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La centralità della questione di classe nella lotta per i diritti civili

 


La comunità LGBTQIA+ sta lentamente ottenendo la visibilità che merita dopo secoli di invisibilità. Negli ultimi decenni i movimenti per i diritti civili stanno conquistando sempre più terreno e il numero delle conquiste e delle rivendicazioni cresce di anno in anno. La pandemia da Covid-19 ha segnato un brusco arresto di questo processo mettendo in luce le contraddizioni del sistema esistente, le aporie del movimento LGBTQIA+ e mostrando la fragilità di gran parte dei risultati ottenuti fino ad ora. In Italia, il più arretrato dei paesi dell’Europa Occidentale sulla questione, la situazione dopo un intero anno di emergenza sembra essersi ulteriormente aggravata. Basta dare uno sguardo a qualche dato ufficiale per notare la gravità della situazione.


Nel 2020 ILGA Europe (International Lesbian and Gay Association Europe, NdA) segnala 138 crimini dettati da odio omobitransfobico avvenuti in Italia tra cui alcuni omicidi. Dato inquietante e purtroppo parziale visto che la maggior parte degli atti violenti e discriminatori avviene lontano dagli occhi e dalle orecchie di eventuali testimoni (soprattutto in ambiente domestico) e che la maggior parte delle vittime di violenza o discriminazione non denuncia i fatti alle associazioni LGBTQIA+ e tantomeno alle autorità (i dati OSCAD disponibili per il 2019 riportano 107 casi, nello stesso anno ILGA Europe ne segnalava ben 187!).

Soltanto nel periodo compreso tra febbraio e oggi sono state segnalate (soprattutto dalle associazioni LGBTQIA+ o dalle vittime stesse) almeno sette casi tra aggressioni fisiche, aggressioni verbali e altri atti determinati da odio omobitransfobico. La lista effettiva dei casi avvenuti dall’inizio dell’anno è probabilmente più lunga.

Passando velocemente in rassegna i fatti ci troviamo davanti un quadro desolante.
Il 31 gennaio a Inverigo (Como) un gruppo di quindici ragazzi prende di mira un ragazzo omosessuale prima insultandolo e poi cercando di colpirlo a sassate.
Il 26 febbraio alla stazione di Valle Aurelia a Roma l’attivista di GayNet Jean Pierre Moreno, omosessuale e rifugiato LGBT di origine nicaraguense, e Alfredo Zenobio sono stati prima insultati e poi aggrediti fisicamente da un uomo dopo essersi baciati sulla banchina. Fortunatamente l’attivista ha saputo reagire prontamente, difendendo se stesso e il partner e costringendo l’aggressore a dileguarsi. Il video dell’attacco, girato da un amico della coppia, è diventato virale e ha destato anche l’attenzione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che ha espresso una inaspettata quanto ipocrita condanna dell’aggressione omofoba.
Il 2 marzo a Brugherio (Monza e Brianza) l’auto di Danilo Tota, organizzatore di eventi dichiaratamente omosessuale, viene ricoperta di sputi da un gruppo di ragazzi che poco prima aveva insultato ripetutamente il proprietario con epiteti omofobi.
Il 14 marzo in un parco di Vicenza si consuma un vero e proprio atto di squadrismo omofobico. Il giovanissimo Andrea Casuscelli, studente medio e promessa del pattinaggio artistico nazionale, viene adescato da un coetaneo su Instagram e finisce vittima di un pestaggio (dodici contro uno) che fortunatamente non ha avuto conseguenze gravi.
Il 18 marzo a Catania un controllo di polizia nei confronti di una sex worker trans di origine ecuadoregna diventa una mattanza con fermi arbitrari e manganellate (anche tra i passanti e gli abitanti del quartiere) oltre alla perquisizione non autorizzata in casa della sex worker durante la quale la madre di lei è oggetto di botte, minacce e insulti da parte degli agenti. La sex worker, che portava segni di percosse in viso e sul corpo, è stata condannata all’obbligo di firma in direttissima per oltraggio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Le associazioni locali denunciano la più completa sospensione dei diritti democratici e la totale gratuità e inutilità della violenza poliziesca. Ovviamente la versione dei fatti narrata dalle vittime e dai testimoni è stata prontamente negata dal segretario provinciale del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia (SIAP) e dai rappresentanti locali del Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia (COISP) che parlano invece di agenti aggrediti dalla sex worker e da sua madre (come risulterebbe nel rapporto dell’operazione) e della necessità del pugno duro per scongiurare una situazione di pericolo per i colleghi.
Il 24 marzo in un parco di Voghera (Pavia) una giovane coppia lesbica viene aggredita verbalmente da una coppia di genitori per un bacio a stampo scambiato a poca distanza dall’area giochi del parco. La prontezza di spirito delle ragazze riesce rapidamente ad indurre gli aggressori a ripiegare. Il 26 marzo ad Asti * youtuber e influencer Cruella viene aggredit* verbalmente, mentre siede sull’altalena di un parco, da un uomo che * apostrofa violentemente e * costringe ad allontanarsi dall’area accampando come scusa la presenza di alcuni bambini. Più di qualcuno ha giustificato l’azione dell’uomo perché, citando testualmente uno dei tanti commenti sui social, “le altalene sono solo per i bambini”.
Nella notte tra il 27 e il 28 marzo l’automobile di un ragazzo omosessuale di Perugia è stata danneggiata da ignoti che hanno rigato le fiancate del mezzo e inciso la frase “sono gay” sul cofano.

Come se non bastasse in molte città, già dall’estate 2020, vengono proposte mozioni contro l’approvazione del DDL Zan – già approvato dalla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020 con 265 favorevoli e 193 contrari; mossa preventiva messa in campo da Lega-FdI-FI contro una legge che rappresenta un ben misero avanzamento nella tutela e nel riconoscimento delle persone discriminate a causa del loro orientamento sessuale e della loro identità ed espressione di genere. Tra le città che hanno approvato tali mozioni troviamo Pisa, Crotone, Potenza, Monfalcone (EDR di Gorizia) e Ladispoli (Roma Capitale). In questo campo la regione più attiva sembra essere il Veneto: Verona è stata tra le prime ad approvare la mozione e ad oggi nella regione sono molti i comuni e le città ad aderire all’iniziativa reazionaria (ultimi in ordine cronologico Bassano del Grappa nel vicentino e Fontaniva nel padovano). Nel frattempo la proposta di legge (definita “liberticida” dai suoi oppositori) subisce l’ostruzionismo del senatore Andrea Ostellari (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, che la ritiene “divisiva” ed è arrivato a proporre come possibile relatore il “compagno” di partito Simone Pillon, noto omofobo e misogino. Le dichiarazioni di Ostellari hanno causato un acceso scontro mediatico tra le forze politiche e sociali favorevoli all’approvazione della legge e le altre forze in seno al governo.

Tutto questo accade negli stessi giorni (notizia del 16 marzo) in cui una certa fetta del movimento LGBTQIA+ (e anche del movimento femminista) giubila perché Amazon ha rimosso dalla sua offerta tutti i libri che descrivono la condizione delle persone trans come patologica. Questa notizia è arrivata ad eclissare in parte l’annuncio del primo sciopero nazionale di Amazon, lanciato dai sindacati confederali, contro le condizioni di lavoro servili e le nuove richieste dell’azienda del miliardario Bezos e di Assoespressi per il rinnovo del CCNL della logistica.

Niente di sorprendente, purtroppo. Da un lato il capitalismo affonda le sue radici nel pieno dominio dei corpi – per fini produttivi e riproduttivi – e utilizza a questo scopo mezzi patriarcali, eteronormativi e binari che – apparsi contemporaneamente con la proprietà privata – avevano permesso di stabilire come uniche forme “naturali” il dominio del maschile sul femminile e la famiglia come unità sociale e produttiva minima con la “logica” conseguenza di elevare al grado di dogma il binarismo di genere e l’eterosessualità. Ciò comporta un controllo serrato nei riguardi della sessualità dei soggetti e legittima la negazione e la repressione di ogni soggettività non conforme al modello prestabilito.

Questo conduce ad un’unica ovvia conclusione. L’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia, il sessismo, l’abilismo, la xenofobia e il razzismo non sono – come sostiene qualcuno – errori, sbavature o note stonate, causate da improvvise ricadute nell’inciviltà e nell’ignoranza, all’interno della perfetta partitura del capitalismo e dello stato di diritto liberale. Sono, invece, la più chiara ed elementare conseguenza di un sistema di relazioni sociali basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento di esseri umani e risorse, ovvero una delle caratteristiche strutturali del capitalismo.

La repressione dell’alterità può assumere forme molteplici come ci raccontano gli esempi tratti dalla cronaca. Tutte sono correlate con l’attuale sistema di sfruttamento e con le sue componenti culturali ed educative. La società capitalista ed eteropatriarcale ha praticamente naturalizzato costruzioni sociali e culturali astratte conformi alle necessità del pensiero e del potere borghese dando loro una materialità granitica e una valenza univoca e universalistica sulla base della quale ogni soggetto viene educato e abituato ad intendere l’attuale sistema delle oppressioni di classe e di genere come “normale” e moralmente “giusto”. Tra le conseguenze di questa egemonia vi è il compimento e la giustificazione di atti repressivi individuali o collettivi contro coloro che vengono percepiti o agiscono come “fuori norma”. La diffusione di idee propriamente dette reazionarie – cioè che accettano, introiettano e condividono l’odierno sistema di dominio e oppressione e sono disposti ad agire per difenderlo e sostenerlo – soprattutto tra le soggettività oppresse è una delle armi più potenti (ed imprevedibili) a disposizione della borghesia per conservare il potere. Nei fatti il sistema capitalista ed eteropatriarcale è sempre il mandante unico e il principale protettore de* autor* di queste azioni anche quando, per mezzo delle sue istituzioni, se ne dissocia o punisce le condotte ritenute “eccessive”, cioè quelle che rischiano di compromettere l’equilibrio delle forze in campo causando la rottura dello status quo precedente ai fatti.

Dall’altro lato il capitalismo stesso riconosce la necessità di preservare condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza e riesce a vedere il potenziale economico che può derivare dalla normalizzazione e dal recupero di istanze progressive o di movimenti ed individui precedentemente esclusi e oppressi dalle logiche di mercato e perciò potenzialmente pericolosi. L’emergere, a seguito di lunghi cicli di lotte, di numerose soggettività fino a prima completamente emarginate per motivi razziali, sessuali e omobitransfobici ha portato allo sviluppo di precise agende istituzionali atte a ricondurre – con la collaborazione di determinati settori dei movimenti – alla completa compatibilità tra le richieste delle soggettività in ascesa e il regime classista e borghese.

Ma non è necessario essere de* marxist* rivoluzionar* per notare che le condizioni di vita delle minoranze oppresse non possono realmente cambiare attraverso il dibattimento parlamentare, l’inclusività delle istituzioni (le stesse che poi arrestano, picchiano, minacciano e uccidono ad ogni piè sospinto), il cosiddetto “empowerment” de* lavorator* nelle aziende private e qualche moderata e parziale concessione di diritti (quali possono essere, per rimanere in Italia, il DDL Cirinnà o il DDL Zan).

Infatti noi ci manteniamo equamente lontani dalle pericolose sirene del riformismo e del liberalismo - che tentano di mantenere un’aura di rispettabilità con vuote promesse e piccole riforme dell’assetto giuridico mentre sono complici e artefici dello sfruttamento e dell’impoverimento che colpisce equamente tutt* * sfruttat*. Ovviamente con questo non intendiamo sposare la tesi – tanto amata in alcuni partiti e movimenti sedicenti comunisti e marxisti – di una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali, dell’inconciliabilità tra una sinistra “fucsia” o “arcobaleno” e una “vera” sinistra fatta di operai maschi, bianchi e eterosessuali. Pertanto rigettiamo l’ipocrisia riduzionistica dello stalinismo che dimostra su questi temi la propria natura controrivoluzionaria con una purezza a dir poco cristallina.

Siamo ben consapevoli di come le lotte per l’acquisizione di diritti democratici (siano essi sociali o civili non è discriminante) siano momenti fondamentali per l’avanzamento del livello di consapevolezza delle soggettività sfruttate ed oppresse, ma esse non devono essere il fine ultimo, bensì una fase intermedia utile ad ottenere maggiore visibilità e maggiore concentrazione attorno alle parole d’ordine della rivoluzione sociale e della liberazione di tali soggettività.

Questo non perché riteniamo esista una sola ed unica forma d’oppressione uguale per tutt* * oppress* in ogni angolo del mondo, in ogni epoca e in ogni cultura. Siamo assolutamente consapevoli della natura molteplice, intersecante e differenziata delle forme d’oppressione e della loro tendenza ad evolversi nel corso del tempo e a cambiare nello spazio. Però, correndo il rischio di ripetere quanto abbiamo già detto in precedenza, riconosciamo la natura singolare della causa delle varie forme d’oppressione, ovvero il modo in cui esse sono state foggiate nel processo di sfruttamento e divisione storica del lavoro salariato per ottenere plusvalore. Questo non significa appunto ridurre tutto al “classismo” negando l’importanza (o l’esistenza) di altre forme d’oppressione, ma prendere atto del fatto che - in una società fondata sull’accumulo di capitale e sulla divisione in classi – la questione di classe è inevitabilmente centrale e svolge un ruolo niente affatto trascurabile nelle battaglie per i diritti civili.

L’ingresso sulla scena sociale di larghe fette di popolazione prima invisibili ha portato anche alla nascita di fenomeni di marketing – per ricollegarci al nostro tema intendiamo pinkwashing e rainbow washing – attraverso i quali il mercato trasforma le nuove soggettività entrate in scena in pletore di nuov* sfruttat* e di nuov* consumator* potenziali, spesso appropriandosi di parole d’ordine progressive o di atti dichiaratamente ribelli per farne innocui slogan pubblicitari o semplici prodotti. In anni recenti, in tutto il mondo, il fenomeno ha assunto una rilevanza molto ampia ottenendo anche l’attenzione del mondo accademico e causando frizioni all’interno dei movimenti LGBTQIA+ e femminista (e anche negli universi variegati dell’antirazzismo e dell’ambientalismo) tra coloro che guardano favorevolmente a tali iniziative in quanto cenni di progresso (“per i liberali la libertà è in ultima analisi la stessa cosa che il mercato”, per citare Trotsky) e coloro che, con la giusta dose di disincanto, denunciano l’incoerenza e l’insignificanza di tali iniziative, smascherandone la natura esclusivamente consumistica e mettendo in luce come molte delle aziende impegnate in queste manovre siano anche le prime in fatto di sfruttamento, repressione sindacale, sospensione dei diritti de* lavorator* e spesso anche in discriminazione (!), inquinamento e estrattivismo (con buona pace delle dichiarazioni dei loro uffici di pubbliche relazioni, dei loro agenti pubblicitari e dei governi da cui ricevono supporto).

Ad oggi, purtroppo, non è ancora giunto il momento di fare un bilancio definitivo di questo periodo straordinario e risulta molto difficile delineare con chiarezza gli scenari che affronteremo nei prossimi mesi. Non possiamo esimerci dall’esporre comunque la necessità di sostenere con tutti i mezzi a nostra disposizione la comunità e il movimento LGBTQIA+ nelle sue lotte coerentemente con il nostro impegno anticapitalista e rivoluzionario. Dobbiamo altresì contribuire a portare ad un nuovo livello la conflittualità del movimento stesso contribuendo a riportare al suo interno la centralità delle istanze anticapitaliste e anticlericali, spingendo per la fine dei compromessi con la borghesia e i suoi partiti (come il PD) e di una nuova unità tra tutti i movimenti per i diritti civili e il movimento operaio. Solo così, infatti, è possibile arrivare all’unica vera forma di liberazione da ogni tipo di oppressione e sfruttamento, cioè quella che passa per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del governo de* lavorator* e di tutt* * oppress*.

Achlys Nakta

La Madre e la Terra. La nuova vecchia etica di Stato dei gialloverdi

Sbaglia chi pensa che la “manovra del popolo” si occupi solo di scelte economiche. La sua ambizione è più grande: contribuire a fondare la nuova etica della famiglia, meglio naturalmente se pastorale. L'assegnazione di qualche ettaro di terra alla famiglia che genera il terzo figlio è sotto questo profilo esemplare. Si tratta del premio maternità, secondo la tradizione littoria.
La “manovra del popolo” non si occupa di asili nido accessibili, servizi sociali adeguati, tempi di lavoro compatibili, salari decenti. Dovendo abbassare le tasse ai ricchi e pagare il debito alle banche non trova soldi per queste quisquilie. In compenso premia la donna madre che offre alla patria il terzo bebè con un pezzo di terra alla famiglia. Sublime. La Madre e la Terra, simboli della nuova cultura patriarcale nazionalpopolare tanto cara al ministro Fontana.

Il volto reazionario del nuovo governo non poteva trovare un'espressione più autentica e grottesca.

 
Partito Comunista dei Lavoratori

La parità? In Russia e nel 1917

Quando ottenemmo tutto quello che ora non osiamo chiedere
27 Dicembre 2017
Mai, in nessuna epoca e in nessun paese, le donne hanno avuto una parità maggiore rispetto alla Russia all’indomani della Rivoluzione di Ottobre. Non adesso in Italia, non negli anni 70, in nessun tempo in nessun luogo.
Cosa volevano dunque i bolscevichi per le donne?

Marx e Engels si occuparono prestissimo della questione della famiglia e delle donne. Già nella Condizione della classe operaia in Inghilterra del 1844, Engels descrisse le puerpere che, dopo aver appena partorito, tornavano in fabbrica, con i seni che grondavano latte mentre i loro bambini a casa soffrivano la fame; descrisse le donne incinte costrette a lavorare fino al termine, che non di rado partorivano accanto alle macchine.

Tuttavia fu nell’Ideologia tedesca che Marx e Engels diedero maggiore struttura alla loro visione della condizione femminile, affermando che la famiglia è qualcosa di più di una serie di relazioni biologiche, svelandone lo strettissimo legame con i modi di produzione.

Per la prima volta, la famiglia non era più immutabile: come ogni altro oggetto finito sotto la lente del materialismo marxista, la famiglia venne trattata empiricamente in tutte le fasi storiche e non considerata un assoluto, innato, sempre uguale a se stesso. La famiglia diventò un costrutto sociale determinato dalla dinamica dello scontro tra classi.

In quel meraviglioso libro che è l’Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Engels spiegò come la prima forma di proprietà privata avesse origine proprio nella nascita della famiglia, proprio nel momento in cui le comunità umane divennero stanziali, in quel preciso momento in cui si produsse un surplus di beni da tramandare l’interno della propria linea dinastica. Monogamia, patriarcato, proprietà privata hanno un’origine comune e, a cascata, innescano la nascita della schiavitù, del debito, della moneta, in sintesi di quella società capitalista e patriarcale in cui ci troviamo a vivere ancora oggi. È quel preciso punto storico in cui patriarcato e capitalismo intrecciano le proprie radici che Engels definì come “la sconfitta storica del sesso femminile”.

Su queste basi teoriche marxiste e materialiste, qui solo accennate, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, i teorici bolscevichi basarono il proprio intervento sul versante della lotta contro l’oppressione di genere, immaginando una società completamente diversa. Era imperativo liberare la donna dalla famiglia, e in generale le relazioni umane dalle pastoie dello Stato borghese. I rapporti umani dovevano essere liberi, non fungere da strutture di controllo sociale. Per farlo occorreva liberare i rapporti interpersonali dai lacci imposti dalla struttura economica della società precedente, che rendeva il calcolo e l’interesse una componente irrinunciabile di qualsiasi relazione amorosa o famigliare.

E i bolscevichi agirono da subito su questo terreno, nonostante avessero tantissimi problemi molto importanti di cui occuparsi all’indomani di una rivoluzione epocale.

Fin da subito risulta ovvio che le aspirazioni di liberazione sociale dei bolscevichi si discostano nettamente dal femminismo borghese suffragista di quegli anni per saldarsi senza tentennamenti alle rivendicazioni della lotta di classe. Questa è la chiave che ha consentito alle donne di ottenere così tanto in quell’epoca: saldare la lotta di classe alle rivendicazioni femministe e femminili significa abbattere alla radice i modi di produzione e la struttura economico politica e sociale che produce il patriarcato.

È la strada rivoluzionaria e non quella riformista a garantire la liberazione delle donne: lo si evince chiaramente dai dialoghi di Lenin con Clara Zetkin, con Inessa Armand e dalle opere di Aleksandra Kollontaj. Questo “matrimonio” tra lotta di classe e lotta femminista è un caposaldo che noi marxisti rivoluzionari non possiamo dimenticare, perché è valido oggi come allora: solo il rovesciamento del modo di produzione capitalistica può rovesciare contemporaneamente anche il patriarcato e liberare gli sfruttati, donne comprese.

Cosa ottennero dunque le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre? Prestissimo, con due decreti del dicembre 1917 si abolì da un lato il matrimonio religioso e dall’altro si istituì quello civile. Chi voleva, poteva ancora sposarsi con i riti ecclesiastici che però non avevano alcun valore legale. Centinaia di anni di dominio della Chiesa sulla vita più intima delle persone vennero così spazzati via con un colpo di penna.

La seconda misura fu l’introduzione del divorzio su richiesta di una delle due parti. È quasi incredibile pensare che, a due mesi dalla presa del Palazzo d’Inverno, siano proprio queste le misure che si preoccupano di prendere i bolscevichi.

Nel 1918, più precisamente in agosto (in piena turbolenza), viene varato il Codice sul matrimonio la famiglia e la tutela. Tale codice:

Aboliva lo status di inferiorità delle donne, conferendo quindi loro la parità sul piano formale e legale (primo paese al mondo).
Concedeva il divorzio alla richiesta di uno dei due coniugi senza motivazione, istituendo gli alimenti per entrambi, a prescindere da chi fosse la parte più debole.
Abolì lo status di illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio (questa misura in Italia è stata introdotta con decreto legislativo n. 154 del… 2013).
Tutte queste misure vennero varate in un profondo clima di scambio, dialogo e dibattito all’interno del partito bolscevico, come sempre. Alcuni volevano abolire completamente il matrimonio, eliminando anche la procedura civile. Altri ne difendevano l’utilità. Si decise infine, giustamente, di garantire il matrimonio civile, anche come strumento per combattere l’egemonia ecclesiastica e come fase di transizione verso una società in cui il matrimonio sarebbe stato superfluo.

Questo codice familiare, come molte altre leggi bolsceviche, era un incipit per una società diversa che doveva ancora essere creata e testimonia la lungimiranza dei bolscevichi all’indomani della Rivoluzione. Era un codice di transizione verso un futuro in cui ogni individuo avrebbe avuto la propria indipendenza economica e la propria libertà affettiva e personale.

E funzionò. Nel 1925 solo un terzo dei matrimoni era accompagnato dalla funzione religiosa.

I bolscevichi riservarono un’attenzione particolare anche all’infanzia. Nonostante il paese versasse in una situazione terribile, in cui orde di orfani si aggiravano per le strade vivendo di furti, i bolscevichi scelsero di attuare una politica estremamente lungimirante in termini pedagogici. Anzi, operarono una vera e propria rivoluzione anche nella pedagogia, mettendo al centro il bambino e i suoi interessi, il suo sviluppo psicofisico e le sue inclinazioni, affermando che lo Stato doveva farsi carico di garantire il pieno sviluppo del bambino in tutto ciò che avrebbe voluto intraprendere nella vita. Una visione estremamente avanzata per l’epoca.

Un altro punto fondamentale del programma di liberazione sociale attuato dopo la Rivoluzione fu la socializzazione del lavoro domestico. Oggi non si riesce a parlare di questo argomento, neppure nei circoli femministi più avanzati, senza suscitare sguardi ironici o aperta disapprovazione. Lo si ritiene, nel migliore dei casi, un’utopia irrealizzabile (e nel sistema capitalista lo è). Nella Russia sovietica divenne, seppur per poco tempo, una realtà. Il lavoro domestico è lavoro e come tale deve essere retribuito e collettivizzato.

Fin dall’autunno del 1918 è stato adottato in tutto il paese un sistema di mense pubbliche. Certo, tali mense erano carenti, grazie al blocco che gli Stati imperialisti avevano imposto al neonato Stato rivoluzionario, tuttavia erano presenti e diffuse. Nel 1919-20, il 90% degli abitanti di San Pietroburgo mangiava regolarmente alle mense statali.

La Kollontaj scrive: “Nella storia della donna la separazione della cucina dal matrimonio è una grande riforma non meno importante della separazione dello Stato dalla Chiesa.”

Furono istituiti alloggi comunitari, per famiglie e persone sole. I lavori di casa venivano svolti da donne delle pulizie salariate, in molte di queste abitazioni vi erano lavanderie centralizzate, asili, scuole.

I bolscevichi fecero tanto anche per la liberazione della sfera sessuale degli individui. Nella stesura del 1926, il codice prevede gli stessi diritti per le coppie di fatto, i conviventi non sposati, cancellando sostanzialmente la differenza tra convivenza e matrimonio. Noi occidentali progrediti abbiamo dovuto aspettare fino all’anno scorso. L’omosessualità fu depenalizzata già nel 1917 e gli omosessuali potevano entrare nel partito bolscevico.

Un altro diritto fondamentale che conquistarono le donne russe fu l’aborto, persino in un momento di forte arretramento demografico. Nella Russia prerivoluzionaria il ricorso a metodi casalinghi per abortire era molto diffuso, tanto che nel 1920 i bolscevichi, guardando in faccia la realtà, riconobbero che la repressione era inutile e resero l’aborto legale e gratuito negli ospedali. Al di fuori di queste strutture l’aborto era pesantemente perseguito soprattutto a carico di chi lo provocava. Anche in questo caso l’Unione Sovietica è stata il primo paese al mondo a garantire alle donne questo diritto.

Anche se l’aborto era legale, libero e gratuito, i bolscevichi miravano a costruire una solida rete di aiuto per le madri, in modo da limitare il ricorso a questa pratica. I bolscevichi si impegnarono affinché la maternità fosse una scelta come un’altra e non con una condanna all’estromissione dalla vita sociale e lavorativa della donna.

La salute stessa della donna divenne importante come mai prima: nella Russia zarista vi erano 6 consultori per le donne incinte, nella Russia del 1921 ce n’erano 200, oltre a 138 centri per l’allattamento.

Ma non finisce qui. Vi erano apposite strutture di accompagnamento al parto, veri e propri “asili per madri” (135 nel 1921), per tutelare le donne in un periodo delicatissimo della loro vita prima e per settimane dopo la nascita, a discrezione delle donne. Qui venivano curate, seguite, nutrite, o semplicemente ospitate se non avevano voglia di aggiungere alla maternità gli altri lavori di casa. In queste strutture potevano trovare rifugio anche donne sposate in fuga dalla violenza ed erano prese d’assalto anche da donne celibi che qui trovavano cure e riposo.

Cosa è accaduto a tutte queste conquiste?

Lo sappiamo: il soffocamento della rivoluzione in un solo paese, la burocratizzazione staliniana e il tradimento dello spirito e della prassi rivoluzionaria hanno portato alla sgretolazione della società bolscevica, sostituita da quell’orrore grigio, autoritario e povero che ora nell’immaginario collettivo mondiale è purtroppo collegato al comunismo.

Nel 1936 sui giornali veniva propagandato uno Stato forte, basato sulla solida famiglia sovietica.

Il Zhenotdel, la sezione femminile e femminista del partito che tanto aveva fatto per l’avanzamento delle donne venne chiuso nel 1930. Nel 1933 l’omosessualità divenne nuovamente reato.

La pluralità di visioni e di opinioni presenti sui giornali terminò nel 1934. Molti di coloro che collaborarono alla scrittura del codice sulla famiglia o che ne discussero i principi vennero uccisi dal terrore staliniano.

Nel 1936 venne abolito l’aborto e con la legge sulla famiglia del 1944 morì definitivamente la liberazione della donna come concepita dai rivoluzionari e dalle rivoluzionarie bolsceviche: venne re-introdotta la differenza fra figli legittimi e non, si abbandonò l’educazione collettiva dei bambini e si aprì la strada alla concezione della donna e della famiglia in salsa fascio-staliniana, con relativo apparato propagandistico.

Una fine ingloriosa per un modello sociale che non era un sogno, ma che si avviava ad essere realtà concreta anche in uno stato poverissimo, affamato e arretrato.

In ciò che ottennero le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre è contenuta la risposta al “che fare” di oggi. Solo l’abbattimento congiunto di patriarcato e capitale può rovesciare concretamente l’odierna oppressione femminile. Il resto è la solita favoletta riformista che tante lotte ha infilato in un vicolo cieco.
MG