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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Contro la repressione, per la lotta di classe

 


Le provocazioni poliziesche contro i manifestanti per la Palestina

13 Aprile 2025

Il 12 aprile si è tenuta a Milano una manifestazione nazionale contro il genocidio in Palestina e contro la guerra. Il corteo, sin da subito, si è dimostrato estremamente partecipato e completamente pacifico.

In questo clima, si è verificata un’ingiustificata carica da parte della polizia nei pressi di Piazza Baiamonti. Una carica a freddo, una pura dimostrazione di forza, mascherata dalla necessità di “fermare dei vandali”. In realtà, i compagni e le compagne fermati sono stati scelti casualmente, indicati nella folla senza alcuna reale motivazione, e portati in questura. Il vero obiettivo era chiaro: intimidire il corteo e ostentare la forza dello Stato.

Non è un caso che la polizia si sia permessa un uso tanto indiscriminato della violenza. È il primo segnale della trasformazione dell’Italia in uno Stato di polizia, portata avanti dal governo Meloni. Né è un caso che tutto ciò sia accaduto poco dopo l’entrata in vigore dei nuovi decreti sicurezza, imposti attraverso l’antidemocratico strumento del decreto legge.

Il governo ha voluto testare la propria forza contro i manifestanti, convinto di spezzare facilmente la resistenza. E invece ha trovato una piazza coesa, determinata, che ha resistito fino all’ultimo, senza paura, respingendo le manovre violente del nemico di classe e portando il corteo fino all’Arco della Pace.

Come Partito Comunista dei Lavoratori condanniamo apertamente le manovre repressive del governo. Esprimiamo la nostra completa solidarietà ai compagni e alle compagne denunciati, e dichiariamo che continueremo a lottare, nonostante la repressione e la violenza dei padroni.

Ai manganelli si risponde con il partito. Alla violenza dello Stato si risponde con la lotta di classe. Ai padroni si risponde con la rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

In difesa dei rave party, da una prospettiva di classe

 


Il "decreto rave party" è un pericolo che interessa anche il movimento operaio

Tutta la solidarietà alle realtà organizzatrici del Witchtek e ai partecipanti. Oltre allo sgombero, denunce e sequestro, è successo qualcosa di più grave: un decreto legge che pretende di essere solo “anti-rave”. Purtroppo, è un attacco da parte del governo che va oltre l’organizzazione delle feste. È un attacco all’organizzazione di molte pratiche di lotta della classe lavoratrice: picchetti, occupazione di abitazioni, occupazione di fabbriche, scioperi, manifestazioni e molto altro ancora. Va sottolineata la solidarietà e la difesa innanzitutto al movimento dei free parties, direttamente interessato e colpito. Non lo si può ignorare perché scomodo o denigrare in modo bigotto perché non adatto ad un falso modello di opposizione sociale di sinistra.


MOLTO PIÙ DI UNA FESTA. CONTRO I FALSI MITI

L’occupazione e l’autogestione è una pratica irritante per la borghesia e i suoi funzionari, poiché aggira le dinamiche generali di profitto e gestione dei loro modelli di festa, che impongono indirettamente l’applicazione di un modello sociale oppressivo e intollerante alle forme di espressività non conformi. È un terreno fertile per lo sviluppo di una nuova coscienza critica. In questi ambienti si è in grado di tutelare e sviluppare molti aspetti discriminati nella società capitalista: dalla libera manifestazione della propria identità di genere alle innovazioni musicali e creative (in tutti i campi artistici), all’accessibilità economica a un grande evento. È più di una festa, è una manifestazione politica, insita nella sua natura per il modo stesso in cui si va ad organizzare e scontrare con l’ordine attuale.


DIFESA DI CLASSE. SMASCHERIAMO LE CHIACCHIERE DEI RIFORMISTI

Non abbiamo nulla da spartire con chi critica questa nuova legge da un versate giuridico costituzionalista e liberal-borghese. La libertà e la Costituzione che difendono è la Costituzione che difende la proprietà privata, che ha tutelato fino ad ora i padroni che inquinano, sfruttano e abbandonano quegli stessi capannoni usati per le feste. Dell’”ordine pubblico”, tanto sbandierato, non ci interessa. Non abbiamo interesse alla governabilità di questo sistema in quanto è lo stesso sistema che ci sfrutta e opprime ogni giorno a lavoro; vogliamo distruggerlo. Questo non vuol dire che non dobbiamo batterci anche per i diritti democratici e conquiste progressive, quanto invece che dobbiamo denunciare le responsabilità di quei briganti che da un lato ci dicono che abbiamo dei diritti in quanto cittadini e dall’altro ce li negano in quanto proletari. Infine, denunciare le illusioni dei partiti riformisti che continuano a cercare di andare al governo nella speranza di una governabilità del sistema capitalista.


CASTLEMORTON 2022

I ricordi portano a quello che fu il Criminal Justice and Public Order Act del 1994 dopo il festival di Castlemorton (Gran Bretagna) del 1992, in cui si criminalizzò la musica «interamente o prevalentemente caratterizzata dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi». Ridicolo allo stesso modo, ma molto più pericoloso per il modo in cui è stato scritto, il decreto italiano è un attacco a campo aperto verso l’organizzazione di dissenso di massa. “Le leggi non ci fermeranno”: purtroppo, a volte, le leggi e i poteri dello Stato hanno un grande peso anche nello sviluppo dell’opposizione sociale. Le crew emigrate dall’Inghilterra in seguito alla legge del 1994 sono una dimostrazione. Quindi, con la consapevolezza che la realtà non dipende solo dalle idee, non possiamo innanzitutto accettare che questa legge passi senza una degna opposizione di massa. Tanto più ora bisogna raggruppare tutte le forze, le crew che organizzano free parties, con le organizzazioni del mondo del lavoro, realtà di lotta, associazioni e sindacati. Costruire un fronte unico di massa e di classe che sappia rispondere all’attacco dello Stato con altrettanta forza.

Non ci limitiamo a chiedere che la spada del boia sia costituzionale, noi chiediamo la decapitazione del boia. Per una prospettiva anticapitalista, internazionalista e rivoluzionaria, dobbiamo partire da alcune rivendicazioni immediate:

• Dissequestro senza multe delle attrezzature musicali e mezzi di trasporto
• Ritiro delle denunce agli organizzatori
• Nessuna conseguenza per le persone identificate
• Abolizione del decreto rave party
• Organizzazione di una cassa di resistenza internazionale contro denunce e sequestri
• Per una grande manifestazione nazionale in risposta all'attacco dello Stato
• 10, 100, 1000 rave contro l'ordine pubblico borghese. Viva l'autorganizzazione degli oppressi!





Alleghiamo un comunicato per le spese legali che dovranno affrontare i partecipanti al rave di Modena.

Ciao a tutti ragazzi all’uscita del witchtek 2k22 sono stati sequestrati gli impianti audio a 16 diverse crew
Stiamo cercando di capire come risolvere al più presto questa situazione per riprendere le nostre cose e tornare a farvi ballare tutti!
Ci saranno dei benefit in molti locali/occupazioni in tutta Italia per far fronte alle spese legali che tutte le crew interessate dovranno affrontare
Chiediamo però anche a voi di darci se volete una mano
Metteremo qua sotto una carta dove poter fare ricariche o bonifici perché vuole darvi una mano.
Noi vi abbiamo fatto ballare e divertire, ora però c’è bisogno del vostro aiuto per tornare a farlo!
Ringraziamo tutti i partecipanti che ci hanno supportato dall’inizio alla fine!
Non è finita qua! State connessi ragazzi!!

I SOLDI RICAVATI SARANNO UTILIZZATI PER FAR FRONTE A TUTTE LE SPESE LEGALI CHE LE 16 CREW INTERESSATE DOVRANNO AFFRONTARE.
CARTA INTESTATA A FEDI EDOARDO
5333 1711 2932 1192
FDEDRD99C03I726T
IBAN: IT71K3608105138208471108481

Luca Gagliano

Dalla sinistra del Donbass la condanna del regime di Putin e dei suoi lacchè in Donbass

 


Un comunicato (scritto alla vigilia della guerra) di forze della sinistra delle repubbliche di Lugansk e Donetsk, i costruttori dei battaglioni operai della rivolta anti-Maidan del 2014

I pacifinti (tra cui risalta ad esempio il dirigente del PRC Paolo Ferrero, che all’epoca in cui era ministro del governo Prodi votò le guerre in Afghanistan e Iraq e l’aumento delle spese militari nel bilancio), i pacitonti (molti a sinistra, anche inattesi) e i mezzo putiniani (come i dirigenti della Rete dei Comunisti, e quindi della USB) utilizzano sovente per difendere le loro posizioni l’oppressione del popolo russo e/o russofono del Donbass per argomentare il carattere nazista o quasi nazista del regime ucraino, a volte contrapponendolo a quello delle repubbliche “popolari” di Lugansk e Donetsk.
Del resto questo è stato (accanto all’attacco a Lenin e ai «comunisti bolscevichi» che avrebbero «inventato» l’Ucraina) l’argomento specioso usato da Putin per giustificare la sua “operazione militare speciale” contro l’ Ucraina.
I compagni del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) di Russia, nel magnifico comunicato contro la guerra del 24 febbraio, hanno chiarito che si tratta di una totale ipocrisia e falsità. Tuttavia gli antiucraini e filoputiniani di fatto continuano a utilizzare questi argomenti.
Come i lettori del nostro sito sanno, noi abbiamo condannato gli avvenimenti di Maidan del 2014, individuando in essa una rivolta reazionaria, in cui hanno avuto un ruolo determinante settori fascisti e nazisti, seguita da un colpo di stato e poi del terribile massacro di Odessa. Abbiamo quindi appoggiato la rivolta del popolo russo e russofono del Donbass, rivendicato il diritto alla loro autodeterminazione (come la Crimea, di cui non mettiamo in discussione la giustezza dell’appartenenza alla Federazione Russa) e condannato l’azione militare del governo e delle milizie reazionarie ucraine contro di loro. Ma abbiamo fatto ciò non per il carattere progressivo dei regimi russo e delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, ma nonostante il carattere reazionario di essi.
Qualche ingenuo si è lasciato abbagliare dalle vecchie bandiere e simboli sovietici presenti in queste repubbliche e tra le loro milizie, ma si tratta solo di fuffa.
A confermarlo la dichiarazione che pubblichiamo qui sotto (dal sito www.resistenze.org), che proviene dai partiti di sinistra del Donbass. Non sono partiti trotskisti, piuttosto sono partiti stalinisti o semistalinisti di sinistra. La cosa più importante è che essi sono stati le colonne portanti dei famosi battaglioni operai (in particolare dei minatori) della rivolta del 2014. Anche su questo si fonda in parte la mitologia di pseudopacifisti oggettivamente putiniani, anche in buona fede. Ma questi battaglioni, almeno come erano all’inizio, non esistono più. E quel che è peggio è che, come scrivono i compagni, i cui partiti sono repressi, almeno a Donetsk, più che a Kiev, i loro organizzatori e comandanti sono stati quasi tutti assassinati, e non da agenti del governo di Kiev ma da gangster al servizio degli oligarchi capitalisti che dominano nelle repubbliche “popolari”, per cui qualsivoglia espressione di autonomia di classe, per quanto confusa o limitata, era inaccettabile. Tutto ciò è chiaro nel testo dei partiti di sinistra del Fronte Operaio del Dombass.
Naturalmente noi non condividiamo tutte le loro posizioni. Non è del tutto chiaro se essi si battono per una vera rivoluzione socialista o per un'utopica “democrazia popolare”. Il loro concetto di fascismo non è quello corretto. Infatti per loro ogni governo reazionario è appunto fascista. Aggiungiamo che il testo è della vigilia della guerra (19 febbraio), e noi non conosciamo le loro precise posizioni attuali.
Ma quello che è importante è che smontano le assurdità sullo scontro tra “nazisti” e “progressisti”, chiarendo il carattere reazionario di tutti i governi e l’assenza di ogni differenza qualitativa tra di essi. E in questo senso esplicano il senso delle nostre posizioni: sempre in difesa dei popoli o delle comunità oppresse, indipendentemente dalle loro direzioni, contro le potenze maggiori, e quindi ieri con il Donbass russo e russofono in rivolta e oggi contro il tentativo di Putin di distruggere l’Ucraina indipendente, frutto lontano della rivoluzione dell’Ottobre 1917. E sempre dal punto di vista proletario indipendente e per il socialismo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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PROSPETTIVA PER IL DONBASS - DICHIARAZIONE DEI PARTITI COMUNISTI E OPERAI DEL DONBASS, RUSSIA E UCRAINA

19/02/2022


La questione dell'aggravarsi della situazione nel Donbass è da tempo al centro dell'attenzione della politica e dei media mondiali. La Duma, su iniziativa della frazione rappresentata dal Partito Comunista della Federazione Russa, ha votato a maggioranza un appello al presidente Putin per riconoscere le repubbliche del Donbass della DNR e LNR come stati indipendenti. Questa situazione e questo appello non giungono nuovi e inaspettati per i nostri partiti. E' dal 2014 che questa situazione è in sviluppo, e le sue precondizioni sono state create molto prima, come risultato della controrivoluzione del 1991 e del crollo dell'URSS. La nostra posizione su tutto l'intero complesso di questioni relative alla situazione nel Donbass, in particolare su quella dell'autonomia delle repubbliche popolari, è stata sviluppata e ufficialmente approvata congiuntamente dai comunisti del Donbass, della Russia e dell'Ucraina alla conferenza "Sulla strategia e la tattica del movimento comunista e operaio del Donbass", che si è tenuta a Lugansk nel novembre del 2019.

La conferenza ha adottato una risoluzione che raccomanda ai comunisti di Russia, Ucraina e Donbass di sostenere la necessità di rispettare la decisione dei referendum nel Donbass dell'11 maggio 2014 e di chiarire come attuare praticamente l'autonomia delle repubbliche LNR e DNR ("senza riconoscimento", come la Transnistria), lavorando al contempo per il riconoscimento delle Repubbliche popolari da parte della Federazione Russa e persino per la loro incorporazione nella Federazione Russa.

Così, era stata sviluppata la posizione dei nostri partiti e dei movimenti che si orientavano sulle nostre stesse posizioni, tre anni prima che la Duma di Stato facesse il suo appello.

Naturalmente, i comunisti sanno bene che la discussione nella Duma in questo caso non è stata originata da un improvviso impulso nobile, ma piuttosto da un ordine dalle autorità. È una specie di pallone sonda, lanciato nel contesto politico dei negoziati tra i leader e i diplomatici russi e occidentali. Per il popolo del Donbass, tuttavia, questo è il momento di un compito atteso da tempo e duramente conquistato: risolvere problemi urgenti, non solo la sicurezza militare, ma soprattutto economica, per migliorare la situazione delle repubbliche popolari. Siamo a favore del riconoscimento non solo sulla carta ma, soprattutto, nei fatti: aiutando a rimettere in sesto l'economia e la vita quotidiana del popolo, organizzando un'economia normale (e non l'attuale ladra), impedendo il saccheggio del potenziale economico da parte dei "proprietari effettivi" - siano essi truffatori russi o signori locali, che hanno da tempo espulso quei minatori e trattoristi che hanno dato il sangue contro i nazisti, da una autentica partecipazione alla vita politica, e agiscono secondo i modelli capitalistici.

Allo stesso tempo abbiamo spiegato fin dall'inizio e stiamo spiegando che l'aiuto della Federazione Russa può e deve essere accettato, ma la Russia imperialista non è l'Unione Sovietica, e che chi segue Vlasov è migliore di chi segue Bandera. Questo è stato dimostrato nell'ottobre del 1993.

Capiamo anche che in questa fase il regime borghese russo potrebbe non concedere il pieno riconoscimento diplomatico della DPR e LPR. Dopo tutto, in questo caso perderebbe la sua principale carta vincente, che gioca costantemente: la richiesta all'Ucraina di attuare gli accordi di Minsk, cosa impossibile per le attuali autorità di Kiev a causa della loro natura nazista.

Ma nel quadro degli accordi di Minsk questo è impossibile anche per le repubbliche popolari del Donbass. Che tipo di indipendenza possono avere le repubbliche secondo questi accordi, che le considerano parte integrante dell'Ucraina? Se l'Ucraina fosse stata ripulita dai fascisti, allora potremmo anche parlarne. Ma oggi questo fatto è semplicemente ignorato. E non è un caso che l'appello preparato dai deputati dica che il riconoscimento è richiesto per "sostenere i residenti di alcune zone delle regioni di Doneck e Lugansk dell'Ucraina che hanno espresso il desiderio di parlare e scrivere in russo, che desiderano osservare la libertà di religione e che non sono d'accordo con le azioni delle autorità ucraine..." e non affatto perché i residenti di queste repubbliche non cadano sotto il potere di un regime fascista. Dopo tutto, non è stato solo per la libertà religiosa che sono insorti nel 2014. Sono insorti per combattere il fascismo che era diventato la forza dominante in Ucraina! Per respingere il fascismo, il popolo fu costretto a dichiarare la propria indipendenza.

Ed è molto caratteristico che la stessa parola "fascismo" non venga pronunciata in relazione al governo banderista, nemmeno nelle capitali occidentali, nemmeno al Cremlino. E questa è una valutazione di classe severa della situazione. Non chiamano le cose con i loro nomi propri e contrattano sullo sfondo della tragedia in corso, non perché gli Stati Uniti e l'UE sono canaglie al potere e il Cremlino è troppo morbido e permissivo, ma perché sia gli Stati Uniti e i loro alleati europei che il Cremlino sono governati dalla stessa classe di quelli di Kiev. Recentemente, Putin ha espresso la sua ammirazione per il "filosofo" I. Il'in, aperto apologeta dei nazifascisti, al quale si stanno erigendo monumenti e targhe in Russia, istituendo medaglie e ripubblicando opere... Anche in Russia, più tranquilla che in Ucraina, si coltiva l'anticomunismo, si demoliscono monumenti, si rinominano città e strade, si denigra la storia sovietica, si sopprimono diritti e libertà democratiche e si impone uno stato di polizia.

Gli imperialisti sono sempre in forte concorrenza tra loro, ed è nel loro interesse indebolire la concorrenza. L'esempio della lotta contro Nord Stream per catturare il mercato europeo del gas liquefatto dagli Stati Uniti è abbastanza eloquente. Solo affari, come dicono i signori. In sostanza, una sete sfrenata di profitto! È precisamente a questo scopo che gli imperialisti occidentali traggono vantaggio dal mettere i popoli di Russia e Ucraina l'uno contro l'altro, continuando così logicamente la distruzione dell'eredità dell'Unione Sovietica. Hanno avuto successo in molti modi. Ma la spina dorsale del movimento di resistenza alle loro politiche inumane è la classe operaia del Donbass, gli stessi minatori e trattoristi il cui contributo alla lotta contro i fascisti è stato ricordato da Putin. Il sentimento sovietico dominava questo movimento e le bandiere rosse dell'URSS erano i simboli di questa lotta. Il desiderio della borghesia di tutte le parti in competizione di schiacciare questa resistenza è naturale - e in questo non sono nemici, ma simili e alleati.

È per questo che facciamo costantemente capire ai lavoratori che le crepe nel campo del capitale possono e devono essere sfruttate, ma dobbiamo essere vigili. Le autorità russe, che oggi forniscono assistenza occasionale al Donbass, sono allo stesso tempo in costante contrattazione con gli Stati Uniti e l'UE e in qualsiasi momento possono tradire e svendere, cancellare i risultati della lotta disinteressata del popolo lavoratore del Donbass contro i fascisti. Noi comunisti siamo del parere che non ci può essere pace e unità con i fascisti. Che l'esistenza delle repubbliche popolari, anche con il loro attuale status di "non riconosciute", è di gran lunga preferibile per i lavoratori che la loro sottomissione ai punitori fascisti. E se il riconoscimento può essere ottenuto, ancora meglio. È meglio ottenere l'unificazione delle forze LNR e DNR in un'unica unione, come, per esempio, è stato proposto nel progetto Novorossija nel 2014. Ma nel farlo, non perdiamo mai di vista la prospettiva. E la migliore prospettiva per il popolo del Donbass è la vittoria del socialismo sia in Russia che in Ucraina. Allora la questione di dove e come entrare diventerebbe una non-questione, e sarebbe decisa dai lavoratori stessi, unendosi in un nuovo stato di operai e contadini - la nuova Unione Sovietica. Questo è lo stato di cose più auspicabile per i lavoratori!

La direzione principale della lotta per questo obiettivo è l'organizzazione della classe operaia attraverso l'unificazione del Fronte Operaio, i sindacati operai, i soviet operai, e il rafforzamento delle organizzazioni comuniste delle repubbliche. Nel'appello della Duma al presidente, i deputati lodano le repubbliche non riconosciute perché avrebbero "costruito in esse organismi democratici sulla base dell'espressione della volontà del popolo". Non c'è niente di simile! La DNR e la LNR hanno perso da tempo lo spirito rivoluzionario originario della democrazia popolare. Gli impulsi ingenui e sinceri di stabilire un vero potere del popolo, per i quali hanno combattuto il capo brigata Mozgovoj, i comandanti delle milizie popolari Dremov, Givi, Motorola, Batman e altri capi miliziani, uccisi in circostanze e clienti poco chiari, sono in gran parte sepolti. Attraverso gli sforzi della borghesia locale e russa si sono instaurati i soliti regimi capitalistici reazionari, con una democrazia ridotta, con un alto grado di sfruttamento dei lavoratori, stratificazione sociale, con il potere del capitale criminalizzato sotto lo slogan della "democrazia popolare", che in realtà è una dittatura borghese. Le autorità coprono cinicamente i loro abomini, dal mancato pagamento dei salari e il divieto di qualsiasi protesta e sciopero all'esclusione delle milizie, dei lavoratori, proprio quei minatori e trattoristi dalla vita politica e dalle elezioni con la legge marziale. Così ai compagni nel Donbass tocca lottare in condizioni particolarmente difficili. E la classe operaia del Donbass, come la classe operaia della Russia e dell'Ucraina, conduce una lotta comune contro la dittatura della borghesia.

I comunisti alla conferenza di Lugansk 2019 hanno determinato: lotta per la causa operaia, ecco la nostra strategia! Deve essere unificante per tutte le forze che lottano contro il fascismo e, quindi, contro il capitalismo. Il tema del Fronte dei Lavoratori, la lotta per la causa operaia, è la direzione strategica della lotta comune. Deve essere un tema unificante per tutte le organizzazioni dei lavoratori nel Donbass, nella Federazione Russa, in Ucraina e in tutti i Paesi!

La vittoria sarà dei lavoratori!

Partito Comunista Operaio Russo
Organizzazione Comunista Operaia della LNR
Fronte Operaio del Donbass
Fronte Operaio dell'Ucraina


Non è il green pass la frontiera dello scontro

 


Un commento del Collettivo di fabbrica GKN a una dichiarazione dei portuali di Genova

Pubblichiamo questo post dei lavoratori del Collettivo di fabbrica GKN sulla vicenda del green pass, che ci pare positiva e significativa. Non ricalca esattamente la nostra posizione ma va, a nostro avviso, nella giusta direzione. Non solo perché evita di assumere come riferimento il sindacato autonomo a direzione reazionaria del porto di Trieste, distinguendolo nettamente dal Collettivo dei portuali di Genova segnato al contrario da un profilo chiaramente classista e antifascista («la nostra famiglia»), ma soprattutto perché denuncia la falsità del terreno “no green pass” come frontiera dello scontro, ponendo invece la necessità di una mobilitazione generale della classe operaia che ponga al centro un programma complessivo su licenziamenti, delocalizzazioni, appalti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. Le questioni vere dello scontro sociale.

È vero, come dicono i compagni della GKN, nei luoghi di lavoro la misura è colma. Non a causa di un certificato ma a causa dello sfruttamento capitalista, del governo che lo rappresenta, di una burocrazia sindacale che non lo combatte ed anzi lo copre. È in questo quadro d'insieme che si debbono contrastare le modalità di gestione del green pass da parte di governo e Confindustria (cancellazione dello stipendio, frequente inaccessibilità dei tamponi, abusi padronali...). Invece dirottare la rabbia sociale sul green pass in quanto tale significa muoversi oggettivamente a rimorchio dei no vax e di pulsioni reazionarie, indipendentemente da ogni illusione soggettiva, lasciando passare così la vera offensiva dei padroni e di Draghi. Ci pare che i compagni del collettivo GKN, con la loro nota, aiutino a capirlo.





Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.

Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.

Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.

In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.

Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.

Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre.

Collettivo di fabbrica - Lavoratori GKN Firenze

SCR costruisce una propria area in CGIL, l’opposizione continua ad essere RT!

Comunicato della Commissione sindacale del PCL sulla nascita della nuova "area" in CGIL, denominata "Le giornate di marzo"

L'uscita di Sinistra Classe Rivoluzione (SCR) dall’area programmatica congressuale di RiconquistiamoTutto! (RT!) è il punto conclusivo di una lunga deriva settaria (nella CGIL come più in generale nella sua azione politica, nei movimenti e nelle lotte). L'uscita infatti non è solo scorretta per i modi in cui si è avverata, senza un solo avviso ai compagni e alle compagne con cui, bene o male, da anni si lottava fianco a fianco (un colpo basso, in contrasto proprio con quelle giornate di marzo che SCR ora vorrebbe rappresentare e che sono quanto di più nobile espresso dalla classe lavoratrice quest'anno).
Per quanto dolorosa, comunque, questa uscita non è improvvisa e inaspettata.
Come infatti scrivevamo fin dalla risoluzione del Comitato Centrale del PCL del dicembre scorsoSCR aveva avviato evidenti "dinamiche di sganciamento". Come mai il gruppo dirigente di RT! non se ne è accorto?

Non crediamo nemmeno che si possa incolpare, come viene fatto da una parte del gruppo dirigente dell’area sindacale, l'ingerenza dei partiti al suo interno, dando per scontato che i partiti siano un male. Per noi è il contrario. In primo luogo, in generale, l’impegno politico dei militanti sindacali, e quindi anche la loro partecipazione ad organizzazioni politiche, non può che sostenere quel processo più ampio di sviluppo della coscienza di classe che è inevitabilmente necessario per svilupparne la lotta. In secondo – ma non secondario – luogo, in questi ultimi venti anni la sinistra sindacale della CGIL ha subito progressive derive burocratiche, spesso isolando e disperdendo avanguardie radicate nelle singole realtà di lavoro: è stata proprio una rete di militanti politici nella CGIL che ha permesso, in alcuni passaggi fondamentali, di tenere dritta la barra, e la spina dorsale, e di perseguire controcorrente un raggruppamento conflittuale e classista, tessendo relazioni tra diversi settori sindacali e politici, oltre che tra diverse avanguardie nei posti di lavoro, e impedendo così di esser risucchiati nelle dinamiche burocratiche della CGIL (dalla stessa fondazione della "Rete 28 aprile" nel 2004 alla rottura con "La CGIL che vogliamo", permettendo quindi la costruzione di "Il sindacato è un'altra cosa-Riconquistiamo Tutto"). Anche per questo, in un’area plurale che raccoglie diverse pratiche sindacali e diverse sensibilità politiche, abbiamo sempre ritenuto e continuiamo a pensare che il suo sviluppo non passi per la negazione, l’isolamento e tanto meno l’estromissione delle soggettività presenti, ma anzi per il libero sviluppo del confronto, della discussione, dell’espressione dei diversi punti di vista e delle diverse impostazioni.

La deriva settaria e “politicista” di SCR si evidenzia nella scelta di costruire una nuova "area" fatta a immagine e somiglianza della sua organizzazione politica, semplice espressione e proiezione di sé stessa. Una scelta sicuramente autoreferenziale, ma figlia anche della sua personale e legittima visione della costruzione del conflitto, del sindacato e del partito di classe. Una visione con cui, al pari di tutte le altre presenti, RT! dovrebbe imparare a fare i conti.

SCR lamenta l'assenza di RT! nelle giornate di marzo, dimenticando che a marzo SCR aveva nell’area una significativa influenza, oltre che una presenza radicata, in particolare in alcune fabbriche e aziende emiliane. In realtà RT! è stata presente a marzo dove ha potuto e come ha potuto, in alcune situazioni con un ruolo non secondario proprio nell’innesco di quell’ondata, portando a casa anche alcuni risultati importanti. Certo, RT! non ha egemonizzato le giornate di marzo, perché se lo avesse fatto avrebbe avuto un radicamento di massa, che è precisamente il problema non solo di RT! ma di tutta l'estrema sinistra e del sindacalismo di classe, SCR compresa.
La mitologia di SCR sembra dire l'esatto opposto: l'area non ha fatto niente ma dove era presente SCR la classe è avanzata come un rullo compressore. Se così fosse, non si capirebbe come SCR non sia stata capace in questi anni di conquistare almeno l'egemonia di RT!. Ammantare di mitologia la propria uscita impedisce di vedere i reali problemi dell'area.

RT! è da tempo in difficoltà e in una fase di ripiegamento. Estremamente limitata e schiacciata dalla burocrazia CGIL, particolarmente dopo l’ultimo congresso, ha faticato a sviluppare una propria linea generale alternativa (come aveva invece impostato nei rinnovi contrattuali precedenti, entrando in sintonia e relazionandosi con dinamiche di classe anche estese, come mostra l’ampio dissenso di numerosi rinnovi). Una fatica determinata anche da arretratezze e incapacità del suo gruppo dirigente, come evidenziato da alcune derive verticistiche (vedi la penosa questione pisana). Una fatica evidenziatasi anche nella stessa battaglia di marzo, rimanendo chiusa nella ridotta del conflitto azienda per azienda e non ponendosi il problema della generalizzazione delle lotte, oltre che focalizzandosi sulla lotta per la salute ("chiudiamo le fabbriche"), senza generalizzare la lotta anche per il salario (la vera sicurezza è stare a casa pagati, non chiudere semplicemente le fabbriche).
Un ritardo segnato nei mesi scorsi dall’assenza di una piattaforma di lotta generale e unificante di tutta la classe lavoratrice di fronte all’emergenza della crisi sanitaria, economica e sociale, e dalla ritrosia nel partecipare organicamente ai diversi percorsi di fronte unitario dell’avanguardia politica e sindacale di classe.

Questi problemi dell'area chiamano in causa in primis il gruppo dirigente. Noi, pur segnalando tutti i problemi soggettivi interni all'area, non dimentichiamo però che in ultima analisi dipendono dalla lotta che a marzo, nonostante la generosità degli operai, ha evidenziato le divisioni tra le diverse realtà ed i diversi settori di classe, e quindi segnato una nuova sconfitta per la classe lavoratrice, grazie alla complicità di Landini e della CGIL col governo Conte. Se così non fosse, i padroni non avrebbero insistito così spudoratamente su tutte le loro pretese.

Il destino dell’opposizione nella CGIL, dello sviluppo di un’area classista e conflittuale, al netto dei problemi segnalati che vanno assolutamente rimossi, dipende oggi soprattutto dalla riscossa dei lavoratori e delle lavoratrici il prossimo autunno, con la precipitazione delle crisi e della conseguente offensiva padronale. Ovviamente, non è scontata. A noi spetta il compito di arare il terreno, lottando contro la burocrazia di maggioranza, e per una democrazia cristallina in RT!.

In ogni caso, quando il conflitto si riaccenderà, non rifiuteremo certo la collaborazione di chi vorrà porsi su quel terreno di conflitto e di costruzione di un’alternativa classista, nella CGIL e soprattutto nelle lotte di lavoratori e lavoratrici. L’opposizione in CGIL continua infatti ad essere RT!. E il suo primo compito, da qui in avanti, è rimarcarlo al meglio.

La battaglia per la costruzione di una tendenza che sia classista, anticapitalista e rivoluzionaria, per portare avanti l’obiettivo di conquistare alla prospettiva della rivoluzione socialista la maggioranza della classe lavoratrice, è il compito dei marxisti rivoluzionari. Il Partito Comunista dei Lavoratori si muove con i suoi militanti e le sue militanti in questa direzione.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale