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Strano ma virus

Gli scioperi operai e i cambiamenti della psicologia di massa

14 Marzo 2020
Gli scioperi operai di questi tre ultimi giorni contro l'assenza delle misure di sicurezza sono il più importante episodio di lotta degli ultimi anni all'interno delle fabbriche italiane. Lo sono per la loro diffusione territoriale, dal nord al sud Italia. Lo sono per la diversità dei comparti industriali coinvolti, dai metalmeccanici alla cantieristica alla chimica alla logistica. Lo sono per il tasso di partecipazione elevatissima che hanno registrato tra i lavoratori e le lavoratrici, molto superiore a quello dei (pochi) scioperi ordinari convocati ritualmente dalle burocrazie. Lo sono per il loro carattere spesso spontaneo, ciò che ha sorpreso i vertici sindacali e lo stesso governo, che infatti si è affrettato a convocare sindacati e industriali a stretto giro di posta per cercare di tappare la falla.


GLI SCIOPERI OPERAI NELLA SORPRESA GENERALE

Non capitava da tempo che scioperi operai avessero un impatto politico diretto. Naturalmente è al momento solo un episodio. Naturalmente si è prodotto in un contesto politico eccezionale, segnato da un'emergenza pubblica senza precedenti nel dopoguerra italiano. Tuttavia è esattamente questa emergenza pubblica ad aver spinto in avanti gli scioperi. Questo è il punto. “Il coronavirus riscopre la lotta di classe” titola in prima pagina un organo di stampa borghese on line. L'articolista non avrebbe mai immaginato di dover ricorrere a quel titolo. Esso riflette, nel linguaggio borghese, la sorpresa generale. Gli operai? Nessuno li aveva considerati negli ultimi anni se non come oggetto statistico, o curiosità sociologica, o bacino elettorale. Neppure... le direzioni sindacali ne avevano avvertito la presenza, se non per qualche parata d'immagine a uso telecamere: al punto che la stessa apertura della stagione contrattuale per nove milioni di lavoratori nel solo settore privato è come fosse assente dallo scenario pubblico. Né scioperi, né manifestazioni, né nulla. Per quale ragione dunque avrebbe dovuto occuparsi degli operai il governo Conte, per di più nel momento del coronavirus? Il decreto ministeriale non li nomina neppure, dà per scontato che in fabbrica si continui a lavorare normalmente, perché così avviene ogni giorno, nella quiete generale. Del resto questa era stata la richiesta pubblica di Confindustria. Un governo padronale non poteva fare altrimenti.

Ebbene, gli scioperi nelle fabbriche sono a loro modo una risposta a tutto questo. “Non siamo carne da macello, se non c'è sicurezza non si lavora”. In questo sentimento di massa c'è innanzitutto la paura fisica del contagio. Ma c'è anche qualcosa di più e di diverso. C'è la reazione alla rimozione generale e la sofferenza della propria condizione. C'è soprattutto il rifiuto del silenzio. Non è un caso che il primo segnale sia venuto martedì proprio da FCA Pomigliano, dal settore di classe più ricattato del proletariato industriale, quello da più tempo passivizzato e umiliato nella propria condizione e nei propri diritti. Quello da cui era impensabile attendersi una reazione di lotta, secondo i tanti benpensanti della sinistra politica. Invece proprio operai che stanno da dieci anni in “quarantena”, sotto il tallone di ferro del padrone, sono quelli che hanno rialzato la testa per primi. E a modo loro hanno suonato la sveglia per gli altri.


L'EMERGENZA SCUOTE L'IMMAGINARIO COLLETTIVO

Certo, ciò che è accaduto in questi tre giorni non può cancellare d'incanto, nella coscienza dei lavoratori, il deposito di veleno che si è sedimentato negli anni. Anche pulsioni razziste, suggestioni nazionaliste, domanda d'ordine. Chi si facesse prendere dall'entusiasmo rischia di esporsi a una cantonata. Eppure oggi c'è stata una scossa. Una scossa non è di per sé un terremoto, ma è un segnale; un segnale importante, tanto più dopo un lungo riflusso. Chi coltiva una visione ideologica e statica dello lotta di classe è spesso insensibile alla stessa categoria della svolta. Accade sia a chi immagina una classe sempre all'attacco sia a chi teorizza all'opposto una sconfitta epocale. Per entrambi nessun episodio è di per sé rilevante, se non a conferma di una tesi precostituita. Invece la lotta di classe procede per scatti e per svolte, soprattutto nelle epoche di crisi, soprattutto quando grandi fatti imprevisti scuotono l'immaginario collettivo.

Il coronavirus e lo stato d'emergenza rappresentano uno di questi fatti. Sono tre settimane ormai che l'Italia è segnata da uno stato d'emergenza sanitaria. Queste tre settimane non hanno cambiato solamente la vita quotidiana di ciascuno, hanno anche mutato l'agenda pubblica e scosso la psicologia di massa. Per lunghi anni il tema della sicurezza è stato declinato in chiave reazionaria, o in direzione xenofoba, o in termini manettari, o in nome della giustizia fai da te (legittima difesa). È stato il terreno di pascolo del salvinismo negli anni della sua grande ascesa, la sua rendita di posizione assicurata. Ora quella rendita di posizione si è dissolta, come mostrano peraltro gli stessi sondaggi. Ora, dopo tre settimane, la sicurezza è per tutti quella della salute e della vita. Ora la sicurezza è per tutti una sanità che finalmente funzioni. Ora lo scandalo vero per tutti non è il barcone dei migranti, ma i 37 miliardi tagliati in dieci anni al servizio sanitario pubblico – tagliati da tutti i governi e da tutti i principali partiti, anche da Salvini che votò il pareggio di bilancio in Costituzione o da Meloni che con Berlusconi votò persino la legge Fornero di Monti.
Ora gli operai che in massa hanno votato a destra, perché a questa consegnati dalla sinistra, sono tra quelli che scioperano contro le pretese dei padroni. Salvini li rincorre offrendosi come loro protettore (per cui adesso “bisogna chiudere tutto”, mentre prima tutto andava aperto), ma è appunto lui che li rincorre, non viceversa. Questo è il cambio.

Se guardiamo bene, persino la rivolta dei detenuti è stata percepita diversamente. Nella situazione precedente, a fronte di una rivolta con quei caratteri, la demagogia reazionaria e securitaria avrebbe sfondato nell'opinione diffusa, anche operaia, forse soprattutto operaia. Oggi no. La rivolta non è per lo più condivisa, ma non è demonizzata. Perché la massa di detenuti pigiati senza protezioni nelle prigioni richiama in fondo, sottotraccia, l'immagine di una ingiustizia, non molto diversa da quella che si vive, senza protezioni, nella realtà quotidiana della fabbrica. Non è cambiata (ancora) la coscienza, ma è cambiato l'angolo di sguardo. Un cambio provvisorio ma significativo.

La nostra piccola rubrica quotidiana registra questo cambio con interesse.
A differenza di tante altre scuole di pensiero non abbiamo mai idolatrato i movimenti, perché sappiamo che il punto cruciale è la coscienza e la direzione. E tuttavia una coscienza e una direzione alternativa non si costruiscono in laboratorio, ma in un rapporto vivo con ciò che accade, con gli avvenimenti vivi della lotta di classe, con i mutamenti della psicologia collettiva, anche quando sono ancora incerti, embrionali, tremolanti. Per questo salutiamo gli scioperi operai come aria fresca, dopo anni di palude e di ristagno. Per questo viviamo l'attuale stato d'eccezione non solo come esperienza drammatica, quale indubbiamente è, ma anche come terreno di possibile maturazione di uno scenario nuovo sul terreno della battaglia anticapitalistica e di classe.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL e il movimento delle sardine

In questi ultimi giorni migliaia di persone stanno riempiendo le piazze d’Italia per protestare contro l’arrivo di Salvini, per dimostrare che c’è ancora chi non si arrende al tour infinito della sua becera propaganda razzista e xenofoba.
Così è nato il "movimento delle sardine", movimento che si presenta non solo come opposizione a Salvini ed alle sue politiche, ma anche come monito e nemesi contro tutta quella sinistra rimasta per anni troppo immobile, passiva e compromessa con le politiche di governo.
Quando ci si lamenta giustamente della pretesa del movimento di non avere al suo interno bandiere di partito, infatti, non si può sorvolare sul fatto che questo è anche il prodotto delle politiche lacrime e sangue di cui si è reso responsabile l’intero arco delle forze della sinistra più o meno riformista.
Noi sappiamo per esperienza che, dietro il presunto velo apartitico, si nasconde quasi sempre il volto del partito sbagliato, quello più sporco e ipocrita, in questo caso l’immarcescibile PD che, con la consueta opera di trasformismo, cerca ora in piazza di rifarsi il trucco.
A differenza del movimento di Greta del Fridays For Future, il movimento delle sardine, infatti, vede al momento non solo una presenza periferica del PD, ma un vero e proprio tentativo egemonico, in molte piazze anche riuscito. Nondimeno la motivazione che muove le piazze è sacrosanta, e il movimento va quindi seguito e incalzato per smascherare i suoi falsi amici.
Come PCL, sappiamo che, spesso, la coscienza politica nei movimenti è molto arretrata, specialmente in Italia, ma questa non è una ragione per lasciare da soli quei movimenti. Perciò non solo siamo dentro il movimento, ma lavoriamo per sviluppare al suo interno una prospettiva rivoluzionaria ed anticapitalista, l’unica in grado di battere davvero Salvini.
Tanto più che l’epoca è instabile e il PD oggi alla testa, con una propaganda audace e sistematica, può trovarsi presto alla coda per ruzzolare definitivamente nella polvere, liberando così la coscienza delle migliaia di “sardine” che oggi riempiono la piazza, facendo fare un passo avanti gigantesco alle lotte di classe di questo Paese. È questo l’obbiettivo per cui bisogna lavorare.
Armando Attilio Tronca

Solidarietà ai compagni e alle compagne della sezione di Arezzo

Tutto il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria solidarietà ai compagni e alle compagne della sezione PCL di Arezzo per l'azione squadrista condotta contro la nostra sede di partito a Castiglion Fiorentino.
Un'azione squadrista e vile formalmente anonima, ma in una realtà segnata dalla presenza attiva e organizzata dei fascisti.
La riconoscibilità del PCL sul territorio, l'azione a lungo condotta dal nostro partito nello stesso consiglio comunale contro ogni forma di sciovinismo nazionalista e xenofobo, è stata sempre considerata dai fascisti locali come una provocazione da estirpare. Da qui una lunga serie di intimidazioni, incoraggiate tanto più oggi dal vento reazionario e anticomunista che si respira in tutto il paese.
L'aggressione squadrista contro la nostra sede e stata sospinta e armata da questo clima.
Ma la nostra determinazione antifascista sarà se possibile più forte di prima. Sempre con la consapevolezza che il fascismo ha la sua radice nel capitalismo e nella barbarie quotidiana che questo produce, e che antifascismo e anticapitalismo restano per noi inseparabili.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento di liberazione LGBTQI+ e di liberazione sessuale

Anticlericale! Anticapitalista! Rivoluzionario! La retata nella notte del 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn di New York diede inizio a una lunga lotta per i diritti delle persone LGBTQI+. Contro la repressione poliziesca migliaia di gay scatenarono una battaglia di strada, e sull’onda di quella rivolta le manifestazioni e le associazioni per la difesa dei diritti delle persone con diversi orientamenti sessuali da quelli imposti dall’eterosessualità obbligatoria della morale borghese, videro un salto di qualità e un'internazionalizzazione senza precedenti. 

Il modello capitalista e patriarcale è il principale nemico delle nostre sensibilità, affetti e vite amorose e sessuali. È il sistema economico e sociale diviso in classi e fondato sul profitto che, nella storia, ha imposto un modello di famiglia eterna monogamica eterosessuale e patriarcale. Questo tipo di famiglia e di relazioni derivano da esigenze economiche, dalla necessità di proteggere, accumulare e trasmettere la proprietà privata, per consentire quindi la riproduzione del capitalismo (famiglia come cellula dell'accumulazione capitalista).

Le classi dominanti (capitalisti, banchieri e Chiesa) ed i loro governi difendono questi modelli per difendere i loro interessi, che non sono i nostri! Con la loro ideologia e propaganda, e con le loro leggi, glorificano la famiglia tradizionale, sponsorizzano modelli, valori e relazioni reazionari e degenerati. Nulla a che vedere con esigenze naturali dell'uomo, ma anzi proprio contro la sua natura.

Noi rivendichiamo il superamento della famiglia eterosessuale, della famiglia monogamica e della famiglia patriarcale. Rivendichiamo il superamento dell'attuale morale reazionaria, per una nuova morale basata su valori collettivi e comunitari. Rivendichiamo che il solo legame che consacra l'unione è l'amore, attraverso il libero consenso. Rivendichiamo un “amore multiforme e multicorde”. Rivendichiamo un “eros alato”.
Il movimento LGBTQI+ ha davanti a sé una importante sfida: intrecciare, da un punto di vista di classe, le proprie istanze a quelle dell'antifascismo, del femminismo, del mondo del lavoro, degli studenti e dei migranti, contro un governo reazionario e contro la deriva xenofoba, misogina e omofoba oggi in atto in Italia.

- Piena parità, dignità e libertà, declinate in leggi e diritti come il matrimonio egualitario!

- Per il riconoscimento delle unioni civili e di fatto, nella sua interezza, della genitorialità tanto per i single quanto per le coppie omosessuali!

- Per il riconoscimento delle identità trans, della tutela della salute, e il contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere!

- Contro il ruolo reazionario della Chiesa cattolica! Per l'abolizione del Concordato e di tutte le regalie che concediamo al Vaticano, a partire dalla truffa dell'8x1000 e dall'insegnamento religioso nella scuola pubblica!

- Per una prospettiva anticapitalista e socialista, in Italia e su scala mondiale!

Perché solo il socialismo (contro ogni esperienza controrivoluzionaria dello stalinismo passato, anche nel campo della famiglia, della libertà sessuale e di genere) potrà liberare l’umanità intera dal retaggio oscurantista e reazionario.

Unitevi a questa lotta, unitevi al PCL!
Partito Comunista dei Lavoratori

Ipocrisia e crimine della UE contro i migranti

Sugli accordi del 29 giugno

30 Giugno 2018
 L'accordo unanime dei ventotto governi capitalistici dell'Unione Europea in fatto di immigrazione è un manifesto di ipocrisia, ma anche la sottoscrizione di un crimine.

L'ipocrisia ha travalicato i confini del grottesco. Nel nome della solidarietà europea, la vera preoccupazione di ogni governo è stata cercare di salvare la faccia sul proprio fronte interno. Ogni governo ha rassicurato la propria opinione pubblica “sovranista” sul fatto che dell'accoglienza si occuperà il vicino. Ogni governo ha sventolato come propria vittoria il conto rifilato agli “alleati”.

In questo gioco l'Italia giallo-verde è rimasta col cerino in mano. Il "governo del cambiamento” ha dovuto esibire come successo una specie di acquisto del Colosseo: un accordo patacca che esenta persino formalmente gli altri paesi della UE da ogni obbligo in fatto di accoglienza e di ripartizione, mentre la Germania si riserva di rispedire in Italia i migranti in essa sbarcati.
Merkel esibisce il risultato agli occhi della CSU bavarese, e salva così il proprio governo. Macron sbatte gongolante la permanenza del Trattato di Dublino in faccia a Le Pen e all'Italia. Ma cosa può esibire Giuseppe Conte agli occhi di un'opinione pubblica cui aveva annunciato la svolta? La verità è che il tiro alla fune ipocrita tra gli Stati europei sulla gestione dei flussi migratori continuerà inalterato, e che le stesse parole sibilline di un accordo finto saranno usate dagli uni contro gli altri senza risparmio di colpi nel nome degli interessi nazionali. Ovunque si continuerà a far credere ai propri lavoratori, precari, disoccupati, che il loro nemico è lo straniero, secondo quell'impasto di nazionalismo e xenofobia che oggi concima un senso comune diffuso.

Tuttavia dietro il sipario della recita ipocrita e delle contraddizioni imperialiste si nasconde il vero contenuto concreto dell'accordo: la militarizzazione della frontiera esterna dell'Unione Europea, con la piena copertura delle Nazioni Unite. Questo, e solo questo, è l'accordo vero del 29 giugno. Erdogan riceve altri tre miliardi per blindare la frontiera balcanica. Altri 500 milioni vanno al Fondo fiduciario per l'Africa, per recintare la frontiera sub-sahariana. Imprecisate piattaforme di sbarco extra-UE dovrebbero essere aperte in Algeria, Egitto, Libia, Tunisia, col tentativo di accollare loro - con destinazione definitiva - la gran parte del carico dei migranti: un gigantesco deposito di carne umana destinato ad arbitri ed abusi. (Se poi i corrotti governi nord-africani opporranno resistenza si cercherà di oliare la loro disponibilità.)
Infine la Guardia Costiera libica, con le nuove motovedette fornite da Salvini, ottiene pieni poteri nel Mar Mediterraneo mentre si chiudono i porti italiani alle Ong persino per i rifornimenti. Ciò che significherà una cosa sola: nuove stragi di naufraghi per mancato soccorso e ulteriori segregazioni nei campi lager libici, luogo quotidiano di stupri, torture, commercio degli schiavi.

L'accordo del 29 giugno è la riprova, una volta di più, che l'unica possibile Unione (capitalistica) europea è quella contro gli sfruttati: contro i propri lavoratori e contro gli oppressi di ogni colore.
Per questo “Prima gli sfruttati”, al di là di ogni frontiera, è ovunque l'unica risposta. A partire dall'opposizione al governo capitalista di casa propria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il nuovo governo e le prospettive dello scenario politico

Risoluzione sulla situazione politica votata dal Comitato Centrale del PCL

26 Giugno 2018

Il nuovo governo Conte-M5S-Lega è il portato del terremoto politico del 4 marzo. Riflette al tempo stesso la profondità della rottura politica prodottasi e le nuove contraddizioni di cui è gravida.


NUOVO GOVERNO E GRANDE CAPITALE 

La soluzione di governo della crisi politica non rappresenta la soluzione preferita dal grande capitale. Dopo il risultato del 4 marzo la grande borghesia aveva puntato sull'incontro tra M5S e il PD, in funzione di una “costituzionalizzazione” del M5S quale nuovo possibile baricentro politico, sotto la spinta e il controllo del Partito Democratico. L'operazione, difficile in termini di numeri parlamentari, è stata affossata dal renzismo, preoccupato di preservare il proprio controllo sul PD e in ogni caso la propria rendita politica di posizione. Il nuovo governo è nato dal fallimento di quella operazione. La sua composizione è interamente affidata a forze politiche estranee al tradizionale centro borghese. La mediazione politica e programmatica tra loro intercorsa ha proceduto per sommatoria delle rispettive promesse elettorali, senza il filtro politico diretto del grande capitale.
La guida del governo (Giuseppe Conte) è la risultante posticcia del loro equilibrio.

La Presidenza della Repubblica cerca di porsi come una sorta di contrappeso istituzionale delle forze populiste in rappresentanza del grande capitale, e sotto la pressione degli ambienti UE. Il lavoro di controbilanciamento agisce su piani diversi e complementari: limatura e contenimento delle spinte più populiste sul terreno del programma, in funzione della tenuta del quadro UE e della collocazione internazionale dell'imperialismo italiano; controllo su ministeri strategici, o condizionamento attivo delle relative nomine, a presidio di questa collocazione (Esteri, Economia); pressione sul nuovo premier per investirlo di un ruolo autonomo rispetto alla maggioranza politica di cui è espressione.
Ma la dinamica di questi mesi ha dimostrato che il margine di manovra di cui Mattarella dispone è obiettivamente limitato dal quadro politico e dall'assenza di alternative disponibili. Ciò che ha esposto la stessa Presidenza della Repubblica a dinamiche di crisi istituzionale.

L'Italia è l'unico paese imperialista della UE sotto il controllo di un esecutivo populista, sullo sfondo della crisi e decomposizione del centro politico borghese. Ciò rappresenta un fattore critico sia per il capitalismo italiano in un contesto negoziale difficile sul terreno europeo (negoziazione del bilancio comunitario e dell'unione bancaria, alla viglia dell'annunciata ritirata del Quantitative Easing da parte della BCE); sia per le ricadute del caso italiano sugli assetti malfermi dell'Unione (spinta del gruppo di Visegrad; irrigidimento olandese sulle politiche di bilancio; contraddizioni interne all'asse franco tedesco; diversificazione delle reazioni al trumpismo...).

In questo quadro generale è maturato il posizionamento critico e diffidente di Confindustria, CEI e grande stampa borghese verso il nuovo governo. La stessa apertura manifestata a suo tempo verso il M5S è al momento congelata.


IL PROFILO REAZIONARIO DEL NUOVO GOVERNO 

Il contratto di governo del nuovo esecutivo pentaleghista ha un timbro di destra sociale.

Per un verso configura elementi redistributivi (cosiddetto reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, salario minimo orario) combinati con elementi statalisti (potenziamento della CDP, banca pubblica per gli investimenti, rafforzamento del Tesoro nelle partecipate...), con un liberismo radicale sul piano fiscale (cosiddetta flat tax) a favore del padronato e delle grandi ricchezze, con la preservazione delle leggi di precarizzazione del lavoro (reintroduzione dei voucher), seppur combinate con qualche loro temperamento (cancellazione annunciata del decreto Poletti).
Dall'altro prevede una politica iperreazionaria sul terreno dell'ordine pubblico, delle misure securitarie, della legislazione giudiziaria e carceraria, e soprattutto della immigrazione (segregazione e respingimento di 500.000 migranti; discriminazione etnica per gli stessi immigrati “regolari”, in fatto di reddito e asili).

Mentre la somma degli elementi reazionari Di M5S e Lega (giustizialismo e xenofobia) ha massimizzato il timbro politico reazionario del programma, la somma delle promesse sociali ai rispettivi blocchi elettorali (reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, flat tax) cozza coi parametri tradizionali sul terreno delle politiche economiche.
Di certo la suddivisione degli incarichi ministeriali (Salvini agli Interni, Di Maio a Lavoro e Sviluppo economico unificati) è funzionale alla gestione propagandistica delle rispettive bandiere e al rapporto con i rispettivi blocchi sociali.

L'aspetto più evidente del programma economico è l'assenza delle coperture. Tutte le voci di copertura sono indeterminate o rimandano ad una trattativa in sede UE che si scontra con spazi negoziali obiettivamente ridotti e in ogni caso massimamente incerti. Questa contraddizione è il portato obbligato dell'accordo M5S-Lega, e ne misura al tempo stesso la difficoltà di gestione. La prossima Legge finanziaria sarà il primo serio banco di prova di questa difficoltà annunciata.

Il governo cercherà di mascherare la difficoltà di gestione delle proprie promesse sociali con due strumenti principali. Il primo è la diluizione nel tempo dell'applicazione del programma attraverso la sua proiezione sulla legislatura. Il secondo è il ricorso parallelo alle misure “esemplari” sul terreno dell'ordine pubblico (migranti) e demagogiche (vitalizi), utili ai riflettori e alla tenuta del consenso, come leva di compensazione delle difficoltà sociali.

Il ministero degli Interni nelle mani della Lega segnerà in ogni caso un nuovo livello della campagna reazionaria, in particolare contro i migranti. L'apertura delle organizzazioni fasciste (CasaPound) al nuovo governo si pone in una logica di inserimento e cavalcamento del nuovo contesto ai fini del proprio radicamento sociale e organizzazione militante.


LE PROSPETTIVE DEL NUOVO SCENARIO POLITICO 

Il nuovo governo e la sua dinamica incideranno sull'evoluzione dell'intero scenario politico. Tre sono le possibili ipotesi di prospettiva.

La prima è quella di una dinamica di crisi relativamente rapida della nuova esperienza di governo (esplosione delle contraddizioni sulla prossima Legge finanziaria, dissoluzione della coalizione entro l'anno). In questo caso si delineerebbero probabilmente elezioni politiche anticipate all'inizio del 2019, con la possibile ricomposizione dello schieramento di centrodestra.

La seconda è una dinamica di crisi egualmente rapida, ma gestita di comune accordo dalla maggioranza M5S-Lega in chiave populista, anti-UE e antiestablishment (“non vogliono che governiamo”, “ci vogliono imporre nuova austerità che noi rifiutiamo”, ecc.): in questo caso le elezioni politiche anticipate vedrebbero l'esordio di un blocco populista unificato alla ricerca di un proprio rilancio e di un nuovo accumulo di forze.

La terza ipotesi è quella di una relativa stabilizzazione dell'attuale quadro politico di governo (tenuta della coalizione, contenimento gestito delle sue contraddizioni, consolidamento del punto di equilibrio interno all'asse populista). È un'ipotesi di non facile realizzazione, ma che non può essere esclusa. Potrebbe capitalizzare la crisi profonda di consenso del vecchio establishment, l'assenza di alternative politiche praticabili, la capacità di attrazione anche in sede parlamentare di nuovi apporti trasformisti (in particolare da FI), l'arretramento profondo del movimento operaio. È un'ipotesi oggi considerata dal gruppo dirigente attuale di M5S, quale via praticabile per la stabilizzazione di un proprio ruolo di governo e l'inserimento profondo nell'apparato di Stato borghese; ed è apertamente considerata dal gruppo dirigente salviniano della Lega, che certo cerca di preservare una possibile via di fuga in direzione della ricomposizione del centrodestra, ma vuole prioritariamente verificare sul campo il possibile investimento di prospettiva nel blocco con il M5S. Lo sganciamento di Salvini da Berlusconi muove da questa ricerca. L'opposizione di FI muove dal tentativo di ostruirla. Mentre l'avvicinamento di Fratelli d'Italia all'area di governo (astensione sulla fiducia) misura la disarticolazione in atto nel centrodestra.

Certo l'eventuale stabilizzazione di un blocco populista M5S-Lega segnerebbe una ristrutturazione profonda del quadro politico, in direzione di un un nuovo bipolarismo tra blocco populista e partiti dell'establishment, oggi disarticolati e in crisi. E potrebbe influenzare profondamente le stesse dinamiche di classe sul fronte sociale.


UN GOVERNO FORTE DELLA CRISI DELL'OPPOSIZIONE 

Il nuovo governo nasce col vento in poppa di un vasto consenso sociale di massa, anche tra i lavoratori salariati.

Le odiose politiche di austerità del passato alimentano attese e illusioni sulle misure sociali annunciate, mentre il posizionamento ostile del capitale finanziario, italiano ed europeo, agisce come fattore di consolidamento del blocco sociale interclassista su cui il governo si appoggia.
Naturalmente le contraddizioni interne a questo blocco sociale saranno esposte all'esperienza di massa del nuovo governo (a partire dalla prossima Finanziaria), alle dinamiche della lotta di classe, e a variabili imprevedibili (possibile ritorno della turbolenza finanziaria). Ma il piede di partenza del nuovo esecutivo sul fronte sociale dispone di un punto di forza.

Il livello iniziale di consenso sociale del nuovo governo presso il lavoro salariato è nettamente superiore a quello che accompagnò il decollo dei governi tradizionali di centrodestra a trazione berlusconiana, mentre l'opposizione politica del popolo della sinistra è indebolita dai processi di ridimensionamento e dispersione che l'attraversano e che l'esito elettorale del 4 marzo ha registrato.

La passività della burocrazia sindacale regala al governo un più ampio spazio di manovra, mentre l'opposizione democratica sul terreno dei diritti civili, volutamente separata dalla questione sociale, ha una bassa incidenza sull'orientamento di massa dei lavoratori e sui rapporti di forza complessivi.


PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE E DI MASSA 

La costruzione dell'opposizione di classe e di massa contro il nuovo governo è il terreno centrale di intervento e proposta del nostro partito.

A livello di massa, la nostra linea di intervento e proposta deve intrecciare la denuncia del carattere reazionario del governo e il contrasto delle illusioni sociali di cui si circonda.

Ambienti sovranisti della sinistra minimizzano la valenza reazionaria del nuovo governo dentro la rappresentazione dello scontro tra Italia e UE come “contraddizione principale”, mentre ambienti editoriali “progressisti” (Il Fatto Quotidiano) coprono il M5S e il suo blocco con la Lega nel nome della discriminante antiberlusconiana e antirenziana, o a sostegno delle misure giustizialiste e panpenaliste.
In aperto contrasto di queste posizioni, il PCL fa della denuncia della natura reazionaria del governo M5S Lega un'articolazione del proprio intervento controcorrente a livello di massa. In questo contesto assume una valenza particolare la battaglia per la difesa dei migranti e dei loro diritti, per lo sviluppo e generalizzazione della loro mobilitazione (manifestazioni di Napoli e Caserta, iniziativa dei braccianti di Gioia Tauro), e la battaglia di tutela dei diritti civili, delle donne, di tutte le minoranze oppresse (contro le posture omofobe del nuovo Ministro della Famiglia)

Al tempo stesso tanto più oggi la battaglia democratica controcorrente è inseparabile dalla caratterizzazione classista dell'opposizione al governo. Ciò che significa il contrasto di ogni logica di fronte popolare col PD in funzione della contrapposizione alle destre. L'opposizione del PD al nuovo governo muove dagli interessi dell'establishment. Oggi quell'opposizione concorre di fatto alla tenuta e consolidamento del blocco sociale reazionario su cui il governo si regge. Si tratta di impostare e costruire un'opposizione di segno opposto, dal versante della classe lavoratrice e dei suoi interessi sociali. Un'opposizione che miri ad entrare nelle contraddizioni dei blocchi sociali interclassisti, ad aprire ed approfondire una loro linea interna di frattura, a liberare i lavoratori dall'egemonia reazionaria per ricomporre attorno ad essi un blocco sociale alternativo.

Da un lato occorre demistificare il carattere truffaldino delle posture sociali delle destre (a partire dallo scandaloso regalo fiscale alle grandi ricchezze e ai profitti); dall'altro è necessario rilanciare una piattaforma di mobilitazione indipendente della classe lavoratrice che parta da rivendicazioni riconoscibili a livello di massa per volgerle contro governo e padronato:

- Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore pagate 40 per ripartire il lavoro tra tutti
- Abolizione della Legge Fornero, età pensionabile a 60 anni o 35 anni di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti
- Un vero salario ai disoccupati, finanziato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private
- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano

Su questa piattaforma va rivendicata l'apertura di una vera mobilitazione, nella logica della vertenza generale. Per tale ipotesi di vertenza generale resta centrale la nostra storica parola d'ordine dell'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate eletti nelle aziende e centralizzati a vari livelli, come strumento di elaborazione democratica della piattaforma e delle forme di lotta.
Il passaggio della prossima Legge di stabilità, lo scontro annunciato sulla vicenda Ilva, possono rappresentare un contesto di rilancio e di articolazione di questa proposta, entro la linea generale del fronte di classe e di massa. La CGIL in particolare va posta di fronte alle sue responsabilità politiche, non solo sindacali.


L'UNITÀ D'AZIONE NELL'AVANGUARDIA 
Sul terreno specifico dell'azione politica nell'avanguardia, va ricercata ogni occasione utile di caratterizzazione del profilo classista e internazionalista della nostra politica, anche attraverso il ricorso a momenti di interlocuzione e unità d'azione con altre forze classiste.

Questa unità d'azione non configura logiche di cartello, né rimpiazza la proposta generale e centrale di fronte unico di massa. Punta da un lato a segnare la linea di demarcazione dalle impostazioni populiste di sinistra e/o sovraniste, in un contesto in cui questo elemento di confronto è riproposto in tutta la sua attualità e significato dal nuovo scenario politico; dall'altro a favorire, ove possibile, un allargamento delle nostre relazioni in settori di avanguardia in funzione della costruzione del partito e del suo autonomo programma generale.

Un aspetto specifico del nostro intervento riguarda Potere al Popolo. Potere al Popolo è sopravvissuto all'insuccesso elettorale e prova a consolidarsi. L'orientamento politico dei partiti che lo compongono conferma la confusa sommatoria di culture e programmi diversi, riformisti e centristi (mutualismo popolare aclassista, sovranismo di sinistra, europeismo progressista), coi loro diversi riferimenti internazionali. La postura populista con impronta sociale rimane il tratto dominante. Al tempo stesso attorno a PaP si mantiene un bacino di avanguardia, diversamente assortito, su cui possiamo avere interesse a intervenire con le nostre posizioni indipendenti. Ciò vale in particolare in occasione di iniziative pubbliche di iniziativa e confronto, nella comune opposizione al nuovo governo M5S-Lega.


Bologna, 10 giugno
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL di Bologna aderisce al corteo antifascista

PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE,
ANTIFASCISTA, RIVOLUZIONARIA

Le recenti elezioni politiche hanno segnato, come non mai  nella storia della Repubblica, un successo delle forze di destra, afasciste come i 5 Stelle o xenofobe come la Lega. Mentre le liste dichiaratamente fasciste non sfondano elettoralmente, ma agiscono in un quadro di aumentato consenso che dà loro nuova energia.
E' necessario ritornare alle lotte dei lavoratori per difendere salario e diritti; a respingere i modelli scolastici padronali; a battersi per pensioni dignitose; a pretendere case dignitose per tutti, italiani e migranti, e così via.
Senza una linea di classe non esiste nessuna ipotesi politica che possa fermare le destre. Dall'altro lato non c'è nessun antifascismo coerente senza lotte dei lavoratori, senza lotta per un altro modello sociale, politico ed economico. 

Il PCL parteciperà al corteo indetto dalla Realtà antifasciste bolognesi, che partirà domani, 25 aprile, alle ore 10 dalla rotonda "Dodi Maracino

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

Non vicino al camino. Na rua com Marielle!



Marielle Franco, una vita contro

Tutti adesso si sono accorti di Marielle. Se ne sono accorti ora che è morta, crivellata da un lotto di munizioni vendute nel 2006 alla polizia di Rio de Janeiro, in un’esecuzione precisa, senza minacce precedenti. Un’esecuzione istituzionale.
Adesso è partita la santificazione postuma, da parte dei media borghesi occidentali che prima ignoravano lei, le sue lotte e il suo angolo di terra proletaria, le favelas del Maré, un agglomerato di slums in cui il presidente Temer, finita la vetrina dei mondiali, aveva destituito il governatore dando il potere alla polizia militare.
Adesso, nell’ondata di costernazione ipocrita del mondo capitalista, si evita accuratamente di dire che era nera, lesbica, madre di una figlia cresciuta da sola, che aveva una compagna, che oltre alla lotta politica anticapitalista era attiva contro le discriminazioni LGBT, che stava conducendo una battaglia per l’accesso all’aborto. Ed era anche femminista, Marielle. E militante del PSOL.
Si filtrano le caratteristiche del santino come meglio si confà alla narrazione, in modo da renderlo innocuo o più o meno digeribile al pubblico occidentale. Ancora più schifosamente si fanno illazioni. Sì, perché hanno pure provato a infangarla Marielle, dicendo che “era coinvolta con i criminali” (1).
Marielle era la voce di un risveglio, quello meticcio, femminile e proletario, che ora è evidente quanto impensierisse i padroni del disordine. Quando il potere capitalista non riesce più a contenere la propria paura del proletariato, la propria consapevolezza che solo il proletariato, le donne, i lavoratori possono spazzarlo via, quando vede la ribellione serpeggiare nei ghetti in cui rinchiude gli sfruttati, non esita ad usare anche l’assassinio alla luce del sole, senza paura e senza vergogna.

L’esecuzione di Marielle Franco avviene infatti in un clima politico, quello brasiliano, avvelenato da un’ondata di populismo razzista, che criminalizza la povertà e giustifica la violenza di stato. La destra cavalca l’emergenza droga e povertà, generando ad arte un clima di odio, tensione e paura, non tanto diverso nei metodi da quello che ha determinato l’avanzamento della destra xenofoba e razzista in Europa e in Italia. Un clima fomentato in Brasile da personaggi come Jair Bolsonaro, dato dai sondaggi al secondo posto per le elezioni presidenziali di ottobre, che ha appoggiato la dittatura militare, che si è espresso a favore della tortura e che ha liquidato una deputata dicendole che non l’avrebbe stuprata dato che non ne valeva la pena.
Quattro giorni prima di morire Marielle Franco aveva denunciato l’ennesima uccisione da parte della polizia militare; la vittima si chiamava Matheus Melo, ed era l’assistente di un parroco.

La continua ed instancabile azione di denuncia di Marielle pesava ed aveva una risonanza preoccupante, dato che era stata eletta a capo di una commissione per monitorare proprio l’attività della polizia nelle favelas di Rio. Marielle è stata uccisa per questo, per aver denunciato ciò che comportava l’intervento della polizia nelle favelas, ossia la morte della democrazia, repressione, violenza e brutalità, con una descrizione perfetta e profetica “o acirramento da violência nos corpos nossos de favelados” (l’incitamento alla violenza sui nostri corpi di abitanti delle favelas) (2).

Nelle favelas l’esercito abbatte cancelli e steccati, entra nelle case, fruga, perquisisce, intimidisce, minaccia e stupra. Ogni giorno. E uccide. Sono 1275 i casi di omicidi commessi dalla polizia tra il 2010 e il 2013 in Brasile, un paese che ha un tasso di morte violenta superiore alla Siria. Le vittime erano di colore nel 79% dei casi. E per il 99% uomini. Solo per caso e per inciso, alla fine dell’anno scorso è stato approvato un disegno di legge in base al quale gli omicidi della polizia contro i civili non sono più soggetti alla giustizia ordinaria, ma ai tribunali militari. Nessun controllo civile quindi sull’operato delle Forze Armate brasiliane, che nelle favelas rispondono direttamente a Temer.
Il proletariato delle favelas, in particolare “negro” e donna, già inginocchiato dallo sfruttamento del capitale e tiranneggiato dai narcos, ha tutto da temere e niente da guadagnare dal pugno di ferro di Temer.

Marielle dice: “o barulho dos tanques, de tanque blindado, o barulho do tanque ainda é muito latente que ficava na porta de um dos prédios que eu morei até pouco tempo. Esse medo, esse desespero é onde a gente chora porque corta na nossa carne” (“Il frastuono dei carri armati, dei blindati, il frastuono dei carri è ancora presente all’ingresso di uno dei palazzi in cui abitavo fino a poco tempo fa. Questa paura, questa disperazione si trova ancora nel pianto della nostra gente perché lacera la nostra stessa carne.”) (3)

Perché Marielle? Semplice. Perché donna. Perché femminista. Perché anticapitalista. Perché lesbica. Perché proletaria. Perché madre. Perché nera. Perché ascoltata.
Questo assassinio politico non è che l’ultimo atto di una guerra di genere e di classe che si compie sul corpo delle donne tutti i giorni in tutto il mondo. Una guerra condotta con ogni mezzo dalla classe dominante, maschia, bianca e ricca, sulla pelle degli sfruttati e delle sfruttate.
I poveri devono stare al proprio posto, nei ghetti delle città e delle periferie del capitale, da noi come a Rio, in Libia e in Nigeria. Così le donne, anch’esse “vicino al camino”, come si diceva negli anni Settanta.
In un paese come il Brasile in cui le donne subiscono uno stupro ogni 11 minuti e 12 donne vengono uccise ogni giorno (4), essere donna e lottare per la propria autodeterminazione e per quella della propria classe è ancora un delitto imperdonabile. In Italia i numeri sono inferiori, ma il principio è lo stesso.

La vicenda di Marielle Franco dovrebbe far aprire gli occhi a tutti coloro che pensano che il cambiamento culturale sia sufficiente, che basti migliorare un po’ l’educazione scolastica, che servano “riforme” e piccole lotte particolari su questo o quel provvedimento. Che tutto ciò che riguarda le donne non abbia nulla a che fare con il sistema economico, ma che sia una questione di mentalità, di maggiore parità. Ciò dovrebbe far riflettere anche gli impenitenti legalisti che a casa nostra davanti a ogni femminicidio sbraitano di misure repressive, ergastoli, castrazioni e ghigliottina.
Quando è la polizia a giustiziare chi chiede diritti, cosa c’è rimasto da salvare? Non deve essere palese solo per noi rivoluzionari che la democrazia borghese non esiste e non è mai esistita, che esiste solo l’oppressione degli sfruttatori sugli sfruttati. La parità di trattamento Marielle l’ha avuta. Assassinata dallo stato come un boss dei narcos. Con quattro colpi alla testa. Come un uomo. Scomodo.
Che ci uccida la polizia in un’esecuzione sommaria, o un fidanzato in preda ai “fantasmi della gelosia”, o un datore di lavoro perché non in regola con le norme di sicurezza, o che ci uccida il lento logorio di un lavoro di cura infinito, per tutti, bambini, adulti o anziani, che ci stupri un carabiniere “maschietto” o che ci uccida il taglio dello screening in un sistema sanitario ormai privatizzato, dobbiamo prendere coscienza che solo combattendo per abbattere alla radice patriarcato e capitalismo potremo disporre di quella libertà che oggi ci manca. Come donne e come sfruttate, lavoratrici, precarie, disoccupate, madri o meno, giovani o vecchie.

Migliaia di persone sono scese in piazza per esprimere la propria tristezza e rabbia per l’omicidio di Marielle. È ancora presto per dire se queste proteste prenderanno una forma più strutturata e di lungo corso.
La combattività era il suo marchio di fabbrica, e la strada politica e personale che aveva percorso lo testimoniava. Avrebbe potuto correre per le presidenziali, acquisire ancora più influenza. Andava fermata. E con lei tutti coloro che ne condividono le battaglie. Come rivoluzionari, dobbiamo fare sì che questo omicidio ottenga l’effetto opposto. E che tante voci come quella di Marielle si levino dalle periferie del capitale.
“Hoje a gente tem o temor e aí, quem aqui vigia os vigias? Quem presta contas? A gente vem para ocupar a rua, sim” (Oggi la gente ha paura e quindi, chi ci protegge dalle guardie? Chi ne risponderà? La gente scenderà a occupare le strade, sì!”) (5).




(1) https://veja.abril.com.br/brasil/desembargadora-diz-que-marielle-estava-engajada-com-bandidos/

(2) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/03/15/politica/1521140804_564612.html

(3) https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=h9oC94oOAdA

(4) https://www.newstatesman.com/world/south-america/2018/03/marielle-franco-s-death-emblem-violence-against-brazil-s-poor-and-black

(5) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/02/16/politica/1518803598_360807.html

MG - Commissione oppressioni
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

Chiudere gli spazi ai fascisti con un'iniziativa unitaria e di massa

 La moltiplicazione delle iniziative di CasaPound e Forza Nuova è all'ordine del giorno nella cronaca politica di questi anni. Ma i fatti di Macerata, il fuoco di un attivista fascista contro migranti con l'obiettivo di uccidere, il pubblico sostegno di Forza Nuova a Traini ed anzi il nuovo rilancio della campagna xenofoba, hanno rappresentato un salto, amplificato dalla campagna elettorale e dai suoi effetti mediatici

I fascisti si nutrono naturalmente della spazzatura rovesciata contro i migranti da tutti i partiti dominanti. La Lega di Salvini è il principale frullatore di questa spazzatura. Il M5S contribuisce in forme più raffinate al medesimo impasto. Quanto al PD di Minniti, ha gestito in prima persona la stretta antimigranti in tutti i suoi risvolti peggiori (taglio ai soccorsi in mare, campi di concentramento in Libia, decreti sul “decoro”...). Le tre destre - nel loro insieme e in concorrenza tra loro - hanno tutte concimato il terreno di coltura dei fascisti. Ma i fascisti non sono né il PD, né il M5S, e neppure la Lega. Sono qualcosa di diverso. Non sono una destra qualsiasi. Sono organizzazioni di combattimento mirate alla distruzione del movimento operaio e delle sue organizzazioni indipendenti. Lo sono programmaticamente, con la pubblica rivendicazione di un sistema di corporazioni che rimpiazzi la democrazia borghese. Lo sono nell'azione, con la pratica dell'aggressione contro militanti e organizzazioni della sinistra politica, sindacale, di movimento. La campagna ossessiva contro i migranti, l'azione vile e squadrista attentamente pianificata nei loro confronti, è solo il terreno prescelto per l'accumulazione delle forze e l'espansione del proprio bacino di consenso. La prospettiva strategica è assai più ambiziosa: l'affermazione di un proprio regime.

Certo, le forze fasciste sono ancora molto ridotte. Il fascismo non è una minaccia immediata. Ma tutte le organizzazioni fasciste, in misura diversa, sono oggi in crescita. In crescita di consenso, grazie alle compromissioni e al disarmo della sinistra politica e sindacale di fronte alla crisi capitalistica e ai suoi effetti sociali. Ma anche in crescita organizzativa e militante del proprio inquadramento militare, anche grazie all'assenza di ogni seria azione di contrasto.

Ora questa dinamica va spezzata.

Non servono a nulla le petizioni costituzionali contro i fascisti. Non serve affidarsi alle famose leggi antifasciste della Repubblica borghese, o invocarne di nuove. Le leggi “antifasciste” non sono mai mancate, nella Prima come nella Seconda Repubblica. Ma i partiti fascisti hanno continuato a vivere e prosperare, prima col MSI, oggi con CasaPound e Forza Nuova, con le complicità e le connivenze di apparati dello Stato, che sono il vero cuore del potere e prevalgono su ogni legge formale. È ora di mettere da parte le illusioni. Solo il movimento operaio, solo la forza di una sua mobilitazione può mettere di fatto "fuorilegge" le organizzazioni fasciste.

Per questo proponiamo a tutte le organizzazioni del movimento operaio e sindacale, a tutte le organizzazioni antifasciste e antirazziste, di promuovere unitariamente l'occupazione preventiva delle piazze prenotate dai comizi fascisti, e concesse dalle autorità locali, per contrastarne dichiaratamente lo svolgimento. È la via di un fronte unico di massa che si assuma la responsabilità di chiudere il varco ai fascisti. Le grandi organizzazioni di massa antifasciste, sindacali e associative, non possono sottrarsi a questa responsabilità per subordinarsi al PD, come è accaduto con la diserzione della manifestazione di Macerata. Debbono assumersela apertamente e pubblicamente.

Questa è la posizione e proposta che il PCL avanza in ogni luogo di confronto interno al campo dell'antifascismo.
Partito Comunista dei Lavoratori

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA ADERISCE AL PRESIDIO ANTIFASCISTA

BOLOGNA - PIAZZA MAGGIORE - VENERDI' 16 FEBBRAIO, ORE 18,30

Per una Sinistra Rivoluzionaria aderisce al presidio di venerdì 16 febbraio per impedire il comizio di Forza Nuova.
Non si può far parlare chi si dichiara esplicitamente nazista e fascista.
Chi inneggia all'attentato terroristico di Macerata e offre la propria organizzazione per la difesa di Traini.
Si è verificato quello che temevamo: all'avvicinarsi delle elezioni politiche queste organizzazioni neofasciste avrebbero cominciato a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni
Arretrare ora vorrebbe dire aprire le porto al peggior revanscismo fascista.
E’ doveroso pertanto mettere in atto la più rigorosa e attenta militanza antifascista.
Certo, ma in nome di quale antifascismo?
Se tutti gli attori politici (Minniti, Salvini, Di Maio) seminano l'idea dell'”invasione” dei migranti - chi sfoderando poteri di polizia, chi promettendo la loro cacciata una volta al governo - i fascisti montano a cavallo di questa idea passando alle vie di fatto, a Genova come a Forlì e a Macerata.
In questo modo vogliono conquistare e organizzare la punta estrema del sentimento xenofobo.
I partiti fascisti costituiscono vere e proprie organizzazioni di combattimento: oggi prevalentemente contro i migranti, domani contro il movimento operaio e le sue organizzazioni.
La verità è che i neofascisti sono da sempre lo strumento del capitale e delle borghesie.
La verità è che fanno comodo a tutti, e che nessuna polizia o magistratura scioglierà quelle organizzazioni.
Non può essere un argine neppure la Costituzione, un compromesso alle spalle della la rossa primavera della Resistenza, che oggi si riconferma la garanzia per questo sistema socio-economico e l'ipocrita copertura per l'immobilismo della sinistra parlamentare.
Spetta al movimento operaio e alla riorganizzazione della classe lavoratrice, e attorno ad essa tutti i disoccupati, gli oppressi e i discriminati, far sprofondare il terreno su cui si costruiscono le organizzazioni fasciste.
L’unione stretta dei lavoratori autoctoni e immigrati è alla base di questa riorganizzazione di classe.
La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo.
Si può fare ciò solo costruendo mobilitazioni, organizzando l'autodifesa militante di scioperi, cortei e comizi, e sviluppando un lavoro di propaganda e di intervento che riduca gli spazi di agibilità del fascismo e che dia slancio all'unica reale alternativa per gli sfruttati e gli oppressi: il governo dei lavoratori e delle lavoratrici e il socialismo internazionale, con l’obbiettivo degli Stati uniti socialisti d'Europa.
La lista "Per una sinistra rivoluzionaria", si candida a portare avanti questo programma e a contrastare queste organizzazioni su ogni terreno.
Per questo invitiamo tutte le organizzazioni della sinistra, tutte le organizzazioni sindacali, tutti i centri sociali, le associazioni locali e nazionali – come l'ANPI e l'ARCI, contro la titubanza delle loro stesse direzioni- tutti i militanti e gli attivisti sinceramente antifascisti alla massima attenzione e alla difesa di tutti i compagni e le compagne che si esporranno sotto le insegne dell'antifascismo e dell'anticapitalismo.

Multedo, migranti e barbarie

A Genova, la reazione razzista di un quartiere popolare e operaio per tradizione, la necessaria risposta classista e antirazzista

La difficoltà della sinistra rivoluzionaria e l'arretramento della coscienza di classe segnano sempre di più il passo anche nei quartieri popolari e di tradizione operaia. Così avviene anche a Genova, dove anche un quartiere come Multedo si accoda alle proteste contro i rifugiati e i migranti che già si sono viste in molte altre occasioni in cui si annunciasse l'istituzione di un centro o di qualche appartamento per l'accoglienza: Villa Ines a Struppa, Via XX Settembre e Via Caffaro in centro, Via Edera a Quezzi.
Ma a Multedo la popolazione, grazie alla campagna messa in piedi tanto da esponenti del PD, tra cui il presidente del Municipio VII Ponente Chiarotti, quanto da esponenti della Lega e della nuova giunta comunale di Bucci, ha raggiunto un livello di mobilitazione reazionaria e xenofoba ai limiti del pogrom: assemblee oceaniche, presidi, blocchi autostradali, striscionate, lanci di pietre e atti di vandalismo contro l'asilo di proprietà della Curia che dovrebbe ospitare i rifugiati, e, la sera del 17 ottobre, una fiaccolata con oltre 200 persone, che tragicamente ha fatto tornare alla mente richiami alle mobilitazioni del Ku Klux Klan.

Multedo è uno dei quartieri più devastati da inquinamento industriale, speculazione edilizia, cementificazione, invasione di camion delle cave del Terzo Valico che attraversano il centro cittadino a velocità pericolosissime disperdendo polveri di amianto. Allo stesso tempo i suoi abitanti in buona parte erano e sono gli operai delle industrie e della cantieristica navale che oggi è sotto costante attacco con licenziamenti, delocalizzazioni, aggressioni ai diritti acquisiti, sfruttamento sempre più sfrenato tramite gli appalti e i subappalti. Eppure quel quartiere non si è mai mosso ed è rimasto sostanzialmente passivo a queste vicende, mentre si mostra immediatamente disposto a mobilitarsi, anche con forme violente, contro "l'invasione dei 50 migranti". Questa è la più grande tragedia che i rivoluzionari, gli anticapitalisti e gli antirazzisti devono affrontare, con serietà e dedizione, analisi e costanza.


I PERCORSI CITTADINI IN CONTRASTO ALLA DERIVA XENOFOBA

In mezzo a questo marasma, per fortuna, alcuni lumicini di risposta in senso contrario cominciano ad apparire, tanto in città come nel quartiere di Multedo. In città, infatti, il quadro non è meno tragico. Dopo l'apertura della sede e le provocazioni di Forza Nuova a Sturla, ora vengono regolarmente annunciate, e poi ritirate all'ultimo istante, le aperure delle sedi di altre due organizzazioni espressamente neofasciste: CasaPound (poco distante da Piazza Alimonda, luogo simbolo delle lotte del G8 del 2001 proprio perché li venne assassinato Carlo Giuliani con una pallottola in fronte) e Lealtà e Azione (quest'ultima sotto le mentite spoglie di "La Superba", una associazione di beneficenza selettiva - solo agli italiani - e con l'ospitalità e la copertura dei Padri Scolopi, uno dei tanti rami della Chiesa cattolica).

In termini più diretti e militanti, contro l'apertura di queste sedi, si è mobilitata l'Assemblea Antifascista Genovese, di cui i nostri militanti sono parte integrante. La stessa assemblea che aveva portato in piazza a Genova il 30 giugno 2017 oltre duemila persone, oggi, sebbene con alcune difficoltà, continua la sua opera di contrasto a queste organizzazioni, così come è stato con le contromanifestazioni del 7 ottobre e il presidio del 14 ottobre.
Dall'altra parte, anche qui su iniziativa di alcune realtà politiche e sindacali cittadine, è nato il Coordinamento Antirazzista. Un coordinamento nato su iniziativa del nostro partito e dei compagni di Si.Cobas, USB, Sinistra Anticapitalista, GenovaCityStrike, Sinistra Classe Rivoluzione, Resistenze Internazionali e dal Comitato Anitrazzista della Valpolcevera "Milet Tesfamariam". Il Coordinamento, sulla base di un documento fondativo caratterizzato da un approccio classista e anticapitalista alla questione delle migrazioni, ha come primo obiettivo quello di costruire interventi nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nel mondo dell'accoglienza con la prospettiva di sviluppare l'autorganizzazione dei migranti attraverso piattaforme rivendicative e lotte che possano unificare il proletariato migrante alle lotte dei lavoratori in generale.
Come Partito Comunista dei Lavoratori, ovviamente, interveniamo con la nostra linea classista e rivoluzionaria e con i nostri militanti e aderenti in entrambi questi percorsi, ribadendo sempre la necessità di porre al centro delle valutazioni e delle impostazioni lo scontro tra capitale e lavoro, tra sfruttati e sfruttatori, e con la prospettiva di collegare la lotta contro il razzismo e il fascismo alla lotta al capitalismo e alle tre forze politiche dominanti che ne esprimono la copertura ideologica: Partito Democratico, Lega Nord e Movimento 5 Stelle.

Di particolare interesse è anche il percorso degli Operatori e delle Operatrici X. Un percorso che ha visto la prima presa di coscienza di un sempre più nutrito gruppo di lavoratori e lavoratrici del sociale che si oppone alla trasformazione del proprio ruolo in semplice controllore di chi è in difficoltà, che organizza e ha organizzato corsi di autoformazione sui temi delle migrazioni e delle difficoltà sociali. Un percorso che ragiona anche di prime forme di sindacalizzazione e di assunzione di coscienza delle proprie condizioni estremamente arretrate, in un settore in cui la maggior parte della forza lavoro è composta da volontariato, servizio civile e, nei casi dei dipendenti o dei soci, con forme contrattuali e retribuzioni ai limiti della dignità: insomma manodopera e competenze a titolo gratuito o sottopagato.


MULTEDO: COMITATO ACCOGLIENTE E FIOM IN CAMPO

Nel contesto specifico di Multedo, in prima battuta si è sviluppato, grazie all'attivazione di alcuni abitanti del quartiere e con il supporto dei giovani militanti dello Spazio Libero Utopia e dei compagni della Associazione 3 Febbraio, il Comitato Accogliente di Multedo, il cui scopo era dare voce a tutte quelle persone che non condividono e vogliono contrastare la retorica razzista, la quale mobilita chi non vuole i migranti nel quartiere o chi vorrebbe che fossero loro imposte condizioni concentrazionarie, impedendo loro di uscire, di esprimersi e di muoversi liberamente.
In tutto questo la sproporzione di forze e di potenza mediatica è chiara a tutti. Da una parte la Lega Nord con in testal'assessore Garassino, che si è permesso di dichiarare che avrebbe preso «a calci in culo» qualsiasi migrante che avrebbe visto fare "l'accattone", il presidente del comitato di Multedo e il Presidente del Municipio Ponente, Chiarotti, in quota Partito Democratico, complice e portatore a livello nazionale delle leggi razziali Minniti-Orlando e degli accordi con i governi africani per dar mano libera e sostegno economico nelle operazioni di pulizia etnica e sterminio dei migranti. Dall'altra, un comitato ancora debole, solidale con i migranti, ai suoi primi passi, nonostante il supporto annunciato e ricevuto tanto dal Coordinamento Antirazzista quanto da varie realtà dell'antagonismo genovese.

A questo proliferare di raggruppamenti e interventi si aggiunge, ultimo ma non meno importante, l'intervento della FIOM, della Camera del Lavoro e delle RSU di ILVA e ABBl'ANPI - uscita dal silenzio e dall'immobilismo desolante - e del Centro di Documentazione LOGOS - che sta organizzando mostre sulle Conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916) - che hanno chiamato, il 19 ottobre a Sestri Ponente, un'assemblea costituente in cui annunciare la discesa in campo della sigla Genova Solidale. Un passaggio fondamentale e da salutare positivamente perché, per la prima volta dopo molti anni, esprime un intervento diretto, massiccio e sostanziale del sindacato e della classe lavoratrice in quanto tale, al di fuori della fabbrica, per difendere i diritti dei propri compagni migranti e per rivendicare lo stretto legame tra la tradizione del movimento operaio e la lotta al razzismo.
Un intervento che si è sostanziato in due presidi con volantinaggi nei quartieri di Multedo e di Pegli, e con la contromanifestazione a Multedo nel giorno della sopracitata fiaccolata contro i migranti. E che ora si protrarrà con la chiamata antifascista del 28 ottobre – anche se con taglio costituzionalista e con le ipocrite e criminali adesioni del Partito Democratico e di MDP-Articolo 1 – e il contropresidio del 25 ottobre all'ennesima fiaccolata chiamata dal comitato di quartiere contro l'arrivo dei primi dodici profughi all'Asilo Govone.

A questa mobilitazione di tutto rispetto fa da contraltare, invece, la dichiarazione di UIL e UILM che si schierano con gli abitanti di Multedo che protestano contro l'arrivo dei profughi, denunciando proprio ciò che oggi invece può considerarsi un passo in avanti della FIOM, ossia la fuorisucita del sindacato dalla semplice gestione della contrattazione sindacale ed economica in termini atomizzati e completamente slegati dal contesto politico e sociale (salvo poi aderire, anche loro, alla chiamata del 28 ottobre).


LA NECESSITÀ DI OGGI

La necessità oggi, che si deve porre ogni organizzazione coerentemente anticapitalista e classista, è la costruzione del più ampio fronte di classe e di massa contro la crescita del razzismo e della guerra tra poveri; una guerra tra sfruttati che lascerà solo macerie per i proletari di ogni provenienza e origine. Macerie su cui già oggi i governi del PD, la demagogia del M5S e della Lega Nord, e la borghesia in generale che di questi si serve, possono marciare per aggredire sempre più indisturbatamente le condizioni di vita e di lavoro di ogni proletario, sia esso italiano o migrante, profugo o clandestino. In questo senso tutti questi percorsi (Coordinamento Antirazzista, Assemblea Antifascista, Genova Solidale etc.) devono saldarsi nella prospettiva di costruire lotte e piattaforme unificanti, che pongano sul terreno della mobilitazione generale le rivendicazioni con cui poter invertire la rotta, pretendendo:

– la ripartizione del lavoro tra tutti a parità di salario e l'abolizione di tutte le leggi che permettono la precarizzazione del lavoro a partire dal Jobs Act fino al Pacchetto Treu;

– case a prezzi popolari per tutti attraverso la requisizione dello sfitto e dei grandi patrimoni immobiliari in mano a Chiesa, banche, grandi proprietari;

– l'esproprio o il mantenimento della proprietà pubblica di tutte le aziende e di tutti i settori legati ai servizi(scuola, sanità, trasporti, assistenza sociale etc.) e l'affidamento della loro gestione direttamente ai lavoratori, per garantirne l'universalità e la gratuità;

– un sistema di accoglienza e integrazione fondato sul lavoro dignitoso, sull'accesso ai servizi e ai documenti, sulla formazione alla lingua e all'autonomia tramite la gestione assembleare diretta dei migranti, e quindi l'abolizione di tutte le leggi razziali, dai decreti Minniti-Orlando alla Bossi-Fini e la Turco-Napolitano;

– l'apertura di canali umanitari garantiti e la cancellazione degli accordi con i governi africani (Somalia, Libia etc.) che forniscono fiumi di denaro a chi si fa strumento di stragi, torture, stupri, massacri e internamenti per chi ha la sola colpa di migrare.

Rivendicazioni che possono essere attuate solo con una prospettiva anticapitalista, che ponga in essere la costruzione degli organi di autogoverno dei lavoratori, degli sfruttati e di tutti gli oppressi, che saranno la base del governo dei lavoratori, il solo governo che possa rappresentare gli interessi di questi contro i padroni, gli sfruttatori, i banchieri, e tutte le cancrene annesse.
Cristian Briozzo

Impedire la marcia di Forza Nuova con una contromanifestazione antifascista

Forza Nuova ha ribadito la volontà di scendere in piazza a Roma «in ogni caso» nella giornata del 28 ottobre. In ogni caso questa manifestazione va impedita.

Non abbiamo alcuna fiducia nel ministro Minniti, che riceve le congratulazioni dei fascisti per la sua guerra ai poveri e ai migranti. Non abbiamo alcuna fiducia nelle cosiddette leggi antifasciste dello Stato (leggi Scelba, Mancino, Fiano) che dietro un sipario di belle frasi coprono la realtà quotidiana (e impunita) delle organizzazioni fasciste, delle loro azioni squadriste, dei loro veleni xenofobi, della loro stessa presenza elettorale e istituzionale. Possiamo avere fiducia solo nell'azione diretta del movimento operaio e nella sua memoria storica.

Per questo non è possibile accettare “in nessun caso” la marcia su Roma di Forza Nuova, né limitarci alla risposta di un innocuo convegno di parole. Occorre contrastare l'organizzazione dei fascisti sullo stesso terreno della piazza, fuori da ogni logica minoritaria e avventurista ma con ogni mezzo necessario. Solo la forza organizzata del movimento operaio può mettere fuori legge i fascisti.

Facciamo dunque appello a tutte le organizzazioni antifasciste, a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, per una grande contromanifestazione unitaria il 28 ottobre a Roma con la parola d'ordine più elementare: “I fascisti non marceranno. Via i fascisti!”.

Partito Comunista dei Lavoratori


La pericolosa crescita di CasaPound

L'emersione di una forza reazionaria nella crisi della coscienza di classe

Nel contesto di sempre maggior crisi politica degli apparati tradizionali della borghesia nazionale, in un brodo generale di clamoroso crollo e disgregazione della coscienza di classe, si sviluppano in maniera sempre più massiccia i populismi in grado di mascherare da riscossa bonapartistica una fase di aggressione reazionaria alle condizioni degli sfruttati. Così si rafforzano i tre principali populismi (renziano, salviniano e grillino) proprio mentre si consuma la depoliticizzazione delle masse e della politica istituzionale stessa.
In un contesto come questo, un’avanguardia militante reazionaria e neofascista come CasaPound, cavalcando proprio il leitmotiv di questa fase storica, ossia l’invasione dei migranti unito alla crisi delle masse proletarie autoctone, riesce a capitalizzare una parte del dissenso più radicale all’establishment politico, raccogliendo consensi tanto tra la piccola-borghesia quanto tra il proletariato e il sottoproletariato, soprattutto nella sua componente più giovanile.

Ordine, disciplina, pulizia, cameratismo, identità nazionale e razziale, contrapposizione al capitale finanziario e all’Europa “cosmopolita” in quanto sua espressione e programma, nazionalismo e intervento dello Stato per garantire agli italiani un welfare selettivo. Questi i cavalli di battaglia di un’organizzazione che serve tanto nella militarizzazione dello scontro con le sempre più isolate organizzazioni della sinistra - militante e rivoluzionaria o più genericamente antagonista - quanto nella canalizzazione della rabbia popolare in una guerra tra poveri utile a dividere ulteriormente la classe di fronte al padronato.

E’ così che questa organizzazione, a questa tornata elettorale amministrativa, può permettersi di rivendicare un intervento diffuso ed un consenso in netta crescita: la lista della Tartaruga ha presentato un proprio candidato autonomo in oltre 13 comuni oltre i 1.500 abitanti confermando nuovi ingressi in consigli comunali oltre ai già ottenuti seggi a Bolzano, Isernia, Lamezia Terme, Grosseto e Cologno Monzese. Il dato politico si aggira sempre al di sopra dell’un per cento dei consensi confermando una propria quota di rappresentatività: 1,79% a Parma; 1,72% a Frosinone (2,02% al candidato); 1,47% per il candidato a Gaeta; 1,34% a Pistoia; 1,21% per la candidata a L’Aquila; 1,21% a LaSpezia; 1,15% a Cuneo; 1,02% per il candidato a Lecce, 1,03% a Verona. A questi vanno aggiunti i due notevoli risultati: il 4,81% dei voti a Todi, in provincia di Perugia, e lo strabiliante risultato del 4,92% della lista e del 7,84 per il candidato a Lucca, raggiungendo il terzo posizionamento dopo le coalizioni di centrodestra e centrosinistra e sopra al Movimento5Stelle.

Questo segnale non deve cogliere impreparati i rivoluzionari e i comunisti, così come tutti i proletari, e di conseguenza non va sottovalutato. La fase di rafforzamento di queste organizzazioni non può che essere un segnale negativo, soprattutto quando riescono a radicarsi e legittimarsi nello scenario politico nazionale mettendo piede anche nelle città che hanno sempre vissuto di una certa rendita sull’ antifascismo. Oggi, nonostante non rappresentino ancora una minaccia per il movimento operaio, sicuramente non più del generico populismo reazionario e xenofobo, sono il germoglio di un’arma sempre pronta a riaffacciarsi e a svolgere il suo ruolo antioperaio, di braccio armato informale della borghesia, protetto e coperto dalle istituzioni repressive dello Stato – le forze dell’ordine e la magistratura – e spesso in affari con branche della criminalità organizzata di stampo mafioso, sempre grate alla propaganda razzista che garantisce il mantenimento di un’enorme massa di migranti in uno status di umani privi di diritti e tutele, quindi facilmente reclutabili dalla malavita o utilizzabili come fonte di guadagno e merce-lavoro a basso costo.

Solo con una politica di classe, rivoluzionaria e anticapitalista, in grado di rimettere al centro gli interessi di tutta la classe lavoratrice e di tutti gli emarginati e gli oppressi, ci si potrà contrapporre a queste organizzazioni reazionarie, impedendogli di far leva sulle divisioni nazionali, etniche e razziali per indebolirci contro il capitale e la borghesia. Solo l’unità di tutti gli sfruttati contro gli sfruttatori può contrastare l’ondata populistica, reazionaria e barbarica che soffia in tutta Europa.
Partito Comunista dei Lavoratori