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No alla nuova guerra sionista americana contro l’Iran, che ha diritto di difendersi

 


Per l’abbattimento della dittatura teocratica da parte di una rivoluzione proletaria e popolare, non dei bombardieri imperialisti e sionisti

Né scià né mullah. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici in Iran

La nuova guerra sionista americana contro Iran è una guerra imperialista.

Le motivazioni “democratiche” con cui si ricopre sono grottesche. Tanto più in bocca a un regime genocida come quello sionista e al governo reazionario della principale potenza imperialista del pianeta.

La stessa pretesa di imporre all’Iran la rinuncia all’energia nucleare e allo stesso armamento nucleare riflette l’arroganza senza limiti di Israele e delle potenze imperialiste che lo sostengono. Con quale diritto uno stato coloniale provvisto di armi nucleari e le potenze nucleari imperialiste che lo armano pretendono di imporre allo Stato iraniano la rinuncia alla propria difesa e alla propria sovranità militare? Che diritto hanno a farsi gendarmi del mondo potenze responsabili di ogni crimine passato e presente? Quale “diritto internazionale” può evocare quello Stato sionista che ha fatto carta straccia di ogni diritto, a partire dalla Palestina?

Da marxisti rivoluzionari siamo nemici giurati del regime reazionario clerico-fascista iraniano e contro ogni assurda pretesa di iscriverlo in un presunto campo progressista internazionale. Si tratta tanto più oggi di un regime responsabile della repressione sanguinaria contro i giovani, le donne, i lavoratori, le minoranze curde, beluci, azere. Ma avversiamo il regime dei mullah dal versante delle ragioni democratiche e sociali delle masse oppresse, per una prospettiva di governo operaio e popolare. Non dal versante, opposto, dei bombardieri sionisti e americani. Il cui unico scopo è quello di installare a Teheran un proprio governo fantoccio, integrato nel “nuovo Medio Oriente”a dominazione americana. Per questo nella guerra scatenata da Israele e USA contro l’Iran, ci schieriamo dalla parte dell’Iran, che ha tutto il diritto di difendersi e di replicare all’aggressione.

Ciò non significa per parte nostra dare un sostegno politico al regime iraniano. Le masse popolari dell’Iran hanno il diritto incondizionato a lottare per rovesciare il governo clerico-fascista che le opprime, anche nel corso della guerra stessa. Le ragioni della rivoluzione iraniana hanno carattere prioritario. Ma le loro aspirazioni di libertà non hanno oggettivamente nulla a che spartire coi cinici interessi coloniali di chi oggi bombarda il loro paese e le loro scuole.

La nuova guerra contro l’Iran è parte integrante della guerra più generale intrapresa dallo Stato sionista, con il pieno sostegno imperialista, in tutta la regione. Dopo aver occupato Gaza, colonizzato la Cisgiordania, aggredito il Libano, allargato la occupazione del Golan siriano, colpito lo Yemen, bombardato per dodici giorni l’Iran nella guerra di giugno, ora il governo guerrafondaio di Netanyahu rivolge nuovamente i propri bombardieri contro l’Iran, per completare il lavoro, con la collaborazione decisiva di Donald Trump. Il Board of Peace a direzione Trump si candida a struttura di gestione e amministrazione del nuovo ordine mediorientale.

Ci opponiamo a questo piano complessivo neocoloniale, dal versante delle ragioni dei popoli oppressi della regione, a partire dalle ragioni del popolo palestinese e del popolo curdo. Solo la liberazione della Palestina, della nazione araba, dell’intero Medio Oriente, dalla presenza del sionismo e dell’imperialismo può portare una pace giusta nella regione. Inseparabile dai diritti di autodeterminazione di ogni popolo oppresso. Inseparabile dal rovesciamento di ogni regime oppressivo.

Per una Palestina libera, laica, socialista, unita dal fiume al mare, dentro una federazione socialista del Medio Oriente.

Per l’autodeterminazione di tutti i popoli dell’Iran e la loro unificazione nella federazione socialista regionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Putin benedice il governo siriano e il massacro dei curdi

 


Per i campisti un’altra dura lezione dei fatti

Il nuovo capo della Siria, l’ex jihadista Al-Jolani, oggi impegnato nel massacro dei curdi del Rojava, non è solo un beniamino del governo reazionario di Erdoğan, e un interlocutore di primo piano di Donald Trump e dell’imperialismo USA. È anche nelle grazie di Vladimir Putin e dell’imperialismo russo, con tanto di reciproci riconoscimenti. Lo rivela l’incontro fra Putin e Al-Jolani, accolto al Cremlino con tutti gli onori.

«La Russia svolge un ruolo storico nel raggiungimento dell’unità e nella stabilizzazione della situazione non solo in Siria ma anche nell’intera regione» ha dichiarato Al Jolani. «Vorrei congratularmi con lei per il fatto che questo processo sta guadagnando forza» ha ricambiato Putin.

Lo scambio è tutt’altro che insignificante. Al-Jolani cerca la copertura di Putin per la propria offensiva contro i curdi nel nord-est siriano, dopo aver incassato il via libera degli americani. Putin offre ad Al-Jolani la copertura richiesta in cambio di garanzie per le basi militari russe rimaste in Siria, a Latakia e Tartus, le uniche basi russe affacciate sul Mediterraneo, e dunque di valenza strategica per la Russia.

Non è un caso che la Russia nei giorni scorsi abbia abbandonato la propria base militare di al-Qamishli nell’area controllata dai curdi: un esplicito semaforo verde per le truppe siriane e la loro mattanza. In cambio, la Russia ha ottenuto il mantenimento di una propria presenza in Siria: una sorta di compensazione, sia pure molto parziale, dello smacco subito con la caduta di Assad.

Per gli imperialismi, vecchi e nuovi, i popoli oppressi sono solo merci di scambio nei loro cinici negoziati. La realtà dei fatti assegna un nuovo colpo alle fantasie demenziali dei campisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dal Rojava! Autodeterminazione per il popolo curdo!

 


Volantino distribuito nelle manifestazioni per il Rojava

Negli ultimi giorni, l'esercito siriano ha ripetutamente attaccato quartieri e città in Siria dove vivono curdi o che sono sotto autogestione curda.
L'esercito siriano è stato supportato nei suoi attacchi dalla Turchia, le cui milizie “proxy” sono coinvolte in modo significativo. È chiaro che la Turchia ha un interesse significativo a strappare l'autogoverno democratico ai curdi, nel nord e nell'est della Siria (Rojava), ed è sempre stata determinata a impedire qualsiasi forma di autogoverno curdo.

Il 18 gennaio, il presidente del governo di transizione siriano, Ahmed al-Scharaa, ha proposto quindi un cessate il fuoco che di fatto priva di potere le SDF (Forze Democratiche Siriane) guidate dai curdi in Siria. In base a questo accordo, le SDF devono essere pienamente integrate nell'esercito siriano. Solo un'unità di polizia locale nelle aree curde, integrata nell'apparato di polizia siriano, potrà continuare ad esistere. In definitiva, tutti gli accordi mirano a disarmare le SDF e anche le unità curde di autodifesa YPG e YPJ.

Inoltre, aree di autogoverno curdo, in particolare Raqqa e Deir ez-Zor, saranno poste sotto il dominio dello stato siriano e l'autonomia curda cesserà. Il controllo sulle prigioni che ospitano sostenitori dell'ISIS e i loro familiari, così come l'accesso a infrastrutture e risorse importanti, sarà trasferito. Sebbene la regione sia stata gravemente danneggiata dalla guerra contro l'ISIS, possiede ancora risorse considerevoli come giacimenti petroliferi e di gas e terreni agricoli particolarmente fertili

Per placare i curdi, al-Scharaa ha riconosciuto ufficialmente il curdo come lingua in un decreto emesso il 16 gennaio. Secondo questo decreto, il curdo può ora essere insegnato come materia secondaria nelle scuole delle aree dove la maggioranza della popolazione è curda. Newroz è stata anche dichiarata festa nazionale, queste sono briciole che non potrebbero essere più piccole.

L'escalation della situazione e gli attacchi all'autogestione democratica della Siria settentrionale e orientale hanno diverse ragioni tattiche. Secondo alcuni resoconti dei media, al-Sharaa sta attualmente negoziando un accordo a Parigi che consentirebbe e legittimerebbe l'occupazione del sud della Siria da parte dell'esercito israeliano. L'attacco alla regione autonoma fungerebbe anche da perfida distrazione per nascondere questo tradimento.
Ma alla fine, questo è solo un aspetto secondario. Gli sforzi di al-Sharaa derivano dallo stesso nazionalismo siriano, che sostiene anche il governo islamista e rifiuta il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse. Nel migliore dei casi, il nuovo regime si sente costretto a fare concessioni tattiche e solo temporanee ai curdi.

In secondo luogo, l’escalation è anche strettamente legata al cambiamento nei rapporti di potere imperialisti. Gli Stati Uniti, che un tempo sostenevano militarmente le SDF guidate dai curdi nella lotta contro l'ISIS, stanno voltando loro le spalle. Poiché l'ISIS è stato sconfitto, almeno militarmente, e l'autogoverno curdo non interessa più agli Stati Uniti – al contrario, anzi – il loro atteggiamento è cambiato di conseguenza. I risultati democratici del Rojava non hanno alcuna importanza per gli Stati Uniti, né uno stato decentralizzato che non sia nel loro interesse strategico. Al contrario, gli USA vogliono un governo vassallo filo-occidentale in Siria attraverso il quale possano controllare indirettamente il paese. Non sono solo gli Stati Uniti; anche la comunità internazionale sta diventando sempre più solidale verso il governo siriano. Con questo sostegno, è più facile attaccare i presunti oppositori di uno stato siriano "stabile". L'obiettivo è aprire la Siria al capitale straniero.

Ciò significa anche che al-Sharaa vuole rappresentare uno stato centralizzato in cui il potere è concentrato nelle sue mani. La crisi sociale ed economica in corso e le contraddizioni interne tra le diverse fazioni del governo su cui si basa al-Sharaa rendono praticamente necessaria la necessità di un regime bonapartista che, inoltre, dipende per il bene o per il male dagli Stati Uniti, da altri imperialismi occidentali e da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Qualsiasi forma di autogoverno o struttura federalista, come richiesto dalle SDF e dal PYD, si oppone a questo. L'argomento secondo cui tali strutture metterebbero in discussione il nuovo stato emergente e scoraggerebbero gli investitori stranieri viene ripetutamente utilizzato dal regime come giustificazione per sopprimere i risultati.

Ci opponiamo fermamente agli attacchi dell'esercito siriano contro la popolazione e le regioni curde che sono state principalmente sotto autogestione curda da quasi un decennio. Come ogni popolo oppresso, hanno diritto all'autodeterminazione nazionale. È inaccettabile che le strutture relativamente "progressiste" (non pienamente socialiste) e il diritto all'autodifesa vengano minati in questo modo! Questi attacchi non sono solo terribili, ma sono anche di fatto un tradimento: nel marzo 2025, l'accordo tra le SDF e al-Sharaa prometteva di costruire uno stato "democratico, pluralista, decentralizzato". Anche questo fu una sconfitta per il popolo curdo, poiché già prevedeva l'integrazione delle istituzioni o delle strutture amministrative civili curde, e quindi i risultati raggiunti dalle SDF nel corso degli anni, nel governo di transizione.

Nessuna potenza imperialista può essere affidabile per difendere i diritti delle nazioni oppresse – né in Kurdistan né in Ucraina, figuriamoci in Palestina. Solo la classe lavoratrice autorganizzata può sostenere i propri diritti fino alla fine. È nell'interesse di tutti i lavoratori siriani alzarsi ora per i diritti uguali per tutti e, soprattutto, difendere i diritti e i risultati democratici della popolazione curda.

I lavoratori siriani hanno già dimostrato coraggio e tenacia nell'istituire sindacati indipendenti e comitati dei lavoratori, oltre che nel resistere ai tagli di posti di lavoro e alla chiusura delle fabbriche. Ora devono mostrare la stessa fermezza nella lotta per i diritti democratici.
Solo difendendo chiaramente i diritti di tutte le persone oppresse, come le minoranze nazionali e religiose e le donne, potranno costruire una vera alternativa al nazionalismo, all'islamismo e all'imperialismo.

Solo un governo operaio basato su consigli e proprie milizie armate, che includerebbero molti combattenti del movimento curdo, ma anche le restanti forze democratiche in Siria, può offrire una soluzione.

• Giù dal le mani dal Rojava!
• Solidarietà con il popolo curdo e vittoria ai combattenti!
• Sostegno concreto, compreso armamento, al SDF
• Per il diritto all'autodeterminazione nazionale, incluso il diritto all'armamento della popolazione!
• Ritiro immediato dell’esercito siriano dalle aree curde!
• Ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria!
• Per un Kurdistan unito e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va la Siria?

 


Il crollo di un regime dispotico, la natura del nuovo potere islamista, il futuro di una rivoluzione siriana

29 Dicembre 2024

La caduta del regime di Bashar al-Assad è stata una risultante indiretta dello scenario mondiale. Ma non di un misterioso complotto. I campisti cercano ancora una volta regie occulte, quando tutto è avvenuto alla luce del sole. Semplicemente la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte di Putin ha privato il regime siriano dell'appoggio decisivo dell'imperialismo russo. Mentre la guerra dello stato sionista in territorio libanese ha impedito il soccorso ad Assad da parte delle forze di Hezbollah. La defezione obbligata dei suoi alleati tradizionali ha condannato a morte un regime tenuto in piedi esclusivamente dal loro sostegno.

La base materiale del regime era infatti estremamente ristretta. Il clan allargato della famiglia Assad concentrava nelle proprie mani, in forma diretta o indiretta, tutte le leve dell'economia e dell'apparato statale. La stessa apertura al capitale straniero e alle relazioni diplomatiche con gli imperialismi – avviate già a partire dagli anni '80, e poi dispiegate negli anni '90 e 2000 – si combinavano col controllo familiare delle grandi proprietà immobiliari, delle telecomunicazioni, del sistema bancario. Che a sua volta integrava nelle proprie strutture la fascia sociale superiore della comunità alauita (sciita), minoranza privilegiata della borghesia siriana. Parallelamente, l'enorme apparato repressivo del regime, nella sua articolazione capillare, faceva egualmente capo alla rete parentale di Assad e al suo esercizio di un terrore spietato.

La ribellione di massa del 2011, sulla scia delle rivoluzioni arabe in Tunisia ed Egitto, scosse fortemente il regime. Il successivo sviluppo della reazione panislamista, inizialmente favorita dallo stesso Assad in funzione controrivoluzionaria, da un lato ebbe ragione della rivoluzione siriana ma dall'altro impegnò il regime in una guerra civile logorante che ne indebolì ulteriormente la capacità di tenuta. Il peso specifico del sostegno russo e iraniano ad Assad crebbe nell'ultimo decennio in misura proporzionale all'indebolimento del regime. Il suo venir meno è stato pertanto fatale.


LA DINAMICA DEL CROLLO, LA NATURA DEI VINCITORI

La dinamica del crollo è stata rapidissima. Oltre ogni possibile previsione degli stessi protagonisti. In dieci giorni si è sfaldato come neve al sole un regime che durava da più di mezzo secolo.
A dissolversi innanzitutto è stato l'apparato militare. Dopo la caduta di Aleppo, e poi di Homs, è crollata ogni residua linea di difesa. La fuga di Assad in Russia si è combinata con la resa sul campo dei suoi uomini. Assad stesso, negli ultimi giorni, ha dato alle sue strutture di riferimento l'indicazione della desistenza. L'abbandono a terra delle divise da parte di migliaia di soldati e ufficiali ha immortalato l'evento. Le truppe islamiste di Al Jolani sono entrate a Damasco senza colpo ferire, dopo aver probabilmente negoziato dietro le quinte la rinuncia a ogni resistenza da parte delle residue forze assadiste, in cambio di una promessa magnanimità.

La natura politica dei vincitori è inequivoca e al tempo stesso composita.
La forza dominante, HTS, guidata da Al Jolani, è frutto dell'accorpamento di tredici frazioni della galassia islamista, dopo la sconfitta dell'ISIS, e la conversione “nazionalista” del principale troncone siriano di Al Qaeda. La sua matrice è indiscutibilmente reazionaria. Il suo governo della città di Idlib, dove HTS si era da tempo arroccata, ha seguito non a caso precetti islamisti più o meno rigorosi.
La seconda forza nel campo dei vincitori è rappresentata dall'Esercito Nazionale Siriano (nel quale dieci anni fa erano confluiti i resti dell'Esercito Libero Siriano, inizialmente composto da soldati e ufficiali che dopo il 2011 avevano rotto con Assad sposando la sollevazione popolare). Questa organizzazione può essere oggi considerata la più diretta agenzia della Turchia in Siria, pienamente subordinata ai suoi interessi e alla sua politica. Più in generale, la Turchia emerge come forza dominante della nuova Siria, rimpiazzando il vecchio asse russo-iraniano.

Chiarita la matrice reazionaria, quale sarà l'evoluzione dello scenario siriano? È difficile avanzare una previsione attendibile. Ma è importante decifrare le mosse dei protagonisti, e il loro significato. La linea generale di Al Jolani è oggi quella di chi lavora al proprio accreditamento politico e diplomatico a 360 gradi, in Siria e sul piano internazionale.


L'ECUMENISMO RECITATO DI AL JOLANI

Sicuramente sorpreso dalla rapidità della propria vittoria, timoroso di perdere il controllo della situazione, spaventato dalle dimensioni enormi della crisi siriana (amministrativa, economica, militare), Al Jolani cerca una base d'appoggio per il nuovo potere. In Siria il suo sforzo principale consiste nella ricostruzione dello Stato borghese, anche attraverso l'assimilazione di ampi settori del vecchio apparato. Da qui la promessa di una larga amnistia; della dissoluzione delle milizie islamiste in un nuovo esercito regolare; della rinuncia a “vendette” contro i vinti; di una apertura a tutte le confessioni religiose e gruppi etnici del paese; del rispetto dei diritti delle donne; di una nuova Costituzione (non meglio precisata) e di successive elezioni.

Sul piano dell'amministrazione corrente, Al Jolani sta cercando un punto di equilibrio tra le ambizioni della propria cerchia di provenienza Idlib e la conservazione della vecchia burocrazia statale, nazionale e locale. La composizione mista del governo provvisorio “di salvezza nazionale”, e il mandato trimestrale a questi assegnato, risponde esattamente a tale equilibrio.
Sul piano economico, la direzione di marcia di Al Jolani è quella della liberalizzazione del mercato interno, a partire dalla messa all'asta dei monopoli parastatali e delle immense proprietà del clan Assad: cercando di soddisfare gli appetiti di una borghesia siriana, in parte interna e in parte emigrata, interessata a capitalizzare la svolta inattesa nel proprio interesse di classe.

L'ecumenismo di Al Jolani non è meno ampio in politica estera. Tutt'altro. All'imperialismo russo, pesantemente sconfitto, cerca di risparmiare l'umiliazione, offrendo il rispetto delle sue basi militari sul Mediterraneo e in ogni caso la garanzia di una ritirata ordinata. Allo stato sionista concede la futura rinuncia della Siria a ogni politica antiisraeliana nel nome di una “equidistanza” tra interessi regionali contrapposti: un de profundis per palestinesi ed Hezbollah. Agli imperialismi d'Occidente si offre una totale normalizzazione delle relazioni in cambio dell'auspicato ritiro delle sanzioni.


IL PELLEGRINAGGIO A DAMASCO DELLE CANCELLERIE IMPERIALISTE.
LA NUOVA SPARTIZIONE DEL MEDIO ORIENTE


Il pellegrinaggio affannoso di tutte le cancellerie imperialiste a Damasco è sintomatico. Ogni paese imperialista mira a incassare un utile per i propri interessi, a dispetto dei propri rivali. La Francia fa leva sul proprio ruolo in Libano, anche in qualità di garante della tregua in atto, per irradiarsi nella vicina Siria. L'Italia, che aveva giocato d'anticipo sulla concorrenza aprendo in estate la propria ambasciata a Damasco (a sostegno di Assad), accampa i diritti di partner privilegiato della nuova Siria scavalcando la Francia. Gran Bretagna e Germania offrono a loro volta disponibilità creditizie al nuovo potere puntando a ipotecare a proprio vantaggio la ricostruzione della Siria. Tutti esibiscono garanzie future in cambio di concessioni immediate. Tutti non vedono l'ora di liberarsi dei profughi siriani rispedendoli nel loro paese, e intanto bloccando ogni nuova immigrazione dalla Siria.

La verità è che il crollo del regime di Assad riapre il grande gioco della spartizione del Medio Oriente e delle sue aree d'influenza. Un secolo fa furono gli accordi di Sykes Picot a spartire la regione tra imperialismo francese e britannico. Quali saranno oggi gli architetti dei nuovi equilibri? A differenza di un secolo fa, quando ancora l'imperialismo britannico poteva vantare la propria egemonia internazionale, l'imperialismo mondiale è oggi privo di un proprio baricentro. La contesa tra vecchie e nuove potenze imperialiste infuria su tutti gli scacchieri, ed è già entrata nella stessa partita siriana.

L'imperialismo russo ha subito un colpo molto pesante con la caduta del regime siriano. Dieci anni fa la vittoria militare della Russia in Siria a garanzia di Assad accrebbe a dismisura il suo prestigio in Medio Oriente, e non solo: la stessa penetrazione della Russia in Africa nel ruolo di protettore militare di nuovi regimi (Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Niger, Ciad), ai danni prevalentemente dell'imperialismo francese, fu l'incasso della vittoria riportata in Siria. Per la stessa ragione, la caduta di Assad è oggi una disfatta russa ben al di là della Siria. E con essa, una nuova sconfitta del regime iraniano alleato, dopo lo smacco subito in Libano.

Tuttavia non è chiaro chi rimpiazzerà lo spazio vacante. Lo stato sionista mira a capitalizzare a proprio vantaggio la sconfitta dell'asse iraniano, a partire dall'occupazione sfrontata di territorio siriano nel Golan, nel silenzio della diplomazia mondiale: il disegno della Grande Israele non conosce confini. Ma il regime reazionario di Erdogan coltiva specularmente le stesse mire, disponendo oggi in Siria di leve invidiabili ad altri precluse: una diretta presenza militare nello schieramento vittorioso, e dunque il controllo politico indiretto sul nuovo governo siriano.
La contrapposizione diplomatica della Turchia a Israele sulla vicenda palestinese ha guadagnato a Erdogan nuove entrature nell'opinione pubblica delle masse arabe, e dunque uno spazio di manovra più ampio. La collocazione turca sulla linea di confine della NATO, e insieme le sue relazioni privilegiate con la Russia, consentono ad Erdogan di giocare su ogni tavolo in funzione del proprio disegno: un disegno neo-ottomano, che si irradia dal Nord Africa (Libia) alla penisola arabica sino al Sudan. Se un secolo fa la Siria nacque dalle spoglie dell'Impero ottomano, oggi l'ambizione neo-ottomana passa per il controllo turco della Siria. Una sorta di protettorato turco su Damasco.


LA MINACCIA MORTALE CHE GRAVA SUI CURDI

Questo disegno strategico richiede l'annientamento del popolo curdo. Tutte le pedine delle scenario internazionale sembrano disporsi nuovamente contro l'amministrazione curda del Rojava.
L'imperialismo USA nel suo proprio interesse sostenne dal 2016 le milizie curde siriane nella guerra contro ISIS, anche per frenare l'influenza russo-iraniana in Siria. La splendida vittoria militare curda a Kobane dimostrò agli occhi del mondo il coraggio e le capacità delle milizie curde di YPG contro la barbarie panislamista. L'espansione territoriale dell'amministrazione curda nel Rojava fu un effetto di quella vittoria. Ma nel 2019 Trump tradì i curdi con un primo ritiro dei marines e l'offerta di un semaforo verde all'offensiva militare turca contro il Rojava (chiamata beffardamente “Ramo d'ulivo”). La direzione curda strinse allora un patto inedito con Assad, accettando l'ingresso di forze militari russe e siriane come forze di interposizione. Ora la caduta di Assad rimescola nuovamente tutte le carte.
Erdogan chiede perentoriamente al nuovo governo siriano di disarmare il Rojava. Al Jolani ha pubblicamente dichiarato che la nuova Siria non potrà consentire una autonoma amministrazione curda nel nord-est della Siria. Gli USA hanno sinora mediato fra le truppe dell'Esercito Nazionale Siriano (filoturco) e le milizie di YPG. Ma l'annunciata amministrazione Trump ha già dichiarato che gli USA non si faranno coinvolgere. In altri termini, lasceranno fare alla Turchia. La direzione curda scrive a Trump chiedendo rassicurazioni, ma è molto difficile che possa ottenerle.
Una volta di più si conferma una verità di fondo: i curdi, al pari dei palestinesi, hanno diritto alla propria autodeterminazione nazionale, ma nessuna autodeterminazione dei popoli oppressi del Medio Oriente è compatibile con la dominazione imperialista e sionista della regione.


LE PROSPETTIVE DI UNA RIVOLUZIONE SIRIANA

Come evolverà la crisi siriana sul versante della mobilitazione sociale? Lo scenario è aperto a ogni sbocco. A differenza di Ben Alì o Mubarak, Assad non è caduto per via di una sollevazione popolare, ma per effetto del disfacimento del regime. Chi parla dell'ingresso delle milizie islamiste a Damasco come vittoria della “rivoluzione siriana” confonde la sollevazione del 2011 con la realtà, ben diversa, dell'ultimo decennio. Ma al polo opposto, l'area campista parastalinista e/o rossobruna che ha sempre descritto il regime dispotico di Assad come progressivo, democratico, socialmente avanzato, antimperialista – e per questo protetto dal popolo – non può capire l'entusiasmo popolare per la sua caduta. Un entusiasmo liberatorio che ha invaso strade e piazze delle città siriane, un entusiasmo persino incredulo, e anche per questo gioioso. Potrà trasformarsi questo entusiasmo in un processo di radicalizzazione di massa? Al momento questo salto non si registra. Ma nulla può essere escluso per il futuro.

La Siria è un paese distrutto. Più del 90% della popolazione è sotto la soglia della povertà. L'88% delle infrastrutture è crollato. Metà della popolazione è sfollata o in esilio. La lira siriana è carta straccia, l'inflazione è fuori controllo. Tutte le esigenze sociali più elementari cozzano con i programmi liberisti del nuovo governo e con gli appetiti imperialisti. Tutte le domande democratiche di libertà e giustizia cozzano con la salvaguardia del vecchio apparato statale. E anche con la pretesa di una nuova Costituzione scritta dagli islamisti senza una democratica assemblea costituente.

Il nuovo governo sta cercando di pilotare una transizione dall'alto prima che possa esplodere una sollevazione dal basso. Ma il calendario politico siriano dei prossimi mesi offrirà molte occasioni all'irrompere dell'iniziativa di massa. Solo un'autorganizzazione democratica delle masse oppresse – dei lavoratori e lavoratrici, dei contadini, della maggioranza della popolazione povera – e un governo operaio e contadino su di questa basato, potrà realizzare una vera svolta. Come ha scritto Samar Yazbek, poetessa siriana in esilio, «Bashar Assad è caduto, ma la vera rivoluzione dei siriani deve ancora cominciare» (Le Monde, 24 dicembre).

Al tempo stesso, come ha dimostrato una volta di più, seppur a negativo, l'esperienza delle rivoluzioni arabe del 2010/2011, solo una direzione marxista rivoluzionaria potrà dare un futuro alla rivoluzione. In Siria e non solo. La costruzione di questa direzione è il compito del giorno dei rivoluzionari.

Marco Ferrando

Ennesimo crimine di Israele per preparare l'invasione del Libano

 


21 Settembre 2024

English translation

Israele continua a massacrare chiunque si opponga alle sue mire espansioniste, all’occupazione coloniale del territorio palestinese e al suo regime di apartheid.
In questi giorni ha sferrato un attacco criminale che ha colpito civili e miliziani di Hezbollah.
Con un atto di puro stampo terroristico, il Mossad ha fatto esplodere migliaia di dispositivi elettronici ad uso personale uccidendo più di quranta persone, tra cui molti civili, e ferendone migliaia in Libano e in Siria.

Il massacro di Gaza non si ferma. Ma lo stato sionista non è pago di sangue. Dopo aver massacrato decine di migliaia di cittadini di Gaza, soprattutto donne e bambini, aver distrutto ospedali e scuole, e affamato la popolazione, ora volge il suo sguardo criminale a nord.

Mentre vanno avanti i combattimenti in Cisgiordania, dove giovani partigiani palestinesi cadono sotto i colpi dell’esercito israeliano e dove i contadini palestinesi vengono aggrediti dalle squadracce di coloni sionisti armati, intere divisioni vengono spostate al confine nord con il Libano.

Fervono i preparativi del piano di invasione del Libano, per attaccare Hezbollah che da mesi sta sparando missili per colpire il territorio di Israele al confine con il Libano con l'obiettivo dichiarato di obbligare Israele a fermare il massacro di Gaza.

Il Partito Comunista del Lavoratori denuncia l’ennesimo crimine odioso dello stato sionista, e così come appoggia ogni forma di resistenza da parte del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordana pur diffidando delle sue direzioni politiche, così sostiene incondizionatamente la resistenza del popolo libanese contro l’aggressione israeliana, pur nutrendo la massima sfiducia in Hezbollah.

Tutte le azioni dello stato sionista denunciano la sua natura criminale, che gode di impunità internazionale per la protezione che gli assicurano gli USA e gli altri imperialismi occidentali.
Lo stato sionista è una fucina di guerra inesauribile, e solo la sua distruzione pe via rivoluzionaria può portare alla liberazione del popolo palestinese, di quello arabo, e alla pace in Medio Oriente.

Ma la liberazione del popolo palestinese e di quello arabo può essere assicurata solo in una Palestina libera laica e socialista, che assicuri pieni diritti a tutte le minoranze.
L’edificazione socialista in Palestina non potrebbe però avvenire in uno stato di isolamento internazionale. Essa a sua volta può essere assicurata solo nell’ambito di una federazione socialista del Medio Oriente, unico ambito possibile per la soluzione di tutte le questioni nazionali dell’area, da quella araba a quella curda.

Viva la resistenza palestinese!

Viva la resistenza libanese!

Per la distruzione rivoluzionaria dello stato di Israele!

Per una Palestina libera laica e socialista nell’ambito della federazione socialista del Medio Oriente!

Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste parole d’ordine nella grande manifestazione di Roma il 5 ottobre a sostegno del popolo palestinese

Partito Comunista dei Lavoratori

L'ENI in guerra... contro l'Ucraina

 


L'ipocrisia dell'imperialismo italiano e dei suoi affari

22 Giugno 2023

L'invio delle armi all'Ucraina è da tempo oggetto del confronto pubblico. Chi lo rivendica lo fa nel nome della NATO. Chi lo boicotta lo fa contro la NATO e la resistenza ucraina, dipinta come pura appendice della NATO. Noi difendiamo il diritto alla resistenza ucraina contro la guerra d'invasione russa senza per questo cessare un solo istante di denunciare la natura della NATO e dell'imperialismo di casa nostra. Per questo siamo bersaglio congiunto degli atlantisti e dei rossobruni.

Solo che intervengono fatti che sbugiardano l'ipocrisia di entrambi.

L'ENI è il cuore economico dell'imperialismo italiano. Il grande ispiratore della sua politica estera. La principale azienda capitalista nel continente africano. L'imperialismo italiano si sente tutelato dall'Alleanza Atlantica, e così l'ENI. Ma non al prezzo di sacrificare i propri affari su scala mondiale. Accade così che, mentre l'Italia invia armi all'Ucraina, ENI rifornisce la Russia di prodotti petroliferi essenziali per la sua guerra contro l'Ucraina.

Avete capito bene. Nel Kazakistan uno dei più grandi giacimenti di gas e petrolio esistenti al mondo, quello di Karachaganak, di proprietà ENI, produce elio, un gas indispensabile per l'industria militare ed aerospaziale, usato in particolare dalla Russia per quattro tipi di armi (i razzi spaziali di tipo Angara, quelli di tipo Sojuz, il veicolo spaziale KTDU, il missile intercontinentale SS-19 Stiletto). La produzione di elio in Kazakistan finisce direttamente alla Russia. Serve a trasportare in orbita i satelliti militari spia che permettono di controllare impianti ucraini per poterli colpire con armi di alta precisione. Le bombe che in Ucraina distruggono centrali elettriche, case, ospedali, scuole, godono anche di un contributo italiano.

Naturalmente con ciò non diciamo affatto che allora “l'Italia è in guerra al fianco della Russia”. Perché sappiamo bene che così non è, e la demagogia un tanto al chilo non ci appartiene. E tuttavia due cose colpiscono. In primo luogo, l'ipocrisia dell'imperialismo italiano e dei suoi gioielli di casa, che da un lato osannano il governo liberista di Zelensky (con un occhio al mercato della ricostruzione futura dell'Ucraina) e dall'altro aiutano i bombardamenti russi che distruggono l'Ucraina. In secondo luogo, il silenzio di rossobruni e di tanti pacifisti, che essendo impegnati a denunciare la resistenza ucraina contro l'invasione russa, non sanno bene che dire di fronte alla complicità dell'ENI nei bombardamenti russi. Quindi preferiscono tacere.

Quanto a noi, ne ricaviamo l'ennesima conferma. La resistenza ucraina contro la guerra d'invasione dell'imperialismo russo ha un solo possibile alleato sicuro: il proletariato russo e la classe operaia internazionale. Non certo gli imperialismi d'Occidente. Da questi, gli ucraini ricevono oggi le armi con cui hanno diritto a difendersi, ma non avranno mai un sostegno coerente, se non nei limiti dei loro interessi imperialistici. Interessi che giocano sempre su tutti i tavoli, sempre sulla pelle dei popoli. Il popolo curdo, che giustamente ha usato nella propria lotta di resistenza anche le armi di provenienza americana, è stato rapidamente scaricato dalle “democrazie” d'Occidente, pur di allargare la NATO a Svezia e Finlandia. È una lezione che il popolo ucraino e la sua resistenza farà bene a ricordare.

La lotta per la pace o è una lotta contro tutti gli imperialismi o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

Due mesi di ribellione in Iran

 


Per una manifestazione nazionale a sostegno della rivolta contro il regime teocratico

È iniziata la decima settimana di ribellione di massa in Iran contro il regime teocratico. Era il 16 settembre quando la ventiduenne curda Mahsa Amini fu assassinata a bastonate dalla polizia religiosa perché portava irregolarmente il velo. Da allora un fiume di proteste ha attraversato il paese, coinvolgendo ampi settori della gioventù, a partire dalle università e dalle scuole, e l'avanguardia della classe operaia iraniana.

La repressione del regime ha ucciso oltre 300 manifestanti, tra i quali 41 minori. Ma non basta. Domenica 6 novembre 227 parlamentari iraniani integralisti hanno votato una mozione che chiede alla magistratura iraniana di condannare a morte le centinaia di persone arrestate che ora si trovano in galera. La mozione votata denuncia gli arrestati come “mohareb” che significa “nemici di Dio”, responsabili con i loro assembramenti di aver attentato alla sicurezza nazionale, e dunque meritevoli di pena capitale.

Naturalmente gli avvenimenti iraniani, come ogni fatto internazionale, incrociano le attenzioni delle potenze imperialiste, ognuna nel suo proprio interesse. L'imperialismo russo solidarizza col regime teocratico di Teheran che lo sta rifornendo di quei droni militari che bombardano senza pietà le citta dell'Ucraina. Gli imperialismi occidentali, rivali dell'imperialismo russo e cinese, si affrettano invece a dichiarare il proprio appoggio ipocrita alle manifestazioni di protesta, nel mentre allargano la NATO sulla pelle del popolo curdo. Gli imperialismi vecchi e nuovi sono tutti banditi senza scrupoli. Chi attende soluzioni dalla loro diplomazia non fa che ingannare l'umanità.

La verità è che la rivolta iraniana, come ogni autentica ribellione di massa, ha un solo possibile alleato: il movimento operaio internazionale e i popoli oppressi del mondo. In Germania settimane fa una enorme manifestazione nazionale a Berlino ha rivendicato il sostegno alla rivolta iraniana nel nome di “donna, vita, libertà”. A quando un'analoga manifestazione unitaria delle sinistre italiane?

Partito Comunista dei Lavoratori

No all’accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Dichiarazione congiunta tra Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), Comitato provvisorio di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) e PCL

Il nostro partito ha preso una chiara posizione di difesa della Ucraina contro l’aggressione dell’imperialismo putiniano. Allo stesso tempo abbiamo ribadito la nostra totale contrapposizione agli imperialismi occidentali, incluso quello italiano, dichiarando che se l'attuale guerra di aggressione russa in Ucraina si fosse trasformata in una vera guerra tra Russia e NATO (o una parte di essa) noi avremmo modificato la nostra posizione, passando a un disfattismo bilaterale contro entrambi gli imperialismi in lotta. Per questo abbiamo in particolare condannato a fine giugno (si veda il nostro sito in data 29/06/2022) l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia, definendolo giustamente “criminale”. A luglio abbiamo realizzato, proprio a partire dal nostro testo, una dichiarazione comune con i compagni del Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), un'organizzazione trotskista con gruppi in Austria, Francia, Spagna, Turchia. Con questo raggruppamento avevamo già firmato una dichiarazione comune riferita all’aggressione russa all’Ucraina, pubblicata sul nostro sito il 18 luglio scorso. Proprio la vicinanza temporale dei due testi (scontati i tempi di discussione, emendamento e traduzione in varie lingue) avrebbe dato il senso della posizione generale comune con i compagni del CoReP. Purtroppo, prima una incomprensione sull’accettazione o meno di due emendamenti finali al testo, poi gli impegni estivi legati alla presentazione elettorale (anche se limitata in Liguria in forma piena, ma anche in altre regioni senza presentazione effettive), ci ha portato a un ritardo nella pubblicazione in italiano, di cui chiediamo scusa ai nostri lettori e alle nostre lettrici e ai compagni del CoReP. In ogni modo, le posizioni qui espresse restano del tutto valide ad oggi, così come il riferimento alla situazione curda, che ha alcune somiglianze con quella ucraina, in particolare sulla questione dell’armamento del popolo oppresso da parte dell’imperialismo USA, e che inoltre è un punto gravissimo dell’accordo sull’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia, perché prevede, su richiesta turca, la fine di ogni aiuto ai rifugiati curdi.



Nel 2014 i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali sedicenti pacifisti o i semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.
Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente, insieme alle truppe USA.

Nel 2015, per conservare la Turchia nella NATO, Trump ha autorizzato l’invasione militare decisa da Erdogan nel Nord della Siria, destinata a cacciare il PKK-YPG. Erdogan aveva dal 2012 al 2015 finanziato e ospitato le bande islamiste della Siria (in particolare Al-Nusra legata a Al-Qaeda).

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. In maggio, il governo riformista di Svezia (SAV, partito socialdemocratico) e il governo di fronte popolare di Finlandia (SDP-Kesk-Vihr-Vas-SFP) hanno deciso di aderire alla NATO. Lo Stato turco ha messo delle condizioni. Il 29 giugno il summit di Madrid della NATO ha accettato la loro richiesta. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte. Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli Stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, Fatah al-Cham (ex Al-Nusra) o ISIS-Daesh, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia russa di distruggerla.

Ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali Stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo Zelensky e una organizzazione piccolo-borghese radicale come il PKK. Ma non sosteniamo le misure sociali prese dal PKK-PDY-YPG nazionalista, il suo culto del capo (Abdullah Ocalan), le sue misure antiarabe nel mini stato del Rojava e i suoi compromessi con l’imperialismo americano.

Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla Turchia dominata dal borghese Kemal contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.

• No all’accordo criminale di allargamento della NATO
• No alle armi al regime reazionario di Erdogan
• Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia
• Terrorista non è il PKK, ma la NATO e l’OTSC (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)
• Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari
• Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi
• Per il diritto incondizionato del popolo curdo alla sua autodeterminazione
• Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Collettivo Rivoluzione Permanente (Austria, Francia, Spagna, Turchia)

Comitato provvisorio internazionale di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)

Donne, vita, libertà


Un vento di rivolta delle donne attraversa le città iraniane

25 Settembre 2022

“Donne, vita, libertà” è la parola d'ordine che percorre in questi giorni decine di città iraniane contro il regime teocratico. La scintilla della ribellione è stata l'omicidio di Mahsa Amini da parte della polizia religiosa del regime, un corpo repressivo preposto alla vigilanza della legge islamica, particolarmente accanito contro le donne.

Il velo islamico in Iran non solo è un obbligo di legge, ma deve essere indossato in modo tale da coprire interamente i capelli. Mahsa Amini ha pagato con la vita a 22 anni la ciocca di capelli che fuoriusciva dal velo. Trascinata su un cellulare della polizia, è stata bastonata selvaggiamente al capo, sino a causare prima l'emorragia celebrale e poi la morte dopo tre giorni di agonia. Il padre non ha ottenuto il diritto di vedere il corpo della figlia, né peraltro è stata condotta alcuna autopsia sul cadavere.

Il velo islamico è uno strumento di oppressione, ma anche un simbolo della dittatura dei mullah. Una dittatura odiosa particolarmente misogina. Ad esempio le donne non hanno neppure il diritto di bagnarsi in costume sul Mar Caspio, laddove gli uomini possono esibire il torso nudo. L'indottrinamento islamico procede sin dalla tenera età attraverso specifiche scuole coraniche rivolte in primo luogo alle donne. “Una donna che porta il velo è come una perla nella sua conchiglia” recita la dottrina di regime. Come dire che il velo avrebbe la funzione di proteggere la femminilità, altrimenti violata dallo sguardo altrui. Ogni religione è al fondo misogina. Ma quando si trasforma nel fondamento del potere politico assume caratteri particolarmente ipocriti e odiosi.

La ribellione in atto nelle città vede protagoniste assolute della piazza proprio le donne, le donne della giovane generazione. Chiedono la punizione degli assassini di Masha e lo scioglimento della polizia religiosa. Chiedono soprattutto la caduta del regime.
Non si tratta della prima ribellione che attraversa l'Iran dei mullah. Nel 2009 un movimento di massa ( la cosiddetta “onda verde”) guidato da forze liberali rivendicò la democratizzazione del regime. Dieci anni dopo, nel 2019, si levò una mobilitazione popolare contro l'aumento della benzina e il carovita. In entrambi i casi il regime teocratico scagliò contro i manifestanti i propri apparati di sicurezza, a partire dai cosiddetti Guardiani della rivoluzione, facendo centinaia di morti. Il fatto nuovo della ribellione attuale è che non chiede riforme, né è incanalata dall'ala borghese liberale della politica iraniana. È una rivolta che cozza frontalmente col regime in quanto tale, sfida proiettili, lacrimogeni, arresti, in qualche caso assalta le stazioni di polizia e prende il controllo di cittadine o quartieri, come a Oshnavieh, città di confine a prevalenza curda, da due giorni controllata dai rivoltosi.

La Guida suprema Ali Khamenei, massima autorità religiosa, e il governo conservatore di Raisi, hanno denunciato i manifestanti come agenti degli USA e della UE, secondo il registro propagandistico abituale, rivendicando un trattamento senza pietà dei manifestanti da parte dei corpi speciali, e mobilitando la propria base militante attraverso le moschee, con tanto di centinaia di donne coperte dal velo e vestite di nero che gridavano “morte all'America”.

Nessuna meraviglia. Ogni regime reazionario di massa, a maggior ragione se teocratico, ricorre alla mobilitazione attiva delle proprie forze contro “il nemico”, identificando con quest'ultimo ogni ribellione al proprio dominio.
Inutile aggiungere che diverse forze e correnti campiste in Occidente, anche di "estrema sinistra", credono alle favole della teocrazia iraniana vedendo ovunque le marionette USA e negando ogni autenticità alle rivolte di massa. Sino magari ad attribuire al velo islamico un'espressione di emancipazione e libertà. Perché pure questo si è dovuto ascoltare.

Ma la ribellione delle donne iraniane non c'entra nulla con gli imperialismi d'Occidente, e con le loro possibili speculazioni. È semplicemente una ribellione per la libertà e contro l'oppressione. Sta alla classe operaia iraniana, anch'essa duramente repressa dal regime, prendere la testa della ribellione, allargare la sua base di massa, indirizzarla verso il rovesciamento del regime in direzione di un governo operaio e popolare. Sta al movimento operaio d'Occidente fornire la propria solidarietà alla rivolta delle donne iraniane.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

No all'accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Pochi anni fa i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali pacifinti e pacitonti semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.

Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente insieme alle truppe USA.
E quando Trump, nell’ambito della sua politica di conciliazione con Putin, come ricompensa per l’appoggio avuto per la vittoria elettorale del 2016, ha ritirato le truppe americane dal Rojava, gli alti comandi militari del Pentagono hanno gridato al tradimento.

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte.
Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, al-Nusra o ISIS, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo e da qualunque fonte possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia putiniana di distruggerla.
Tutto ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo borghese di Zelensky e il PKK, organizzazione nazionalista rivoluzionaria piccolo-borghese radicale, soprattutto oggi che ha abbandonato il vecchio stalinismo per aderire alle teorie libertarie confederaliste democratiche dell’americano Murray Bookchin (già quadro sindacale del partito trotskista nordamericano in gioventù). Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla disastrata Turchia del borghese Kemal Ataturk contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.


No all'accordo criminale di allargamento della NATO

No alle armi al regime reazionario di Erdogan

Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia

Terrorista non è il PKK ma la NATO e l'OCTS (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)

Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari

Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi

Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell'ambito di una federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

LE PROSSIME INIZIATIVE IN SOLIDARIETA' CON IL POPOLO CURDO

Volentieri segnaliamo:











































Il PCL sezione di Bologna parteciperà portando la propria specifica lettura e orientamento programmatico anti imperialista, descritti di seguito e nel testo del volantino che verrà distribuito:

GIÙ LE MANI DAI CURDI!
TRUMP LASCIA I CURDI IN PASTO AD ERDOGAN

Come purtroppo era prevedibile, l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteriacontro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista.
Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un
eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, i soli bombardamenti aerei non avrebbero potuto piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio
internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.
Ora Donald Trump definisce la loro guerra “una guerra ridicola”, e li abbandona alla furia di Erdogan e dell'esercito turco.
L'accordo fra Trump ed Erdogan è un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fattonon solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda. Un massacro annunciato.
Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non poteva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli lascia via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.
Quanto agli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una nuova guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale
del regime che lo promuove. La macelleria annunciata contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.
Le organizzazioni curde resisteranno con tutte le proprie forze all'invasione turca. Ma il divario di potenza è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno alla resistenza curda da parte del movimento operaio italiano ed europeo, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare da subito la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria sotto le ambasciate e i consolati turchi, e contro ogni silenzio e complicità del proprio imperialismo.
Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese.
Non hanno favorito i popoli oppressi ma solo i loro avversari. I curdi come i palestinesi possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.
La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella
nazione araba e in Medio Oriente. L'unica che può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.

La costruzione dell'Internazionale rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Giù le mani dai curdi!

Trump lascia i curdi in pasto ad Erdogan

7 Ottobre 2019
English translation below
Come purtroppo era prevedibile, l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteria contro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista.

Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, i soli bombardamenti aerei non avrebbero potuto piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.

Ora Donald Trump definisce la loro guerra “una guerra ridicola”, e li abbandona alla furia di Erdogan e dell'esercito turco. L'accordo fra Trump ed Erdogan è un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fatto non solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda. Un massacro annunciato.

Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non poteva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli lascia via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.

Quanto agli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una nuova guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale del regime che lo promuove. La macelleria annunciata contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.

Le organizzazioni curde resisteranno con tutte le proprie forze all'annunciata invasione turca. Ma il divario di potenza è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno alla resistenza curda da parte del movimento operaio italiano ed europeo, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare da subito la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria sotto le ambasciate e i consolati turchi, e contro ogni silenzio e complicità del proprio imperialismo.

Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese. Non hanno favorito i popoli oppressi ma solo i loro avversari. I curdi come i palestinesi possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.

La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella nazione araba e in Medio Oriente. L'unica che può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.
La costruzione dell'Internazionale rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.



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Hands off the Kurds!


As was, unfortunately, to be unexpected, US imperialism decided to dump Syrian Kurds, after using them as ground troops against IS. This is the cynicism of imperialist policy.

YPG Kurdish militias were a determining factor of the reactionary Islamic forces' political and military defeat. In Kobanî and in many other Northern Syria cities, Kurdish women and men, arms in hand, have proved true heroism. Without their advance on the ground, inch by inch, at the price of enormous pain and sacrifice of lives, aerial bombing alone could not have defeat IS. It is also for this reason that international working class movement and the oppressed worldwide owe a debt of gratitude to the Kurdish fighters.

Now Donald Trump defines their war "ridiculous war", and abandons them to the fury of Erdogan and Turkish army. The deal between Trump and Erdogan is an outspoken green light for the Turkish invasion of Northern Syria, that means, in effect, not merely the annexation of part of Syria, for the benefit of new sultan's Ottoman projects, but also and above all a war of annihilation of Kurdish resistance. A foretold massacre.

In the contrasted relationship with USA, Turkish government throws his strategic position into the scales: the position of the main NATO outpost in the Middle East, and at the same time a political and military interlocutor of Putin's Russia. US imperialism couldn't risk pushing Erdogan toward Moscow: that's the reason of the go-ahead for the war on Kurds. A war that Erdogan definitely needs also for reasons of domestic politics, after the electoral defeat in Istanbul and in the midst of the Turkish economic recession. Raise the flag of Turkish nationalism and take Northern Syria manu militari is precious oxygen for Erdogan's regime, as it is sending Syrian refugees back to annexed territories – refugees object of an escalated internal xenophobic campaign.

As for European imperialist countries, including Italy, their only concern about Trump's decision is that a new war in Northern Syria can push forward further migration flows in Europe. EU paid Erdogan top dollar to do Balkan routes' guardian, that's why it's silent on the attacks on democratic rights in Turkey, and on the real nature of Erdogan's regime. For EU imperislists the foretold slaughterhouse against Kurds is nothing more than an unpleasant burden.

Kurdish forces will resist with all their strength to the proclaimed Turkish invasion. But there is a huge gap of power. The broader solidarity and support action for the Kurdish resistance by the Italian and European working class movement, unions, left-wing and anti-imperialist forces is needed. "Hands off the Kurds!" can and must become immediatly the slogan of a large, united mass mobilization at the embassies and consulates of Turkey, and against every silence and complicity of our own imperialism.

But in the events of Middle East there's a lesson to be learned, which goes beyond the immediate emergency, and which questions the perspective. The facts once again confirm that the Kurdish people, as the Palestinian people, has no friends between imperialist powers, new and old. No imperialist country will put its own interests at risk for the national cause of an oppressed people. And the strategic interest of all imperialist is to support Turkey and the Zionist State, as the best guardian for their business in the Middle East. All the diplomatic appeasement approaches with one or another imperialist power to gain favor with them have proved to be illusions, both for Kurds and for Palestinians. These approaches were helpful not for the oppressed people, but for their enemies. Kurish people, as Palestinian people, can rely only on their own strength and on the support of the world's working class.

Liberation and unification of Kurdistan, as well as liberation of Palestine, can only be achieved by way of revolution. It can only be achieved through the joining of their national cause with the perspective of the socialist revolution in the Arab nation and in the Middle East: the only perspective that can assure the full right to self-determination for all oppressed people.
The construction of the revolutionary International is a decisive condition to foster this future.
Partito Comunista dei Lavoratori