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L'anticomunismo di Marco Rizzo

 


Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L'ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L'intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al '68 e all'«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l'esperienza degli anni '70 dimostra l'opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all'aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l'avanzata del movimento operaio porta con sé l'avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l'esperienza dei decenni successivi, quando l'arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni '70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. [...] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? [...] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, non sappiamo se la riduzione dell'identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell'ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all'identità sessuale dell'uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l'intervistatore.
«È un'ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l'intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell'intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe... la tipologie delle creme? Non c'è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L'intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell'Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell'Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d'ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l'eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L'unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro il ddl Pillon e le politiche reazionarie del governo!

In questo ultimo anno la destra cattolica e quella fascista si sono fatte molto più spavalde, e certamente l'insediamento del nuovo governo Salvini-Di Maio si è rivelato per loro un terreno proficuo per fare affari d'oro sulla pelle delle donne.
Solo nelle ultime settimane a Verona la giunta leghista, con i voti anche della capogruppo del PD, ha approvato una delibera in cui si dichiara Verona “città a favore della vita” e si promuovono fondi da destinare ad associazioni cattoliche antiabortiste. La stessa operazione è stata tentata sia a Milano che a Roma, dove tra l'altro la giunta grillina guidata da Virginia Raggi sta portando avanti da più di un anno una guerra senza quartiere ai centri antiviolenza, ai consultori e alle case delle donne.
Lo stesso neoministro leghista della “famiglia e disabilità” Lorenzo Fontana è attivo insieme ai fascisti di Forza Nuova nel Comitato No 194, che ha l'evidente obiettivo di abolire attraverso un referendum la legge 194, e di ottenere l'applicazione di condanne fino agli 8 anni di carcere sia per le donne che ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza che per i medici che la praticano.
Dal canto suo Papa Francesco, da vero galantuomo compassionevole qual è, per mostrare la riconoscenza della Chiesa cattolica per la piega assunta dai partiti di governo, ha pensato bene di dire che abortire è come assoldare un sicario.

Il nuovo governo non si limita però solo a discriminare o togliere autonomia alle donne nelle scelte che riguardano la propria salute sessuale, ma attacca anche il loro legittimo diritto all'autodeterminazione in senso più ampio.
Il governo Salvini-Di Maio, espressione più autentica della piccola e media borghesia bigotta e rancorosa, ha fatto della difesa della proprietà privata in tutte le sfere della società il suo principale asse politico. In questo senso, la torsione familista in chiave nazionalpopolare e patriarcale è il principio alla base della recente proposta di legge in materia di separazione, divorzio e affido dei minori promossa dal leghista Simone Pillon, fondatore del Family Day.
Il ddl Pillon infatti, perseguendo un astratto principio di “equiparazione” dei compiti genitoriali, introduce alcune proposte irrazionali e discriminatorie sia per le donne che per i minori. Innanzitutto obbliga i coniugi con figli che avviano il percorso di separazione a ricorrere obbligatoriamente e a proprie spese a un “mediatore familiare”, una figura pseudoprofessionale molto nebulosa di cui non si capiscono quali sarebbero i compiti e le competenze. Già solo questo primo aspetto mette in evidenza la natura classista di questa riforma, poiché i soggetti economicamente deboli non sarebbero in grado di coprire le spese del “mediatore”. Inoltre, la mediazione obbligatoria non tutela in alcun modo le donne che scappano da una situazione di abuso domestico, anzi le espone ulteriormente alla violenza dei partner.
Il ddl Pillon inoltre prevede la cancellazione degli assegni familiari e introduce il mantenimento diretto dei figli, non tenendo nuovamente conto del fatto che la disparità economica fra uomini e donne è un fatto reale, e che si è ulteriormente acuito in dieci anni di crisi economica.
Questo disegno di legge inoltre è controverso e problematico anche dal punto di vista dei minori, poiché concepisce i figli come “proprietà”, oggetti e non soggetti di diritto, beni materiali da spartire equamente fra i genitori. Infatti il concetto di bigenitorialità e la doppia domiciliazione ledono il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità, e all’espressione delle loro esigenze e volontà, riportando la genitorialità all'idea di potestà sui figli anziché a quella di responsabilità.
Infine, se viene introdotto il concetto di alienazione parentale, il minore perde di fatto il diritto di esprimersi in merito al proprio benessere e alla propria autodeterminazione e tutela; così se viene manifestato il rifiuto palese a vedere o vivere con uno dei due genitori da parte del figlio, per Pillon ciò è avvenuto poiché c'è stata manipolazione del minore da parte dell'altro genitore, e la legge interviene invertendo il domicilio e il figlio viene obbligato a trasferirsi proprio in casa del genitore che ha rifiutato di vedere. Sembra inequivocabilmente che il ddl Pillon voglia castigare le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti, o comunque scoraggiarle dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Questa idea reazionaria di figli come “proprietà” non si manifesta solo nella legislazione in materia familiare.
Proprio Pillon, lo scorso marzo, aveva attaccato pubblicamente alcune iniziative didattiche promosse nelle scuole di Brescia, additandole come stregoneria: «Nelle scuole della mia Brescia, dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all'insaputa dei genitori» (1).
Anche Radio Maria e la stampa cattolica avevano sguaiatamente sostenuto e rilanciato le preoccupazioni di Pillon. In realtà con “stregoneria” veniva additato un normalissimo progetto interculturale promosso dalla biblioteca civica e finanziato dal comune, in cui venivano raccontate fiabe e racconti dal mondo.
Ma l'aspetto più significativo e simbolicamente violento di questa vicenda è contenuto in un passaggio dell'intervento del senatore leghista che è stato di fatto ignorato dai media ma che è emblematico della sua cultura della proprietà privata dei figli: «Appena insediato farò un'interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda, perché è la Costituzione a garantire il diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i figli». Al di là dei toni macchiettistici, il principio per cui bisogna garantire il "diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i propri figli" è estremamente reazionario e perfettamente in linea con il progetto di smantellamento della scuola pubblica che da ormai vent'anni viene portato avanti. Se è solo un diritto dei genitori l'educazione dei figli, come possiamo porci nei confronti di quelle famiglie che ad esempio segregano in casa la figlia adolescente perché non accettano il fatto che sia lesbica? (2)

Dunque, dopo anni di denunce e battaglie del movimento femminista per far emergere la realtà della violenza domestica e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento delle donne e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli “un affare privato”, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.
Infatti, mentre si tagliano milioni di euro alla scuola pubblica, alla sanità e allo stato sociale in generale per poter finanziare la detassazione dei padroni e coprire il debito delle banche, la “manovra del popolo” prevede che alle famiglie che generano il terzo figlio venga regalato un pezzo di terra. È evidentemente un ritorno grottesco al premio di maternità di stampo fascista, orpello ideologico al fatto che è proprio la donna in ultima istanza a essere chiamata – e costretta – a fare da supplente di quel welfare pubblico che lo Stato non intende più garantire. La famiglia viene messa – per lo meno ideologicamente – al di sopra di tutto, soprattutto della libertà e del benessere delle donne e dei figli.




(1) http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/03/14/news/dopo-il-gender-e-allarme-streghe-la-battaglia-del-neosenatore-leghista-nelle-scuole-1.319535 .

(2) http://www.today.it/citta/ragazza-17-anni-lesbica-segregata-casa-roma-gay-center.html .
Chiara Mazzanti

La parità? In Russia e nel 1917

Quando ottenemmo tutto quello che ora non osiamo chiedere
27 Dicembre 2017
Mai, in nessuna epoca e in nessun paese, le donne hanno avuto una parità maggiore rispetto alla Russia all’indomani della Rivoluzione di Ottobre. Non adesso in Italia, non negli anni 70, in nessun tempo in nessun luogo.
Cosa volevano dunque i bolscevichi per le donne?

Marx e Engels si occuparono prestissimo della questione della famiglia e delle donne. Già nella Condizione della classe operaia in Inghilterra del 1844, Engels descrisse le puerpere che, dopo aver appena partorito, tornavano in fabbrica, con i seni che grondavano latte mentre i loro bambini a casa soffrivano la fame; descrisse le donne incinte costrette a lavorare fino al termine, che non di rado partorivano accanto alle macchine.

Tuttavia fu nell’Ideologia tedesca che Marx e Engels diedero maggiore struttura alla loro visione della condizione femminile, affermando che la famiglia è qualcosa di più di una serie di relazioni biologiche, svelandone lo strettissimo legame con i modi di produzione.

Per la prima volta, la famiglia non era più immutabile: come ogni altro oggetto finito sotto la lente del materialismo marxista, la famiglia venne trattata empiricamente in tutte le fasi storiche e non considerata un assoluto, innato, sempre uguale a se stesso. La famiglia diventò un costrutto sociale determinato dalla dinamica dello scontro tra classi.

In quel meraviglioso libro che è l’Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Engels spiegò come la prima forma di proprietà privata avesse origine proprio nella nascita della famiglia, proprio nel momento in cui le comunità umane divennero stanziali, in quel preciso momento in cui si produsse un surplus di beni da tramandare l’interno della propria linea dinastica. Monogamia, patriarcato, proprietà privata hanno un’origine comune e, a cascata, innescano la nascita della schiavitù, del debito, della moneta, in sintesi di quella società capitalista e patriarcale in cui ci troviamo a vivere ancora oggi. È quel preciso punto storico in cui patriarcato e capitalismo intrecciano le proprie radici che Engels definì come “la sconfitta storica del sesso femminile”.

Su queste basi teoriche marxiste e materialiste, qui solo accennate, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, i teorici bolscevichi basarono il proprio intervento sul versante della lotta contro l’oppressione di genere, immaginando una società completamente diversa. Era imperativo liberare la donna dalla famiglia, e in generale le relazioni umane dalle pastoie dello Stato borghese. I rapporti umani dovevano essere liberi, non fungere da strutture di controllo sociale. Per farlo occorreva liberare i rapporti interpersonali dai lacci imposti dalla struttura economica della società precedente, che rendeva il calcolo e l’interesse una componente irrinunciabile di qualsiasi relazione amorosa o famigliare.

E i bolscevichi agirono da subito su questo terreno, nonostante avessero tantissimi problemi molto importanti di cui occuparsi all’indomani di una rivoluzione epocale.

Fin da subito risulta ovvio che le aspirazioni di liberazione sociale dei bolscevichi si discostano nettamente dal femminismo borghese suffragista di quegli anni per saldarsi senza tentennamenti alle rivendicazioni della lotta di classe. Questa è la chiave che ha consentito alle donne di ottenere così tanto in quell’epoca: saldare la lotta di classe alle rivendicazioni femministe e femminili significa abbattere alla radice i modi di produzione e la struttura economico politica e sociale che produce il patriarcato.

È la strada rivoluzionaria e non quella riformista a garantire la liberazione delle donne: lo si evince chiaramente dai dialoghi di Lenin con Clara Zetkin, con Inessa Armand e dalle opere di Aleksandra Kollontaj. Questo “matrimonio” tra lotta di classe e lotta femminista è un caposaldo che noi marxisti rivoluzionari non possiamo dimenticare, perché è valido oggi come allora: solo il rovesciamento del modo di produzione capitalistica può rovesciare contemporaneamente anche il patriarcato e liberare gli sfruttati, donne comprese.

Cosa ottennero dunque le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre? Prestissimo, con due decreti del dicembre 1917 si abolì da un lato il matrimonio religioso e dall’altro si istituì quello civile. Chi voleva, poteva ancora sposarsi con i riti ecclesiastici che però non avevano alcun valore legale. Centinaia di anni di dominio della Chiesa sulla vita più intima delle persone vennero così spazzati via con un colpo di penna.

La seconda misura fu l’introduzione del divorzio su richiesta di una delle due parti. È quasi incredibile pensare che, a due mesi dalla presa del Palazzo d’Inverno, siano proprio queste le misure che si preoccupano di prendere i bolscevichi.

Nel 1918, più precisamente in agosto (in piena turbolenza), viene varato il Codice sul matrimonio la famiglia e la tutela. Tale codice:

Aboliva lo status di inferiorità delle donne, conferendo quindi loro la parità sul piano formale e legale (primo paese al mondo).
Concedeva il divorzio alla richiesta di uno dei due coniugi senza motivazione, istituendo gli alimenti per entrambi, a prescindere da chi fosse la parte più debole.
Abolì lo status di illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio (questa misura in Italia è stata introdotta con decreto legislativo n. 154 del… 2013).
Tutte queste misure vennero varate in un profondo clima di scambio, dialogo e dibattito all’interno del partito bolscevico, come sempre. Alcuni volevano abolire completamente il matrimonio, eliminando anche la procedura civile. Altri ne difendevano l’utilità. Si decise infine, giustamente, di garantire il matrimonio civile, anche come strumento per combattere l’egemonia ecclesiastica e come fase di transizione verso una società in cui il matrimonio sarebbe stato superfluo.

Questo codice familiare, come molte altre leggi bolsceviche, era un incipit per una società diversa che doveva ancora essere creata e testimonia la lungimiranza dei bolscevichi all’indomani della Rivoluzione. Era un codice di transizione verso un futuro in cui ogni individuo avrebbe avuto la propria indipendenza economica e la propria libertà affettiva e personale.

E funzionò. Nel 1925 solo un terzo dei matrimoni era accompagnato dalla funzione religiosa.

I bolscevichi riservarono un’attenzione particolare anche all’infanzia. Nonostante il paese versasse in una situazione terribile, in cui orde di orfani si aggiravano per le strade vivendo di furti, i bolscevichi scelsero di attuare una politica estremamente lungimirante in termini pedagogici. Anzi, operarono una vera e propria rivoluzione anche nella pedagogia, mettendo al centro il bambino e i suoi interessi, il suo sviluppo psicofisico e le sue inclinazioni, affermando che lo Stato doveva farsi carico di garantire il pieno sviluppo del bambino in tutto ciò che avrebbe voluto intraprendere nella vita. Una visione estremamente avanzata per l’epoca.

Un altro punto fondamentale del programma di liberazione sociale attuato dopo la Rivoluzione fu la socializzazione del lavoro domestico. Oggi non si riesce a parlare di questo argomento, neppure nei circoli femministi più avanzati, senza suscitare sguardi ironici o aperta disapprovazione. Lo si ritiene, nel migliore dei casi, un’utopia irrealizzabile (e nel sistema capitalista lo è). Nella Russia sovietica divenne, seppur per poco tempo, una realtà. Il lavoro domestico è lavoro e come tale deve essere retribuito e collettivizzato.

Fin dall’autunno del 1918 è stato adottato in tutto il paese un sistema di mense pubbliche. Certo, tali mense erano carenti, grazie al blocco che gli Stati imperialisti avevano imposto al neonato Stato rivoluzionario, tuttavia erano presenti e diffuse. Nel 1919-20, il 90% degli abitanti di San Pietroburgo mangiava regolarmente alle mense statali.

La Kollontaj scrive: “Nella storia della donna la separazione della cucina dal matrimonio è una grande riforma non meno importante della separazione dello Stato dalla Chiesa.”

Furono istituiti alloggi comunitari, per famiglie e persone sole. I lavori di casa venivano svolti da donne delle pulizie salariate, in molte di queste abitazioni vi erano lavanderie centralizzate, asili, scuole.

I bolscevichi fecero tanto anche per la liberazione della sfera sessuale degli individui. Nella stesura del 1926, il codice prevede gli stessi diritti per le coppie di fatto, i conviventi non sposati, cancellando sostanzialmente la differenza tra convivenza e matrimonio. Noi occidentali progrediti abbiamo dovuto aspettare fino all’anno scorso. L’omosessualità fu depenalizzata già nel 1917 e gli omosessuali potevano entrare nel partito bolscevico.

Un altro diritto fondamentale che conquistarono le donne russe fu l’aborto, persino in un momento di forte arretramento demografico. Nella Russia prerivoluzionaria il ricorso a metodi casalinghi per abortire era molto diffuso, tanto che nel 1920 i bolscevichi, guardando in faccia la realtà, riconobbero che la repressione era inutile e resero l’aborto legale e gratuito negli ospedali. Al di fuori di queste strutture l’aborto era pesantemente perseguito soprattutto a carico di chi lo provocava. Anche in questo caso l’Unione Sovietica è stata il primo paese al mondo a garantire alle donne questo diritto.

Anche se l’aborto era legale, libero e gratuito, i bolscevichi miravano a costruire una solida rete di aiuto per le madri, in modo da limitare il ricorso a questa pratica. I bolscevichi si impegnarono affinché la maternità fosse una scelta come un’altra e non con una condanna all’estromissione dalla vita sociale e lavorativa della donna.

La salute stessa della donna divenne importante come mai prima: nella Russia zarista vi erano 6 consultori per le donne incinte, nella Russia del 1921 ce n’erano 200, oltre a 138 centri per l’allattamento.

Ma non finisce qui. Vi erano apposite strutture di accompagnamento al parto, veri e propri “asili per madri” (135 nel 1921), per tutelare le donne in un periodo delicatissimo della loro vita prima e per settimane dopo la nascita, a discrezione delle donne. Qui venivano curate, seguite, nutrite, o semplicemente ospitate se non avevano voglia di aggiungere alla maternità gli altri lavori di casa. In queste strutture potevano trovare rifugio anche donne sposate in fuga dalla violenza ed erano prese d’assalto anche da donne celibi che qui trovavano cure e riposo.

Cosa è accaduto a tutte queste conquiste?

Lo sappiamo: il soffocamento della rivoluzione in un solo paese, la burocratizzazione staliniana e il tradimento dello spirito e della prassi rivoluzionaria hanno portato alla sgretolazione della società bolscevica, sostituita da quell’orrore grigio, autoritario e povero che ora nell’immaginario collettivo mondiale è purtroppo collegato al comunismo.

Nel 1936 sui giornali veniva propagandato uno Stato forte, basato sulla solida famiglia sovietica.

Il Zhenotdel, la sezione femminile e femminista del partito che tanto aveva fatto per l’avanzamento delle donne venne chiuso nel 1930. Nel 1933 l’omosessualità divenne nuovamente reato.

La pluralità di visioni e di opinioni presenti sui giornali terminò nel 1934. Molti di coloro che collaborarono alla scrittura del codice sulla famiglia o che ne discussero i principi vennero uccisi dal terrore staliniano.

Nel 1936 venne abolito l’aborto e con la legge sulla famiglia del 1944 morì definitivamente la liberazione della donna come concepita dai rivoluzionari e dalle rivoluzionarie bolsceviche: venne re-introdotta la differenza fra figli legittimi e non, si abbandonò l’educazione collettiva dei bambini e si aprì la strada alla concezione della donna e della famiglia in salsa fascio-staliniana, con relativo apparato propagandistico.

Una fine ingloriosa per un modello sociale che non era un sogno, ma che si avviava ad essere realtà concreta anche in uno stato poverissimo, affamato e arretrato.

In ciò che ottennero le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre è contenuta la risposta al “che fare” di oggi. Solo l’abbattimento congiunto di patriarcato e capitale può rovesciare concretamente l’odierna oppressione femminile. Il resto è la solita favoletta riformista che tante lotte ha infilato in un vicolo cieco.
MG
 

La guerra mondiale di Papa Francesco


Regna a sinistra, e nell'ambiente laico, l'immagine di un Papa Francesco “finalmente progressista”, a “misura d'uomo” lontano dalle “rigidità dell'arida dottrina dei suoi predecessori”, “aperto verso nuove frontiere”, e soprattutto “comprensivo della modernità dei tempi e dei costumi“.

Sarebbe utile confrontare questo pregiudizio positivo con le dichiarazioni solenni rilasciate dal Papa in occasione della sua visita in Georgia.

“Oggi c'è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio” ha proclamato papa Francesco. Chi sarebbe il responsabile di questa guerra? La “teoria gender” e più in generale“ i nuovi costumi sessuali”. Ma anche più semplicemente il diffondersi del divorzio: “Il divorzio è il frutto avvelenato di una colonizzazione ideologica che vuole distruggere la famiglia. Il divorzio sporca l'immagine di Dio, perchè Dio ha creato uomo e donna a sua immagine e quindi l'uomo e la donna che si fanno una sola carne sono l'immagine di Dio”.

Contro questa guerra mondiale che vuole distruggere il matrimonio con pratiche contro Dio come il divorzio, Papa Francesco invoca “la mobilitazione degli spiriti” ed in particolare il ruolo della donna: “La donna è centrale nella trasmissione della fede. Pensate a Maria, alle mamme, le nonne, la Chiesa: la Chiesa è donna”.

Ogni commento è superfluo.
Che sinistre genuflesse verso il capitale si inchinino di fronte all'istituzione Chiesa, che di capitale vive, è naturale. Ma ci risparmino almeno la pretesa che un monarca teocratico assolutista, difensore di una istituzione millenaria, possa essere baluardo di democrazia e di progresso. Questo no.
Partito Comunista dei Lavoratori