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Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

Un Papa sicario contro i diritti delle donne

 


La lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato

30 Settembre 2024

«Un aborto è un omicidio... Si uccide un essere umano. E i medici che si prestano a questo sono dei sicari».
Le parole di Bergoglio non aggiungono nulla di nuovo alle posizioni reazionarie della Chiesa in fatto di interruzione della gravidanza. Ma, nel momento in cui il governo italiano a guida postfascista promuove l'ingresso delle organizzazioni pro life nei consultori, e in cui sale la marea dell'estrema destra in Europa all'insegna della più volgare misoginia, quelle parole acquistano una valenza politica particolare: il papato cosiddetto “progressista” benedice pubblicamente, nella forma più perentoria, l'attacco peggiore ai diritti delle donne e alle loro conquiste.

In Italia in ben undici regioni esistono ospedali con il cento per cento di medici obiettori di coscienza (Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana). Lo stesso accesso alla pillola abortiva viene negato di fatto in numerosi consultori ed ospedali, sotto la pressione intimidatoria di ambienti cattolici antiabortisti. La Regione Piemonte ha aperto le porte degli ospedali pubblici all'associazione antiabortista Movimento per la Vita, con tanto di finanziamento con risorse pubbliche (2,34 milioni di euro): una associazione che organizza picchetti durante le giornate in cui si effettuano le interruzioni volontarei di gravidanza al grido di “assassine, assassine!”. La Lombardia ha da tempo aperto gli spazi ospedalieri pubblici all'ingresso ufficiale di tale associazione. In Liguria il gruppo regionale di Fratelli d'Italia ha proposto l'istituzione obbligata dell'"ascolto del battito del feto" per le donne intenzionate ad abortire. Ovunque in particolare le donne migranti sono escluse di fatto dall'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza per via di mille ostacoli e barriere procedurali...

Le parole del Papa sono dunque al servizio di questa valanga reazionaria. Tanto più oggi, la lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato.
Sino a quando la sinistra cosiddetta radicale continuerà ad accreditare Papa Francesco, facendone regolarmente una propria icona?

Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo di polizia

 


La necessaria mobilitazione contro una legge infame

20 Settembre 2024

Il Disegno di legge 1660, detto decreto “sicurezza”, segna un netto inasprimento del potere repressivo dello Stato borghese. Lo stesso governo a guida postfascista che alleggerisce i reati dei colletti bianchi in fatto di affari e corruzione dichiara guerra ai diritti di lotta di lavoratori, giovani, immigrati, carcerati. È la guerra della società borghese contro i diritti di resistenza degli oppressi.

Il decreto ripristina la sanzione penale e non più amministrativa per il reato di blocco stradale, contro una pratica di lotta del movimento operaio spesso a difesa del posto di lavoro. Dà al questore il potere di disporre l'allontanamento di un cittadino da un'area urbana fino a 48 ore, col prevedibile uso di questo potere prima di manifestazioni e iniziative di lotta. Prevede una pena da due a sette anni per l'occupazione di case, sia per l'occupante che per chi coopera con questo, dando alla polizia il potere di sgombrare immediatamente l'immobile occupato. Aumenta di un terzo le pene previste per resistenza a pubblico ufficiale, comprendendovi la resistenza passiva, e vietando al giudice di considerare qualsivoglia circostanza attenuante. Introduce la nuova aggravante del reato di istigazione a disobbedire alle leggi se viene commesso all'interno di un carcere dai detenuti o attraverso appelli rivolti a persone detenute (con una pena fino a cinque anni). Estende tale normativa ai migranti rinchiusi nei famigerati CPR, confermando se ve n'era bisogno la loro natura carceraria. Abolisce ogni limitazione giudiziaria all'incarcerazione di donne incinte o madri di bimbi di età inferiore ad un anno, con un evidente accanimento contro i rom e il suo sottofondo razzista. Autorizza ufficiali e agenti di polizia a portare armi senza licenza anche fuori servizio, con una manifesta legittimazione diffusa di violenze ed arbitri di Stato...

Al di là delle sue gravissime articolazioni specifiche, questo decreto sicurezza ha un significato politico generale: il governo a guida postfascista si segnala agli ambienti di polizia come loro tutore, presentandosi come il governo che finalmente sta coi poliziotti, non coi manifestanti e i delinquenti.
La concorrenza tra Lega e Fratelli d'Italia nell'intestarsi la rappresentanza della polizia è parte di questa rincorsa reazionaria, mentre la tenuta del blocco sociale della destra dopo due anni di governo Meloni consente a quest'ultimo di fare della stretta poliziesca un ulteriore leva di consenso nel proprio mondo.

Di certo l'effetto di questo decreto, persino al di là del suo dettato formale, è e sarà quello di incoraggiare la gestione muscolare dell'ordine pubblico, liberando gli agenti di polizia da remore residue o inibizioni legali, nelle piazze, negli istituti penitenziari, nei CPR.
Il salto repressivo si concentrerà prevalentemente contro gli ambienti d'avanguardia, ma la sua finalità intimidatoria mira a scoraggiare preventivamente ogni allargamento dell'opposizione sul terreno di massa.
Nel momento in cui si appresta a gestire nuove strette sociali all'insegna dell'austerità, o nuovi sostegni allo Stato d'Israele e alle sue campagne di guerra e di terrore in Palestina e in Libano, il governo vuole disarmare ogni rischio di opposizione reale. Il divieto annunciato della manifestazione per la Palestina del 5 ottobre a Roma è nei fatti la prima traduzione del Decreto. La criminalizzazione della solidarietà con la resistenza palestinese è parte della criminalizzazione di ogni resistenza.

Mobilitarsi contro il decreto sicurezza è allora necessario e urgente. È necessario e urgente sviluppare una campagna di denuncia e controinformazione tra i lavoratori e i giovani che chiarisca le sue finalità e motivi la mobilitazione. Contro la stretta reazionaria va rivendicato il fronte unico più ampio del movimento operaio, al di là del suo bacino d'avanguardia, mettendo tutte le sue organizzazioni di fronte alle loro responsabilità. Altro che salamelecchi alle assemblee di Confindustria alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di apparato. La CGIL ha il dovere di mobilitarsi contro questo decreto, inserendo l'opposizione ai nuovi poteri di polizia in una una più ampia piattaforma generale di lotta. Solo lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa, che incida sui rapporti di forza complessivi tra le classi, può riaprire un varco alla stessa battaglia democratica contro la repressione. È l'unico evento di cui padroni e governo hanno paura.

La mobilitazione del 5 ottobre a fianco della resistenza palestinese sia anche una chiamata generale contro il governo di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento queer rivoluzionario, antifascista e anticlericale

 


Pubblichiamo il volantino dell3 compagn3 della tendenza Femminist3 Rivoluzionari3 in occasione del Pride Month. Il volantino è allegato in fondo a questa pagina.



Quest’anno il Pride Month si apre in piena campagna elettorale e in un clima di forte tensione e paura per le persone LGBT*QIAP+ strette tra l’incudine della marea reazionaria montante, intenta a cancellare l’eredità delle lotte sociali e civili degli ultimi cinque decenni (esibendo il più bieco sciovinismo) e il martello delle forze del progressismo borghese, che cercano di incassare il sostegno della comunità attraverso promesse dal linguaggio vago e prive di effettive sbocchi (come ci hanno insegnato tutte le ultime tornate elettorali).
Nel frattempo, la forbice dell’astensionismo si allarga sempre più all’interno della classe operaia e nella comunità LGBT*QIAP+, chiaro sintomo dell’ormai diffusa disillusione rispetto alla democrazia borghese e purtroppo della contraddittoria deriva qualunquista in cui questa disillusione è stata incanalata.


LA DIFFICILE SITUAZIONE DELLA COMUNITÀ LGBT*QIAP+ IN ITALIA

La comunità LGBT*QIAP+ è oggi uno dei principali bersagli della propaganda reazionaria e bigotta sostenuta, in primo luogo, dalla Chiesa cattolica e dal governo postfascista di Giorgia Meloni. Sono notizie di questi ultimi giorni quelle che ci riportano le parole vergognose del “papa progressista” Francesco durante un incontro riservato della CEI oppure il sostegno dato da numerosi candidati di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Libertà al manifesto di impegno elettorale proposto dall’associazione fondamentalista e antiabortista Pro Vita e Famiglia – manifesto in cui si parla senza ritegno di contrasto alle presunte “ideologia gender” e “agenda LGBTQIA+”, si nega apertamente il diritto all’aborto, si sostiene l’implementazione delle politiche a favore della famiglia intesa soltanto come “unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio e custode della vita nascente” e si richiede ovviamente la promozione della natalità. Mentre gli attacchi istituzionali alle famiglie LGBT*QIAP+ e al diritto di autodeterminazione delle persone T* proseguono e negli ultimi due anni risultano essere più intensi, violenti, efficaci e frequenti rispetto al passato prossimo.

Questo contesto costituisce inoltre un ricco brodo di coltura per la diffusione di idee e comportamenti omolesbobitransafobici tra la popolazione. Aggressioni, microagressioni, bullismo e altre azioni discriminatorie costituiscono un fenomeno ascendente e molto preoccupante che interessa la maggior parte della popolazione LGBT*QIAP+ in Italia (sono state denunciare 157 aggressioni nell’ultimo anno). Inoltre è peraltro peggiorata la condizione del proletariato e delle soggettività LGBT*QIAP+ razzializzate e migranti.

Oltre al progressivo peggioramento delle condizioni di vita generali della classe dovuto alla debolezza del movimento operaio in questa fase e all’instabile situazione sociale e geopolitica, l3 lavorator3 sono spesso costrett3 a nascondere il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere sia ai padroni sia all3 collegh3 per evitare ripercussioni sul posto di lavoro, e una buona parte dell3 lavorator3 che fanno coming out durante la ricerca di lavoro o dopo l’assunzione ha difficoltà a trovare o mantenere un lavoro stabile e subisce trattamenti discriminatori (outing, minacce, microagressioni, forme di mobbing e talvolta veri e propri attacchi fisici o verbali) sul luogo di lavoro. Questo favorisce anche il persistere di uno stato di incertezza, timore e marginalità costanti che rendono l3 proletari3 LGBT*QIAP+ facilmente ricattabili. Questo fatto colpisce in modo ancora più forte le persone T* (ancora oggi escluse direttamente dal mondo del lavoro in molti casi) e le lavoratrici lesbiche e bisessuali (già discriminate in quanto donne). L’arretratezza generale e il disinteresse rispetto a questa questione da parte del mondo sindacale (confederale e di base) rende ancora più difficile per l3 proletari3 LGBT*QIAP+ trovare vie di fuga o reti solidali contro situazioni di violenza e ipersfruttamento e permette a queste situazioni di restare nella maggior parte dei casi nell’ombra.

La situazione delle persone migranti e razzializzate in Italia è peggiorata radicalmente dopo l’introduzione dei cosiddetti Decreto Cutro (DL 20/2023) e Decreto Sicurezza (DL 1/2023). Essa peggiorerà ulteriormente se verrà approvato il disegno di legge sulla sicurezza, ora in discussione in sede parlamentare, che prevede una revisione del reato di rivolta carceraria (applicabile anche alle rivolte nei CPR) che equipara azioni violente e non violente oltre a riconfermare in ogni sua parte l’offensiva securitaria, repressiva e concentrazionaria attualmente in corso. Le soggettività queer migranti e razzializzate sono vittime di un duplice stigma che spesso le isola anche all’interno della loro comunità di provenienza e le rende ancora più indifese anche a fronte di leggi internazionali e nazionali sulla tutela dell3 migrant3 che non considerano esplicitamente la loro condizione. Inoltre non dobbiamo sottovalutare il rischio dei tentativi di revisione del sistema di protezione speciale – come quello avanzato dal leghista Lezzi all’inizio del 2023 – che puntano a rimuovere l’orientamento sessuale e l’identità di genere dalla lista dei motivi di persecuzione per i quali vengono sospesi i provvedimenti di espulsione e respingimento. La vittoria di posizioni simili significherebbe la perdita di una delle poche tutele legalmente riconosciute in questo paese all3 rifugiat3 LGBT*QIAP+ che fuggono da paesi in cui la comunità è criminalizzata o perseguitata.

Inoltre, la stessa comunità non è immune da sintomi più o meno evidenti di razzismo e xenofobia e sembra essere, almeno in parte, impreparata per affrontarli e risolverli.


DARE UNA RISPOSTA ALLA REAZIONE E CONTRASTARE L’ASSIMILAZIONISMO

La situazione descritta richiede una risposta radicale da parte del movimento LGBT*QIAP+ e delle forze ad esso solidali.

Questa risposta non può consistere nel votare, alle prossime elezioni europee o nei seggi per il rinnovo delle amministrazioni locali, questa o quella lista di centrosinistra nella speranza di un cambiamento di fatto impossibile. I governi e le giunte di centrosinistra non hanno mai fatto l’interesse della classe operaia e delle soggettività oppresse. Inoltre bisogna notare che la maggior parte dei partiti e delle liste di centrosinistra oggi in lizza per le europee in Italia si è ben guardata dall’inserire punti programmatici precisi e chiari rispetto alla comunità LGBT*QIAP+. E anche se fosse, una composizione maggiormente progressista o “queer-friendly” del parlamento europeo non avrebbe in ogni caso delle ripercussioni sensibili sull’esistenza delle persone LGBT*QIAP+ visto anche il rapporto esistente tra gli atti legislativi europei e la loro ricezione e applicazione nei paesi membri.

È necessario invece che il movimento rafforzi le proprie posizioni e si ponga senza tentennamenti in una prospettiva di contrapposizione e rottura rispetto al blocco borghese reazionario oggi predominante. Una prospettiva che parta dalla difesa dei diritti civili e sociali esistenti, dalla pratica militante dell’autodifesa del movimento e dalle reti mutualistiche della comunità, dalla lotta contro il fascismo e il bigottismo, dal mantenimento e dalla costruzione di spazi sicuri e solidali per tutte le soggettività oppresse. Per quanto radicale e difficile possa sembrare, fare anche solo questo in un momento e in un luogo come quelli in cui ci muoviamo, la prospettiva di cui parliamo non può limitarsi ad una visione semplicemente difensiva e di conservazione dello status quo, ma deve puntare invece proprio allo stravolgimento delle condizioni attuali e alla costruzione di una società completamente diversa e totalmente libera.

Per questo motivo dobbiamo sgomberare il campo da tutte le illusioni riformiste e interclassiste che, a partire dalla fine degli anni Settanta, hanno preso il sopravvento in una grossa fetta del movimento LGBT*QIAP+.

Le politiche assimilazioniste che caratterizzano molte delle attuali organizzazioni “mainstream” del movimento partono dal presupposto che la struttura sociale borghese (fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla divisione della società in classi) non sia un problema rilevante per le persone LGBT*QIAP+ e che l’uguaglianza e il progresso sociale possano essere raggiunti semplicemente attraverso una serie di riforme democratiche (delegate alla volontà e all’opportunismo dei partiti borghesi liberali o progressisti) e, in seconda battuta, con l’adattamento mimetico delle soggettività oppresse alle convenzioni e ai pregiudizi della società borghese e ciseteropatriarcale.

Oggi però il capitalismo non ha né la possibilità né la volontà di concedere vere riforme progressive e ogni tentativo in questo senso è destinato senza appello a naufragare disastrosamente.


COSTRUIAMO INSIEME IL MOVIMENTO QUEER RIVOLUZIONARIO, ANTICAPITALISTA, ANTIFASCISTA E ANTICLERICALE!

L’unica risposta valida per la liberazione di tutt3 l3 oppress3 e l3 sfruttat3 continua a passare attraverso la distruzione rivoluzionaria del sistema di produzione capitalistico, l’abbattimento della cultura ciseteropatriarcale, l’instaurazione del governo delle lavoratrici e dei lavoratori che includa tutte le soggettività oppresse e di un sistema di produzione socialista.

Anche per questa ragione come Femminist3 Rivoluzionari3 abbiamo deciso di rivendicarci il termine queer per indicare la nostra prospettiva. Un termine che – nelle nostre intenzioni – non rappresenta una categoria spesso abusata del pensiero accademico postmoderno (es. Butler) né è una “non-etichetta” buona per tutte le stagioni o un sinonimo alla moda dell’acronimo LGBT*QIAP+. Noi intendiamo rivendicarci il significato che alla parola queer venne dato quando, nei primi anni Ottanta, fu recuperata e trasformata da un insulto in una rivendicazione: queer sono il proletariato LGBT*QIAP+ e le soggettività di estrazione subproletaria escluse o discriminate dal discorso assimilazionista e riformista; queer sono tutte le teorie e le pratiche che non puntano all’integrazione dell3 oppress3 nel sistema capitalista, ma progettano il sovvertimento dello stesso; queer è la costruzione autonoma e l’autogestione del movimento, degli spazi e delle lotte in un’ottica democratica, pluralistica e non autocentrata; queer è la lotta a fianco del movimento operaio per la comune prospettiva anticapitalista (come accadde durante lo sciopero dei minatori inglesi del 1984); queer è anche la battaglia contro la cisnormatività, l’omonormatività, la mononormatività, il sessismo e il razzismo ancora presenti tra la popolazione LGBT*QIAP+; queer è il contrasto di ogni condizionamento religioso e di ogni forma di bigottismo e oscurantismo (come dimostrarono l3 attivist3 di Act Up con “Stop the Church” nel 1989); queer è anche la condanna dell’imperialismo e del militarismo e la solidarietà alla resistenza dei popoli oppressi come quello palestinese.

In rottura con la depoliticizzazione e con il recupero in chiave riformista del termine queer, ci rivendichiamo dunque un movimento queer che riprenda la propria connotazione di classe e rivoluzionaria e che abbia quali suoi punti saldi l’anticapitalismo, l’antifascismo militante e l’anticlericalismo.

Per questo è necessario raggrupparsi intorno ad un programma coerente che prevede:

• la difesa del lavoro, unico effettivo strumento di autodeterminazione, con l’abolizione di tutte le leggi che hanno precarizzato il lavoro e ne hanno eliminato le tutele; introduzione del collocamento pubblico a chiamata numerica; ripartizione del lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; parità salariale per tutt3.
• Il salario garantito per chi è in cerca di occupazione, contro ogni forma di reddito di autodeterminazione slegato dalla condizione lavorativa, che non garantisce autonomia, ma al contrario prospetta maggiori possibilità di rinchiudere le donne nell’ambiente domestico.
• Un welfare statale che non ci renda schiav3 all’interno della famiglia, con l’istituzione di un ampio programma di servizi sociali che si prenda in carico l’enorme quantità di lavoro di cura che oggi pesa maggiormente sulle spalle delle donne, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura.
• Requisizione di tutte le case sfitte da assegnare in primo luogo a tutte le persone con difficoltà di inserimento lavorativo e alle persone disabili e neurodivergenti, a garanzia dello sviluppo della propria autonomia personale.
• Abolizione dell’obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie pubbliche, nonché la fine delle erogazioni statali alle strutture private, con il loro esproprio senza indennizzo e la determinazione dell’unicità del Servizio Sanitario Nazionale pubblico. Fuori i religiosi e i capitalisti dalla nostra vita e dalla nostra salute!
• Libero e gratuito accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione.
• Consultori pubblici per le donne e per le persone LGBT*QIAP+, sotto il controllo dell3 utent3 e con accesso a tutte le tecniche e alle informazioni mediche per autodeterminare le decisioni sul proprio corpo.
• Auto-organizzazione e autodifesa della comunità LGBT*QIAP+ per rispondere colpo su colpo e al di fuori delle logiche riformiste ed opportuniste all'offensiva reazionaria e clerico-fascista in corso.
• Superamento della Legge 164/82 e di tutte le leggi che patologizzano e discriminano l'esistenza e i percorsi di autodeterminazione delle soggettività T* e, più in generale, di tutte le persone LGBT*QIAP+.
• Apertura dei confini e l’eliminazione di tutte le leggi securitarie che opprimono le donne e soggettività LGBT*QIAP+ migrant3 e legittimano le violenze nei loro confronti.
• Educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, rigorosamente laica che chiami medic3 ed educator3, escludendo associazioni collegate alla Chiesa. Questo per garantire la promozione di una contraccezione consapevole e di un libero sviluppo della propria sessualità.
• Lotta senza quartiere alla concezione abilista e neurotipica dell'esistente, figlia delle necessità del sistema di produzione capitalistico, e di ogni altra forma di abilismo. Perché il mondo che vogliamo deve essere invece adatto ai bisogni e ai desideri di tutt3, incluse le persone disabili e neurodivergenti.


Questa è la prospettiva per cui lottiamo!
Unisciti alla nostra tendenza!

Femminist3 Rivoluzionari3

Al fianco di Mimmo Lucano


 In una società a misura d'uomo i diritti umani non possono subire limitazioni in base alla nazionalità e ai confini. Ogni individuo in quanto tale dovrebbe godere degli stessi diritti.


Poco meno di un mese fa in Svizzera, nella città di Berna, è stato consegnato a Domenico Lucano “il 26esimo premio libertà", perché nei rapporti con i profughi del Mediterraneo, sbarcati sulle spiagge, osa percorrere delle strade completamente nuove.

Egli considera queste persone come una chance, le integra in modo costruttivo nel suo Comune, affrontando in questo modo la decennale emigrazione della popolazione calabrese. «Mimmo Riace» è un pioniere per l’atteggiamento umano dell’Europa nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente”!

Viceversa in Italia il becero sciovinismo troglodita, trasforma Mimmo Lucano da “pioniere dell’integrazione” a uomo dedito all’associazione a delinquere, responsabile di crimini come: abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insomma da filantropo a delinquente. Questo emerge dalla motivazioni depositate dal Tribunale di Locri.

Risulta chiaro che l’accusa a Mimmo Lucano è un’accusa politica. Solo uomini congelati dal giustizialismo borghese, capaci solo di “eseguire gli ordini” possono apprezzare tali accuse. La vicenda Lucano non è una vicenda che lucra il modello normo-costituito borghese, molto più semplicemente lo mette in discussione e per questo viene punito.

In tutta questa vicenda surreale Mimmo Lucano viene dipinto come un uomo prono alla criminalità. Certo, se fosse stato furbo, senza principi e avesse voluto arricchirsi con la politica, avrebbe dovuto scegliere un’altra organizzazione politica, un altro partito come ad esempio Fratelli d’Italia. Non a caso, è proprio la destra reazionaria di Fratelli d’Italia in combutta con la Lega, a far leva sulla sentenza del tribunale di Locri per difendere e rilanciare le proprie politiche criminali contro i migranti nel nome del ”prima gli italiani”. Magari per coprire i propri italianissimi esponenti coinvolti, quelli sì, negli affari della criminalità organizzata. Personaggi come Rosso, Pittelli esponenti di Fratelli d’Italia sono finiti al centro di indagini riguardanti la criminalità organizzata (‘Ndrangheta), oppure Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese), dove la magistratura è piombata su di lui con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso inserita nell’ambito dell’inchiesta Krimisa sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Lombardia, ecc.

Colpisce, ma non più di tanto, che alla campagna reazionaria di criminalizzazione di Lucano si sia accodato Marco Travaglio e il suo circo editoriale nel nome della sacralità della magistratura e delle sue sentenze. A riprova che “la difesa della legalità” borghese non ha di per sé alcuna valenza democratica e progressiva, e che l’avallo fornito alla cultura "manettara" dei Di Pietro e degli Ingroia da parte della sinistra riformista in anni recenti ha solo innaffiato il giardino del populismo reazionario di marca “giustizialista” che nel giro di pochi anni ha visto calare la scure della magistratura, in modo massiccio, sui suoi propri rappresentanti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà a Mimmo Lucano, ricordando le sue stesse parole«è stato il modello della libertà e del rispetto dei diritti umani e non è stato qualcosa di scritto che abbiamo sperimentato dopo uno sbarco. C’è stata molta spontaneità in un luogo limite dove ci sono tantissime problematiche sociali e il messaggio che è venuto fuori è che è possibile, nonostante le difficoltà del territorio».

Non c’è soluzione della questione immigrazione all’interno della società capitalista. Ma da rivoluzionari difendiamo e difenderemo sempre chi contrasta le politiche reazionarie contro i migranti esponendosi per questo alle vendette della magistratura e dello Stato borghese. Per questo diciamo: “Giù le mani da Mimmo Lucano!”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Senato affossa il DDL Zan, la lotta prosegue nelle piazze e nell’autorganizzazione

 


Per il rilancio di una lotta anticapitalista e rivoluzionaria per i diritti civili

Secondo qualcun* quanto accaduto nell’aula del Senato sarebbe disgustoso in un paese civile. In questa sede non possiamo esimerci dal dire che i fatti in questione non mettono in dubbio il grado di civiltà di un singolo paese, ma confermano invece la nostra analisi sul grado di civiltà di un intero sistema.

Facciamo un passo indietro. Il giorno 27 ottobre il Senato è stato chiamato a votare a scrutinio segreto la cosiddetta “tagliola” (voluta da Lega e Fratelli d’Italia) sul DDL Zan. La “tagliola” è un provvedimento previsto dall’articolo 96 del Capo XII del Regolamento del Senato. Si tratta della proposta, che può essere avanzata da singole senatrici e singoli senatori, di non procedere all’esame dei vari articoli di cui si compone un disegno di legge. Quando tale richiesta viene approvata l’iter del disegno di legge in oggetto viene bloccato e sostanzialmente deve essere ridiscusso, dopo almeno sei mesi dal voto, con una nuova proposta di legge, dalla commissione competente. Durante la seduta del 27 ottobre tale misura è stata approvata con 154 voti favorevoli, 131 voti contrari e 2 astensioni, portando alla fine del percorso della proposta di legge “contro omofobia, misoginia e abilismo”.

Prima di tutto, vogliamo esprimere sinceramente la nostra solidarietà e unirci alla sacrosanta rabbia di tutte le persone LGBTQIA+, di tutte le donne* e di tutte le persone con disabilità che continueranno a subire senza alcuna tutela il peso dell’esistenza all’interno di un sistema capitalista, cis-eteronormativo e patriarcale. Una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia e l’abilismo è una necessità urgente e quanto accaduto in questi giorni si configura come un attacco violento e diretto contro la vita di tutte queste persone e come tale va contrastato.

Il voto di pochi giorni fa conferma per l’ennesima volta la bancarotta definitiva e irreversibile di qualsiasi illusione riformista. Qualsiasi proposta di cambiamento calata dall’alto è destinata al fallimento e all’oblio entro questa compagine sociale. Questo non a causa dei contenuti, dei modi o delle forme di tale cambiamento, ma semplicemente perché il sistema capitalista non è e non è mai stato riformabile.

Oltretutto smaschera anche la natura opportunista dei sostenitori della legge a partire dal PD, che cerca già di smarcarsi goffamente dalla sconfitta distribuendo responsabilità e accuse a destra e a manca (peraltro senza tenere conto della propria fronda interna subordinata ai diktat delle gerarchie cattoliche), fino al M5S, che continua ad alternare prese di posizione apparentemente progressiste con uscite degne della più becera reazione, passando per Italia Viva, che per prima ha accolto le richieste di revisione della legge proposte dal centro-destra finalizzate alla rimozione del concetto di identità di genere e della conseguente tutela delle persone transgender e non binarie, e infine per le insignificanti e inconsistenti rimostranze dei radicali (+Europa) e di Liberi e Uguali.

È necessario ribadire che ancora una volta l’avanzamento dei diritti civili non è stato affossato, come si sente dire da più parti in questi giorni, per l’eccessiva radicalità della proposta. Vale la pena ricordare che il DDL Zan è una legge, seppur necessaria, con grandi limiti politici e culturali, caratterizzata da un impianto espressamente punitivo che lascia intatta la struttura su cui si sviluppa l’oppressione e la discriminazione, oltre che dalla tendenza sistematica ad invisibilizzare molte soggettività LGBTQIA+. Altrettanto importante è ricordare che i proponenti e i sostenitori del DDL Zan, lungi dalla linea dura e muscolare di cui sono stati accusati, hanno cercato in più occasioni di giungere a patti con la controparte politica proponendo o accettando talvolta modifiche ulteriormente a ribasso del testo.

Ancora una volta l’illusione è crollata su sé stessa a causa della fragilità delle proprie fondamenta: l’assenza di un movimento ampio e combattivo (malgrado non siano assenti esperienze anche molto positive in diverse città), l’atteggiamento delle direzioni del movimento LGBTQIA+ mainstream volte a delegare tutte le proprie “lotte” in sede istituzionale, l’attuale debolezza del movimento LGBTQIA+ e femminista dopo due anni di pandemia e l’incapacità di far convergere in modo generalizzato le lotte per i diritti civili e la lotta di classe, la lotta transfemminista e le lotte del movimento operaio, in una fase storica di arretramento della coscienza di classe che rende difficile ogni avanzamento – ma persino la difesa – dei diritti civili e sociali, sono fattori che vanno sommati al tradimento operato dal centrosinistra in Parlamento.

D’altra parte non possiamo ovviamente restare indifferenti di fronte all’atteggiamento trionfale tenuto dalle forze reazionarie, clericali e fasciste dopo l’affossamento della legge tantomeno in un periodo caratterizzato da numerose espressioni reazionarie (come, per esempio, l’assalto squadrista alla CGIL oppure le “grandi” manifestazioni No green pass che si avvicendano di continuo nelle nostre città). Questa purtroppo è una vittoria che assume un significato simbolico molto importante nel quadro della conservazione dello status quo classista e patriarcale e nell’ottica di un rilancio dell’offensiva clerico-fascista e oscurantista contro i diritti civili e le soggettività oppresse.

La nostra reazione non può ridursi a sporadiche azioni difensive e a espressioni pubbliche di sdegno e rabbia, come le proteste che in questi giorni stanno animando le piazze di Roma, Milano, Torino e altre città italiane. Ad esse (indubbiamente positive in questo preciso momento) deve legarsi la volontà di organizzarsi e di lottare con pratiche radicali contro capitalismo e cis-eteropatriarcato.

È necessario – ora più che mai – perseverare nell’attuazione di un programma rivoluzionario e di classe che, unendo tutt* l* sfruttat* e tutt* l* oppress* attorno alle parole d’ordine della rottura e del sovvertimento radicale del paradigma capitalistico, possa finalmente portare a compimento una società socialista libera da ogni forma di sfruttamento, violenza e oppressione.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Giù le mani dei fascisti dalla CGIL!

 


Per l'autodifesa delle lavoratrici e dei lavoratori dalla violenza fascista e reazionaria. Per una svolta radicale della politica del sindacato

15 Ottobre 2021

Testo del volantino per la manifestazione del 16 ottobre

Questo è il volantino che il PCL distribuirà domani alla manifestazione antifascista convocata da CGIL, CISL e UIL dopo i fatti di sabato scorso. Parteciperemo alla manifestazione con le nostre bandiere, un nostro striscione, le nostre parole d'ordine; contro i fascisti ma da un'angolazione di classe indipendente. In solidarietà con la CGIL contro l'attacco fascista, ma senza un grammo di sconto alla sua burocrazia dirigente, alla sua politica, alle sue enormi responsabilità di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici.


L’attacco fascista alla sede nazionale della CGIL è un atto infame. I fascisti non attaccano una politica sindacale ma il sindacato in quanto tale, ossia il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a una propria organizzazione, a tutela degli interessi della propria classe. È la natura stessa del fascismo, che si distingue da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio. Oggi le organizzazioni fasciste usano il movimento reazionario No vax e No green pass come proprio terreno di pascolo, di reclutamento, di organizzazione. L’attacco fascista del 9 ottobre è frutto di questa miscela.

Contro le organizzazioni fasciste è necessaria un’azione indipendente del movimento operaio. Affidarsi allo Stato è un'illusione, come dimostra l’intera esperienza del dopoguerra. Le leggi antifasciste già ci sono ma non hanno portato a risultati, o perché non vengono applicate o perché non producono effetti concreti. Lo scioglimento di Ordine Nuovo (1973), di Avanguardia Nazionale (1976), del Fronte Nazionale (2000) non ha cancellato la presenza dei fascisti, che si sono riorganizzati ogni volta in altre forme e sotto altre sigle. Ed oggi Fratelli d’Italia e la Lega provano addirittura a far leva sulla proposta di scioglimento di Forza Nuova per invocare misure liberticide contro le organizzazioni comuniste, sventolando la squallida mozione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo.

La violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero, nella logistica, alla FedEx, alla Texprint. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie.

Tutto questo va contrastato e respinto. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. La cultura dell’autodifesa appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere: presidiando le Camere del lavoro, organizzando la difesa dei picchetti, opponendo alla forza reazionaria la propria forza organizzata. Lo stesso vale contro le azioni squadriste di picchiatori o crumiri.

Parallelamente va rivendicata la cancellazione dei decreti Salvini, sia nella parte che criminalizza i migranti sia in quella che attacca i diritti di lotta del movimento operaio. Come va respinta la pretesa del governo Draghi e del Ministro degli Interni Lamorgese di restringere ulteriormente i diritti di manifestazione prendendo a pretesto l’aggressione fascista di sabato scorso. Far leva sulle azioni fasciste per restringere la libertà di manifestare è un'operazione inaccettabile che la CGIL ha il dovere di contrastare.

In realtà è tutta la politica sindacale a essere chiamata a un cambio di rotta. Come siamo intransigenti nel difendere la CGIL dalle minacce fasciste, così vogliamo essere netti nel giudicare la linea del suo apparato dirigente, che consideriamo disastrosa, sindacalmente e politicamente. Da anni e decenni si insegue la concertazione con il padronato e i suoi governi, cioè la trattativa sulla piattaforma della controparte. Prima sulla scala mobile; poi sulla precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i tagli sociali; poi ancora sulle pensioni, con le ridicole tre ore di sciopero contro la Legge Fornero, che hanno regalato a Salvini milioni di voti operai; infine, persino sui licenziamenti, concedendo a padroni e governo lo sblocco in cambio di un “avviso comune” che è solo una truffa. Parallelamente si sono abbandonate a loro stesse centinaia di vertenze per la difesa del lavoro, senza dar loro una indicazione unificante né in fatto di rivendicazioni né in fatto di forme di lotta e di organizzazione.

Il risultato di tutto questo è uno solo: i padroni si sono rafforzati, la precarietà del lavoro è dilagata, e le morti sul lavoro ne sono una misura agghiacciante. Ma soprattutto è arretrata la coscienza delle masse. Milioni di lavoratrici e lavoratori, sentitisi senza tutela, hanno cercato a destra quello che non trovavano a sinistra, finendo con l’essere dirottati contro falsi bersagli: ieri contro i migranti e oggi magari contro i vaccini. Lo stesso movimento No vax e No green pass catalizza, su basi reazionarie, diversi motivi di malcontento. Lo spazio dei fascisti è figlio di questo clima.

La direzione della CGIL non può chiamarsi fuori da questo bilancio. In quanto direzione del più grande sindacato di massa, ne porta per intero la responsabilità. Eppure, vediamo che persevera come se nulla fosse accaduto. Persino i fatti di sabato scorso sembrano diventare una leva di accreditamento presso il governo Draghi, nel segno dell’abbraccio tra Draghi e Landini. Un abbraccio che non è solamente uno scatto d’immagine ma la cornice simbolica di una politica, una politica di unità nazionale con il governo del capitale finanziario. Lo stesso che liberalizza i licenziamenti, peggiora il reddito di cittadinanza, abbassa la tassazione delle rendite finanziarie, cancella persino l’elemosina di Quota 100, destina alla sanità pubblica l’ultima voce di spesa tagliando per di più l’IRAP che la finanzia. Continuare a sostenere di fatto questo governo, come fa Landini, significa disarmare le lavoratrici e i lavoratori, e alimentare anche nelle loro file gli umori peggiori.

Occorre allora un’altra direzione del sindacato e della CGIL. Occorre un sindacato che unifichi le vertenze del lavoro, che costruisca una cassa nazionale di resistenza, che dica che le lavoratrici e i lavoratori debbono occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN, e che rivendichi la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Occorre un sindacato che si batta per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40. Occorre un sindacato che chieda il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco. Un sindacato che recuperi insomma la propria autonomia dai padroni e dal governo, e per questo possa unire le lavoratrici e i lavoratori in un vero sciopero generale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in CGIL e in ogni sindacato classista per questa svolta generale di indirizzo. Per restituire il sindacato a lavoratrici e lavoratori. Per unirli in una lotta comune, al di là di ogni diversa appartenenza sindacale. Per ricondurre ogni loro lotta alla prospettiva di un loro governo. Un governo anticapitalista, basato sulla forza e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. L’unico governo che possa cambiare davvero le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le elezioni, l'unità della sinistra, la presenza elettorale del PCL


 Il primo turno delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre ha registrato un'affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Milano, Torino, Bologna). Questa affermazione è dovuta non a uno spostamento di elettori dal blocco di centrodestra ma alla dimensione abnorme di un'astensione dal voto che ha interessato in larga prevalenza l'elettorato della Lega. La Lega è la vera sconfitta di questo passaggio elettorale. Più precisamente, il segretario della Lega. La sua ricollocazione nella maggioranza di governo a sostegno di Draghi nel quadro dell'unità nazionale ha sicuramente inciso sul voto, assieme allo scarso appeal di candidati civici improvvisati e posticci, risultante del braccio di ferro tra Lega e Fratelli d'Italia per la guida della coalizione. Fratelli d'Italia si avvantaggia del netto arretramento della Lega ma non in misura proporzionale. Giorgia Meloni non ha capitalizzato che parzialmente la caduta della Lega; il grosso dell'emorragia leghista si è indirizzata verso l'astensione. Significa che la Lega e il centrodestra nel suo insieme continuano a disporre di un blocco sociale ed elettorale maggioritario, sia pure temporaneamente passivo.


Qualunque proiezione della vittoria del centrosinistra sulle prossime elezioni politiche sarebbe dunque ad oggi del tutto sbagliata. Il voto amministrativo è ben diverso dal voto politico, diverso il peso delle motivazioni e della riconoscibilità delle leadership. Così non va confuso il voto delle grandi metropoli col voto dei piccoli centri e della provincia profonda, dove l'astensione al voto è stata molto minore, il centrodestra è più forte e i risultati hanno spesso altro segno. A tutto questo si aggiunge l'assetto ancora in fieri della coalizione del centrosinistra, con un Movimento 5 Stelle che ha virato nel suo gruppo dirigente verso la coalizione col PD ma che registra una forte caduta elettorale, al punto da non risultare determinante in fatto di voti né a Bologna né a Napoli, dove pure ha corso nella coalizione vincente. Parallelamente, la forte affermazione politica di Calenda a Roma può dare volto e riferimento a un processo di raggruppamento al centro capace di aprire contraddizioni nuove e incidere sugli equilibri politici.

Il negoziato sulla legge elettorale inciderà in modo rilevante sugli assetti politici di rappresentanza della borghesia italiana. Una parte importante dell'establishment e dei suoi uomini di riferimento vuole rimuovere la legge attuale, che presumibilmente assegnerebbe al centrodestra una vittoria con ampio margine, tanto più dopo il taglio dei parlamentari. L'idea è quella di una riforma elettorale di tipo proporzionale che possa liberare uno spazio più ampio per un raggruppamento di centro capace di tagliare le ali “populiste” e dare organicità e stabilità all'esperienza Draghi o simil-Draghi anche dopo il 2023. I circoli dominanti della politica borghese sono da subito al bivio di una scelta inaggirabile: se mettere Draghi in sicurezza per sette anni quale Presidente della Repubblica, trovandogli un sostituto di unità nazionale come Presidente del Consiglio e arrivare così a fine legislatura; o se puntare sulla continuità del governo Draghi trovando un'altra soluzione di unità nazionale per la presidenza della Repubblica, lavorando nel frattempo su una riforma elettorale che possa favorire un ripescaggio di Draghi in qualche forma dopo il 2023.

Nell'immediato, da qui al febbraio 2022, il governo continuerà la propria navigazione. Le mosse di Salvini sul catasto servono solo a coprire la sua sconfitta elettorale e a mostrare il proprio peso politico e istituzionale nella stessa Lega, dove la differenziazione con la linea organicamente draghiana di Giorgetti, estraneo alle posture populiste, permane con tutto il suo peso ma è destinata al momento a restare congelata.


IL VOTO AVARO DELLE SINISTRE

Il quadro politico della competizione borghese è al riparo dalla sinistra politica. Il voto del 3 e 4 ottobre conferma la marginalità complessiva della sinistra politica italiana. Chi si aspettava uno scenario diverso in ragione di questo o quell'altro accrocchio unitario è rimasto inevitabilmente deluso. Chi si aspettava di incassare elettoralmente la superesposizione mediatica non ha conosciuto sorte migliore.

Il PC di Marco Rizzo , che annunciava urbi et orbi che avrebbe preso più voti di tutto il resto della sinistra messo assieme è rimasto al palo. Lo 0,3% a Roma e Milano è indicativo. Il PCI viaggia tra 0,3% e lo 0,5% grazie alla rendita di posizione del vecchio simbolo. Rifondazione Comunista, che a Roma doveva sfondare con Berdini grazie alla sommatoria civica di tante sigle, rimedia lo 0,4%, mentre a Torino e Bologna manca largamente l'approdo in Consiglio comunale. Potere al Popolo ha un risultato relativamente migliore, prevalendo a Roma rispetto alle organizzazioni concorrenti con lo 0,6%, e incassando il notevole 2,4% a Bologna, frutto di una presenza elettorale continuativa tra elezioni nazionali, regionali, comunali, oltre che del sostegno di USB. Ma non prende eletti neppure a Napoli, che pure è la sua roccaforte. Il nostro partito riscuote un voto modestissimo, tra lo 0,4% a Bologna e lo 0,1 e 0,05% nelle altre città (Roma, Milano, Torino), sostanzialmente il voto riportato da Per una Sinistra Rivoluzionaria alle elezioni politiche del 2018, ritoccato al rialzo a Bologna, al ribasso altrove.

Come sempre, ma forse più che in altre occasioni, l'esito del voto fornisce un'occasione di sfogatoio ai tanti compagni e compagne che inveiscono contro tutto e tutti: le troppe divisioni, i partitini dello zero virgola ecc. ecc. Abbiamo addirittura, oggi, Il Manifesto che spende un editoriale per chiedere ai partiti a sinistra di Sinistra Italiana di chiedere scusa ai propri elettori, definendoli “un piccolo mondo antico” di testimonianza. Evidentemente la testimonianza inizia dove finisce il centrosinistra. Non c'è male per un quotidiano... “comunista”, come ancora recita abusivamente la sua testata. Cosa non si fa per cercare di vendere qualche copia in più lisciando il pelo agli umori dei lettori.

Noi invece questo pelo non lo vogliamo lisciare. Non dobbiamo vendere merce ma presentare le nostre idee. Cercando di diradare la nebbia dei luoghi comuni e la grande confusione che ne deriva. Sì, c'è una enorme crisi della sinistra politica in Italia. Le elezioni sono solo il suo specchio. Prendersela con lo specchio serve a poco. Serve indagare la crisi della sinistra nella sua realtà, nelle sue radici e ragioni. È l'unico modo per cercare di venirne a capo.


LA CRISI DELLA SINISTRA. LE SUE RADICI, LE SUE RAGIONI

Il voto della sinistra politica non è e non può essere indipendente dalle dinamiche della lotta di classe. Così è stato sempre, in Italia e in Europa.

Negli ultimi dieci anni i fenomeni di polarizzazione a sinistra in Europa sono stati il sottoprodotto di ascese sociali. Così è stato per lo sviluppo di Syriza in Grecia, sull'onda delle grandi mobilitazioni di massa contro l'austerità; così è stata per lo stesso Podemos in Spagna, al di là del suo carattere ibrido, a ridosso delle grandi manifestazioni di piazza della giovane generazioni degli indignados. Naturalmente le esperienze di governo di entrambe – l'una già tristemente consumata, l'altra in corso – hanno disperso la domanda sociale che avevano polarizzato seppellendola sotto il macigno dell'austerità della Troika (Syriza) o di politiche padronali (Podemos col governo Sanchez che bastona i migranti, tratta l'aumento dell'età pensionabile, nega l'autodeterminazione della Catalogna). A riprova che anche i successi elettorali, persino i più travolgenti, sono effimeri se combinati con le compromissioni ministeriali. In ogni caso, i successi elettorali sono stati figli delle piazze e delle lotte, non viceversa.

In Italia lo scenario degli ultimi quindici anni è stato peggiore. Il Partito della Rifondazione Comunista, che raccoglieva la mitologica “unità della sinistra”, si suicidò tra le braccia di Prodi nel 2006, al piede di partenza della grande crisi capitalistica mondiale, votando missioni militari, detassazione dei profitti, precarietà del lavoro, tagli sociali, al modico prezzo di un ministero, di qualche sottosegretariato, della presidenza della Camera dei deputati. Da qui l'inevitabile big bang che ha travolto quel partito, accompagnandone il crollo. Quel crollo a sua volta ha liberato lo spazio di quel ciclo populista reazionario, non ancora esaurito, che è passato attraverso il grillismo, il salvinismo, il melonismo. Un populismo nutrito dalla crisi sociale, che ha coinvolto e coinvolge l'immaginario di massa di tanta parte del lavoro salariato, dirottandolo contro falsi bersagli a tutto vantaggio dei padroni.

La crisi della sinistra politica ha qui la sua radice. Non nella frantumazione, come vuole il senso comune di tanti orfani della vecchia Rifondazione. Quello è l'effetto del crollo del PRC, non la sua causaLa crisi della sinistra è quella della sua irriconoscibilità sociale, a seguito della sua esperienza traumatica e fallimentare. Milioni di lavoratori e lavoratrici che avevano votato a sinistra nel nome di una speranza l'hanno abbandonata perché l'hanno vista tradita. Un abbandono che non ha riguardato soltanto le formazioni responsabili di quelle politiche ma si è estesa anche a chi, come noi, le ha contrastate. Quando si abbassa la marea si arenano tutte le barche, al di là della rotta di navigazione. Pensare di risolvere questa crisi di riconoscibilità con accrocchi elettorali significa continuare a farsi del male con un accanimento terapeutico crudele. Gli accrocchi elettorali possono confortare (a volte e in parte) le illusioni dei militanti, ma non rispondono ai lavoratori elettori. Da qui, ogni volta, la delusione degli esperimenti, con relative frustrazioni, straccio delle vesti, imprecazioni e abbandoni. Non è questa la strada.

A maggior ragione non lo è quando nel nome della più ampia unità nelle urne si scolora sempre più la stessa identità della sinistra classista (non diciamo comunista) in direzione di liste civiche, genericamente democratiche, di cittadini progressisti, sotto le quali nascondere partiti e simboli nella speranza di renderle più attrattive. Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, La Sinistra... sul piano nazionale; una infinità di liste civiche sotto le denominazioni più fantasiose su scala locale. Le une e le altre presentate ogni volta come la soluzione finalmente scoperta per uscire dalla marginalità, e ogni volta finite nello sconforto. Ora pare sia la volta dell'appello a De Magistris da parte del PRC per le prossime elezioni politiche, una sorta di Ingroia 2.0, vestendolo dei panni di un possibile salvatore. Altro giro, altro regalo. Auguri.


UNA RISPOSTA VERA ALLA CRISI DELLA SINISTRA, FUORI DA ILLUSIONI E IMPRECAZIONI

Dalla crisi della sinistra si può cercare di uscire solo da un'altra porta. O meglio, da due altre porte.

La prima è il terreno della ricomposizione di un fronte sociale di classe sul terreno della lotta. L'unità da ricercare sta innanzitutto qui. È singolare che i tanti predicatori dell'unità nelle urne non avanzino proposte e iniziative sul piano dell'unità di lotta della classe operaia. E non poche volte avallino scelte e posizioni, politiche o sindacali, che vanno in direzioni opposte.

Noi come PCL ci siamo mossi in questi anni in direzione della più ampia unità di lotta dell'avanguardia di classe, dal Coordinamento delle sinistre di opposizione al Patto d'azione anticapitalista, portandovi sempre il contributo delle nostre proposte, ma mai ponendole come condizione dell'unità d'azione. Al tempo stesso, in ogni raggruppamento unitario dell'avanguardia abbiamo posto la necessità della più ampia proiezione di massa contro ogni visione che confonda la massa col proprio ombelico.
Il problema che tutte le avanguardie hanno, se sono tali, non è quello di recintare il proprio perimetro ristretto, ma è quello di rianimare la resistenza della massa, infonderle fiducia nelle proprie forze, ricomporre l'unità delle sue file contro un avversario di classe determinato e agguerrito come mai in passato. GKN, Whirlpool, Alitalia... in ogni lotta particolare poniamo l'esigenza dell'unità generale delle lotte, e dunque di un piano d'azione che possa generalizzare le esperienze più avanzate, rafforzare la linea di resistenza, portarla sullo stesso terreno di radicalità oggi imposta dalla radicalità di padronato e governo. L'appello nazionale contro i licenziamenti, per l'occupazione delle aziende che licenziano, una cassa nazionale di resistenza, la rivendicazione unificante della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio va in questa direzione. Con la stessa logica unitaria e radicale interveniamo in ogni movimento, a partire oggi dalle mobilitazioni giovanili sul terreno cruciale dell'ambientalismo.

La seconda direzione riguarda la prospettiva politica. Senza una prospettiva politica, e dunque una direzione che la incarni, anche il più grande dei movimenti va a sbattere prima o poi contro il muro. Oppure viene usato da altri per altri scopi rispetto alle sue ragioni.
Oggi non c'è in campo una prospettiva politica riformista. Il crollo dell'URSS, la grande crisi capitalistica internazionale, le nuove contraddizioni tra gli imperialismi vecchi e nuovi per la spartizione del mondo, hanno chiuso da tempo quello spazio. Senza elaborare questo lutto si è destinati ogni volta a rinverdire vecchie e nuove illusioni senza futuro, prima nei Prodi, poi negli Tsipras, poi nei Sanchez, persino in Biden. Salvo uscirne ogni volta con le ossa rotte, come sinistra e soprattutto come classe lavoratrice, a tutto beneficio dei padroni e spesso delle destre più reazionarie.
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Per questo poniamo al centro di tutta la nostra politica la prospettiva anticapitalista di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non perché ci piace una formula più radicale, ma perché davvero non esiste altra prospettiva storicamente progressiva al di fuori di questa. Perché tutte le rivendicazioni più elementari, sul terreno del lavoro, del contrasto all'inquinamento, della lotta contro la pandemia, rimandano alla messa in discussione di questo sistema fin dalle sue fondamenta. Appunto una prospettiva di rivoluzione. L'alternativa non sono le riforme, ma la reazione.


LA RAGIONE ORGOGLIOSA DELLA NOSTRA PRESENZA ELETTORALE

Quando il PCL si presenta alle elezioni con questo programma. Anzi, proprio in ragione di questo programma ci presentiamo alle elezioni. Da inguaribili leninisti non ci interessa avere un buon programma da tenere in tasca. Ci interessa un programma d'azione da portare alle masse, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento e lotta degli sfruttati.

La coscienza di massa è lontana dalla comprensione della necessità di questo programma? Lo sappiamo bene, lo constatiamo ogni giorno. Lo vediamo nelle urne. Ma è una ragione in più per cercare di elevare questa coscienza, non per nascondere questo programma.

Questo programma riscuote oggi pochi voti? Verissimo. Ma questo non dipende dal fatto che il PCL si presenta alle elezioni, dipende dall'arretramento della coscienza generale – di cui certo non portiamo responsabilità, anche se ne subiamo gli effetti – e naturalmente dall'esiguità ad oggi delle nostre forze. Di certo non è rinunciando a presentare un programma che potremmo accrescerle. In ogni caso non è rinunciando a presentare un programma rivoluzionario che potremmo accrescere la coscienza dei lavoratori.

Oggi siamo la sola organizzazione, tra quelle interessate a presentarsi al voto, ad avere come programma la rivoluzione sociale, cioè il governo dei lavoratori. Per questo ci presentiamo da soli. Per nessun'altra ragione che questa. È possibile, sicuramente auspicabile, che in futuro altre tendenze e organizzazioni possano far proprio questo programma, magari passando e provenendo da altri percorsi. In quel caso un blocco elettorale attorno al comune programma sarebbe un fatto altamente positivo, ed anzi sarebbe la premessa di un comune partito marxista rivoluzionario, che resta la questione strategica decisiva. Senza la quale, fuori dalla quale, si è destinati ogni volta a ricominciare da capo.

Allora non vi interessa che vi sia una frammentazione di sigle e dunque una gran confusione a sinistra? Certo che ci interessa, anche perché ci danneggia. Danneggia la visibilità e riconoscibilità dell'unico programma comunista sommergendolo sotto una valanga di nomi e di sigle apparentemente similari, ma raccolte attorno a programmi riformisti, dunque utopici.
Forse sarebbe utile, non solo possibile, che le diverse organizzazioni (diversamente) riformiste si unissero elettoralmente per ridurre la confusione. Tanto più che non vi sono principi che le dividono. Di certo non si può chiedere di levare il disturbo a chi si batte per un governo dei lavoratori e intende presentare questo programma alla massa più larga, per farlo conoscere, per rafforzare anche per questa via la costruzione di un partito rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori