e la conseguente redistribuzione del lavoro esistente fra tutti e tutte. L'autonomia economica rappresenta infatti un principio fondamentale per garantire la costruzione libera della propria soggettività e del proprio percorso di vita, ed è dunque un presupposto indispensabile, specialmente per quanto riguarda le donne, per la liberazione dall’oppressione familiare e dalla dipendenza – economica o psicologica – dal compagno.

La genitorialità deve essere considerata una libera scelta fra altre possibili, e non un destino biologico e morale, un presunto dovere nei confronti della Patria tanto cara a Forza Nuova, né tantomeno un privilegio “naturale” della coppia eterosessuale.
Con questo spirito di superamento dell’ideologia della famiglia “tradizionale”, dobbiamo batterci per il riconoscimento del diritto alla genitorialità tanto al singolo individuo quanto alla coppia omosessuale.

Liberazione sessuale significa anche liberare la sessualità dei soggetti dal destino ideologico della procreazione e della maternità. È per questo che l’aborto deve essere libero e gratuito, e deve essere abolita l’obiezione di coscienza, ossia il privilegio di medici e personale sanitario a sostituirsi alle donne nella scelta. Inoltre, la contraccezione deve essere garantita a prezzi popolari.

La liberazione delle donne e delle minoranze sessuali e di genere si iscrive dunque in un processo rivoluzionario di rottura con la morale e con l’organizzazione economica e politica della società capitalista, e dunque deve essere rivendicato come passaggio imprescindibile l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dell’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.

Una battaglia indiscutibilmente ambiziosa, però l'unica che realisticamente possa garantirci benessere e libertà che meritiamo.



Note

(1) In proposito “Marciando per la famiglia (Versione lunga): i legami tra ProVita ONLUS e Forza Nuova”: https://www.youtube.com/watch?v=pcCI9Hai5W4&feature=youtu.be .

(2) http://www.ansa.it/lazio/notizie/2018/04/05/manifesto-provita-a-romapdoffende-scelta-donnesia-rimosso_5d369113-5935-4161-99cc-8ad0aa4c9b54.html .

(3) http://lanuovabq.it/it/laborto-e-ormai-un-dogma-via-quei-manifesti-1 .


Partito comunista dei lavoratori - commissione contro le oppressioni

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

L'arresto dell'”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l'accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L'intero commentario della stampa borghese parla dell'eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia. L'arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni. Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l'operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all'arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata). Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l'azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un'azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?


UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE 

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere. La novità dell'attuale Papa Bergoglio - non a caso di estrazione peronista - è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un'immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare. Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l'insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell'istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d'intervento della propria Chiesa.
Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.
Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.
Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche...) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.
Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l'immagine pubblica del Papa nell'anno della Misericordia. Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all'incredibile lettera di riconoscimento... al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un'attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell'occupazione delle case a Roma.
Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR...).


LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE 

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l'immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale. La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco. Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma. Che imbosca i 380 milioni annui dell'Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”. Che truffa sull'8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti. Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane. Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.
Qualcuno si può stupire, se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch'essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell'ordine capitalista) si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.
Partito Comunista dei Lavoratori