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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Non è il green pass la frontiera dello scontro

 


Un commento del Collettivo di fabbrica GKN a una dichiarazione dei portuali di Genova

Pubblichiamo questo post dei lavoratori del Collettivo di fabbrica GKN sulla vicenda del green pass, che ci pare positiva e significativa. Non ricalca esattamente la nostra posizione ma va, a nostro avviso, nella giusta direzione. Non solo perché evita di assumere come riferimento il sindacato autonomo a direzione reazionaria del porto di Trieste, distinguendolo nettamente dal Collettivo dei portuali di Genova segnato al contrario da un profilo chiaramente classista e antifascista («la nostra famiglia»), ma soprattutto perché denuncia la falsità del terreno “no green pass” come frontiera dello scontro, ponendo invece la necessità di una mobilitazione generale della classe operaia che ponga al centro un programma complessivo su licenziamenti, delocalizzazioni, appalti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. Le questioni vere dello scontro sociale.

È vero, come dicono i compagni della GKN, nei luoghi di lavoro la misura è colma. Non a causa di un certificato ma a causa dello sfruttamento capitalista, del governo che lo rappresenta, di una burocrazia sindacale che non lo combatte ed anzi lo copre. È in questo quadro d'insieme che si debbono contrastare le modalità di gestione del green pass da parte di governo e Confindustria (cancellazione dello stipendio, frequente inaccessibilità dei tamponi, abusi padronali...). Invece dirottare la rabbia sociale sul green pass in quanto tale significa muoversi oggettivamente a rimorchio dei no vax e di pulsioni reazionarie, indipendentemente da ogni illusione soggettiva, lasciando passare così la vera offensiva dei padroni e di Draghi. Ci pare che i compagni del collettivo GKN, con la loro nota, aiutino a capirlo.





Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.

Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.

Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.

In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.

Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.

Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre.

Collettivo di fabbrica - Lavoratori GKN Firenze

Contro la repressione solidarietà di classe

 


14 Aprile 2021

ArcelorMittal, Fedex, Texprint, portuali di Genova... si moltiplicano le misure repressive padronali e giudiziarie. È necessario un fronte comune contro il nemico comune

Il licenziamento da parte di ArcelorMittal di un lavoratore di USB responsabile di aver pubblicato un post su Facebook che invitava a seguire la fiction sull'inquinamento a Taranto è un atto inqualificabile e infame. Un atto di vera e propria cancellazione della libertà di opinione di un operaio, in aperta violazione di ogni diritto costituzionale. La “giusta causa” evocata dall'azienda al riguardo significa solo che l'azienda pretende mano libera e impunità per qualsiasi abuso sui propri dipendenti, già colpiti all'interno della fabbrica da un clima di intimidazioni, punizioni, terrore. Che si aggiunge alle minacce ai posti di lavoro e alla salute degli operai.

Il caso Mittal tuttavia non è solo. A Piacenza la procura ha attivato nelle settimane scorse procedimenti giudiziari e addirittura arresti, poi revocati, verso decine di lavoratori e lavoratrici di SICobas, protagonisti di una importante vertenza a difesa del proprio lavoro contro la chiusura del hub locale di Fedex. Il “reato” contestato è quello di aver picchettato i cancelli e di aver resistito in forma passiva all'intervento di sgombero della polizia. La Procura ha semplicemente applicato i decreti Salvini in quelle clausole antioperaie che criminalizzano i picchetti e che sono rimaste intatte nell'indifferenza di tanti “progressisti”. Naturalmente i mandanti della procura sono i padroni di Fedex e le organizzazioni confindustriali territoriali che vogliono sgombrare il campo da una presenza sindacale scomoda.

A Prato l'azienda cinese Texprint licenzia via Whatsapp i lavoratori pachistani che scioperano contro lo sfruttamento inumano cui sono sottoposti (12 ore di lavoro per 7 giorni) e per avere il contratto di categoria, mentre il sindacato SICobas al quale sono iscritti finisce sotto inchiesta su iniziativa della Digos per aver violato il coprifuoco sanitario nell'organizzazione dei picchetti dopo essere stato colpito da multe da salasso. Chi lotta per un normale contratto a norma di legge finisce alla sbarra, mentre chi tiene gli operai in condizioni di schiavitù ha la polizia al suo servizio.

A Genova la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di decine di lavoratori portuali, organizzati nel Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto e oggi aderenti a USB, accusati di aver bloccato l'attracco di navi cariche d'armi destinate all'Arabia Saudita. Una forma di azione politica che appartiene alla storia dei lavoratori portuali, tanto più in una città come Genova, e che oggi diventa “sovversiva” e illegale. In questo caso i mandanti sono gli armatori e i terminalisti che vogliono avere mani libere in porto, e la stampa borghese che li sostiene. La procura si muove a rimorchio.

Si potrebbero citare altre decine e centinaia di casi analoghi, che magari non emergono alle pubbliche cronache ma che tuttavia danno la misura del clima che monta. E che soprattutto prefigurano il livello di scontro che può aprirsi su scala nazionale, anche sul terreno giudiziario, in occasione dell'annunciato sblocco dei licenziamenti a giugno.

Di fronte a tutto questo è tanto più necessaria l'azione unitaria e solidale di tutte le organizzazioni della sinistra di classe, sindacale e politica, al di là di ogni steccato di appartenenza. La parola d'ordine “se toccano uno toccano tutti”, che è riecheggiata in decine di lotte d'avanguardia, deve rappresentare un vincolo di coerenza unitaria per tutti. Nella difesa degli operai dalla repressione padronale e/o giudiziaria non possono esserci disimpegni o pure logiche d'organizzazione, per cui ogni soggetto si limita a difendere i propri lavoratori colpiti e si disinteressa degli altri.
La frammentazione dell'azione di classe è già di per sé disastrosa, ma sul terreno della difesa dalla repressione rischia di diventare qualcosa di peggio: un fattore di oggettivo incoraggiamento a padroni e procure.

Per queste ragioni non solo dichiariamo il nostro impegno e sostegno incondizionato a ogni lavoratore colpito da misure arbitrarie e repressive e ad ogni lotta promossa a sua difesa, quale che sia l'organizzazione promotrice, ma chiediamo a tutte le organizzazioni di classe di fare fronte comune contro un avversario comune, facendo di ogni lotta la propria lotta.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Solidarietà ai lavoratori del CALP


 Care compagne e cari compagni,


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà incondizionata ai lavoratori portuali del CALP contro l'indecente stretta repressiva di cui sono oggetto.

L'imputazione loro rivolta di “violare la legalità” misura l'ipocrisia dell'accusa.
La legalità che lo Stato difende è quella che permette ad armatori e terminalisti di smerciare strumenti di morte destinandoli ai peggiori regimi: bombe e armi, quelle sì micidiali, prodotte e montate negli Stati capitalisti cosiddetti democratici e vendute a monarchie assolutiste che si appoggiano sulla schiavitù dei propri salariati, sulla negazione dei diritti delle donne, sulla oppressione di altri popoli.
Il contrasto del commercio delle armi, e tanto più dei regimi reazionari cui sono destinate, appartiene alla storia del movimento operaio internazionale e dei lavoratori portuali in particolare, e non solo in Italia. Di certo i portuali di Genova hanno sempre rappresentato in Italia l'avanguardia di queste lotte. L'unica responsabilità dei compagni del CALP è quella di richiamarsi apertamente a questa tradizione, non solo a parole ma coi fatti. È una responsabilità di cui giustamente possono andare fieri.

I bilanci militari si stanno gonfiando in tutto il mondo. Il 50% degli investimenti nell'intelligenza artificiale sull'intero pianeta riguardano gli armamenti. La corsa senza freno agli armamenti ha sempre preparato nella storia lugubri prospettive di guerra. La lotta internazionale contro la guerra, assieme a quella per la riduzione dell'orario di lavoro, ha accompagnato la nascita stessa del movimento operaio come movimento internazionale.
L'internazionalismo operaio è stato da tempo dismesso dal grosso delle organizzazioni sindacali e da tanti partiti della “sinistra”. È ora di recuperarlo e di rilanciarlo.
L'azione dei compagni del CALP in questi anni ha ricercato e ottenuto l'unità d'azione contro la guerra e il commercio delle armi con lavoratori e lavoratrici di altri paesi, contro ogni forma di nazionalismo sovranista comunque ammantato. Criminalizzare questa lotta ha un solo significato: sgomberare la via della guerra e delle guerre in cui sfruttati di diversi paesi e magari di diverso colore sono usati gli uni contro gli altri dai propri sfruttatori. È un'operazione che va respinta.

Le imputazioni rivolte contro i compagni del CALP mostrano la vera natura dell'attuale democrazia borghese: una democrazia per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati. L'articolo 11 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra...”) serve solo a nascondere una realtà esattamente opposta. L'Italia capitalista produce strumenti di guerra, vende strumenti di guerra, aumenta le spese in armamenti, finanzia missioni militari in decine di paesi, al servizio della NATO e/o per interessi propri. L'Arabia Saudita, come l'Egitto, come il Qatar, sono solo clientela per il capitalismo militar-industriale tricolore, e per i suoi Presidenti del Consiglio, vecchi (Renzi) e nuovi (Draghi). Per ripudiare la guerra occorre ripudiare il capitale, senza illusioni costituzionali sulla sua “democrazia” o su una sua possibile riforma.

Del resto in questi giorni, in altri contesti, altre lotte d'avanguardia che fuoriescono dalle regole del gioco sono prese di mira da magistratura e Digos. È il caso della lotta dei lavoratori di TNT a Piacenza, dove sono stati addirittura arrestati dirigenti operai del sindacato SICobas, dietro l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, cioè di aver difeso un picchetto operaio che rivendicava diritti dalla carica a freddo della polizia. È il clima che si vuole creare attorno al governo di unità nazionale di Mario Draghi, un clima di ordine, disciplina, restaurazione, che rimetta in riga le avanguardie che osano alzare la testa, con l'unico scopo di bloccare preventivamente ogni possibile effetto di contagio.
C'è un solo modo di replicare: difendere incondizionatamente e unitariamente i diritti dei lavoratori colpiti, al di là delle diverse appartenenze sindacali e politiche; lavorare a unificare ed estendere le lotte di resistenza.

Per questo, e con queste motivazioni, siamo e saremo al fianco dei lavoratori del CALP, per la più ampia mobilitazione unitaria a sostegno delle loro ragioni.

Partito Comunista dei Lavoratori

I portuali di Genova contro la guerra. Intervista a un lavoratore del CALP

In mezzo alla rassegnazione generalizzata della maggioranza della classe lavoratrice e ai venti populisti e sovranisti che si radicano tra le masse, a Genova il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP) si è reso protagonista di una battaglia esemplare, che ha saputo coniugare classismo, internazionalismo, antimperialismo e antimilitarismo. Una battaglia che assume ancor più valore perché nasce e si sviluppa dall'iniziativa di lavoratori di un settore strategico. La loro battaglia ha assunto un'eco internazionale, sia per il suo significato sia per il riverbero della mobilitazione, che ha toccato porti in tutta Europa: Anversa, Bilbao, Marsiglia, Tilbury, Le Havre.
La scintilla che ha fatto avviare questa mobilitazione è stata la contrapposizione ai traffici di armi e materiale per scopi bellici della flotta saudita Bahri, che per conto della petromonarchia dell'Arabia Saudita, rifornisce eserciti regolari e milizie islamiste impegnate nei conflitti della Siria del Nord (contro i curdi e il regime di Assad), del Kashmir e nella sporca guerra in Yemen. Tutte guerre che stanno provocando tremende e disumane conseguenze per le popolazioni e le classi lavoratrici, vittime di giochi di potere e profitto delle rispettive classi dirigenti e borghesi.
L'ultimo atto di questa lotta si è tenuto al varco Etiopia lunedì 16 Febbraio, di nuovo contro l'attracco della Bahri Yambu al terminal GMT, con un presidio che ha visto la solidarietà di diverse realtà associative, di movimento, sindacali (ma non di quelle con un peso nel Porto come la CGIL) e politiche – compreso il nostro partito e il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione.
Facciamo qualche domanda a Ricki, un compagno del CALP.

Non vi siete opposti solo all'attracco della flotta Bahri ma avete denunciato anche i traffici che hanno coinvolto la Bana, che riforniva armi per conto della Turchia di Erdogan alle milizie libiche di al-Sarraj, e avete denunciato in generale le guerre e i conflitti. La solidarietà ricevuta indica una certa attenzione alla vostra battaglia. Continuerete la vostra lotta? Partiti, sindacati e associazioni come possono fornire una solidarietà attiva?

"Ci siamo opposti a diversi traffici di armi. Quello della flotta Bahri è solo uno dei più impressionanti. Inoltre sappiamo che dal 23 marzo le navi Bahri non toccheranno più i porti europei, per andare direttamente dagli USA alla Turchia e portare forniture all'esercito di Erdogan e alle milizie qaediste e jihadiste che operano nella Siria del Nord. Probabilmente, quelle armi, munizioni ed equipaggiamenti verranno utilizzati contro il progetto rivoluzionario del Rojava.
Sì! Abbiamo denunciato i traffici della flotta Bana, che svolge queste operazioni da sempre. Ma consideriamo l'opposizione alla Bahri centrale, emblematica, perché mette in mostra gli intrecci di interessi sulla guerra contro popolazioni inermi, esemplificando la pericolosità dei traffici di armi. Per questo continueremo con la nostra battaglia e ci auguriamo di continuare ad avere la solidarietà e la vicinanza di tutti i soggetti politici e sociali che ci hanno dato sostegno attraverso la partecipazione e la risonanza alla nostra lotta."


Il 20 maggio 2019 la vostra mobilitazione e il vostro lavoro di inchiesta costrinse la burocrazia FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della CULMV (Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie) e del terminal GMT per impedire il carico di generatori per scopi militari sulla Bahri Yanbu. Questa volta la CGIL, nonostante le pressioni di altre realtà politiche e associative e il sostegno di tanti delegati FILT e di altre categorie CGIL, non ha convocato alcuno sciopero in vostro sostegno. Secondo voi come mai, e quali conseguenze ha avuto?

"Lo sciopero del 20 maggio è stato costruito tutti assieme e ha visto il sostegno della Compagnia Unica e di tutta la CGIL, è stata una battaglia vincente e importante che ci siamo conquistati tutti, tutti siamo stati protagonisti.
Il 16 febbraio, invece, i soggetti che ci hanno sostenuto nella mobilitazione passata, contribuendo anche alla vittoria, si sono tirati indietro e ci hanno lasciati soli. Le motivazioni crediamo di averle abbastanza chiare nella nostra testa. Sono argomento di discussione e riflessione tra noi del Collettivo e saranno sicuramente oggetto di confronti e discussioni, anche delicate, tra noi e i soggetti che crediamo non ci abbiano sostenuto a sufficienza e con coerenza.
L'ultima mobilitazione è stata costruita dal Collettivo, dall'Assemblea contro la Guerra, da associazioni, partiti e dalle tante persone che hanno condiviso le nostre parole d'ordine, le ragioni della nostra mobilitazione e la presenza al varco portuale in un giorno difficile, lavorativo e di pioggia."


C'è chi insinua che la vostra battaglia sia pericolosa per i lavoratori delle aziende che producono, progettano e trafficano armi e che lucrano sull'economia di guerra. Voi però avete scritto delle lettere proprio ai lavoratori di queste aziende e avete co-organizzato un corteo contro Leonardo, ribadendo come la lotta contro la guerra e i traffici di armi riguardi tutti.

"Sì, noi crediamo che il problema delle armi, di chi le produce e della sua logistica sia una questione che i lavoratori si devono porre. Devono farlo perché è anche una questione sindacale, perché i lavoratori e le lavoratrici devono sapere quello che fanno e per cosa lo fanno, devono essere a conoscenza dell'utilizzo finale di quello che producono e trasportano. Infatti ci sono lavoratori che producono o trasportano materiale per scopi civili e che, ad un certo punto, si sono ritrovati a eseguire lavori per commesse militari, anche inconsapevolmente. Poi è chiaro che siano scelte difficili, che comportano problemi che non si possono risolvere in poche battute. Sta di fatto che a questa filiera ci si può opporre, si possono praticare forme di disobbedienza o anche solo di denuncia, e il nostro interesse, con quelle lettere, era per lo meno informare quei lavoratori e quelle lavoratrici della filiera in cui erano inseriti e di renderli partecipi che c'era chi si opponeva non a loro e al loro posto di lavoro, ma per mettere in discussione per cosa si lavora. Per quel che riguarda il Porto, per esempio, siamo convinti che possa andare avanti anche senza i traffici di armi. Per quanto siano commesse remunerative, fanno lavorare poche persone, e crediamo che i porti non debbano essere utilizzati per traffici di morte, ma per ciò che è necessario alle persone e alla loro vita, non per distruggerla."


Il vostro collettivo si è reso protagonista anche di molte altre lotte, a partire dalle vertenze in porto fino alle manifestazioni di Genova Antifascista. Non ultima, la battaglia di Piazza Corvetto del 23 maggio 2019 contro il comizio di CasaPound, per cui sono arrivati ben 50 avvisi di garanzia contro diversi manifestanti. Purtroppo questa consapevolezza e conflittualità sono rare nella classe lavoratrice. Come mai questo vostro protagonismo e questa vostra sensibilità?

"Credo che i valori dell'antifascismo, della Resistenza, della solidarietà e dell'antirazzismo siano valori che il Porto di Genova ha intrinsecamente e a prescindere da noi. Sono nelle banchine, nei suoi discorsi, nei suoi bar, tra le persone che lo vivono e che lo hanno vissuto. Noi li abbiamo avuti in eredità da chi ha lavorato prima di noi, da chi ha vissuto la rivolta di piazza del 30 giugno del 1960, le lotte dei portuali, i valori e le esperienze della Resistenza e dell'opposizione al regime. Quindi un po' tutti i lavoratori del porto, chi più chi meno, sentono queste cose. Ed è dimostrato anche dai più giovani, infatti dopo essere entrati in poco tempo parlano con noi di antifascismo, di diritti, di questioni legate al mondo del lavoro e alle sue lotte. Credo sia il destino dei portuali genovesi essere in prima fila in tante battaglie. I compagni del Collettivo sono pieni di denunce ma ne andiamo fieri. Le battaglie che noi facciamo per i lavoratori, per la nostra città, per i nostri compagni e per chi vive con noi le lotte, per noi sono medaglie, e le conseguenze non sono certo un problema. Vogliamo andare avanti con intelligenza, determinazione, combattività e coerenza."


Anche in questo breve scambio si mette in evidenza la forza della classe lavoratrice quando è consapevole e determinata e quando riesce a connettersi con le migliori tradizioni di lotta e resistenza del passato, per tradurle nelle necessità dell'oggi.
Noi non possiamo che dare il pieno sostegno a questa lotta e utilizzare le reti di militanti e quadri politici e sindacali per megafonare le loro parole d'ordine e per promuovere l'emulazione e la generalizzazione di queste battaglie, ribadendo che i lavoratori e le lavoratrici devono rivendicare il controllo delle scelte su produzione, lavoro e società. Questa è la base per la prospettiva di un sistema differente, in cui il potere deve essere strappato agli sfruttatori e agli speculatori e assunto dalla classe lavoratrice organizzata, nell'interesse di tutta la società al di là di ogni confine e nazione.
Solo queste lotte possono bloccare i progetti di atomizzazione della classe e del suo disciplinamento, e mettere in discussione i traffici di morte e l'alimentazione di guerre devastanti, per pretendere una riconversione di tutta l'industria bellica per finalità sociali e per dirottare le masse di capitali, impegnate in quel settore, in favore della spesa sociale, per rifinanziare e rafforzare sanità, istruzione, trasporti, case e servizi pubblici. Una rivendicazione più che mai urgente oggi, nel mezzo di una pandemia mondiale, se si pensa che un F-35 corrisponde a oltre 7.000 respiratori, con cui fornire assistenza a chi sviluppa complicazioni gravi. Una rivendicazione sempreverde se si pensa alla miseria e alla crisi sanitaria perenne vissuta da larghissimi strati della popolazione mondiale, soprattutto nei paesi vittime dell'imperialismo.
Ma è all'ordine del giorno anche perché, come detto, i traffici contro cui si scontrano i portuali genovesi sono gli stessi che producono milioni di profughi e sfollati, come le persone che in questi giorni vengono usati come carne da macello e merce di scambio tra Erdogan e l'Europa ai confini della Grecia.
Ribadiamo quindi che i traffici di armi e l'economia di guerra devono essere bloccati, e che va posta all'ordine del giorno la costruzione di un sistema socio-economico e politico alternativo, internazionale, fondato su una economia pianificata e sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, da mettere al servizio dei bisogni e delle necessità di tutti e tutte, e non solo dei profitti di pochi.

Basta guerre e basta traffici di armi!
Porti e confini chiusi alle armi! Porti e confini aperti alle persone!
Cristian Briozzo

A fianco dei lavoratori portuali contro la guerra

Il Collettivo Autonomo dei Portuali di Genova ha promosso per il giorno 17 febbraio un’azione di boicottaggio di una nave saudita che trasporta armi in Medio Oriente e probabilmente in Yemen. È un’azione che dà continuità all'iniziativa analoga intrapresa nel maggio scorso col sostegno della CGIL, che allora scioperò. Il coordinamento genovese delle sinistre di opposizione è impegnato in un sostegno attivo di questa iniziativa e nella sua massima valorizzazione. Così il coordinamento nazionale, che ha espresso il comunicato che qui pubblichiamo.


Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione sostiene l'azione di boicottaggio delle navi di guerra intrapresa e proposta dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova, in continuità con l'azione svolta lo scorso maggio. Come sosterrà ogni altra iniziativa di chiaro contrasto alla guerra che abbia la medesima ispirazione di classe.

La battaglia contro la guerra non può limitarsi alle parole, né ai confini. Sono i lavoratori e le lavoratrici che sono oggi costretti a produrre, smerciare, trasportare strumenti di morte contro altri lavoratori ed esseri umani, al solo scopo di ingrassare i profitti di grandi capitalisti, banchieri azionisti. Sono i lavoratori e le lavoratrici che possono bloccare questo traffico.

Lo Stato italiano e i suoi governi parlano di “pace” ma proteggono l'industria di guerra. Il ministero del tesoro partecipa al capitale finanziario dei colossi dell'industria militare, e promuove cartelli e fusioni con l'industria militare di altri paesi (nell'Unione Europea e fuori dell'Unione) in funzione dell'ampliamento dei mercati, della conquista di nuove aree di influenza, di una politica imperialista. Questa politica per sua natura non conosce principi e morale al di fuori del profitto. Traffica con regimi sanguinari (Arabia Saudita), con regimi militari torturatori (Egitto), e naturalmente con la grande potenza USA, prima responsabile delle politiche di guerra e di rapina.

L'attuale governo italiano non si distingue in questo dai suoi predecessori se non forse per una maggiore ipocrisia.

Il lavoratori e le lavoratrici non hanno nulla a che spartire con questa politica e il suo cinismo. A loro si chiede di produrre e smerciare morte solo per arricchire i loro padroni. A loro si chiedono turni di lavoro massacranti, rassegnazione alla precarietà, cancellazione dei diritti a vantaggio di chi li sfrutta. A loro si chiede di contribuire ad uccidere altri lavoratori e lavoratrici in terre lontane, anch'esse vittima dello stesso sistema capitalista che opprime il nostro lavoro.

L'azione intrapresa dal collettivo portuali di Genova è in rotta di collisione con tutto questo. Richiama l'interesse del lavoro contro l'interesse del capitale, al di là di ogni confine di nazione, di etnia, di religione. Offre alla rivendicazione della pace l'unico ancoraggio coerente che merita: quello di classe, quello internazionalista. Non a caso è una iniziativa che si rivolge a tutti i lavoratori. Non a caso è condivisa con i lavoratori portuali di altri paesi e con i loro sindacati.
Auspichiamo e richiediamo, quindi, alle diverse organizzazioni sindacali, a partire dalla CGIL e dal suo sindacato di categoria FILT che già lo fecero in occasione di un precedente attracco della nave Bahri Yanbu nel porto di Genova nel maggio scorso, di proclamare lo sciopero dei lavoratori del porto per il giorno in cui approdasse la nave, il cui arrivo è ad oggi previsto per il prossimo 16 febbraio.

Come coordinamento nazionale sosteniamo dunque il valore di questa azione e lavoreremo ad amplificarne il messaggio e l'esempio, all'interno di una campagna più generale contro la guerra, per il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni, per la rottura della Italia con la NATO, già intrapresa a partire dall'assemblea nazionale del 7 dicembre e sviluppata con la giornata nazionale di mobilitazione del 25 gennaio. Una campagna cui vogliamo dare continuità e su cui lavoreremo a raccogliere la più ampia unità d'azione con tutti i soggetti che condividono questi obiettivi.
Coordinamento unitario nazionale delle sinistre di opposizione

Genova: orgoglio antifascista e di classe

Cronaca di una settimana di mobilitazione generale

26 Maggio 2019
In questi giorni di maggio, a Genova, si è potuto respirare un vento di passione e ardore che ha riempito polmoni e cuori di rinnovato vigore. Dal porto ai quartieri di questa città è emersa, con forza e determinazione, la catena della lotta di classe che, unendo i suoi anelli, ha messo in mostra la volontà di opporsi e resistere agli spettri del militarismo, del razzismo, del sessismo, del fascismo, dell'oppressione borghese e dello sfruttamento capitalista.
Di fronte alla coltre di buia reazione che avanza in Europa, una serie di fiammelle di resistenza e di speranza hanno saputo accendere un fuoco, dando vita a una settimana di mobilitazione, per ricordare che anche quando l'oscurità di una società marcescente sembra impossibile da scalfire, gli sfruttati e gli oppressi possono trovare in loro risorse e strumenti per reagire, attraverso l'unità nella lotta per una società migliore.

Una mobilitazione in continuità con le battaglie recenti contro il fascismo, il razzismo e la guerra, e che continua nella prospettiva della costruzione di un 30 giugno di lotta, per attualizzare la rivolta della classe operaia cittadina e della sua popolazione contro il congresso del MSI del 1960.


20 MAGGIO: PORTI CHIUSI ALLE ARMI, PORTI APERTI ALLE PERSONE. RESPINTA LA NAVE BAHRI YANBU 

Contro ogni arroganza razzista salviniana e contro ogni ipocrisia (Partito) Democratica, questa volta non passa sotto silenzio l'ennesimo approdo di una delle navi della National Shipping Company of Saudi Arabia.
Non è una novità che Salvini, e il governo sotto il suo scacco, porti avanti la guerra ai "clandestini", ai profughi e a chiunque osi mettersi in mare per salvarli, con la solita retorica dei "porti chiusi" e dell'"aiutarli a casa loro". Con l'avvicinarsi delle elezioni europee, il Ministro dell'Interno plenipotenziario, però, ha accelerato questa campagna di morte annunciando un secondo Decreto sicurezza in cui, da una parte, predisporre multe esorbitanti per chiunque salvi in mare un naufrago se migrante e, dall'altra, aumentare le pene e la criminalizzazione delle manifestazioni, delle contestazioni di piazza e degli scioperi colpendo chiunque osi utilizzare un fumogeno, uno scudo per proteggersi dalle manganellate e così via.
Lo stesso copione del già in vigore Decreto sicurezza, che da una parte colpisce e ridimensiona il diritto di protezione internazionale, rende impossibile la regolarizzazione in Italia per gli stranieri – soprattutto per quelli socialmente ed economicamente più deboli – e rende più ricattabili clandestini e immigrati regolari per trasformarli più facilmente in schiavi di caporali e organizzazioni mafiose e, dall'altra, aumenta le pene per chi pratica un picchetto, un blocco stradale o un'occupazione (sia essa abitativa, sociale o all'interno di lotte sindacali in difesa del posto di lavoro), trasformandoli in reati equiparabili alla pedofilia e peggiori della bancarotta fraudolenta.

Proprio in quei giorni, peraltro, Salvini stava portando avanti una nuova crociata contro la Sea Watch, dopo quella contro Mediterranea e la Mare Jonio, per impedire lo sbarco di 47 persone appena salvate nel Mar Mediterraneo che, nella sua visione, dovrebbero essere lasciate annegare, distanti da occhi scomodi, o essere lasciate alle milizie di tagliagole libici – rinominate Guardia costiera libica – finanziate e armate dal PD di Minniti, Renzi e Gentiloni, per ingabbiarle in un infinito destino di schiavitù, stupri, torture, campi di concentramento e guerra.

Mentre questo mortifero teatrino si consumava nelle stanze del potere, a Genova stava per attraccare la nave Bahri Yanbu, al servizio degli interessi di guerra dell'Arabia Saudita, indiscusso partner commerciale e militare di tutti i governi italiani – lo stesso paese che finanzia le milizie salafite in giro per l'Africa e il Medio Oriente, e che bombarda e costringe alla carestia l'intero popolo yemenita colpevole di non piegarsi ai propri diktat.
Quella nave era già stata respinta giorni prima dai dockers e dal movimento antimilitarista di Le Havre, che si erano opposti a caricare sulla nave cargo, già piena di armi, otto cannoni Ceasar.
La mobilitazione prende piede a Genova non appena si scopre che la città della Lanterna sarà uno degli scali della nave: a farsene carico è il combattivo Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), che da anni denuncia i traffici della flotta Bahri.
Su questa mobilitazione, e con la convocazione di una assemblea partecipatissima alla Sala Chiamata del Porto, anche la FILT-CGIL locale e regionale prende posizione e annuncia che verrà convocato lo sciopero se si dimostrerà che deve essere caricato materiale bellico.
Solo la costante pressione del CALP, che denuncia pubblicamente il carico pronto all'imbarco – alcuni generatori Shelter della Tekna, in zona grigia perché utilizzabili sia per scopi civili che militari – e la mobilitazione che coinvolge molti antimilitaristi e pacifisti – tra cui il nostro partito e il raggruppamento di Genova Antifascista – ha spinto la FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della Compagnia Unica Lavoratori delle Merci Varie (CULMV) e del terminal GMT, associandosi alla convocazione del CALP di un presidio-picchetto fin dalle ore 6 del mattino del 20 di maggio.

Con quella determinazione la nave, su indicazione del governo, è stata fatta attraccare, ma dopo un'intera giornata di resistenza e trattative con la Prefettura, viene dichiarata la vittoria definitiva: la nave carica solo il materiale di approvvigionamento per l'equipaggio, i materiali militari vengono stoccati per essere portati fuori dal porto, la nave deve partire senza caricare materiale bellico. Sempre con questa determinazione e per timori che sia i cannoni Ceasar che i generatori Shelter potessero essere caricati nel porto militare di La Spezia, la FILT-CGIL Liguria dichiara lo sciopero regionale in caso di tentativo di attracco.
Alla fine la Bahri Yanbu parte, con armi e bagagli – nel vero senso della parola, ma senza le armi bloccate in Liguria – alla volta dell'Egitto, senza una parte fondamentale del suo carico di morte e devastazione, di cui i portuali genovesi e liguri non si sono voluti rendere complici.
Una grande dimostrazione di coscienza di classe e politica antimilitarista e internazionalista che, in una fase in cui la classe lavoratrice fatica a trovare le risorse, la compattezza e il coraggio per lottare anche per la difesa del proprio posto di lavoro, mostra il livello avanzato di questa avanguardia di classe genovese.
A imperitura memoria di quella giornata di lotta e di chi si è tirato indietro rimarrà, peraltro, una scritta firmata dal CALP davanti al terminal: "CISL e UIL servi della guerra".
Contemporaneamente arriva anche la notizia dello sbarco della Sea Watch 3 e dei 47 migranti salvati. "Porti chiusi alle armi! Porti aperti ai migranti!"


22 MAGGIO: MOBILITAZIONE DI SOLIDARIETÀ PER ROSA E LAVINIA 
Un passaggio doveroso va fatto anche sul presidio di solidarietà per la docente di Palermo Rosa Maria Dell'Aria, convocato da un'assemblea variegata di insegnanti, sospesa perché i suoi studenti hanno osato paragonare il fascismo e le leggi razziali al clima imposto dal governo Salvini-DiMaio e dal Decreto sicurezza in due slide; e per la docente Flavia Lavinia Cassaro, licenziata perché insultò la polizia in tenuta antisommossa schierata in difesa di un comizio di CasaPound a Torino. Un presidio che ha visto il sostegno e l'appoggio di sindacati di base come USB Scuola e SiCobas e dell'area sindacale di opposizione CGIL-RiconquistiamoTutto, con centinaia di persone in piazza a ricordare che non è accettabile il ricatto della sospensione e del controllo poliziesco e repressivo sulla scuola e sull'insegnamento.
È quindi doveroso, oggi più che mai, condannare le armi fornite dai governi precedenti, in particolare quelli del PD, attraverso la Buona scuola e la Riforma Madia, che hanno reso i docenti molto più ricattabili e in balia di dirigenti scolastici con poteri sempre più autoritari e sconnessi da strumenti di democrazia collegiale, che avevano caratterizzato la scuola italiana attraverso la partecipazione di rappresentanze di docenti e studenti alle decisioni.


23 MAGGIO: SCIOPERO DEI PORTUALI E BATTAGLIA CONTRO IL COMIZIO DI CASAPOUND 

il 23 maggio è stata la giornata campale di una città che ha messo in mostra tutto il suo orgoglio di classe e antifascista. Due lotte si sono incrociate: quella dei portuali in sciopero per 24 ore e quella contro il comizio elettorale di CasaPound in pieno centro città.
Fin dal mattino la città si è svegliata con l'imponente sciopero e la combattiva manifestazione dei portuali genovesi, che hanno portato in piazza, dopo la mobilitazione di lunedì contro la Bahri Yanbu, la centralità delle condizioni di lavoro, della sicurezza e delle retribuzioni relative alla necessità di un rinnovo contrattuale, oltre alla battaglia contro lo strumento dell'autoproduzione, con cui armatori e terminalisti tentano di far svolgere ai marittimi i lavori dei portuali risparmiando sui costi, sulla sicurezza, sulla formazione. Insomma, al solito, una battaglia necessaria del mondo del lavoro contro le pretese del padronato di aumentare i propri margini di profitto sulla pelle e sul sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questo sciopero si è connesso alla più generale mobilitazione politica, preparata in meno di tre giorni, contro l'annunciato comizio in Piazza Marsala di CasaPound e dei suoi nuovi ras locali in giacca e cravatta: Gianni Plinio e Marco Mori.
Tra tutti gli annunci spicca la provocatoria lettera di Genova Antifascista, raggruppamento di cui il PCL è parte integrante, al sindaco Marco Bucci, con cui si richiamava "il gran lavoratore" a rispettare l'ordinanza voluta dalla sua stessa giunta, con cui si sarebbe impegnato ad impedire la concessione delle piazze a chi minaccia l'ordine costituzionale.
Un'ordinanza che però è sempre rimasta lettera morta, a dimostrare che l'antifascismo o si pratica nelle mobilitazioni o rimane semplice formalità scritta sulla sabbia. A quella lettera, infatti, Bucci risponde con la stessa complice evanescenza e con lo stesso atteggiamento ponziopilatesco con cui si è sempre comportato di fronte alle aggressioni ad opera dei neofascisti e alle loro provocazioni e sfilate: «Non è affar mio, siamo in campagna elettorale, sono altri a decidere...». Ma ovviamente gli "altri" hanno già deciso: Questura, Prefettura, Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica (di cui il sindaco è parte) hanno già dato l'ok al comizio-provocazione in pieno centro città; predisponendo un dispositivo di sicurezza in pieno stile G8 del 2001, istituendo una zona rossa a difesa di CasaPound, oltre 300 agenti in antisommossa pronti a scatenarsi contro gli antifascisti e le antifasciste, decine di mezzi blindati.

Due i presidi convocati. Uno sotto la Prefettura, a distanza di sicurezza dalla piazza del comizio, convocato da burocrazie aventiniane di CGIL, ANPI, ARCI e dalla Comunità di San Benedetto. L'altro convocato dalla combattiva e coerente Genova Antifascista, in Piazza Corvetto, la piazza immediatamente antistante la zona rossa, con la determinazione di non lasciare spazio a CasaPound, di coprirne il comizio coi cori e con slogan, ad assediare la zona rossa istituita dalle direttive del ministero di Salvini a difesa di chi gli fornisce magliette, di chi gli pubblica i libri e di chi gli fa da pretoriano riottoso e squadrista.

Il nostro partito, ovviamente, si è fin da subito, coerentemente, posto organicamente in prima linea assieme ai compagni e alle compagne di Genova Antifascista. Ed è proprio la piazza convocata da Genova Antifascista a mostrare l'orgoglio di una città intera, una piazza ampia con oltre 500 antifascisti e antifasciste che non rappresentavano solo un'avanguardia militante e attivistica, perché a difendere quella piazza e a sostenere l'assedio, anche in prima linea, ci sono donne, bambini, anziani, lavoratori, immigrati.
È fin da subito che si mostra tutta la determinazione e la rabbia di chi non può accettare un tale sfregio. Al grido di "Genova è solo antifascista" da subito la piazza si è spinta ad assediare gli alari e i blindati della polizia, che impedivano l'accesso a Piazza Marsala per difendere venti fascisti con le loro bandierine, vigliaccamente asseragliati dietro i manganelli e i blindati di Salvini, tristemente isolati e relegati in un angolino. Rendendo evidente la vergogna e la complicità di un governo che dispone a difesa di CasaPound un dispiegamento di forze e violenza pronto a scatenarsi contro l'antifascismo e l'antirazzismo.
Da qui partiranno due ore di battaglia campale, prima con tre lanci indiscriminati di lacrimogeni CS su tutta la piazza, ogni volta tentando di disperderla e spezzarla e ogni volta ottenendo sempre maggior combattività e determinazione. Ad ogni lancio di lacrimogeni che riempivano l'aria di quell'odore acre e violento, l'intera piazza ritornava ad assediare le grate, a lanciare fumogeni e bulloni contro i fascisti, a denunciare la protezione di Stato.
Quindi sarà la volta delle violentissime cariche di quattro compagnie di Polizia e Carabinieri. Mani rotte, teste fracassate, ciechi pestaggi anche a persone ormai inermi a terra, lanci di lacrimogeni ad altezza d'uomo che fratturano mani e sfondano una vetrina di un bar storico genovese.
Saranno almeno quattro le cariche ma, anche qui, ogni volta la piazza non si fa spezzare. Al grido di "Genova è solo antifascista", di "Ora e sempre Resistenza" e applaudendo chi resiste in prima fila, il terreno viene di nuovo riconquistato e il presidio, rimanendo composito come all'inizio (anzi, raccogliendo nuove adesioni e solidarietà) ogni volta si riprende l'intera Piazza Corvetto e ritorna a coprire ed assediare il ridicolo comizio di CasaPound.

Dopo che i venti fascisti verranno fatti fuggire scortati dai blindati, alcuni anche caricati su un'ambulanza della pubblica assistenza, la piazza esplode e applaude ironicamente, scandendo i suoi "vergogna", la polizia in antisommossa.
È qui che si assume la consapevolezza che nelle violente cariche due compagni – Simone e Marco – sono stati arrestati, e il presidio decide di istituire immediatamente un corteo per andare davanti alla Questura a pretenderne l'immediato rilascio. Saranno in 300 a partire.
Dopo lunghe ed estenuanti trattative, alle 23:00 i due compagni, in attesa del processo per direttissima, verranno accompagnati alle proprie case per svolgere ai domiciliari la custodia cautelare. Il giorno dopo viene convocato il presidio di solidarietà davanti al tribunale di Genova. Le accuse a carico dei due compagni è semplice resistenza, e sono così rilasciati con l'obbligo di firma fino al 19 luglio.

Determinazione, orgoglio, coraggio, unità. Nel nome della tradizione antifascista che scorre nelle vene di questa città, che parte dalla difesa dalle squadracce fasciste, supportate dal Regio esercito, delle Camere del Lavoro ad opera degli operai armati nel Biennio rosso, passando per una Resistenza operaia e studentesca che ha pagato un enorme tributo di sangue, con centinaia di lavoratori deportati nei campi di sterminio nazisti per i coraggiosi scioperi del '43 e del '44, culminando nell'insurrezione e nello sciopero del 23-24 aprile 1945 e nella resa della Wehrmacht firmata nelle mani delle truppe partigiane, unico caso in Europa.

Denunciamo il fatto che le burocrazie di ANPI e CGIL hanno vergognosamente spezzato la continuità della piazza, lasciando disporre davanti al loro presidio un cordone di polizia in antisommossa rivolto verso la piazza di Genova Antifascista (a cui molti loro iscritti e dirigenti si sono uniti coerentemente), che ha combattuto per difendere la sua posizione, e ogni volta riprendersela.
Denunciamo il fatto che nei giorni successivi i vertici dell'ANPI si sono immediatamente spesi nella doverosa e condivisa solidarietà con il giornalista di Repubblica Origone per il violentissimo pestaggio subito, dimenticandosi tuttavia della solidarietà con le centinaia di antifascisti, giovani e anziani, gasati e pestati altrettanto violentemente.
Nonostante la condanna ipocrita, "democratica" e aventiniana della battaglia e dell'assedio, etichettate come "violenza antagonista", noi rivendichiamo tutto.

In quella piazza non sono esistiti distinguo tra "buoni" e "cattivi", "antagonisti" e "pacifici". Quella piazza era un pezzo di Genova, della sua classe lavoratrice, della sua popolazione antifascista. Quella piazza esprimeva l'anima migliore della città, che non si arrende, che denuncia lo sfregio del comizio di CasaPound come la complicità di giunte e governi, attuali e passati. Una piazza che, con Genova Antifascista, lancia la prospettiva di una mobilitazione antifascista ma al tempo stesso anticapitalista, come dimostrano i lavori in preparazione del corteo di domenica 30 giugno e delle iniziative dei giorni precedenti.
Perché fascismo, razzismo, sovranismo, sessismo e discriminazioni si combattono con le mobilitazioni di classe e di massa, li si combattono scagliandosi contro lo sfruttamento e l'oppressione, e quindi contro il capitale, la borghesia grande e piccola, i suoi partiti – dal Partito Democratico al M5S – e i suoi governi, di centrosinistra, di centrodestra, tecnici o populisti.
Perché la reazione della piccola borghesia nazionalista e l'illusione della grande borghesia europeista e liberista si combattono con l'autorganizzazione e l'unità di tutta la classe proletaria, italiana e straniera, e con un fronte di massa che unifichi ogni battaglia contro ogni oppressione e discriminazione; per lavorare tutti e tutte, meno ore e a salari maggiori; per avere casa, salute, istruzione, trasporti, servizi pubblici universali, popolari; per una vera democrazia diretta fondata sulla gestione di ogni luogo di lavoro e quartiere da parte di chi vi ci lavora e ci vive.
Perché l'unica risposta alla barbarie, alla reazione e alla guerra si chiama rivoluzione sociale, si chiama comunismo!



Qui trovate gli audio dell'intervista di Radio Onda d'Urto a Cristian Briozzo (Comitato Centrale del PCL)
Cristian Briozzo