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Italia Sovrana e Popolare, l'approdo rossobruno di Marco Rizzo

 


Dai bombardamenti su Belgrado a sostegno di D'Alema al blocco coi parafascisti tricolori

1 Agosto 2022

Il passato è sempre un metro di misura del presente. Vale anche in rapporto alla parabola delle sinistre e a chi le rappresenta.
È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli sociali per entrare nell'Europa di Maastricht...); poi a sostegno dei governi D'Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul TFR...). Nella sinistra cosiddetta radicale nessuno ha governato quanto Rizzo, a braccetto col centrosinistra e i liberali. Non bastava tutto questo per misurare quanto meno l'inaffidabilità della persona come dirigente “comunista”?

Eppure, contro ogni logica, sfruttando l'ingenuità e la memoria corta di molti, Rizzo ha provato nell'ultimo decennio a reinventarsi come “comunista tutto d'un pezzo”. In realtà recuperando, all'insaputa dei più, lo spartito ideologico staliniano del 1929-1933: la sinistra come nemico principale (“socialfascista”), il rifiuto di ogni unità d'azione a sinistra, l'isolazionismo settario verso i movimenti di lotta, un apparente rifiuto del governismo. A chi come noi chiedeva un bilancio del suo passato ingombrante – perché altrimenti, prima o poi, si è destinati a ripeterlo – rispondeva che occorre guardare avanti e non indietro. A chi contestava il carattere autocentrato e settario della nuova linea, mutuata in miniatura dal KKE greco, rispondeva che l'isolamento era un vanto e che i movimenti non direttamente proletari, come quello ambientalista, sono piccolo-borghesi e quindi da rifuggire, ecc ecc.

Già allora Rizzo inseriva su questa scia un tema apparentemente nuovo, in realtà antico: l'assunzione del “popolo” a riferimento centrale in sostituzione della classe lavoratrice, il recupero del sovranismo nazionale, la contrapposizione dei diritti sociali ai diritti civili, posture sempre più equivoche verso i lavoratori immigrati...
Rizzo non lo sa, perché la storia, diciamo così, non è il suo forte. Ma si trattava anche qui (si parva licet) del riscopiazzamento della retorica staliniana del 1929-1933 sulla “lotta di liberazione nazionale tedesca” contro il trattato di Versailles, quando il KPD, imbeccato da Stalin, faceva concorrenza al nazionalsocialismo sul suo stesso terreno. Bastava sostituire Versailles con Bruxelles, la liberazione nazionale tedesca con la liberazione nazionale italiana, e il gioco era fatto.

Denunciammo da subito in questa deriva il rischio potenziale del rossobrunismo. Cioè di una rottura progressiva col campo di classe e di un avvicinamento a quel campo politico culturale che, non solo in Italia, teorizza il superamento dei confini tra destra e sinistra nel nome del popolo. Qualcuno ci rispose che esageravamo, che il nostro era un processo alle intenzioni, che “figuriamoci se Rizzo...”. E invece...
Invece oggi il PC di Rizzo ha compiuto il salto della quaglia. Ha varcato il confine del movimento operaio per realizzare un blocco sovranista tricolore con forze di destra e di estrema destra attorno a un programma reazionario

Italia Sovrana e Popolare, con tanto di sfondo tricolore, è questo. Ne fanno parte Ancora Italia di Diego Fusaro, ideologo del rossobrunismo nel nome della destra hegeliana; Riconquistiamo Italia, intrisa di presenze fasciste; Azione Civile di quel poveraccio di Ingroia, e appunto il PC di Rizzo. Il suo ultimo congresso sentenziava: “Nessuna alleanza alle elezioni”. Ma nella tradizione stalinista nulla conta di meno di un congresso. La positiva rottura col PC di un migliaio di giovani compagni, proprio in contrapposizione al sovranismo, e poi l'esplosione della nebulosa no vax, hanno indotto Rizzo ad abbandonare ogni remora, a tagliare i ponti alle spalle, a gettarsi a corpo morto nella nuova avventura. Oggi prova a tornare in Parlamento facendo leva su questa ciurma.

Chi avesse dubbi su questo nostro giudizio è invitato a guardare identità e programmi di Italia Sovrana, e dei soggetti che la compongono.

Ancora Italia, l'organizzazione più robusta della compagnia, si presenta come il partito dell'«Interesse Nazionale» (tutto maiuscolo), rivendica lo «Stato patriottico come fortilizio», la «famiglia contro l'atomizzazione individualista», la «Lealtà e l'Onore contro l'impero dell'effimero», «una visione spirituale intesa quale religione della trascendenza in opposizione all'ateismo nichilistico della merce... una visione sacra del mondo e della vita... la bellezza, l'onore il coraggio... quali principi guida di ogni azione individuale e collettiva».
Nessuna meraviglia se l'articolo 1 dello Statuto «riconosce nel Prof. Diego Fusaro il pensatore che più di ogni altro ha costruito... una coerente teoria filosofica pronta ad essere tradotta in prassi». Lo Statuto insomma è Fusaro, cioè chi lo ha scritto. L'impronta è quella di un manifesto di timbro futurista marinettiano, che come allora celebra «la sovranità, l'indipendenza, l'unità nazionale» degli spiriti liberi. Allora contro le plutocrazie coloniali, oggi contro l'Europa dei tecnocrati. Oggi come ieri, nel nome della Patria tricolore.

Riconquistiamo Italia, in un programma di forte impronta statalista-capitalista, contesta la «retorica dei diritti civili» nel nome del primato dei «doveri» e della (sacra) famiglia. Ma soprattutto individua nella liberazione della Patria dagli immigrati un punto dirimente. Gli immigrati regolari non debbono godere del «diritto al lavoro» che spetta solo ai cittadini. Gli immigrati irregolari, reclusi nei centri di accoglienza, debbono pagarsi il soggiorno dal secondo mese con 4 ore di lavoro obbligatorio e gratuito, con espulsione immediata in caso di rifiuto. Perché un immigrato possa diventare cittadino italiano, dopo almeno dieci anni di soggiorno regolare, deve sostenere «seri esami» di lingua italiana, di storia italiana moderna e contemporanea, di diritto costituzionale... Che è come dire che dovrebbero essere privati della cittadinanza diversi milioni di cittadini italiani. Su tutto primeggia il blocco della immigrazione, il controllo militare delle coste, il rifiuto di ogni sanatoria. Lo slogan salviniano “prima gli italiani”, già di Forza Nuova e CasaPound, slitta in peggio: “solo gli italiani”. L'immigrato è colui che ruba il lavoro all'italiano e/o deprime il suo lavoro. Per di più girando le rimesse al proprio paese di provenienza le sottrae alla Patria che generosamente lo ospita. C'è un solo modo di risolvere il problema: non quello di liberare gli immigrati dalla schiavitù del supersfruttamento, ma di liberarsi degli immigrati. Non quello di unire lavoratori italiani ed immigrati contro il capitale, ma di contrapporre gli italiani agli immigrati, nell'interesse del capitale. Proprio come dicono i fascisti.

Comune in Ancora Italia e Riconquistiamo Italia è la rivendicazione dell'uscita dalla UE. Ma non nel nome della rottura anticapitalista e della fratellanza internazionale dei salariati, bensì in quello di un capitalismo nazionale capace di rinverdire le proprie glorie. Liberiamoci delle catene della UE e «ritorniamo ad essere, come Italia, la quarta potenza mondiale» (?!) dichiara il capo di Riconquistiamo Italia. La sua tessera 2022 porta l'immagine di Enrico Mattei, bandiera di un capitalismo nazionale in espansione nel dopoguerra. È la nostalgia piccolo-borghese di un mondo capitalistico che non c'è più, e che non tornerà. Un sentimento classicamente reazionario. L'apologia del ritorno alla moneta nazionale quale garanzia di sovranità del popolo non è da meno. Come se la sterlina garantisse i proletari britannici, o il dollaro i proletari americani. In realtà, ogni forma di sovranismo borghese maschera l'immutata sovranità dei capitalisti (italiani e stranieri) sui proletari (italiani e immigrati). E subordina entrambi alle ambizioni del proprio imperialismo nazionale.

Quanto alla politica estera di Ancora Italia, spicca l'esaltazione dell'imperialismo russo, che spinge Toscano, leader di AC, a rivendicare pubblicamente l'invasione russa dell'Ucraina. La grande madre Russia della guerra nazionale patriottica è lo schermo ideologico di questa posizione guerrafondaia. Naturalmente nel nome della pace e della Costituzione. In realtà è l'abbraccio di Russia e Cina quali nuove potenze imperialiste emergenti in contrapposizione agli imperialismi NATO. Invece di contrastare l'imperialismo di casa nostra dal versante del proletariato internazionale, lo si fa dal versante dell'imperialismo rivale. Una posizione speculare a quella dell'atlantismo imperialista, lo stesso che Rizzo professò nel tempo in cui appoggiava la guerra della NATO in Jugoslavia.

Il programma di Italia Sovrana e Popolare, nel suo impasto politico ibrido, scavalca per molti aspetti a destra il programma di Salvini e Meloni, proprio perché libero da impacci istituzionali. Se poi capitasse loro di entrare in Parlamento (la vediamo dura), potrebbero tranquillamente sostenere come ultima ruota del carro un governo reazionario. Lo fece Gianluigi Paragone col primo governo Conte (Lega-M5S), perché non potrebbe farlo Marco Rizzo, coi suoi amici parafascisti, complottisti, putiniani? Chi non ha mai avuto principi, chi si è sempre vantato di non averne, può fare di tutto. I casi di Bombacci e di Doriot nella storia drammatica del Novecento stanno lì a dimostrarlo.

Ai pochi militanti del PC ancora sopravvissuti in quel partito chiediamo con semplicità: è questa la “via al socialismo” cui aspiravate? Ai tanti compagni, in particolare giovani, che da quel partito sono giustamente usciti poniamo invece un'altra domanda: davvero (anche) quanto è accaduto non pone l'esigenza di un bilancio della storia del movimento operaio e comunista e dei veleni di cui si è nutrita?

Partito Comunista dei Lavoratori

Il virus di Marco Rizzo e del suo CC

 


Dai governi di centrosinistra al civettamento con la destra, persino sui vaccini

Come Partito Comunista dei Lavoratori abbiamo assunto per tempo una posizione chiara sul tema delle vaccinazioni. Abbiamo registrato molti consensi attorno alle nostre posizioni, assieme a critiche e polemiche. Abbiamo interloquito com'era doveroso con le critiche politiche, anche severe; non abbiamo risposto a insulti, perché non abbiamo tempo da perdere. Di certo più passa il tempo più ci sentiamo confortati nelle nostre convinzioni, tanto quanto siamo sconcertati da altre prese di posizione che si vorrebbero comuniste ma in realtà capitolano a luoghi comuni reazionari.

È il caso, per ultimo, di Marco Rizzo. Il suo partito – suo nel senso proprio del termine – ha sentito il bisogno di formalizzare la propria posizione attraverso un comunicato del Comitato Centrale (1). L'abbiamo letto e riletto più volte, per paura di esserci sbagliati. Eppure no, non c'è nel testo una sola parola, una, a favore della vaccinazione.

Andiamo con ordine. Il CC del PC lamenta giustamente che «nel nostro paese da oltre trent'anni, governi di centrodestra e centrosinistra, e così il governo Conte ieri e Draghi oggi, hanno ridotto e continuano a ridurre pesantemente la sanità pubblica, a partire dalla drastica riduzione di posti letto in ospedale, della medicina territoriale, di prossimità e di quella di base». Parole sacrosante.

Ma negli ultimi trent'anni non hanno operato anche i governi che Rizzo ha appoggiato? Ne contiamo ben cinque. Il primo governo Prodi (1996-1998), i due governi D'Alema (1998-2000), il secondo governo Amato (2000-2001), il secondo governo Prodi (2006-2008). In tutto sette anni. Sette anni in cui quei governi, al pari di tutti gli altri, hanno tagliato posti letto, medicina territoriale, di prossimità ecc., al solo scopo di ingrassare la sanità privata e pagare il debito pubblico alle banche. Di più: furono proprio quei governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2001, con il ministro Bindi, a liberalizzare i fondi sanitari integrativi picconando il servizio pubblico (Legge 229). Ora, un dirigente politico e parlamentare come Rizzo, che con ruoli allora di primo piano ha appoggiato quei governi combattendo chi a sinistra li contrastava, con che faccia può ergersi oggi a difensore della sanità pubblica?

E per favore non si parli di “errori” o di “autocritiche” (che peraltro mai ci sono state). Gli errori si commettono quando si sbaglia all'interno del nostro campo di classe, nell'esercizio dell'opposizione. Ma quando per ben sette anni si sostengono i governi capitalisti che massacrano la sanità pubblica per conto dei banchieri, si sta per sette anni dall'altra parte della barricata. In quel caso non si compiono errori, si commettono crimini. Possibile che Rizzo non senta il bisogno di spendere una parola su questo? Possibile che il Comitato Centrale del PC non gli chieda conto di nulla?

Il CC del PC dichiara che «come marxisti crediamo nell'analisi e nel processo scientifico convalidato», ma che «siamo altresì attenti analisti della torsione che il capitalismo globalizzato compie nella sua corsa sfrenata verso il profitto». Dunque? Dunque «Siamo contro il Green Pass in quanto strumento non atto alla difesa della salute pubblica, ma elemento divisivo, discriminatorio». Ora, al netto del giudizio sul green pass, su cui abbiamo detto la nostra, un ingenuo potrebbe dedurre che Rizzo, da marxista scientista quale si dichiara, rivendichi la vaccinazione obbligatoria per tutti, in modo da cancellare la cosiddetta discriminazione del green pass. E invece no. Del vaccino Rizzo non parla proprio, non una sola parola a suo favore. Come si intende combattere il covid? Con «un piano straordinario per la difesa del lavoro, della sanità...» e «un piano pubblico e gratuito per avere tamponi ed esami salivari che permetta un serio e continuo monitoraggio della pandemia». È tutto.

Ora, intendiamoci bene. Avendo noi combattuto per decenni tutti i governi capitalisti che hanno saccheggiato la sanità pubblica – anche quelli che Rizzo appoggiava – siamo molto sensibili al “piano straordinario per la sanità pubblica”. Per la precisione rivendichiamo, non da oggi, un raddoppio della spesa pubblica per la sanità finanziato da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco (significherebbe 400 miliardi) e la cancellazione del debito pubblico verso le banche, quelle banche che i governi e i partiti di centrosinistra hanno rappresentato al meglio “per trent'anni”.

Ma perché opporre tutto questo alla vaccinazione di massa, e addirittura non far parola di questa? Se vogliamo “un piano straordinario per la sanità pubblica” non è anche per rafforzare la vaccinazione, moltiplicare il personale che la gestisce e i luoghi preposti, velocizzare i tempi, coinvolgere settori sociali oggi esclusi di fatto dalla vaccinazione per ragioni di marginalità sociale, discriminazione etnica, ecc.? E invece no. L'obiettivo di Rizzo è solo quello del monitoraggio serio e continuo della pandemia. Ma che senso ha contrapporre il monitoraggio della pandemia (giustissimo) alla vaccinazione di massa? Nessuno. In questi termini il no al green pass di Rizzo si riduce a una strizzata d'occhio ai no vax per cercare di incassare il loro voto per le prossime amministrative. Con buona pace dei... marxisti e del progresso scientifico.

Da comunisti sosteniamo con chiarezza la vaccinazione di massa, per la sua massima estensione possibile su scala planetaria in base agli studi scientifici disponibili. La teoria per cui gli attuali vaccini non sarebbero convalidati è pretestuosa e falsa. Non solo perché è la stessa obiezione che è stata mossa dagli ambienti reazionari al piede di partenza di tutti i vaccini nella lunga storia dell'umanità (dal vaiolo al morbillo), ma perché mai nella storia dell'uomo un vaccino ha goduto della sperimentazione su cinque miliardi di esseri umani in meno di un anno. La quantità modestissima di casi avversi su questo gigantesco campione disponibile conferma le ragioni del vaccino. La sua efficacia è misurata dall'abbattimento verticale di ricoveri e decessi pur in presenza di una variante Delta molto più contagiosa e potente. L'argomento per cui “Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna registrano un aumento dei casi, nonostante la vaccinazione di massa, dunque il vaccino non serve” rovescia l'ordine logico del discorso. Proprio perché quei paesi sono partiti per primi con la vaccinazione di massa, registrano per primi l'esaurimento della copertura vaccinale. Un po' come gli infermieri nei nostri ospedali. È un argomento che milita semmai a favore della terza dose, non certo del rifiuto del vaccino. Misura quanto sia necessaria la copertura vaccinale.

Il vero scandalo planetario, la vera dittatura sanitaria, è quella per cui dieci stati imperialisti si sono accaparrati il 75% dei vaccini, privandone larga parte dell'umanità. L'intera Africa è costretta a tassi di vaccinazione pressoché inesistenti. L'America Latina nel suo insieme non supera il 30% di vaccinazione. In Europa i paesi della fascia balcanica, dove vanno le “nostre” imprese a caccia di manodopera a basso costo, hanno tassi di vaccinazione che stanno tra il 20% e il 30% (Bulgaria il 20%, Romania il 32%). La Francia imperialista, attraversata da proteste no vax di settori di classe media, priva le proprie colonie di un vero sistema di vaccinazione, condannandole a tassi abnormi di contagio e di morte: si prenda il caso di Martinica, Guadalupe, Nuova Caledonia, dove il contagio senza protezione del vaccino tocca le 2000 persone ogni 100000 abitanti. Lo stato sionista d'Israele, ipervaccinato "in casa", priva del vaccino i palestinesi dei Territori e parte della sua stessa popolazione arabo-israeliana.

Questa situazione non spiega solamente la barbarie del capitalismo e dell'imperialismo, ma anche la persistenza dell'epidemia mondiale. Perché il virus si diffonde e riproduce, con tutte le sue varianti, proprio nelle sacche della povertà mondiale. È un caso che la variante Delta si sia prodotta in India, dove è irrisoria la vaccinazione e massimo l'accumulo della miseria? Tanto più in questo quadro emerge l'assurdità reazionaria delle posizioni no vax all'interno dei paesi imperialisti (e l'opportunismo di chi non le contrasta). Non è solamente un insulto alla miseria del mondo. È un insulto anche alla razionalità della scienza, nella battaglia contro la pandemia. Persino nella logica piccolo-borghese del proprio interesse individuale, come se la salute individuale potesse porsi al riparo della condizione dell'umanità. Il piccolo-borghese lo vorrebbe, ma così non è, e non può essere. Tanto più oggi la battaglia contro la pandemia può essere solo anticapitalistica e internazionale, a favore di una vera vaccinazione planetaria, contro i pregiudizi no vax ma anche contro chi a sinistra li avalla per piccoli calcoli di bottega (elettorale).



(1) https://www.facebook.com/315768485124369/posts/5012366738797830/

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori è presente alle elezioni amministrative comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna, con un proprio candidato a sindaco.


Il fine è quello di presentare pubblicamente le proposte e il programma di un'organizzazione rigorosamente anticapitalista, da sempre schierata dalla parte dei lavoratori.

Anche sul terreno cosiddetto amministrativo sosteniamo le ragioni del lavoro. Rivendichiamo ad esempio la regolarizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione, la cancellazione dei finanziamenti alla scuola privata, l’abolizione del debito comunale verso il capitale finanziario, la requisizione delle case sfitte, la rottura con gli interessi della proprietà immobiliare. Misure che riconduciamo alla prospettiva politica generale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da comunisti siamo contrapposti a tutti gli altri partiti e schieramenti. Contro le destre reazionarie di Salvini e Meloni, contro il populismo fallito del M5S, contro il Partito Democratico, espressione della borghesia liberale e dell’establishment. L’attuale governo di unità nazionale di Mario Draghi chiarisce che tutti questi partiti stanno dalla parte del capitale contro il lavoro. Noi siamo dalla parte opposta, in coerenza con la nostra opposizione a tutti i governi che l’hanno preceduto, di centrosinistra o centrodestra o giallo-verdi.

Siamo contrapposti a ogni forma di posizione no vax. Per la cancellazione dei brevetti delle multinazionali del vaccino, per un'estensione della vaccinazione di massa su scala nazionale e planetaria, per il raddoppio del finanziamento pubblico nella sanità pubblica e gratuita, finanziato da una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, per la nazionalizzazione della sanità privata e dell’industria farmaceutica.

Da comunisti siamo contrapposti a posizioni rossobrune come quelle del PC di Rizzo, nemiche persino dei diritti civili, e alternativi ad organizzazioni della sinistra cosiddetta radicale come Rifondazione Comunista, che hanno votato a suo tempo la fiducia alle missioni militari, come a quella in Afghanistan, e alla detassazione dei profitti.

La nostra autonomia politica ed elettorale, attorno al nostro programma indipendente, non contraddice l’impegno a favore della massima unità d’azione di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio sul terreno della lotta di classe. Oggi, ad esempio, a favore dell'unità di lotta di tutte le vertenze a difesa del lavoro, attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, come GKN o Whirlpool.

Da ogni versante, la nostra partecipazione alle elezioni è mirata a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori e delle lavoratrici in direzione anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le Tesi di aprile e lo strano scherzo di Rizzo

Fotoritocco: dalla tragedia alla farsa

21 Aprile 2020
Ieri, in ricorrenza dell'anniversario delle Tesi di aprile, il partito di Rizzo ha messo sulla sua pagina Facebook la celebre foto di Lenin che arringa la folla dal pulpito. Ma, scherzo del destino, la foto scelta per la celebrazione non è quella falsificata da Stalin con le persone che scompaiono, ma quella vera (a colori, per l'occasione) con Trotsky di guardia di lato.

Subito, una marea di compagni è accorsa divertita a “trollare” sulla pagina, chi dicendo: «Finalmente il PC passa alla rivoluzione permanente!»; chi gridando: «Viva Lenin, il capo della Rivoluzione! Viva Trotsky, il capo dell’Armata Rossa!»; chi scherzando: «Compagni, occhio, è un fake, avete aggiunto Trotsky che non c’era!».

Di norma, i post del PC sono seguiti da una marea di commenti agiografici, ma ieri, a parte i commenti dei trotskisti, il post è rimasto pressoché privo di autocelebrazioni, segno dell’evidente imbarazzo degli iscritti.
Chi però pensava che dall’errore che ripristinava la verità storica potesse nascere una qualche riflessione, o anche solo un segno di ripensamento da parte degli stalinisti, è presto smentito.

Oggi la foto, come ai tempi d’oro di Stalin, è stata ritoccata: Trotsky è stato ricancellato con un pennarello nero, non si capisce bene se elettronico o meno. L'effetto è tanto penoso quanto dilettantesco: Stalin era decisamente più professionale.
E così aprile, che poteva essere il mese della verità, resta invece il mese delle Tesi di Lenin per i partiti comunisti che le celebrano, e dei partiti stalinisti più strampalati che le scimmiottano, come quello di Rizzo: uno scherzo di partito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Perché Marco Rizzo contrappone il partito al fronte unico?

Una domanda ai militanti del PC

Quando in agosto emerse il governo Conte due, con il coinvolgimento di Sinistra Italiana e la posizione anfibia del PRC, il PCL lanciò la proposta di un coordinamento dell'unità d'azione tra tutte le sinistre di opposizione, per definire insieme campagne comuni dal versante di un'opposizione di classe, nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto.

I successivi sviluppi in direzione dell'assemblea nazionale del 7 dicembre, e poi la nascita del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione, hanno rappresentato lo sbocco di questa iniziativa, che ha registrato un successo superiore alle attese, in termini di partecipazione e di interesse.

La nostra proposta si indirizzò allora a tutte le sinistre di opposizione, indipendentemente dalle diversità politiche e programmatiche. Perché non si trattava di costruire un partito comune o un blocco elettorale, ma di realizzare una unità d'azione su obiettivi comuni tra soggetti diversi.
Per questo ci rivolgemmo, tra gli altri, anche al PC, con una lettera pubblica e contatti diretti tra dirigenti. Con la consapevolezza della profonda distanza di posizioni, ma anche della presenza reale di quel partito in ambienti giovanili dell'avanguardia.

La risposta di Marco Rizzo fu glaciale. Contrappose alla proposta di unità d'azione una propria manifestazione di partito (quella del 5 ottobre) nel segno di una indisponibilità pregiudiziale ad ogni reale convergenza unitaria.
Ma perché mai una legittima manifestazione di partito doveva contrapporsi all'unità d'azione? Peraltro la preclusione è rimasta immutata anche dopo il 5 ottobre, e nei mesi successivi.

C'è in questa posizione un risvolto autocentrato e settario che vuole presentarsi come tratto radicale, ma che esprime in realtà una pulsione opposta: la volontà di conservazione di un proprio spazio separato con finalità prevalentemente elettorali e di immagine. Come se il partito, invece che strumento rivoluzionario, diventasse il fine di se stesso a beneficio di qualche attenzione mediatica. È una concezione e cultura legittima, ma non ha nulla a che vedere col leninismo.

Per Lenin il partito svolge un ruolo fondamentale e insostituibile, ma in funzione dell'egemonia nel movimento reale, non come corpo separato rispetto ad esso. Una politica di fronte unico, di unità d'azione tra sinistre diverse su obiettivi e campagne comuni, mira ad ampliare l'azione dell'avanguardia della classe e dei movimenti, in funzione di una prospettiva di massa.
Un partito rivoluzionario non ha nulla da perdere dall'avanzamento dell'unità d'azione: semmai allarga in esso il proprio campo di relazioni, di costruzione, di possibile egemonia. Invece contrapporre il partito all'unità d'azione significa rivelare la propria indifferenza all'avanzamento della classe e della sua avanguardia, al di là di ciò che si scrive e si dice. In ultima analisi una indifferenza alla rivoluzione, al di là degli omaggi retorici e rituali che le vengono tributati. Come, del resto, in tanta parte della tradizione dello stalinismo.

Siccome siamo abituati al fatto che se si polemizza con Marco Rizzo scatta la difesa d'ufficio dei suoi fan piuttosto che una replica di merito con argomenti, poniamo pubblicamente una domanda molto semplice: perché il PC ha scelto di star fuori da ogni percorso di unità d'azione?

La risposta per cui il PC è talmente forte da potersi disinteressare dell'unità d'azione con altre sinistre classiste si incontra frequentemente sui social. Ma questa risposta conferma e peggiora il nostro giudizio. Sia perché la politica leninista del fronte unico ha interessato nella storia partiti rivoluzionari mille volte più grandi e rappresentativi del PC. Sia perché oggi la crisi profonda del movimento operaio italiano e la frammentazione delle sue stesse organizzazioni, politiche e sindacali, dovrebbe porre il tema dell'unità d'azione come esigenza elementare, tanto più a fronte della deriva reazionaria in corso. Del resto, se la domanda dell'unità è oggi così presente e diffusa tra militanti comunisti e avanguardie combattive è proprio perché riflette una esigenza obiettiva.

Certo, si può dare a questa domanda unitaria risposte diverse. Le si può dare una risposta frontista (l'alleanza col PD, nell'eterna riproposizione del centrosinistra); le si può dare una risposta elettoralista (facciamo un pateracchio elettorale a sinistra del PD, mischiando progetti diversi e inventandoci un nome). Sono risposte o subalterne o devianti, che non sviluppano la coscienza politica dell'avanguardia ma aggiungono confusione a confusione. E in ogni caso contraddicono l'autonomia del partito comunista.
Ma a quella domanda di unità si può invece dare una risposta corretta: quella dell'unità d'azione nella lotta di classe, nel rispetto dell'autonomia del partito e di ogni soggetto coinvolto. È quella che come PCL abbiamo dato attraverso il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione.

La cosa che invece non si può fare è ignorare quella domanda, oppure disprezzarla celebrando il rito dell'autosufficienza. Era la politica settaria che Lenin criticava quando a praticarla era Amadeo Bordiga alla testa di un PCd'I di quarantamila iscritti. Cosa mai avrebbe detto se a praticarla fosse stato, con tutto il rispetto, un Marco Rizzo?
Partito Comunista dei Lavoratori

Per chi suona il citofono

I risultati del voto regionale in Emilia-Romagna e Calabria hanno un profilo contraddittorio.

In Calabria lo sfondamento del blocco reazionario di centrodestra ha le proporzioni attese, capitalizzando l'autentico crollo del M5S, sullo sfondo dell'assenza sul piano elettorale di qualsiasi sinistra a sinistra del PD.

Diverso il caso dell'Emilia-Romagna, dove si è concentrato uno scontro politico di immediata valenza nazionale. Qui la Lega ha cercato lo sfondamento puntando a un effetto domino su scala generale. L'obiettivo era quello di conquistare il governo della regione per accelerare elezioni anticipate e rivincita politica nazionale.
Il piano è fallito.

Diversi sono i fattori che hanno sospinto la vittoria di Bonaccini.
Lo scarto tra Bonaccini e Borgonzoni in fatto di immagine e “credibilità istituzionale”, come mostra il successo della lista personale Bonaccini (5,76%) a fronte del fallimento della lista Borgonzoni (1,73%).
La capitalizzazione di un voto disgiunto proveniente da elettori del M5S, di Forza Italia, delle tre liste di sinistra, unito per ragioni diverse dalla repulsione per Salvini: chi da un versante sociale e democratico, chi da un versante borghese liberale.
La rimotivazione al voto di un settore significativo di elettorato di sinistra e democratico che in precedenza si era astenuto e che in questo caso ha fatto la fila ai seggi. Qui ha svolto un ruolo il movimento delle sardine, che non ha ricollocato l'elettorato popolare che votava a destra ma certo ha trascinato al voto una parte di elettorato di sinistra passivizzato e deluso.

La sconfitta di Salvini sta qui. Le dimensioni della sconfitta politica sono superiori a quella della sconfitta elettorale. Elettoralmente il blocco reazionario del centrodestra tiene la propria base di massa, particolarmente concentrata nelle campagne, nella provincia profonda, nelle periferie. Ma politicamente non poteva esserci sconfitta più netta.
Salvini ha puntato sulla massima politicizzazione dello scontro e insieme sulla sua estremizzazione reazionaria. Bibbiano e il citofono ne sono stati l'emblema. L'obiettivo era impugnare la bandiera del cambiamento contro quella della conservazione – con tutto il peggiore armamentario bigotto e xenofobo – per polarizzare a destra in chiave anti-PD il crollo annunciato del M5S. La politicizzazione dello scontro è riuscita, ma ha prodotto prevalentemente (e paradossalmente) una dinamica opposta: prima il movimento delle sardine, nato non a caso in Emilia proprio in opposizione a Salvini; poi la crescita della partecipazione al voto, maggiore soprattutto nelle città, per sbarrare la strada a Salvini. Ha vinto dunque l'eterogenesi dei fini. Salvini ha suonato il citofono sbagliato. All'interno del centrodestra, l'arretramento della Lega a vantaggio di Fratelli d'Italia, che supera l'8%, è un ulteriore smacco per il suo segretario.

Il PD liberal-borghese capitalizza elettoralmente la sconfitta del Capitano, come dimostra la crescita della sua lista (34,69%) rispetto allo stesso risultato delle elezioni europee, nonostante il successo della lista personale di Bonaccini. Da un lato il PD ha spartito con la lista Bonaccini il voto di settori piccolo e medio-borghesi moderati, desiderosi di tranquillità, dunque appagati dalla “buona amministrazione” del Presidente uscente; dall'altro ha capitalizzato la spinta prevalente di un elettorato di sinistra legato alla tradizione democratica e antifascista, e spaventato dall'ex ministro degli interni in permanente divisa di polizia. Il 3,77% riportato dalla lista Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, interna alla coalizione di Bonaccini, ha anch'esso raccolto questa pulsione, cui le sardine non sono certo estranee.
Dunque il referendum su Salvini voluto da Salvini ha punito chi lo ha invocato. Mentre un governatore borghese come Bonaccini, eletto contro Salvini ma garante del padronato, potrà continuare a gestire la normale amministrazione degli interessi capitalistici in regione, non ultimo il progetto di autonomia differenziata ai danni di istruzione, sanità, servizi, contro i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera. Ciò che in assenza di un'opposizione di classe, e col tacito consenso della CGIL, continuerà a consegnare al blocco sociale reazionario un ampio settore di salariati.

A sinistra del PD, il richiamo del voto utile ha fortemente penalizzato le liste presenti. Il risultato d'insieme delle tre liste (complessivamente l'1,3%, un 1% tra i candidati presidente) è obiettivamente marginale, e nessuna di esse emerge come polo attrattivo rispetto alle altre. Il PC di Rizzo (0,48%) dimezza i voti rispetto alle elezioni europee anche nei collegi in cui era presente. Potere al Popolo (0,37%) disperde larga parte dell'elettorato conquistato nelle elezioni politiche del 2018. Ma è soprattutto la lista L'Altra Emilia-Romagna a conoscere il risultato peggiore: l'unica lista delle tre ad essere presente in tutta la Regione – e che per questo aveva rivendicato il voto utile per sé a scapito delle altre – è quella che ha raccolto meno voti in assoluto e in percentuale. Rifondazione Comunista, che ne è stata il perno, paga una volta di più il mimetismo della propria politica.

Il PCL non ha potuto essere presente per via di una legge elettorale antidemocratica. Abbiamo dunque dato indicazione di voto a sinistra del PD, senza illusioni. Ma al tempo stesso diciamo forte e chiaro che non c'è possibilità di risalire la china a sinistra, sullo stesso terreno elettorale, senza la ripresa di una opposizione di classe e di massa. Chi pensa che la soluzione a sinistra sia questo o quell'altro cartello elettorale continua a pestare l'acqua nel mortaio. Le elezioni riflettono in modo distorto ciò che si muove, o non si muove, sul terreno sociale. Se si smarrisce il confine di classe nell'immaginario sociale quotidiano, perché quel confine dovrebbe apparire nel giorno del voto? Se la lotta di classe rifluisce, se con essa arretra la coscienza politica di massa e spesso della sua stessa avanguardia, nessuna alchimia elettoralista invertirà la condizione della sinistra politica. Semmai produrrà nuovi danni.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, fuori da ogni logica elettorale, è nato il 7 dicembre per unificare le lotte di resistenza e rilanciare l'opposizione sociale. Le campagne unitarie che sono partite in tutta Italia hanno esattamente questo scopo. Il PCL, che ha contribuito in modo determinante al coordinamento dell'unità d'azione, continuerà a lavorare per il suo allargamento, nazionale e locale, politico e sindacale, contro ogni settarismo e preclusione. E al tempo stesso porta e porterà in esso il proprio programma di rivoluzione per lo sviluppo della coscienza anticapitalista, contro ogni illusione riformista.

Senza unire l'azione di avanguardia non si può lavorare alla ripresa di massa né incidere sullo scenario politico. Senza un programma di rivoluzione non si può dare all'avanguardia una prospettiva vera di alternativa al capitale.

Per questo saremo come PCL i più unitari e i più radicali. Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Fermiamo l'ondata reazionaria! Nessun sostegno a Bonaccini e al PD e alle loro politiche filopadronali! Vota a sinistra

Il voto in Emilia Romagna può costituire uno spartiacque per la caduta del governo e l’avvento al potere della Lega e di Fratelli d’Italia. Bonaccini e il PD non sono un argine a alla destra reazionaria. Tutt’altro: gli hanno aperto la strada.
Il Partito Comunista dei lavoratori non si sottrae alla responsabilità di dare un’indicazione per fermare la destra. Diamo indicazione ai compagni militanti, aderenti e simpatizzanti di votare a sinistra del PD, ma il nostro sarà un voto necessariamente critico, perché nessuna lista presente alle elezioni rappresenta le ragioni del rilancio del movimento operaio e dei bisogni delle classi popolari
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Il mondo politico e quello dei mass media hanno messo ormai da mesi sotto osservazione le prossime elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 26 gennaio 2020. Queste elezioni vengono rappresentate come lo snodo politico decisivo per le sorti del governo e il precipitare della dinamica politica italiana verso le elezioni anticipate, che con tutta probabilità darebbero la vittoria alla destra e al suo progetto neoautoritario.

Non ci possiamo nascondere il pericolo: bisogna fermare l’ondata reazionaria cavalcata da Salvini e Meloni.

Un’ondata reazionaria che cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole, per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.

Il primo dovere è opporsi alla reazione e ai suoi partiti.

Ma il governo di PD-M5S-LeU non rappresenta in alcun modo un argine alla destra.

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità, di manutenzione degli interessi capitalistici. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

Questo non solo non ferma la destra, ma ne aumenta il consenso fra le masse popolari.

Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, è invocato dalle forze del governo e soprattutto dal PD come un “salvatore della patria”.

Bonaccini è indubbiamente un eminente campione delle politiche antisociali dei governi targati PD. Il fatto che oggi preferisca un profilo di parziale autonomizzazione dal PD, da decenni alla guida dell’amministrazione della regione, e che venga investito da parte dell’opinione pubblica del ruolo di argine all'avanzata salviniana, non ne sminuisce le responsabilità. Tutt’altro.

L’Emilia Romagna di Bonaccini insieme a Veneto e Lombardia è tra le regioni che pretendono l’autonomia differenziata.
L’autonomia differenziata è, come abbiamo già spiegato, la secessione dei ricchi. Ossia la pretesa di trattenere sul proprio territorio il gettito fiscale più ricco prodotto da queste regioni, perché sede di una borghesia più ricca, a scapito delle popolazioni povere del Sud, con un aumento del già vertiginoso differenziale tra Nord e Sud. Inoltre a pagare sarebbero anche i salariati del Nord, perché le regioni ad autonomia differenziata, potendo trattenere tutti gli aumenti di gettito fiscale, aumenterebbero le tasse locali (le addizionali sul’IRPEF). Il risultato sarebbe che, poiché l'entità stessa dei fabbisogni in termini di servizi sociali viene col tempo rapportata al gettito fiscale della regione, le regioni più ricche offrirebbero i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza, e non dalla eguale natura dei bisogni.

Insomma sappiamo chi pagherà: i poveri e i lavoratori salariati.
Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.

La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.

Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale.
Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni.

La verità viene a galla: nella regione in cui il PCI costruì la sua fortuna in termini di qualità e quantità dei servizi sociali, lodati anche all'estero, il PD ha dovuto subire lo smacco di essere imputato proprio del contrario, cioè di una sanità che non tiene conto affatto delle esigenze dei malati ma della redditività dei posti letto (chiusura di pronti soccorso o di reparti di ostetricia in zone di montagna, nelle quali le alternative più vicine si trovano a 30-40 km di distanza).

Una verità così imbarazzante per Bonaccini, che, in vista del possibile disastro elettorale, ha avuto bisogno del soccorso del ministro della sanità che glia ha promesso stanziamenti nazionali per nuovi reparti di ostetricia in zone impervie.

L’uomo che si incarica di gestire le politiche filopadronali del PD sul territorio dell’Emilia Romagna, che una volta almeno in parte aveva un’amministrazione influenzata da politiche solidaristiche vesso i lavoratori e i settori più svantaggiati della società, non fermerà la Lega. Al contrario, le sta già spianando la strada.

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori dà indicazione di voto a sinistra, contro le destre e contro Bonaccini.

Invitiamo le compagne e i compagni a dare un voto a sinistra del PD ma senza illusioni.

La lista “L’Altra Emilia Romagna” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi di centrosinistra, anche nei governi locali (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati...). Quegli stessi partiti che dopo aver assunto a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito le politiche di lacrime e sangue per conto e col plauso del capitale finanziario, oggi plaudono al governo Sanchez in Spagna, che lascia praticamente intatte le politiche antioperaie dei governi PPE, omaggia la UE e le sue politiche disumane contro i migranti, difende la NATO in un contesto di revanscismo imperialista, e continua a tenere in galera gli indipendentisti catalani negando il diritto di autodeterminazione al popolo della Catalogna.

La lista di Potere al Popolo, dietro una propaganda roboante di solidarietà con la classe lavoratrice e le masse popolari, si limita a proporre misure mutualistiche e solidali invece di porre la questione del governo dei lavoratori.

La lista del PC, un partito che è guidato da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia, parla di anticapitalismo, di diritti dei lavoratori e dei ceti poveri e dice di volere il socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti.
È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista, e proprio in ragione di questa politica di raggiro degli interessi della classe operaia sfocia in un atteggiamento ultrasettario, tanto da rifiutarsi di aderire al coordinamento unitario delle sinistre di opposizione che ha preso il via con la partecipatissima assemblea del 7 dicembre a Roma e che vede il Partito Comunista dei Lavoratori tra i suoi principali promotori.

Nessuna di queste compagini può rappresentare l’esigenza di una vera alternativa anticapitalista su scala nazionale così come su scala locale.

Un’alternativa che declini sul territorio il programma di svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Un programma che traduca nei territori la necessità di una vertenza unificante del mondo del lavoro e del suo incontro con i movimenti che si coagulano intorno alle rivendicazioni democratiche: dai diritti dei migranti a quelli delle donne e di tutti i settori oppressi della società.

Perché anche a partire dal territorio dell’Emilia Romagna ci si può battere contro il governo dei padroni avanzando la rivendicazione di un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale e la lotta all'inquinamento, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite e profitti; l’abolizione del debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; l’esproprio delle aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute, e sotto il controllo dei lavoratori; l’azzeramento delle vecchie e nuove misure di precarizzazione del lavoro (dai precari della scuola, alla pubblica amministrazione, ai riders); il rilancio della sanità pubblica contro il parassitismo di quella privata; il diritto alla mobilità pubblica; l’accoglienza dei migranti; il contrasto all'autonomia differenziata.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma alle regionali dell’Emilia Romagna, per via di assurde barriere antidemocratiche che alterano la rappresentanza democratica, a danno soprattutto dei lavoratori e delle classi povere. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.

Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati.
Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori - Emilia Romagna

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sul voto alle europee del 26 maggio

Le elezioni europee segnano complessivamente, al di là delle specificità nazionali, l'indebolimento dei partiti tradizionali PPE e PSE, a vantaggio o delle destre reazionarie (Gran Bretagna, Francia, Italia) o dei cosiddetti partiti verdi, che conoscono quasi ovunque una forte affermazione (a partire da Germania e Francia). Le formazioni a sinistra delle vecchie socialdemocrazie registrano ovunque una flessione o marginalizzazione. È un dato d'insieme che riflette l'arretramento dei livelli di mobilitazione e coscienza della classe lavoratrice, di cui portano primaria responsabilità i gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale, in ogni paese, e su scala continentale.

In Italia questo scenario europeo conosce la traduzione peggiore.
Il governo reazionario M5S-Lega stabilizza complessivamente il proprio consenso, mentre il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S premia la componente più reazionaria del governo stesso. Lo sfondamento della Lega di Salvini attorno alla bandiera “legge e ordine” e alla esibizione del rosario (Dio, Patria, Famiglia) ha una dimensione nazionale impressionante. Il netto rafforzamento di Fratelli d'Italia completa il quadro. A sua volta, il PD liberale di Zingaretti ha fatto leva sulla contrapposizione a Salvini per recuperare settori di elettorato di sinistra allontanati dal renzismo e rilanciare una prospettiva di ricomposizione del centrosinistra sotto la propria egemonia. La pesantissima sconfitta del M5S, con perdita elettorale in tutte le direzioni (Lega, PD, astensione in particolare al Sud) è la risultante di questa dinamica generale.
Il governo Conte è per un verso rafforzato dal voto, ma per un altro è minato dall'obiettivo restringimento dello spazio negoziale tra M5S e Lega.

A sinistra del PD, si registra la clamorosa débâcle della lista La Sinistra, che ha subìto il duplice effetto del voto utile contro Salvini andato al PD e dell'attrazione della lista Verde a livello di opinione. La rimozione del riferimento classista, le perduranti compromissioni col PD (nelle amministrazioni locali), la compromissione continentale della bandiera di Tsipras sotto il peso delle politiche di austerità, hanno indebolito la linea di demarcazione della sinistra riformista dalla borghesia liberale e dall'ambientalismo progressista. Il voto ha registrato questo fatto. Mentre il PC stalinista di Marco Rizzo ha capitalizzato abusivamente il richiamo comunista in settori di avanguardia, nel momento stesso in cui le leggi elettorali reazionarie hanno impedito la presenza del Partito Comunista dei Lavoratori.

Lo scenario italiano ripropone una volta di più due esigenze complementari.

La prima è la ricostruzione e rilancio di una opposizione di classe e di massa che possa unificare le lotte di resistenza (sociali, antirazziste, antifasciste, femministe, ambientaliste) contro la deriva reazionaria in atto e dare ad esse una rilevanza politica. Contro ogni logica di frammentazione, occorre lavorare in ogni sede per il fronte unico contro la reazione, a partire dall'ingresso sulla scena del movimento dei lavoratori, su base di massa, attorno a una propria piattaforma di lotta riconoscibile. Gli appelli congiunti di CGIL-CISL-UIL con Confindustria a favore dell'Unione Europea, la revoca confederale dello sciopero della scuola del 17 maggio, sono stati non solo un tradimento delle ragioni del lavoro ma un regalo politico al governo e a Salvini. Solo la ricostruzione di un fronte sociale di massa può alzare un argine contro le forze reazionarie. Solo l'esperienza di una lotta generale può liberare i lavoratori stessi dall'influenza delle suggestioni populiste.

La seconda esigenza è la costruzione di un partito indipendente dell'avanguardia di classe attorno a un programma anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che sappia trarre un bilancio dell'esperienza fallimentare delle sinistre riformiste, che rompa con ogni pratica o progetto di compromissione coi partiti liberali borghesi, costruisca in ogni lotta la prospettiva della rivoluzione e del governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa. Proprio la radicalità della deriva reazionaria richiama la necessità di una alternativa radicale al capitalismo, alla sua crisi, alla sua barbarie. I settori d'avanguardia non hanno bisogno dell'ennesima riproposizione di cartelli riformisti senza futuro, o di finzioni movimentiste, o delle cariatidi ideologiche dello stalinismo. Hanno bisogno di un partito di classe rivoluzionario. La costruzione controcorrente del PCL si muove ostinatamente in questa direzione.
Marco Ferrando

Contro le destre reazionarie di Lega e M5S

No al PD liberale. Vota a sinistra

16 Maggio 2019
Nessuna illusione sul riformismo. Per un'alternativa delle lavoratrici e dei lavoratori in Italia e in Europa. Unire le lotte. Costruire il partito rivoluzionario
Le elezioni europee del 26 maggio sono un passaggio importante della politica italiana.
Lega e M5S si azzuffano ogni giorno per incamerare voti, ma gestiscono da un anno una politica di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, mentre continuano a detassare i profitti miliardari e a pagare il debito pubblico alle banche, tagliando su scuola, sanità, servizi. Il progetto di “autonomia differenziata” mira alla regionalizzazione dei rapporti di lavoro e a un ulteriore impoverimento delle regioni del Sud, a tutto vantaggio del padronato del Nord e dei suoi affari. Altro che governo del cambiamento! In più il governo cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole (decreto sicurezza) per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.
Il primo dovere è opporsi a questo governo reazionario e ai suoi partiti.

Ma l'alternativa non può essere certo il PD. Un partito liberale che ha gestito le peggiori politiche antioperaie, dalla legge Fornero all'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e gli accordi infami con la Libia per la segregazione dei migranti, fra stupri e torture (Minniti). È un partito che con Zingaretti cerca di rifarsi il trucco, ma che conferma guarda caso tutte le politiche del passato, dal TAV alle misure antipopolari. Il PD si oppone al governo Conte non dal versante dei lavoratori ma dal versante del rigore, dei conti pubblici, di Confindustria, dell'Unione Europea dei capitalisti. Così facendo oltretutto concorre alla tenuta del governo tra i lavoratori e gli strati popolari. È il PD che ha spianato la strada alle destre, non può essere il PD l'alternativa a queste.

Contro le destre di governo, contro il PD confindustriale, diamo indicazione di voto a sinistra. Al fianco di centinaia di migliaia di lavoratori, giovani, donne che in questi mesi hanno animato le manifestazioni antirazziste, antifasciste, femministe, studentesche, e che vogliono esprimere anche attraverso il voto la propria opposizione al governo e la propria demarcazione dal PD.

Noi sappiamo che molti compagni tendono ad astenersi in queste elezioni, perché profondamente delusi dalla politica delle forze a sinistra del PD presenti.
Pur comprendendo questa posizione per la nostra netta critica della sinistra riformista di vario tipo, riteniamo però che in questa occasione sia più logico, per combattere il governo reazionario e il PD sempre liberale nonostante la segreteria Zingaretti, esprimersi con un voto per le liste a sinistra del PD.

Ma la nostra indicazione di voto è priva di ogni illusione.
La lista “la Sinistra” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi Prodi (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati, spese e missioni militari...). Ed ora gli stessi partiti assumono a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito e gestisce politiche di lacrime e sangue per conto, e col plauso, del capitale finanziario.
È una sinistra subalterna all'europeismo borghese.
La lista del PC è guidata da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia. E ora cerca di rifarsi il look “a sinistra” parlando di anticapitalismo e socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti. È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista.
Nei fatti, né “la Sinistra” né il PC si battono per una alternativa dei lavoratori e degli oppressi. Né si battono – di conseguenza – per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Proprio da qui passa invece l'unica prospettiva di alternativa vera: un'alternativa anticapitalista, su scala italiana, europea, internazionale. Un'alternativa anticapitalista che ripartisca il lavoro fra tutti attraverso la riduzione dell'orario a 32 ore a parità di paga; che sviluppi un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti; che abolisca il debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; che espropri le aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute e sotto il controllo dei lavoratori.
Solo un governo di lavoratori, lavoratrici, precari, operai, impiegati, solo un governo basato sulla loro organizzazione democratica e la loro forza può realizzare queste misure di svolta.

È la prospettiva dell'Europa socialista, degli Stati uniti socialisti d'Europa. Una prospettiva rivoluzionaria, contrapposta sia all'europeismo borghese liberale sia ai sovranismi nazionalisti. Una prospettiva che si fonda sull'unità e l'autonomia degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese e su scala continentale, in opposizione al capitalismo e all'imperialismo, innanzitutto quello di casa nostra.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma delle elezioni europee, per via di assurde barriere antidemocratiche verso i partiti che non hanno rappresentanza nel Parlamento della UE. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.
Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati. Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori

Un pessimo risultato per i lavoratori


5 Marzo 2018
Il voto del 4 marzo ha espresso un risultato estremamente negativo per i lavoratori e il movimento operaio. La crisi del renzismo è precipitata, ma è stata capitalizzata da forme diverse di populismo reazionario: dal Movimento 5 Stelle, in particolare nel Sud e nelle Isole, dove realizza un autentico sfondamento; da un centrodestra a trazione Salvini, in particolare nel Nord. La sinistra, nel suo insieme, è pesantemente marginalizzata dal nuovo scenario
Il voto del 4 marzo ha espresso un risultato estremamente negativo per i lavoratori e il movimento operaio. La crisi del renzismo è precipitata, ma è stata capitalizzata da forme diverse di populismo reazionario: dal Movimento 5 Stelle, in particolare nel Sud e nelle Isole, dove realizza un autentico sfondamento; da un centrodestra a trazione Salvini, in particolare nel Nord. La sinistra, nel suo insieme, è pesantemente marginalizzata dal nuovo scenario.


IL SUCCESSO DEL POPULISMO REAZIONARIO 


Il PD di Renzi consuma una disfatta. Il duplice fallimento del renzismo - mancato sfondamento nel blocco sociale di centrodestra e insuccesso dell'operazione diga verso il grillismo sul terreno della competizione populista - era già inscritto da tempo nello scenario politico, come ha mostrato la stessa sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016. Il voto del 4 marzo l'ha sanzionato nei termini più pesanti. Una legge elettorale concepita per penalizzare il M5S nei collegi uninominali e consentire la campagna del voto utile per il PD ha favorito, nelle condizioni date, una dinamica opposta, a partire dal Meridione.

Il M5S ha riportato un successo elettorale e politico molto rilevante. Nel Meridione ha capitalizzato la combinazione dello sfaldamento dei vecchi potentati clientelari e del richiamo della bandiera del cosiddetto reddito di cittadinanza, sino a raggiungere risultati da plebiscito. Nel Nord ha consolidato un blocco elettorale che tiene insieme voto operaio e settori di piccola borghesia. Nei fatti il M5S ha sommato l'eredità del “voto contro” i partiti dominanti con l'immagine di possibile carta di ricambio sul terreno del governo, quale nuovo garante e protettore sociale di interessi compositi. Il trasformismo governista del nuovo corso di Di Maio non solo - al momento - non ha penalizzato il M5S, ma ha allargato la sua capacità di presa.

Il centrodestra ha complessivamente conseguito l'obiettivo di coalizione di maggioranza relativa, ma il netto sorpasso della Lega su Forza Italia segna un successo indiscutibile del salvinismo. La campagna centrale per la cacciata degli immigrati (“prima gli italiani”), combinandosi con l'impegno ad abolire la legge Fornero, ha connotato un richiamo politico fortemente caratterizzato capace di polarizzare attorno a sé un blocco sociale reazionario molto eterogeneo. I risultati della Lega nel Sud incoraggiano a loro volta la nuova linea della Lega nazionale. Parallelamente, la sconfitta di Forza Italia, che fallisce il recupero sulla Lega nei collegi del Sud a vantaggio del M5S, va molto al di là del dato elettorale e può sancire il tramonto politico definitivo del berlusconismo, ridisegnando in prospettiva la stessa geografia del centrodestra.


LA SCONFITTA DELLA SINISTRA 

La sinistra, nel suo insieme, esce pesantemente sconfitta dalla prova elettorale.

Liberi e Uguali ha totalmente fallito l'obiettivo di ricomposizione attorno a sé del popolo della sinistra. Prima una scissione del PD molto tardiva e senza riconoscibilità sociale, poi una campagna elettorale attorno a Grasso giocata su una disponibilità alla ricollocazione di governo assieme al PD (e addirittura a Berlusconi) hanno portato LeU in un vicolo cieco. La soglia del 3,3% sancisce una disfatta che mina alla radice non solo il progetto dichiarato di costruzione del nuovo partito della sinistra, ma la stessa tenuta dell'aggregazione.
L'aggregazione riformista di Potere al Popolo (Je so' Pazzo, Rifondazione Comunista, PCI, Eurostop...) manca largamente l'obiettivo massimo del 3%, e anche l'obiettivo intermedio del 2%, attestandosi attorno all'1,12%. Nonostante il relativo successo di immagine in un bacino ristretto di avanguardia, la recita di un movimentismo antagonista in assenza di un movimento reale non è riuscita a capitalizzare lo spazio a sinistra di LeU se non in misura modesta. In ogni caso PaP è e resta segnato da un'assenza di progetto generale che vada al di là della raccolta di rivendicazioni immediate. Peraltro il commento entusiastico del dato elettorale («siamo contentissimi», ha dichiarato Viola Carofalo) sembra rimuovere non solo la realtà del voto conseguito da PaP rispetto alle ambizioni dichiarate, ma il pessimo scenario politico generale.
Il PC stalinista di Marco Rizzo, di impronta nordcoreana, ha investito nel nostalgismo del vecchio PCI (“il Partito Comunista è tornato”) con una pronunciata caratterizzazione di partito, conseguendo un risultato non disprezzabile (0,32, con presenza nel solo 60% del paese). Ma si tratta di un fenomeno d'immagine autocentrato, senza linea e proposta di massa, attorno all'immagine pubblica del segretario, con diversi elementi politicamente equivoci (ad esempio sull'antifascismo, sui migranti, sui diritti civili...) emersi durante la stessa campagna elettorale, e mirati volutamente ad ammiccare ad un elettorato “trasversale”.


“PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA”. UN RISULTATO MOLTO NEGATIVO E LA CONFERMA DELLE NOSTRE RAGIONI 

La lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che il PCL ha promosso assieme ai compagni e alle compagne di Sinistra Classe Rivoluzione, ha registrato un risultato molto negativo (0,12 al Senato, 0,08 alla Camera, corrispondente a un bacino di circa lo 0,15, vista la presenza solo nella metà del paese). Da rivoluzionari non rimuoviamo la realtà, né vogliamo abbellirla. Siamo stati in questa campagna elettorale l'unica reale presenza anticapitalista, classista, internazionalista. Molti fattori congiunti hanno militato contro di noi: uno scenario generale di deriva reazionaria segnato dall'arretramento profondo della coscienza politica della classe, la concorrenza inedita di tre formazioni a sinistra del PD molto più equipaggiate di noi in termini di forza organizzata o proiezione pubblica, un simbolo elettorale e un nome della lista con l'esplicito riferimento alla "sinistra" in assenza di una chiara connotazione comunista legato all'accordo tra i soggetti componenti il cartello. A tutto questo si è aggiunta una riduzione degli spazi mediatici d'accesso maggiore che in passato, senza paragone con altri soggetti concorrenti. L'insieme di questi fattori ha concorso a un risultato obiettivamente pessimo, ma non ne sono l’unica motivazione.

Ma da marxisti rivoluzionari non ci facciamo certo demotivare da un risultato elettorale. Naturalmente nei prossimi giorni, a partire dai nostri organismi dirigenti, faremo un'analisi approfondita del voto e un bilancio politico. Ma i risultati elettorali non sono mai la misura delle ragioni, quanto il riflesso di uno scenario dato e dei relativi rapporti di forza. Mentre tutte le ragioni che abbiamo sostenuto nella stessa campagna elettorale, e che più in generale sono alla base del nostro intervento di classe, continuano a corrispondere alla realtà delle cose. Su due terreni complementari.

In primo luogo, la situazione sancita dal voto del 4 marzo conferma una volta di più che solo una irruzione del movimento operaio sul terreno della lotta di classe potrà segnare una svolta reale e aprire dal basso un nuovo scenario politico. Senza la ripresa di un'opposizione sociale di classe e di massa che scomponga i blocchi sociali reazionari e segni nuovi rapporti di forza, l'intera situazione politica continuerà ad avvitarsi lungo la china in atto. È la dinamica di questi anni che il voto ha registrato. Non ci sono scorciatoie politiciste o marchingegni elettorali che possano aggirare questa verità.

Parallelamente, proprio il profondo arretramento della coscienza politica della classe lavoratrice, che i risultati elettorali confermano clamorosamente, ripropone la necessità di costruire controcorrente il partito rivoluzionario, cioè quell'organizzazione dell'avanguardia che porta la coscienza nella classe, contrasta i suoi pregiudizi, combatte i seminatori di vecchie e nuove illusioni, riconduce ogni esperienza alla necessità della rivoluzione e di un governo dei lavoratori. Ogni rimozione della centralità della costruzione del partito d'avanguardia come portatore di coscienza è smentita ancora una volta proprio dal voto del 4 marzo.


COSTRUIRE IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Se il risultato elettorale del 4 marzo è pessimo per il movimento operaio, è ben lungi dall'aver risolto i problemi della borghesia. Il padronato è forte nei luoghi di lavoro, e certo capitalizzerà su quel terreno anche l'esito del voto. Ma il voto del 4 marzo segna anche un nuovo passaggio della crisi di governabilità borghese. La Seconda repubblica del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra è da tempo tramontata. Ma la Terza repubblica annunciata da Di Maio e dal M5S quale nuovo pilastro politico e istituzionale è ancora lontana dall'essere realizzata. E Salvini non sembra disporre ad oggi dei numeri necessari per formare attorno a sé un nuovo governo di centrodestra. Chi dunque si intesterà nel nuovo quadro i nuovi programmi di austerità imposti dal capitale finanziario (e furbescamente rimossi in campagna elettorale da tutti i principali attori)?

Detto questo, nessuna contraddizione borghese, nessuna dinamica obiettiva degli avvenimenti, porterà una soluzione progressiva della crisi italiana senza l'irruzione nella lotta della classe lavoratrice e l'affermazione di una sua nuova direzione. Questo è il punto decisivo. Sono le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori e della sua costruzione quotidiana.

Tanti nuovi compagni e compagne hanno preso contatto con il nostro partito durante la campagna elettorale, come alcune realtà di classe di avanguardia a livello di fabbrica. Il nostro difficile lavoro controcorrente di costruzione e radicamento continuerà, nell'interesse obiettivo del movimento dei lavoratori e dell'unica possibile soluzione alternativa: una soluzione anticapitalista e rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Lo strano "comunista" Marco Rizzo


Dalla NATO a Kim Jong-un

Il dottor Stranamore, ovvero: come ho imparato ad amare la bomba e a non averne paura

“Rizzo pelato, servo della NATO”. Questo lo slogan apparso sui muri di Torino nel lontano 1999. Il motivo era allora chiaro. Marco Rizzo era uno dei principali dirigenti (coordinatore della segreteria nazionale) del cosiddetto Partito dei Comunisti Italiani, diciamo il numero tre, dopo Cossutta e Diliberto. Come tale era stato, nel 1998, uno dei principali organizzatori della scissione del Partito della Rifondazione Comunista. Scissione di destra.
Quando Bertinotti era stato costretto, a malincuore, a rompere col centrosinistra sfiduciando Prodi, i cossuttiani avevano rotto con lui per continuare a sostenere il governo; che in realtà era stato sostituito da quello di D’Alema, in cui i cossuttiani erano entrati a pieno titolo, ottenendo il ministero della Giustizia, affidato a Diliberto, e quello degli affari regionali, a Katia Belillo.
Fu questo il governo che nel 1999 partecipò alla guerra della NATO contro la Jugoslavia, bombardando Belgrado con arei italiani, mentre tutti gli arei NATO partivano dalla base italiana di Aviano. Il buon Rizzo non mosse un dito contro l’appoggio del suo partito al governo di guerra, anche se una minoranza dei delegati del PdCI ad un congresso del partito sollevò obiezioni (salvo poi capitolare con il profondo argomento che tanto la guerra... stava per finire con la vittoria della NATO).

Nella storia del Partito Comunista - che è poi in realtà sostanzialmente la storia del grande capo Rizzo - pubblicata sul sito del partito rizziano si afferma che il rapporto tra lui e gli altri dirigenti del PdCI cominciò ad incrinarsi all’epoca della guerra del Kosovo cui egli «cercò inutilmente di opporsi» (sic!). Nemmeno Sherlock Holmes riuscirebbe a trovare il minimo indizio di tale opposizione, e la sua conclusione rivolta al suo fido assistente non potrebbe essere che una: “Elementare Watson: Rizzo mente”.
Dopo la fine di questa guerra e, successivamente, del governo D’Alema, Rizzo cercò di accreditarsi come il capo della “destra” del PdCI. Nel 2001 si pronunciò contro la partecipazione del PdCI alle manifestazioni contro il G8 a Genova sulla base del motivo per cui non erano presenti i lavoratori (ovviamente la FIOM e il sindacalismo di base non contavano niente).
Nel 2003, mentre si stava discutendo dell’ipotesi della costituzione di un "Partito del Lavoro”, in pieno Comitato Centrale del PdCI Rizzo affermò testualmente: «il Partito del lavoro c’è già, e Cofferati è il suo capo». Questo mentre Cofferati si pronunciava, insieme a governo e Confindustria, per il boicottaggio del referendum per l’estensione dell’art 18.
Nel 2005, al Parlamento europeo, insieme all’astronauta Guidoni si distinse dal resto del gruppo della Sinistra Europea (GUE). Il futuro sovranista, infatti, feroce nemico della UE e dell’euro, votò a favore dei trattati europei, mentre tutto il GUE, con un minimo di dignità, votava contro.

Come mai questo riformista di destra si tramutò pochi anni dopo nel leader di una rottura di sinistra (per quanto sempre nell’ambito di opzioni riformiste quali quelle proprie dello stalinismo)?
La realtà è molto semplice: bagarre tra burocrati ambiziosi. Esautorato progressivamente Cossutta, i dioscuri del PdCI divennero Diliberto e Rizzo. Ma il segretario e il numero uno era Diliberto. Come si dice popolarmente, non possono esistere due galli nello stesso pollaio (riformista). Rizzo diede un'intervista ad un giornale in cui affermava che lui poteva contentarsi di essere un “numero due” (testuale), ma a condizione di essere il “vero numero due”. Sottotraccia era palese che il nostro era adepto della filosofia di Giulio Cesare secondo cui “è meglio essere il primo nel proprio villaggio, che il secondo in Roma”. Ma scalzare Diliberto si rivelò troppo difficile per il pur intelligente, abile e manovriero Rizzo. Di fronte a ciò egli aveva due possibilità: o approfondire le posizioni di destra e rischiare di fare la fine del vecchio Cossutta, del tutto emarginato e poi fuori dal partito e ai margini del PD; oppure seguire la “linea Totò (Antonio De Curtis principe di Bisanzio)”, e quindi buttarsi a sinistra.
E questo è quello che Rizzo fece, cominciando col criticare la coalizione dell’Arcobaleno, proseguendo con uno scontro frontale con il gruppo dirigente del PdCI, e in primo luogo con Diliberto, fino ad arrivare ad accusarlo di essere un massone, e a candidare un suo adepto neofita come il filosofo Gianni Vattimo nelle liste concorrenti di Italia dei Valori. Da ciò la rottura con il PdCI, e la costituzione con gli elementi più critici della linea opportunista del partito - ma anche più stalinisti - di Comunisti-Sinistra Popolare (oggi semplicemente Partito Comunista).

Ma l’isolamento internazionale della esperienza rizziana, lungi dal sottolineare il ruolo del “capo”, lo sminuiva. Per questo il nostro cominciò a guardarsi intorno per trovare la giusta casa. E incontrò così il Partito Comunista Greco (KKE). Questo partito stalinista combina da tempo un sostanziale riformismo, sia pure di sinistra, con una fraseologia rivoluzionaria, ma anche con un assurdo settarismo, in particolare nei confronti delle altre organizzazioni della sinistra (negli anni ’90, pur di combattere il PASOK socialdemocratico, giunse a costituire un governo con la destra).
Da alcuni anni il KKE ha organizzato una lassa unione di partiti stalinisti di sinistra, che ha assunto il nome di Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa. Sufficientemente lassa per non costituire un pericolo per la leadership di Rizzo e, grazie al ruolo del KKE (gli altri partiti sono tutti molto piccoli), sufficientemente prestigiosa per dare una verniciatura internazionalista al suo partito.
Certo, c’erano alcuni problemi di tipo teorico-politico per realizzare l’accordo col KKE. Ma i problemi teorici non sono evidentemente problemi per Rizzo, e del resto, Atene val bene una messa.
Al momento della sua costituzione, il partito rizziano, conformemente alla tradizione stalinista italiana, si era richiamato a Togliatti (correttamente, dal suo punto di vista) e a Gramsci (abusivamente). Ma per il KKE il primo era un revisionista, che aveva anticipato quella tale partito che considera la svolta storica kruscioviana; il secondo un semitrotskista (tesi abbastanza corretta). In obbedienza al nuovo credo, Rizzo non ha esitato un secondo a sbarazzarsi del riferimento ai due.
In particolare, Gramsci era indicato come riferimento nello statuto stesso di Comunisti-Sinistra Popolare. Nondimeno Rizzo, senza aspettare un congresso né convocare almeno un comitato centrale, espulse Gramsci dallo statuto. Un gruppo di militanti di Roma protestò per questa scelta nel merito e nel metodo, e si ritrovò rapidamente fuori del partito, ciò che sottolinea la grande democrazia del partito rizziano.
Allo stesso modo Rizzo, silenziosamente, rinunciò al precedente filoputinismo, visto che il KKE considera (giustamente) la Russia un paese capitalistico in sviluppo e (altrettanto giustamente) la Cina un paese imperialista.
Questo portò Rizzo e il suo partito a considerare ormai come faro del socialismo (oltre Cuba) la Corea del Nord, dinastia ereditaria “rossa” dei Kim, oggi di Kim Jon-Un.

Recentemente il nostro ha parlato di questo e altro alla conferenza stampa elettorale di Rai2, prevista obbligatoriamente per tutte le liste presenti alle elezioni. In questa occasione ha confermato in primo luogo la sua natura di gran contaballe affermando con la più grande faccia tosta che la presentazione per la prima volta alle elezioni politiche del suo partito rappresentava la prima presenza della falce e martello sulle schede elettorali dopo dodici anni, dimenticando pour cause la costante presentazione in questi anni, nella totalità o nella maggioranza del paese, delle liste falcemartellate (accompagnate dal mondo dell’internazionalismo) del nostro PCL.
Nel corso della stessa conferenza stampa si è poi potuto assistere a tutte le ambiguità (e anche peggio) nazionalstaliniste su migranti, lotta ai fascisti, diritti civili, con Rizzo che addirittura si rifiutava di dire cosa avrebbe votato in merito alle unioni civili per gli omosessuali e allo Ius soli. Questioni ovviamente complicate, mica semplici come appoggiare i bombardamenti su Belgrado.
Ma sulla questione della Corea del Nord e del suo regime la faccia tosta ha ripreso il sopravvento. Forse temendo di passare alla cronaca (e alla satira stile Crozza) come il suo quasi omonimo Razzi, Rizzo ha cercato di presentare la sua posizione come una pura - e in questo caso legittima - difesa della nazione nord-coreana dall’imperialismo USA, senza identificazione o sostegno politico al sistema. Peccato che queste non fossero le posizioni espresse al momento della sua visita circa due anni fa in Corea, e soprattutto al momento dell’arresto e messa a morte (con o senza sbranamento dei cani) dello zio di Kim Jong-un che, con l’appoggio dei cinesi, aveva cercato di rovesciare il satrapo di Pyongyang per sostituirlo con uno stalinismo un po’ meno bizzarro. In questa ultima occasione, come avemmo occasione di commentare sul nostro sito all’epoca, egli affermò testualmente ad un giornale che lo intervistava: «Io sono contro la pena di morte, ma bisogna riconoscere che quest’uomo [lo zio, ndr] ha tentato un colpo di stato contro un governo democraticamente eletto» (sic!). Per dirla con Peppino: “e ho detto tutto”. E in questo caso è proprio vero.

Ma noi, che siamo buoni, vogliamo concludere questo testo con un sincero ed accorato appello al voto per le liste del Partito Comunista di Marco Rizzo.
Se pensate, a cento anni dalla rivoluzione russa (“inizio della rivoluzione mondiale” - Lenin), che la soluzione socialista si realizzi sul piano del sovranismo nazionale; che Stalin sia stato un grande dirigente rivoluzionario internazionalista; che il novanta per cento dei dirigenti a tutti i livelli della rivoluzione d’ottobre (che Stalin ha fatto uccidere) fossero solo dei traditori, assassini, terroristi e agenti (da molti anni) delle varie potenze imperialiste e in particolare di Hitler e del Mikado; che il socialismo del futuro debba somigliare, grossomodo, al regime della Corea del Nord, magari con il grande leader dotato di pelata, invece del taglio di capelli di Kim Jong-un; se pensate questo, votate Marco Rizzo e il suo partito.
Ma se invece non condividete quelle affermazioni, e vi considerate comunisti e comuniste, allora l’unica scelta possibile per voi è votare le liste di “Per una sinistra rivoluzionaria".
FG