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Lo scontro fra Iran e Israele

 


La crisi dell'ordine imperialistico del mondo



L'azione militare iraniana della scorsa notte contro Israele è parte dell'aggravamento della crisi internazionale. Effetto e concausa al tempo stesso. La dinamica degli avvenimenti in corso non è ancora definita. Diverse variabili sono in campo. Ma è possibile inquadrare alcuni primi elementi essenziali.


L'azione militare iraniana è una risposta all'attacco omicida dello stato sionista al consolato iraniano di Damasco. La risposta in sé è legittima. Israele ha bombardato la sede diplomatica di uno stato estero, entro i confini di un altro stato, con un'azione militare banditesca. Talmente banditesca che Israele stesso non ha potuto rivendicarla pubblicamente. Negare all'Iran il diritto di rispondere all'attacco subito significherebbe affermare il diritto israeliano all'impunità. Ciò che sarebbe inconcepibile, tanto più nel quadro della guerra di annientamento intrapresa dallo stato sionista contro il popolo palestinese di Gaza, con la complicità degli imperialismi alleati.

Sostenere questo diritto di replica, in barba a ogni pacifismo ideologico, non significa certo per parte nostra appoggiare politicamente il regime arcireazionario della Repubblica islamica, né rivendicare una guerra tra lo stato iraniano e lo stato sionista. Il regime islamico iraniano è e resta un regime dispotico, responsabile dell'oppressione quotidiana dei lavoratori, dei giovani, delle donne, della popolazione curda. Un'oppressione terribile e sanguinosa. Ma a rovesciare questo regime hanno diritto la classe operaia e le masse oppresse iraniane in funzione di una propria prospettiva di liberazione, non certo l'imperialismo e il sionismo per via militare e in funzione dei propri interessi egemonici.

È importante ora comprendere la logica dei diversi attori dello scontro, e il groviglio di contraddizioni che lo attraversa. La Repubblica Islamica ha dovuto rispondere all'attacco israeliano al proprio consolato in Siria per evitare di apparire una tigre di carta agli occhi dei propri alleati e interlocutori regionali. Al tempo stesso non ha alcuna intenzione di avventurarsi in una guerra dispiegata che possa mettere a rischio la propria tenuta e sopravvivenza. Da qui una reazione militare contenuta, prevalentemente dimostrativa, annunciata con largo anticipo, indirettamente concordata per alcuni aspetti, nella sua moderazione, con la stessa diplomazia degli imperialismi avversari, inclusa la diplomazia USA.

L'incognita vera ora è la reazione israeliana. Il governo Netanyahu, e segnatamente il premier, hanno usato in questi sette mesi la guerra di Gaza come mezzo della propria sopravvivenza politica. Hanno utilizzato naturalmente il sostegno inossidabile degli imperialismi alleati, a partire dall'imperialismo USA, ma anche forzato e travalicato i loro “consigli” nella gestione delle operazioni miliari. Parallelamente hanno cercato di polarizzare lo scontro su scala regionale contro l'Iran per costringere gli imperialismi alleati a schierarsi al proprio fianco, e restringere il loro spazio di manovra. Lo stesso attacco al consolato iraniano, in attesa di un'inevitabile risposta, rientrava in questo gioco spregiudicato. Tuttavia, oltre a una certa soglia il gioco di Netanyahu si fa rischioso.

Tutte le potenze imperialiste, a partire dagli USA, chiedono al governo israeliano di non rispondere all'attacco iraniano con una propria ritorsione militare, ma di attendere una risposta internazionale congiunta di carattere diplomatico. In pratica Biden chiede a Netanyahu di non aprire la guerra contro l'Iran, e di evitare una spirale incontrollabile. La stessa pronta assistenza militare americana e britannica a Israele nel fronteggiamento dei droni iraniani, anche col ricorso a portaerei e caccia, è in funzione di un preciso messaggio a Netanyahu: “Proprio perché insieme ti abbiamo difeso, ora ti chiediamo di muoverci insieme”. In altri termini: ti offriamo la condanna diplomatica dell'Iran in cambio della rinuncia ad una tua guerra contro l'Iran.

Questa complessa dialettica in corso richiama le contraddizioni di fondo dell'imperialismo USA e la crisi della sua egemonia su scala mondiale. Tutta la politica USA, a partire dal 2008, è strategicamente mirata al contrasto dell'imperialismo cinese, e di riflesso del suo alleato russo. Gli accordi di Abramo nel 2020 fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, servivano agli USA per cercare di “pacificare” la regione (sulla pelle dei palestinesi) dentro un nuovo equilibrio e architettura diplomatica, che consentisse loro di volgersi verso il Pacifico, concentrando su quel versante le proprie forze. Ma prima la crisi ucraina, poi la crisi di Gaza, hanno richiamato l'imperialismo USA ai propri doveri di potenza imperialista dominante su scacchieri imprevisti. Un ruolo dominante, tuttavia, ben più fragile che in passato. Tanto più in Medio Oriente.

L'imperialismo russo è tornato in gioco in Medio Oriente grazie alla guerra siriana col sostegno determinante ad Assad. L'imperialismo cinese ha officiato la distensione tra Arabia Saudita ed Iran, rompendo l'isolamento di quest'ultimo ed entrando nella partita regionale. La Turchia gioca il ruolo di potenza regionale autonoma in funzione di un proprio disegno neoottomano, al punto da sostenere Hamas e negare agli USA ogni possibile uso del proprio spazio aereo per una guerra eventuale contro l'Iran. La guerra di Israele a Gaza, con la sua gestione in proprio, più volte indifferente alle preoccupazioni americane, ha misurato e aggravato a sua volta la crisi di egemonia USA nella regione, buttando all'aria la tela di Abramo, e favorendo il libero gioco di tutti gli imperialismi e potenze rivali.

In questo quadro, l'imperialismo USA non vuole oggi la guerra dispiegata contro l'Iran. Ha bisogno di recuperare il bandolo di un'iniziativa politica in Medio Oriente, non di una guerra fuori controllo che potrebbe tracimare in un conflitto mondiale. Parallelamente, i fatti internazionali dimostrano che non tutto si svolge secondo i calcoli e la volontà degli USA, come vorrebbero tante rappresentazioni da operetta. Da qui le incognite e i pericoli obiettivi.

Di certo l'intera piega degli avvenimenti mondiali dimostra la crisi dell'ordine imperialistico nel mondo.
L'egemonia USA è apertamente in crisi, e al tempo stesso non si delinea una egemonia alternativa. L'imperialismo mondiale è privo di un baricentro, dentro una competizione tra vecchie e nuove potenze imperialiste per la spartizione del mondo. Ciò che determina il moltiplicarsi degli attori, su scala mondiale e regionale, con effetti e risultanti imprevedibili.
Nessuna potenza imperialista vuole oggi la terza grande guerra. Ma la corsa alle armi di tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è di fatto, nella prospettiva storica, una corsa verso la guerra e la sua preparazione. Solo una rivoluzione socialista, che saldi le ragioni della classe operaia con le ragioni di tutti i popoli oppressi, può scongiurare questa prospettiva tragica per l'umanità.

Partito Comunista dei Lavoratori

No a un'escalation militare degli imperialismi NATO! No alle minacce di una terza guerra mondiale!

 


Difesa popolare dell'Ucraina dall'imperialismo russo

28 Aprile 2022
Per la cessazione immediata delle ostilità. Per il ritiro delle truppe russe dai territori occupati dopo il 24 febbraio. Per una pace giusta: indipendenza e neutralità dell'Ucraina, riconoscimento della Crimea alla Russia, autodeterminazione del Donbass

La guerra in Ucraina si aggrava.
Dopo aver fallito, grazie alla resistenza ucraina, la conquista di Kiev, la guerra d'invasione di Putin si concentra nel sud dell'Ucraina, con l'obiettivo di unire sotto il proprio controllo il territorio che va dal Donbass alla Transnistria passando per Odessa, e di determinare per questa via la chiusura dell'accesso al mare dell'Ucraina. Da qui l'intensificazione della guerra, la distruzione delle ferrovie ucraine, la moltiplicazione di sofferenze, rovine e massacri della popolazione civile.

A loro volta, gli imperialismi di USA e Gran Bretagna sovrappongono sempre più apertamente alla difesa dell'Ucraina la propria volontà dichiarata di indebolire strutturalmente l'imperialismo russo rivale, favorendo la continuità del conflitto. Da qui la rivendicazione della legittimità di un più ampio spazio d'intervento militare, col rischio di uno scontro diretto tra Russia e NATO e di dinamiche fuori controllo.

Siamo e restiamo a difesa dell'Ucraina contro la guerra d'invasione dell'imperialismo russo, non a difesa degli imperialismi NATO e di una loro guerra. Ci opponiamo alla linea delle sanzioni economiche contro la Russia, che scaricano i loro effetti sui lavoratori russi e sui lavoratori d'Occidente. Ci opponiamo a una linea russofoba odiosa che prende di mira artisti, sportivi, uomini e donne della cultura russa, col risultato oltretutto di fornire alimento allo sciovinismo grande-russo di Putin. Ci opponiamo più in generale al tentativo di usare la stessa resistenza ucraina contro l'invasione russa come un'occasione di regolamento di conti tra imperialismo russo e imperialismi NATO, ciò che moltiplica i rischi di un'escalation militare incontrollata, e rappresenta una minaccia mortale per l'umanità intera.

Leghiamo la necessaria difesa dell'Ucraina da un'invasione imperialista alla rivendicazione di una cessazione immediata delle ostilità, del ritiro delle truppe russe entro i confini precedenti il 24 febbraio, di una pace giusta, che per essere tale deve prevedere l'indipendenza e neutralità dell'Ucraina, il riconoscimento della Crimea alla Russia, il diritto di autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass, le quali hanno il diritto di decidere liberamente dove vogliono vivere.

La resistenza ucraina all'invasione è la condizione necessaria di una simile soluzione. Senza resistenza ucraina Putin sarebbe già a Kiev da due mesi, e avrebbe già celebrato la grande vittoria dello sciovinismo imperialista grande-russo. Ma una condizione necessaria non è di per sé sufficiente. Occorre respingere il tentativo NATO di prendere in ostaggio la resistenza ucraina subordinandola a un'obiettivo di guerra prolungata in funzione dei propri interessi imperialisti. Occorre contrastare la subordinazione di Zelensky a questa linea.

L'esperienza dimostra che la cessazione delle ostilità e una pace giusta in Ucraina sono incompatibili sia con lo sciovinismo grande-russo e le sue ambizioni imperiali, sia con la logica degli imperialismi NATO e del nazionalismo ucraino. Il sostegno alla resistenza ucraina contro l'imperialismo russo e la lotta contro l'imperialismo di casa nostra sono due aspetti di una stessa politica internazionalista contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lotta di classe e pandemia di Spagnola

Nessun governo della borghesia ha l’interesse a contare i morti delle sue crisi: ogni deceduto è un'accusa al sistema irrazionale basato sul profitto. In tempi normali la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, per i capitalisti, diventano degli orpelli fastidiosi. Ma nelle crisi reali come le pandemie o le guerre, questo diventa ancora più evidente. La conta dei morti è un fattore pericoloso che va ad incidere direttamente sui meccanismi del consenso, e li sgretola come castelli di sabbia. È stato dimostrato che durante la pandemia di Covid-19 in tutto il pianeta i decessi sono stati superiori a quelli ufficiali almeno, in media, del 50%. Nella sola provincia di Bergamo alcuni studi addirittura parlano del 460% in più rispetto alla media, a New York del 200%, a Madrid del 160%.

Tutto questo però ha un precedente storico: la pandemia di influenza "spagnola".
Tra il 1918 e il 1919 scoppia una devastante pandemia. Alcune stime parlano di 50 milioni di vittime provocate dal virus, altre di decine di milioni di morti in più, su una popolazione mondiale complessiva di due miliardi di persone. L'influenza era nata da un ceppo del virus della polmonite atipica H1N1. "Spagnola" fu la definizione coniata, per le false notizie – oggi le definiremmo fake news – sull'origine in Spagna del morbo. La posizione neutrale della Spagna durante la prima guerra mondiale lasciava più aperti i suoi canali di informazione di massa. Viceversa, i paesi coinvolti nel conflitto erano stretti nella censura di guerra. Quando la pandemia scoppiò, tra l’estate e l’autunno del 1918, le informazioni su di essa arrivavano quasi solamente dalla Spagna. La realtà fu ben diversa.
Il primo conflitto mondiale aggravò la diffusione della pandemia, la cui origine resta ancora oggi indefinita.

Anche in Italia i comportamenti di massa seguirono l’informazione di regime, che aveva tutto l’interesse a minimizzare o addirittura a nascondere la realtà. La difesa del consenso alla fine del conflitto mondiale era la priorità assoluta.
Anche la mancanza di una stima reale della situazione portò il governo della borghesia a non adottare la necessaria strategia sanitaria per contenere la pandemia, e a nascondere la gravità della situazione. L’informazione nazionale intrisa di spirito nazionalistico e patriottico, e l'azione della Chiesa cattolica, furono un valido appoggio alla mistificazione di regime. Addirittura si diffusero diverse notizie complottistiche contro la Germania, vista come responsabile dell'origine di un’arma virale creata in laboratorio. A livello popolare si innescarono voci di ogni genere contro la scienza, e la medicina in particolare. Vennero pubblicizzate anche tramite i giornali dell’epoca cure fantasiose, come il consumo smodato di tabacco o l’alcol.

Della pandemia del 1918-'19 non ci sono molti riscontri approfonditi nei libri di storia, né giorni della memoria. Ma i ricordi trasmessi, anche solo orali, tra le generazioni successive descrivono una vera catastrofe umanitaria.
Il rapporto con la morte in una popolazione già fortemente provata dalla guerra cambiò anche culturalmente i modi vivere, le usanze e i rapporti interpersonali.

I decessi erano brutali; colpivano i più giovani, che morivano per soffocamento polmonare. Molti soldati reduci dal conflitto mondiale descrivevano quello che vedevano come ben peggiore di quello che avevano provato in prima linea in guerra. I pellegrinaggi funebri verso i cimiteri vennero paragonati ai percorsi delle formiche. Il governo Orlando dovette dare una stretta all’informazione dei giornali e vietare il libero accesso ai cimiteri e i cortei funebri. I funerali furono concessi solo in forma strettamente privata e in orari particolari.

Il giornale socialista La Squilla, di Bologna, scrive nel gennaio 1919: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».

Non esiste una statistica ufficiale sulle morti di Spagnola in Italia. Le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di vittime. Nelle fabbriche tutto sembra continuare come sempre, tra censura e tentativi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Ma le testimonianze verbali corrono comunque in tutto il paese, e la pandemia si inserisce dentro la lotta di classe alla vigilia del biennio rosso, costellato di conflitti sociali e politici.

Anna Kuliscioff scrive a Filippo Turati, il 12 ottobre 1918:
«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».

Le immagini dell’epoca riportano il diverso approccio tra la classe borghese e piccolo-borghese e quella lavoratrice: famiglie borghesi ben vestite e molto attente all’uso delle mascherine, operai in lotta nei cortei o nelle fabbriche senza alcuna protezione sanitaria.

Malgrado la feroce pandemia, la lotta di classe non si ferma.

In tutto il pianeta il dramma del primo conflitto mondiale e lo stretto rapporto umano con la morte causata dalla guerra vennero messi sullo stesso livello della malattia e delle sue conseguenze, contribuendo a sbiadirne la memoria storica ufficiale. Ma il rapporto tra le classi e il loro conflitto, la crisi del capitalismo, le fasi ricorrenti di strappi della storia hanno lasciato comunque la testimonianza indelebile che la causa di fondo della delle stragi provocate dalla pandemia e dalle guerre è unicamente da attribuire alla barbarie del capitalismo.
I rivoluzionari di un secolo fa non ebbero però alcun timore reverenziale verso la pandemia, che restò all’interno di una dimensione personale. Per loro lottare contro il capitalismo significava rovesciare tutto e cancellare gli orrori provocati dalla classe dominante. La pandemia era all’interno di questo concetto.


SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE, PROVATE VOI A LAVORAR...

All’inizio del 1919 il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, provocata dalle conseguenze del conflitto mondiale in un clima di trasformazione della produzione industriale, in riconversione da economia di guerra nella ripresa del tempo di pace. Ma la spinta delle lotte operaie mette in discussione perfino l’organizzazione del lavoro, con la rivendicazione di un nuovo orario di lavoro settimanale.
L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, in piena pandemia, fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM. Venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore in tre turni.
Ma le lotte, in piena esplosione di massa del contagio, non ebbero freni e sfociarono in continui scioperi generali tra le città e le campagne, per evolversi nelle occupazioni delle fabbriche nel 1920.
In tutta Europa la dinamica fu identica. Basterebbe ricordare quello che stava avvenendo in Russia e l’impegno dell’Armata rossa nel respingere i tentativi controrivoluzionari dei bianchi, nello stesso 1919, in una situazione difficile per la popolazione, colpita dalla pandemia.
Non solo. I rivoluzionari riuscirono ad organizzare quello che nel marzo del 1919 fu il primo congresso dell’Internazionale Comunista. Disgraziatamente, nello stesso mese dello stesso anno la pandemia uccise Jakov Sverdlov, uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista bolscevico. Ma il sistema sanitario sovietico fu il primo modello al mondo di copertura sanitaria universale e gratuita.

La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, fu colpita pesantemente dalla pandemia tra il 1918 e il 1919. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò nemmeno lì. Fra il 4 ed il 6 gennaio 1919 diverse organizzazioni, tra le quali la Lega Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, lanciarono a Berlino l’insurrezione dei consigli operai nella Ruhr e ad Essen, dove vennero deliberate le socializzazioni delle industrie carbonifere. Il tentativo venne represso duramente e terminò con l’arresto e l’uccisione di Rosa e Karl.

Non solo in Europa, ma anche dall’altra parte dell’oceano la spinta della lotta di classe non venne scalfita minimamente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, a cavallo del 1918 e il 1919, morirono circa settecentomila persone. Ma nel 1919 scioperarono quattro milioni di operai, cioè un quinto della forza lavoro, una proporzione mai eguagliata. Perfino i cantieri navali di Seattle furono bloccati da uno sciopero generale che coinvolse tutta la città, e che durò settimane. Trecentomila lavoratori si mobilitarono nel primo sciopero nazionale dell’acciaio, fermando le più grandi aziende del paese. Scioperarono circa quattrocentomila lavoratori delle miniere di carbone, sfidando persino le disposizioni del presidente Woodrow Wilson e le ingiunzioni del tribunale federale.

La pandemia, con le sue decine di milioni di morti, colpì alla fine del conflitto gli strati più poveri della popolazione mondiale. Accentuò in modo indelebile le differenze tra le classi ma non fermò il conflitto tra di esse, anzi forse dette ancora più ossigeno al fuoco rivoluzionario e alla coscienza di classe.
La vita e la morte assumevano coscientemente un valore diverso. Un valore di classe, il motivo valido della stessa lotta di classe. Ne era ben consapevole Antonio Gramsci, che in un polemico articolo su l’Avanti contro la propaganda borghese, il 4 aprile 1919 si esprime così:
«Cosa sono i venti milioni di morti per grippe o febbre spagnola, o peste polmonare, ossia peste di guerra, determinata e propagata e coltivata dalle condizioni create e lasciate dalla guerra? Cosa sono le migliaia e migliaia di creature umane che muoiono quotidianamente di fame, di scorbuto, di assideramento in Romania, in Boemia, in Armenia, in India, per accennare solo a paesi amici dell'Intesa? Cosa sono gli ottanta miliardi di deficit del bilancio Italiano, i centoventi miliardi del bilancio francese, i duemila miliardi di danni determinati dalla guerra? Cosa sono stati i cinquecentomila russi sterminati dal governo zarista nella repressione dei Soviet del 1905? Cosa farebbero i venti milioni di russi che verrebbero sterminati se trionfasse la controrivoluzione dei generali Krasnof, Denikin e Kolciak, gli amici dell'Intesa che fanno impiccare ed esporre per tre giorni un operaio su dieci dei paesi che riescono a riconquistare, gli amici dell'Intesa che spediscono a Pietrogrado vagoni piombati di soldati soviettisti tagliati a pezzettini?».

Anche oggi, in un’altra fase storica, la pandemia di Covid-19 mostra chiaramente la differenza tra le classi e il differente valore morale attribuito alla vita e della morte. Li mostra attraverso le lotte in difesa del diritto alla salute dei lavoratori contro il profitto ad ogni costo, attraverso le lotte per l’accesso alle cure mediche per tutti come diritto inalienabile.
Solo un progetto rivoluzionario per il socialismo può dare valore alla vita contro gli orrori del capitalismo. La barbarie delle sofferenze dei più deboli e delle morti per pandemia ha come unico responsabile il capitalismo. Torneremo nelle strade, nelle fabbriche e nei quartieri a gridarlo con forza. La lotta di classe non si ferma.
Ruggero Rognoni

La guerra mondiale di Papa Francesco


Regna a sinistra, e nell'ambiente laico, l'immagine di un Papa Francesco “finalmente progressista”, a “misura d'uomo” lontano dalle “rigidità dell'arida dottrina dei suoi predecessori”, “aperto verso nuove frontiere”, e soprattutto “comprensivo della modernità dei tempi e dei costumi“.

Sarebbe utile confrontare questo pregiudizio positivo con le dichiarazioni solenni rilasciate dal Papa in occasione della sua visita in Georgia.

“Oggi c'è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio” ha proclamato papa Francesco. Chi sarebbe il responsabile di questa guerra? La “teoria gender” e più in generale“ i nuovi costumi sessuali”. Ma anche più semplicemente il diffondersi del divorzio: “Il divorzio è il frutto avvelenato di una colonizzazione ideologica che vuole distruggere la famiglia. Il divorzio sporca l'immagine di Dio, perchè Dio ha creato uomo e donna a sua immagine e quindi l'uomo e la donna che si fanno una sola carne sono l'immagine di Dio”.

Contro questa guerra mondiale che vuole distruggere il matrimonio con pratiche contro Dio come il divorzio, Papa Francesco invoca “la mobilitazione degli spiriti” ed in particolare il ruolo della donna: “La donna è centrale nella trasmissione della fede. Pensate a Maria, alle mamme, le nonne, la Chiesa: la Chiesa è donna”.

Ogni commento è superfluo.
Che sinistre genuflesse verso il capitale si inchinino di fronte all'istituzione Chiesa, che di capitale vive, è naturale. Ma ci risparmino almeno la pretesa che un monarca teocratico assolutista, difensore di una istituzione millenaria, possa essere baluardo di democrazia e di progresso. Questo no.
Partito Comunista dei Lavoratori