Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta LGBT+. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LGBT+. Mostra tutti i post

Omofobia di guerra

 


L'invasione dell'Ucraina e l'offensiva anti-LGBT

21 Giugno 2023

L'ossessione omofoba ha caratterizzato da sempre il machismo putiniano. Ma la guerra in Ucraina ha trascinato con sé un salto ulteriore. È stata varata con voto unanime una legge che proibisce la transizione verso l'altro sesso perché “la transizione sarebbe un modo di sottrarsi alla chiamata alle armi”. Lo ha sostenuto pubblicamente il vicepresidente della Duma Pyotr Tolstoj, nipote del grande scrittore russo, arruolato nelle file di Russia Unita.

È stato fondato, su iniziativa di Putin, un istituto di ricerca per “studiare i gay” e promuovere “metodi psichiatrici per riportare le idee sul proprio ruolo gender alla realtà”. I canali Telegram del regime dileggiano le manifestazioni europee dei movimenti LGBT denunciandole come manifesto della depravazione occidentale. La presenza nell'esercito ucraino di unità di volontari transgender è additata come prova di satanismo. In diverse regioni della Russia sono operanti centri di rieducazione di gay, lesbiche, transessuali coi metodi dell'isolamento e della tortura.

Il Patriarca Kyrill, ex KGB, mobilita la Chiesa ortodossa a sostegno di questa campagna, non senza chiedere in aggiunta il divieto per legge dell'aborto in ogni sua forma. Le truppe cecene dell'islamofascista Kadyrov rivendicano pubblicamente l'omicidio dei gay come dovere morale e pratica militare, già da anni peraltro attuata in Cecenia con la copertura di Putin.

Putin fa della campagna omofoba un tratto identitario della guerra russa. Una ragione in più per opporsi alla sua guerra, al fianco di chi in Russia contesta sia la guerra che l'omofobia del regime.

Partito Comunista dei Lavoratori

Qatar, lo spettacolo può iniziare

 


Il calcio d'avvio in una pozza di sangue

20 Novembre 2022

Per capire cos'è il capitalismo basta guardare al mondiale di calcio che si apre in Qatar. Gli emiri qatarini hanno comprato nel 2010 l'assegnazione dei giochi a suon di mazzette. Il governo francese di Sarkozy ha sponsorizzato la richiesta in cambio dell'acquisto di armi francesi. Un vero "Qatargate" che ha coinvolto nella pubblica corruzione i massimi dirigenti del calcio mondiale.

Nel frattempo dal 2010 a oggi quasi settemila lavoratori immigrati sono morti in Qatar nei famigerati cantieri del mondiale. Operai indiani, pakistani, bengalesi, nepalesi, costretti a lavorare al sole per 12 ore di fila a 45 gradi, morti per lo più di infarto. Operai schiavizzati, privi di ogni diritto, impossibilitati a spostarsi dal luogo di lavoro, con cellulare e passaporto posti sotto sequestro dai loro padroni. Un campionario dell'orrore.

Non è tutto. Il regime del Qatar calpesta i diritti più elementari delle donne, considera pubblicamente “malati” gli/le omosessuali, disprezza la comunità LGBT. Immagini o gesti che possano evocare la libertà sessuale saranno banditi dal mondiale, assicurano le autorità. Del resto il Qatar è il tempio internazionale dei Fratelli Musulmani, il suo oscurantismo misogino è degno della tradizione. Quanto agli scrupoli ambientali, la promessa retorica degli “stadi verdi”, spesa in anni di propaganda ingannevole, si è risolta nell'esatto opposto: sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi quando fuori ce ne sono il doppio. 3,6 milioni di tonnellate di CO2, un tasso d'inquinamento quasi doppio di quello prodotto in Russia nel campionato del 2018.

In compenso, il Qatar ha pubbliche virtù per il capitale. Produce e vende gas in grandi quantità e a prezzi contenuti. E soprattutto è un grande committente per la produzione bellica internazionale. Da dieci anni l'emiro sta allestendo la propria potenza militare, in particolare nella flotta. Fincantieri è in prima fila nella costruzione della marina militare del paese, non senza sgomitamenti con la concorrenza francese. Del resto, in tempi di guerra tutti gli imperialismi vecchi e nuovi si affacciano alla corte del Qatar, offrendo e chiedendo servizi.

L'imperialismo russo e quello cinese onorano l'emiro con naturale disinvoltura: non hanno bisogno di salvare l'apparenza. Gli imperialismi liberali d'Occidente non sanno invece dove nascondere la faccia. Mascherano la propria ipocrisia dietro i fuochi d'artificio dello spettacolo. Panem et circenses è in fondo una ricetta millenaria, al pari della schiavitù.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le menzogne di Valditara a difesa del capitalismo

 


La confusione tra comunismo e stalinismo è un servizio all'ordine esistente

Testo di un volantino del PCL in distribuzione nelle scuole.


Il nuovo ministro dell'istruzione, Giuseppe Valditara, ha sentito il bisogno di stabilire ex cathedra la verità della storia, presentando il 9 novembre 1989 – il giorno della caduta del Muro di Berlino – come il giorno della morte del comunismo e del «fallimento definitivo dell'utopia rivoluzionaria». Non solo. Il ministro ha esaltato l'attuale ordine politico e sociale come «l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo». Clap, clap, clap.

Un concentrato di menzogne. La caduta del Muro di Berlino segnò il crollo non del comunismo ma dello stalinismo. Di un regime burocratico che pur appoggiandosi sull'economia pianificata nata dalla rivoluzione, coi suoi innegabili vantaggi sociali, privò la classe lavoratrice di ogni potere e di ogni democrazia, perseguitando i comunisti coi metodi del terrore, sino ad assassinare tutti i dirigenti della Rivoluzione d'ottobre.

Presentare come “comunisti” regimi che hanno sterminato i comunisti è una volgare falsificazione della storia. Tanto più inaccettabile di fronte alla lotta eroica di Leone Trotsky e dell'Opposizione di sinistra contro lo stalinismo, nel segno della fedeltà al programma originario della rivoluzione. Di più. Trotsky aveva previsto già nel 1936 che se la burocrazia staliniana non fosse stata rovesciata da una nuova rivoluzione, si sarebbe trasformata in una nuova borghesia proprietaria restaurando il capitalismo. Esattamente quanto è avvenuto dopo il 1989 in Russia, nell'Est Europa, e poi in Cina. Il fallimento dello stalinismo non poteva essere più completo. La previsione di Trotsky non poteva conoscere conferma più clamorosa.

Quanto all'attuale ordine politico e sociale, nato dalla globalizzazione capitalista post-'89, è l'esatto opposto dell'umanità, della giustizia, della libertà, come vorrebbe Valditara. Il capitalismo non ha nulla da offrire alle giovani generazioni. Corsa agli armamenti e guerre imperialiste; saccheggio della natura e catastrofe cilmatica; precarizzazione del lavoro; sfruttamento del lavoro gratuito dei giovani; oppressione patriarcale delle donne e delle persone LGBT; smantellamento della sanità pubblica per ingrassare la sanità privata e pagare il debito alle banche; disuguaglianze sociali sempre più ampie in ogni paese e su scala mondiale... Ovunque domina la dittatura del profitto, contro ogni principio di umanità.

Non è possibile alcuna riforma dell'ordine capitalista. È necessario lottare per rovesciarlo, recuperando e attualizzando proprio quel programma della Rivoluzione d'ottobre che lo stalinismo tradì. La rivoluzione comunista è l'unica alternativa reale al capitalismo, l'unica che possa porre le leve fondamentali dell'economia e della società sotto il controllo della maggioranza, riorganizzando su basi nuove l'intero ordine sociale, cancellando lo sfruttamento, salvando la natura, ponendo fine alle guerre.

Se la giovane generazione riacquista coscienza politica, tutto diventa possibile. Anche una rivoluzione. Valditara vuole nascondere agli studenti questa verità. Il Partito Comunista dei Lavoratori la riafferma con forza, controcorrente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola!

Il 24 novembre tutte e tutti in piazza!

23 Novembre 2018
Testo del volantino che verrà distribuito al corteo di Non Una di Meno
Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola. Eppure le politiche clericali, familiste e discriminatorie del governo giallo-verde nei confronti delle donne, dei minori, così come delle persone LGBT evidenziano il trionfo del peggior oscurantismo religioso.
Dall'attacco alla salute sessuale delle donne e alla 194 alla nuova santificazione della famiglia patriarcale e nazionalpopolare attraverso i “premi di maternità” dal retrogusto fascista, passando per la delegittimazione dei centri antiviolenza e dei consultori, ma anche attraverso il Disegno di legge Pillon, che concepisce i figli come “proprietà” dei genitori e non come soggetti di diritto, e che castiga le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti o comunque le scoraggia – anche attraverso il ricatto economico – dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Dopo anni di denunce e battaglie per far emergere la realtà della violenza domestica, e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento femminista e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli un affare privato, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.

Questo perché la sacra famiglia è innanzitutto un supplente di quel welfare che lo Stato non intende più garantire alle classi popolari e lavoratrici per poter abbassare le tasse ai capitalisti e pagare il debito delle banche, ma è anche il terreno della costruzione dell'egemonia della Chiesa cattolica, ossia della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere; quella che ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

Le sfide che hanno di fronte a sé le donne e tutti i soggetti oppressi della società sono grandi. Per questo è necessaria la costruzione di un fronte vasto che unifichi il movimento delle donne, la rete dei centri antiviolenza, tutte le associazioni democratiche e antifasciste, le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici per costruire un'opposizione a questo governo e alle sue politiche reazionarie.
Ma è anche necessario prendere atto che non ci sarà alcuna liberazione delle donne che non preveda la messa in discussione dei privilegi politici ed economici della Chiesa cattolica in Italia come nel mondo: per questo rivendichiamo l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.
Partito comunista dei lavoratori - sezione di Roma

Il governo SalviMaio si rafforza. Costruire l'opposizione di classe e di massa!

Il governo SalviMaio si è rafforzato in questi mesi. La sua base di consenso si è allargata, anche tra i lavoratori. M5S e Lega avevano un consenso complessivo del 50% il 4 marzo, oggi i sondaggi assegnano loro oltre il 60%, con uno sfondamento impressionante della Lega. Le campagne d'ordine contro i migranti, la gestione pubblica della tragedia di Genova, il successo d'immagine dell'accordo Ilva hanno rafforzato la percezione diffusa di un governo di svolta presso ampi strati popolari. In ogni caso hanno alimentato una aspettativa positiva. Il governo non cresce solamente o prevalentemente per quello che fa o per quello che promette, cresce innanzitutto perché appare contro “quelli di prima”. Per questo l'opposizione liberale del PD, dal versante degli interessi delle imprese, come gli ammonimenti di provenienza UE su immigrazione e conti pubblici, sono oggi un fattore di rafforzamento del governo SalviMaio.

Inoltre il governo capitalizza la crisi verticale delle opposizioni liberali. PD e Forza Italia vedono precipitare ulteriormente le proprie fortune, sotto ogni aspetto. Il loro consenso sociale cala (PD) o crolla (FI). I loro assetti interni sono scompaginati dal tramonto delle vecchie leadership (Renzi e Berlusconi) e dalla estrema difficoltà a trovarne di nuove. Le loro prospettive politiche sono buie: il PD è orfano del centrosinistra e lontano mille miglia da un possibile ritorno al governo, che è la sua stessa ragione di vita; Forza Italia vede dileguarsi il miraggio di una possibile ricomposizione di governo con Salvini, a fronte dello sfondamento della Lega e di un riequilibrio irreversibile dei rapporti di forza. Il risultato d'insieme di questi fattori è l'assenza di ogni soluzione di ricambio politico del governo in carica, nell'immediato e per la prossima fase; ciò che può allargare le disponibilità di dialogo dell'establishment col governo in carica, al di là delle contraddizioni esistenti.

Ma soprattutto pesa l'assenza di una opposizione sociale al nuovo governo dal versante di classe.
La CGIL è del tutto paralizzata dalla preoccupazione di salvaguardare e sviluppare il patto col padronato e dalla lotta interna per la successione alla Camusso. Mentre il candidato emergente, Maurizio Landini, è più aperto al dialogo col governo giallo-verde della destra interna filo-PD (Colla). L'USB, che pure ha avuto un ruolo positivo nella lotta dei braccianti di Rosarno e Foggia, continua ad essere segnata da una ambiguità di fondo verso il M5S che condiziona il suo rapporto col governo. L'esaltazione dell'accordo Ilva da parte di FIOM e USB ha rappresentato non solo un falso sotto il profilo sindacale, ma un'insperata sponda politica al governo - in particolare a Di Maio - e alla sua presa tra i lavoratori.


UN GOVERNO PER TUTTO IL PADRONATO 
Contrariamente al suo successo d'immagine tra i salariati, il governo giallo-verde non ha nulla a che spartire coi loro interessi. È vero, non prende ordini direttamente dalle grandi famiglie del capitale (Benetton) come i governi precedenti (inclusi quelli appoggiati da Rifondazione Comunista). Esso cerca di costruire un nuovo equilibrio politico col capitale finanziari: allargamento delle partecipazioni statali, promozione di propri fiduciari ai vertici delle istituzioni finanziarie (Consob) e dell'amministrazione pubblica, negoziazione delle politiche di bilancio. Ma il suo fine preminente è la protezione e rappresentanza della piccola e media impresa, cui vuole estendere i privilegi di cui gode la grande: riduzione ulteriore e massiccia della tassazione sui profitti (Ires), estensione del super-ammortamento, flat tax prioritaria al 15% per le partite Iva e le libere professioni, condono fiscale rivolto principalmente ai piccoli e medi imprenditori (con un tetto al milione?). Lega e M5S sgomitano tra loro per la rappresentanza di questi interessi sociali. La Lega con l'occhio al capitalismo dei distretti, il M5S con l'occhio alle libere professioni. Entrambi alla ricerca di una propria solida radice nella società del capitale, comunque dominata dal capitale finanziario, quello che compra i titoli di Stato, quello che incassa gli interessi sul debito, quello che si proietta su scala europea e mondiale. Quello dei grandi gruppi capitalistici cui in questi giorni Di Maio sta procurando lucrosi affari in Cina.

Al capitale finanziario il governo SalviMaio offre un accordo vantaggioso: “Noi rispettiamo i vincoli di fondo del debito pubblico e del fiscal compact, le leggi antioperaie dei precedenti governi, incluso la distruzione dell'articolo 18 che è la principale vittoria vostra nella guerra contro il lavoro. Tutto questo non lo tocchiamo. Voi lasciateci uno spazio di manovra per soddisfare la piccola e media borghesia, e ingannare salariati e disoccupati. Perché solo così potremo portarvi in dote il loro consenso, che è la garanzia della vostra stabilità”.

Tutta la bagarre che oggi attraversa il governo sulla prossima legge di bilancio ruota attorno alla ricerca di questo accordo. Di Maio e Salvini battono cassa, il ministro dell'economia Tria tiene il freno, a garanzia di Bankitalia e d'intesa con Mattarella. Vedremo quale sarà la risultante.


LE PROMESSE SOCIALI ALLA PROVA 
Ma se si garantisce al capitale il pagamento del debito pubblico e dei suoi interessi (in crescita), e insieme una riduzione ulteriore del prelievo fiscale sui profitti, cosa resterà delle promesse sociali su Fornero e reddito di cittadinanza? Qualcosa di sicuro resterà, perché Salvini e Di Maio non sono votati al suicidio. Ma cosa? L'abolizione della Fornero è già diventata la sua riforma, e la sua riforma sembra combinare un anticipo dell'età pensionabile con la riduzione degli assegni per via del ricalcolo contributivo. Il reddito di cittadinanza - condizionato all'accettazione di lavoro precario - sembra ridursi alla sola povertà assoluta, dimezzando il proprio bacino di riferimento.

Ma soprattutto chi paga il conto? Se si finanzia l'operazione col deficit si finisce col pagarlo con gli interessi alle banche, attingendo prima o poi al portafoglio dei salariati. Se la si finanzia col taglio delle spese, si finisce col comprimere, al di là delle chiacchiere, le prestazioni sociali. Se la si finanzia con l'aumento delle imposte, si riduce a una partita di giro in cui pagano sempre i soliti noti. Intanto si tagliano i fondi alle periferie, si ipotizza un aumento selettivo dell'Iva, si discute persino del taglio (improbabile) degli 80 euro. L'unica cosa certa è che i lavoratori salariati continuano a reggere sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale, l'articolo 18 resta distrutto, i contratti a termine sono portati dal 20% dell'organico aziendale (Poletti) al 30% (Di Maio). A proposito di lotta al precariato! Mentre centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, forzatamente “clandestini” per le leggi infami che li vogliono tali, saranno più vessati e sfruttati di prima, e dunque usati come arma di ricatto contro i salariati italiani per nutrire le campagne xenofobe.
Sarebbe questo un governo di svolta per la classe operaia? Non prendiamoci in giro.


PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE AL GOVERNO DELLE DESTRE

Il problema allora è entrare nella contraddizione tra le aspettative e la realtà. Lo può fare solo un'opposizione di classe, che punti a liberare i salariati da un blocco sociale costruito contro di loro. Che fa di loro i portatori d'acqua, e la borghesia (grande, media, piccola) la beneficiaria dell'incasso.

Un'opposizione di classe richiede tre cose.

La prima è la nettezza dell'opposizione a un governo reazionario. Tutte le posizioni di stampo sovranista, che in forme diverse aprono brecce a sinistra, vanno denunciate per quello che sono: un cedimento alla pressione reazionaria, alle sue ideologie e alle sue suggestioni. Non siamo in presenza di un governo da “incalzare con una politica di pressione”, critica. Siamo in presenza di un governo da combattere. Senza ambiguità.

La seconda è che un'opposizione di classe è tale se muove da un'angolazione opposta a quella liberale del PD. Tutte le posizioni neofrontiste che teorizzano il blocco democratico col PD contro le destre, sono oggi di fatto un aiuto alle destre e alla tenuta del loro blocco sociale. L'autonomia dal PD è la condizione stessa della ricostruzione di una opposizione classista credibile.

La terza è la costruzione di un fronte unitario di massa che punti a unire nell'azione tutte le forze disponibili all'opposizione di classe. Tutte le posizioni autocentrate, che in campo sindacale o politico mirano unicamente a preservare il proprio spazio a scapito dell'unità d'azione ed anzi contro di essa, rappresentano oggi, ancor più di ieri, un fattore di disorientamento e dispersione.

La prossima legge di stabilità può e deve essere l'occasione di un'azione generale di contrasto delle misure filopadronali, a partire da quelle fiscali.

Ma non basta l'azione di contrasto, c'è bisogno di una piattaforma generale del mondo del lavoro che tracci una linea di demarcazione verso il governo e indichi una prospettiva di mobilitazione. Senza una piattaforma autonoma, i lavoratori vengono abbandonati a corpo morto al martello della demagogia della destra, riducendosi a discutere e a commentare le sue promesse o le sue misure, magari accontentandosi del cambio di registro della propaganda, o di qualche elemosina sociale. In ogni caso, restando in una posizione subalterna, che gioca di rimessa, a tutto vantaggio dei propri avversari.

Per il recupero dell'articolo 18 e la sua estensione a tutti i lavoratori e lavoratrici

Per la cancellazione di tutte le le leggi di precarizzazione del lavoro e l'assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari

Per la piena uguaglianza di diritti tra lavoratori italiani e immigrati

Per la riduzione generale dell'orario a 32 ore, pagate 40

Per la reale abolizione della legge Fornero, età pensionabile a 60 anni o 35 di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite

Per un salario dignitoso ai disoccupati che cercano lavoro, finanziato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese

Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio si tutte le aziende che delocalizzano o licenziano o inquinano

Per la nazionalizzazione di tutte le aziende e servizi privatizzati negli ultimi venticinque anni, senza indennizzo e sotto controllo sociale, a partire dai beni comuni (autostrade, servizi idrici, trasporti...)

Una piattaforma generale di questo tipo mira a unire tutto ciò che il capitale e il governo vogliono dividere, e al tempo stesso disegna una linea di frontiera che separa chi sta di qua e chi sta di là. Chi sta col padronato, chi sta col lavoro salariato. Una linea di frontiera che punta al recupero di quella grande massa di lavoratori oggi irretita dal governo giallo-verde anche perché priva di una prospettiva propria, di una ragione sociale indipendente in cui credere e per cui battersi.


PER UN PUNTO DI VISTA DI CLASSE E ANTICAPITALISTA SULLO STESSO TERRENO DEMOCRATICO 

Non si tratta di confinare l'opposizione al governo entro il perimetro economico sociale. Tanto più in presenza di un governo reazionario, l'esigenza di un'opposizione sul terreno democratico non può essere né rimossa né sottovalutata.
È il caso del rilancio dell'iniziativa antifascista in aperto contrasto delle iniziative squadriste che si vanno moltiplicando sulla scia del salvinismo.
È il caso della mobilitazione contro le campagne xenofobe e a difesa dei diritti dei migranti, a partire dal diritto a corridoi sicuri e a un'accoglienza dignitosa. È il caso della mobilitazione a difesa dei diritti delle donne e di tutte le minoranze oppresse contro l'orientamento particolarmente misogino e reazionario del nuovo ministro della famiglia. Del resto, l'esperienza delle mobilitazioni del movimento LGBT nello scorso giugno, ma anche le manifestazioni antirazziste, come quella di Milano, hanno misurato l'esistenza nonostante tutto di una disponibilità all'opposizione democratica contro la reazione a volte persino sorprendente, dati i tempi. Lo stesso successo di partecipazione alle proiezioni del film sul caso Cucchi negli ultimi giorni testimonia l'esistenza di questa risorsa.

E tuttavia occorre essere chiari. Nessuna opposizione di tipo esclusivamente democratico è oggi in grado di smuovere il blocco sociale reazionario se non si collega a ragioni sociali riconoscibili a livello di larghe masse. Di più. Una mobilitazione di tipo esclusivamente democratico, confinata nel proprio recinto, per quanto importante e necessaria, rischia di essere usata dal governo in carica come strumento di consolidamento del proprio blocco nazional-popolare contro “il democraticismo delle élite”, come recita la propaganda delle destre. Per questo è necessario portare anche sul terreno democratico la necessità di un punto di vista di classe.

A chi dice “non c'è lavoro, casa, asili per noi italiani, come fa ad esservi per i migranti?” non puoi rispondere solo col giusto richiamo alla difesa dei loro diritti. Devi indicare una alternativa di società capace di ripartire il lavoro tra tutti, di assicurare a tutti una casa, di sviluppare un grande piano di nuovo lavoro in fatto di risanamento ambientale, sicurezza antisismica, sicurezza della viabilità: ciò che implica una prospettiva di rottura anticapitalista (riduzione generale dell'orario, esproprio delle grandi proprietà immobiliari, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro nazionalizzazione senza indennizzo...) e dunque la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non si può contrastare la polarizzazione reazionaria oggi in atto se non con un lavoro di polarizzazione classista e anticapitalista. Non si può contrastare il programma della reazione se non con un programma di rivoluzione.


Partito Comunista dei Lavoratori

A quarant'anni dalla approvazione della 194 la battaglia è ancora aperta

Dalle sentinelle in piedi alla Marcia per la Vita, passando attraverso il Family Day, il Fertility Day e le politiche reazionarie del ministro Lorenzin, la destra cattolica e quella neofascista da un po' di tempo vanno a braccetto nella loro guerra santa contro la libertà di scelta delle donne e i diritti delle soggettività LGBT. Questi movimenti negli anni non hanno mai smesso di attaccare le nostre conquiste e il nostro diritto all'autodeterminazione, ma certo nel nuovo scenario politico che si è generato dopo il 4 marzo l'eco delle loro istanze reazionarie e oscurantiste trova un terreno purtroppo molto più fertile in cui crescere.
Si è cominciato con le campagne omofobe, dove soprattutto le persone gay vengono rappresentate sempre in termini caricaturali e grotteschi, come autentici mostri contronatura (davvero inquietante il manifesto contro al Gay Pride di Forza Nuova del 2001 che recitava “Dietro un omosessuale si nasconde un pedofilo”); ora si passa alla politica contro la libertà di scelta delle donne, in particolare contro al loro diritto di non essere madri.

Recentemente Roma - non casualmente ma proprio perché garantisce la visibilità nazionale - è stata il teatro di prese di posizione pubbliche decisamente inquietanti. Il 5 aprile è apparso un manifesto gigante in centro, promosso dalla onlus Pro Vita, vicina a Forza Nuova (1), con la raffigurazione di un feto con scritto "Tu eri così a 11 settimane e ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito" (2); l'effetto cercato è quello di una rappresentazione forte, dove tutti i dettagli sono volti a restituire un messaggio emotivamente coinvolgente (il cuore che batte, il succhiarsi il dito...), dall'altro a colpevolizzare le donne, che in nome del proprio egoismo potrebbero scegliere di non mettere al mondo il figlio. Ma il manifesto fa anche un'altra operazione, altrettanto subdola e violenta: si rivolge al passante di turno – "tu eri così, e adesso se sei qui a leggere questo manifesto è perché sei stato fortunato, perché tua madre non ha deciso di abortirti" – e lo richiama alla “responsabilizzazione”, alla presa in carico e difesa di tutti quei feti che rischiano di non nascere perché le loro madri potrebbero abortirli. È una dichiarazione di guerra che invita il “cittadino” a schierarsi dalla parte della “vita”, e dunque contro la donna e il suo diritto di scelta: che siano i cittadini (possibilmente uomini) a scegliere, non le donne. Sempre ad aprile Forza Nuova ha fatto un blitz davanti la Casa Internazionale delle Donne esponendo uno striscione con scritto “194 strage di Stato”.

Pochi giorni fa, a Roma come in altre città d'Italia, è comparso un altro manifesto, che recitava uno slogan alquanto apocalittico: “L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. Anche qui l'operazione mediatica scelta è basata sull'ambiguità e il ribaltamento, perché a detta dei promotori, l'associazione della destra cattolica CitizenGo, promotrice fra l'altro della Marcia per la Vita:
«questi manifesti riportavano una scritta insopportabile. “L’aborto è la prima causa al mondo di femminicidio, che ha suscitato le reazioni scomposte di femministe e ultraprogressisti che hanno indetto petizioni per la rimozione dei cartelloni. Peccato che lo slogan oltre a scuotere le coscienze ricorda una sconvolgente realtà, ovvero quella degli aborti selettivi dei feti femmina. Una consuetudine in Paesi come Cina e India e in molte nazioni asiatiche dove è più forte la spinta al controllo delle nascite. Fenomeno che sta creando diversi problemi sociali e delle incolmabili disparità di sesso nella popolazione, che vanno a discapito proprio delle donne. Un dramma che dovrebbe essere denunciato ogni giorno che passa da chi ha veramente a cuore il benessere delle donne di tutto il mondo » (3).

Questa dichiarazione è emblematica da molti punti di vista. Innanzitutto emerge come questi movimenti siano dichiaratamente antifemministi, ossia contro ogni forma di organizzazione autonoma femminile che abbia come prospettiva l'emancipazione delle donne. In secondo luogo, in questo estratto viene costruito un nesso ambiguo e oltremodo scorretto fra femminicidio e aborto, ossia viene costruita una relazione implicita fra un problema attuale, punta dell'iceberg della recrudescenza dell'oppressione patriarcale delle donne italiane, e il loro legittimo diritto ad autodeterminarsi in ambito sessuale e riproduttivo.
È evidente che il riferimento al presunto "controllo delle nascite” in Cina e India è solo un pretesto strumentale (tant'è che nel manifesto questo nesso non è nemmeno esplicitato, e dunque il riferimento al femminicidio fa pensare immediatamente alla situazione italiana) per mandare un messaggio colpevolizzante alle donne che scelgono di non essere madri. Anche in questo caso, come in tutte le campagne mediatiche e prese di posizione pubbliche tanto della destra cattolica quanto dei neofascisti, le modalità comunicative sono sempre le stesse: da un lato le rappresentazioni pietistiche e paternalistiche delle donne, trattate alla stregua di eterne minorenni, vittime degli eventi, del sistema e in ultima istanza di se stesse; dall'altro la colpevolizzazione delle donne che scelgono di non sottomettersi al destino cui queste istanze reazionarie vorrebbero costringerle, ossia essere madri e mogli per natura e non per scelta e per percorsi di vita, una scelta fra le tante altre possibili.

La battaglia per la difesa della 194, quarant'anni dopo la sua approvazione, è purtroppo tuttora aperta. Così come più in generale è aperta la battaglia per la difesa della salute sessuale e del diritto all'autodeterminazione delle donne. Ma oggi più di ieri la prospettiva di liberazione delle donne non può non fare i conti con la tremenda crisi economica e sociale che da più di dieci anni aggredisce diritti, salute e speranze. È sempre più evidente come i tagli alla spesa sociale, l'aggressione padronale al mondo del lavoro e ai diritti sindacali si ripercuotano anche nella vita privata di noi donne.
La sfida di oggi è quella della ricostruzione di un fronte unitario e di massa, che contro ogni subordinazione all'ideologia padronale dell'austerità o della meritocrazia rivendichi la riduzione dell'orario a parità di paga e la conseguente redistribuzione del lavoro esistente fra tutti e tutte. L'autonomia economica rappresenta infatti un principio fondamentale per garantire la costruzione libera della propria soggettività e del proprio percorso di vita, ed è dunque un presupposto indispensabile, specialmente per quanto riguarda le donne, per la liberazione dall’oppressione familiare e dalla dipendenza – economica o psicologica – dal compagno.

La genitorialità deve essere considerata una libera scelta fra altre possibili, e non un destino biologico e morale, un presunto dovere nei confronti della Patria tanto cara a Forza Nuova, né tantomeno un privilegio “naturale” della coppia eterosessuale.
Con questo spirito di superamento dell’ideologia della famiglia “tradizionale”, dobbiamo batterci per il riconoscimento del diritto alla genitorialità tanto al singolo individuo quanto alla coppia omosessuale.

Liberazione sessuale significa anche liberare la sessualità dei soggetti dal destino ideologico della procreazione e della maternità. È per questo che l’aborto deve essere libero e gratuito, e deve essere abolita l’obiezione di coscienza, ossia il privilegio di medici e personale sanitario a sostituirsi alle donne nella scelta. Inoltre, la contraccezione deve essere garantita a prezzi popolari.

La liberazione delle donne e delle minoranze sessuali e di genere si iscrive dunque in un processo rivoluzionario di rottura con la morale e con l’organizzazione economica e politica della società capitalista, e dunque deve essere rivendicato come passaggio imprescindibile l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dell’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.

Una battaglia indiscutibilmente ambiziosa, però l'unica che realisticamente possa garantirci benessere e libertà che meritiamo.



Note

(1) In proposito “Marciando per la famiglia (Versione lunga): i legami tra ProVita ONLUS e Forza Nuova”: https://www.youtube.com/watch?v=pcCI9Hai5W4&feature=youtu.be .

(2) http://www.ansa.it/lazio/notizie/2018/04/05/manifesto-provita-a-romapdoffende-scelta-donnesia-rimosso_5d369113-5935-4161-99cc-8ad0aa4c9b54.html .

(3) http://lanuovabq.it/it/laborto-e-ormai-un-dogma-via-quei-manifesti-1 .


Partito comunista dei lavoratori - commissione contro le oppressioni

Non vicino al camino. Na rua com Marielle!



Marielle Franco, una vita contro

Tutti adesso si sono accorti di Marielle. Se ne sono accorti ora che è morta, crivellata da un lotto di munizioni vendute nel 2006 alla polizia di Rio de Janeiro, in un’esecuzione precisa, senza minacce precedenti. Un’esecuzione istituzionale.
Adesso è partita la santificazione postuma, da parte dei media borghesi occidentali che prima ignoravano lei, le sue lotte e il suo angolo di terra proletaria, le favelas del Maré, un agglomerato di slums in cui il presidente Temer, finita la vetrina dei mondiali, aveva destituito il governatore dando il potere alla polizia militare.
Adesso, nell’ondata di costernazione ipocrita del mondo capitalista, si evita accuratamente di dire che era nera, lesbica, madre di una figlia cresciuta da sola, che aveva una compagna, che oltre alla lotta politica anticapitalista era attiva contro le discriminazioni LGBT, che stava conducendo una battaglia per l’accesso all’aborto. Ed era anche femminista, Marielle. E militante del PSOL.
Si filtrano le caratteristiche del santino come meglio si confà alla narrazione, in modo da renderlo innocuo o più o meno digeribile al pubblico occidentale. Ancora più schifosamente si fanno illazioni. Sì, perché hanno pure provato a infangarla Marielle, dicendo che “era coinvolta con i criminali” (1).
Marielle era la voce di un risveglio, quello meticcio, femminile e proletario, che ora è evidente quanto impensierisse i padroni del disordine. Quando il potere capitalista non riesce più a contenere la propria paura del proletariato, la propria consapevolezza che solo il proletariato, le donne, i lavoratori possono spazzarlo via, quando vede la ribellione serpeggiare nei ghetti in cui rinchiude gli sfruttati, non esita ad usare anche l’assassinio alla luce del sole, senza paura e senza vergogna.

L’esecuzione di Marielle Franco avviene infatti in un clima politico, quello brasiliano, avvelenato da un’ondata di populismo razzista, che criminalizza la povertà e giustifica la violenza di stato. La destra cavalca l’emergenza droga e povertà, generando ad arte un clima di odio, tensione e paura, non tanto diverso nei metodi da quello che ha determinato l’avanzamento della destra xenofoba e razzista in Europa e in Italia. Un clima fomentato in Brasile da personaggi come Jair Bolsonaro, dato dai sondaggi al secondo posto per le elezioni presidenziali di ottobre, che ha appoggiato la dittatura militare, che si è espresso a favore della tortura e che ha liquidato una deputata dicendole che non l’avrebbe stuprata dato che non ne valeva la pena.
Quattro giorni prima di morire Marielle Franco aveva denunciato l’ennesima uccisione da parte della polizia militare; la vittima si chiamava Matheus Melo, ed era l’assistente di un parroco.

La continua ed instancabile azione di denuncia di Marielle pesava ed aveva una risonanza preoccupante, dato che era stata eletta a capo di una commissione per monitorare proprio l’attività della polizia nelle favelas di Rio. Marielle è stata uccisa per questo, per aver denunciato ciò che comportava l’intervento della polizia nelle favelas, ossia la morte della democrazia, repressione, violenza e brutalità, con una descrizione perfetta e profetica “o acirramento da violência nos corpos nossos de favelados” (l’incitamento alla violenza sui nostri corpi di abitanti delle favelas) (2).

Nelle favelas l’esercito abbatte cancelli e steccati, entra nelle case, fruga, perquisisce, intimidisce, minaccia e stupra. Ogni giorno. E uccide. Sono 1275 i casi di omicidi commessi dalla polizia tra il 2010 e il 2013 in Brasile, un paese che ha un tasso di morte violenta superiore alla Siria. Le vittime erano di colore nel 79% dei casi. E per il 99% uomini. Solo per caso e per inciso, alla fine dell’anno scorso è stato approvato un disegno di legge in base al quale gli omicidi della polizia contro i civili non sono più soggetti alla giustizia ordinaria, ma ai tribunali militari. Nessun controllo civile quindi sull’operato delle Forze Armate brasiliane, che nelle favelas rispondono direttamente a Temer.
Il proletariato delle favelas, in particolare “negro” e donna, già inginocchiato dallo sfruttamento del capitale e tiranneggiato dai narcos, ha tutto da temere e niente da guadagnare dal pugno di ferro di Temer.

Marielle dice: “o barulho dos tanques, de tanque blindado, o barulho do tanque ainda é muito latente que ficava na porta de um dos prédios que eu morei até pouco tempo. Esse medo, esse desespero é onde a gente chora porque corta na nossa carne” (“Il frastuono dei carri armati, dei blindati, il frastuono dei carri è ancora presente all’ingresso di uno dei palazzi in cui abitavo fino a poco tempo fa. Questa paura, questa disperazione si trova ancora nel pianto della nostra gente perché lacera la nostra stessa carne.”) (3)

Perché Marielle? Semplice. Perché donna. Perché femminista. Perché anticapitalista. Perché lesbica. Perché proletaria. Perché madre. Perché nera. Perché ascoltata.
Questo assassinio politico non è che l’ultimo atto di una guerra di genere e di classe che si compie sul corpo delle donne tutti i giorni in tutto il mondo. Una guerra condotta con ogni mezzo dalla classe dominante, maschia, bianca e ricca, sulla pelle degli sfruttati e delle sfruttate.
I poveri devono stare al proprio posto, nei ghetti delle città e delle periferie del capitale, da noi come a Rio, in Libia e in Nigeria. Così le donne, anch’esse “vicino al camino”, come si diceva negli anni Settanta.
In un paese come il Brasile in cui le donne subiscono uno stupro ogni 11 minuti e 12 donne vengono uccise ogni giorno (4), essere donna e lottare per la propria autodeterminazione e per quella della propria classe è ancora un delitto imperdonabile. In Italia i numeri sono inferiori, ma il principio è lo stesso.

La vicenda di Marielle Franco dovrebbe far aprire gli occhi a tutti coloro che pensano che il cambiamento culturale sia sufficiente, che basti migliorare un po’ l’educazione scolastica, che servano “riforme” e piccole lotte particolari su questo o quel provvedimento. Che tutto ciò che riguarda le donne non abbia nulla a che fare con il sistema economico, ma che sia una questione di mentalità, di maggiore parità. Ciò dovrebbe far riflettere anche gli impenitenti legalisti che a casa nostra davanti a ogni femminicidio sbraitano di misure repressive, ergastoli, castrazioni e ghigliottina.
Quando è la polizia a giustiziare chi chiede diritti, cosa c’è rimasto da salvare? Non deve essere palese solo per noi rivoluzionari che la democrazia borghese non esiste e non è mai esistita, che esiste solo l’oppressione degli sfruttatori sugli sfruttati. La parità di trattamento Marielle l’ha avuta. Assassinata dallo stato come un boss dei narcos. Con quattro colpi alla testa. Come un uomo. Scomodo.
Che ci uccida la polizia in un’esecuzione sommaria, o un fidanzato in preda ai “fantasmi della gelosia”, o un datore di lavoro perché non in regola con le norme di sicurezza, o che ci uccida il lento logorio di un lavoro di cura infinito, per tutti, bambini, adulti o anziani, che ci stupri un carabiniere “maschietto” o che ci uccida il taglio dello screening in un sistema sanitario ormai privatizzato, dobbiamo prendere coscienza che solo combattendo per abbattere alla radice patriarcato e capitalismo potremo disporre di quella libertà che oggi ci manca. Come donne e come sfruttate, lavoratrici, precarie, disoccupate, madri o meno, giovani o vecchie.

Migliaia di persone sono scese in piazza per esprimere la propria tristezza e rabbia per l’omicidio di Marielle. È ancora presto per dire se queste proteste prenderanno una forma più strutturata e di lungo corso.
La combattività era il suo marchio di fabbrica, e la strada politica e personale che aveva percorso lo testimoniava. Avrebbe potuto correre per le presidenziali, acquisire ancora più influenza. Andava fermata. E con lei tutti coloro che ne condividono le battaglie. Come rivoluzionari, dobbiamo fare sì che questo omicidio ottenga l’effetto opposto. E che tante voci come quella di Marielle si levino dalle periferie del capitale.
“Hoje a gente tem o temor e aí, quem aqui vigia os vigias? Quem presta contas? A gente vem para ocupar a rua, sim” (Oggi la gente ha paura e quindi, chi ci protegge dalle guardie? Chi ne risponderà? La gente scenderà a occupare le strade, sì!”) (5).




(1) https://veja.abril.com.br/brasil/desembargadora-diz-que-marielle-estava-engajada-com-bandidos/

(2) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/03/15/politica/1521140804_564612.html

(3) https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=h9oC94oOAdA

(4) https://www.newstatesman.com/world/south-america/2018/03/marielle-franco-s-death-emblem-violence-against-brazil-s-poor-and-black

(5) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/02/16/politica/1518803598_360807.html

MG - Commissione oppressioni
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI