Post in evidenza
La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir
Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...
Cerca nel blog per parole chiave
Visualizzazione post con etichetta orario di lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta orario di lavoro. Mostra tutti i post
Lotta di classe e pandemia di Spagnola
♠ in 1919,Covid-19,FIOM,Gramsci,guerra mondiale,influenza,lotta di classe,orario di lavoro,pandemia,Rivoluzione russa,Rosa Luxemburg,Seattle,Spagnola,zarismo
Nessun governo della borghesia ha l’interesse a contare i morti delle sue crisi: ogni deceduto è un'accusa al sistema irrazionale basato sul profitto. In tempi normali la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, per i capitalisti, diventano degli orpelli fastidiosi. Ma nelle crisi reali come le pandemie o le guerre, questo diventa ancora più evidente. La conta dei morti è un fattore pericoloso che va ad incidere direttamente sui meccanismi del consenso, e li sgretola come castelli di sabbia. È stato dimostrato che durante la pandemia di Covid-19 in tutto il pianeta i decessi sono stati superiori a quelli ufficiali almeno, in media, del 50%. Nella sola provincia di Bergamo alcuni studi addirittura parlano del 460% in più rispetto alla media, a New York del 200%, a Madrid del 160%.
Tutto questo però ha un precedente storico: la pandemia di influenza "spagnola".
Tra il 1918 e il 1919 scoppia una devastante pandemia. Alcune stime parlano di 50 milioni di vittime provocate dal virus, altre di decine di milioni di morti in più, su una popolazione mondiale complessiva di due miliardi di persone. L'influenza era nata da un ceppo del virus della polmonite atipica H1N1. "Spagnola" fu la definizione coniata, per le false notizie – oggi le definiremmo fake news – sull'origine in Spagna del morbo. La posizione neutrale della Spagna durante la prima guerra mondiale lasciava più aperti i suoi canali di informazione di massa. Viceversa, i paesi coinvolti nel conflitto erano stretti nella censura di guerra. Quando la pandemia scoppiò, tra l’estate e l’autunno del 1918, le informazioni su di essa arrivavano quasi solamente dalla Spagna. La realtà fu ben diversa.
Il primo conflitto mondiale aggravò la diffusione della pandemia, la cui origine resta ancora oggi indefinita.
Anche in Italia i comportamenti di massa seguirono l’informazione di regime, che aveva tutto l’interesse a minimizzare o addirittura a nascondere la realtà. La difesa del consenso alla fine del conflitto mondiale era la priorità assoluta.
Anche la mancanza di una stima reale della situazione portò il governo della borghesia a non adottare la necessaria strategia sanitaria per contenere la pandemia, e a nascondere la gravità della situazione. L’informazione nazionale intrisa di spirito nazionalistico e patriottico, e l'azione della Chiesa cattolica, furono un valido appoggio alla mistificazione di regime. Addirittura si diffusero diverse notizie complottistiche contro la Germania, vista come responsabile dell'origine di un’arma virale creata in laboratorio. A livello popolare si innescarono voci di ogni genere contro la scienza, e la medicina in particolare. Vennero pubblicizzate anche tramite i giornali dell’epoca cure fantasiose, come il consumo smodato di tabacco o l’alcol.
Della pandemia del 1918-'19 non ci sono molti riscontri approfonditi nei libri di storia, né giorni della memoria. Ma i ricordi trasmessi, anche solo orali, tra le generazioni successive descrivono una vera catastrofe umanitaria.
Il rapporto con la morte in una popolazione già fortemente provata dalla guerra cambiò anche culturalmente i modi vivere, le usanze e i rapporti interpersonali.
I decessi erano brutali; colpivano i più giovani, che morivano per soffocamento polmonare. Molti soldati reduci dal conflitto mondiale descrivevano quello che vedevano come ben peggiore di quello che avevano provato in prima linea in guerra. I pellegrinaggi funebri verso i cimiteri vennero paragonati ai percorsi delle formiche. Il governo Orlando dovette dare una stretta all’informazione dei giornali e vietare il libero accesso ai cimiteri e i cortei funebri. I funerali furono concessi solo in forma strettamente privata e in orari particolari.
Il giornale socialista La Squilla, di Bologna, scrive nel gennaio 1919: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».
Non esiste una statistica ufficiale sulle morti di Spagnola in Italia. Le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di vittime. Nelle fabbriche tutto sembra continuare come sempre, tra censura e tentativi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Ma le testimonianze verbali corrono comunque in tutto il paese, e la pandemia si inserisce dentro la lotta di classe alla vigilia del biennio rosso, costellato di conflitti sociali e politici.
Anna Kuliscioff scrive a Filippo Turati, il 12 ottobre 1918:
«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».
Le immagini dell’epoca riportano il diverso approccio tra la classe borghese e piccolo-borghese e quella lavoratrice: famiglie borghesi ben vestite e molto attente all’uso delle mascherine, operai in lotta nei cortei o nelle fabbriche senza alcuna protezione sanitaria.
Malgrado la feroce pandemia, la lotta di classe non si ferma.
In tutto il pianeta il dramma del primo conflitto mondiale e lo stretto rapporto umano con la morte causata dalla guerra vennero messi sullo stesso livello della malattia e delle sue conseguenze, contribuendo a sbiadirne la memoria storica ufficiale. Ma il rapporto tra le classi e il loro conflitto, la crisi del capitalismo, le fasi ricorrenti di strappi della storia hanno lasciato comunque la testimonianza indelebile che la causa di fondo della delle stragi provocate dalla pandemia e dalle guerre è unicamente da attribuire alla barbarie del capitalismo.
I rivoluzionari di un secolo fa non ebbero però alcun timore reverenziale verso la pandemia, che restò all’interno di una dimensione personale. Per loro lottare contro il capitalismo significava rovesciare tutto e cancellare gli orrori provocati dalla classe dominante. La pandemia era all’interno di questo concetto.
SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE, PROVATE VOI A LAVORAR...
All’inizio del 1919 il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, provocata dalle conseguenze del conflitto mondiale in un clima di trasformazione della produzione industriale, in riconversione da economia di guerra nella ripresa del tempo di pace. Ma la spinta delle lotte operaie mette in discussione perfino l’organizzazione del lavoro, con la rivendicazione di un nuovo orario di lavoro settimanale.
L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, in piena pandemia, fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM. Venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore in tre turni.
Ma le lotte, in piena esplosione di massa del contagio, non ebbero freni e sfociarono in continui scioperi generali tra le città e le campagne, per evolversi nelle occupazioni delle fabbriche nel 1920.
In tutta Europa la dinamica fu identica. Basterebbe ricordare quello che stava avvenendo in Russia e l’impegno dell’Armata rossa nel respingere i tentativi controrivoluzionari dei bianchi, nello stesso 1919, in una situazione difficile per la popolazione, colpita dalla pandemia.
Non solo. I rivoluzionari riuscirono ad organizzare quello che nel marzo del 1919 fu il primo congresso dell’Internazionale Comunista. Disgraziatamente, nello stesso mese dello stesso anno la pandemia uccise Jakov Sverdlov, uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista bolscevico. Ma il sistema sanitario sovietico fu il primo modello al mondo di copertura sanitaria universale e gratuita.
La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, fu colpita pesantemente dalla pandemia tra il 1918 e il 1919. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò nemmeno lì. Fra il 4 ed il 6 gennaio 1919 diverse organizzazioni, tra le quali la Lega Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, lanciarono a Berlino l’insurrezione dei consigli operai nella Ruhr e ad Essen, dove vennero deliberate le socializzazioni delle industrie carbonifere. Il tentativo venne represso duramente e terminò con l’arresto e l’uccisione di Rosa e Karl.
Non solo in Europa, ma anche dall’altra parte dell’oceano la spinta della lotta di classe non venne scalfita minimamente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, a cavallo del 1918 e il 1919, morirono circa settecentomila persone. Ma nel 1919 scioperarono quattro milioni di operai, cioè un quinto della forza lavoro, una proporzione mai eguagliata. Perfino i cantieri navali di Seattle furono bloccati da uno sciopero generale che coinvolse tutta la città, e che durò settimane. Trecentomila lavoratori si mobilitarono nel primo sciopero nazionale dell’acciaio, fermando le più grandi aziende del paese. Scioperarono circa quattrocentomila lavoratori delle miniere di carbone, sfidando persino le disposizioni del presidente Woodrow Wilson e le ingiunzioni del tribunale federale.
La pandemia, con le sue decine di milioni di morti, colpì alla fine del conflitto gli strati più poveri della popolazione mondiale. Accentuò in modo indelebile le differenze tra le classi ma non fermò il conflitto tra di esse, anzi forse dette ancora più ossigeno al fuoco rivoluzionario e alla coscienza di classe.
La vita e la morte assumevano coscientemente un valore diverso. Un valore di classe, il motivo valido della stessa lotta di classe. Ne era ben consapevole Antonio Gramsci, che in un polemico articolo su l’Avanti contro la propaganda borghese, il 4 aprile 1919 si esprime così:
«Cosa sono i venti milioni di morti per grippe o febbre spagnola, o peste polmonare, ossia peste di guerra, determinata e propagata e coltivata dalle condizioni create e lasciate dalla guerra? Cosa sono le migliaia e migliaia di creature umane che muoiono quotidianamente di fame, di scorbuto, di assideramento in Romania, in Boemia, in Armenia, in India, per accennare solo a paesi amici dell'Intesa? Cosa sono gli ottanta miliardi di deficit del bilancio Italiano, i centoventi miliardi del bilancio francese, i duemila miliardi di danni determinati dalla guerra? Cosa sono stati i cinquecentomila russi sterminati dal governo zarista nella repressione dei Soviet del 1905? Cosa farebbero i venti milioni di russi che verrebbero sterminati se trionfasse la controrivoluzione dei generali Krasnof, Denikin e Kolciak, gli amici dell'Intesa che fanno impiccare ed esporre per tre giorni un operaio su dieci dei paesi che riescono a riconquistare, gli amici dell'Intesa che spediscono a Pietrogrado vagoni piombati di soldati soviettisti tagliati a pezzettini?».
Anche oggi, in un’altra fase storica, la pandemia di Covid-19 mostra chiaramente la differenza tra le classi e il differente valore morale attribuito alla vita e della morte. Li mostra attraverso le lotte in difesa del diritto alla salute dei lavoratori contro il profitto ad ogni costo, attraverso le lotte per l’accesso alle cure mediche per tutti come diritto inalienabile.
Solo un progetto rivoluzionario per il socialismo può dare valore alla vita contro gli orrori del capitalismo. La barbarie delle sofferenze dei più deboli e delle morti per pandemia ha come unico responsabile il capitalismo. Torneremo nelle strade, nelle fabbriche e nei quartieri a gridarlo con forza. La lotta di classe non si ferma.
Tutto questo però ha un precedente storico: la pandemia di influenza "spagnola".
Tra il 1918 e il 1919 scoppia una devastante pandemia. Alcune stime parlano di 50 milioni di vittime provocate dal virus, altre di decine di milioni di morti in più, su una popolazione mondiale complessiva di due miliardi di persone. L'influenza era nata da un ceppo del virus della polmonite atipica H1N1. "Spagnola" fu la definizione coniata, per le false notizie – oggi le definiremmo fake news – sull'origine in Spagna del morbo. La posizione neutrale della Spagna durante la prima guerra mondiale lasciava più aperti i suoi canali di informazione di massa. Viceversa, i paesi coinvolti nel conflitto erano stretti nella censura di guerra. Quando la pandemia scoppiò, tra l’estate e l’autunno del 1918, le informazioni su di essa arrivavano quasi solamente dalla Spagna. La realtà fu ben diversa.
Il primo conflitto mondiale aggravò la diffusione della pandemia, la cui origine resta ancora oggi indefinita.
Anche in Italia i comportamenti di massa seguirono l’informazione di regime, che aveva tutto l’interesse a minimizzare o addirittura a nascondere la realtà. La difesa del consenso alla fine del conflitto mondiale era la priorità assoluta.
Anche la mancanza di una stima reale della situazione portò il governo della borghesia a non adottare la necessaria strategia sanitaria per contenere la pandemia, e a nascondere la gravità della situazione. L’informazione nazionale intrisa di spirito nazionalistico e patriottico, e l'azione della Chiesa cattolica, furono un valido appoggio alla mistificazione di regime. Addirittura si diffusero diverse notizie complottistiche contro la Germania, vista come responsabile dell'origine di un’arma virale creata in laboratorio. A livello popolare si innescarono voci di ogni genere contro la scienza, e la medicina in particolare. Vennero pubblicizzate anche tramite i giornali dell’epoca cure fantasiose, come il consumo smodato di tabacco o l’alcol.
Della pandemia del 1918-'19 non ci sono molti riscontri approfonditi nei libri di storia, né giorni della memoria. Ma i ricordi trasmessi, anche solo orali, tra le generazioni successive descrivono una vera catastrofe umanitaria.
Il rapporto con la morte in una popolazione già fortemente provata dalla guerra cambiò anche culturalmente i modi vivere, le usanze e i rapporti interpersonali.
I decessi erano brutali; colpivano i più giovani, che morivano per soffocamento polmonare. Molti soldati reduci dal conflitto mondiale descrivevano quello che vedevano come ben peggiore di quello che avevano provato in prima linea in guerra. I pellegrinaggi funebri verso i cimiteri vennero paragonati ai percorsi delle formiche. Il governo Orlando dovette dare una stretta all’informazione dei giornali e vietare il libero accesso ai cimiteri e i cortei funebri. I funerali furono concessi solo in forma strettamente privata e in orari particolari.
Il giornale socialista La Squilla, di Bologna, scrive nel gennaio 1919: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».
Non esiste una statistica ufficiale sulle morti di Spagnola in Italia. Le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di vittime. Nelle fabbriche tutto sembra continuare come sempre, tra censura e tentativi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Ma le testimonianze verbali corrono comunque in tutto il paese, e la pandemia si inserisce dentro la lotta di classe alla vigilia del biennio rosso, costellato di conflitti sociali e politici.
Anna Kuliscioff scrive a Filippo Turati, il 12 ottobre 1918:
«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».
Le immagini dell’epoca riportano il diverso approccio tra la classe borghese e piccolo-borghese e quella lavoratrice: famiglie borghesi ben vestite e molto attente all’uso delle mascherine, operai in lotta nei cortei o nelle fabbriche senza alcuna protezione sanitaria.
Malgrado la feroce pandemia, la lotta di classe non si ferma.
In tutto il pianeta il dramma del primo conflitto mondiale e lo stretto rapporto umano con la morte causata dalla guerra vennero messi sullo stesso livello della malattia e delle sue conseguenze, contribuendo a sbiadirne la memoria storica ufficiale. Ma il rapporto tra le classi e il loro conflitto, la crisi del capitalismo, le fasi ricorrenti di strappi della storia hanno lasciato comunque la testimonianza indelebile che la causa di fondo della delle stragi provocate dalla pandemia e dalle guerre è unicamente da attribuire alla barbarie del capitalismo.
I rivoluzionari di un secolo fa non ebbero però alcun timore reverenziale verso la pandemia, che restò all’interno di una dimensione personale. Per loro lottare contro il capitalismo significava rovesciare tutto e cancellare gli orrori provocati dalla classe dominante. La pandemia era all’interno di questo concetto.
SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE, PROVATE VOI A LAVORAR...
All’inizio del 1919 il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, provocata dalle conseguenze del conflitto mondiale in un clima di trasformazione della produzione industriale, in riconversione da economia di guerra nella ripresa del tempo di pace. Ma la spinta delle lotte operaie mette in discussione perfino l’organizzazione del lavoro, con la rivendicazione di un nuovo orario di lavoro settimanale.
L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, in piena pandemia, fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM. Venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore in tre turni.
Ma le lotte, in piena esplosione di massa del contagio, non ebbero freni e sfociarono in continui scioperi generali tra le città e le campagne, per evolversi nelle occupazioni delle fabbriche nel 1920.
In tutta Europa la dinamica fu identica. Basterebbe ricordare quello che stava avvenendo in Russia e l’impegno dell’Armata rossa nel respingere i tentativi controrivoluzionari dei bianchi, nello stesso 1919, in una situazione difficile per la popolazione, colpita dalla pandemia.
Non solo. I rivoluzionari riuscirono ad organizzare quello che nel marzo del 1919 fu il primo congresso dell’Internazionale Comunista. Disgraziatamente, nello stesso mese dello stesso anno la pandemia uccise Jakov Sverdlov, uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista bolscevico. Ma il sistema sanitario sovietico fu il primo modello al mondo di copertura sanitaria universale e gratuita.
La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, fu colpita pesantemente dalla pandemia tra il 1918 e il 1919. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò nemmeno lì. Fra il 4 ed il 6 gennaio 1919 diverse organizzazioni, tra le quali la Lega Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, lanciarono a Berlino l’insurrezione dei consigli operai nella Ruhr e ad Essen, dove vennero deliberate le socializzazioni delle industrie carbonifere. Il tentativo venne represso duramente e terminò con l’arresto e l’uccisione di Rosa e Karl.
Non solo in Europa, ma anche dall’altra parte dell’oceano la spinta della lotta di classe non venne scalfita minimamente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, a cavallo del 1918 e il 1919, morirono circa settecentomila persone. Ma nel 1919 scioperarono quattro milioni di operai, cioè un quinto della forza lavoro, una proporzione mai eguagliata. Perfino i cantieri navali di Seattle furono bloccati da uno sciopero generale che coinvolse tutta la città, e che durò settimane. Trecentomila lavoratori si mobilitarono nel primo sciopero nazionale dell’acciaio, fermando le più grandi aziende del paese. Scioperarono circa quattrocentomila lavoratori delle miniere di carbone, sfidando persino le disposizioni del presidente Woodrow Wilson e le ingiunzioni del tribunale federale.
La pandemia, con le sue decine di milioni di morti, colpì alla fine del conflitto gli strati più poveri della popolazione mondiale. Accentuò in modo indelebile le differenze tra le classi ma non fermò il conflitto tra di esse, anzi forse dette ancora più ossigeno al fuoco rivoluzionario e alla coscienza di classe.
La vita e la morte assumevano coscientemente un valore diverso. Un valore di classe, il motivo valido della stessa lotta di classe. Ne era ben consapevole Antonio Gramsci, che in un polemico articolo su l’Avanti contro la propaganda borghese, il 4 aprile 1919 si esprime così:
«Cosa sono i venti milioni di morti per grippe o febbre spagnola, o peste polmonare, ossia peste di guerra, determinata e propagata e coltivata dalle condizioni create e lasciate dalla guerra? Cosa sono le migliaia e migliaia di creature umane che muoiono quotidianamente di fame, di scorbuto, di assideramento in Romania, in Boemia, in Armenia, in India, per accennare solo a paesi amici dell'Intesa? Cosa sono gli ottanta miliardi di deficit del bilancio Italiano, i centoventi miliardi del bilancio francese, i duemila miliardi di danni determinati dalla guerra? Cosa sono stati i cinquecentomila russi sterminati dal governo zarista nella repressione dei Soviet del 1905? Cosa farebbero i venti milioni di russi che verrebbero sterminati se trionfasse la controrivoluzione dei generali Krasnof, Denikin e Kolciak, gli amici dell'Intesa che fanno impiccare ed esporre per tre giorni un operaio su dieci dei paesi che riescono a riconquistare, gli amici dell'Intesa che spediscono a Pietrogrado vagoni piombati di soldati soviettisti tagliati a pezzettini?».
Anche oggi, in un’altra fase storica, la pandemia di Covid-19 mostra chiaramente la differenza tra le classi e il differente valore morale attribuito alla vita e della morte. Li mostra attraverso le lotte in difesa del diritto alla salute dei lavoratori contro il profitto ad ogni costo, attraverso le lotte per l’accesso alle cure mediche per tutti come diritto inalienabile.
Solo un progetto rivoluzionario per il socialismo può dare valore alla vita contro gli orrori del capitalismo. La barbarie delle sofferenze dei più deboli e delle morti per pandemia ha come unico responsabile il capitalismo. Torneremo nelle strade, nelle fabbriche e nei quartieri a gridarlo con forza. La lotta di classe non si ferma.
Ruggero Rognoni
Bonomi minaccia, Landini supplica
♠ in Bonomi,CGIL,Confindustria,contratti,Coronavirus,Corriere della Sera,Il Sole 24 Ore,Landini,orario di lavoro,padronato,protocollo d'intesa,rivolta sociale,sicurezza
Mentre la borghesia italiana è tormentata dallo spettro di una rivolta sociale, la linea dei vertici della CGIL è quella di sedare tutto e di incoraggiare il padronato a procedere sulla via dello sfondamento antioperaio. I lavoratori hanno bisogno di una direzione alternativa
«Bonomi ha inoltre chiesto al Governo di agevolare «quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020», «da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali»» (Il Sole 24 Ore, 1 maggio).
Dunque il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha festeggiato a modo suo la festa del lavoro. La nuova leadership del padronato non ha perso tempo. Non contento di aver prima moltiplicato i morti nel bergamasco in veste di capo di Assolombarda ponendo il veto sulla zona rossa, e poi di aver affrettato la ripartenza generale senza garanzie sanitarie in veste di capo di Confindustria, Carlo Bonomi mette ora il carico da novanta sulla prospettiva delle relazioni industriali. Non solo non fa il minimo cenno alle piattaforme contrattuali depositate a suo tempo dai sindacati, considerate ormai carta straccia, ma presenta la piattaforma generale dei padroni: mano libera su tutto “impresa per impresa”, fuori dalla contrattazione nazionale. Presa alla lettera, sembra la riproposizione generale della vecchia linea Marchionne, una linea di sfondamento antioperaio e antisindacale.
Le cose sono però un po' più complicate. Sicuramente il padronato vuole sfondare per fronteggiare la caduta dei profitti. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale, in termini di ripresa del conflitto in fabbrica e non solo. Non a caso mentre Bonomi sferra la sua provocazione sul quotidiano confindustriale, il Corriere della Sera esplicita una preoccupazione diffusa nei piani alti del capitalismo: «La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale?» (Corriere della Sera, 1 maggio). Una rivolta sociale: questo è lo spettro che tormenta la borghesia italiana. E la tormenta proprio perché i padroni hanno ben chiaro sia la portata drammatica della crisi sia le misure antioperaie che hanno intenzione di attuare. Come sminare il terreno del conflitto disinnescando la miccia di una reazione operaia?
Qui entra in gioco la burocrazia sindacale, ed in particolare la burocrazia CGIL. Lo stesso Bonomi che minaccia sfracelli contro i contratti nazionali ricorre ai protocolli d'intesa con Maurizio Landini sulla ripartenza delle fabbriche, perché ha bisogno di coprirsi le spalle per sventare scioperi e cause legali. Il sindacato serve ai padroni se fa lavorare gli operai evitando conflitti, non se lotta e contratta a difesa dei lavoratori. Questo secondo sindacato, il sindacato vero, Bonomi vorrebbe toglierselo definitivamente dai piedi. Mentre col primo sindacato gli accordi li fa eccome, anzi li sollecita: "Chiediamo al governo di agevolare... ecc ecc".
Il guaio è che il sindacato complice è purtroppo quello che viene rivendicato il Primo maggio dal segretario della CGIL, Maurizio Landini.
«L’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa. Un protocollo tradotto in decreto dal governo. Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Landini su La Repubblica, 1 maggio).
Ah sì, il protocollo è sicuramente «un fatto importante»... per i padroni come arma antisciopero. Quanto alla buona speranza in una svolta del mondo del lavoro, rivolgersi a Bonomi, quello che vuole seppellire i contratti nazionali.
La verità è che la burocrazia sindacale teme solo di essere scaricata. Per questo valorizza presso governo e padroni il proprio ruolo indispensabile di ammortizzatore del conflitto. Una linea subalterna, tanto più oggi suicida di fronte al nuovo corso di Confindustria. Di più: una linea subalterna che incoraggia Confindustria ad alzare la posta e il livello di attacco. Sino a quando reggerà questo gioco?
L'unica cosa certa è che di fronte alla tempesta sociale che si prepara i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una direzione alternativa che punti a organizzare le lotte, non a spegnerle. A unificarle, non a dividerle. Il costo di una direzione subalterna lo si è già pagato nel decennio scorso. Ora basta. Ora la svolta è necessaria davvero.
Dunque il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha festeggiato a modo suo la festa del lavoro. La nuova leadership del padronato non ha perso tempo. Non contento di aver prima moltiplicato i morti nel bergamasco in veste di capo di Assolombarda ponendo il veto sulla zona rossa, e poi di aver affrettato la ripartenza generale senza garanzie sanitarie in veste di capo di Confindustria, Carlo Bonomi mette ora il carico da novanta sulla prospettiva delle relazioni industriali. Non solo non fa il minimo cenno alle piattaforme contrattuali depositate a suo tempo dai sindacati, considerate ormai carta straccia, ma presenta la piattaforma generale dei padroni: mano libera su tutto “impresa per impresa”, fuori dalla contrattazione nazionale. Presa alla lettera, sembra la riproposizione generale della vecchia linea Marchionne, una linea di sfondamento antioperaio e antisindacale.
Le cose sono però un po' più complicate. Sicuramente il padronato vuole sfondare per fronteggiare la caduta dei profitti. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale, in termini di ripresa del conflitto in fabbrica e non solo. Non a caso mentre Bonomi sferra la sua provocazione sul quotidiano confindustriale, il Corriere della Sera esplicita una preoccupazione diffusa nei piani alti del capitalismo: «La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale?» (Corriere della Sera, 1 maggio). Una rivolta sociale: questo è lo spettro che tormenta la borghesia italiana. E la tormenta proprio perché i padroni hanno ben chiaro sia la portata drammatica della crisi sia le misure antioperaie che hanno intenzione di attuare. Come sminare il terreno del conflitto disinnescando la miccia di una reazione operaia?
Qui entra in gioco la burocrazia sindacale, ed in particolare la burocrazia CGIL. Lo stesso Bonomi che minaccia sfracelli contro i contratti nazionali ricorre ai protocolli d'intesa con Maurizio Landini sulla ripartenza delle fabbriche, perché ha bisogno di coprirsi le spalle per sventare scioperi e cause legali. Il sindacato serve ai padroni se fa lavorare gli operai evitando conflitti, non se lotta e contratta a difesa dei lavoratori. Questo secondo sindacato, il sindacato vero, Bonomi vorrebbe toglierselo definitivamente dai piedi. Mentre col primo sindacato gli accordi li fa eccome, anzi li sollecita: "Chiediamo al governo di agevolare... ecc ecc".
Il guaio è che il sindacato complice è purtroppo quello che viene rivendicato il Primo maggio dal segretario della CGIL, Maurizio Landini.
«L’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa. Un protocollo tradotto in decreto dal governo. Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Landini su La Repubblica, 1 maggio).
Ah sì, il protocollo è sicuramente «un fatto importante»... per i padroni come arma antisciopero. Quanto alla buona speranza in una svolta del mondo del lavoro, rivolgersi a Bonomi, quello che vuole seppellire i contratti nazionali.
La verità è che la burocrazia sindacale teme solo di essere scaricata. Per questo valorizza presso governo e padroni il proprio ruolo indispensabile di ammortizzatore del conflitto. Una linea subalterna, tanto più oggi suicida di fronte al nuovo corso di Confindustria. Di più: una linea subalterna che incoraggia Confindustria ad alzare la posta e il livello di attacco. Sino a quando reggerà questo gioco?
L'unica cosa certa è che di fronte alla tempesta sociale che si prepara i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una direzione alternativa che punti a organizzare le lotte, non a spegnerle. A unificarle, non a dividerle. Il costo di una direzione subalterna lo si è già pagato nel decennio scorso. Ora basta. Ora la svolta è necessaria davvero.
Partito Comunista dei Lavoratori
La febbre della ripartenza
♠ in Confindustria,contagio,Coronavirus,Cucinelli,decreti governativi,disoccupazione,fase 2,ferie,Galli,orario di lavoro,padronato,protocollo d'intesa,ripartenza,Sacco,silenzio assenso
21 Aprile 2020
Il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là degli accordi. L'essenziale, per loro, è tornare a fare profitti
Rulla il tamburo della ripartenza, sotto la pressione delle organizzazioni padronali. Il nuovo vertice di Confindustria ha fornito a questa pressione una spinta propulsiva nuova. La ripartenza non è (solo) una data futura al momento incerta, è un processo già in corso oggi; lento, a macchia di leopardo, ma continuativo. Un processo che attraversa diversi settori della produzione e tutte le aree geografiche del paese.
Una parte rilevante del lavoro salariato non si è mai fermato, in realtà. A inizio marzo, mentre il governo e le autorità sanitarie celebravano il “tutti a casa”, milioni di operai continuavano a varcare i cancelli delle fabbriche. Anche nelle zone di massimo contagio. Anche nel bergamasco, nel bresciano, nel piacentino, laddove il veto di Confindustria sulla zona rossa ha consumato un crimine che nessuno può ormai negare o ignorare.
IL PRESSING TRAVOLGENTE DELLA RIPARTENZA
Dopo il famoso protocollo d'intesa del 14 marzo tra sindacati e padroni, e i decreti governativi del 22 marzo, avallati dal sindacato, la sicurezza in fabbrica è rimasta un miraggio. In compenso la ripartenza produttiva si allarga, al di fuori di ogni regola e controllo. 105.727 imprese nell'ultimo mese hanno “comunicato” alle prefetture la continuità della produzione, usando la norma del silenzio assenso. Solamente 2296 sono state bloccate. Il resto ha avuto via libera, o per connivenza tra prefettura e padrone, o per l'impossibilità di fare le verifiche a causa della mancanza di personale e dei tempi necessari. Insomma, il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là del dettato formale degli accordi, o utilizzando le loro maglie larghe.
Ora il pressing si fa travolgente. Hanno un bel dire una parte di esperti e virologi che non vi sono le condizioni per ripartire in sicurezza, tanto più in Lombardia. Ha un bel dire il dottor Galli del Sacco di Milano che ciò che è acquisito in teoria non lo è affatto in pratica, che i tamponi sono ancora un numero esiguo, che sui kit sierologici c'è una guerra per bande tra aziende produttrici fuori da ogni controllo sanitario validante, che neppure su quantità e qualità delle famigerate mascherine si è raggiunto un risultato soddisfacente, che non si sa ancora dove isolare i contagiati, che senza riorganizzare l'intero sistema dei trasporti urbani e metropolitani la riapertura generale è un'avventura... Non serve. I padroni hanno il fiato sul collo della concorrenza estera, e questo basta. Sulla sicurezza simuleranno un po' di attenzioni, qualche gesto esemplare nei primi giorni, un po' di fumo negli occhi a uso e consumo delle telecamere. Finzioni. L'essenziale è che la vita normale riprenda il suo corso e rimonti la china. Che riprenda la borsa, che si possano macinare profitti, che si possano spartire i dividendi. Il resto è contorno, o rumore di fondo.
LA FIABA DI BRUNELLO CUCINELLI
A tirare la volata della ripartenza generalizzata c'è il fior fiore del made in Italy. Non solo la grande industria meccanica, la cantieristica, ma anche la moda, l'oreficeria, le costruzioni di yacht... Quel mondo delle grandi famiglie del capitalismo italiano, prodigo di pose progressiste, ospite ricercato dei salotti liberali, in realtà provvisto di un pelo sullo stomaco da far invidia alla foresta amazzonica.
In questi giorni diversi esponenti di questo mondo dorato sentono l'esigenza di aggiungere la propria voce al coro assordante della ripresa. Si distingue al suo interno il grande stilista umbro Brunello Cucinelli, proprietario di un'azienda dell'alta moda con stabilimenti in mezzo mondo, Cina inclusa, con un fatturato di tutto rispetto di 607,8 milioni nel 2019. «Dobbiamo pensare a garantire il cibo alle persone che lavorano con noi» dichiara compunto a La Stampa. «Capitalismo etico?» chiede l'intervistatore. «Il mercante onorevole» risponde il nostro con l'aria di chi si carica sulle spalle le sofferenze del mondo. «Come ha passato la quarantena?» incalza la giornalista. «Aiutando mia moglie a stirare, anche il copripiumone, una cosa complicatissima» risponde Cucinelli convinto di aver lustrato così la propria pietas. Dopo di che arriva finalmente al sodo: «Abbiamo detto da subito alle persone che lavorano con noi: non licenzieremo nessuno... In cambio ho chiesto due cose: la disponibilità a lavorare mezz'ora in più al giorno e lavorare in agosto tranne una settimana. In poco tempo recupereremo le settimane perse». Una generosità commovente.
Ecco, in questa intervista c'è uno squarcio di possibile futuro. La frontiera più avanzata del progresso che il capitale sa offrire ai salariati di fronte alla nuova grande recessione è un allungamento dell'orario quotidiano e l'annullamento delle ferie in cambio del lavoro. Una “offerta che non si può rifiutare”, con 25 milioni di nuovi disoccupati in arrivo nella sola Europa secondo le previsioni del FMI. Questo è il calcolo dei “mercanti onorevoli”.
C'è solo una eventualità che non hanno calcolato: che gli operai possano rifiutarsi di chinare il capo. Non avviene spesso nella storia, ma accade. E quando accade, tutto diventa possibile. Anche quello che nessun padrone potrebbe mai immaginare: che gli operai facciano a meno di lui.
Una parte rilevante del lavoro salariato non si è mai fermato, in realtà. A inizio marzo, mentre il governo e le autorità sanitarie celebravano il “tutti a casa”, milioni di operai continuavano a varcare i cancelli delle fabbriche. Anche nelle zone di massimo contagio. Anche nel bergamasco, nel bresciano, nel piacentino, laddove il veto di Confindustria sulla zona rossa ha consumato un crimine che nessuno può ormai negare o ignorare.
IL PRESSING TRAVOLGENTE DELLA RIPARTENZA
Dopo il famoso protocollo d'intesa del 14 marzo tra sindacati e padroni, e i decreti governativi del 22 marzo, avallati dal sindacato, la sicurezza in fabbrica è rimasta un miraggio. In compenso la ripartenza produttiva si allarga, al di fuori di ogni regola e controllo. 105.727 imprese nell'ultimo mese hanno “comunicato” alle prefetture la continuità della produzione, usando la norma del silenzio assenso. Solamente 2296 sono state bloccate. Il resto ha avuto via libera, o per connivenza tra prefettura e padrone, o per l'impossibilità di fare le verifiche a causa della mancanza di personale e dei tempi necessari. Insomma, il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là del dettato formale degli accordi, o utilizzando le loro maglie larghe.
Ora il pressing si fa travolgente. Hanno un bel dire una parte di esperti e virologi che non vi sono le condizioni per ripartire in sicurezza, tanto più in Lombardia. Ha un bel dire il dottor Galli del Sacco di Milano che ciò che è acquisito in teoria non lo è affatto in pratica, che i tamponi sono ancora un numero esiguo, che sui kit sierologici c'è una guerra per bande tra aziende produttrici fuori da ogni controllo sanitario validante, che neppure su quantità e qualità delle famigerate mascherine si è raggiunto un risultato soddisfacente, che non si sa ancora dove isolare i contagiati, che senza riorganizzare l'intero sistema dei trasporti urbani e metropolitani la riapertura generale è un'avventura... Non serve. I padroni hanno il fiato sul collo della concorrenza estera, e questo basta. Sulla sicurezza simuleranno un po' di attenzioni, qualche gesto esemplare nei primi giorni, un po' di fumo negli occhi a uso e consumo delle telecamere. Finzioni. L'essenziale è che la vita normale riprenda il suo corso e rimonti la china. Che riprenda la borsa, che si possano macinare profitti, che si possano spartire i dividendi. Il resto è contorno, o rumore di fondo.
LA FIABA DI BRUNELLO CUCINELLI
A tirare la volata della ripartenza generalizzata c'è il fior fiore del made in Italy. Non solo la grande industria meccanica, la cantieristica, ma anche la moda, l'oreficeria, le costruzioni di yacht... Quel mondo delle grandi famiglie del capitalismo italiano, prodigo di pose progressiste, ospite ricercato dei salotti liberali, in realtà provvisto di un pelo sullo stomaco da far invidia alla foresta amazzonica.
In questi giorni diversi esponenti di questo mondo dorato sentono l'esigenza di aggiungere la propria voce al coro assordante della ripresa. Si distingue al suo interno il grande stilista umbro Brunello Cucinelli, proprietario di un'azienda dell'alta moda con stabilimenti in mezzo mondo, Cina inclusa, con un fatturato di tutto rispetto di 607,8 milioni nel 2019. «Dobbiamo pensare a garantire il cibo alle persone che lavorano con noi» dichiara compunto a La Stampa. «Capitalismo etico?» chiede l'intervistatore. «Il mercante onorevole» risponde il nostro con l'aria di chi si carica sulle spalle le sofferenze del mondo. «Come ha passato la quarantena?» incalza la giornalista. «Aiutando mia moglie a stirare, anche il copripiumone, una cosa complicatissima» risponde Cucinelli convinto di aver lustrato così la propria pietas. Dopo di che arriva finalmente al sodo: «Abbiamo detto da subito alle persone che lavorano con noi: non licenzieremo nessuno... In cambio ho chiesto due cose: la disponibilità a lavorare mezz'ora in più al giorno e lavorare in agosto tranne una settimana. In poco tempo recupereremo le settimane perse». Una generosità commovente.
Ecco, in questa intervista c'è uno squarcio di possibile futuro. La frontiera più avanzata del progresso che il capitale sa offrire ai salariati di fronte alla nuova grande recessione è un allungamento dell'orario quotidiano e l'annullamento delle ferie in cambio del lavoro. Una “offerta che non si può rifiutare”, con 25 milioni di nuovi disoccupati in arrivo nella sola Europa secondo le previsioni del FMI. Questo è il calcolo dei “mercanti onorevoli”.
C'è solo una eventualità che non hanno calcolato: che gli operai possano rifiutarsi di chinare il capo. Non avviene spesso nella storia, ma accade. E quando accade, tutto diventa possibile. Anche quello che nessun padrone potrebbe mai immaginare: che gli operai facciano a meno di lui.
Partito Comunista dei Lavoratori
Risoluzione finale del 7 dicembre
♠ in Assemblea Nazionale,coordinamento nazionale,Decreti sicurezza,F-35,Legge Fornero,NATO,nazionalizzazione,orario di lavoro,risoluzione finale,sinistre d'opposizione
Conclusione condivisa dell'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019
La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l'importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d'opposizione.
Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell'ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall'Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l'hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo europeo di stabilità) un'ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.
Politiche all'insegna della cultura liberista imperante, dell'austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.
Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di rappresentare un'alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all'affermazione del primo governo Conte, le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.
L'impegno condiviso è quello di ricostruire un'opposizione che sostenendo, valorizzando, unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell'Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.
Puntiamo ad un'opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti, femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.
L'obbiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.
Un'opposizione che in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell'evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assume l'impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimo.
Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l'insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.
Ciò che si propone, al fine di sostanziare un'opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un'azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:
- per l'uscita dell'Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all'acquisto degli F35;
- per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell'economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;
- per una generalizzata riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;
- per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti,
- per l'abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell'iniziativa in altri paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.
Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell'opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell'unità d'azione.
Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un'articolazione territoriale.
Anche a tal fine si rivolge l'invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.
Ciò su cui si conviene è la promozione di un'unità d'azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell'iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un'unità d'azione funzionale a sostanziare l'obiettivo condiviso.
L'unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!
Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell'ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall'Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l'hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo europeo di stabilità) un'ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.
Politiche all'insegna della cultura liberista imperante, dell'austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.
Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di rappresentare un'alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all'affermazione del primo governo Conte, le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.
L'impegno condiviso è quello di ricostruire un'opposizione che sostenendo, valorizzando, unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell'Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.
Puntiamo ad un'opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti, femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.
L'obbiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.
Un'opposizione che in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell'evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assume l'impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimo.
Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l'insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.
Ciò che si propone, al fine di sostanziare un'opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un'azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:
- per l'uscita dell'Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all'acquisto degli F35;
- per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell'economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;
- per una generalizzata riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;
- per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti,
- per l'abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell'iniziativa in altri paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.
Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell'opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell'unità d'azione.
Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un'articolazione territoriale.
Anche a tal fine si rivolge l'invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.
Ciò su cui si conviene è la promozione di un'unità d'azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell'iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un'unità d'azione funzionale a sostanziare l'obiettivo condiviso.
L'unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!
Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista
Francia. Terminato con successo lo sciopero dei postini del 92° dipartimento
Dopo quindici mesi di sciopero permanente, la dura lotta dei postini del 92° dipartimento francese (periferia nord-ovest di Parigi, con capoluogo Nanterre) si è chiuso con successo. Il nostro sito ha riportato regolarmente le informazioni su questa battaglia di classe diretta, tramite il sindacato SUD, dai nostri compagni della tendenza Anticapitalisme et Revolution del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), che nei limiti delle nostre forze abbiamo sostenuto concretamente.
Riproduciamo qui di seguito il comunicato sulla conclusione della lotta emanato dal sindacato SUD-Poste del 92° dipartimento, di cui è segretario il nostro compagno Gaël Quirante.
Comunicato del 2 luglio
La firma di un protocollo di accordo segna la fine di una lotta esemplare di 15 mesi delle postali e i postali del 92° dipartimento.
Ieri, lunedì 1 luglio, dopo 463 giorni di sciopero, la direzione delle Poste e la nostra organizzazione sindacale hanno firmato un protocollo di fine conflitto. I 150 lavoratori in sciopero (20% degli effettivi delle postine e dei postini del dipartimento) ricominceranno a lavorare giovedì 4 luglio 2019.
Usciamo più forti da questo storico conflitto, nel quale non ci siamo mai arresi.
Lo sciopero svela un furto di tempo di lavoro su larga scala
La nostra mobilitazione è infatti riuscita ad evidenziare a livello nazionale la sottrazione del tempo di lavoro portata avanti dalle Poste: come è stato indicato dall’inchiesta di Libération del 25 giugno 2019, gli algoritmi utilizzati per calcolare il carico di lavoro dei 70.000 postali del paese sono completamente sfasati rispetto alla realtà dei luoghi di lavoro. Le postine e i postini francesi e i loro solidali hanno ora la possibilità di servirsi di questo come punto di appoggio per rimettere in discussione i piani di tagli di posti di lavoro, di settori e della qualità del servizio messi in atto dalle Poste. Ne discuteremo ampiamente con la nostra federazione e con tutti i collettivi militanti che hanno a cuore la difesa dei postini e del servizio pubblico.
Dei piani di soppressione di posti di lavoro respinti
I piani di soppressione di posti di lavoro previsti per gli uffici postali in sciopero sono stati rimandati fino a gennaio 2021. Così, inoltre, degli uffici come quelli di Asnières o di Levallois continueranno a non subire tagli dei turni, che non si verificano dal 2010; allo stesso modo quelli di Clichy o di Gennevilliers, che non ne hanno dal 2011... Più di dieci anni senza riorganizzazioni quando il tempo che intercorre fra due progetti di riorganizzazione altrove in Francia è di due anni.
Le Poste ammettono così che non potranno dare seguito a riorganizzazioni, come minimo, per un periodo che, in funzione degli uffici, può estendersi fino al 2021. Al termine di questo periodo, la disputa circa la fondatezza di queste ristrutturazioni aziendali resta, e per la nostra organizzazione sindacale è inconcepibile approvare questi progetti e il metodo usato per porli in essere.
Niente interruzione meridiana
Per la maggior parte degli uffici in questione, a partire da adesso abbiamo già ottenuto che l’interruzione meridiana, i turni di distribuzione ulteriori e gli altri dispositivi che implicano lo smantellamento del mestiere di postino resteranno nel dimenticatoio per anni. Il nostro movimento ha così provato che era possibile tenere testa ai maggiori datori di lavoro del paese dopo lo Stato. L’ufficio di Boulogne, la cui riorganizzazione è rinviata come minimo a maggio 2020, non sarà investito né dell’interruzione meridiana né dalla messa in atto dei turni di distribuzione ulteriori, proprio come l’ufficio di Levallois- Perret (nessuna riorganizzazione prima di marzo 2020) e di Asnières (nessuna riorganizzazione prima di gennaio 2021).
142 assunzioni a tempo interminato
A seguito dello sciopero si sono inoltre ottenuto 142 assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori interinali, di cui 70 nel 2019: assunzioni in quantità, e una riduzione della precarietà. Si tratta di un avanzamento duplice da mettere sul conto dello sciopero. All’inizio queste risorse sono state assunte per provare a controbilanciare gli effetti dello sciopero… che però ha finito per ottenere la conservazione di questi posti di lavoro!
Una svolta in materia di diritto sindacale
Lo sciopero ha ugualmente strappato un avanzamento che costituirà un precedente giurisprudenziale in ambito di diritto sindacale: la possibilità per un rappresentante sindacale (qui il nostro segretario Gaël Quirante) di continuare ad intervenire nell’azienda dalla quale è stato licenziato evidenzia una svolta che non chiede che di essere ripresa in altri settori del mondo del lavoro. Se un esempio di tale portata si sistematizzasse, i padroni rifletterebbero due volte prima di licenziare un rappresentante sindacale.
Cassa di resistenza e sostegno esterno sono stati decisivi
I lavoratori in sciopero hanno inoltre ottenuto delle condizioni di ripresa del lavoro che garantiscono loro il versamento di una somma pari a 4000 euro netti dalla fine di luglio per quelle e quelli che hanno scioperato tutti i giorni della mobilitazione.
La cassa di resistenza delle postine e dei postini del 92° dipartimento è la più importante che sia stata mai realizzata nel paese. Ritorneremo più in dettaglio su questo, che è stato cruciale per portare avanti il braccio di ferro con la direzione del Gruppo La Poste.
Ringraziamo calorosamente l’insieme delle organizzazioni sindacali, politiche e associative che ci hanno sostenuto. Senza questo supporto, non saremmo stati in grado di resistere. In particolare il comitato di solidarietà allo sciopero ha giocato un ruolo decisivo nell’ottenimento di tutto ciò.
Di fronte allo sciopero, le Poste hanno dovuto indietreggiare
All’inizio del conflitto, l’obiettivo delle Poste era di spezzare le reni al nostro sindacato e di porre un freno alla combattività che esso incarnava a livello delle postine e dei postini del 92°. Ha subito una sconfitta: la nostra organizzazione sindacale, gli scioperanti e la strategia di raggruppamento degli uffici, dei settori e dei fronti di lotta che ha portato avanti escono da questo conflitto storico rafforzati.
Che la nostra determinazione dia forza ad altri! Perché di fronte alla barbarie di questo mondo, è ora di riunire tutte le mobilitazioni.
Che siano i nostri compagni di Geodis Genneviliers alle prese con la repressione, i medici del pronto soccorso che si battono per la salute di tutte e tutti, il personale del mondo dell’istruzione in sciopero dell’esame di Stato, i gilets gialli la cui determinazione è contagiosa, i/le militanti dei quartieri popolari che non si rassegnano di fronte alle violenze della polizia, o le capitane che hanno soccorso dei migranti rischiando la loro libertà personale: uniamo le nostre resistenze, colpiamo insieme in vista di una controffensiva globale del mondo del lavoro e dei giovani!
Articolo di Libération
Video
Riproduciamo qui di seguito il comunicato sulla conclusione della lotta emanato dal sindacato SUD-Poste del 92° dipartimento, di cui è segretario il nostro compagno Gaël Quirante.
Comunicato del 2 luglio
La firma di un protocollo di accordo segna la fine di una lotta esemplare di 15 mesi delle postali e i postali del 92° dipartimento.
Ieri, lunedì 1 luglio, dopo 463 giorni di sciopero, la direzione delle Poste e la nostra organizzazione sindacale hanno firmato un protocollo di fine conflitto. I 150 lavoratori in sciopero (20% degli effettivi delle postine e dei postini del dipartimento) ricominceranno a lavorare giovedì 4 luglio 2019.
Usciamo più forti da questo storico conflitto, nel quale non ci siamo mai arresi.
Lo sciopero svela un furto di tempo di lavoro su larga scala
La nostra mobilitazione è infatti riuscita ad evidenziare a livello nazionale la sottrazione del tempo di lavoro portata avanti dalle Poste: come è stato indicato dall’inchiesta di Libération del 25 giugno 2019, gli algoritmi utilizzati per calcolare il carico di lavoro dei 70.000 postali del paese sono completamente sfasati rispetto alla realtà dei luoghi di lavoro. Le postine e i postini francesi e i loro solidali hanno ora la possibilità di servirsi di questo come punto di appoggio per rimettere in discussione i piani di tagli di posti di lavoro, di settori e della qualità del servizio messi in atto dalle Poste. Ne discuteremo ampiamente con la nostra federazione e con tutti i collettivi militanti che hanno a cuore la difesa dei postini e del servizio pubblico.
Dei piani di soppressione di posti di lavoro respinti
I piani di soppressione di posti di lavoro previsti per gli uffici postali in sciopero sono stati rimandati fino a gennaio 2021. Così, inoltre, degli uffici come quelli di Asnières o di Levallois continueranno a non subire tagli dei turni, che non si verificano dal 2010; allo stesso modo quelli di Clichy o di Gennevilliers, che non ne hanno dal 2011... Più di dieci anni senza riorganizzazioni quando il tempo che intercorre fra due progetti di riorganizzazione altrove in Francia è di due anni.
Le Poste ammettono così che non potranno dare seguito a riorganizzazioni, come minimo, per un periodo che, in funzione degli uffici, può estendersi fino al 2021. Al termine di questo periodo, la disputa circa la fondatezza di queste ristrutturazioni aziendali resta, e per la nostra organizzazione sindacale è inconcepibile approvare questi progetti e il metodo usato per porli in essere.
Niente interruzione meridiana
Per la maggior parte degli uffici in questione, a partire da adesso abbiamo già ottenuto che l’interruzione meridiana, i turni di distribuzione ulteriori e gli altri dispositivi che implicano lo smantellamento del mestiere di postino resteranno nel dimenticatoio per anni. Il nostro movimento ha così provato che era possibile tenere testa ai maggiori datori di lavoro del paese dopo lo Stato. L’ufficio di Boulogne, la cui riorganizzazione è rinviata come minimo a maggio 2020, non sarà investito né dell’interruzione meridiana né dalla messa in atto dei turni di distribuzione ulteriori, proprio come l’ufficio di Levallois- Perret (nessuna riorganizzazione prima di marzo 2020) e di Asnières (nessuna riorganizzazione prima di gennaio 2021).
142 assunzioni a tempo interminato
A seguito dello sciopero si sono inoltre ottenuto 142 assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori interinali, di cui 70 nel 2019: assunzioni in quantità, e una riduzione della precarietà. Si tratta di un avanzamento duplice da mettere sul conto dello sciopero. All’inizio queste risorse sono state assunte per provare a controbilanciare gli effetti dello sciopero… che però ha finito per ottenere la conservazione di questi posti di lavoro!
Una svolta in materia di diritto sindacale
Lo sciopero ha ugualmente strappato un avanzamento che costituirà un precedente giurisprudenziale in ambito di diritto sindacale: la possibilità per un rappresentante sindacale (qui il nostro segretario Gaël Quirante) di continuare ad intervenire nell’azienda dalla quale è stato licenziato evidenzia una svolta che non chiede che di essere ripresa in altri settori del mondo del lavoro. Se un esempio di tale portata si sistematizzasse, i padroni rifletterebbero due volte prima di licenziare un rappresentante sindacale.
Cassa di resistenza e sostegno esterno sono stati decisivi
I lavoratori in sciopero hanno inoltre ottenuto delle condizioni di ripresa del lavoro che garantiscono loro il versamento di una somma pari a 4000 euro netti dalla fine di luglio per quelle e quelli che hanno scioperato tutti i giorni della mobilitazione.
La cassa di resistenza delle postine e dei postini del 92° dipartimento è la più importante che sia stata mai realizzata nel paese. Ritorneremo più in dettaglio su questo, che è stato cruciale per portare avanti il braccio di ferro con la direzione del Gruppo La Poste.
Ringraziamo calorosamente l’insieme delle organizzazioni sindacali, politiche e associative che ci hanno sostenuto. Senza questo supporto, non saremmo stati in grado di resistere. In particolare il comitato di solidarietà allo sciopero ha giocato un ruolo decisivo nell’ottenimento di tutto ciò.
Di fronte allo sciopero, le Poste hanno dovuto indietreggiare
All’inizio del conflitto, l’obiettivo delle Poste era di spezzare le reni al nostro sindacato e di porre un freno alla combattività che esso incarnava a livello delle postine e dei postini del 92°. Ha subito una sconfitta: la nostra organizzazione sindacale, gli scioperanti e la strategia di raggruppamento degli uffici, dei settori e dei fronti di lotta che ha portato avanti escono da questo conflitto storico rafforzati.
Che la nostra determinazione dia forza ad altri! Perché di fronte alla barbarie di questo mondo, è ora di riunire tutte le mobilitazioni.
Che siano i nostri compagni di Geodis Genneviliers alle prese con la repressione, i medici del pronto soccorso che si battono per la salute di tutte e tutti, il personale del mondo dell’istruzione in sciopero dell’esame di Stato, i gilets gialli la cui determinazione è contagiosa, i/le militanti dei quartieri popolari che non si rassegnano di fronte alle violenze della polizia, o le capitane che hanno soccorso dei migranti rischiando la loro libertà personale: uniamo le nostre resistenze, colpiamo insieme in vista di una controffensiva globale del mondo del lavoro e dei giovani!
Articolo di Libération
Video
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale
Confindustria e Landini a braccetto a sostegno dell'Unione Europea
♠ in appello a sostegno dell'Unione Europea,aumenti salariali,Boccia,CGIL,Confindustria,Di Maio,europeismo,Landini,orario di lavoro,pensioni,Salvini,sovranismo,Stati Uniti Socialisti d'Europa
La nuova segreteria Landini in CGIL era stata presentata come garanzia di svolta della confederazione. Nonostante il nuovo segretario portasse in dote il peggior contratto della storia dei metalmeccanici pur di accreditarsi agli occhi dell'apparato, questa illusione è stata ampiamente condivisa in ambienti diversa della sinistra, con la immancabile benedizione de Il Manifesto.
Ora parlano i fatti.
L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta «la funzione sociale di progresso dell'Unione» (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come «garanzia di pace» (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro di «raggiungere dimensioni comparabili a quelle USA», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri player mondiali». Per questo invoca «una politica estera europea proporzionale al Pil continentale». In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.
Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.
Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.
Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.
“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.
Ora parlano i fatti.
L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta «la funzione sociale di progresso dell'Unione» (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come «garanzia di pace» (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro di «raggiungere dimensioni comparabili a quelle USA», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri player mondiali». Per questo invoca «una politica estera europea proporzionale al Pil continentale». In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.
Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.
Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.
Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.
“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.
9 aprile 2019




