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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nuova emergenza sanitaria e le mezze misure del governo

 


La società borghese, vera alleata della pandemia

10 Gennaio 2022

Senza eliminare il parassitismo del capitale non è possibile eliminare la pandemia

Abbiamo ampiamente analizzato in questi due anni la parabola della pandemia mondiale, le responsabilità del capitale nel suo innesco, nella sua propagazione, nell'incapacità di contrastarla con mezzi proporzionali alla sua gravità. Parallelamente ci siamo assunti la responsabilità di combattere apertamente le ideologie dei no vax e no green pass, in tutte le loro diverse declinazioni, da un punto di vista classista. La nuova moltiplicazione del contagio Omicron e le ultime misure varate dal governo confermano le nostre posizioni su entrambi i versanti.

Partiamo dal principio di realtà.

Le varianti si moltiplicano perché il tasso di vaccinazione sul piano mondiale è spaventosamente diseguale. È vero, i paesi poveri non sono sempre e necessariamente quelli più colpiti dal contagio e dalla sua letalità, nonostante il loro tasso di vaccinazione sia molto basso, talora inesistente. Incidono infatti anche il fattore demografico e climatico, come la possibile barriera di altre vaccinazioni pregresse. È in parte il caso dell'Africa, ad esempio. Tuttavia è nei paesi a bassa o inesistente vaccinazione che il virus circola liberamente senza incontrare ostacoli, moltiplicando per questa via le proprie mutazioni. L'India e il Sudafrica, non a caso, sono stati la culla di Delta e di Omicron. L'indifferenza no vax per la vaccinazione mondiale “perché tanto il vaccino non serve, come dimostra l'Africa” è dunque al tempo stesso cinica e stupida. Non solo perché nei paesi poveri ci si contagia e si muore eccome, spesso in misura inversamente proporzionale al tasso di vaccinazione (come ha dimostrato l'esperienza di buona parte dell'America Latina o quella dell'Est Europa), spesso con numeri sottostimati, perché mancano sistemi sanitari e di rilevazione. Ma anche perché in ogni caso la loro bassa vaccinazione è un fattore di moltiplicazione delle varianti, con un inevitabile impatto mondiale anche all'interno delle metropoli imperialiste. L'angolo di sguardo sovranista in materia sanitaria è dunque non solo reazionario ma orbo. Non solo assolve il proprio imperialismo ma è anche nemico della propria salute.

L'impatto di Omicron non si misura in base alla pericolosità individuale ma alla sua ricaduta sanitaria generale. Se anche Omicron è meno pericoloso per l'individuo (perché colpisce più i bronchi che i polmoni), il suo tasso di contagiosità è talmente più elevato rispetto a Delta che la risultante in termini assoluti in fatto di ricoveri e decessi può essere superiore. Soprattutto se la crescita del contagio mantiene l'attuale dinamica esponenziale.
La crescita di ricoveri e terapie intensive negli ospedali diventa infatti non solo un fattore di crescita dei decessi per Covid, ma un fattore di riduzione verticale degli altri trattamenti sanitari, anche gravi (cancro, ictus, infarto...), che possono colpire ogni fascia di età.
L'idea per cui Omicron è meno pericoloso “per me” quindi chissenefrega del vaccino è dunque demenziale anche... “per me”, oltre ad essere odiosa verso il resto della società. Nella stessa categoria rientra l'argomento secondo cui “il Covid minaccia i non vaccinati, se la vedano loro”. Che il Covid minacci soprattutto i non vaccinati non ci piove. Basta vedere il tasso dei non vaccinati su ricoveri, terapie intensive e decessi, in rapporto alla loro percentuale complessiva nella popolazione. Solo la stupidità accecata dal pregiudizio o dall'ignoranza può non cogliere questa assoluta evidenza. E tuttavia l'argomento di Marco Travaglio secondo cui il suicidio è una scelta democratica e chissenefrega è anch'esso cieco. L'aumento dei ricoveri e delle terapie intensive, fosse pure dei non vaccinati, colpisce infatti milioni di vaccinati che non possono accedere a un pronto soccorso intasato, trovare un letto in ospedale, ottenere una visita oncologica... Ancora una volta il piccolo-borghese, anche di salsa giustizialista, rimuove con l'interesse sociale anche il proprio interesse. Il “suicidio” del non vaccinato riguarda anche lui, a dispetto del suo cinismo.

È vero invece che se sono i non vaccinati, in larghissima misura, a occupare gli ospedali, e lo sono, la massima estensione della vaccinazione di massa è una necessità e un'urgenza sociale.
Questa evidenza logica è contestata a volte da una argomentazione che vorrebbe apparire “di sinistra”. Non parliamo ovviamente dell'argomento ridicolo “siete servi delle multinazionali del farmaco”. Perché sino al loro auspicabile esproprio – che siamo i soli a rivendicare, peraltro – i farmaci sono tutti prodotti da loro (più precisamente dai loro operai). Così come i cappotti sono prodotti dall'industria tessile, senza che nessuna persona che li indossa in pieno inverno possa essere accusato per questo di servilismo verso i capitalisti.
Ci riferiamo invece ad un altro argomento, apparentemente più serio: “Invece di fissarvi sulla vaccinazione, occupatevi dello sfascio della sanità, dei tagli cui è stata sottoposta, della mancanza di personale, o del fatto che i tamponi sono oggetto di speculazione, ecc. ecc.”. È un'argomentazione illogica. Noi ci siamo occupati pressoché tutti i giorni della denuncia dello sfascio della sanità pubblica. Anche quando a tagliarla erano i governi di centrosinistra col sostegno della sinistra cosiddetta radicale, tra cui anche qualche nostro critico. Ma perché mettere in concorrenza tra loro, o addirittura in contrapposizione, due esigenze del tutto complementari? L'argomentazione semmai va esattamente capovolta. Proprio la necessità e l'urgenza della massima estensione della vaccinazione di massa mette a nudo lo sfascio della sanità pubblica, la sua incapacità di affrontarla con le risorse e i tempi dovuti, l'ipocrisia del governo Draghi (e non solo). In altri termini, proprio la campagna per un serio obbligo vaccinale consente di attaccare la gestione capitalistica della pandemia. Lo dimostra la cronaca degli ultimi giorni.

Il Consiglio dei Ministri giorni fa ha varato l'obbligo vaccinale per gli over cinquanta con la multa di 100 euro per gli inadempienti, contestualmente alla riapertura delle scuole di oggi 10 gennaio, e prima alla riduzione delle quarantene. Tutta l'ipocrisia del governo si specchia nel complesso di queste misure.

Innanzitutto: perché l'obbligo solo per gli over 50? Non abbiamo alcuna riserva sull'obbligo vaccinale. Un anno fa lo rivendicammo per gli operatori della sanità (in pieno accordo con la posizione pubblica di Gino Strada) e per il personale della scuola. Di fronte al salto obiettivo della variante Omicron l'abbiamo rivendicato ora per tutta la popolazione. E troviamo davvero singolare che un vasto ambiente a sinistra che per un anno ha contestato il green pass con l'argomento “vogliamo l'obbligo, abbiate il coraggio dell'obbligo, ecc.” ora davanti all'introduzione dell'obbligo gridi alla violazione della libertà, come se oltretutto non vi fossero già vaccini obbligatori, con tanto di sanzioni. È il caso dunque di dire che l'ipocrisia è ben distribuita anche negli ambienti meno sospetti.
Semmai il punto è opposto: perché l'obbligo solo per gli over 50? È vero che gli over 50 non vaccinati sono i più esposti al rischio ricovero, ma il rischio non è solo loro. I ricoveri dei giovani aumentano, anche quelli pediatrici. Proprio tra i giovani e i giovanissimi si concentra una parte importante di non vaccinati, che restano un problema serio anche per chi non si può vaccinare. L'obbligo vaccinale va dunque esteso all'insieme della popolazione nell'interesse della salute di tutti. Non solo ai 2,2 milioni di non vaccinati over 50, ma anche agli altri quattro milioni che sinora hanno scelto di non vaccinarsi.

L'incentivo alla vaccinazione dev'essere reale. La multa una tantum di 100 euro per gli over 50 che non si vaccinano (ingiusta perché eguale per tutti indipendentemente dal reddito) è ridicola. Tanto più per persone che hanno speso ben di più per i tamponi. Il governo ha accolto semplicemente una proposta-farsa di Salvini per ottenere il suo via libera al decreto. Ma l'obiettivo di Salvini non è spingere alla vaccinazione bensì prendere i voti dei non vaccinati. I 100 euro sono dunque la monetizzazione della rinuncia a un obbligo vaccinale serio, che richiede multe proporzionali al reddito e il lockdown per i non vaccinati. Un lockdown necessario perché non solo spingerebbe realmente alla vaccinazione ma ridurrebbe la circolazione e dunque la diffusione del contagio. Il borghese piccolo piccolo protesterà per la (sua) “libertà violata”, l'operaio che vuole la protezione vaccinale per la società e innanzitutto per la propria classe saluterebbe questa misura come efficace e seria. Con buona pace di Salvini e Meloni.

Ma c'è di più. L'obbligo vaccinale del governo, già insufficiente perché limitato a una sola fascia di età, rischia di risolversi in una misura di carta. L'enorme ritardo sulla terza dose lo dimostra. Oggi infatti il problema non è solo la quota del 10% di non vaccinati, che indubbiamente è centrale. È anche quello del 42% di bivaccinati che è in coda chilometrica, a volte da mesi, per fare la terza dose, che è realmente risolutiva contro il rischio della patologia grave. Si tratta di un ritardo inaccettabile e non casuale.
La ragione vera è che sono stati tagliati un terzo degli hub vaccinali l'estate scorsa nella previsione irresponsabile di un'estinzione della pandemia. Le ragioni di cassa hanno prevalso sulla salute pubblica. Sono le stesse ragioni di cassa che nei due anni della pandemia hanno evitato assunzioni nel personale sanitario se non nella forma del lavoro interinale usa e getta. Per cui oggi semplicemente mancano i vaccinatori. Come mancano più in generale almeno 10.000 medici e 20.000 infermieri, secondo stime molto prudenziali.
La Legge di Bilancio appena approvata ha addirittura mantenuto, in piena pandemia, il tetto di spesa per le assunzioni! L'effetto domino è drammatico. La medicina territoriale (servizi territoriali e domiciliari) resta vacante. I tracciatori sono stati ridotti di 4.000 unità. I pronto soccorso ritornano ad essere il collo d'imbuto di mille richieste di assistenza e di aiuto, con le inevitabili code delle autoambulanze, e oltretutto luogo di contagio. Il poco personale sanitario, di nuovo colpito dal contagio, anche se protetto dalla vaccinazione, si carica sulle spalle turni di lavoro massacranti, sotto una pressione emotiva logorante.

La verità è che sono passati due anni, ma in sanità è tutto come prima, con l'eccezione del vaccino. Oggi la stessa malasanità riesce a minare alla radice persino il programma di vaccinazione del governo. Se quasi la metà dei bivaccinati fatica a ottenere la sospirata terza dose, per la mancanza di personale e strutture, immaginiamo cosa significa aggiungere anche solo il carico – insufficiente – di 2.200.000 prime vaccinazioni.

Non è tutto. La riapertura delle scuole, di fronte all'escalation della pandemia, è irresponsabile. Tanto più a fronte dell'attuale condizione della scuola. Come in sanità, anche nella scuola tutto è rimasto nella sostanza come due anni fa. Peggio. Sono state dismesse o ridimensionate persino le poche misure emergenziali abbozzate. Il distanziamento è diventato facoltativo. Classi con ventisette alunni sono considerate “non affollate”. Non un'aula in più è stata predisposta, oltre quelle improvvisate nell'estate del 2020. Il personale aggiuntivo è stato tagliato. Gli istituti faticano a trovare persino i supplenti dei docenti sospesi in quanto non vaccinati, ai quali ora si aggiungeranno inevitabilmente i nuovi contagiati Omicron. Lo screening promesso dal generale Figliuolo è inesistente. Le ASL non sono in grado di dare risposte in tempi accettabili già fin da fine novembre, prima dell'esplosione Omicron, figuriamoci adesso.
Quanto alle mascherine FFP2 sono (forse) in arrivo solo per “docenti a contatto con studenti” che per qualche ragione sono esentati dal portarla. Il resto è affidato alla cosiddetta autosorveglianza, la nuova formula geniale del governo per coprire l'assenza di misure certe ed esigibili.
Insomma, un disastro. In realtà in queste condizioni la cosiddetta “apertura delle scuole in sicurezza” di cui parla il ministro Bianchi è solo una penosa battuta propagandistica. Nei fatti la riapertura della scuola rischia di essere, nelle attuali condizioni, da un lato ingestibile e dall'altro un nuovo volano del contagio.

Occorre allora una misura opposta. La riapertura della scuola va rinviata di almeno venti giorni. Una misura di lockdown che va aggiunta al necessario lockdown per i non vaccinati, anche al fine di dare un colpo al ritmo attuale di propagazione del contagio. Misure di lockdown che vanno accompagnate dal “congedo DAD” retribuito al 100% per almeno uno dei due genitori. Nei venti giorni occorre predisporre tutte le misure di emergenza necessarie. Innanzitutto organizzare lo screening, andare avanti nella vaccinazione degli studenti, reperire mascherine gratuite FFP2 per tutti, insegnanti, personale ATA, studenti... Mascherine FFP2 che debbono anche essere disponibili gratuitamente per tutti i lavoratori e le lavoratrici a carico dei propri datori di lavoro.

Più in generale, va stroncata la speculazione affaristica che sta prosperando nella pandemia. I tamponi debbono essere gratuiti. La loro produzione va incrementata e posta sotto controllo pubblico. Va fatta un'assunzione immediata di personale, a tempo indeterminato, per provvedere all'esecuzione pratica dei test, al lavoro di laboratorio e delle ASL. Le scuole debbono essere anche hub vaccinali. Va assunta a tempo indeterminato una nuova leva di personale sanitario da impiegare nella vaccinazione, nei pronto soccorso, nella medicina territoriale, nell'assistenza domiciliare...

Ma anche solo per predisporre queste misure di emergenza è necessario imporre una patrimoniale sulle grandi ricchezze, cancellare il debito pubblico verso le banche, abbattere le spese militari. In altri termini, mettere in discussione il funzionamento complessivo della società e la logica capitalista.
Il caos che imperversa ad ogni livello nella gestione della pandemia dipende in ultima analisi dal fatto che siamo sotto la dittatura del profitto. I governi borghesi affrontano la pandemia solo entro i limiti angusti compatibili con la ripresa capitalista, una ripresa ingrassata con risorse pubbliche gigantesche riversate nel portafoglio dei capitalisti, e sottratte alla sanità, all'istruzione, ai servizi.
Per capire la mostruosità dell'attuale organizzazione dell'economia internazionale è sufficiente un dato: nei due anni tragici della pandemia, che viaggia ormai verso i sei milioni di morti (per parlare solo di quelli registrati), le Borse mondiali hanno celebrato il record del dopoguerra. Migliaia di miliardi pompati dalle banche centrali e dai bilanci statali si sono riversati nell'acquisto delle azioni, che hanno visto così lievitare i propri valori e i relativi dividendi a livelli mai visti.

La catastrofe dell'umanità da un lato, il più grande successo del capitale finanziario dall'altro. Senza liquidare il parassitismo del capitale non è possibile venire a capo di nulla, men che meno della pandemia. Per questo la migliore terapia contro il Covid è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'obbligo vaccinale contro la pandemia, in ogni paese e su scala globale

 


Contro l'irrazionalità del capitalismo e il suo fallimento, per una prospettiva socialista internazionale

Liberare l'umanità dal suo carceriere è la vera lotta per la salute, di tutti e di ciascuno

Il salto impressionante del contagio legato alla variante Omicron pone la necessità dell'obbligo vaccinale per tutta la popolazione, in Italia, in Europa, nel mondo.

La ricerca scientifica sta ancora indagando la forza virale di Omicron dal punto di vista dell'impatto sulla salute individuale. Ma il dato certo è l'enorme propagazione del contagio, secondo una crescita esponenziale, sul piano mondiale. Ciò significa in ogni caso una rapida ascesa, in volume assoluto, di ricoveri, terapie intensive, decessi. Ricoveri, terapie intensive, decessi concentrati in misura larghissima tra le persone non vaccinate. La nuova ascesa comprime a sua volta il trattamento sanitario delle altre patologie (a partire dal cancro), già duramente colpite in questi due anni dalle conseguenze dirette e indirette della pandemia, con effetti moltiplicatori in fatto di sofferenza e di morte su persone di ogni età.

Si impone a questo punto l'obbligo vaccinale. I vaccini non risparmiano dal contagio ma in misura preponderante dalla malattia grave, che è il punto essenziale. Tutte le diverse narrazioni no vax (“il vaccino ha fallito perché il contagio si estende”) rimuovono questa verità incontestabile. Ciò implica la massima estensione possibile della vaccinazione di massa, a tutela innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici.
L'uso del green pass in Italia ha contribuito positivamente all'estensione della vaccinazione, e dunque al contenimento della malattia, rispetto alla dinamica ben più accelerata di altri paesi, anche in Europa. Ma il salto attuale del contagio attraverso Omicron lo rende ormai del tutto insufficiente, quale che sia la sua articolazione. Quasi sei milioni di non vaccinati restano un moltiplicatore insostenibile di malati gravi, con ricadute a cascata sull'intero sistema sanitario.

L'obbligo vaccinale è dunque ormai necessario. La sua applicazione doverosa al personale sanitario e scolastico ha dimostrato i suoi effetti positivi, sia in termini di innalzamento del tasso di vaccinazione, riducendo i non vaccinati ad una percentuale insignificante nei rispettivi settori; sia in termini di salute, come dimostra la comparazione tra la forte crescita del contagio nel personale della sanità con il quasi azzeramento di ricoveri e decessi tra medici e infermieri. Uno scenario esattamente opposto a quello di un anno fa, in assenza di vaccinazione. È la prova che l'estensione dell'obbligo vaccinale è una misura salvavita. Ogni obiezione all'obbligo nel nome della libertà individuale costituisce di fatto un'obiezione cinica.

L'obbligo vaccinale implica ovviamente sanzioni per chi non lo rispetta. Una multa economica, rigorosamente proporzionale al reddito, combinata con la misura di lockdown, anche dal lavoro. L'esperienza tedesca dimostra che nei Länder in cui è stato applicato, il lockdown per i non vaccinati ha prodotto un abbattimento verticale del contagio, a maggior ragione di ricoveri e decessi. Sia perché ha innalzato il tasso di vaccinazione sia perché ha maggiormente protetto le persone, in particolare quelle più fragili ed esposte. Ciò significa che il lockdown per i non vaccinati contribuisce a salvare vite. Per questo la misura va rivendicata a difesa innanzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, a partire dalle organizzazioni di massa, debbono sviluppare una campagna massiccia per la vaccinazione di massa, lottando oggi per l'obbligo vaccinale. La campagna per l'obbligo vaccinale appartiene alla storia del movimento operaio, come dimostra la campagna contro il vaiolo, la poliomielite, il colera, sempre contrastando pregiudizi reazionari, spesso religiosi, in ogni caso irrazionali.

La burocrazia CGIL ha sostenuto sinora una politica del tutto opportunista anche sul tema della vaccinazione. Prima opponendosi al green pass con la copertura della richiesta platonica dell'obbligo vaccinale. Poi rifiutando di sviluppare una lotta seria per l'obbligo vaccinale nel momento in cui la diffusione di Omicron lo rende tanto più necessario. Nei fatti ha rinunciato a una battaglia politica e culturale nelle file del movimento operaio persino sul terreno delle misure sanitarie più elementari.
Quanto ai gruppi dirigenti del sindacalismo di base, salvo poche eccezioni, hanno combinato la rinuncia a una campagna per la vaccinazione con l'apertura ai movimenti no vax e/o no green pass. Il tutto per contendersi la rappresentanza sindacale di lavoratori arretrati invece di elevare la loro coscienza e contrastare i loro pregiudizi.

La battaglia per l'obbligo vaccinale non può svilupparsi “in un solo paese”. Se il contagio è europeo e mondiale, l'obbligo vaccinale deve porsi sulla stessa scala di grandezza.
L'Europa capitalista ha mostrato il peggio di sé in fatto di gestione della vaccinazione. Prima consentendo alle case farmaceutiche la libertà di speculazione dietro il paravento della segretezza dei contratti, di fatto sottratti alla conoscenza della pubblica opinione. Poi gestendo la campagna di vaccinazione con una babele caotica di normative differenti tra paese e paese, a fronte di sistemi sanitari ovunque saccheggiati per trent'anni al solo fine di ingrassare la sanità privata e pagare il debito pubblico alle banche. La risultante è stata ovunque una vaccinazione lenta e disomogenea, ostacolata a ogni passo dalla mancanza di strutture, di risorse, di personale. L'estremo ritardo della terza vaccinazione proprio nel momento dell'esplosione di Omicron ne è una riprova. La campagna per l'obbligo vaccinale deve dunque svilupparsi innanzitutto su scala europea.

La sola preoccupazione dei governi borghesi e della UE in tutta la gestione della pandemia è e resta quella di consentire la ripresa dell'economia capitalista. Punto. Per il resto tutto può restare com'è: ospedali fatiscenti e senza organico, trasporti insufficienti e dunque stracolmi, mancanza di aule e classi pollaio. Non a caso la campagna vaccinale, già colabrodo, è stata usata per coprire la dismissione delle misure sanitarie precedentemente assunte, sia nei luoghi di lavoro, sia sui trasporti, sia sui distanziamenti a scuola, con gli inevitabili effetti di indebolimento del contrasto della pandemia.
In Italia la sanità è l'ultima voce di spesa del PNRR in tempo di pandemia, mentre viene ridotto di quasi 4000 unità il numero già esiguo dei tracciatori. Rientra nella stessa logica l'ansia di ridurre le quarantene o addirittura di liberalizzare i movimenti dei contagiati asintomatici (USA). La ripresa del PIL, le ragioni della competizione sul mercato internazionale, prevalgono ovunque su considerazioni di carattere sanitario, persino sulle avvertenze degli scienziati.

La campagna per l'obbligo vaccinale in Europa deve dunque combinarsi con l'opposizione alle politiche dominanti e ai governi che le promuovono. Per il raddoppio delle spese sanitarie, la requisizione della sanità privata, un massiccio piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario pubblico, finanziato da una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze (il 10% sul 10% più ricco) e dall'abolizione del debito pubblico verso le banche.

La campagna per la vaccinazione di massa e l'obbligo vaccinale riguarda il mondo intero. L'esclusione dal diritto alla vaccinazione di più della metà del genere umano è la prima ragione della diffusione delle varianti, come dimostrano origini e propagazione di Delta e di Omicron. Anche la migliore vaccinazione su scala nazionale o continentale – in ogni caso necessaria – non può venire a capo del problema senza un piano sanitario mondiale. Le terze o quarte dosi nelle metropoli dell'imperialismo non possono essere a scapito dell'assenza di vaccino per la parte restante del genere umano.
Nessuno si salva da solo. Vale per i popoli ciò che vale per le persone.

Per questa ragione il monopolio della produzione dei vaccini in mano a pochi grandi colossi capitalistici, protetti dai brevetti e dagli Stati, è uno scandalo per l'umanità intera.
I grandi monopoli capitalisti e i loro Stati di riferimento subordinano la salute mondiale al proprio saggio di profitto. Il diritto alla salute della popolazione mondiale è posto sotto sequestro da un ristretto manipolo di grandi azionisti che si contendono il mercato mondiale vendendo la propria merce ai migliori offerenti, sotto la copertura di contratti segreti. La valanga di sofferenza o di morte che ha già colpito decine di milioni di persone sull'intero pianeta, in larga parte popolazione povera, è riconducibile all'organizzazione capitalistica del mondo. Misura la sua irrazionalità, la sua barbarie, il suo fallimento.

Tanto più in questo quadro, emerge il carattere reazionario delle campagne e movimenti no vax all'interno dei paesi imperialisti col pretesto della denuncia delle case farmaceutiche. È il punto di vista piccolo-borghese di chi guarda il mondo con il binocolo del privilegio. Questo punto di vista va esattamente capovolto in direzione della richiesta della più ampia vaccinazione internazionale e di massa.

I brevetti vanno cancellati, le case farmaceutiche vanno espropriate senza alcun indennizzo per gli azionisti, e con essi tutta l'industria farmaceutica. Va recuperato il controllo pubblico della ricerca scientifica appaltato da decenni ai grandi gruppi capitalisti. Tutte le attuali acquisizioni tecnologiche nella produzione dei vaccini vanno rese disponibili per l'umanità intera. Va predisposto un piano mondiale per la produzione, la distribuzione, la somministrazione del vaccino in tutti i paesi e continenti (gratuita per i paesi poveri), senza il quale l'obbligo vaccinale resta una parola vuota. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi più che mai terreno di guerra per bande tra gli stati imperialisti vecchi e nuovi, e gestita da personale corrotto, va rifondata su basi nuove al servizio di una nuova società.

La lotta per la vaccinazione di massa della popolazione mondiale è inseparabile dalla lotta per un'alternativa socialista internazionale. Mai come oggi l'esperienza quotidiana di vita dell'umanità riconduce all'attualità della rivoluzione. Il capitalismo è alla base di tutto quanto va accadendo: della nascita e moltiplicazione delle pandemie a seguito delle deforestazioni; del ritardo ventennale nella scoperta del vaccino anti-Covid dovuto al disimpegno delle multinazionali dalla ricerca nel 2003 (dopo che la rapida estinzione della SARS aveva cancellato la loro convenienza di mercato); della moltiplicazione dei morti sospinta dalla distruzione dei sistemi sanitari pubblici. E oggi, infine, della gestione discriminatoria della vaccinazione.

Nessuna gestione razionale del contrasto della pandemia è compatibile con la sopravvivenza del capitalismo, prigione dei popoli. Liberare l'umanità dal suo carceriere è la vera lotta per la salute. Di tutti e di ciascuno.

Partito Comunista dei Lavoratori

E ora?

 


Continuare, radicalizzare, generalizzare la mobilitazione. Per un'iniziativa nazionale unitaria di tutto il sindacalismo di classe

Lo sciopero generale del 16 dicembre non è stato un successo. Le manifestazioni di piazza sono state partecipate, l'adesione allo sciopero molto meno: tra uno e due milioni di lavoratori circa su 18 milioni. Un'adesione alta in una fascia ristretta di grandi aziende del settore metalmeccanico, agroindustriale, di gomma e plastica, della grande distribuzione, ma assai limitata nel gruppo Stellantis e nel gruppo Leonardo, quasi nulla all'Ilva di Taranto, molto bassa o inesistente nella piccola impresa, a macchia di leopardo, ma complessivamente modesta, nel settore dei trasporti e dei servizi. Il confronto con lo sciopero generale precedente del 12 dicembre 2014 non lascia adito a dubbi: il livello di adesione è stato molto inferiore.

Lo scarto non si spiega affatto con il presunto indebolimento strutturale del movimento operaio, secondo le tesi alla moda dei sociologi borghesi o dei burocrati sindacali. Si spiega con le condizioni dello scontro. Nel 2014 era chiara nella percezione di massa sia la materia del contendere (l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) sia l'avversario da battere (il governo Renzi). Non a caso lo sciopero generale fu preceduto da numerose agitazioni nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Lo sciopero servì alla burocrazia per mettere il coperchio sulle fermate spontanee, e salvare la faccia. Ma ebbe un significato riconoscibile a livello di massa.

Lo sciopero generale di questo 16 dicembre non aveva nessuno di questi caratteri. La burocrazia sindacale di CGIL e UIL l'ha promosso in una settimana come pura reazione alla mancata concertazione col governo in carica su un emendamento alla manovra di bilancio. Senza assemblee nei luoghi di lavoro, senza una piattaforma riconoscibile, senza contrapposizione chiara allo stesso governo, ed anzi con il penoso distinguo tra un Draghi buono, disponibile a concedere il contentino di un emendamento simbolico, e «i partiti» che lo appoggiano, sordi invece a questa richiesta. Era difficile che in queste condizioni lo sciopero potesse assumere una funzione trascinante a livello delle masse più larghe.

Sciopero “inutile” dunque? Niente affatto. Lo sciopero e le manifestazioni di piazza hanno rotto il monopolio reazionario no vax sull'opposizione al governo, con l'irruzione sulla scena di un altro soggetto e delle sue ragioni sociali. Inoltre le isteriche reazioni borghesi allo sciopero generale («irresponsabile», «ingeneroso», addirittura «criminale», per la stampa reazionaria) hanno caricato lo sciopero di una valenza obiettiva più radicale di quanto avesse in realtà. Nei fatti lo sciopero ha rotto l'incantesimo della solidarietà nazionale attorno al governo, ha colpito l'intoccabile sacralità di Draghi, ha introdotto una linea di frattura sociale. La contrapposizione attiva della CISL allo sciopero, a difesa del governo e della “responsabilità”, ha agito di fatto nella medesima direzione. Per non parlare della contrapposizione urlata di Confindustria.

Su questa linea di frattura occorre ora intervenire per approfondirla, generalizzarla, motivarla. La burocrazia non ha alcuna intenzione di farlo. Per l'apparato di CGIL e UIL il 16 dicembre ha rappresentato soltanto un segnale di presenza al governo in vista del prossimo incontro e dell'atteso riconoscimento. Per tutto il sindacalismo di classe – interno ed esterno alla confederazione – si apre invece un'autostrada per incalzare pubblicamente le contraddizioni della CGIL, mettere con le spalle al muro la sua burocrazia dirigente, parlare per questa via alle masse più larghe, a chi ha scioperato e a chi non l'ha fatto.

Landini ha dichiarato in piazza, con la sua retorica consumata, che «lo sciopero è solo un inizio»? Bene. Va preso in parola. Tutto il sindacalismo di classe, interno ed esterno alla CGIL, dovrebbe proporre pubblicamente la continuità e lo sviluppo della mobilitazione. Ma attorno ad una piattaforma di lotta riconoscibile, che possa unificare il lavoro salariato, che possa aggregare attorno ad esso l'insieme dei settori oppressi della società. Il blocco dei licenziamenti con l'occupazione delle aziende che licenziano e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori; la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e la ripartizione tra tutti del lavoro che c'è con la riduzione generale dell'orario di lavoro (30 ore pagate 40); un grande piano di nuovo lavoro in opere di utilità sociale assieme a un raddoppio dell'investimento nella sanità e nell'istruzione, finanziati da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco e dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Attorno a queste rivendicazioni è necessario e possibile costruire una mobilitazione vera, unitaria, di massa a carattere prolungato. Un vero sciopero generale capace di motivare non solo il milione che ha scioperato il 16 ma anche i milioni che non l'hanno fatto.

Ma occorre l'assunzione di responsabilità di un'iniziativa unitaria di tutto il sindacalismo di classe, al di là di ogni divisione di bandiera, collocazione, provenienza. L'opposizione interna alla CGIL ha le carte in regola per intraprendere tale iniziativa. Certo, se il 16 dicembre tutto il sindacalismo di classe avesse scioperato con la CGIL, attorno a proprie rivendicazioni, oggi sarebbe più forte nell'incalzare la sua direzione e parlare alla sua base di massa. Così non è stato purtroppo. Ma è meglio tardi che mai.

Il momento del rilancio è ora. Magari partendo dalla legge truffa sulle delocalizzazioni del governo per contrapporle la generalizzazione della scelta di lotta che viene dalla GKN: occupare le aziende che licenziano, rivendicare il loro esproprio sotto controllo operaio, costruire una cassa nazionale di resistenza, come chiedono centinaia di delegati di diversa collocazione sindacale attorno ad un appello nazionale unitario.

Partito Comunista dei Lavoratori

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1 Dicembre 2021

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In questo numero:


Draghi, what else? Editoriale - Federico Bacchiocchi

Nucleare e capitalismo - Stefano Falai

Il Senato affossa il DDL Zan - Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL

La questione Taiwan - Alessio Dell'Anna

No vax, No green pass. La confusione a sinistra - Marco Ferrando

Recensione del film "Marx può aspettare" - Elia Spina

Partito Comunista dei Lavoratori

Polonia, la guerra santa contro le donne e le persone LGBTQIA+

 


Cresce la rabbia contro le forze reazionarie in Polonia

Oltre ottanta manifestazioni lungo tutto il territorio polacco, con la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto donne, hanno dato corpo alla protesta suscitata dalla morte di Izabela Sajbor, una giovane parrucchiera trentenne, avvenuta il 22 settembre nell'ospedale della contea di Pszczyna.

Secondo quanto è stato denunciato negli ultimi giorni dalla famiglia e dall’avvocata Jolanta Budzowska, la ragazza era stata ricoverata alla ventiduesima settimana di gravidanza per gravi malformazioni del feto e perdita del liquido amniotico. I medici hanno atteso la morte del feto prima di intervenire, rifiutandosi di praticare l’aborto, causando la morte della ragazza per setticemia. Risalta in questo fatto l'assoluto spregio della vita della donna, che resta così ridotta a mero contenitore, a fattrice la cui sopravvivenza è determinata in base a norme ideologiche e reazionarie, fortemente segnate da una cultura religiosa cattolica identitaria e fondamentalista.

Questa tragica vicenda è il risultato dell’ulteriore inasprimento delle leggi antiabortiste dello stato polacco in seguito alla sentenza del Tribunale costituzionale che il 22 ottobre 2020 ha dichiarato incompatibile con la costituzione l’articolo della legge che prevedeva l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto, lasciando nel perimetro della legalità solo il caso di aborto in seguito a violenza sessuale. Una sentenza che aveva già scatenato le proteste e gli scioperi organizzati e lanciati dal movimento Ogolnopolsky Strajk Kobiet (Osk - Sciopero nazionale delle donne, costituitosi nel 2016) contro il governo reazionario, nazionalista, di ispirazione clericale, PIS (Prawo i Spradwiedliwosc, “Diritto e Giustizia”) (1).

Secondo le associazioni che si occupano di tutela dei diritti riproduttivi fino alla sentenza del 2020 oltre il 90% dei circa 1000 aborti legali in Polonia sono stati attribuiti a gravi malformazioni del feto, per cui l’obiettivo del governo è quello di eliminare del tutto la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Inoltre, come denuncia Amnesty International sulla scorta di un rapporto del Consiglio d’Europa, sebbene lo stupro sia riconosciuto come motivo previsto dalla legge per ricorrere all’aborto, le donne polacche si scontrano puntualmente con mille difficoltà per ottenere il riconoscimento della gravidanza come conseguenza di un atto di violenza e per accedere alle cure e ai servizi che effettuano l’interruzione di gravidanza.

Secondo il Parlamento europeo negli ultimi 10 mesi solo 300 donne polacche hanno avuto accesso ai servizi per l’aborto, mentre secondo diverse ONG gli aborti clandestini oscillano dal 2016 al 2019, gli anni del maggior irrigidimento della normativa, tra i 100 mila e i 200 mila casi. Una tragica realtà che ha una conseguente ed evidente connotazione di classe, esponendo le donne proletarie, che non hanno la possibilità di andare all’estero per accedere a un aborto legale e sicuro dal punto di vista sanitario, a un grave rischio per la propria salute e per la loro stessa vita.

La politica reazionaria del governo guidato dal PIS è intervenuta anche pesantemente contro gli immigrati, le minoranze religiose e le persone LGBTQIA+.
Negli ultimi due anni, con un particolare impulso a ridosso delle elezioni parlamentari del 2019 e di quelle presidenziali del 2020, la campagna del PIS contro le persone LGBTQIA+ e la presunta “ideologia gender”, come contro la generalità dei diritti civili, considerati dal partito al governo un ostacolo ai valori della società polacca, ha visto un forte sviluppo, anche grazie all’appoggio della Chiesa cattolica, i cui principali esponenti, tra cui l’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, definiscono il movimento LGBT una “piaga arcobaleno”, “neo-marxista” nel suo anelito alla liberazione. Una violenta esternazione a cui ha fatto eco Andrzej Duda, rieletto presidente il 12 luglio 2020, che oltre ad annunciare l’uscita della Polonia dalla Convenzione di Istanbul e promettere un emendamento alla Costituzione per impedire alle coppie omosessuali le adozioni, ha ampiamente dichiarato che le persone LGBTQIA+ non sono esseri umani, ma “ideologia peggiore del comunismo”.

Non solo. Per coprire lo scalpore suscitato dalle rivelazioni contenute in Zabawa w Cowanego (Giocare a nascondino) (2), il secondo film – dopo Tylko nie mów nikomu (Non dirlo a nessuno) (3) – dei fratelli Marek e Thomasz Sekielski sugli abusi sessuali commessi dal clero (è emerso come negli ultimi 30 anni circa 400 sacerdoti abbiano abusato di minori), il Ministero della Giustizia polacco nello scorso anno ha destinato risorse pubbliche al sostegno di una campagna sul settimanale Do Rzeczy in difesa della Chiesa cattolica e delle radici cristiane dell’Europa, contro la “persecuzione dei cristiani” assediati dalla barbarie della sinistra e dell'ideologia LGBT.

Mentre in tutto il paese non esistono forme di riconoscimento per le coppie omosessuali, tra il 2019 e il 2020 oltre ottanta governi locali, concentrati soprattutto nella polonia sudorientale, dove il PIS gode di grande consenso, hanno adottato risoluzioni contro la comunità LGBT e in difesa della famiglia tradizionale, impegnandosi ad astenersi dal fornire assistenza finanziaria alle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti e proclamandosi “liberi dall’ideologia LGBT”. Una operazione che è stata concettualizzata con la definizione di “zone senza LGBT”, sostenuta dalla Chiesa cattolica e propagandata con una campagna promossa dal giornale filogovernativo Gazeta polska, con tanto di adesivi allegati all’edizione settimanale recanti lo slogan “LGBT free zone” (4).

In seguito a questa campagna omo-lesbo-bi-transfobica, i collettivi LGBT hanno organizzato una serie di azioni di protesta.
Il 7 agosto 2020 la carcerazione preventiva dell’attivista Margot Szutowicz (rilasciata solo a fine mese) ha sospinto le azioni dei collettivi LGBT, alimentando quella che è stata definita la Polish Stonewall, brutalmente repressa dalle forze dell’ordine con 48 fermi e l’arresto di numeros* attivist*, che hanno subito percosse, lesioni e molestie sessuali dalla polizia (5).

La campagna “stop LGBT” non si è arrestata. Nel Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, è tuttora depositata una legge di iniziativa popolare (sostenuta da 140 mila firme) che si prefigge di mettere fuori legge i Pride - le manifestazioni per i diritti LGBT – e tutte le esternazioni di orientamenti sessuali e identità di genere non conformi.

I promotori di questa legge sono gli attivisti Kaja Godek e Krzysztof Kasprzak, della fondazione antiabortista Zycie i Rodzin (Vita e Famiglia), già candidati nel 2019 alle europee tra le file del partito di destra KORWiN (Koalicja Odnowy Rzeczypospolitej Wolnosc i Nadzieja - Coalizione per il Rinnovamento della Repubblica, Libertà e Speranza). Non sorprendentemente convinti no vax. Secondo quale fantasiosa teoria? Quella secondo la quale i vaccini sarebbero fatti con resti di feti abortiti, ovviamente… (6).

Nei fatti, prima che nelle proposte di legge, da tempo il sostegno ideologico del partito al governo ha spinto l'estrema destra ad accanirsi con maggiore forza contro le persone LGBT, come è avvenuto recentemente nell’occasione dei Pride del 2021, che sono stati minacciati da diverse contromanifestazioni omofobe.

L’alleanza solida tra Stato e Chiesa cattolica arma la crociata reazionaria contro i diritti delle donne e di tutte le soggettività non conformi alla regola patriarcale, clericale, eteronormata e a sostegno della famiglia nucleare tradizionale, fondamento della struttura sociale capitalistica.

Esattamente come il PIS nel corso del 2020, La Conferenza Episcopale polacca ha attaccato la Convenzione di Istanbul. Sotto accusa sono soprattutto la definizione di identità di genere - quindi il riferimento ai ruoli, ai comportamenti, alle attività che la società attribuisce alle persone secondo il genere - e l’avere indicato la religione e la famiglia tradizionale come cause di violenza contro le donne.

Ancora, in un documento sulle tematiche e sul movimento LGBT (7) la Chiesa polacca alimenta e sostiene ogni tipo di oppressione e delirio oscurantista, contro l’avanzamento dei diritti civili, contro l’educazione sessuale nelle scuole, promuovendo la patologizzazione delle identità di genere, mediante il sostegno a centri di consulenza medica e psicologica per le cosiddette terapie di conversione, un abuso e violenza indicibile sul corpo e la psiche delle persone LGBTQIA+.

Donne e persone lgbt si trovano sotto attacco e in prima linea contro la Chiesa, contro il governo reazionario del PIS - che in questi giorni sta concentrando la sua violenza reazionaria anche contro i profughi al confine bielorusso - e contro l’avanzare dell’estrema destra nazionalista, che con il sostegno delle istituzioni ha organizzato a Varsavia la Marcia dell’Indipendenza, un raduno annuale a cui partecipa tutta l’ultradestra europea (per l’Italia l’immancabile Forza Nuova).

Soltanto il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, può avere la meglio sulle forze fasciste, reazionarie, clericali, in Polonia, come ovunque. Un fronte che unisca tutte le lotte - contro tutte le violenze e oppressioni di genere, per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente - in una lotta sola contro l’ordine economico da cui derivano tutte le forme di controllo sociale che subiamo, per una società socialista emancipata da abusi e sfruttamento che liberi l’umanità intera.



(1) Vedi Unità di Classe, n. 7, dicembre 2020, pp. 5-6

(2) https://retelabuso.org/2020/05/16/hide-and-seek-film-completo/

(3) https://retelabuso.org/2019/05/19/il-documentario-di-cui-si-parla-un-sacco-in-polonia/

(4) ILGA - Europe’s Annual Review of the Human Rights Situation of Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex People covering events that occurred in Europe and Central Asia between January-December 2020, p. 90

(5) https://www.hrw.org/news/2020/08/12/poland-punishes-lgbt-rights-activist-pretrial-detention

(6) https://wiadomosci.onet.pl/kraj/krzysztof-kasprzak-wraz-z-kaja-godek-stoja-za-projektem-stop-lgbt-kim-jest-kasprzak/92vfy51

(7) https://ita.calameo.com/books/006329419534c12b63f95

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere



Dall'assalto fascista alla sede della CGIL al divieto di manifestare

 


Il governo di Draghi cerca di chiudere il cerchio

Noi sosteniamo convintamente la vaccinazione di massa perché crediamo che la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori venga prima dell’aspirazione egoistica alla propria libertà irresponsabile da parte del borghese piccolo piccolo.

Questa aspirazione reazionaria, farcita di argomentazioni antiscientifiche e utilizzata dai fascisti, non promette nulla di buono alle lavoratrici e ai lavoratori che per la stragrande maggioranza hanno ritenuto giusto e doveroso vaccinarsi, nel rispetto dell’incolumità propria e dei propri compagni di lavoro.

Altrettanto diciamo che la salvezza dello “shopping natalizio”, sacralmente assicurato dagli esponenti del governo, non può valere la negazione del diritto a manifestare contro le politiche antioperaie del governo Draghi.

Se per far ripartire il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, che passa come un rullo compressore sopra i corpi delle lavoratrici e dei lavoratori come dimostrato dal tragico stillicidio giornaliero degli incidenti, oltre che dalla massa di contagi, per altro in ripresa, sui luoghi di lavoro, si è costretti a recarsi in tali luoghi tutti i giorni, allora si deve aver assicurato il diritto a manifestare contro le condizioni inumane di lavoro a cui i padroni costringono una parte sempre crescente di operaie e operai.

Gli interessi dell’imperialismo italiano, che non si cura di tutelare effettivamente la salute delle classi popolari, come dimostrano il mancato sostegno al sistema sanitario pubblico, ultima voce del PNRR e per giunta in massima parte destinata a finanziare la sanità privata, e gli scandali svelati dalle inchieste giornalistiche riguardo la gestione del piano pandemico da parte del governo in collusione con le associazioni padronali (vedi il caso della Val Seriana oggetto delle indagini della magistratura), non hanno nulla che vedere con gli interessi della classe lavoratrice.

Il divieto di manifestare, anche se fosse limitato oggi alle settimanali manifestazioni reazionarie dei no-vax, a questo punto è una pura espressione dello stato d’eccezione, ossia semplicemente il disvelamento della dittatura di classe della borghesia, che da domani può usarlo contro il movimento operaio e antagonista, la sinistra, i rivoluzionari.

Solo la costruzione di una grande mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, a cominciare dalla proclamazione dello sciopero generale e prolungato, può piegare questa dittatura di classe e aprire una fase nuova in cui la salute e la libertà di 16 milioni di salariati siano effettivamente tutelati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Non è il green pass la frontiera dello scontro

 


Un commento del Collettivo di fabbrica GKN a una dichiarazione dei portuali di Genova

Pubblichiamo questo post dei lavoratori del Collettivo di fabbrica GKN sulla vicenda del green pass, che ci pare positiva e significativa. Non ricalca esattamente la nostra posizione ma va, a nostro avviso, nella giusta direzione. Non solo perché evita di assumere come riferimento il sindacato autonomo a direzione reazionaria del porto di Trieste, distinguendolo nettamente dal Collettivo dei portuali di Genova segnato al contrario da un profilo chiaramente classista e antifascista («la nostra famiglia»), ma soprattutto perché denuncia la falsità del terreno “no green pass” come frontiera dello scontro, ponendo invece la necessità di una mobilitazione generale della classe operaia che ponga al centro un programma complessivo su licenziamenti, delocalizzazioni, appalti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. Le questioni vere dello scontro sociale.

È vero, come dicono i compagni della GKN, nei luoghi di lavoro la misura è colma. Non a causa di un certificato ma a causa dello sfruttamento capitalista, del governo che lo rappresenta, di una burocrazia sindacale che non lo combatte ed anzi lo copre. È in questo quadro d'insieme che si debbono contrastare le modalità di gestione del green pass da parte di governo e Confindustria (cancellazione dello stipendio, frequente inaccessibilità dei tamponi, abusi padronali...). Invece dirottare la rabbia sociale sul green pass in quanto tale significa muoversi oggettivamente a rimorchio dei no vax e di pulsioni reazionarie, indipendentemente da ogni illusione soggettiva, lasciando passare così la vera offensiva dei padroni e di Draghi. Ci pare che i compagni del collettivo GKN, con la loro nota, aiutino a capirlo.





Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.

Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.

Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.

In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.

Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.

Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre.

Collettivo di fabbrica - Lavoratori GKN Firenze

La legge di stabilità del governo Draghi

 


21 Ottobre 2021

Al riparo della cortina fumogena no green pass, il governo procede come un rullo compressore. È ora di una opposizione vera, come chiedono i compagni della GKN

Al riparo della cortina fumogena delle iniziative contro il green pass, il governo Draghi colpisce lavoratori e disoccupati. Le misure annunciate dalla nuova Legge di stabilità parlano chiaro.

Si cancella l'elemosina di "quota 100" tornando a grandi passi verso una legge Fornero a pieno regime (quota 102 il primo anno, quota 104 il secondo...). Si peggiora la miseria del reddito di cittadinanza, con l'obbligo di accettazione della seconda “offerta” pena l'abbattimento del sussidio. Si annuncia una riforma del fisco in cui al momento l'unica cosa certa è l'abbassamento delle tasse sulle rendite finanziarie (dal 26% al 23%), la cancellazione dell'IRAP (che finanzia la sanità pubblica), l'incentivo fiscale alle fusioni d'impresa (altri 4 miliardi ai padroni).
Per la sanità, in piena pandemia, si destinano le briciole (2 miliardi in più al fondo sanitario), meno della metà degli sconti fiscali offerti al padronato e alle banche. Per gli ammortizzatori sociali, la grande riforma epocale annunciata da Orlando, avanzano appena 3 miliardi e rotti: di conseguenza addio all'estensione della cassa integrazione alle imprese di piccole dimensioni (da 1 a 5 addetti). Quanto poi ai famosi provvedimenti contro le delocalizzazioni, il veto di Confindustria ha chiuso l'argomento. I padroni non solo continueranno a licenziare, ma vedranno allargato lo sblocco per la piccola impresa e l'industria tessile già a partire dal 31 ottobre. I padroni che non volessero licenziare possono beneficiare di una cassa gratuita per tredici settimane, a carico delle finanze pubbliche, cioè a carico dei lavoratori. Ma la loro libertà di licenziare è garantita.

“Libertà, libertà” gridano i cortei no vax e no green pass. Libertà dal vaccino o dal tampone o da entrambi. La libertà dai licenziamenti, dalla fatica di 67 anni di lavoro per pensioni da fame, dal precariato e dal lavoro nero, non incrocia la loro sensibilità. In compenso il governo usa il movimento no green pass e l'ambiente reazionario che lo guida per procedere indisturbato come un rullo compressore contro le condizioni dei salariati. Avevano annunciato ai mari e ai monti che i soldi europei avrebbero cambiato il volto dell'Italia, invece serviranno solo a irrorare i portafogli di industriali e banchieri. Per il resto, tutto come prima ed anzi peggio di prima. Con l'attiva corresponsabilità di una burocrazia sindacale che protesta giustamente contro i fascisti ma non muove un dito per difendere i lavoratori. Ed anzi fa leva sull'abbraccio di Draghi per iscriversi all'unità nazionale. Una politica che non tutelando chi lavora lo regala a volte ai demagoghi reazionari di turno, e agli irrazionalismi più demenziali.

Tutta la sinistra di classe, politica e sindacale, deve allora voltare pagina, ritrovando il passo di un'opposizione radicale a padronato e governo sui temi veri dello scontro sociale. Parliamoci chiaro. Lo sciopero dell'11 ottobre è stata un'occasione preziosa buttata al vento per inseguire i no green pass, col risultato di offrire loro una nuova passerella mediatica e di alimentare la confusione anche all'interno dell'avanguardia. Occorre ora cambiare registro. Riprendere la centralità della piattaforma originaria dello sciopero di ottobre. Recuperare le ragioni di classe poste dall'iniziativa di lotta dei lavoratori della GKN e dalla grande manifestazione del 18 settembre a Firenze. È il tema di uno sciopero generale vero, unitario e di massa, attorno a una piattaforma di lotta unificante che interessi diciassette milioni di salariati. Altro che star dietro a sindacati reazionari (Trieste) e alle Madonne di Medjugorje.

Partito Comunista dei Lavoratori

La polizia e la piazza di Trieste

 


Affilano le armi contro gli altri per usarle contro i lavoratori

20 Ottobre 2021

Siamo contro la violenza poliziesca anche quando si esercita contro ambienti e manifestazioni reazionarie. Perché è la stessa violenza poliziesca che colpisce le battaglie classiste e le ragioni del lavoro. Per questo condanniamo lo sgombero poliziesco del presidio di Trieste.

Detto questo, è bene chiarire cosa concretamente è avvenuto, fuori da ogni leggenda e mitologia.

L'accesso al porto non era bloccato dai portuali, come hanno continuato a ripetere i giornali. Il gruppo dei portuali del sindacato autonomo di destra che il giorno 15 aveva proclamato il blocco a oltranza annunciando la sollevazione generale per il ritiro del green pass aveva già ripiegato in meno di 48 ore, prima dicendo che i lavoratori che avessero voluto lavorare avrebbero potuto farlo tranquillamente, poi annunciando che tutto era finito in cambio di un incontro (promesso) con un ministro (forse). Non male per quella che doveva essere una... rivoluzione.
Il portavoce del coordinamento portuali Stefano Puzzer era stato per questo minacciato dalla parte più reazionaria del suo stesso ambiente, capitanata dal noto pugile di Forza Nuova Fabio Tuiach, e pertanto costretto alle dimissioni. In compenso, mentre i pochi portuali rimasti, tra loro divisi, hanno levato il disturbo, la scena è stata occupata dal movimento no vax e no green pass di Trieste, elettoralmente rappresentato dalla Lista Tre V ("Vaccini Vogliamo Verità"), e rinfoltito dalle presenze solidali provenienti da altre città. Un ambiente eterogeneo e pittoresco, popolato dai soggetti più disparati: portatori di croci e della Madonna di Medjugorje, piccolo-borghesi inferociti, avvocati del diritto violato, un po' di studenti. Dei novecento portuali triestini meno di due decine, a dir tanto. Da qui è nato il nuovo “coordinamento 15 ottobre”, che coi portuali non c'entra nulla, e che ha eletto Puzzer a portavoce. Alla testa del nuovo coordinamento stanno i peggiori figuri, a partire da Dario Giacomini, già candidato di CasaPound alle elezioni politiche del 2013, radiato dall'Ordine dei Medici per le sue campagne contro il vaccino, leader della FISI (Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali), il sindacato reazionario che aveva formalmente indetto lo sciopero al porto di Trieste.

La polizia ha sgombrato questo presidio, sotto la pressione dell'Autorità portuale, dei terminalisti ed armatori preoccupati dei propri affari, ma anche di un governo e di una ministra degli interni Lamorgese che dovevano mostrare il pugno duro per riabilitare la propria immagine dopo la copertura fornita ai fascisti nell'attacco alla sede della CGIL. La piazza di Trieste si prestava alla perfezione per l'occasione, per inaugurare una gestione più muscolare delle manifestazioni di piazza, rodando strumenti e forme d'intervento utili per il futuro. Forme d'intervento peraltro già praticate con determinazione e violenza bel superiori contro i picchetti degli operai immigrati della logistica, per fare solo un esempio.
La verità è che il governo sta usando le manifestazioni no vax e no green pass per limitare ancor di più lo spazio di libera manifestazione, restringere la libertà dei cortei, imporre solo manifestazioni stanziali ecc. La stessa manifestazione nazionale di Roma del 30 ottobre contro il G20 sarà oggetto di nuove “attenzioni” del ministro degli interni e dei corpi repressivi.

Per tutte queste ragioni siamo contro la repressione dello Stato anche quando si esercita contro manifestanti reazionari. Affilano le armi contro gli altri per usarle contro i lavoratori e le lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dei fascisti dalla CGIL!

 


Per l'autodifesa delle lavoratrici e dei lavoratori dalla violenza fascista e reazionaria. Per una svolta radicale della politica del sindacato

15 Ottobre 2021

Testo del volantino per la manifestazione del 16 ottobre

Questo è il volantino che il PCL distribuirà domani alla manifestazione antifascista convocata da CGIL, CISL e UIL dopo i fatti di sabato scorso. Parteciperemo alla manifestazione con le nostre bandiere, un nostro striscione, le nostre parole d'ordine; contro i fascisti ma da un'angolazione di classe indipendente. In solidarietà con la CGIL contro l'attacco fascista, ma senza un grammo di sconto alla sua burocrazia dirigente, alla sua politica, alle sue enormi responsabilità di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici.


L’attacco fascista alla sede nazionale della CGIL è un atto infame. I fascisti non attaccano una politica sindacale ma il sindacato in quanto tale, ossia il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a una propria organizzazione, a tutela degli interessi della propria classe. È la natura stessa del fascismo, che si distingue da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio. Oggi le organizzazioni fasciste usano il movimento reazionario No vax e No green pass come proprio terreno di pascolo, di reclutamento, di organizzazione. L’attacco fascista del 9 ottobre è frutto di questa miscela.

Contro le organizzazioni fasciste è necessaria un’azione indipendente del movimento operaio. Affidarsi allo Stato è un'illusione, come dimostra l’intera esperienza del dopoguerra. Le leggi antifasciste già ci sono ma non hanno portato a risultati, o perché non vengono applicate o perché non producono effetti concreti. Lo scioglimento di Ordine Nuovo (1973), di Avanguardia Nazionale (1976), del Fronte Nazionale (2000) non ha cancellato la presenza dei fascisti, che si sono riorganizzati ogni volta in altre forme e sotto altre sigle. Ed oggi Fratelli d’Italia e la Lega provano addirittura a far leva sulla proposta di scioglimento di Forza Nuova per invocare misure liberticide contro le organizzazioni comuniste, sventolando la squallida mozione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo.

La violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero, nella logistica, alla FedEx, alla Texprint. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie.

Tutto questo va contrastato e respinto. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. La cultura dell’autodifesa appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere: presidiando le Camere del lavoro, organizzando la difesa dei picchetti, opponendo alla forza reazionaria la propria forza organizzata. Lo stesso vale contro le azioni squadriste di picchiatori o crumiri.

Parallelamente va rivendicata la cancellazione dei decreti Salvini, sia nella parte che criminalizza i migranti sia in quella che attacca i diritti di lotta del movimento operaio. Come va respinta la pretesa del governo Draghi e del Ministro degli Interni Lamorgese di restringere ulteriormente i diritti di manifestazione prendendo a pretesto l’aggressione fascista di sabato scorso. Far leva sulle azioni fasciste per restringere la libertà di manifestare è un'operazione inaccettabile che la CGIL ha il dovere di contrastare.

In realtà è tutta la politica sindacale a essere chiamata a un cambio di rotta. Come siamo intransigenti nel difendere la CGIL dalle minacce fasciste, così vogliamo essere netti nel giudicare la linea del suo apparato dirigente, che consideriamo disastrosa, sindacalmente e politicamente. Da anni e decenni si insegue la concertazione con il padronato e i suoi governi, cioè la trattativa sulla piattaforma della controparte. Prima sulla scala mobile; poi sulla precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i tagli sociali; poi ancora sulle pensioni, con le ridicole tre ore di sciopero contro la Legge Fornero, che hanno regalato a Salvini milioni di voti operai; infine, persino sui licenziamenti, concedendo a padroni e governo lo sblocco in cambio di un “avviso comune” che è solo una truffa. Parallelamente si sono abbandonate a loro stesse centinaia di vertenze per la difesa del lavoro, senza dar loro una indicazione unificante né in fatto di rivendicazioni né in fatto di forme di lotta e di organizzazione.

Il risultato di tutto questo è uno solo: i padroni si sono rafforzati, la precarietà del lavoro è dilagata, e le morti sul lavoro ne sono una misura agghiacciante. Ma soprattutto è arretrata la coscienza delle masse. Milioni di lavoratrici e lavoratori, sentitisi senza tutela, hanno cercato a destra quello che non trovavano a sinistra, finendo con l’essere dirottati contro falsi bersagli: ieri contro i migranti e oggi magari contro i vaccini. Lo stesso movimento No vax e No green pass catalizza, su basi reazionarie, diversi motivi di malcontento. Lo spazio dei fascisti è figlio di questo clima.

La direzione della CGIL non può chiamarsi fuori da questo bilancio. In quanto direzione del più grande sindacato di massa, ne porta per intero la responsabilità. Eppure, vediamo che persevera come se nulla fosse accaduto. Persino i fatti di sabato scorso sembrano diventare una leva di accreditamento presso il governo Draghi, nel segno dell’abbraccio tra Draghi e Landini. Un abbraccio che non è solamente uno scatto d’immagine ma la cornice simbolica di una politica, una politica di unità nazionale con il governo del capitale finanziario. Lo stesso che liberalizza i licenziamenti, peggiora il reddito di cittadinanza, abbassa la tassazione delle rendite finanziarie, cancella persino l’elemosina di Quota 100, destina alla sanità pubblica l’ultima voce di spesa tagliando per di più l’IRAP che la finanzia. Continuare a sostenere di fatto questo governo, come fa Landini, significa disarmare le lavoratrici e i lavoratori, e alimentare anche nelle loro file gli umori peggiori.

Occorre allora un’altra direzione del sindacato e della CGIL. Occorre un sindacato che unifichi le vertenze del lavoro, che costruisca una cassa nazionale di resistenza, che dica che le lavoratrici e i lavoratori debbono occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN, e che rivendichi la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Occorre un sindacato che si batta per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40. Occorre un sindacato che chieda il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco. Un sindacato che recuperi insomma la propria autonomia dai padroni e dal governo, e per questo possa unire le lavoratrici e i lavoratori in un vero sciopero generale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in CGIL e in ogni sindacato classista per questa svolta generale di indirizzo. Per restituire il sindacato a lavoratrici e lavoratori. Per unirli in una lotta comune, al di là di ogni diversa appartenenza sindacale. Per ricondurre ogni loro lotta alla prospettiva di un loro governo. Un governo anticapitalista, basato sulla forza e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. L’unico governo che possa cambiare davvero le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

GKN e porto di Trieste, avanguardia e retroguardia

 


14 Ottobre 2021

Non è tutto oro ciò che brilla. Una riflessione di metodo sulle dinamiche di lotta

“Basta con la distinzione tra fascismo e comunismo, ideologismi che sono serviti solo a dividere il popolo”. Lo ha affermato Stefano Puzzer, cattolico praticante, oggi impegnato nello sciopero contro il green pass, capo di un sindacato autonomo del Porto di Trieste con cui USB ha rotto nel 2019 perché in mano a elementi di destra. Non pare esattamente un'avanguardia. È utile averlo presente per evitare di confondere lucciole e lanterne.

Ricapitoliamo.
La vaccinazione di massa è da sempre una battaglia del movimento operaio, contro oscurantismi ideologici antiscientisti. L'abbattimento del tasso di contagio, di ricoveri e di morti è oggi dovuto all'estensione della vaccinazione anti-Covid, come chiunque può capire. In un paese in cui il Covid ha ucciso più di 130.000 persone (oltre 5 milioni al mondo) solo i reazionari possono contrastare la vaccinazione.
A questo punto delle due l'una: o l'obbligo vaccinale o il green pass.
L'obbligo vaccinale è una soluzione assolutamente legittima. Se la pandemia dovesse aggravarsi potrebbe rivelarsi necessaria. Ma sapendo le implicazioni logiche: sanzioni maggiori per chi viola la legge, e in ogni caso, ovviamente, la certificazione della vaccinazione avvenuta.
Il green pass è una soluzione di mediazione: riconosce il diritto a non vaccinarsi, assieme al diritto dei vaccinati di abbassare drasticamente il rischio di contagio e le conseguenze peggiori della malattia. Una certificazione, come un certificato elettorale o una patente. Non un “ricatto” ma la certificazione di un diritto.

Altra cosa è la gestione del green pass da parte del governo. La privazione dello stipendio per chi non vuole vaccinarsi è un'enormità. Scandalosa è la difficoltà per molti lavoratori a tamponarsi per la carenza di farmacie, luoghi e dipendenti che facciano i test. Assurdo che le multe per la violazione delle regole siano maggiori per i lavoratori che per i padroni che non controllano. Si possono fare molti esempi. Per non parlare di possibili discriminazioni padronali. Su questo terreno è necessaria ovunque un'azione di mobilitazione, di vigilanza sindacale, di controllo operaio. È il terreno della lotta di classe. Ma contestare il green pass in quanto tale, senza rivendicare l'obbligo vaccinale, è una posizione di indifferenza al contagio, ai ricoveri, ai morti. Non la difesa dei lavoratori, ma il loro abbandono.

Il fatto che posizioni reazionarie possano penetrare in settori di lavoratori, e orientare scioperi, non è un fatto nuovo. Nella lunga storia del movimento operaio è accaduto tante volte. Nel tardo Ottocento e nel primo Novecento vi sono stati scioperi contro la parificazione dei diritti tra uomini e donne, scioperi contro l'uguaglianza tra lavoratori bianchi e neri, scioperi contro i diritti degli immigrati, persino scioperi a favore di guerre imperialiste. Uno sciopero non è di per sé una garanzia della natura progressiva delle sue ragioni. I comunisti, se sono tali, sanno distinguere, sapendo anche andare controcorrente rispetto al senso comune dei lavoratori, quando questo è segnato da posizioni regressive. Viceversa chi benedice indifferentemente ogni lotta e ogni movimento per il solo fatto di essere tali, può anche pensarsi come irresistibile rivoluzionario ma svolge di fatto un ruolo di conservazione della società borghese.

Certo, quando posizioni reazionarie si diffondono anche tra lavoratori – oggi fortunatamente una netta minoranza – è necessario chiedersi perché. Il movimento no vax e no green pass non nasce dal nulla. Capitalizza su un terreno reazionario un'insoddisfazione sociale diffusa che, privata di riferimenti e prospettiva alternativi, trova a volte nel “no green pass” una valvola di sfogo onnicomprensiva. Lavoratori pressati dall'erosione dei salari, dal caro bollette, dalla minaccia di sfratti, dall'attacco al posto di lavoro, dalle mille disfunzioni di una sanità pubblica falcidiata dai tagli (per ingrassare la sanità privata e pagare il debito pubblico alle banche), possono farsi abbagliare da chi presenta loro il green pass come vessazione e ricatto. Per distogliere la loro attenzione dalle vere questioni di classe e dirottare la loro rabbia sociale verso falsi bersagli.

Non è questa una buona ragione per accodarsi al no al green pass, come purtroppo hanno fatto forze diverse dello stesso sindacalismo di classe. È invece una ragione più che sufficiente per costruire una vera prospettiva classista e anticapitalista che ricomponga l'unità di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici attorno a una piattaforma generale progressiva, contro il padronato, contro il governo, contro la linea di unità nazionale attorno a Draghi oggi promossa dalla burocrazia CGIL. Ma per questo occorre partire dalla distinzione tra avanguardia e retroguardia. Tra la lotta GKN e quella del porto di Trieste. La prima è la possibile locomotiva di un riscatto attorno alle ragioni generali del lavoro, la seconda è un fanalino di coda che fa da zavorra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La pacificazione alla Beppe Grillo

 


L'odor di fascismo che ancora emana dalla Camera del lavoro devastata di Roma deve aver inebriato Beppe Grillo.

A corto di voti da quando ha mostrato nudo e crudo il volto reazionario e razzista del M5S, oggi per recuperarne qualcuno prova a pescare anche lui nel mare non troppo largo ma comunque cospicuo dei no vax anti-green pass.

La CGIL capitolò al fascismo col "Patto di pacificazione" del 1921. Un secolo dopo, Beppe Grillo capitola ai no vax chiedendo la pacificazione sul green pass.

Ha fatto i calcoli. Sono ancora 19 milioni gli italiani da vaccinare, un terzo. Tolti dodicenni, diciottenni e over sessantenni, restano sei milioni di persone tra la popolazione attiva senza vaccino.

Due terzi però potrebbero essere «disoccupati o inattivi o non occupati». Quindi restano ancora 3,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato, gli unici evidentemente che esistano per Beppe Grillo da vaccinare.

Infatti i lavoratori precari a tempo determinato non entrano in questo strano conteggio. Probabilmente, avendo il suo movimento abolito la povertà, Beppe Grillo deve aver messo i precari tra i beati che possono fregiarsi del ricatto da due soldi del reddito di cittadinanza e godersi la vita spaparanzati sul divano.

Ad ogni modo, per gli ultimi irriducibili no vax, Beppe Grillo propone di pagare il tampone fino a dicembre. La spesa si aggira sul miliardo di euro. Ma il patto di pacificazione alla Beppe Grillo non mette un solo euro sul conto dei padroni. Tutto sul groppone dell'INPS, ossia dello Stato, e cioè non direttamente ai no vax, ma indirettamente a tutti i lavoratori vaccinati e non vaccinati che dovranno pagare un miliardo tasse in più per l’aumento del debito pubblico. Il tutto mentre da qui a dicembre i padroni evaderanno più o meno 20 miliardi di euro.

La pacificazione di Beppe Grillo è tutta qua. È una pacificazione sempre coi padroni. Come Di Maio, prima delle elezioni, faceva il giro delle sette chiese per ingraziarseli, oggi Beppe grillo fa il giro dell'ottava, quella dei no vax, cioè quella più intrisa di squadristi e fascisti, per ingraziarsi anche i loro più fedeli e ignobili zerbini.

In attesa di un'improbabile pacificazione coi lavoratori, auguriamo a Beppe Grillo di fare pace col cervello. Sarà il giorno, almeno, che avrà imparato a fare i conti.

Lorenzo Mortara