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Primo maggio, per un'alternativa anticapitalista e socialista

 


1 Maggio 2025

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del Primo maggio

La nuova direzione dell'imperialismo USA punta ad una spartizione del mondo fra grandi potenze (USA, Russia, Cina), offrendo all'imperialismo russo un ruolo negoziale su scala globale. Il suo obiettivo è separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese per contrastare l'ascesa di quest'ultimo. Gli imperialismi europei vengono scavalcati. Il ridimensionamento della presenza USA in Europa, il riconoscimento alla Russia del diritto ad ampliare la propria area di influenza nel vecchio continente, la rivendicazione di un controllo USA sull'intero continente “americano” (...esteso alla Groenlandia!), l'avvio di una guerra commerciale mirata principalmente contro la Cina sono tutti tasselli del “Fare di nuovo grande l'America”. È il tentativo americano di rimontare la propria crisi di egemonia.

Non sappiamo se la manovra di Trump avrà successo. Ma già ora osserviamo le sue ricadute sulla classe operaia e sui popoli oppressi.

Ogni imperialismo cerca di arruolare i salariati sotto la propria bandiera. Gli imperialismi europei - sgomitando tra loro- avviano una grande operazione di “riarmo” per prenotare un posto a tavola nella spartizione mondiale, a carico di sanità, istruzione, diritti sociali. Il protezionismo alzerà i prezzi ovunque a spese dei salari, mentre le delocalizzazioni in direzione degli USA colpiranno i posti di lavoro in Europa. Intanto negli USA decine di migliaia di salariati vengono licenziati dalla pubblica amministrazione, per ridurre le tasse sui capitalisti. Mentre le spese globali in armamenti superano i tremila miliardi: ogni imperialismo vuol sedersi al tavolo con la pistola in fondina ben carica. In una prospettiva storica è la corsa verso una guerra mondiale. Nessun imperialismo oggi la vuole. Ma tutti in forme diverse rischiano di concorrervi.

I popoli oppressi sono le prime vittime delle manovre imperialiste.
L'Ucraina, invasa tre anni fa dall'imperialismo russo, è oggi minacciata dalla nuova tenaglia russo americana. Tra una Russia che reclama il proprio bottino di annessioni, e gli USA che puntano alle risorse minerarie ucraine: si prepara una pace per procura. Quanto agli imperialismi europei si candidano a protettori militari di una futura pace imperialista.

La Palestina resta più che mai sotto le bombe dello Stato sionista, col concorso di tutti gli imperialismi. Trump ha dato carta bianca a Netanyahu nel massacro senza fine di Gaza e nel terrore sempre più brutale in Cisgiordania. Gli imperialismi europei, Italia inclusa, continuano a sostenere militarmente Israele. Quanto all''imperialismo russo non mette certo a rischio le sue relazioni con Trump per la Palestina, né peraltro ha mai rotto il proprio rapporto con Israele. Il progetto annessionista della Grande Israele si avvale di tutte queste complicità.

L'attuale scenario mondiale riassume il bilancio di trent'anni. Le classi dirigenti liberali che dopo il crollo del muro di Berlino avevano annunciato un futuro di pace e prosperità sono di fronte al proprio fallimento. La sinistra riformista internazionale, subordinandosi ciclicamente ai governi liberali ha concimato il terreno della propria disfatta. Le tendenze reazionarie capitalizzano la crisi congiunta di liberalismo borghese e riformismo, sia in America che in larga parte d’Europa.

In Italia i tre anni di governo Meloni riassumono, in forma particolare, lo scenario mondiale. Il suicidio della sinistra cosiddetta “radicale” tra le braccia di Prodi, alla vigilia della grande crisi capitalistica del 2008, ha spianato la strada all'onda lunga del populismo reazionario tra le stesse fila dei salariati. La subordinazione delle direzioni sindacali ai governi borghesi dell'ultimo decennio (Monti, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi) ha fatto il resto. Il risultato è che il 58% dei salariati in Italia si astiene dal voto, mentre il 39% dei salariati che votano sostengono Fratelli d'Italia. Un disastro. Ciò che oggi incoraggia il governo Meloni nella stretta repressiva contro lotte e diritti (Decreto 1660), nel perseguimento di una riforma istituzionale reazionaria (premierato e autonomia differenziata), nell'attacco ai diritti delle donne e di tutti i settori particolarmente oppressi.

Tanto più in questo quadro il PCL sostiene attivamente la campagna per cinque SI referendari alla abrogazione di leggi antioperaie ed antidemocratiche, a difesa del lavoro e dei diritti di cittadinanza. Ma è necessario combinare l'iniziativa referendaria con una svolta radicale sul terreno della lotta di classe. Una svolta che dia a milioni di lavoratori e lavoratrici una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti in cui riconoscersi e una ritrovata fiducia nella propria forza. Per un aumento generale dei salari di almeno 400 euro netti, una riduzione dell'orario di lavoro a 30/32 ore pagate 40, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il raddoppio dell'investimento pubblico in Sanità, istruzione, lavoro, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Solo una grande vertenza generale attorno a queste rivendicazioni può unificare il mondo del lavoro, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. In direzione di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa.

Più in generale non c'è via d'uscita dall'imbarbarimento del mondo fuori da una prospettiva anticapitalista e socialista. Il proletariato mondiale non è mai stato tanto forte nei numeri, con oltre due miliardi di salariati. Ma la sua coscienza ha subito un arretramento storico, per responsabilità delle sue direzioni. Ricostruire una coscienza anticapitalistica nel proletariato internazionale, è l'unica via per rilanciare la sua capacità di egemonia su tutte le lotte di liberazione. Ma per ricostruire la coscienza rivoluzionaria è necessaria l'azione organizzata di una avanguardia, in ogni paese e su scala mondiale. Di un partito rivoluzionario leninista.


NO AL RIARMO IMPERIALISTA E ALL'ECONOMIA DI GUERRA

PER I DIRITTI DI AUTODETERMINAZIONE DI TUTTI I POPOLI OPPRESSI, CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI VECCHI E NUOVI.

NO AL COLONIALISMO SIONISTA E ALLA SUA BARBARIE.
PER UN SOSTEGNO INCONDIZIONATO ALLA RESISTENZA PALESTINESE.
PER LA CONVERGENZA TRA RESISTENZA PALESTINESE, RESISTENZA KURDA E RIVOLUZIONE ARABA.
PER UNA PALESTINA UNITA DAL FIUME AL MARE, DEMOCRATICA, LAICA, SOCIALISTA, IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE

NO ALLA SPARTIZIONE IMPERIALISTA DELL'UCRAINA.
PER IL RITIRO DELLE TRUPPE RUSSE DAI TERRITORI CONQUISTATI CON L'INVASIONE DEL 24 FEBBRAIO 22.
NO AL SACCHEGGIO DELLE RISORSE UCRAINE
PER UNA PACE SENZA ANNESSIONI.
PER L'AUTODETERMINAZIONE DEL DONBASS.

VIA IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI, GOVERNO REAZIONARIO DI POLIZIA.
PER UNA SVOLTA DI LOTTA GENERALE CHE UNIFICHI LA CLASSE LAVORATRICE E ATTORNO AD ESSA TUTTI I SETTORI OPPRESSI DELLA SOCIETA'
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, UNICA VERA ALTERNATIVA.

SOCIALISMO O BARBARIE.

PER UNA INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIA DEL PROLETARIATO:
PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!




(volantino allegato in fondo alla pagina)

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra della Turchia contro i curdi: una questione di sopravvivenza personale per Recep Tayyip Erdogan

Pubblichiamo questo articolo dal compagno Sungur Savran, segretario del DIP, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Turchia, a ridosso della terribile strage di Ankara. Di fronte alla prospettiva di svolta reazionaria contro i kurdi e il movimento operaio turco, si afferma con assoluta attualità la necessità di una prospettiva rivoluzionaria per continuare la lotta contro Erdogan e instaurare un governo dei lavoratori in Turchia e in tutto il Medio Oriente. Solo l'abbattimento della dittatura di banchieri, industriali, petrolieri può garantire la pace e la fine delle stragi in Medio Oriente.


La città curda di Cizre, un insediamento con una popolazione di circa 150.000 anime nella Turchia sud-orientale, si trova per la seconda volta sotto assedio delle forze armate turche e delle cosiddette "forze operative speciali" della polizia, dopo che il precedente assedio era stato revocato per una tregua di due giorni. Oltre al coprifuoco ci sono tagli all'erogazione di elettricità, e vige l'interruzione di tutti i mezzi di comunicazione, compresi i cellulari ed internet. Dopo il primo assedio è venuta fuori tutta l'evidenza del terribile dramma umano. Uccisi oltre 30 civili, di età compresa fra i 35 giorni di vita di un bambino ed i 75 anni di un anziano. Prima che l'assedio fosse tolto, fonti governative dichiaravano che le forze di sicurezza avevano ucciso più di una dozzina di combattenti del PKK, negando vittime civili. Come un neonato ed un vecchio possano aver contribuito alla lotta del PKK, secondo i portavoce governativi, rimane un mistero irrisolto, di fronte all'evidenza del fatti.

La situazione critica di Cizre non è che l'ultimo e più drammatico episodio in una guerra che lo Stato turco ha scatenato contro i suoi cittadini nelle regioni curde a partire dallo scorso luglio. Col pretesto del massacro di Suruç del 20 luglio, in cui rimasero uccisi - da un attentato suicida con tutta probabilità opera dell'ISIS - 32 giovani attivisti di sinistra turchi che stavano partecipando ad una conferenza di solidarietà con il popolo della città curda di Kobane, il governo turco guidato dall'AKP, il partito di Recep Tayyip Erdogan, ha dato inizio ad una guerra... non contro l'ISIS ma contro il PKK ed il popolo curdo! È vero che il governo dell'AKP aveva concesso agli Stati Uniti l'uso della base aerea di Incirlik per bombardare l'ISIS ed aveva accettato di partecipare ai raid aerei. Ma questa era solo una manovra dissimulatoria mentre in realtà la Turchia si stava imbarcando in un attacco su ampia scala al movimento curdo, evitando tensioni con gli Stati Uniti alle prese con una difficile operazione militare.

La guerra della Turchia non è solo contro il PKK, ma contro il popolo curdo intero. Ed ha almeno tre diversi aspetti. Il primo è il conflitto militare tra le forze armate turche ed il PKK, che finora ha assunto la forma dei bombardamenti aerei turchi sui campi del PKK nell'Iraq settentrionale, nel territorio del Governo Regionale Curdo, presieduto da Barzani, stretto alleato degli americani e della Turchia. Il PKK per ritorsione ha iniziato ad uccidere soldati e poliziotti turchi, compiendo ai primi di settembre nel giro di 48 ore due spettacolari incursioni in cui sono caduti 16 soldati turchi nel sud-est del paese e 13 poliziotti turchi nel nord-ovest. La grande distanza geografica tra le due località, così come le pesanti perdite subite dalle forze turche, dimostrano come il PKK disponga di una forza formidabile.

Il secondo aspetto della guerra è quello del tentativo da parte dello Stato di pacificare i focolai nei centri del Kurdistan turco. I negoziati tra il governo turco ed il PKK per un "processo risolutivo" sono in corso dal 2013. Tuttavia, non a tutti nel Kurdistan è andato a genio questo processo. Abdullah Ocalan, lo storico dirigente del PKK, chiuso in prigione dal 1999, è l'architetto di questo processo. Ma ci sono altri attori in scena. Quelli ufficiali sono il PKK con base nell'Iraq del nord, e l'HDP, il Partito Democratico del Popolo, una sorta di avatar del movimento parlamentare curdo che ha unito le sue forze ad una coalizione di partiti e movimenti socialisti turchi. Tra questi tre attori, Ocalan è il più possibilista, mentre il PKK iracheno proietta un'immagine più intransigente. Ma c'è un quarto attore sulla scena: sono i giovani del YDG-H, ala radicale del PKK, che ultimamente si sono mossi come una forza quasi indipendente. Si collocano all'estrema sinistra del movimento curdo e nonostante il giuramento di fedeltà incrollabile verso Ocalan, sono apertamente critici rispetto al "processo risolutivo". Sono loro che organizzano i quartieri in molte centri curdi rendendoli inattaccabili dalle forze di sicurezza turche, scavando fossati e trincee e prendendo le armi laddove necessario. La popolazione può non essere d'accordo con i loro metodi, ma sta con loro e contro le forze governative durante i periodi di conflitto, quando arrivano i momenti critici.

Ecco il perché degli attacchi ad una serie di città curde, a centri come Silopi, Varto, Yuksekova, Silvan, ed ora, con maggiore drammaticità, a Cizre, la più importante roccaforte del YDG-H (questi ed altri insediamenti nel Kurdistan turco hanno nomi originari curdi che sono stati sostituiti con questi nomi turchi imposti agli inizi del periodo repubblicano). In contraddizione col primo aspetto della guerra, che vede due forze armate scontrarsi, quest'altro assume le forme di una guerra condotta contro la popolazione civile. Dal momento che quasi tutta la popolazione sta con i suoi giovani, quello che può sembrare un attacco ad una milizia viene necessariamente trasformato in un attacco a tutta la popolazione. Chi scrive è stato di recente, in una missione di solidarietà, a Silvan, vicino Diyarbakir, immediatamente dopo un assalto delle forze di sicurezza, ed è possibile prendere cognizione diretta della devastazione operata sull'intera città.

Il terzo aspetto è la potenziale minaccia di una vera e propria guerra civile che coinvolga entrambe le parti. Questa minaccia alberga nel continuo richiamare quei sentimenti nazionalisti e persino sciovinisti che esistono all'interno di ampi settori della popolazione turca, di forze non solo vicine a Erdogan ed all'AKP, ma anche alcune note in Occidente come i "Lupi Grigi" del Partito d'Azione Nazionale, il movimento più tradizionalmente fascista del paese, nonché il terzo maggiore partito della borghesia turca (dopo il Partito Popolare Repubblicano, CHP, di origine kemalista, che ora passa per socialdemocratico). Sono stati i "Lupi Grigi" a scendere in strada nella notte dell'8 settembre per rispondere alle due spettacolari azioni del PKK di cui sopra. Più di 140 sedi dell'HDP attaccate, molte date alle fiamme, aggressioni a civili curdi nelle strade dei centri controllati da turchi nella parte occidentale del paese, pullman intercity fermati e presi a sassate, lavoratori stagionali curdi aggrediti collettivamente, bruciate le loro case e lo loro auto ed allontanati in massa. Ora, anche se i curdi sono minoritari nelle città dell'ovest, sono pur sempre una minoranza di una certa dimensione, ed inoltre si tratta di comunità molto politicizzate con notevoli capacità di lotta. Se non hanno reagito, non è stato che per autocontrollo. Il che vuol dire che in futuro la situazione può sfuggire di mano e degenerare in una guerra civile etnica che può assumere forme molto sanguinarie.



LE DINAMICHE DIETRO LA GUERRA

Per fermare questa guerra, occorre individuare le dinamiche che ne sottendono lo scoppio. Purtroppo, il movimento curdo, a lungo influenzato da una intellighenzia liberale, continua a ripetere che è necessario tornare allo status quo ante, vale a dire al punto in cui si erano fermati i negoziati del "processo risolutivo". Questa posizione ignora il fatto che ci sono forze molto ben definite in gioco che hanno portato a questa guerra e che dovrebbero essere contrastate e sconfitte prima di poter ristabilire la pace o almeno un cessate-il-fuoco. Queste forze sono molto diverse tra loro: alcune relative alla congiuntura politica, altre sono più strutturali.

La ragione predominante, che fa scomparire per importanza tutte le altre, è quella che ha che fare con gli interessi politici di Tayyip Erdogan. In un altro articolo (“Una sconfitta strategica per Erdogan” - pubblicato in questo sito il 17 giugno, ndt) in occasione delle elezioni turche del 7 giugno, avevamo messo in evidenza che il penoso risultato elettorale del partito di Erdogan, l'AKP, che aveva perso ben 10 punti del voto popolare insieme alla maggioranza parlamentare che deteneva dal 2002, era la semplice ratifica di una precedente sconfitta strategica già inflitta ad Erdogan dalle masse turche, prima con la rivolta popolare innescata dagli incidenti di Gezi Park nel giugno 2013 e successivamente dalla serhildan (intifada) dell'ottobre 2014 scatenata dal popolo curdo in reazione all'atteggiamento di indifferenza dimostrato da Erdogan di fronte alla tragedia di Kobane quando era stata attaccata dall'ISIS. Il risultato elettorale è stato una doppia catastrofe per Erdogan. Da un lato, ha bisogno dei 2/3 della maggioranza parlamentare se vuole emendare la Costituzione al fine di trasformare il sistema politico turco in un sistema presidenziale, dando a se stesso il potere di controllare l'intero processo politico, quel potere che ora egli non ha, stante l'attuale sistema che dà alla sua carica di Presidente della Repubblica una veste cerimoniale. Dall'altro lato, il fatto che l'AKP non ha più la maggioranza parlamentare può aprire le porte ad inchieste sui gravissimi e provati casi di corruzione in cui sono coinvolti Erdogan stesso ed i suoi ministri. Molti analisti si dilungano sulle ambizioni di Erdogan riguardo alla carica di presidente esecutivo. Ma forse la sua necessità più urgente è quella di evitare che si aprano le inchieste sui casi di corruzione che riguardano l'AKP, il quale si trova ora in minoranza all'interno del parlamento. Se gli altri partiti trovassero l'unità per aprire queste inchieste, Erdogan potrebbe trovarsi sull'orlo del precipizio, col rischio di essere condannato.

Dopo il successo elettorale dell'HDP, che avendo superato l'altissima soglia di sbarramento del 10% ha così fatto perdere all'AKP la maggioranza parlamentare, Erdogan ed i suoi accoliti puntano ora tutte le loro speranze nell'opera di sobillamento dello sciovinismo turco e nel presentare l'HDP non come messaggero di pace, bensì come forza che appoggia il "terrorismo" del PKK, allo scopo di far scendere l'HDP al di sotto della soglia critica del 10% nelle elezioni dell'1 novembre. Ecco perché questa guerra è per prima cosa e soprattutto una guerra di sopravvivenza per Erdogan. Nella storia ci sono state guerre imperialiste e guerre anticolonali. Questo è il primo caso di guerra egoista!

Dopo le elezioni del 7 giugno scrivevamo:

“Gli errori politici della sinistra hanno finito per dare respiro ad Erdogan, permettendogli di salire alla presidenza della repubblica. Ora l'AKP non è in grado di formare un suo governo autonomo, ma Erdogan ha ancora le redini del potere. Utilizzerà ogni centimetro di spazio per mantenersi al potere, e a questo scopo potrebbe perfino ricorrere alla guerra contro i curdi o in Medio Oriente. In politica, ogni errore ha un prezzo.”


Non c'è bisogno di rilevare che la previsione di cui sopra si è purtroppo rivelata fondata. Per quanto riguarda gli errori della sinistra, ci si riferisce al fatto che non ha cercato di far cadere Erdogan quando era possibile farlo. E qui le responsabilità maggiori le ha il movimento curdo. Se si fosse mosso in tandem con la rivolta popolare di Gezi Park nel 2013, Erdogan sarebbe certamente caduto, tanto è forte la capacità del movimento curdo di organizzare le masse specialmente a Diyarbakir. È triste notare come le sofferenze del popolo curdo sotto gli attacchi atroci delle forze di sicurezza turche sono dovute, almeno parzialmente, agli errori dello stesso movimento curdo.

Ci sono, naturalmente, fattori strutturali di fondo che spingono la Turchia alla guerra contro il movimento curdo. Abbiamo già visto come l'ala radicale del movimento curdo, rappresentata dai giovani, si sia espressa contro il "processo risolutivo" senza la liberazione di Ocalan (un impressionante striscione dei giovani durante una gigantesca manifestazione nel 2013 diceva: "Una pace col serok (titolo di Ocalan nel movimento) ancora in prigione è una pace sconclusionata”). I giovani possono contare su molti sostenitori, anche se meno focosi, e quasi tutta la popolazione tende verso quelle stesse loro posizioni intransigenti quando il gioco si fa duro. La serhildan dell'ottobre 2014 aveva spaventato immensamente i circoli dominanti del governo e messo in agenda la liquidazione di queste sacche di resistenza urbana (armata) che, diversamente dalla guerriglia rurale, costituisce una minaccia immediata nel caso dello scoppio di una nuova serhildan. Per cui la guerra in corso può essere considerata come il tentativo da parte dello Stato turco di farla finita con queste sacche di resistenza.

L'altro importante fattore che produce frizioni tra lo Stato turco ed il PKK è, a causa della semplice sua esistenza, il Rojava, l'entità autonoma curda a sud del confine turco-siriano. L'autonomia curda o, a fortiori, l'indipendenza in altre parti del Kurdistan, come in Iraq o in Siria, è sempre stata vista come una minaccia dalle classi dominanti turche, anche solo per il fatto che potevano essere d'esempio per i curdi in Turchia. Nei primi quindici anni del XXI secolo, prima i curdi dell'Iraq, poi i curdi in Siria hanno raggiunto l'autonomia. Inizialmente contrariata per la creazione del Kurdistan iracheno di Barzani come regione autonoma, la Turchia ha poi raggiunto degli accordi con Barzani diventando la forza dominante sia a livello economico che politico sul Governo Regionale Curdo. La borghesia turca ripone molte attese nei vantaggi derivanti dal petrolio della regione di Kirkuk. Ma il Rojava è ben altra questione. Se Barzani è un fedele alleato, persino un protetto, degli Stati Uniti e poi della stessa Turchia, il Rojava invece è stato istituito con una leadership organicamente collegata al PKK! Il governo dell'AKP ha sempre detto chiaramente che non avrebbe mai fatto accordi con un'entità controllata politicamente dal PKK a sud dei suoi confini. Ecco perché il Rojava è stato, in questi tre anni della sua esistenza, una spina nel fianco del "processo risolutivo".



TURCHIA E QUESTIONE CURDA INSEPARABILI?


Quest'ultimo aspetto relativo al Rojava suggerisce che il futuro della questione curda in Turchia e, di fatto, della stessa Turchia sono strettamente collegati alle prospettive in Siria. Come molti ben sanno, Erdogan ed il suo AKP sono attori importanti nel calvario che la Siria sta vivendo dal 2011. Erdogan, insieme all'Arabia Saudita ed al Qatar, ha alimentato le fiamme dell'odio e della guerra in Siria tra i sunniti e gli alawiti (minoranza più vicina agli Sciiti che ai Sunniti). Ciò fa parte di un disegno più ampio, in cui Erdogan punta ad assumere la guida delle masse sunnite del Medio Oriente per tornare ai fasti dell'Impero ottomano che fu. Questa è una delle ragioni per cui il governo dell'AKP ha appoggiato l'ISIS fino a poco tempo fa e continua ad appoggiare altri gruppi islamisti che combattono contro il regime di Assad.

La situazione nata dall'accordo tra gli USA e la Turchia alla fine di luglio, per cui la Turchia ha concesso la base di Incirlik per gli attacchi aerei degli USA sull'ISIS in cambio del via libera degli USA agli attacchi al PKK, porta con sé una contraddizione dialettica che può nel tempo risucchiare la Turchia nella guerra in Siria. Nell'intervento militare contro l'ISIS, gli USA contano, fra le altre, sulle forze armate del Rojava quali truppe di terra. I tentativi della Turchia, dall'altro lato, puntano a tenere queste truppe del Rojava fuori da certe regioni a sud del confine turco-siriano, che la Turchia vuole trasformare in "zone di sicurezza". Ma gli Stati Uniti hanno bisogno delle forze di terra del Rojava per combattere l'ISIS. Sembra che l'unico modo con cui la Turchia possa indurre gli USA a non chiedere più la collaborazione militare del Rojava sia quello di inviare essa stessa le sue truppe di terra per istituire quelle zone di sicurezza a cui mira.

Questa prospettiva, che deriva dalle contraddizioni dell'alleanza militare tra USA e Turchia, è complementare alla logica infernale della questione di sopravvivenza di Erdogan: dovesse l'AKP mancare l'obiettivo di conquistare la maggioranza parlamentare con le prossime elezioni, Erdogan potrebbe aver bisogno di sospendere il normale funzionamento del sistema, cosa che potrebbe riuscirgli portando il paese in guerra in Siria o persino nello scenario più ampio del Medio Oriente. Avevamo previsto che Erdogan avrebbe attaccato i curdi, non dovrebbe sorprendere se si verificasse anche la seconda previsione.

Ci sono, naturalmente, certe controtendenze che possono produrre degli effetti. C'è la possibilità che uno degli attori più importanti, Ocalan, rimasto in silenzio dalle elezioni fino allo scoppio dell'attuale guerra, parli di una sorta di disgelo. L'imminente Eid al-Adha, la grande festività religiosa del mondo islamico, può essere un'occasione opportuna per lui per aprire un nuovo capitolo nel "processo risolutivo". Non va dimenticato che nonostante la ferocia della guerra, né da parte dell'AKP né da parte di Erdogan e nemmeno da parte curda è stata totalmente esclusa la possibilità di un nuovo inizio. Erdogan stesso ha esplicitamente dichiarato che il "processo risolutivo" è congelato (e non morto, come la guerra in corso potrebbe far pensare). È ovvio che appena si sentirà più sicuro possa tornare volentieri allo status quo ante. Ma questo sarebbe un esito reazionario dell'attuale situazione di impasse. Erdogan è una maledizione per la Turchia e per il Medio Oriente, e più rimane al potere nel suo paese, maggiori saranno i danni che porterà ai popoli della regione.

Un esito progressivo richiederebbe ovviamente la sconfitta di Erdogan, con la sua fuoriuscita dalla politica e la sua condanna per i crimini commessi. Le condizioni perché questo accada si stanno verificando. Già il recente succedersi di lotte di massa nel paese, dalla rivolta popolare di Gezi Park (2013), alla serhildan di Kobane (2014), allo sciopero dei metalmeccanici (2015), nel giro di soli due anni, dimostra che c'è una società piena di gruppi sociali pronti a dichiarare la loro rabbia. È su questo che Erdogan ha perso credibilità sia agli occhi dei suoi alleati del passato (USA ed UE) sia agli occhi dei liberali turchi, della confraternita Gulen e di molti settori della classe capitalista. Ed ora sta perdendo sempre più l'appoggio di ampi settori del suo partito. L'ex presidente della repubblica, Abdullah Gul, un altro fondatore e leader dell'AKP, attende dietro le quinte di riprendersi il partito al momento giusto. Il congresso del partito che si terrà nei prossimi giorni non farà emergere le profonde fratture interne, ma le contraddizioni stanno maturando.

Se Erdogan cadrà, sarà ben diverso se cadrà per mano di una opposizione borghese guidata da Gul e dai due partiti della borghesia, i "socialdemocratici" ed i fascisti, o persino per mano dell'esercito, o se invece saranno le masse a farlo cadere, guidate si spera dalla classe operaia, che sembra essere tornata attiva dopo un lungo sonno.


C'è stato un confronto incessante fra due linee, nella sinistra, fin dagli eventi di Gezi Park. Una linea è quella della minor resistenza, che spera in un rimescolamento dei partiti borghesi, scommettendo per il successo, all'interno del campo borghese, di forze ostili ad Erdogan. Forze che verrebbero guidate da Abdullah Gul e dai suoi seguaci all'interno dell'AKP, e dal CHP, il principale partito dell'opposizione, sedicente socialdemocratico. La confraternita islamica di Gulen, ex partner di Erdogan ma ora suo principale bersaglio, sarebbe organicamente collegata a queste forze. Se queste forze comprenderanno anche i fascisti è da verificare, ma vi sarebbero comunque coinvolte altre minori formazioni borghesi. Questa coalizione di forze fu inizialmente definita alla fine del 2013 dall'allora ambasciatore degli USA in Turchia, Frank Ricciardone. Sebbene possa sembrare un'esagerazione, è esattamente il modo in cui le cose si svilupparono nella concreta realtà: subito dopo la ribellione di Gezi Park, Ricciardone ebbe un incontro segreto con il leader del CHP, il quale successivamente si recò negli Stati Uniti per incontrare uomini di Gulen, per poi tornare a casa e seguire una linea di alleanza con con ogni tipo di organizzazione della destra borghese. Resta da vedere se questa politica sarà in grado di registrare successi contro Erdogan. Dipende tutto dall'equilibrio delle forze all'interno dell'AKP, difficile da discernere.

L'HDP sta ultimamente aprendo a questa coalizione. L'atteggiamento di completa passività che ha adottato dopo le elezioni del 7 giugno è stato nei fatti una conseguenza di ciò. Dalla fine di luglio, quando il governo AKP ha rilanciato la guerra ai curdi, ha combattuto con sacrificio quest'odiosa azione. Al polo opposto, anche il cosiddetto "Blocco di Giugno", variegato gruppo che mantiene le distanze dal movimento curdo, comprendente diversi partiti socialisti ma dominato da associazioni alevite, fornisce un sostegno indiretto a questa linea attraverso il suo malcelato appoggio al CHP. Fra loro, queste due aree formano la stragrande maggioranza della sinistra socialista in Turchia, vale a dire della sinistra che non confina la sua azione sottoterra.

Il nostro partito, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP), si trova quasi da solo nel proporre un'altra linea: in solidarietà attiva con il popolo e il movimento curdo, mette tuttavia in guardia contro i pericoli che derivano dall'alleanza che il movimento curdo sembra aperto a stabilire con l'imperialismo, e dall'orientamento sia dell'HDP che del "Blocco di Giugno" verso il CHP. Lottiamo per costruire il partito all'interno della classe operaia - durante lo sciopero selvaggio di decine di migliaia di metalmeccanici nei mesi di maggio e giugno di quest'anno abbiamo guadagnando un visibile successo - con l'obiettivo del potere del proletariato. L'alleanza che la sinistra ha bisogno di costruire è quella della classe operaia con il popolo curdo in lotta e con le ampie masse popolari politicizzate dalla ribellione di Gezi Park, di cui quella degli aleviti è la componente più importante. Quest'alleanza rappresenterebbe una forza formidabile, e il suo peso scuoterebbe non solo le strutture del potere turco e del Kurdistan turco, ma dell'intero Medioriente e del Nord Africa. È questo l'obiettivo per cui lottiamo.

Sungur Savran

L'EEK indica la soluzione operaia e anticapitalista alla crisi greca

Pubblichiamo, tradotto in italiano, il volantino distribuito dal Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (EEK in greco), partito fratello del PCL in Grecia: per un'alternativa alle linee politiche, entrambe disastrose in modi diversi, di Syriza e del Partito Comunista di Grecia (KKE).


LE BANCHE IN MANO AL POPOLO, NON AI BANCHIERI DELLA TROIKA! Controllo dei lavoratori su di esse e sul flusso di capitali all'estero! Nessuna perdita di salari e pensioni!

NAZIONALIZZAZIONE DIRETTA DELLE BANCHE SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI E DEI POVERI!

Guerra di classe contro la guerra "non convenzionale" della troika UE/BCE/FMI e la troika nazionale Nuova Democrazia/PASOK/Il Fiume (fangoso)!

Votare NO al referendum!

NO ai ladri di FMI/UE/BCE!

NO ai collaboratori greci della troika ND, Il Fiume, PASOK!


Con un ulteriore giro di vite e sulla base dello stop al flusso di credito attraverso ricatti e ultimatum, gli usurai internazionali di UE, BCE e FMI, con i loro organi all'interno della Grecia (banchieri delle principali banche, i pappagalli dei media e le loro marionette politiche in Nuova Democrazia, PASOK e Il Fiume-fangoso), hanno portato il paese a dichiarare una rovinosa bancarotta e il popolo al disastro. Una guerra non convenzionale, un golpe politico-economico postmoderno è in corso. Non vogliono semplicemente cacciare il governo. Vogliono terrorizzare e mettere in ginocchio un intero popolo, il popolo greco, e in questo modo dare un messaggio agli altri popoli d'Europa che si stanno ribellando all'austerità permanente e ad una disoccupazione mostruosa.

Bisogna scendere tutti nelle strade, tutti alla lotta. Per rovesciare i piani della troika, internazionale e domestica. Per fermare tutti coloro che - anche dentro ministeri chiave - stanno preparando soluzioni contro il popolo.

È questo il momento del popolo, e non solamente quello delle elezioni, ma innanzitutto quello delle strade e della lotta per la libertà, per la giustizia sociale e per l'emancipazione. Il popolo, guidato dalla classe lavoratrice e dai giovani, può e deve essere mobilitato per strappare gli ultimatum e tutti i memorandum, vecchi e nuovi!

Bisogna rompere con il capitalismo e con l'Unione Europea qui e adesso! Per prendere le nostre vite, il benessere sociale e il potere nelle nostre mani!

Il tempo della verità ci ha raggiunto. Tutti i compromessi con i capitalisti, dentro e fuori il paese, che il gruppo dirigente di Syriza ha fatto - con la destra nazionalista di Kammenos, con la destra di Karamanlis sul Presidente della Repubblica, con l'associazione degli industriali greci, con le cosiddette "istituzioni" dell'imperialismo in Europa e negli USA - non solo sono fallite, ma hanno reso i capitalisti e i meccanismi dell'UE e dell'FMI anche più aggressivi.

Chiediamo ai membri e alle forze in lotta che sostengono Syriza di imporre alla loro leadership di tagliare i ponti della collaborazione di classe con le istituzioni imperialiste, l'UE e l'FMI, con i capitalisti stranieri e locali, e con i loro agenti politici.

Chiediamo ai dirigenti del KKE di smetterla di coprire con una fraseologia di sinistra la collaborazione con la troika domestica. La posizione di un voto di protesta al referendum - in pratica, di invalidare il voto - rafforza le forze borghesi più reazionarie.

Un congresso nazionale dei rappresentanti eletti dell'intero movimento operaio, dei movimenti sociali, degli autorganizzati, dev'essere preparato al più presto, per discutere un programma alternativo di uscita dalla crisi. Per impedire a chiunque altro di decidere per noi senza di noi.

È necessario un fronte unico di classe di tutte le organizzazioni politiche e sociali, dei movimenti, dei collettivi, delle masse lavoratrici e degli strati popolari, organizzati e non, contro il nemico di classe dentro e fuori il paese.

No ai governi di "unità nazionale". Per un governo dei lavoratori, per un potere dei lavoratori.

Il gioco è finito: cancellazione del debito!

BANCHE E SETTORI ECONOMICI STRATEGICI NELLE MANI DELLA SOCIETA'.
LA PRODUZIONE E IL POTERE NELLE MANI DEI LAVORATORI.
Per un governo dei lavoratori, per un potere dei lavoratori

CONTRO L'UE IMPERIALISTA!
EUROPA ROSSA E SOCIALISTA!
EEK (Ergatiko Epanastatiko Komma, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori)

“COMUNISMO”... CAPITALISTA O CAPITALISMO... “COMUNISTA”?

Sulle pagine de Il Manifesto si è annunciata l'ennesima variante di “Costituente Comunista”. Promotori dell'operazione il PDCI, ora PCdI, guidato da Fausto Sorini, e una componente interna all'area grassiana del PRC guidata da Steri.

“Questo progetto gode della fiducia, della simpatia e del sostegno della più parte delle forze che oggi compongono il movimento comunista e rivoluzionario nel mondo, a partire dai partiti comunisti dei BRICS”: così assicura, con squillo di fanfare, il testo annuncio della “costituente”. Qual'è il principale paese dei BRICS? Naturalmente la Cina, guidata dal “PCC”.

Non è la prima volta che l'”unità dei comunisti” viene sbandierata come mozione di richiamo. Ogni volta mascherando dietro questa enunciazione accattivante tutto ciò che non ha niente a che spartire col comunismo. Basti pensare alla auto celebrazione di Rifondazione come tempio dell'”unità comunista” combinata con la ciclica corsa ai ministeri dei suoi gruppi dirigenti e col loro sostegno alle politiche di rapina contro il lavoro a vantaggio del capitale finanziario.

Tuttavia qui siamo davvero in presenza di una novità reale. E' infatti la prima volta che si propone di fondare “l'unità dei comunisti”... sul richiamo al Partito Comunista Cinese. Non sul richiamo al partito stalinista di Mao, come potrebbe pensare qualcuno. Ma sul richiamo all'attuale partito al potere (totalitario) della grande potenza capitalista cinese. Espressione e scudo di una nuova borghesia di papaveri miliardari. Garante dello sfruttamento brutale di centinaia di milioni di operai nel proprio paese. Protagonista di una gigantesca proiezione imperialistica dei propri interessi su scala planetaria, a partire dall'Africa. Promotrice di una grande corsa militarista in Asia, in contrasto con gli imperialismi rivali a partire dal Giappone.

La domanda è semplice: cosa ha a che vedere il comunismo con tutto questo? Naturalmente nulla. Eppure è proprio su questa filiazione internazionale con Pechino che si fonda l'operazione in questione. “La collocazione internazionalista affine” contro ogni “debolezza ideologica” è infatti indicata esplicitamente come l'architrave della costituente. Non come una posizione tra le altre, per quanto abnorme, ma proprio come suo fondamento. Peraltro non da oggi Fausto Sorini ha assunto il PCC come proprio partito guida.

Che dire. Siamo alla fase della malattia senile dello stalinismo. Quella del capitalismo.. “comunista” o del “comunismo”.. capitalista. Forze che in passato assunsero a riferimento la burocrazia stalinista di Mosca, quando alla testa di uno Stato operaio tradiva la Rivoluzione d'Ottobre e la rivoluzione internazionale, plaudono oggi al partito erede dello stalinismo cinese quando si pone alla testa di un grande capitalismo restaurato contro i propri operai e i popoli oppressi del mondo. C'è una logica: ieri come oggi la rimozione di ogni principio di classe, di ogni internazionalismo classista, di ogni programma comunista.

Sarebbe questa la “costituente comunista”? Non le mancherà - non dubitiamo - “la fiducia, la simpatia, il sostegno” del PCC e dei suoi miliardari, come assicurano i suoi promotori. Di certo non avrà il sostegno dei comunisti.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

PER UN PARTITO DI CLASSE RIVOLUZIONARIO, IN ITALIA E NEL MONDO

Testo del volantino nazionale PCL che verrà distribuito il primo maggio



Il Primo Maggio simbolo dell'unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.
Il Primo Maggio 2015 esordio dell' EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell'Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell'accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell'impatto dei cambiamenti climatici indotti dall'industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all'abbattimento dei costi da parte dell'industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell'Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L'Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l'inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull'Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L'aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell'Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo ( e del Giubileo) con l'imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l'articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull'Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell'opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un'alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All'aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L'esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo

fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere. Dall'altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c'è ricomposizione di un'altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un'altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell'avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori ( renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all'ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l'antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un'alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l'unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l'unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L'esigenza di un'altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE (Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

LA XENOFOBIA E' NAUSEANTE. IL PURO UMANITARISMO E' INSUFFICIENTE. PER UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA DEL DRAMMA MIGRATORIO

20 Aprile 2015

La strage di oltre 700 migranti in acque libiche misura l'enormità di quanto sta accadendo in fatto di migrazione. Ma anche l'ipocrisia criminale di tutti gli attori istituzionali della tragedia, in Italia e in Europa.

BUGIE CRIMINALI

Avevano detto che la missione italiana Mare Nostrum incoraggiava le partenze in quanto “assicurava il soccorso in mare”, e poi “costava troppo”. E che per questo andava rimpiazzata dalla missione europea Triton, promossa da Frontex, che ha l'esclusivo mandato del pattugliamento senza soccorso. Risultato? Le partenze sono cresciute a fronte di un soccorso minimo, di fatto solo volontario, di navi mercantili. La conseguenza terribile è la moltiplicazione annunciata dei morti. Un vero e proprio crimine di cui portano la responsabilità le forze dominanti di ogni colore, in Europa e in Italia.

Il flusso migratorio cresce di dimensioni e muta nella sua composizione.
La disgregazione dello Stato libico non è la causa del flusso. Polarizza la sua direttrice , offre il luogo di massima concentrazione delle partenze. Non di più. Nè la causa sono i cosiddetti “scafisti”, bande e imprese criminali che sfruttano la disperazione nella logica spietata del mercato, con metodi schiavisti. La causa dell'espansione progressiva del flusso migratorio è la stessa che spiega la sua composizione nuova: è la fuga dalla guerra e dalla morte. Somalia, Eritrea, Irak, Siria, Nigeria, Mali, Gaza e naturalmente la Libia: sono questi i luoghi di provenienza della stragrande maggioranza degli uomini, delle donne, dei bimbi, degli anziani, che cercano la via del mare.

Questa umanità disperata e dolente non sarà mai trattenuta dalla mancata certezza del soccorso, o dal rischio della morte. Perchè preferisce il rischio della morte, concentrato in una sola impresa, al terrore della morte come destino della vita, per sé e per i propri cari. Aver coscientemente e volutamente ridotto il soccorso non poteva ridurre le partenze, poteva solo moltiplicare i morti. A tutti gli effetti, proprio per questo, autentici omicidi. Omicidi di cui portano la responsabilità tutti i firmatari della missione Triton, governo italiano e autorità europee in primo luogo. Come tutte le canaglie del salvinismo e dei suoi omologhi europei che costruiscono la propria carriera politica ( stipendi e poltrone incluse) alimentando il gioco cinico della paura dei migranti nel più totale disprezzo di ogni senso umano di pietà.

LE FALSE “SOLUZIONI”

Ora gli stessi responsabili italiani ed europei dell'ecatombe in corso, si affrettano ad annunciare “soluzioni”. Ma le “soluzioni” sono tanto poco credibili quanto coloro che le propugnano.

“ Blocco navale davanti alle coste libiche” grida Salvini, “per respingere l'invasione”. Questa “ soluzione” significherebbe abrogare il diritto di fuga e di asilo dei profughi di guerra, consegnandoli ai loro aguzzini.
“ Azione di polizia internazionale, targata UE e ONU, davanti alle coste libiche, per istituire centri di identificazione e smistamento dei migranti” propone Renzi. Questa “soluzione” ipotizzata da ambienti del governo italiano, a prescindere da ogni problema di praticabilità, si scontra con un interrogativo elementare: quale sarebbe il criterio dello smistamento ? Si dice che occorrerebbe distinguere tra “migranti economici” e profughi di guerra, i primi da respingere e i secondi da accogliere. Ma non è chiaro che il grosso del flusso è oggi fuga dalla morte? La verità è che si cerca il modo di bloccare la fuga dalla morte di masse umane disperate istituendo una barriera “legale” e “democratica” di respingimento. Potrebbe essere forse una “soluzione” per Renzi e i governi europei: si fa mostra di bloccare l'afflusso con argomenti “umanitari”, non si paga il prezzo d'immagine delle morti in mare, si contrasta la concorrenza elettorale dei Salvini di turno. Ma sarebbe una “soluzione” per i migranti quella di morire nel deserto, o di tornare nelle fauci delle proprie domestiche dittature, o di finire preda e trofeo del fascismo islamico dell'ISIS? Oppure di provare la fuga con mezzi e peripezie ancor più avventurose, ancor più ricattabili, ancor più costose in termini di sacrifici e di vite?

L'IPOCRISIA DEI GOVERNI BORGHESI EUROPEI

La verità è che i governi borghesi d'Europa, senza eccezione alcuna, cercano una soluzione per sé, non per i migranti. Di fronte alla più grande migrazione di massa del secondo dopoguerra, ogni regime borghese cerca il massimo utile per gli interessi della propria classe col minimo prezzo in termini di consenso. A questo sono servite e servono le leggi anti migranti nella UE. Non hanno bloccato la migrazione, perchè nessuna migrazione dalla fame e dalla morte può essere bloccata. In compenso hanno trasformato la vita di grandi masse di migranti in un inferno “clandestino” quotidiano, merce ricattabile per il massimo profitto delle imprese, e per di più oggetto di aggressioni xenofobe e concorrenze elettorali.

Oggi la storia si ripete. Di fronte alla nuova tragica impennata del flusso migratorio, per di più “incontestabile” trattandosi di profughi, si cerca di mascherare il loro respingimento con argomenti “umanitari” e persino “democratici”( lotta agli “scafisti schiavisti”, ai possibili “terroristi” ISIS mascherati, alla “tragedia delle morti in mare”). In realtà otterranno solo due risultati: renderanno ancor più difficile e disperata la fuga, accrescendo il rischio di morte. Creeranno una nuova leva di massa di cosiddetti “clandestini” da sfruttare entro le proprie frontiere.

Quanto agli accoglimenti “legali”, ridotti al minimo, ogni Stato capitalistico cercherà di scaricare sull'altro il fardello dei relativi costi di accoglienza (v. accordo di Dublino). E sicuramente ridurrà al minimo, sotto ogni più elementare livello di decenza, i “costi” di accoglienza della “propria quota”. Non senza invereconde mangiatoie di sprechi e ruberie, gestite da cooperative bianche e “rosse” sulla pelle dei migranti, ridotti ad appestati senza diritti nei campi di detenzione senza colpa.

IL CAPITALISMO NON SA RISOLVERE I PROBLEMI CHE CREA

Il capitalismo è incapace di risolvere i problemi che esso stesso crea. Questa è la lezione di fondo del dramma migratorio oggi. Le guerre che attraversano il Medio Oriente e il Corno d'Africa; le convulsioni tragiche dell'Africa sub sahariana, sono tutte effetto diretto o indiretto della dominazione imperialista, dei suoi retaggi antichi, delle sue più recenti rapine e scorrerie. La stessa barbarie dell'ISIS è il sottoprodotto delle missioni militari “democratiche” del passato decennio.

E non si tratta solo di responsabilità militari. Le vetrine dell'Expo a Milano mostreranno la ricchezza dell'offerta capitalistica del cibo. Ma la fame cresce in Africa e in Asia, anche per effetto dello spopolamento delle campagne, dell'accaparramento di terre fertili per la produzione di biocombustibili, della desertificazione e siccità crescente connessa anche ai cambiamenti climatici prodotti dall'industrializzazione tossica del capitalismo. Le grandi migrazioni di masse umane sono sempre state nella storia un riflesso di disuguaglianze e contraddizioni planetarie. Così fu a fine 800 e primo 900 nelle migrazioni europee verso le Americhe. Così è oggi nelle grandi migrazioni africane e medio orientali in Europa.

La differenza è che le stesse migrazioni prodotte dai crimini imperialisti trovano oggi un Europa capitalistica in declino, complessivamente stagnante, distruttrice di posti di lavoro e di diritti dei propri proletari. E quindi un Europa ancor meno “accogliente” dell'America di un secolo fa.
Dovrebbe essere una ragione in più perchè il movimento operaio europeo faccia quanto fece il movimento socialista americano del primo 900: una battaglia contro la xenofobia, contro le leggi anti migranti, per la fratellanza tra gli sfruttati e gli oppressi al di là di ogni confine e bandiera.

PER UNA SOLUZIONE SOCIALISTA DEL DRAMMA MIGRATORIO

No ai respingimenti, aperti o mascherati, dei migranti.
Per un piano di accoglienza dignitosa dei migranti, a partire dai profughi, su scala europea.
Per una libera circolazione dei migranti in Europa.

Cancellazione delle leggi anti migranti, in ogni paese e su scala europea. A parità di diritti parità di lavoro, tra lavoratori europei e migranti
Ripartizione fra tutti del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga. A vantaggio dei lavoratori europei e migranti.
Piano del lavoro, in ogni paese e su scala europea, per opere sociali, finanziato dalle grandi ricchezze. A vantaggio dei lavoratori europei e migranti.
Requisizione, in ogni paese, dei grandi patrimoni immobiliari, per dare reale diritto di abitazione a lavoratori europei e migranti.

Altro che balbettii “umanitari” delle sinistre riformiste europee!
Solo un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea, può seriamente affrontare la tragedia migratoria nell'interesse comune degli sfruttati.
Solo gli Stati Uniti Socialisti d'Europa possono incoraggiare in tutti i continenti la lotta e ribellione degli sfruttati contro la dominazione del capitalismo e dell'imperialismo.
Per recidere alla radice la causa stessa dell'emigrazione.

“Solo la rivoluzione cambia le cose”. Vale anche per i migranti.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

NO ALL' INTERVENTO IMPERIALISTA IN LIBIA



Con l'annuncio di un intervento militare in Libia il governo trasformista di Matteo Renzi ritorna sulle orme del governo trasformista di Giolitti.

Allora la guerra di Libia fu presentata come “missione democratica e civilizzatrice”.
Oggi il “blocco dell'immigrazione”, la “sicurezza delle risorse energetiche”, il “contrasto dell'ISIS” sono e saranno le bandiere “popolari” con cui giustificare l'intervento. Ma sotto la confezione propagandistica si celano altri scopi. Renzi cerca in Libia una medaglia da esibire in Europa, nelle relazioni negoziali con la UE. Cerca la via per scalzare definitivamente le ambizioni concorrenti della Francia in Nord Africa in funzione del primato italiano. Cerca di consolidare le relazioni privilegiate dell'Italia col regime militare egiziano, anch'esso interessato alla “pacificazione” della Libia. Cerca un posto al sole nella diplomazia internazionale e nella Nato con cui compensare la freddezza italiana sulla partita ucraina. Cerca infine sul fronte interno una leva di “unità nazionale” con cui cementare il partito della Nazione.

E' necessaria una campagna di demistificazione dell'interventismo italiano in Libia.

Siamo nemici irriducibili del fascismo islamico dell'ISIS. Ma lo siamo dal versante dei combattenti kurdi, dei diritti palestinesi, dell'emancipazione della nazione araba contro l'imperialismo e il sionismo. Non certo dal versante imperialista delle vecchie potenze coloniali, oltretutto prime responsabili, dirette e indirette, dell' ascesa dell'ISIS in Medio Oriente.

Facciamo appello a tutte le sinistre per una mobilitazione unitaria contro l'intervento imperialista dell'Italia in Libia, che sia esso coperto o meno dall'ipocrisia dell'ONU.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI