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Il negoziato fra imperialismi si riversa sui salariati

 

Significato e ricadute dell'accordo sui dazi fra USA e UE. Per un'alleanza internazionale dei salariati contro tutti gli imperialismi. Solo una rivoluzione socialista può dare all'Europa una prospettiva storica nuova

31 Luglio 2025

L'imperialismo USA scarica il proprio declino sugli imperialismi concorrenti, a partire dagli imperialismi “alleati”. L'accordo sui dazi fra Trump e von der Leyen rientra in questo quadro generale.

Il rilancio del protezionismo su larga scala da parte della nuova amministrazione americana mira a obiettivi combinati: incassare nuove risorse con cui detassare i capitalisti USA; e soprattutto riportare negli USA l'industria manifatturiera che aveva battuto altri lidi negli anni d'oro della globalizzazione.
Si tratta di un piano di rilancio delle basi materiali dell'imperialismo americano a fronte dell'ascesa della concorrenza imperialistica della Cina. “Fare di nuovo grande l'America” trova nel protezionismo il proprio credo.

La politica protezionista USA si muove a raggiera sull'intero globo, secondo una logica negoziale spregiudicata. Spazia non solo in America attraverso Canada e Messico – nel nome dell'antico motto ”l'America agli americani” – ma persino in Asia, dove non risparmia neppure gli alleati tradizionali degli USA, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante l'interesse strategico USA al contenimento della Cina (ciò che pone qualche interrogativo, tuttora irrisolto, sul codice di priorità delle scelte trumpiane).

È certo tuttavia che sul tavolo da gioco planetario l'Unione degli imperialismi europei ha subito, se così si può dire, un trattamento particolare da parte di Trump. Simile a quello riservato all'imperialismo giapponese. Più oneroso di quello offerto al vecchio imperialismo britannico.

L'accordo è ancora oggetto di interpretazioni fluttuanti, ma la sua natura appare evidente a occhio nudo: un accordo clamorosamente squilibrato a vantaggio dei capitalisti USA e del governo americano. Il dazio di riferimento del 15% riguarderà il 70% delle merci europee esportate negli USA (che ammontano complessivamente a 531 miliardi di euro); e si somma al “dazio informale” della svalutazione del dollaro del 15%.
Parallelamente la UE si impegna nei tre anni rimanenti dell'amministrazione Trump a comprare prodotti energetici USA per 750 miliardi di dollari (essenzialmente gas e petrolio), ad investire negli USA 600 miliardi di dollari delle imprese europee, ad accrescere i rifornimenti militari presso l'industria bellica americana, i cui titoli azionari non a caso sono esplosi in Borsa.
L'unica contropartita per la UE è la (temporanea) rinuncia degli USA ad elevare i dazi al 30%.

Larga parte del commentario borghese europeo è sconsolato: “per evitare la guerra abbiamo accettato la resa”. In particolare la postura remissiva esibita durante il negoziato dalla Presidente della Commissione Europea è spesso oggetto di critica o di scherno. Comprensibile. Ma al di là della superficie scenica, occorre andare alla sostanza di quanto è avvenuto.


LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

La debolezza contrattuale dell'Unione Europea è il riflesso della sua base materiale. Esiste un imperialismo americano, un imperialismo cinese, un imperialismo russo. Non esiste un imperialismo europeo. Esiste un'unione di stati imperialisti nazionali, di diversa taglia, da tempo penalizzati nella competizione globale, separati da interessi tra loro divergenti e conflittuali. Imperialismi nazionali che si contendono gli investimenti esteri attraverso la corsa al ribasso della tassazione sui profitti; che dispongono di sistemi energetici differenziati; che si disputano il mercato dell'acciaio, dell'industria farmaceutica, dell'industria bellica continentale; che si spartiscono in una lotta al coltello i fondi europei all'agricoltura e all'industria; che si contendono le aree di influenza in Europa, nei Balcani, in Nord Africa, in Medio Oriente, così come le proiezioni di mercato in Cina, India e America Latina.

Il crollo del muro di Berlino, poi la grande crisi del 2008, infine la concorrenza combinata e agguerrita delle altre potenze imperialiste (USA e Cina in primis) hanno indotto gli imperialismi nazionali europei prima a creare e poi a preservare la propria unione. Ma mai come oggi i diversi interessi degli Stati nazionali appaiono conflittuali.
Il contenzioso tra Germania e Francia sul primato in Europa, il conflitto latente tra Francia e Italia in Nord Africa, la concorrenza fra Italia e Germania nei Balcani, le infinite controversie sulle politiche di bilancio (sia nazionale che comunitario) ne sono un riflesso. La cosiddetta “costruzione federale” della UE non ha superato la soglia della moneta comune (2000), ed è di fatto bloccata da più di vent'anni. Il ricorso eccezionale all'indebitamento comune in risposta alla pandemia (2020) non ha avuto seguito. Lo stesso piano di riarmo recentemente varato risponde prevalentemente, non a caso, alle capacità di bilancio dei diversi Stati nazionali, e per questo approfondisce la loro divaricazione (a partire da quella franco-tedesca).


NEGOZIATO EUROPEO, INTERESSI NAZIONALI

Il negoziato commerciale tra UE e USA, e il suo esito, non potevano essere estranei a questo quadro d'insieme. Da un punto di vista formale, era ed è l'Unione Europea, attraverso la sua Commissione, la titolare del negoziato commerciale. Ma dietro il paravento di un negoziato continentale si agitano le diverse pressioni nazionali.
Berlino ha cercato principalmente di salvaguardare la propria industria automobilistica. Roma ha provato a tutelare la propria industria agroalimentare e farmaceutica. Parigi si sente minacciata da un accordo che la penalizza nei comparti chiave della propria industria bellica ed energetica, e protesta (“l'ora buia della sottomissione”).
Von der Leyen ha trattato per tutti e per nessuno. Così ora tutte le diverse filiere nazionali e/o di settore lamentano lo scarto tra i risultati e le attese. Tra il risultato e il proprio “mandato”, per lo più nazionale.

Peraltro, un negoziato commerciale non è mai solo commerciale, tanto più nel contesto attuale. Pesano i rapporti di forza complessivi sul piano della potenza imperialista. L'imperialismo USA in questi mesi ha messo sul piatto della bilancia il proprio primato indiscusso sul piano militare (NATO), la forza del proprio comparto energetico, il peso dei grandi monopoli tech. Gli impegni europei ad acquistare armi, gas, petrolio USA, e ad investire massicciamente negli Stati Uniti, sono il sottoprodotto della pressione materiale dell'imperialismo americano, e oggi soprattutto della svolta nazionalista della sua nuova direzione politica.

Certo colpisce un “impegno” europeo a spendere 750 miliardi in gas e petrolio USA quando l'intero export USA in petrolio e gas ammonta a 141 miliardi, come stupisce l'impegno a investire negli USA 600 miliardi delle imprese europee quando si tratta di investimenti privati, difficilmente prevedibili e quantificabili.
È possibile che la cifra comprenda in realtà l'impegno a comprare i titoli di Stato americani, oggi in evidente difficoltà anche perché minacciati da un parziale disinvestimento cinese. Ma al di là di incognite e contraddizioni, resta il dato di fondo: l'unione degli imperialismi europei si è piegata alle pressioni dell'imperialismo USA.


PER L'INDIPENDENZA DI CLASSE DEI SALARIATI EUROPEI

Ora tutte le borghesie del continente battono cassa chiedendo “compensazioni”. In altri termini, una nuova montagna di miliardi da girare ai capitalisti europei per indennizzarli dai dazi americani. Gli stessi capitalisti che magari, in risposta ai dazi, stanno valutando se trasferire negli USA le loro produzioni.
Da un lato le organizzazioni padronali chiedono soldi ai propri governi, presentando il conto del danno subito (22,6 miliardi, secondo la sola Confindustria italiana), e invocando deroghe alla normativa europea in fatto di aiuti di stato. Dall'altro, battono cassa direttamente presso l'Unione Europea, chiedendo la sospensiva del Patto di stabilità e persino un nuovo ricorso al debito continentale (cui la Germania continua a opporsi).

In ogni caso si sventola la bandiera dell'interesse comune fra padroni e lavoratori. Sia esso il ritrovato interesse nazionale contro l'Europa matrigna, secondo lo spartito sovranista, sia esso l'interesse europeo contro la protervia americana di Trump. secondo la narrativa liberal-europeista.

Questa operazione truffaldina va respinta. Non debbono essere i salariati a pagare il conto della concorrenza tra i capitalisti, i loro Stati, le loro unioni.
Contro le delocalizzazioni annunciate va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende interessate. Contro nuove operazioni a debito va rivendicata la tassazione straordinaria e progressiva dei grandi profitti e patrimoni, assieme alla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Contro nuovi tagli alle spese sociali (magari per finanziare le spese in armamenti, siano essi europei o americani) va rivendicato un vasto piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nei servizi sociali, nel risanamento ambientale e riconversione energetica – oggi rinnegata persino formalmente con l'impegno assunto verso gas e petrolio USA – a spese dei capitalisti. Contro ogni pretesa di interesse comune tra le classi, va rivendicata e perseguita l'alleanza internazionale tra i salariati europei, e tra questi ultimi e i proletari americani, che sono e saranno colpiti dal mix micidiale di inflazione e tagli sociali.


PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA EUROPEA

Al tempo stesso, quanto avvenuto richiama una riflessione più generale sulla prospettiva strategica dell'Europa e sul suo ruolo nel mondo.

Negli anni Trenta Trotsky scrisse che l'ascesa storica dell'imperialismo USA avrebbe messo all'angolo gli imperialismi europei, e che l'unico futuro storico progressivo per il vecchio continente avrebbe potuto delinearsi solo su basi socialiste. Oggi uno scenario per molti aspetti opposto produce lo stesso esito: è il declino storico degli Stati Uniti che viene messo a carico dell'Europa, sempre più vaso di coccio nella morsa delle grandi potenze planetarie.

I circoli borghesi liberali che invocano l'urgenza di una unità europea su basi federali, nel nome di una replica dell'antica federazione americana, ignorano le contraddizioni nazionali insuperabili tra i diversi stati imperialisti del vecchio continente: la loro unione non solo è stata edificata contro i lavoratori europei, ma rappresenta un progetto arenato e fallito.

Gli ambienti sovranisti che invocano la dissoluzione dell'Unione Europea e/o l'alleanza dei paesi europei con l'imperialismo russo e cinese, chiedono di fatto una nuova subordinazione dell'Europa, diversamente declinata, verso nuove potenze imperialiste emergenti. Nulla che corrisponda agli interessi dei salariati europei.

Solo una rivoluzione socialista può unificare l'Europa su basi progressive. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese, e su scala continentale, può dare all'Europa una prospettiva storica nuova.
Per una federazione socialista europea! Per gli Stati uniti socialisti d'Europa! È questa la parola d'ordine della Lega Internazionale Socialista, di cui il PCL è sezione italiana.

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra in Ucraina a un anno di distanza. Nessuna fine in vista - Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale

 


Fuori le truppe russe dall'Ucraina! Né Russia né NATO! Per un'Ucraina indipendente e socialista

28 Febbraio 2023

Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale. (English translation)

Un anno fa, il 24 febbraio 2022, i soldati russi invadevano l'Ucraina. Le truppe erano state ammassate al confine tra Russia e Ucraina, ma pochi osservatori pensavano che sarebbero entrate. Pochi pensavano che il governo russo fosse così sciocco. Ma alla fine sono entrate.

Il governo, l'esercito e il popolo ucraino hanno resistito, confinando gli invasori nei cinque oblast' sudorientali da Lugansk alla Crimea. Un anno dopo, la guerra rimane uno stallo militare lungo una linea del fronte di 600 miglia.

Inizialmente gli ucraini hanno combattuto con armi lasciate dall'era sovietica o prodotte dalla propria industria bellica. Ma quando queste si sono esaurite, gli Stati Uniti e la NATO hanno inviato armi per sostituirle. Stati Uniti e NATO hanno inoltre imposto sanzioni alla Russia e hanno iniziato a tagliare i legami economici, soprattutto l'importazione di petrolio e gas russo. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno visto nella guerra un'opportunità per indebolire la Russia e mettere in guardia la Cina.

L'estrema sinistra si divise sull'invasione. La maggior parte dei rivoluzionari l'ha denunciata e ha chiesto alla Russia di ritirare le proprie truppe. Ma le spedizioni di armi e le sanzioni USA-NATO hanno portato alcuni a concludere che la guerra è una guerra per procura tra blocchi imperialisti, in cui non sostengono nessuna delle due parti.

L'Opposizione Trotskista Internazionale (OTI), in fase di ricostituzione all'inizio della guerra, sostiene l'Ucraina contro la Russia, si oppone a entrambi i blocchi imperialisti e rivendica l'unica soluzione piena e giusta alla guerra: un'Ucraina socialista indipendente.

In occasione dell'anniversario della guerra, ripercorriamo gli eventi e traiamo da essi una lezione.


LA GUERRA FINORA

Il 'piano russo A' consisteva in uno shock and awe per costringere l'Ucraina alla sottomissione, prendendo a modello l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti nel 1991 e nel 2003. Il piano è fallito. La Russia aveva inizialmente troppe poche truppe per prevalere se l'Ucraina avesse resistito, e così è stato. Il governo ucraino rifiutò di sottomettersi, l'esercito tenne duro e il popolo si mobilitò.

Non potendo prendere Kiev, il comando russo ha ripiegato sul 'piano B', conquistando l'arco di quattro oblast' a confine con la Russia e fornendo un ponte terrestre verso la Crimea. Questo piano ha avuto successo. L'assalto iniziale russo ha portato all'occupazione della maggior parte dell'arco, e la conquista di Mariupol nel maggio 2022 completò il ponte terrestre.

Le forze russe hanno preso Sievierodonetsk a giugno e Lysychansk a luglio, completando la presa dell'Oblast di Lugansk, ma non sono riuscite ad avanzare nella parte occidentale di Donetsk, dove hanno affrontato la parte migliore dell'esercito ucraino.

Esasperati a nord e a sud, i russi sono stati costretti a ritirarsi su posizioni più difendibili. Hanno abbandonato l'Oblast di Kharkiv e Lyman, nel nord di Donetsk, a settembre, e Kherson a novembre. Le truppe ucraine si sono spostate nelle aree che i russi hanno lasciato. Lo slancio sembrava essersi spostato dalla parte ucraina e il governo parlava di offensive a sud e a nord. Ma queste offensive non vi sono state, nel mentre arrivava l'inverno.

Le forze russe, comprese le unità dell'esercito regolare e del Gruppo Wagner, hanno continuano a lavorare duro a Bakhmut, nel nord di Donetsk. Il loro piano era di riprendere il movimento a tenaglia da nord e da sud per espellere l'esercito ucraino da Donetsk. Fondamentalmente, però, la situazione militare rimane di stallo.

Nei primi mesi di guerra, le truppe ucraine hanno combattuto con armi e munizioni dell'era sovietica o prodotte dall'industria bellica ucraina. Man mano che queste si esaurivano, ottenevano rimpiazzi dalla Polonia e da altri Paesi dell'ex Patto di Varsavia, e poi nuove armi dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Le armi comprendono obici e sistemi missilistici HIMARS, che hanno dato all'Ucraina una certa parità di potenza di fuoco in prima linea, ma non sono state inviate armi a più lungo raggio che avrebbero permesso all'Ucraina di colpire la Russia. In quello che potrebbe essere stato un accordo implicito, la Russia si è generalmente astenuta dal colpire obiettivi ucraini dietro le linee del fronte. Né la Russia né la NATO volevano un'escalation della guerra fuori controllo.

Nell'ottobre 2022, le forze speciali ucraine hanno bombardato il ponte sullo Stretto di Kerch. Da allora, l'aviazione russa ha preso di mira le infrastrutture in tutta l'Ucraina e la popolazione ha dovuto sopravvivere all'inverno con calore e luce limitati. L'escalation era probabilmente inevitabile, visto lo stallo del fronte.


E ADESSO?

Con l'arrivo della primavera, è quasi certo che l'Ucraina e la Russia lanceranno offensive per cercare di superare la situazione di stallo. Dal punto di vista tattico, il compito principale dell'Ucraina è quello di tagliare il ponte terrestre russo spingendosi a sud verso il Mar Nero. Il compito principale per i russi è quello di espellere l'esercito ucraino dalla parte occidentale di Donetsk chiudendo la sua tenaglia da nord e da sud.

Non è affatto chiaro se una delle due parti possa raggiungere il proprio obiettivo. I combattimenti hanno assunto un carattere da Prima Guerra Mondiale, ma con armi del XXI secolo. Le due parti si bombardano a vicenda con l'artiglieria e i missili, mentre la fanteria non riesce ad avanzare, perché ognuna delle due parti è troppo profondamente trincerata.

Il governo ucraino ha chiesto carri armati per aiutare le sue forze a sfondare. I governi statunitense, tedesco, britannico e francese si sono opposti per molti mesi, affermando che i carri armati non sarebbero stati efficaci. Per ragioni di politica interna, alla fine hanno accettato. Decine di carri armati tedeschi Leopard 2 saranno probabilmente dispiegati entro la primavera.

Nella Seconda Guerra Mondiale, i carri armati tedeschi, sostenuti dal potere aereo, lanciarono la loro guerra lampo, affiancando o superando le linee francesi, britanniche e polacche. Da allora, il potere aereo ha spostato nuovamente gli equilibri, poiché i missili possono abbattere i carri armati.

I comandi statunitensi e tedeschi erano riluttanti a inviare carri armati costosi, difficili da mantenere e da usare in un teatro dove i missili russi avrebbero potuto distruggerli rapidamente. Ma i governi sentivano di dover fare qualcosa di più.

Andare al di là di questo sarebbe fare speculazioni. È possibile che le linee russe crollino e che l'Ucraina si riprenda gran parte del territorio che ha perso. È possibile che le linee ucraine crollino e che la Russia avanzi su Charkiv, Dnipro e Odessa.

È possibile che gli Stati Uniti e la NATO forniscano all'Ucraina armi a più lunga gittata e che la Russia reagisca con livelli di distruzione crescenti. È possibile che gli Stati Uniti e la NATO decidano che la guerra è troppo costosa e rischiosa e si tirino indietro.

È possibile che i lavoratori ucraini del nord e dell'ovest decidano che una guerra infinita a est non ha senso. È possibile che i lavoratori russi decidano che non vale la pena morire per occupare parti dell'Ucraina.

Tuttavia, l'esito più probabile è che l'attuale situazione di stallo continui fino a quando le due parti non saranno esauste e decideranno di smettere di combattere. Ciò che significherà non una pace giusta o duratura, ma un'interruzione temporanea dei combattimenti.


LA CONVERGENZA DI TRE GUERRE

La guerra in Ucraina è complicata, perché vi convergono tre guerre. O, per dirla diversamente, la guerra ha tre aspetti.

Il primo aspetto è la guerra della Russia imperialista contro l'Ucraina capitalista ma non imperialista. La classe dirigente e l'élite governativa russa, guidata da Vladimir Putin, vogliono riaffermare il potere russo nel territorio dell'ex Impero russo. Per l'Occidente, ciò significa soprattutto riaffermare l'egemonia russa sull'Ucraina.

In questa prima guerra il popolo ucraino sta difendendo il proprio diritto a uno Stato nazionale contro un aggressore imperialista, di fatto il suo oppressore storico. In questa guerra i marxisti rivoluzionari devono sostenere l'Ucraina.

La seconda guerra è la guerra fredda tra il blocco di potenze imperialiste storiche guidato dagli Stati Uniti e il blocco Russia-Cina che lo sfida. Si tratta di un classico conflitto interimperialista. I marxisti rivoluzionari, in questo caso, non devono sostenere nessuna delle due parti.

La terza guerra è la guerra civile tra il governo centrale e la minoranza russa dell'Ucraina, concentrata nell'arco di territorio che va da Charkiv a Odessa. Questo conflitto è il più difficile da risolvere, poiché le persone che vivono nell'area sono divise: alcuni combattono per il governo centrale, altri per la secessione.

Gli accordi di Minsk II del 2015 hanno cercato di risolvere il conflitto nazionale all'interno dell'Ucraina attraverso l'uguaglianza linguistica e culturale e una struttura federale in cui le regioni avrebbero avuto ampia autonomia. Il federalismo avrebbe precluso all'Ucraina l'ingresso nella NATO, ma non necessariamente l'ingresso nell'Unione Europea, poiché l'accesso all'UE avrebbe potuto favorire anche la Russia.

Gli accordi sono falliti perché né il governo ucraino né i separatisti russi volevano il compromesso. Ma hanno indicato che la strada da seguire è quella di lasciare che la popolazione delle aree storicamente russe determini il proprio rapporto con gli Stati ucraino e russo. scegliendo di rimanere in Ucraina, di unirsi alla Russia – con pieni diritti democratici, tra cui l'uguaglianza linguistica e culturale e l'autonomia regionale – o di avere un proprio Stato.

Per i marxisti rivoluzionari, prendere posizione sulle tre guerre separatamente è, o dovrebbe essere, relativamente facile: a favore dell'Ucraina nella guerra russo-ucraina, contro entrambe le parti nella guerra fredda interimperialista e per il diritto all'autodeterminazione della popolazione nelle parti storicamente russe dell'Ucraina.

La difficoltà è come mettere in relazione le tre posizioni. Quando russi e ucraini si sparano addosso, quale aspetto predomina? L'Opposizione Trotskista Internazionale ritiene che il conflitto che si sta dispiegando sia ancora prevalentemente una guerra di difesa nazionale dell'Ucraina capitalista (ma non imperialista) contro la Russia imperialista.


I NOSTRI COMPITI

I marxisti rivoluzionari sostengono la fine della guerra in Ucraina su basi giuste e democratiche: Russia fuori dall'Ucraina, no alla guerra fredda interimperialista e autodeterminazione per le aree storicamente russe dell'Ucraina. Questo nella prospettiva a lungo termine di un'Ucraina socialista indipendente, poiché nulla al di fuori di ciò potrebbe portare a una pace giusta e duratura.

I rivoluzionari di tutti i Paesi dovrebbero sostenere questa soluzione, ma i compiti variano da paese a paese.

In Ucraina i rivoluzionari devono sostenere lo sforzo bellico in qualsiasi modo possibile: combattendo nell'esercito o nelle Forze di difesa territoriale, organizzando attività di difesa dietro le linee, curando i feriti, riparando gli edifici danneggiati, mantenendo attiva l'economia e la vita del paese.

Ma oltre a sostenere lo sforzo bellico, devono aiutare la classe operaia a capire che i lavoratori russi non sono loro nemici e che gli Stati Uniti, la NATO, l'UE, gli oligarchi ucraini e il governo Zelensky non sono loro amici. Gli oligarchi e i loro governi stanno usando la guerra per subordinare l'Ucraina alle potenze occidentali. Stanno traendo vantaggio dalla guerra e ne approfittano per attaccare i diritti democratici e sociali.

I rivoluzionari devono esortare i lavoratori e i soldati a organizzarsi, a difendere i loro diritti, a contrastare ordini crudeli o stupidi, a proteggere le vite dei civili e dei soldati e a fraternizzare con i soldati russi, ogni volta che se ne presenta l'occasione.

In Russia i rivoluzionari devono fare tutto il possibile per ostacolare lo sforzo bellico. Devono smascherare le menzogne e gli interessi personali che si celano dietro la guerra, nonché la crudeltà e la stupidità con cui viene combattuta. Devono evitare la chiamata alle armi e aiutare gli altri a evitarla, oppure arruolarsi e organizzarsi nell'esercito. Devono continuare la lotta di classe, anche se, e soprattutto se, questa mina lo sforzo bellico.

Naturalmente, tutto questo deve essere fatto con attenzione e in gran parte in modo clandestino. Il RRP, Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) e altri rivoluzionari russi stanno dando un esempio di coraggio e integrità politica.

Negli Stati Uniti e in Europa i rivoluzionari devono sostenere il diritto del popolo e del governo ucraino di procurarsi armi da qualsiasi parte del mondo. Ma il loro ruolo non è quello di chiedere ai governi imperialisti di fornire armi. I governi lo stanno già facendo. Non siamo in una situazione da guerra civile spagnola. E la loro condizione per fornire armi è che l'Ucraina accetti un rapporto di dipendenza e di sudditanza.

Il ruolo dei rivoluzionari è piuttosto quello di pretendere che i loro governi cancellino il debito dell'Ucraina e forniscano le centinaia di miliardi di aiuti che saranno necessari per ricostruire il paese, senza alcun obbligo di rimborso. Dovrebbero pretendere che i loro governi cancellino il debito e forniscano aiuti all'Afghanistan e alle decine di altri paesi distrutti da interventi diretti e indiretti.

I rivoluzionari devono opporsi alla nuova guerra fredda e pretendere che i loro governi riducano le spese militari, chiudano le basi straniere, riportino a casa le truppe e sciolgano la NATO e tutte le altre alleanze imperialiste.

In Cina i rivoluzionari devono opporsi al proprio imperialismo nel suo tentativo di impadronirsi di Taiwan e di spartirsi il mondo con gli altri imperialismi. Devono chiedere al loro governo di convertire i prestiti concessi ai paesi più poveri in sovvenzioni e di cedere gli investimenti ai lavoratori. Devono cercare di impedire all'imperialismo cinese di aiutare l'imperialismo russo nella guerra in Ucraina.

In India, Brasile, Messico, Sudafrica, Turchia e altri paesi non belligeranti, i rivoluzionari devono far sì che i loro governi sostengano l'Ucraina nella guerra contro la Russia, siano neutrali nella guerra fredda fra i blocchi imperialisti e contrastino gli effetti della crisi di cibo, della crisi energetica e dell'inflazione sulla popolazione. Devono opporsi ai tentativi della loro classe dirigente di approfittare della guerra per perseguire le proprie ambizioni regionali.

In tutti i paesi i rivoluzionari devono continuare la lotta di classe, compresa la lotta per i diritti democratici e per la liberazione degli oppressi, e la lotta contro il cambiamento climatico e la devastazione ambientale. La guerra è un'altra ragione per odiare il capitalismo, non per fare pace con esso.

I due blocchi di potenze imperialiste sono in lotta per dominare il mondo. La classe operaia non ha alcun interesse nell'esito della loro lotta. Il suo interesse è il proprio potere e l'istituzione di un proprio governo, in ogni paese e nel mondo.

I rivoluzionari di oggi dovrebbero seguire l'esempio dei rivoluzionari dalla Lega dei Comunisti fino alla Terza e alla Quarta Internazionale. Dobbiamo organizzarci per aiutare la classe operaia a organizzarsi per porre fine al capitalismo e alla guerra.


Le truppe russe fuori dall'Ucraina
Né Russia né NATO. Contro tutti gli imperialismi
Per un'Ucraina socialista indipendente
Per una rivoluzione socialista in Russia
Per gli stati uniti socialisti d'Europa, da Lisbona a Vladivostok

Opposizione Trotskista Internazionale - International Trotskyist Opposition

Contro le destre reazionarie di Lega e M5S

No al PD liberale. Vota a sinistra

16 Maggio 2019
Nessuna illusione sul riformismo. Per un'alternativa delle lavoratrici e dei lavoratori in Italia e in Europa. Unire le lotte. Costruire il partito rivoluzionario
Le elezioni europee del 26 maggio sono un passaggio importante della politica italiana.
Lega e M5S si azzuffano ogni giorno per incamerare voti, ma gestiscono da un anno una politica di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, mentre continuano a detassare i profitti miliardari e a pagare il debito pubblico alle banche, tagliando su scuola, sanità, servizi. Il progetto di “autonomia differenziata” mira alla regionalizzazione dei rapporti di lavoro e a un ulteriore impoverimento delle regioni del Sud, a tutto vantaggio del padronato del Nord e dei suoi affari. Altro che governo del cambiamento! In più il governo cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole (decreto sicurezza) per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.
Il primo dovere è opporsi a questo governo reazionario e ai suoi partiti.

Ma l'alternativa non può essere certo il PD. Un partito liberale che ha gestito le peggiori politiche antioperaie, dalla legge Fornero all'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e gli accordi infami con la Libia per la segregazione dei migranti, fra stupri e torture (Minniti). È un partito che con Zingaretti cerca di rifarsi il trucco, ma che conferma guarda caso tutte le politiche del passato, dal TAV alle misure antipopolari. Il PD si oppone al governo Conte non dal versante dei lavoratori ma dal versante del rigore, dei conti pubblici, di Confindustria, dell'Unione Europea dei capitalisti. Così facendo oltretutto concorre alla tenuta del governo tra i lavoratori e gli strati popolari. È il PD che ha spianato la strada alle destre, non può essere il PD l'alternativa a queste.

Contro le destre di governo, contro il PD confindustriale, diamo indicazione di voto a sinistra. Al fianco di centinaia di migliaia di lavoratori, giovani, donne che in questi mesi hanno animato le manifestazioni antirazziste, antifasciste, femministe, studentesche, e che vogliono esprimere anche attraverso il voto la propria opposizione al governo e la propria demarcazione dal PD.

Noi sappiamo che molti compagni tendono ad astenersi in queste elezioni, perché profondamente delusi dalla politica delle forze a sinistra del PD presenti.
Pur comprendendo questa posizione per la nostra netta critica della sinistra riformista di vario tipo, riteniamo però che in questa occasione sia più logico, per combattere il governo reazionario e il PD sempre liberale nonostante la segreteria Zingaretti, esprimersi con un voto per le liste a sinistra del PD.

Ma la nostra indicazione di voto è priva di ogni illusione.
La lista “la Sinistra” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi Prodi (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati, spese e missioni militari...). Ed ora gli stessi partiti assumono a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito e gestisce politiche di lacrime e sangue per conto, e col plauso, del capitale finanziario.
È una sinistra subalterna all'europeismo borghese.
La lista del PC è guidata da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia. E ora cerca di rifarsi il look “a sinistra” parlando di anticapitalismo e socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti. È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista.
Nei fatti, né “la Sinistra” né il PC si battono per una alternativa dei lavoratori e degli oppressi. Né si battono – di conseguenza – per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Proprio da qui passa invece l'unica prospettiva di alternativa vera: un'alternativa anticapitalista, su scala italiana, europea, internazionale. Un'alternativa anticapitalista che ripartisca il lavoro fra tutti attraverso la riduzione dell'orario a 32 ore a parità di paga; che sviluppi un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti; che abolisca il debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; che espropri le aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute e sotto il controllo dei lavoratori.
Solo un governo di lavoratori, lavoratrici, precari, operai, impiegati, solo un governo basato sulla loro organizzazione democratica e la loro forza può realizzare queste misure di svolta.

È la prospettiva dell'Europa socialista, degli Stati uniti socialisti d'Europa. Una prospettiva rivoluzionaria, contrapposta sia all'europeismo borghese liberale sia ai sovranismi nazionalisti. Una prospettiva che si fonda sull'unità e l'autonomia degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese e su scala continentale, in opposizione al capitalismo e all'imperialismo, innanzitutto quello di casa nostra.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma delle elezioni europee, per via di assurde barriere antidemocratiche verso i partiti che non hanno rappresentanza nel Parlamento della UE. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.
Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati. Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori

Confindustria e Landini a braccetto a sostegno dell'Unione Europea

La nuova segreteria Landini in CGIL era stata presentata come garanzia di svolta della confederazione. Nonostante il nuovo segretario portasse in dote il peggior contratto della storia dei metalmeccanici pur di accreditarsi agli occhi dell'apparato, questa illusione è stata ampiamente condivisa in ambienti diversa della sinistra, con la immancabile benedizione de Il Manifesto.
Ora parlano i fatti.

L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta «la funzione sociale di progresso dell'Unione» (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come «garanzia di pace» (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro di «raggiungere dimensioni comparabili a quelle USA», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri player mondiali». Per questo invoca «una politica estera europea proporzionale al Pil continentale». In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.

Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.

Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.

Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.

“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.
9 aprile 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Un regalo da tre miliardi di euro per Deutsche Bank dal governo italiano


Le politiche bipartisan per garantire profitti con le tasche dei lavoratori

Da un articolo dell'Espresso si possono trarre alcuni retroscena riguardanti la gestione dei derivati e della finanza per usare i bilanci statali e il debito pubblico come un casinò in cui a vincere è sempre l'ospite forte.

Nella più totale segretezza, tutti i governi stipulano questi accordi finanziari con le banche: i cosiddetti derivati. In questo caso si fa riferimento a un contratto stipulato tra Tesoro italiano e Deutsche Bank (al tempo, e al momento, controllata da capitali cinesi, americani e qatarioti) nel 2004. In cosa consiste? Il debito pubblico italiano è altissimo e ad un innalzamento dei tassi di interesse aumenta il rischio di crisi finanziaria. Di conseguenza il governo decide di stipulare un contratto “assicurativo” con la banca stabilendo che se i tassi di interesse dovessero superare il 5% il differenziale verrebbe sborsato dalla banca alle casse dello Stato; in caso contrario, se i tassi rimangono sotto la cifra stabilita, lo Stato paga comunque alla banca il 5% di interessi. In poche parole, l'economia della scommessa con i soldi delle tasse dei lavoratori.

Ovviamente dal 2004 al 2015 i termini del contratto vengono regolarmente modificati in funzione delle oscillazioni del mercato e dei tassi. Così non solo lo Stato ha regalato denaro pubblico su una scommessa sbagliata, ma ha perseverato nel tentare nuove scommesse fino a stravolgere i termini contrattuali iniziali, ogni volta cedendo sempre più unilateralità alla Banca e ogni volta adeguandosi alle pretese di massimizzazione dei profitti e delle speculazioni, mettendosi completamente nelle mani di questi capitali finanziari.

In questo percorso sono coinvolti i vari governi susseguitisi al potere (Berlusconi II – Berlusconi III – Prodi II – Berlusconi IV e Monti) e i vari vertici della burocrazia amministrativa del Tesoro, come la responsabile della direzione del debito pubblico Maria Cannata e i tre direttori generali Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli e Vincenzo La Via.
Nella dinamica delle clausole e delle varie scommesse il Tesoro ha sempre “perso” e sbagliato, regalando ogni 6 mesi diversi milioni di interessi a Deutsche Bank, e nell'anno in cui ha dovuto sborsare meno (2009) ha accettato una ristrutturazione sfavorevole alle casse dello Stato, per permettere così alla banca il recupero del mancato guadagno, con ristrutturazioni da li in poi annuali che hanno permesso a D.B. di avere praticamente la certezza, da ora in poi, di non perdere mai.

Tutte queste operazioni avvenivano proprio mentre Deutsche Bank, di fronte al rischio di crisi finanziaria e di debito rilanciata con la campagna sullo spread in esplosione, ritirò le proprie partecipazioni nel debito pubblico italiano passando da 8 miliardi di titoli di Stato a soli 996 milioni di euro. Un'operazione che venne annunciata solo a cose fatte, anzi proprio mentre la banca cominciava l'acquisto di nuovi titoli fino a circa tre miliardi di euro, attraverso questi derivati (credit default swap) e altre acquisizioni – ovviamente fatte quando i prezzi sono crollati.

Nel complesso, questa operazione è costata negli anni degli eventi narrati: una profonda instabilità politica; l'aggravamento della crisi finanziaria e del rischio default; la fuga da ogni rischio per la banca rispetto ad un eventuale crisi dei conti pubblici italiani e l'assicurazione, sempre per Deutsche Bank, dei propri profitti e delle proprie speculazioni; il regalo a D.B. di almeno 2,5 miliardi di euro in “scommesse” errate del Tesoro con i derivati e la garanzia di future speculazioni che potrebbero arrivare a costare oltre tre miliardi di euro allo Stato italiano.

Il tutto mette in mostra come i governi della borghesia e lo Stato capitalistico altro non siano che lo strumento dei capitali nazionali e internazionali per spartirsi potere e ricchezze. Il perfetto capitalista collettivo che si piega agli interessi di banche, industriali, palazzinari e speculatori. Il terreno di battaglia tra le varie fazioni della borghesia italiana, europea e mondiale.
Non è un caso, infatti, che con dinamiche e operazioni simili sui derivati, sempre nello stesso periodo, anche Morgan Stanley godette di una speculazione che portò altri 3,1 miliardi di euro dalle casse del Tesoro a quelle della banca americana.

Solo delle misure rivoluzionarie e direttamente finalizzate a rompere il sistema capitalistico, attuate da un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fondato sulla forza dell'autorganizzazione degli sfruttati in un fronte unico di classe e di massa, possono rovesciare questo stato di cose.
Allo Stato dei banchieri e dei padroni dobbiamo sostituire lo Stato dei lavoratori e dei proletari, che nazionalizzi senza indennizzo per i grandi capitali, e con garanzia per i piccoli risparmiatori, tutte le banche e gli istituti di credito in un'unica banca pubblica e sotto il controllo dei lavoratori, rifiutando e cancellando il pagamento del debito al capitale finanziario e industriale, e nazionalizzando senza indennizzo tutti i settori strategici dell'economia - dalla produzione ai servizi – ponendo quelle aziende sotto il diretto controllo dei lavoratori.
Il tutto nella prospettiva dell'abbattimento dell'Europa capitalistica e imperialista, dove la Banca Centrale Europea incassa anche dai fragili equilibri tra le borghesie dominanti nazionali, per una federazione di governi dei lavoratori negli Stati uniti socialisti d'Europa!
Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dalla Catalogna!


Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento indipendentista con l'accusa di sedizione, il governo spagnolo annuncia la destituzione del governo catalano, il commissariamento del Parlamento di Catalogna, la cancellazione della TV catalana, lo scioglimento dei Mossos e il loro rimpiazzo con forze militari di Madrid.
Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, con metodi di tradizione franchista.
Il Partito Popolare che si appresta a varare tali misure ha appena l'8,5% dei voti in Catalogna. Ma può contare sul sostegno compatto della monarchia, del Psoe, della magistratura, dell'esercito, dei corpi di polizia, del capitale finanziario, delle cancellerie dell'Unione Europea. Tutti uniti contro il diritto di autodeterminazione della nazione catalana, per paura della diffusione del contagio presso altre nazionalità oppresse di Spagna e d'Europa.

E' l'ora della mobilitazione al fianco del popolo Catalano.
Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di un pronunciamento netto e incondizionato contro il colpo di Stato di Madrid. Il colpo di Stato di Madrid chiarisce una volta di più la natura oppressiva della Spagna verso la Catalogna. Chiarisce una volta di più le ragioni democratiche e progressive della volontà di indipendenza del popolo catalano dalla Spagna. Le posizioni ecumeniche assunte da tanta parte della sinistra italiana (“ Nè con la Spagna, né con la Catalogna”), o addirittura l'assimilazione demenziale della ribellione catalana al leghismo reazionario di casa nostra ( Il Manifesto), sono smentite clamorosamente dall'evidenza dei fatti. Tra uno Stato che opprime e una nazionalità politicamente oppressa, non si può essere equidistanti. Persistere tanto più oggi nella equidistanza sarebbe complicità con l'oppressione.

Facciamo appello a tutte le sinistre italiane- politiche, sindacali, associative, di movimento- per la più ampia mobilitazione a difesa della Catalogna contro la reazione spagnola. Portiamo la protesta sotto tutti i consolati spagnoli in Italia. No al colpo di Stato di Rajoy! Giu' le mani dalla Catalogna!

Nella mobilitazione unitaria a difesa della Catalogna contro il governo reazionario di Madrid porteremo la posizione indipendente dei comunisti rivoluzionari, già argomentata a più riprese su questo stesso sito:

- Immediata proclamazione della Repubblica Catalana.
- Abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna.
- Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a tutela dei piccoli risparmiatori.
- Requisizione delle imprese in fuga dalla Catalogna sotto il controllo dei lavoratori.
- Appello al proletariato spagnolo per una mobilitazione comune contro il governo reazionario di Madrid.
- Organizzazione dell'autodifesa di massa catalana contro la repressione spagnola.
- Sviluppo delle strutture di autorganizzazione di classe e di massa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri e loro centralizzazione democratica.

Per una Repubblica socialista di Catalogna nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa
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Partito Comunista dei Lavoratori

Risoluzione del Comitato Centrale del PCL sulla Catalogna

 1) Il popolo di Catalogna ha l'insieme delle caratteristiche (unità e particolarità linguistica, territorio, comunanza di tradizioni e storia, sentimento popolare di identità) che configurano una nazione. 

2) Quanto sopra determina il suo diritto all'autodeterminazione.

3) La nazione catalana è stata storicamente oppressa dallo Stato spagnolo, almeno a partire dal 1714. Il movimento, da più di un secolo a carattere repubblicano, per la liberazione da tale oppressione nazionale dello Stato imperialista monarchico spagnolo ha un carattere progressivo.

4) Per questo, anche di fronte ad uno sviluppo di un movimento di massa nazionale democratico centrato sulla gioventù (che si è espresso nei mesi precedenti al referendum con posizioni radicali in difesa dei diritti dei migranti), la posizione dei trotskisti conseguenti deve essere a favore non solo del diritto democratico di autodeterminazione, ma anche della indipendenza della Catalogna.

5) Da comunisti rivoluzionari noi non proponiamo però una indipendenza senza aggettivi. Noi siamo per l'indipendenza di una Catalogna socialista, basata sul potere dei lavoratori e delle lavoratrici.

6) La posizione di cui al punto 5 non rappresenta però una precondizione per partecipare al movimento di massa e alla lotta attuale. Noi siamo per la Catalogna socialista ma appoggiamo incondizionatamente l'autodeterminazione e l'indipendenza. Per questo rivendichiamo il referendum del 1° ottobre e il suo risultato, condannando la sua oggettiva svendita da parte della borghesia catalana. Nel contempo, i marxisti rivoluzionari devono spiegare che solo una rivoluzione socialista può garantire la realizzazione concreta dell'indipendenza.

7) I marxisti rivoluzionari devono intervenire nel movimento reale di massa cercando di costruire in esso la propria egemonia utilizzando la propaganda e l'agitazione con i propri obbiettivi transitori, a partire dalla rivendicazione dello sciopero generale prolungato ed esteso anche alla classe operaia spagnola in generale, la costruzione di comitati operai, studenteschi e popolari in difesa del processo indipendentista, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle banche e delle imprese che esportano capitale fuori dalla Catalogna come strumento di ricatto nei confronti del processo indipendentista.

8) I marxisti rivoluzionari devono inquadrare la battaglia per l'indipendenza socialista della Catalogna in un quadro più generale, cioè in quello della prospettiva degli Stati uniti socialisti d'Europa. Il movimento di massa indipendentista catalano è nazionalista, ma non sovranista. Si tratta di combattere in esso le illusioni sulla UE e una sua eventuale riforma, e quelle su una Europa "sociale e democratica".

9) Non riteniamo attuale oggi la vecchia parola d'ordine di "Federazione socialista iberica". In questo momento essa apparirebbe al movimento di massa indipendentista come una versione radicale della posizione di compromesso avanzata da Podemos, Izquierda Unida ed En comun-Podem. Qualora però si sviluppasse in Spagna un movimento di massa democratico, antimonarchico e antireazionario che accettasse il diritto di autodeterminazione della Catalogna, questa parola d'ordine tornerebbe di attualità.

10) Non esiste allo stato attuale una oggettiva egemonia proletaria sul movimento di massa indipendentista. Questa situazione, del resto esistente anche negli anni '30, a causa delle posizioni anti-indipendentiste degli anarcosindacalisti, non elimina il dovere e la necessità di partecipare al movimento. Bisogna lottare per costruire tale egemonia. In ciò lottando contro le posizioni interclassiste all'interno del movimento e in alternativa al blocco politico con la borghesia della sinistra catalana (compresa la CUP), ma anche e soprattutto nella classe operaia industriale, compresa quella di immigrazione dagli altri territori dello Stato spagnolo, per farle comprendere che è nel suo interesse di classe appoggiare il movimento indipendentista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro l'Europa del capitale! Per l'Europa socialista!

assemblea pubblica nazionale del PCL

Roma, sabato 25 marzo ore 11:00, 

Via Cavour 50/A





La ricorrenza del sessantesimo anniversario dei trattati della CEE rappresenta l'ennesima scadenza intorno a cui si confrontano diverse prospettive e diversi orientamenti nell'arcipelago della sinistra sul tema dell'Europa.
Da un lato l'eterna litania diversamente declinata di una "Europa sociale e democratica" imperniata intorno alla proposta di "democratizzazione" dell'UE come leva di svolta sulle politiche sociali; dall'altro versante il nuovo slancio assunto da posizioni neosovraniste anche di sinistra, incentrate principalmente sull'uscita del capitalismo italiano dall'Euro come strumento di recupero della cosiddetta "sovranità nazionale" e di possibili nuove forme di redistribuzione della ricchezza.

Noi proponiamo una risposta diversa alla questione cruciale dell'Europa.
In primo luogo la speranza di una democratizzazione della UE è la ripetizione su scala continentale dell'illusione della riforma impossibile del capitalismo. Siamo da sempre contro l'Unione Europea. Una Unione di Stati capitalisti unicamente interessati a partecipare alla spartizione del mondo dopo la fine dell'URSS, nel nuovo mercato globale.
Ma la lotta contro l'Unione Europea può procedere da opposti versanti, politici e di classe, e mirare ad opposte prospettive.
Tutte le principali destre reazionarie continentali, dai Salvini alle Le Pen, cavalcano il sentimento antieuropeo, ma da un versante radicalmente opposto: una battaglia reazionaria che punta a far leva sulla crisi capitalista per costruire una soluzione reazionaria, in ogni Stato come sul piano continentale, senza per questo mettere in discussione, anzi proponendosi come continuatori delle politiche di rapina e dell'offensiva dominante contro i diritti sociali, sindacali e democratici del movimento operaio europeo come di tutti gli oppressi.

In una fase storica segnata dall'ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, col pieno di retorica nazionalista a coprire nuovi tagli ai diritti sociali e sindacali, ogni cedimento alle sirene del sovranismo e del nazionalismo, anche "di sinistra", rappresenta una vera e propria truffa: la borghesia in ogni Stato arruola i propri lavoratori contro i lavoratori di altri paesi, in una competizione mondiale di tutti contro tutti. I sacrifici che prima erano richiesti nel nome della globalizzazione e del libero scambio, ora sono invocati sempre più nel nome della Patria e della Nazione. Ma a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. E a guadagnarci sono sempre gli stessi: i capitalisti e i loro profitti.

Il movimento operaio affronta questa fase di crisi profonda del capitalismo col peso sulle spalle della più profonda crisi storica della sua direzione politica. Il proletariato europeo ha a più riprese dato prova della sua disponibilità alla lotta, come mostrato chiaramente dall'enorme, generoso e prolungato sforzo di lotta prodotto dal proletariato greco o come ribadito dalla straordinaria mobilitazione di lavoratori e giovani francesi lo scorso anno contro la Loi travail del governo Hollande, sfidando lo stato di emergenza e lo stragismo fascioislamista; e più in generale come mostrato da ogni piccola e grande vertenza o mobilitazione che ha attraversato e attraversa i paesi del vecchio continente.

Ciò che invece è assente e da costruire è una direzione politica del movimento operaio che sappia dare a questa disponibilità, all'enorme forza ancora inespressa dalla classe operaia europea, una direzione rivoluzionaria, che sappia mettere le rivendicazioni transitorie al centro dell'agenda, che sappia porre la questione degli Stati uniti socialisti d'Europa. Per fare questo due ingredienti sono imprescindibili: l'indipendenza politica e programmatica tanto dall'UE quanto dalle borghesie nazionali, e la consapevolezza della centralità della questione del potere.

Solo un governo dei lavoratori, infatti, come espressione diretta del loro potere politico, può mettere veramente in discussione il capitalismo europeo e tutte le sue sovrastrutture politico-economiche, contro l'UE imperialista e contro ogni ripiegamento reazionario, diretta filiazione della crisi capitalistica mondiale.

Saremo anche noi a Roma, il 25 marzo, per riaffermare le ragioni di una soluzione classista e internazionalista alla crisi del capitalismo.


Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice!

Per un governo dei lavoratori!

Per gli Stati uniti socialisti d'Europa!
Partito Comunista dei Lavoratori

UE o Brexit: una falsa alternativa per i lavoratori

L'esito del referendum britannico e la lotta anticapitalista contro l'UE

L'uscita della Gran Bretagna dalla UE apre un nuovo capitolo della crisi dell'Unione degli stati capitalisti del vecchio continente.

Da tempo a cavallo tra integrazione e dissoluzione, la UE ha visto moltiplicarsi nell'ultima fase le spinte disgregatrici. Il combinato della crisi capitalista, della prolungata stagnazione, della profonda crisi di consenso delle politiche di austerità ha sospinto un approfondimento delle contraddizioni nazionali nella UE . Il fiscal compact è virtualmente fallito senza che si delinei un nuovo equilibrio. L'Unione bancaria resta al palo, col rifiuto tedesco di una assicurazione europea sui depositi, mentre l'intero settore bancario europeo è investito da nuovi venti di crisi (crisi dei crediti deteriorati in Italia, crisi dei derivati nella finanza tedesca e nordica). Il riconoscimento o meno della Cina come economia di mercato amplifica il contrasto tra capitalismo tedesco (disponibile) e interesse opposto di Italia e Francia, minacciate sul proprio mercato interno dalla concorrenza asiatica. La pressione migratoria - fattore strutturale di lungo periodo - sospinge processi combinati di rinazionalizzazione dei confini, con la dissoluzione del blocco est-europeo a trazione tedesca e nuovi processi di polarizzazione politica xenofoba all'interno di diversi paesi. Fattore a loro volta di nuove spinte centrifughe e di effetti politici destabilizzanti all'interno dei diversi paesi dell'Unione.

La Brexit è stata un effetto di questo quadro generale di crisi, e al tempo stesso concorre ad approfondirlo.


LA NATURA DELL'OPERAZIONE CAMERON. LA CITY A FAVORE DEL REMAIN 

Lo scontro interno alla Gran Bretagna tra “remain” e Brexit ha visto affrontarsi su opposti versanti forze ugualmente nemiche dei lavoratori britannici e dei lavoratori europei. Sia sul fronte politico, sia sul fronte sociale.

Sul fronte politico, David Cameron ha ideato il referendum sull'appartenenza della Gran Bretagna alla Unione Europea in funzione del proprio rafforzamento nel partito conservatore e nel governo, contro i propri avversari interni, lungo la linea di continuità dell'attacco ai lavoratori britannici. Prima la promessa del referendum, poi il negoziato con la UE, infine la campagna a favore del remain brandendo le “concessioni” ottenute in sede UE (contro i diritti sociali degli stessi immigrati comunitari), hanno perseguito un solo obiettivo: incassare il plauso popolare per coronare la propria ambizione politica. La disfatta della cinica operazione ha sancito la fine politica di Cameron, a vantaggio di quegli stessi avversari interni (Boris Johnson) che puntava a sgominare.

Al di là degli scopi politici di Cameron, la campagna per il remain ha selezionato e raccolto attorno a sé il fiore della grande borghesia britannica: il cuore della City londinese, la principale piazza del capitale finanziario europeo; la grande borghesia industriale (l'80% degli aderenti alla Confindustria britannica ha aderito alla campagna); la maggioranza delle Camere di commercio (sia pure con una percentuale minore). La ragione del sostegno borghese maggioritario al remain è molto semplice: la UE rappresenta il 45% delle esportazioni del Regno Unito. Una uscita della Gran Bretagna dalla UE significa la rinegoziazione dell'accesso al mercato unico, in condizioni presumibilmente più difficili.

Per ragioni di classe complementari, la permanenza della Gran Bretagna nel Regno Unito era la speranza del grosso del capitalismo mondiale, delle grandi borghesie europee e dei loro governi nazionali, interessati ad evitare sia i contraccolpi economici della Brexit sul mercato finanziario, in una situazione già critica; sia un nuovo possibile fattore di incoraggiamento delle spinte centrifughe nell'Unione. Ma era la speranza anche degli Stati Uniti, da sempre alleato storico privilegiato della Gran Bretagna. La permanenza del Regno Unito nell'Unione rispondeva a molteplici interessi USA: preservare la principale piattaforma finanziaria delle proprie multinazionali e banche sul mercato europeo; mantenere una propria sponda politica fidata all'interno della UE; favorire una tenuta dell'Unione quale fattore di contenimento della crisi capitalistica mondiale ed anche possibile alleata ai fini del controbilanciamento della potenza cinese (accordi TTIP). Per tutte queste ragioni è indubbio che la vittoria della Brexit contraddice gli interessi dominanti del capitalismo internazionale. Il crollo delle borse di venerdì, proporzionale al loro investimento sulla permanenza nell'UE, è un primo metro di misura del contraccolpo subito.


BREXIT COME VITTORIA DEI LAVORATORI E DELLA DEMOCRAZIA? 

Ma è perciò stesso la Brexit una vittoria dei lavoratori e della democrazia?
Colpisce il sostegno entusiasta alla Brexit di forze diverse della sinistra europea (e non solo). Come il tripudio ideologico per la sua "vittoria".

La campagna a favore della Brexit è stata ispirata e diretta dalle forze politiche più reazionarie del panorama inglese. Dallo UKIP xenofobo di Farage, alleato del M5S nel Parlamento europeo. Dai movimenti fascisti della Gran Bretagna. Dalle bande ostili a Cameron nel Partito Conservatore e nel governo stesso. Il tono ideologico della campagna è emblematico. Da un lato la campagna ossessiva contro i migranti: contro gli immigrati comunitari (inclusi i tanti giovani e lavoratori italiani emigrati) e la loro “pretesa” di diritti sociali; e tanto più contro i migranti extracomunitari e la loro presunta “invasione”, a partire dall'immagine simbolo dell'accampamento disperato di Calais, rappresentato come avamposto minaccioso della UE ai confini della patria. Dall'altro, la rivendicazione del peggiore sciovinismo all'insegna della nostalgia del vecchio impero britannico e della grande potenza inglese nel mondo. «Una grande potenza imperiale che potrebbe tornare a risorgere, se solo la gran Bretagna si liberasse della Unione Europea», ha testualmente annunciato Farage.

Anche settori della borghesia inglese si sono allineati al fronte della Brexit, a partire da un consistente settore delle Camere di commercio. Ai quali Boris Johnson si è così rivolto: «Noi potremo fare accordi con le economie emergenti del mondo intero, accordi che la UE è incapace di siglare a causa delle forze protezioniste europee. Liberiamoci delle catene dell'Unione.» (Le Monde). È la (improbabile) promessa al capitalismo britannico di un autonomo aggancio al mercato cinese aggirando l'Unione Europea e il suo contenzioso con la Cina. L'appello al libero mercato mondiale e alla sue umani sorti e progressive si combinava dunque col vezzo ideologico nazionalista, dentro un comune impasto reazionario.


UNA MINACCIA REAZIONARIA CONTRO I LAVORATORI 

La vittoria di questo fronte reazionario è una minaccia per i lavoratori britannici e per il movimento operaio europeo.

Certo, un settore di classe lavoratrice e la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne sono stati catturati dalle sirene della Brexit. La rabbia sociale accumulata dalla crisi capitalista e dalle politiche di austerità è stata dirottata con successo contro l'Unione Europea. Il ritorno mitologico alla “vecchia potenza inglese” è stato venduto come canale di riscatto sociale ed emancipazione. Ma si tratta di una cinica truffa, oggi rilanciata su scala continentale da tutti gli ambienti politici più reazionari d'Europa, a partire da Le Pen e Salvini.

Il capitalismo britannico e la sua sovrana sterlina non sono meno responsabili dell'Unione Europea per la miseria crescente dei lavoratori inglesi. Ben prima della UE, fu il governo - nazionalista - di Margaret Thatcher (quello che brandì la guerra all'Argentina sulle Malvinas) a realizzare il grande sfondamento liberista contro il movimento operaio (guerra ai minatori) e l'attacco frontale allo stato sociale. Blair e Cameron, nel quadro della UE (ma fuori dall'Euro), hanno amministrato la continuità devastante di quella politica, che Farage, già nelle vesti di deputato conservatore, e tanto più Boris Johnson, hanno fedelmente e attivamente sostenuto. Oggi proprio Boris Johnson, astro nascente della Brexit, si candida a gestire una nuova pesante stagione di austerità contro i lavoratori inglesi, e una stretta discriminatoria xenofoba contro gli immigrati. Naturalmente nel nome di "Britain First" e della guerra tra poveri. Presentare tutto questo, a sinistra, come "vittoria della democrazia" e come "esempio per i popoli europei" significa aver perso la testa.


CONTRO L'UNIONE EUROPEA, PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA 

Siamo da sempre contro l'Unione Europea. Una Unione di stati capitalisti unicamente interessati a partecipare alla spartizione del mondo dopo il crollo dell'URSS, nel nuovo mercato globale. Per questo interessati a concertare le proprie politiche di rapina contro i propri lavoratori. Per la stessa ragione ci siamo sempre opposti e tanto più ci opponiamo oggi alle illusioni di una possibile UE “democratica e sociale”, portate avanti dai partiti di Sinistra Europea (Syriza, Rifondazione Comunista, Izquierda Unida, Die Linke, PCF...). Partiti che si sono ciclicamente compromessi nei diversi governi borghesi dell'Unione Europea gestendo le stesse politiche di austerità e di rapina che dall'opposizione dicevano di combattere. La capitolazione di Tsipras alla troika è solo l'ultimo esempio del fallimento del riformismo europeista.

Ma la lotta contro l'Unione Europea può procedere da opposti versanti, politici e di classe, e mirare ad opposte prospettive.

Può procedere dal versante dell'opposizione di classe del movimento operaio, a difesa delle proprie ragioni e diritti sociali. Come ha mostrato la lunga ascesa del movimento di massa in Grecia contro la troika prima del tradimento di Syriza. Come mostra oggi la mobilitazione di massa prolungata ancora in corso in Francia contro la Loi Travail del governo Hollande. Questa è la dinamica di lotta che ha valore progressivo, che può unire gli sfruttati, che può ricomporre attorno alla classe operaia un blocco sociale anticapitalista, che può alimentare una solidarietà di classe internazionale tra i lavoratori d'Europa. La proposta di una Europa socialista, nella forma degli Stati Uniti socialisti d'Europa, è l'unica proposta strategica capace di dare una prospettiva storica a questa dinamica di lotta. L'unica che può indicare un'alternativa reale all'Unione Europea del capitale, nell'interesse dei lavoratori.

La lotta contro l'Unione Europea e contro l'Euro oggi indicata dalla Brexit, e promossa dai Farage, Le Pen, Salvini, è non solo diversa, ma esattamente opposta. È la lotta che mira a far leva sulla crisi capitalista, e sulla mancata risposta del movimento operaio alla crisi, per costruire uno sbocco reazionario, in ogni paese e su scala continentale. All'insegna della continuità delle politiche di rapina, e di un nuovo drammatico appesantimento dell'offensiva dominante contro i diritti sociali, sindacali, democratici del movimento operaio europeo e di tutti gli oppressi.

Ogni subordinazione a questa dinamica reazionaria va apertamente denunciata e combattuta, tra le fila dei lavoratori, tra i giovani, in ogni organizzazione sindacale e di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori