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25 aprile. Unire la lotta di classe alla lotta contro il governo a guida postfascista

 


24 Aprile 2023

Testo del volantino del PCL

Ogni 25 aprile è una giornata che non si può abbandonare alla ritualità dell’antifascismo istituzionale, paludato e inconcludente. Tanto più il 25 aprile del 2023. La classe lavoratrice italiana e tutti i settori oppressi della società, a partire dal contingente proletario immigrato, si trovano a dover fronteggiare il governo più reazionario del dopoguerra.

Un governo che, pur non ricalcando un regime fascista, ne eredita lo scopo sociale, di classe. Nel 1922 il fascismo italiano andò al potere sovvenzionato dal padronato per spezzare gli scioperi e distruggere l’esperienza rivoluzionaria del biennio rosso. Nel 1933 il nazismo salì al potere in Germania per condurre in porto il riarmo imperialista tedesco basato sul grande monopolio industriale e finanziario. Tra il 1937 e il 1939 il generale Franco condusse una sollevazione militare in Spagna per annientare la rivoluzione spagnola, instaurare un regime totalitario clerico-fascista e restituire terreni e fabbriche ai padroni. L’invariante è chiara: fascisti e nazisti, camice nere, brune o azzurre che siano, distrussero le organizzazioni del movimento operaio per curare gli interessi padronali, capitalisti e imperialisti.

Tra il 1943-’45 la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta non viveva però solamente un’aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere delle lavoratrici e dei lavoratori. Quella rivolta e il suo carattere rivoluzionario furono traditi da Stalin e dal PCI che subordinarono la Resistenza alla collaborazione di governo con la DC, fino ad una totale prostrazione esemplificata dall’amnistia ai fascisti (e la persecuzione giudiziaria dei partigiani) e il rinnovo del Concordato con la Chiesa. La politica di collaborazione di classe affossò ancora la rivoluzione sociale e le ragioni dei proletari quando, vent’anni dopo la Resistenza, una nuova generazione operaia rialzò la testa con la grande ascesa dell’autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (1969-’76). Fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (1976-’78)

Oggi il fascismo non è alle porte. Ma il riflusso della lotta di classe, favorito ancora una volta dal tradimento delle sinistre riformiste e poststaliniste implicate nei governi di centro sinistra con le loro politiche antioperaie, e dalla burocrazia sindacale che con Landini è arrivata addirittura ad offrire il proprio palco congressuale al capo dei postfascisti, Giorgia Meloni, ha consentito ai suoi eredi di andare al governo. Costoro non si propongono più di abolire formalmente la democrazia, ma perseguono ugualmente lo scopo di rilanciare il capitalismo (attacco al reddito di cittadinanza, alle pensioni, defiscalizzazioni) e l’imperialismo italiano (in Libia, in Tunisia) non senza un ulteriore aumento delle spese militari. Ed è pronto anche lo strumento per sviare l’attenzione delle masse: il falso bersaglio costituito dalle e dai migranti che cercano di sfuggire alle tragiche conseguenze della nuova spartizione imperialista del mondo (guerre, devastazione ambientale, crolli economici, con il loro portato di disoccupazione, povertà e fame) a cui partecipano l’imperialismo italiano, gli imperialismi “occidentali” e i nuovi imperialismi di Russia e Cina. Fino a volere togliere loro le misere protezioni ancora consentite dalla legge.

Perciò il carattere della Resistenza che dobbiamo opporre oggi è chiaro: salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall’opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi. È necessario costruire un’opposizione vera al governo delle destre dal versante del movimento dei lavoratori e dei giovani: un grande fronte unico di lotta. Si combatte davvero la reazione se si recupera e si infonde tra gli sfruttati la fiducia nella propria forza, se si avanza una piattaforma di lotta capace di unire le loro forze nella ribellione. Che ciò sia possibile lo dimostrano le giornate di lotta in Francia che si stanno susseguendo incessantemente, ma anche gli scioperi inediti per ampiezza, partecipazione e settori coinvolti, di Gran Bretagna e Germania.

Ma c’è un’altra necessità fondamentale per costruire una prospettiva di progresso, e non compiere gli errori del passato: costruire un partito indipendente della classe lavoratrice, anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che stia sempre e solo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Un partito che riconduca ogni lotta e rivendicazione immediata alla prospettiva della distruzione dello Stato borghese e della creazione di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza ed autorganizzazione. Perché, oggi come nel 1945, l’unica vera alternativa alla barbarie del sistema capitalista è una alternativa rivoluzionaria e socialista.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa. Per questo noi oggi, nel ricordare la Resistenza partigiana ed il suo carattere rivoluzionario, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

25 aprile, la Resistenza e la guerra

 


È in corso un'inaccettabile campagna maccartista contro l'ANPI, che usa purtroppo errori e timidezze della sua direzione sulla questione Ucraina. È il caso allora di fare chiarezza

IL DIRITTO UNIVERSALE ALLA RESISTENZA CONTRO TUTTE LE GUERRE D'INVASIONE IMPERIALISTE

La Resistenza partigiana si batté eroicamente contro le forze d'occupazione dell'imperialismo nazista (e la Repubblica di Salò), usando giustamente anche gli aiuti militari degli imperialismi “democratici” di Gran Bretagna e USA. Ma il PCI, in omaggio al patto politico di Stalin con gli imperialismi anglosassoni, subordinò a questi ultimi la Resistenza, stroncandone le potenzialità rivoluzionarie. I governi di unità nazionale tra Togliatti e De Gasperi disarmarono i partigiani, riportarono in sella i capitalisti, ricostruirono lo Stato borghese. Fu il tradimento della Resistenza, pagato con lunghi anni di repressione antioperaia e anticomunista.

Oggi l'Ucraina resiste contro le forze d'occupazione dell'imperialismo russo, usando legittimamente gli aiuti militari degli imperialismi NATO. Ma la NATO, attraverso Zelensky, subordina l'Ucraina ai propri interessi. Sono gli interessi di quel Fondo Monetario Internazionale che soprattutto da Maidan in poi ha imposto al proletariato ucraino tagli sociali, privatizzazioni, miseria. Non è una ragione sufficiente per voltare le spalle alla resistenza militare di un paese contro una guerra d'invasione imperialista. Ma è una ragione più che sufficiente per opporsi politicamente al governo Zelensky e alla NATO.


CON LA RESISTENZA UCRAINA MA ALL'OPPOSIZIONE DI ZELENSKY.
PER I DIRITTI DI AUTODETERMINAZIONE DEL DONBASS


Il nostro sostegno alla resistenza ucraina muove da un'angolazione di classe indipendente.
Siamo a sostegno della resistenza ucraina contro la guerra d'invasione russa, così come abbiamo sostenuto la resistenza irachena, la resistenza serba, la resistenza afghana contro le guerre d'invasione occidentali, o la resistenza palestinese contro le forze d'occupazione di Israele. Ma come rifiutammo ogni sostegno politico ai Saddam Hussein, agli Slobodan Milosevic, ai talebani, agli Abu Mazen e ad Hamas, così rifiutiamo ogni sostegno politico al governo nazionalista ucraino e ai suoi padrini internazionali. I diritti di autodeterminazione dell'Ucraina richiedono non solo – innanzitutto – la sconfitta delle mire imperiali della Russia, ma anche una rottura con il FMI e con gli imperialismi d'occidente. Dunque con la stessa borghesia ucraina. Solo la rivoluzione bolscevica consentì all'Ucraina un'autodeterminazione vera: è ciò che Putin imputa a Lenin. Solo il recupero del programma di Lenin per una Ucraina indipendente e socialista può contrastare alla radice il progetto imperiale di Putin.

Siamo per il pieno riconoscimento dei diritti nazionali del Donbass. Li abbiamo difesi contro i governi nazionalisti ucraini emersi dalla rivolta reazionaria di piazza Maidan (2014), nonostante l la natura rossobruna dei governi separatisti e l'aiuto loro fornito dall'imperialismo russo. Così come oggi difendiamo l'Ucraina dall'imperialismo russo nonostante gli aiuti militari dell'imperialismo occidentale e la natura del governo Zelensky. Ma tanto più oggi i diritti delle popolazioni russofone del Donbass possono essere realizzati non solo contro il nazionalismo ucraino ma anche contro le forze di occupazione russe. È il popolo del Donbass che deve poter decidere liberamente in quale paese vivere.


IL NEMICO PRINCIPALE È IN CASA NOSTRA.
NO AL RIARMO. NO ALLA NATO. GIÙ LE MANI DALL'ANPI!


Siamo contro l'imperialismo di casa nostra, italiano, europeo, americano. Contro i suoi piani di riarmo, la sua economia di guerra, i suoi isterismi russofobi, l'intossicazione maccartista che ne deriva. A differenza delle sinistre cosiddette radicali, non abbiamo mai votato crediti di guerra. Non abbiamo mai scambiato complicità di guerra e ministeri. Siamo sempre stati dall'altra parte della barricata. Così oggi.
Difendiamo l'ANPI dalla campagna di intimidazione del PD e degli ambienti NATO. Le chiediamo anzi di rompere apertamente e pubblicamente con il PD senza limitarsi a differenziazioni passive o a posizionamenti puramente difensivi. Ma le chiediamo di farlo riconoscendo il diritto della resistenza ucraina contro l'occupazione russa. Perché è vero che resistenza partigiana e resistenza ucraina sono tra loro diverse. Tutte le resistenze lo sono. Ma è vero che entrambe si contrappongono a una guerra d'invasione e alle sue forze d'occupazione. Entrambe lo fanno con le armi in pugno perché non è possibile diversamente. L'ANPI non può negare questo diritto, se non finendo paradossalmente col regalare al PD e alla NATO la patente abusiva e truffaldina di difensori della libertà.

Siamo contro i fascisti, come sempre, ovunque si collochino. Sia che si tratti del famigerato battaglione Azov, sia che si tratti del panslavismo grande-russo e neozarista, benedetto da Dugin e dalla Chiesa ortodossa, e ben presente ai vertici della Repubblica di Donetsk. Ma la guerra in atto in Ucraina non è tra fascismo e antifascismo, è tra un paese dipendente e una grande potenza imperialista che l'ha invaso. Su questa frontiera occorre schierarsi e scegliere. Mantenendo sempre la propria autonomia politica di classe; lottando sempre, nel modo più intransigente, contro ogni forza reazionaria, sia essa filo-NATO o rossobruna.


PER UNA PACE GIUSTA.
NO ALL'ESTENSIONE DELLA GUERRA


Siamo per la cessazione immediata delle ostilità e il ritiro delle forze russe d'occupazione.
Siamo per una pace giusta, che preveda la neutralità dell'Ucraina, il rispetto dell'appartenenza russa della Crimea, il diritto di autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass.
Siamo a maggior ragione contro ogni allargamento della guerra in corso, contro ogni espansione della NATO – passata, presente e futura, contro lo scontro tra potenze imperialiste, vecchie e nuove. Ma non ci facciamo illusioni. Dopo il crollo dell'URSS, dopo che la vecchia burocrazia staliniana si è convertita nella nuova classe capitalista in Russia e Cina, ovunque si sono levati i venti di guerra. Prima le guerre d'espansione della NATO, ora la guerra d'espansione della Russia, mentre la grande ascesa dell'imperialismo cinese in Oriente acuisce tutte le contraddizioni imperialiste su scala globale. La verità è che una nuova grande guerra è entrata nel novero delle possibilità reali.


PER LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA, PER L'INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIA

Lottare contro la guerra è allora una necessità mondiale. Ma è inseparabile dalla lotta contro l'imperialismo, contro ogni imperialismo. Due grandi cordate di potenze imperialiste, il blocco NATO da un lato, il blocco russo-cinese dall'altro, sono in lotta tra loro per la spartizione del mondo. E sono disposte alla guerra pur di affermarsi. Chi si appella all'ONU, alle diplomazie, alle conferenze internazionali di pace, alle parole ipocrite dei Papi, alle buone volontà dei governi, va a caccia di farfalle. Peggio: semina nuove illusioni. La domanda di pace è fondamentale. L'ideologia pacifista è una truffa. Solo una rivoluzione socialista può salvare il mondo e garantire una pace vera. Solo la classe lavoratrice internazionale, ponendosi alla testa di tutti i popoli oppressi, può realizzare questo compito. Ne ha la forza, quella di tre miliardi di salariati. Non ne ha la coscienza, che anzi ha registrato drammatici passi indietro ed è spesso inquinata dai nazionalismi. Elevare la coscienza dei proletari all'altezza della loro forza, unirli internazionalmente al di là delle frontiere, è ovunque il compito dell'avanguardia.

In Russia, mentre il partito stalinista di Zjuganov si è schierato con Putin e la sua guerra, con una vergognosa capitolazione all'imperialismo russo, il Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) sta difendendo coraggiosamente la tradizione leninista dando guerra alla guerra. «Solo il proletariato dell'Ucraina, e non certo l'imperialismo russo, ha il diritto di liberare l'Ucraina dalla dittatura ultraneoliberista e nazionalista... Il nemico principale è nel nostro paese!» (Dichiarazione del CC del POR, 24 febbraio)

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte per la costruzione di un'internazionale rivoluzionaria contro tutti gli imperialismi, contro la guerra, per la rivoluzione socialista in ogni paese e su scala mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori


Oggi come ieri: Antifascismo per la Rivoluzione!

 


GIOVEDÌ 29 APRILE - ORE 17.30

Non perderti il nostro evento Facebook, giovedì 29 aprile alle ore 17.30 👉 https://fb.me/e/3MQVbDcBV

Diretta streaming sulla pagina nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori

Tra il ‘43 e il ‘45 la resistenza partigiana e la ribellione operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. Furono i giovani a capo della rivolta.

Una rivolta sospinta non solo da aspirazioni democratiche, ma anche dalla volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo.
Era la speranza di “una rossa primavera”. Ma quella speranza fu tradita.

Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione delle zone di influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista. Il PCI di Togliatti fu il fedele esecutore della linea. La Resistenza fu subordinata alla collaborazione con la DC.

I governi di unità nazionale tra DC e PCI disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti, diedero l'amnistia a decine di migliaia di torturatori fascisti.

E ricominciò, in forme democratiche, la solita vecchia storia: il potere dei padroni, lo sfruttamento dei lavoratori.

Sono passati più di settant'anni dalla Resistenza, ma le sue migliori aspirazioni sono più attuali che mai. Il problema dell'umanità resta come allora il capitalismo, che ovunque ha tagliato gli ospedali per ingrassare le banche e gli armamenti, che ha devastato l'ambiente favorendo le pandemie, che annuncia oggi nella sola Europa 25 milioni di nuovi disoccupati, che nutre i razzismi, legittima i fascisti, moltiplica le guerre.

Anche oggi c'è bisogno di una rivoluzione!
Che questa volta vada sino in fondo! Che questa volta trovi un suo partito!
Per un antifascismo anticapitalista!

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Video: Ora e sempre resistenza


Tra il ‘43 e il ‘45 la resistenza partigiana e la ribellione operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. Furono i giovani a capo della rivolta.

Una rivolta sospinta non solo da aspirazioni democratiche, ma anche dalla volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo.
Era la speranza di “una rossa primavera”. Ma quella speranza fu tradita.

Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione delle zone di influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista. Il PCI di Togliatti fu il fedele esecutore della linea. La Resistenza fu subordinata alla collaborazione con la DC.

I governi di unità nazionale tra DC e PCI disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti, diedero l'amnistia a decine di migliaia di torturatori fascisti.

E ricominciò, in forme democratiche, la solita vecchia storia: il potere dei padroni, lo sfruttamento dei lavoratori.

Sono passati più di settant'anni dalla Resistenza, ma le sue migliori aspirazioni sono più attuali che mai. Il problema dell'umanità resta come allora il capitalismo, che ovunque ha tagliato gli ospedali per ingrassare le banche e gli armamenti, che ha devastato l'ambiente favorendo le pandemie, che annuncia oggi nella sola Europa 25 milioni di nuovi disoccupati, che nutre i razzismi, legittima i fascisti, moltiplica le guerre.

Anche oggi c'è bisogno di una rivoluzione!
Che questa volta vada sino in fondo! Che questa volta trovi un suo partito!
Per un antifascismo anticapitalista!

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

Antifascismo ieri e oggi

Una robusta riflessione sulle lezioni dell'antifascismo nel 75° anniversario della Liberazione

24 Aprile 2020
Il 25 aprile, quest’anno, anticipa di una settimana l’inizio della fase 2 dell’emergenza coronavirus. E per la fase 2, magari a settembre, in vista di un autunno caldo, la borghesia invoca “l’unità nazionale” dietro Mario Draghi, il più adatto per far pagare ai lavoratori i pesanti esborsi a fondo perduto che il governo è in procinto di regalare a banche e padroni per ripianare le loro perdite.

Storicamente la borghesia invoca l’unità nazionale quando si sente debole e smarrita. Non è quindi un esercizio puramente retorico riesaminare la più celebre delle “unità nazionali” di questo paese, quell’unità antifascista che portò alla nascita della Repubblica. E quale momento migliore per farlo se non questo 75° anniversario della Liberazione?

L’antifascismo storico resistenziale fu un fronte popolare interclassista. Chi c’era nel fronte? C’erano i liberali migliori, quelli del Partito d’Azione, gli stalinisti del PCI, i riformisti socialisti, alcuni esponenti cattolici della futura democrazia cristiana, i preti “rossi”, alcuni intellettuali, persino qualche piccolo padrone “illuminato”. Ed infine, e furono la maggior parte, tantissimi proletari partigiani, il vero e proprio nerbo della Resistenza.

L’idea che l’unità antifascista abbia messo tutti d’accordo dietro a un unico scopo è vera solo in parte, ed esalta solo le menti più superficiali e meno inclini alla riflessione. Primo, perché l’unità non è mai una semplice media di interessi tra le forze che si sono raggruppate; secondo, perché anche quando è un compromesso, come fu dal 1944 al 1947, bisogna sempre chiedersi quale linea programmatica sia stata egemone al suo interno. L’unità, infatti, non è mai un raggruppamento tra parti uguali.

L’unità antifascista raggruppò tutti i componenti dietro il programma sostanziale della grande borghesia finanziaria: sbarazzarsi del fascismo politico per conservare il potere economico mascherandolo dietro una nuova facciata politico-democratica. L’antifascismo liberal-stalinista-socialista-cattolico era cioè un antifascismo capitalista, quindi nella migliore delle ipotesi riformista. L’antifascismo operaio rivoluzionario, purtroppo, non era affatto sullo stesso piano, ma subordinato, nonostante fosse numericamente prevalente.

Già solo per questo dovrebbe venire spontanea una domanda: dobbiamo ripeterlo paro paro l’antifascismo storico? Come è finito l’antifascismo storico resistenziale? Ha vinto o ha perso?
Se stiamo allo scopo che si dettero i dirigenti del fronte antifascista possiamo ben dire con loro “missione compiuta!”. Ma noi non stiamo con loro, bensì con il resto degli antifascisti, composto per oltre due terzi dai partigiani senza particolari ruoli da dirigenti. Questi partigiani altro non erano che gli operai fedeli al PCI, erano il cuore rosso e pulsante della Resistenza. E gli operai, diciamolo pure a malincuore, hanno purtroppo perso, almeno nella loro più intima aspirazione, per la semplice ragione che non avevano soltanto gli stessi intenti politici del fronte antifascista. Avevano anche e soprattutto intenti economici propri: rovesciare il sistema capitalistico e sostituirlo con un regime socialista.

Vedere l’unità di intenti dove c’era una frattura evidente come la Rift Valley vuol dire che non si è guardato con sufficiente attenzione l’antifascismo, e sopratutto lo si è osservato solo dall’alto delle direzioni dei partiti, sprezzanti di chi stava più in basso in prima linea con aspirazioni ben diverse, più alte e nobili. L’ha ricordato, non a noi che l’abbiamo sempre saputo ma agli smemorati che facevano finta di non saperlo, Claudio Pavone nel suo libro epocale Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991).

Pochi hanno letto quel saggio denso e corposo, che comprova ampiamente quanto andiamo dicendo. Ma anche curiosando, per esempio, tra le carte dei tanti archivi della Resistenza sparsi per il web, ci si imbatte facilmente in memorie, come ad esempio queste di Domenico Facelli, il quale ricorda come alla caduta del fascismo si perse ancora un sacco di tempo prima di mettere d’accordo gli antifascisti, perché a differenza degli altri gli operai non si accontentavano della caduta del Duce, perché non ne volevano sapere di «ridare il potere alla classe che per vent’anni aveva dominato attraverso il fascismo».

Tale consapevolezza, più o meno profonda, pervade l’intera vicenda resistenziale e si protrae in maniera decisa almeno fino all’attentato a Togliatti del 1948, per poi scemare a poco a poco negli anni successivi. Anzi, la Resistenza, almeno per i dirigenti, fu anche e sopratutto questo, la guerra più o meno aperta e ai fianchi agli operai, per disorientarli, illuderli e infine disarmarli, sconfiggerli e ricacciarli indietro insieme con i loro desideri più intimi e rivoluzionari.

Durante il periodo della Resistenza gli operai avevano in mano le fabbriche. Al contrario, le colonne d’ercole della Costituzione “antifascista” sono appunto rappresentate dalla proprietà privata delle fabbriche. La Costituzione non prevede di darle in mano agli operai, nega la possibilità che possano occuparle, ha messo l’articolo 42 e la polizia armata a presidiarle: «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».

Questo articolo è il vero e proprio perno della Costituzione borghese “antifascista”. Per tutta la durata della Resistenza, gli operai sono al di là e molto più avanti dell’architrave della Costituzione “antifascista”, che deve ancora arrivare e arriverà per ultima. Il movimento della Resistenza che va dalla caduta del fascismo alla Costituzione del gennaio del 1948, è appunto specialmente ai piani alti il movimento all’indietro per ricacciarli al di qua. I vari accordi tra padronato e CGIL sullo sblocco dei licenziamenti che rimasero lettera morta per anni per la resistenza operaia ne sono la più plastica dimostrazione. Ecco perché il dato oggettivo dice inequivocabilmente che gli operai in quel ciclo di lotte hanno perso. Non si può infatti perdere le fabbriche, cioè tutto, dicendo che comunque si è ottenuto qualcosa. Le fabbriche nel 1943 (come oggi del resto) sono praticamente l’intera ricchezza del paese, lo strumento che "la produce". Nel 1948 la borghesia le ha già soffiate da sotto il naso agli operai in cambio della carta costituzionale. Solo il compagno Pirro può chiamare tutto questo vittoria. Le riconquistate libertà politiche e sindacali, la scala mobile, il diritto di voto per la prima volta alle donne e tante altre "piccole" riforme, non possono ripagare minimamente gli operai di una perdita tanto enorme sul piano storico come quella del controllo delle fabbriche. Di qui la delusione con la conseguente sconfitta delle sinistre, immediatamente successiva al varo della carta, alle politiche del luglio del 1948, e l’inevitabile riflusso nel decennio successivo.

La guerra più o meno velata per strappare le fabbriche agli operai fu combattuta da tutte le forze dell’antifascismo storico resistenziale, ma non sarebbe stata vinta senza il concorso decisivo del PCI, il quale dopo la svolta di Salerno del 1944 fu in prima linea per ricacciarli fuori. In cambio di questo straordinario servizio reso ai padroni, il PCI poté ottenere che su quel pezzo di carta da sventolare il 25 aprile insieme con la bandiera rossa fosse incisa una promessa di rivoluzione a venire, in cambio di una rinuncia a una rivoluzione immediata (Calamandrei, il corsivo è nostro).

L’obiezione che molti fanno, arrivati a questo punto, è che se gli operai erano fedeli al partito, erano evidentemente fedeli anche all’unità antifascista da fronte popolare. Tale obiezione viene dalle stesse menti superficiali e poco inclini allo studio e alla riflessione di prima. Come il fronte popolare antifascista non mette semplicemente tutti concordi dietro un unico scopo, così la fedeltà sostanziale a un partito non si manifesta come il seguito di un cagnolino.

Come ha ben ricostruito Liliana Lanzardo: «la strategia della via democratica al socialismo passa, nei primi anni del dopoguerra, attraverso la collaborazione governativa tra borghesia progressista e movimento operaio […] mentre la classe operaia nella fabbrica si muove in direzione del tutto opposta a quella dell’alleanza col capitale».

Naturalmente a noi non interessa il velato cinismo con cui la studiosa prende per buone le definizioni che i politici danno di sé e dei loro alleati, per cui in primo luogo è dato per scontato che una parte della borghesia sia progressista, quando è almeno dal 1917 che nessuna sua parte ha mai dimostrato storicamente di esserlo, ma soprattutto, in secondo luogo, il Partito Comunista diventa “il movimento operaio”, mentre il vero movimento operaio, la classe operaia medesima, resta semplicemente “la classe operaia”, quasi la sua azione non contasse nulla per farne parte davvero.
A noi, qui, interessa soltanto mostrare inequivocabilmente come gli operai avessero idee diametralmente opposte a quelle del loro partito. Ci volle tutta la doppiezza togliattiana, la chiusura di sedi, numerose esautorazioni d’ufficio ed espulsioni, per riuscire a tirarsi dietro il grosso della classe senza giungere a una vera e propria frattura con la base. Il che però non vuole dire che la classe seguì il partito come chi è convinto che la linea sia giusta. La classe sentì puzza di bruciato ad ogni passo, ma seguì il partito come lo segue chi lo riconosce come qualcosa comunque di suo. Dopo vent'anni di fascismo, gli operai ignoravano gran parte delle vicende, non potevano chiarirsi tutto in un colpo cosa fossero lo stalinismo e i suoi partiti. In breve, non riuscirono a liberarsi in tempo delle loro illusioni in Stalin e nel PCI, ma non furono comunque fedeli come marionette. Al contrario, seguirono obtorto collo il partito, e questa contraddittoria fedeltà fu fatale per i loro sogni di gloria.

La sconfitta dell’antifascismo operaio classista pregiudica pesantemente anche la presunta vittoria storica interclassista del suo partito di riferimento, il PCI. Forse hanno vinto gli altri partiti, che non avevano ufficialmente lo stesso programma, ma non certo il PCI. Non tanto perché alla fine del ciclo, tolta la forza economica alla sua base, il PCI è espulso dal governo borghese da De Gasperi e battuto alle elezioni, ma perché ricacciare indietro gli operai all’apice della mobilitazione, per poi sperare di farli avanzare successivamente, per via parlamentare, smobilitati e delusi, appare subito come un assurdo controsenso. Infatti, per un robusto marxista come Bordiga (qualcuno legge ancora i suoi vivacissimi scritti?), era chiarissimo già allora come fosse impossibile, quando commentava sarcastico Togliatti che presentava la Costituzione come chissà quale trofeo e come inizio di chissà quale avvenire di sicuro progresso.

Dal punto di vista programmatico, però, per la sconfitta definitiva dell’antifascismo "comunista" costituzionale bisogna aspettare il 2007, anno della nascita del PD, con cui si chiude la parabola del PCI-PDS-DS. Nella Costituzione, infatti, il famoso testo della stucchevole promessa di rivoluzione per il povero PCI che ci aveva rinunciato recitava così: «È compito dello Stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana...». Tecnicamente, se la frase ha un senso, significava che era compito dello Stato ridare le fabbriche agli operai, di quello stesso Stato borghese che si era appena ricostruito facendosele riconsegnare da Togliatti. Prosaicamente, era la famosa “via italiana al socialismo”, il vecchio programma socialdemocratico del “partito nuovo”, come si definiva il PCI repubblicano. La Costituzione diventava, nella narrazione degli stalinisti italiani, il perno dell’ennesima variante del socialismo per via di riforma.
Nel 2007, per i San Tommaso a cui il Bordiga del 1947 non basta, anche questo capitolo si chiude per sempre: attraverso la svolta della Bolognina del 1989-’91, la via italiana al socialismo si rivela per quello che è: la via italiana dal PCI al PD. Dalla promessa immaginaria di una trasformazione di uno Stato borghese in uno socialista alla trasformazione opposta di un partito operaio (stalinista) in un partito pienamente borghese. Game over!

Riproporre ancora, tredici anni dopo, un antifascismo sconfitto subito nella sua classe portante, quella operaia, e definitivamente negli intenti programmatici del suo principale partito nel 2007, significa preparare nuove sconfitte senza aver neanche speranza di mezze vittorie politiche come quelle della Resistenza.

Infatti, la vittoria politica dei partiti antifascisti è stata oltretutto ottenuta nell’epoca del crollo dello Stato borghese e del disfacimento del fascismo. La borghesia oggi ha ben saldo nelle mani il suo Stato, non deve ricostruirlo. Gli operai, pur con la bella prova degli scioperi di marzo per difendersi dall’emergenza coronavirus, non hanno in mano le fabbriche. Se la borghesia chiama all’unità nazionale – contro il movimento operaio, anche se questo non lo dice – è perché sa che alla ripresa, per tenerlo buono, non ha alcuna riforma da offrirgli, ma solo l’accelerazione e il raddoppio delle misure lacrime e sangue che abbiamo già visto e sperimentato nell’ultimo decennio abbondante di crisi. Il rischio quindi di una ribellione furiosa e di uno scontro frontale col movimento operaio esiste, e per quanto noi marxisti, prudenti, non lo diamo per scontato, è indubbiamente sentito dalla borghesia.

Perciò mettiamo in guardia i compagni che come noi stanno lavorando per la mobilitazione più ampia e radicale che si sia mai vista in questo paese, perché qualora la rabbia operaia scoppiasse davvero, mettendo all’angolo la borghesia, il fascismo che ci ritroveremo davanti non sarà certo quello alla frutta e moribondo del 1945, ma un fascismo molto più simile a quello in ascesa, giovane e forte, della marcia su Roma del 1922. Quello che i fronti popolari interclassisti se li mangiava in un boccone. Non tanto in Italia, dove Stalin non aveva ancora avuto il tempo di prepararli, ma in Spagna, nel 1936, dove dettero dimostrazione imperitura e storica di tutta la loro impotenza di fronte alla versione spagnola del fascismo in ascesa: il franchismo.

L’antifascismo da fronte popolare interclassista, dunque, non si può dire abbia fatto il suo tempo, come tutte le cose venute male e storicamente sbagliate, perché sostanzialmente riformiste. È proprio che è tanto più retorico e acritico perché fondamentalmente inattuale.

Quello che va ricostruito non è l’antifascismo di Stalin, ma quello di Lenin, l’antifascismo del fronte unico interamente classista, cioè l’antifascismo proletario e rivoluzionario, l’unico in grado di battere il fascismo controrivoluzionario in ascesa. Ai tempi del Duce questo tipo di antifascismo si manifestò in Italia non nella forma piccolo-borghese del fronte popolare, ma in quella sostanzialmente genuina degli arditi del popolo, fondati nel giugno del 1921.

È, quella degli arditi del popolo, la forma più attuale per l’antifascismo di oggi.
Anche gli arditi del popolo allora furono sconfitti, nonostante alcune iniziali e brillanti vittorie, ma ciò non fu a causa di una formula sbagliata di antifascismo, ma degli errori del PCd'I appena nato, che non comprese le direttive di Lenin. Lenin, di cui non onoreremo mai abbastanza i 150 anni dalla nascita della sua grandezza, voleva che il PCd'I si unisse agli arditi del popolo per esserne alla testa contro il fascismo. Il settarismo estremista di Bordiga lo impedì per purezza di partito. Così gli arditi del popolo, privati del partito rivoluzionario e quindi di una fetta importante della classe operaia, coi socialisti che tenevano con le mani legate l’altra fetta, furono lasciati soli e condannati alla sconfitta.

Oggi, alla vigilia di un nuovo possibile ciclo di lotte, nel parziale stand-by del momento, il fascismo non è ancora in ascesa come allora, perciò i nuovi arditi del popolo non si sono ancora formati. Però, sapendo che senza comunisti e classe operaia saranno destinati di nuovo alla sconfitta, possiamo imparare dalla Storia preparando i più arditi tra gli arditi del popolo: gli arditi del partito militante e rivoluzionario; perché senza la ricostruzione del suo insostituibile ruolo di guida dell’antifascismo tutto, l’antifascismo non sarà mai vittorioso.

Viva il 25 aprile!
Viva i partigiani!
Viva la Resistenza!




Approfondimenti:

Per il rapporto tra classe operaia e PCI, si legga di Liliana Lanzardo “Classe operaia e Partito Comunista alla Fiat – la strategia della collaborazione 1945-1949” (Einaudi, 1971).

Per la forte opposizione che la linea del PCI incontrò, si legga del grande Arturo Peregalli: “L’altra Resistenza – Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945” (Graphos 1991) e “Togliatti guardasigilli 1945-1946”, (Colibrì 1998, quest’ultimo scritto con Mirella Mingardo).

Per i commenti sarcastici e in presa diretta di Bordiga sulla Costituzione, consigliamo questi due scritti: “Abbasso la Repubblica borghese, abbasso la sua Costituzione”, del 1947, e “I socialisti e le costituzioni”, del 1949.

Sugli Arditi del popolo e le loro prime formazioni armate, da leggere è senz’altro “Dal nulla sorgemmo” di Valerio Gentile (Red Star Press, 2012).

Infine, sull’impietoso bilancio dell’unità nazionale antifascista, molto preciso e sintetico è il capitolo: “Il PCI al governo nel ’44-47” di Antonio Moscato, contenuto in “Sinistra e potere” (Sapere, 2003)
Lorenzo Mortara

25 APRILE 2019

FB Antifascismo di Classe

PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE
Sono ormai anni che in Italia si assiste ad una ripresa impetuosa di manifestazioni politiche e organizzazioni fasciste, mentre il razzismo e una cultura di destra radicale hanno fatto una breccia enorme nelle classi lavoratrici, nei quartieri popolari e in quello che era il blocco sociale di riferimento della sinistra.
Il Ministro dell’Interno, Salvini, con un ruolo sempre più preponderante nel governo “giallo-bruno” Lega-M5S, soffia sul fuoco della xenofobia fino al punto di commettere un crimine contro l’umanità respingendo dei rifugiati in un paese in guerra, come la Libia.
Lo stesso Salvini è oggi il campione di settori popolari affascinati dalla retorica dell’estrema destra e delle organizzazioni fasciste. Le sue ruspe distruggono i campi nomadi, i fascisti di Casapound e Forza Nuova completano il pogrom aizzando i residenti dei quartieri poveri contro i Rom e i migranti che cercano una soluzione abitativa.
Ancora una volta razzismo e fascismo vengono utilizzati dalle destre per dividere la classe lavoratrice; ponendo da una parte i cosiddetti lavoratori autoctoni e dall’altra i migranti, si crea un falso nemico contro cui scatenare le proprie frustrazioni e sofferenze. I poveri e i poverissimi diventano i nemici di Stato, mentre il padronato continua indisturbato nei suoi affari.  I porti chiusi in faccia ai migranti che scappano da guerra e miseria sono il prodotto dell’intervento imperialista del capitalismo italiano in Libia, l’effetto collaterale delle politiche padronali sul piano internazionale. Non un caso, un accidente o un’eccezione.
Per questo oggi non può bastare un antifascismo di maniera, retorico, da celebrare solo alle feste comandate.
No. È urgente e necessario un ritorno alle mobilitazioni di classe. 
E’ evidente. Lo dimostra proprio questo governo: le leggi contro la ricostituzione del partito fascista, la sua propaganda la Costituzione non bastano a respingere il fascismo. Se quelle leggi servissero, non potrebbero esistere un governo e un ministro che favoriscono la crescita dell’estrema destra e delle organizzazioni fasciste. La maschera grottesca di Salvini, le sue leggi sulla sicurezza (decreto sicurezza) e sulla legittima difesa lo dimostrano eloquentemente.
È necessario riprendere, oggi come non mai, il filo dell’antifascismo come lotta di classe del mondo del lavoro contro il padronato.
PER UN ANTIFASCISMO ANTICAPITALISTA
«Nessuno deve restare indietro, sia esso italiano, nero o rom». Un ragazzino di quindici anni, figlio di un licenziato di Almaviva, ha fronteggiato da solo i fascisti nella borgata di Torre Maura a Roma, la sua borgata. Lo ha fatto dopo che ha visto i fascisti calpestare il pane destinato ai rom, sospinto da un senso elementare di umanità e di giustizia. 
L'episodio dice molto, soprattutto a sinistra. 
La prima cosa che dice è che è possibile contrastare i fascisti, anche sui temi più difficili. Casa Pound e Forza Nuova hanno imposto la propria legge, cioè la legge della forza squadrista. Ora la loro vittoria rischia di propagare l'esempio in altri quartieri e città, offrendo una bandiera miserabile a settori popolari immiseriti e declassati. È’ necessario allora recuperare l'iniziativa antifascista costruendo ill fronte unitario più largo e determinato.
La seconda cosa che l'episodio coraggioso indica è come contrastare il fascismo. “Nessuno deve restare indietro, italiano, nero o rom” corrisponde ad una piattaforma di mobilitazione che vada ben al di là della solidarietà ai rom e agli immigrati. E’ necessario avanzare rivendicazioni comuni capaci di unire tutti gli sfruttati al di là di ogni differenza etnica. Casa per tutti anche attraverso l'esproprio di grandi proprietà immobiliari, un lavoro per tutti anche attraverso l'investimento pubblico nel risanamento di case fatiscenti e strade disselciate, un sistema di servizi sociali, a partire dagli asili, che dia supporto alle famiglie povere... sono rivendicazioni patrimonio dell’iniziativa iniziativa antifascista. I fascisti occupano spazi che la sinistra politica ha abbandonato e tradito. Solo rioccupando quegli spazi è possibile tagliare l'erba sotto i piedi dei fascisti. Ma ciò non significa tenere convegni sull'abbandono delle periferie, magari sotto elezioni.
Significa organizzare gli sfruttati e la loro lotta contro il loro vero nemico. Che è il capitalismo, innanzitutto quello di casa nostra
L'antifascismo, più che mai, o è anticapitalista o non è.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

RESISTENZA IN EUROPA

Volentieri diffondiamo:

RESISTENZA IN EUROPA

il 25 aprile 2019 alla 12,00 al Pradel
in via del Pratello 96A Bologna

Le lotte contro le politiche di austerity nelle scuole e nelle università

FRANCIA E ITALIA: L'opposizione a tagli e riforme di distruzione dell'Istruzione pubblica e aperta
STUDENT@ E LAVORATOR@ fra scioperi e movimenti

L'ASSOCIAZIONE VICTOR SERGE INVITA A PARLARNE CON:
VICTOR MENDEZ -  studente dell'Università di Nanterre (Parigi)
PEPPE RAIOLA -  SGB scuola

Grande Guerra, grande menzogna nazionalista

Nel tripudio sovranista e nazionalista che segna lo scenario italiano, le peggiori destre reazionarie celebrano il 4 novembre come cemento dell'unità nazionale. CasaPound e Forza Nuova sfilano in parate militari inneggiando al "riscatto dell'Italia". Fratelli d'Italia propone di abrogare il 25 aprile a favore del 4 novembre quale simbolo della nazione. La Lega salviniana, archiviata la Padania, coltiva attentamente le relazioni con questi ambienti intestandosi la difesa dei sacri confini contro i nuovi invasori migranti.
Ma lo sciovinismo non abbraccia le sole forze reazionarie. Il liberale Corriere della Sera (2 novembre) ospita con grande evidenza una lunga intervista del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano, Salvatore Farina, intrisa del più becero patriottismo. «Noi dell'Esercito andremo nelle scuole a spiegare con filmati dell'epoca cosa avvenne nella Grande Guerra... I giovani devono conoscere... i valori morali dei nostri nonni e i loro sacrifici per compiere l'ultimo atto del Risorgimento». Segue l'esaltazione di D'Annunzio (che “umiliò gli austriaci”) e l'apologia degli appelli del Generale Diaz ai soldati (“tenete bene a mente che strappando il suolo al nemico, ognuno di voi protegge la sua terra, la sua casa, la sua famiglia”).

Ma l'ingresso dell'Italia in guerra non ebbe nulla a che vedere con la difesa della terra e delle case dei contadini, e neppure col Risorgimento. L'Italia entrò nella Grande Guerra per precise mire annessionistiche e coloniali. Non è una supposizione, è un fatto incontestabile documentato dal Patto di Londra del 26 aprile 1915; il Patto stipulato tra l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Russia zarista. Un patto che avrebbe dovuto rimanere segreto, e che invece fu reso pubblico dal governo di Lenin e di Trotsky dopo la vittoria della rivoluzione bolscevica. Un patto tra briganti per la spartizione di zone d'influenza, basi militari, possedimenti coloniali, all'insaputa dei popoli coinvolti nella guerra, trasformati unicamente in carne da cannone.

Il Patto assegnava ad esempio all'Italia, in caso di vittoria, il Sud Tirolo, e la sua popolazione austriaca; un terzo della Dalmazia, a vantaggio dell'egemonia italiana sull'Adriatico; le basi militari di Valona in Albania e la concessione come protettorato italiano della parte centrale dell'Albania stessa, che pure era uno Stato indipendente; il bacino carbonifero di Adalia in Turchia e il controllo sulle isole del Dodecanneso, nella logica di spartizione dell'Impero Ottomano; la conferma della sovranità italiana sulla Libia e il diritto di partecipazione italiana alla spartizione delle colonie tedesche.
Cosa ha a che vedere tutto questo col Risorgimento e l'unità d'Italia? Assolutamente nulla. Ha molto a che vedere invece con le ambizioni (poi frustrate) di un imperialismo italiano “straccione” (Lenin) che voleva conquistare il proprio posto a tavola nella spartizione del bottino di guerra. Una guerra che costò complessivamente oltre 10 milioni di morti, per lo più operai e contadini, e tra questi 650.000 soldati italiani.

Per questo il 4 novembre non abbiamo alcuna vittoria da celebrare, ma semmai un grande crimine da denunciare. Con le stesse parole di un canto di protesta - tra i tanti - che allora si levò nelle trincee: «...Traditori signori ufficiali che la guerra l'avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventù».

Partito Comunista dei Lavoratori

Il nostro 25 aprile

Per un antifascismo classista e anticapitalista

Quest'anno il 25 aprile affronta un contesto politico nuovo.

Organizzazioni dichiaratamente fasciste hanno sviluppato nell'ultimo anno il proprio radicamento e la propria forza militante. Lo hanno fatto inzuppando il pane nei sentimenti xenofobi e reazionari cavalcati da tutti i partiti dominanti, dal PD di Minniti “legge e ordine” al M5S, sino alla Lega lepenista, che hanno fatto a gara per intestarsi il blocco dei migranti, i loro respingimenti, la loro segregazione. Le organizzazioni fasciste hanno semplicemente usato questo vento per gonfiare le proprie vele.

Ma se questo vento spira più forte di ieri, anche tra milioni di sfruttati, è perché è stato alimentato dalla resa al capitalismo da parte dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale. L'aperta complicità nelle politiche di austerità, il semaforo verde alla Legge Fornero, la smobilitazione della lotta sull'articolo 18, la dispersione dell'opposizione di massa alla “Buona scuola”, non hanno rappresentato solamente una svendita delle ragioni del lavoro agli interessi del profitto, ma hanno anche abbandonato milioni di lavoratori e lavoratrici alla solitudine della propria condizione, alimentando sentimenti di sfiducia, demoralizzazione, disorientamento. Se il crollo del renzismo è avvenuto a destra e non a sinistra è perché la sinistra si era resa da tempo irriconoscibile al suo stesso popolo. Il voto del 4 marzo ha semplicemente registrato la realtà.


DALLA PARTE DEI LAVORATORI, DELLE LAVORATRICI, DI TUTTI GLI SFRUTTATI 

Se questo è vero, non c'è possibile rilancio della battaglia contro il fascismo e contro la destra se non a partire dal recupero di una ragione di classe, dalla parte dei lavoratori contro i capitalisti.
Per anni, anche da parte della sinistra cosiddetta radicale si è rimossa la centralità del lavoro. Gli stessi gruppi dirigenti di Rifondazione Comunista che nel governo Prodi avevano votato la più grande detassazione dei profitti hanno finito col nascondere le ragioni del lavoro dietro le insegne del civismo progressista (Ingroia) e di un “popolo” indistinto. Il M5S, e la sua truffa populista nel nome dei "cittadini", hanno beneficiato anche di questo, così come i sovranismi nazionalisti.
Per rimontare la china è necessaria una svolta. Non c'è il popolo dei cittadini, ci sono le classi. Salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall'altra.
Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall'opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi.

Quale che sia la futura soluzione di governo, nulla di buono è in cantiere per i lavoratori. Il M5S si candida a partito centrale della Terza Repubblica dei padroni, con l'applauso di Confindustria, banche, UE, e NATO. Altro che alleato democratico dei lavoratori, cui chiedere magari qualche ministero (come vorrebbe Liberi e Uguali)! Occorre preparare una opposizione vera, unitaria, radicale, di massa senza alcuno sconto ai nuovi truffatori.


PER UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA 

Ma non c'è vera opposizione di classe senza prospettiva anticapitalista. Questo è il punto decisivo.
Le stesse sinistre che hanno negli anni abbandonato persino la rappresentanza del lavoro, continuano ad illudere ciò che resta del loro popolo con l'eterna fiaba di una possibile riforma democratica e progressista del capitalismo. Una volta era il governo Prodi, ora il governo Tsipras, ogni volta si inventa un fantomatico governo “riformatore” di cui avere fiducia e a cui donare il sangue. Bene, è ora di dire, come provano i fatti, che quel governo non c'è. Che i tempi delle riforme sociali (per disinnescare i rischi di rivoluzione) erano quelli del boom economico e della presenza dell'URSS. Che nelle attuali condizioni storiche, ormai da quasi trent'anni, all'ordine del giorno del capitalismo - chiunque governi - c'è solo la distruzione di diritti e conquiste, con il trascinamento di xenofobia, guerre, miseria sociale e culturale dilagante.
E viceversa, ogni rivendicazione elementare dei lavoratori, in fatto di giustizia sociale ed emancipazione, cozza frontalmente con le compatibilità del capitalismo e della sua crisi, e chiama la necessità di una rottura anticapitalista.
Si tratta di sviluppare in ogni lotta questo elemento fondamentale di coscienza, e di costruire attorno a questa politica di classe anticapitalista una direzione rivoluzionaria del movimento operaio. Senza la quale ogni ribellione è destinata in un modo o nell'altro alla sconfitta.


PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE. QUELLO CHE MANCÒ ALLA RESISTENZA 

Questa è anche la lezione della Resistenza, che qui vogliamo ricordare.
Tra il 1943 e il 1945 milioni di lavoratori si ribellarono al fascismo, ma anche alla classe capitalista che si era affidata al fascismo per distruggere il movimento operaio. La rossa primavera di tanta parte del movimento partigiano era nei suoi sentimenti apertamente anticapitalista. Ma il regime staliniano in URSS e il suo PCI in Italia aveva deciso diversamente: l'Italia doveva restare, secondo i patti di Yalta, nel campo del capitalismo. I governi di unità nazionale tra De Gasperi e Togliatti, con la copertura a sinistra di Secchia, servirono a questo. Per questo riportarono i capitalisti al posto di comando, disarmarono i partigiani, ammnistiarono i peggiori sgherri fascisti. Quando il lavoro fu completato, il PCI non era più necessario, e fu sbattuto all'opposizione. E iniziarono i lunghi anni di Scelba. Di certo la mancanza di una alternativa alla sinistra del PCI capace di contendergli la direzione (tra gruppi e organizzazioni centriste che tragicamente invocavano Stalin per criticare il PCI) fu un fattore decisivo nella sconfitta della Resistenza.

Trent'anni dopo, la nuova ascesa del 1968, tradita dal compromesso storico tra DC e PCI, finì per le stesse ragioni con la stessa sconfitta.
Per questo noi oggi, nel ricordare le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL di Bologna aderisce al corteo antifascista

PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE,
ANTIFASCISTA, RIVOLUZIONARIA

Le recenti elezioni politiche hanno segnato, come non mai  nella storia della Repubblica, un successo delle forze di destra, afasciste come i 5 Stelle o xenofobe come la Lega. Mentre le liste dichiaratamente fasciste non sfondano elettoralmente, ma agiscono in un quadro di aumentato consenso che dà loro nuova energia.
E' necessario ritornare alle lotte dei lavoratori per difendere salario e diritti; a respingere i modelli scolastici padronali; a battersi per pensioni dignitose; a pretendere case dignitose per tutti, italiani e migranti, e così via.
Senza una linea di classe non esiste nessuna ipotesi politica che possa fermare le destre. Dall'altro lato non c'è nessun antifascismo coerente senza lotte dei lavoratori, senza lotta per un altro modello sociale, politico ed economico. 

Il PCL parteciperà al corteo indetto dalla Realtà antifasciste bolognesi, che partirà domani, 25 aprile, alle ore 10 dalla rotonda "Dodi Maracino

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

25 aprile. Una rivoluzione per vendicare la resistenza tradita


1943/'45, la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta, di cui fu prima protagonista la giovane generazione di allora, non viveva però solamente un'aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera” delle canzoni partigiane.

UNA RESISTENZA TRADITA DA STALIN E TOGLIATTI

Quella volontà fu tradita. Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista, in Occidente, per il quieto vivere della burocrazia del Cremlino. Il PCI di Togliatti fu fedele esecutore della volontà di Mosca. La Resistenza partigiana fu dunque subordinata alla collaborazione con la DC e coi partiti borghesi dando a questi poteri di veto (CLN). I governi di unità nazionale tra DC e PCI nell'immediato dopoguerra furono lo sbocco di questa linea e la proseguirono: disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta), reinsediarono i vecchi prefetti, amnistiarono persino gli sgherri fascisti (amnistia del ministro di Grazia e giustizia Palmiro Togliatti del 1947). Fu il tradimento della Resistenza. La Costituzione del 1948, pattuita tra DC e PCI, declamando principi progressisti, serviva a mascherare questo tradimento. Come disse Piero Calamandrei: una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata. Intanto le classi capitaliste, restaurato il proprio potere, cacciarono il PCI all'opposizione (perché non ne avevano più bisogno) e passarono all'offensiva contro i lavoratori, le lavoratrici, i comunisti: reparti confino nelle fabbriche, repressione sanguinosa di manifestazioni sindacali, la lunga reazione degli anni '50.


L'AUTUNNO CALDO SVENDUTO AL COMPROMESSO STORICO

Quando vent'anni dopo la Resistenza una nuova generazione operaia rialzò la testa, con la grande ascesa dell'autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche ('69-'76), fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC ('76/'78): svolta sindacale di austerità e sacrifici (congresso dell'Eur della CGIL di Lama), subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del capitalismo, identificazione con lo Stato borghese. Il risultato fu una demoralizzazione di massa, un lungo ripiegamento, una diffusa passivizzazione. Cui seguì l'offensiva frontale della FIAT e del padronato contro il movimento operaio sul piano sociale (ottobre 1980) e l'ascesa del craxismo sul piano politico. La seconda Repubblica nata dal crollo del Muro di Berlino e dalle ceneri di Tangentopoli sarà lo sbocco di questa deriva reazionaria, nel segno della progressiva cancellazione delle conquiste operaie.


IL TRASFORMISMO A SINISTRA NELLA SECONDA REPUBBLICA

Molta acqua è passata sotto i ponti dalla Resistenza ad oggi, anche e soprattutto a sinistra. Ma in continuità, purtroppo, con l'opportunismo di allora. Il gruppo dirigente del PCI, che aveva tradito prima la Resistenza e poi l'autunno caldo, sciolse il proprio partito a ridosso del crollo dell'URSS per coronare in forma compiuta il proprio sogno proibito: entrare a pieno titolo nel governo del capitalismo italiano e gestirne le misure antioperaie. Fu ciò che avvenne, lungo una interminabile stagione trasformista - dal PCI al PDS ai DS sino al PD - che oggi ha conosciuto il suo epilogo: quel renzismo che apertamente persegue un disegno reazionario bonapartista di un uomo solo al comando al servizio di Marchionne, nel segno della rottura più clamorosa dello stesso patto
costituzionale. Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata nei primi anni Novanta in reazione allo scioglimento del PCI come “il cuore dell'opposizione”, è stata condotta dai propri gruppi dirigenti nel compromesso di governo con i DS e il PD, sia nelle giunte locali, sia, ripetutamente, nei governi nazionali (governi Prodi), finendo col votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra, i tagli sociali. Tutto ciò contro cui formalmente era nata. Col conseguente suicidio. La risultante di tutto questo è molto semplice: la classe lavoratrice si trova priva di una propria rappresentanza politica proprio nel momento della più grande crisi capitalistica degli ultimi ottanta anni. Proprio nel momento della peggiore offensiva padronale nei luoghi di lavoro, e della peggiore aggressione reazionaria sul piano politico e istituzionale. Il dilagare, anche tra i lavoratori, delle forme più deteriori di populismo reazionario (Salvini, Grillo) è un effetto di questa deriva generale.


L'UNICO MODO DI ONORARE LA RESISTENZA: COSTRUIRE LA SINISTRA DI CLASSE

Se tutto questo è vero, la conclusione è una sola. Va ricostruito, controcorrente, un partito indipendente della classe lavoratrice. Ma può essere costruito solo attorno a un programma anticapitalista, fuori e contro quel trasformismo governista che ha corrotto la lunga storia della sinistra italiana. I lavoratori non hanno bisogno dell'ennesimo partito che chiede i voti operai per poi tradirli. Non hanno bisogno dell'ennesimo partito riformista, la cui unica ambizione sia governare il capitalismo, salvo poi una volta al governo gestire regolarmente le controriforme sociali che la crisi capitalista dispensa (Tsipras). Hanno bisogno finalmente di una sinistra che non tradisca: che riconduca ogni lotta di resistenza ad una prospettiva alternativa di società e di potere. L'unica reale alternativa al fallimento del capitalismo: una alternativa rivoluzionaria e socialista, in Italia e nel mondo.
Per questo, costruire il Partito Comunista dei Lavoratori è il modo migliore di onorare la memoria delle domande rivoluzionarie della Resistenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Volentieri diffondiamo: LA GUERRA NON ERA FINITA

Volentieri diffondiamo la seguente comunicazione.

L'Associazione culturale Victor Serge

 ( http://associazionevictorserge.blogspot.it/) organizza:


MARTEDI’ 25 APRILE 2017

ALLE ORE 11

Presso il locale

AL PRADEL Via del Pratello 96/a - BOLOGNA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO


LA GUERRA NON ERA FINITA
I partigiani della Volante Rossa
“Milano, estate 1945.
In una città annichilita dai bombardamenti e dalla fame, un gruppo di partigiani riprende le armi. Sono giovani, giovanissimi: la maggior parte non ha nemmeno vent’anni. E sono pochi, non più di cinquanta. In meno di tre anni, tutti conosceranno il loro nome”

Sarà presente l’autore FRANCESCO TRENTO

COMUNICATO STAMPA: Il "leghista" Merola colpisce ancora

Il Sindaco di Bologna, come un novello Fantomas, ha colpito ancora: ha imposto tali e tante "regole" e tali e tanti divieti da far rinunciare  all'effettuazione della manifestazione "Pratello r'esiste" gli organizzatori di una delle pochissime celebrazioni  sul 25 aprile non retoriche  rimaste in città.  

Soprattutto la richiesta di un'assicurazione di 1 milione di euro a copertura di eventuali danni arrecati a Piazza S. Francesco ha fatto recedere il comitato organizzatore. 
In 9 anni dal varo di questa manifestazione mai era successo che venisse chiesta una polizza assicurativa a copertura di eventuali danni, che peraltro non si sono verificati in alcuna occasione.

Evidentemente Merola ha già introiettato il decreto Minniti sui nuovi poteri che vengono dati ai sindaci, a tal punto da credersi il "podestà" della città,come ai tempi del ventennio mussoliniano! 
Chi votò Merola al ballottaggio durante le elezioni comunali dell'anno scorso come "male minore" per non far vincere la leghista Borgonzoni è servito : l'ineffabile Sindaco PD ex renziano, ma precedentemente bersaniano, ma precedentemente cofferatiano, è in realtà più leghista della Borgonzoni!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZ. DI BOLOGNA

25 aprile 2016: Una rivoluzione per vendicare la resistenza tradita


Nel 1943/45, la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. in quella rivolta, di cui fu prima protagonista la giovane generazione di allora, non viveva però solamente un'aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera” delle canzoni partigiane.




UNA RESISTENZA TRADITA DA STALIN E TOGLIATTI

Quella volontà fu tradita. Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista, in Occidente, per il quieto vivere della burocrazia del Kremlino. Il PCI di Togliatti fu fedele esecutore della volontà di Mosca. La Resistenza partigiana fu dunque subordinata alla collaborazione con la DC e coi partiti borghesi dando a questi poteri di veto (CLN). I governi di unità nazionale tra DC e PCI nell'immediato dopoguerra furono lo sbocco di questa linea e la proseguirono: disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti Valletta), re-insediarono i vecchi prefetti, amnistiarono persino gli sgherri fascisti (amnistia del Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti del 1947). Fu il tradimento della Resistenza. La Costituzione del 1948, pattuita tra DC e PCI, declamando principi progressisti, serviva a mascherare questo tradimento. Come disse Piero Calamandrei: Una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata. Intanto le classi capitaliste, restaurato il proprio potere, cacciarono il PCI all'opposizione (perchè non ne avevano più bisogno) e passarono all'offensiva contro i lavoratori, le lavoratrici, i comunisti: reparti confino nelle fabbriche, repressione sanguinosa di manifestazioni sindacali, la lunga reazione degli anni '50.

L'AUTUNNO CALDO SVENDUTO AL COMPROMESSO STORICO

Quando vent'anni dopo la Resistenza una nuova generazione operaia rialzò la testa, con la grande ascesa dell'autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (69/76), fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (76/78): svolta sindacale di austerità e sacrifici (congresso dell'Eur della CGIL di Lama), subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del capitalismo, identificazione con lo Stato borghese. Il risultato fu una demoralizzazione di massa, un lungo ripiegamento, una diffusa passivizzazione. Cui seguì l'offensiva frontale della Fiat e del padronato contro il movimento operaio sul piano sociale (ottobre 1980) e l'ascesa del craxismo sul piano politico. La seconda Repubblica nata dal crollo del Muro di Berlino e dalle ceneri di Tangentopoli, sarà lo sbocco di questa deriva reazionaria. Nel segno della progressiva cancellazione delle conquiste operaie.

IL TRASFORMISMO A SINISTRA NELLA SECONDA REPUBBLICA

Molta acqua è passata sotto i ponti dalla Resistenza ad oggi, anche e soprattutto a sinistra. Ma in continuità, purtroppo, con l'opportunismo di allora.

Il gruppo dirigente del PCI, che aveva tradito prima la Resistenza e poi l'autunno caldo, sciolse il proprio partito a ridosso del crollo dell'URSS per coronare in forma compiuta il proprio sogno proibito: entrare a pieno titolo nel governo del capitalismo italiano e gestirne le misure antioperaie. Fu ciò che avvenne, lungo una interminabile stagione trasformista - dal PCI al PDS ai DS sino al PD- che oggi ha conosciuto il suo epilogo: quel Renzismo che apertamente persegue un disegno reazionario bonapartista di uomo solo al comando al servizio di Marchionne, nel segno della rottura più clamorosa dello stesso patto costituzionale.

Parallelamente Rifondazione comunista, nata nei primi anni 90 in reazione allo scioglimento del PCI come “il cuore dell'opposizione”, è stata condotta dai propri gruppi dirigenti nel compromesso di governo con DS/PD, sia nelle giunte locali , sia ripetutamente nei governi nazionali (governi Prodi): finendo col votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra, i tagli sociali. Tutto ciò contro cui formalmente era nata. Col conseguente suicidio.

La risultante di tutto questo è molto semplice: la classe lavoratrice si trova priva di una propria rappresentanza politica proprio nel momento della più grande crisi capitalistica degli ultimi ottanta anni. Proprio nel momento della peggiore offensiva padronale nei luoghi di lavoro, e della peggiore aggressione reazionaria sul piano politico e istituzionale. Il dilagare, anche tra i lavoratori, delle forme più deteriori di populismo reazionario (Salvini, Grillo), è un effetto di questa deriva generale.

L'UNICO MODO DI ONORARE LA RESISTENZA: COSTRUIRE LA SINISTRA CHE NON TRADISCE

Se tutto questo è vero, la conclusione è una sola. Va ricostruito, controcorrente, un partito indipendente della classe lavoratrice . Ma può essere costruito solo attorno a un programma anticapitalista, fuori e contro quel trasformismo governista che ha corrotto la lunga storia della sinistra italiana. I lavoratori non hanno bisogno dell'ennesimo partito che chiede i voti operai per poi tradirli. Non hanno bisogno dell'ennesimo partito “riformista”, la cui unica ambizione sia governare il capitalismo, salvo poi una volta al governo gestire regolarmente le controriforme sociali che la crisi capitalista dispensa (Tsipras). Hanno bisogno finalmente di una sinistra che non tradisca: che riconduca ogni lotta di resistenza ad una prospettiva alternativa di società e di potere. L'unica reale alternativa al fallimento del capitalismo: una alternativa rivoluzionaria e socialista, in Italia e nel mondo.

Per questo, costruire il Partito Comunista dei Lavoratori è il modo migliore di onorare la memoria delle domande rivoluzionarie della Resistenza.
Partito Comunista dei Lavoratori