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La centralità della questione di classe nella lotta per i diritti civili

 


La comunità LGBTQIA+ sta lentamente ottenendo la visibilità che merita dopo secoli di invisibilità. Negli ultimi decenni i movimenti per i diritti civili stanno conquistando sempre più terreno e il numero delle conquiste e delle rivendicazioni cresce di anno in anno. La pandemia da Covid-19 ha segnato un brusco arresto di questo processo mettendo in luce le contraddizioni del sistema esistente, le aporie del movimento LGBTQIA+ e mostrando la fragilità di gran parte dei risultati ottenuti fino ad ora. In Italia, il più arretrato dei paesi dell’Europa Occidentale sulla questione, la situazione dopo un intero anno di emergenza sembra essersi ulteriormente aggravata. Basta dare uno sguardo a qualche dato ufficiale per notare la gravità della situazione.


Nel 2020 ILGA Europe (International Lesbian and Gay Association Europe, NdA) segnala 138 crimini dettati da odio omobitransfobico avvenuti in Italia tra cui alcuni omicidi. Dato inquietante e purtroppo parziale visto che la maggior parte degli atti violenti e discriminatori avviene lontano dagli occhi e dalle orecchie di eventuali testimoni (soprattutto in ambiente domestico) e che la maggior parte delle vittime di violenza o discriminazione non denuncia i fatti alle associazioni LGBTQIA+ e tantomeno alle autorità (i dati OSCAD disponibili per il 2019 riportano 107 casi, nello stesso anno ILGA Europe ne segnalava ben 187!).

Soltanto nel periodo compreso tra febbraio e oggi sono state segnalate (soprattutto dalle associazioni LGBTQIA+ o dalle vittime stesse) almeno sette casi tra aggressioni fisiche, aggressioni verbali e altri atti determinati da odio omobitransfobico. La lista effettiva dei casi avvenuti dall’inizio dell’anno è probabilmente più lunga.

Passando velocemente in rassegna i fatti ci troviamo davanti un quadro desolante.
Il 31 gennaio a Inverigo (Como) un gruppo di quindici ragazzi prende di mira un ragazzo omosessuale prima insultandolo e poi cercando di colpirlo a sassate.
Il 26 febbraio alla stazione di Valle Aurelia a Roma l’attivista di GayNet Jean Pierre Moreno, omosessuale e rifugiato LGBT di origine nicaraguense, e Alfredo Zenobio sono stati prima insultati e poi aggrediti fisicamente da un uomo dopo essersi baciati sulla banchina. Fortunatamente l’attivista ha saputo reagire prontamente, difendendo se stesso e il partner e costringendo l’aggressore a dileguarsi. Il video dell’attacco, girato da un amico della coppia, è diventato virale e ha destato anche l’attenzione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che ha espresso una inaspettata quanto ipocrita condanna dell’aggressione omofoba.
Il 2 marzo a Brugherio (Monza e Brianza) l’auto di Danilo Tota, organizzatore di eventi dichiaratamente omosessuale, viene ricoperta di sputi da un gruppo di ragazzi che poco prima aveva insultato ripetutamente il proprietario con epiteti omofobi.
Il 14 marzo in un parco di Vicenza si consuma un vero e proprio atto di squadrismo omofobico. Il giovanissimo Andrea Casuscelli, studente medio e promessa del pattinaggio artistico nazionale, viene adescato da un coetaneo su Instagram e finisce vittima di un pestaggio (dodici contro uno) che fortunatamente non ha avuto conseguenze gravi.
Il 18 marzo a Catania un controllo di polizia nei confronti di una sex worker trans di origine ecuadoregna diventa una mattanza con fermi arbitrari e manganellate (anche tra i passanti e gli abitanti del quartiere) oltre alla perquisizione non autorizzata in casa della sex worker durante la quale la madre di lei è oggetto di botte, minacce e insulti da parte degli agenti. La sex worker, che portava segni di percosse in viso e sul corpo, è stata condannata all’obbligo di firma in direttissima per oltraggio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Le associazioni locali denunciano la più completa sospensione dei diritti democratici e la totale gratuità e inutilità della violenza poliziesca. Ovviamente la versione dei fatti narrata dalle vittime e dai testimoni è stata prontamente negata dal segretario provinciale del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia (SIAP) e dai rappresentanti locali del Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia (COISP) che parlano invece di agenti aggrediti dalla sex worker e da sua madre (come risulterebbe nel rapporto dell’operazione) e della necessità del pugno duro per scongiurare una situazione di pericolo per i colleghi.
Il 24 marzo in un parco di Voghera (Pavia) una giovane coppia lesbica viene aggredita verbalmente da una coppia di genitori per un bacio a stampo scambiato a poca distanza dall’area giochi del parco. La prontezza di spirito delle ragazze riesce rapidamente ad indurre gli aggressori a ripiegare. Il 26 marzo ad Asti * youtuber e influencer Cruella viene aggredit* verbalmente, mentre siede sull’altalena di un parco, da un uomo che * apostrofa violentemente e * costringe ad allontanarsi dall’area accampando come scusa la presenza di alcuni bambini. Più di qualcuno ha giustificato l’azione dell’uomo perché, citando testualmente uno dei tanti commenti sui social, “le altalene sono solo per i bambini”.
Nella notte tra il 27 e il 28 marzo l’automobile di un ragazzo omosessuale di Perugia è stata danneggiata da ignoti che hanno rigato le fiancate del mezzo e inciso la frase “sono gay” sul cofano.

Come se non bastasse in molte città, già dall’estate 2020, vengono proposte mozioni contro l’approvazione del DDL Zan – già approvato dalla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020 con 265 favorevoli e 193 contrari; mossa preventiva messa in campo da Lega-FdI-FI contro una legge che rappresenta un ben misero avanzamento nella tutela e nel riconoscimento delle persone discriminate a causa del loro orientamento sessuale e della loro identità ed espressione di genere. Tra le città che hanno approvato tali mozioni troviamo Pisa, Crotone, Potenza, Monfalcone (EDR di Gorizia) e Ladispoli (Roma Capitale). In questo campo la regione più attiva sembra essere il Veneto: Verona è stata tra le prime ad approvare la mozione e ad oggi nella regione sono molti i comuni e le città ad aderire all’iniziativa reazionaria (ultimi in ordine cronologico Bassano del Grappa nel vicentino e Fontaniva nel padovano). Nel frattempo la proposta di legge (definita “liberticida” dai suoi oppositori) subisce l’ostruzionismo del senatore Andrea Ostellari (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, che la ritiene “divisiva” ed è arrivato a proporre come possibile relatore il “compagno” di partito Simone Pillon, noto omofobo e misogino. Le dichiarazioni di Ostellari hanno causato un acceso scontro mediatico tra le forze politiche e sociali favorevoli all’approvazione della legge e le altre forze in seno al governo.

Tutto questo accade negli stessi giorni (notizia del 16 marzo) in cui una certa fetta del movimento LGBTQIA+ (e anche del movimento femminista) giubila perché Amazon ha rimosso dalla sua offerta tutti i libri che descrivono la condizione delle persone trans come patologica. Questa notizia è arrivata ad eclissare in parte l’annuncio del primo sciopero nazionale di Amazon, lanciato dai sindacati confederali, contro le condizioni di lavoro servili e le nuove richieste dell’azienda del miliardario Bezos e di Assoespressi per il rinnovo del CCNL della logistica.

Niente di sorprendente, purtroppo. Da un lato il capitalismo affonda le sue radici nel pieno dominio dei corpi – per fini produttivi e riproduttivi – e utilizza a questo scopo mezzi patriarcali, eteronormativi e binari che – apparsi contemporaneamente con la proprietà privata – avevano permesso di stabilire come uniche forme “naturali” il dominio del maschile sul femminile e la famiglia come unità sociale e produttiva minima con la “logica” conseguenza di elevare al grado di dogma il binarismo di genere e l’eterosessualità. Ciò comporta un controllo serrato nei riguardi della sessualità dei soggetti e legittima la negazione e la repressione di ogni soggettività non conforme al modello prestabilito.

Questo conduce ad un’unica ovvia conclusione. L’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia, il sessismo, l’abilismo, la xenofobia e il razzismo non sono – come sostiene qualcuno – errori, sbavature o note stonate, causate da improvvise ricadute nell’inciviltà e nell’ignoranza, all’interno della perfetta partitura del capitalismo e dello stato di diritto liberale. Sono, invece, la più chiara ed elementare conseguenza di un sistema di relazioni sociali basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento di esseri umani e risorse, ovvero una delle caratteristiche strutturali del capitalismo.

La repressione dell’alterità può assumere forme molteplici come ci raccontano gli esempi tratti dalla cronaca. Tutte sono correlate con l’attuale sistema di sfruttamento e con le sue componenti culturali ed educative. La società capitalista ed eteropatriarcale ha praticamente naturalizzato costruzioni sociali e culturali astratte conformi alle necessità del pensiero e del potere borghese dando loro una materialità granitica e una valenza univoca e universalistica sulla base della quale ogni soggetto viene educato e abituato ad intendere l’attuale sistema delle oppressioni di classe e di genere come “normale” e moralmente “giusto”. Tra le conseguenze di questa egemonia vi è il compimento e la giustificazione di atti repressivi individuali o collettivi contro coloro che vengono percepiti o agiscono come “fuori norma”. La diffusione di idee propriamente dette reazionarie – cioè che accettano, introiettano e condividono l’odierno sistema di dominio e oppressione e sono disposti ad agire per difenderlo e sostenerlo – soprattutto tra le soggettività oppresse è una delle armi più potenti (ed imprevedibili) a disposizione della borghesia per conservare il potere. Nei fatti il sistema capitalista ed eteropatriarcale è sempre il mandante unico e il principale protettore de* autor* di queste azioni anche quando, per mezzo delle sue istituzioni, se ne dissocia o punisce le condotte ritenute “eccessive”, cioè quelle che rischiano di compromettere l’equilibrio delle forze in campo causando la rottura dello status quo precedente ai fatti.

Dall’altro lato il capitalismo stesso riconosce la necessità di preservare condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza e riesce a vedere il potenziale economico che può derivare dalla normalizzazione e dal recupero di istanze progressive o di movimenti ed individui precedentemente esclusi e oppressi dalle logiche di mercato e perciò potenzialmente pericolosi. L’emergere, a seguito di lunghi cicli di lotte, di numerose soggettività fino a prima completamente emarginate per motivi razziali, sessuali e omobitransfobici ha portato allo sviluppo di precise agende istituzionali atte a ricondurre – con la collaborazione di determinati settori dei movimenti – alla completa compatibilità tra le richieste delle soggettività in ascesa e il regime classista e borghese.

Ma non è necessario essere de* marxist* rivoluzionar* per notare che le condizioni di vita delle minoranze oppresse non possono realmente cambiare attraverso il dibattimento parlamentare, l’inclusività delle istituzioni (le stesse che poi arrestano, picchiano, minacciano e uccidono ad ogni piè sospinto), il cosiddetto “empowerment” de* lavorator* nelle aziende private e qualche moderata e parziale concessione di diritti (quali possono essere, per rimanere in Italia, il DDL Cirinnà o il DDL Zan).

Infatti noi ci manteniamo equamente lontani dalle pericolose sirene del riformismo e del liberalismo - che tentano di mantenere un’aura di rispettabilità con vuote promesse e piccole riforme dell’assetto giuridico mentre sono complici e artefici dello sfruttamento e dell’impoverimento che colpisce equamente tutt* * sfruttat*. Ovviamente con questo non intendiamo sposare la tesi – tanto amata in alcuni partiti e movimenti sedicenti comunisti e marxisti – di una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali, dell’inconciliabilità tra una sinistra “fucsia” o “arcobaleno” e una “vera” sinistra fatta di operai maschi, bianchi e eterosessuali. Pertanto rigettiamo l’ipocrisia riduzionistica dello stalinismo che dimostra su questi temi la propria natura controrivoluzionaria con una purezza a dir poco cristallina.

Siamo ben consapevoli di come le lotte per l’acquisizione di diritti democratici (siano essi sociali o civili non è discriminante) siano momenti fondamentali per l’avanzamento del livello di consapevolezza delle soggettività sfruttate ed oppresse, ma esse non devono essere il fine ultimo, bensì una fase intermedia utile ad ottenere maggiore visibilità e maggiore concentrazione attorno alle parole d’ordine della rivoluzione sociale e della liberazione di tali soggettività.

Questo non perché riteniamo esista una sola ed unica forma d’oppressione uguale per tutt* * oppress* in ogni angolo del mondo, in ogni epoca e in ogni cultura. Siamo assolutamente consapevoli della natura molteplice, intersecante e differenziata delle forme d’oppressione e della loro tendenza ad evolversi nel corso del tempo e a cambiare nello spazio. Però, correndo il rischio di ripetere quanto abbiamo già detto in precedenza, riconosciamo la natura singolare della causa delle varie forme d’oppressione, ovvero il modo in cui esse sono state foggiate nel processo di sfruttamento e divisione storica del lavoro salariato per ottenere plusvalore. Questo non significa appunto ridurre tutto al “classismo” negando l’importanza (o l’esistenza) di altre forme d’oppressione, ma prendere atto del fatto che - in una società fondata sull’accumulo di capitale e sulla divisione in classi – la questione di classe è inevitabilmente centrale e svolge un ruolo niente affatto trascurabile nelle battaglie per i diritti civili.

L’ingresso sulla scena sociale di larghe fette di popolazione prima invisibili ha portato anche alla nascita di fenomeni di marketing – per ricollegarci al nostro tema intendiamo pinkwashing e rainbow washing – attraverso i quali il mercato trasforma le nuove soggettività entrate in scena in pletore di nuov* sfruttat* e di nuov* consumator* potenziali, spesso appropriandosi di parole d’ordine progressive o di atti dichiaratamente ribelli per farne innocui slogan pubblicitari o semplici prodotti. In anni recenti, in tutto il mondo, il fenomeno ha assunto una rilevanza molto ampia ottenendo anche l’attenzione del mondo accademico e causando frizioni all’interno dei movimenti LGBTQIA+ e femminista (e anche negli universi variegati dell’antirazzismo e dell’ambientalismo) tra coloro che guardano favorevolmente a tali iniziative in quanto cenni di progresso (“per i liberali la libertà è in ultima analisi la stessa cosa che il mercato”, per citare Trotsky) e coloro che, con la giusta dose di disincanto, denunciano l’incoerenza e l’insignificanza di tali iniziative, smascherandone la natura esclusivamente consumistica e mettendo in luce come molte delle aziende impegnate in queste manovre siano anche le prime in fatto di sfruttamento, repressione sindacale, sospensione dei diritti de* lavorator* e spesso anche in discriminazione (!), inquinamento e estrattivismo (con buona pace delle dichiarazioni dei loro uffici di pubbliche relazioni, dei loro agenti pubblicitari e dei governi da cui ricevono supporto).

Ad oggi, purtroppo, non è ancora giunto il momento di fare un bilancio definitivo di questo periodo straordinario e risulta molto difficile delineare con chiarezza gli scenari che affronteremo nei prossimi mesi. Non possiamo esimerci dall’esporre comunque la necessità di sostenere con tutti i mezzi a nostra disposizione la comunità e il movimento LGBTQIA+ nelle sue lotte coerentemente con il nostro impegno anticapitalista e rivoluzionario. Dobbiamo altresì contribuire a portare ad un nuovo livello la conflittualità del movimento stesso contribuendo a riportare al suo interno la centralità delle istanze anticapitaliste e anticlericali, spingendo per la fine dei compromessi con la borghesia e i suoi partiti (come il PD) e di una nuova unità tra tutti i movimenti per i diritti civili e il movimento operaio. Solo così, infatti, è possibile arrivare all’unica vera forma di liberazione da ogni tipo di oppressione e sfruttamento, cioè quella che passa per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del governo de* lavorator* e di tutt* * oppress*.

Achlys Nakta

La secessione dei ricchi

Il referendum lombardo-veneto (Zaia-Maroni) del 2017 sulla cosiddetta autonomia regionale sta partorendo il frutto annunciato. Il governo giallo-bruno sta varando un'intesa con i governatori di Lombardia e Veneto che colpisce il lavoro salariato e la popolazione povera, in particolare del Sud.

Il meccanismo è semplice nella sua brutalità. I governatori del Nord vogliono allungare le mani su una fetta più grande delle risorse fiscali. Inizialmente la richiesta di Zaia era di poter trattenere localmente il cosiddetto residuo fiscale, cioè lo scarto tra gettito fiscale prodotto e trasferimento statale alla Regione. Siccome la richiesta, così formulata, aveva difficoltà a passare, ora si persegue lo stesso obiettivo in una forma diversa: si chiede allo Stato un trasferimento di competenze alla Regione che motivi una “maggiore compartecipazione” della stessa al gettito territoriale (dell'Irpef, dell'Irap, della tassa sull'auto...).

Il significato sociale e di classe dell'operazione è evidente. Le tre Regioni più ricche d'Italia, che fanno insieme più del 40% del PIL, chiedono e ottengono di sottrarsi ampiamente alla redistribuzione nazionale dell'introito fiscale. Maggiore è la quota che si accaparrano, minore è la quota che verrà riservata al resto d'Italia. In un contesto segnato dalla disuguaglianza sempre più ampia tra Nord e Sud in fatto di occupazione, servizi, prestazioni, il governo giallo-bruno arreca una nuova mazzata al Meridione.

Ma non si tratta di sola ripartizione territoriale. I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell'alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell'ordinamento sportivo locale. Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale più aumenteranno l'assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l'attacco alla loro forza collettiva.

La Lega finanzia con questo accordo gli impegni assunti col padronato. Salvini non ha potuto onorare adeguatamente la promessa della flat tax nella prima legge di stabilità, dovendo accordarsi col M5S sul reddito di cittadinanza. Ora compensa la promessa mancata regalando alla piccola e media borghesia del Nord una nuova fetta di soldi e di potere. Pagano i salariati, del Nord e del Sud. Paga ovunque la popolazione povera. Il paradosso è che Salvini sfonda elettoralmente nella popolazione povera del Sud nel momento stesso in cui le carica sul groppo l'ingrasso ulteriore del padronato del Nord. E che il M5S sventola al Sud il reddito di cittadinanza nel momento stesso in cui concorre con Salvini, e alla coda di Salvini, nello spogliare le masse meridionali.

Per ora la truffa tiene, il consenso al governo resta alto. La memoria popolare di PD e FI è sufficiente per assicurare a Conte un sostegno sociale reale, mentre la passività dei sindacati continua ad offrigli un margine di manovra propagandistico. Ma i nodi si aggrovigliano, la coperta è stretta, le contraddizioni aumentano. È l'ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. Le chiacchiere di Landini stanno a zero. È l'ora di una lotta vera.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il groviglio politico italiano

Il risultato delle elezioni regionali siciliane è di per sé inequivocabile. La coalizione di centrodestra conquista la maggioranza relativa, il M5S manca il successo atteso ma registra un consolidamento, la coalizione tra PD e Alfano conosce una pesante sconfitta annunciata, il blocco MDP-SI-PRC supera la soglia di sbarramento ma non raggiunge le percentuali sperate.

Al di là delle specificità regionali, questo risultato d'insieme assume una valenza politica nazionale.

Il renzismo ha totalmente fallito, e da tempo, i due obiettivi strategici su cui puntava: lo sfondamento nel blocco sociale di centrodestra grazie all'attacco frontale al lavoro (Jobs Act), e l'incursione nell'elettorato grillino grazie alle pose concorrenziali populiste (critica di Bankitalia, critica della UE, promesse a futura memoria su tasse e pensioni...). Questo fallimento non si traduce nell'immediata caduta della segreteria Renzi, perché il segretario dispone di una maggioranza autosufficiente nella Direzione Nazionale del PD, e perché la nuova legge elettorale approvata gli mette in mano il pieno controllo sulle prossime liste elettorali del partito. Ma certo la crisi del renzismo consuma in Sicilia un nuovo capitolo del proprio romanzo, con effetti sull'insieme del quadro politico. Per la prima volta si delinea la possibilità di una competizione diretta tra centrodestra e M5S per il primato nazionale, che releghi il PD in terza posizione.

Gli stati maggiori del PD, in apprensione per il proprio futuro, premono su Renzi perché lavori a ricomporre una coalizione competitiva per le prossime elezioni politiche. Renzi stesso per rimanere in sella mima la disponibilità all'apertura. Ma apertura in quale direzione? Sulla sua destra, il partito di Alfano è letteralmente esploso dopo il mancato ingresso nel parlamento siciliano, e in ogni caso il suo apporto elettorale sarebbe insignificante se non negativo. Sulla sua sinistra, Pisapia è evaporato nel nulla (...da cui in realtà non si era mai scostato), mentre MDP, che già registra gli effetti di una scissione tardiva e disastrosamente gestita, non sembra disponibile al suicidio definitivo facendo blocco con Renzi nel momento della sua disfatta: prima di una ricomposizione (annunciata) col PD vuole vedere il cadavere del suo segretario. In questo quadro tutto sembra precipitare verso la disfatta definitiva del renzismo.

Ma a favore di quale prospettiva? M5S e centrodestra giocano alla contrapposizione diretta l'uno contro l'altro per beneficiare di un bipolarismo simulato, e accrescere le difficoltà del PD. Il M5S gioca a presentarsi come l'unica vera alternativa a Berlusconi, puntando a capitalizzare una quota crescente di elettorato PD nel nome del voto utile contro la rimonta della destra. Berlusconi all'opposto gioca a presentarsi come l'unico vero argine al populismo del M5S nel nome della governabilità contro l'”avventura”, con la significativa benedizione di Angela Merkel e del PPE. Entrambi usano la contrapposizione bipolare come leva di polarizzazione elettorale e di possibile sfondamento.

Ma un conto è la simulazione, un conto la realtà. L'assetto politico generale resta ancora al momento tripolare, e dentro l'assetto tripolare né il M5S né il centrodestra sembrano in grado di conquistare la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento. Un simile sbocco richiederebbe infatti, con la nuova legge elettorale, la conquista del 45% dei voti sul livello proporzionale, e parallelamente del 70% dei voti al livello maggioritario dei collegi (calcoli di D'Alimonte). Una combinazione difficilmente raggiungibile, proibitiva per il PD, improbabile per centrodestra e M5S. Anche nel caso di un ipotetico crollo del PD nei collegi tradizionali di centro Italia (per l'effetto di una presenza concorrenziale a sinistra), la contesa tra centrodestra e M5S tenderebbe infatti a sancire un relativo equilibrio, non uno sfondamento unilaterale.

Resta l'ipotesi di scuola di un governo PD-Forza Italia per lo scenario post-voto. È un'ipotesi sicuramente contemplata dagli stati maggiori dei due partiti, e dal commentario di retroscena del giornalismo borghese. Ma presenta due problemi rilevanti.
Il primo è numerico. Nessuna proiezione dei sondaggi attuali indica una possibile maggioranza parlamentare PD-Forza Italia nelle due Camere. La crisi del PD, e l'accresciuta forza contrattuale della Lega nella spartizione con FI dei collegi del Nord, rende oggi ancor più difficile un simile esito.
Il secondo problema è politico. Un governo PD-Forza Italia non solo implicherebbe lo sfascio delle rispettive coalizioni elettorali, ma innescherebbe una dinamica destabilizzante in entrambi i partiti e nel rapporto coi rispettivi elettorati. Sia nel PD, esposto più che mai alla crisi di rigetto del renzismo; sia in Forza Italia, dove buona parte degli eletti nei collegi del Nord dovrebbe rompere quel patto con la Lega che ha reso possibile la propria elezione.
A differenza che in Germania, dove un governo di unità nazionale tra CDU e SPD aveva spalle relativamente larghe, un governo PD-FI, se anche fosse numericamente possibile, sarebbe solo un ulteriore capitolo del processo di decomposizione degli equilibri borghesi.

È un caso che già si pensi all'eventuale ricorso a nuove elezioni nel caso di un prossimo parlamento ingovernabile?

La crisi italiana si avvita. I padroni non sono mai stati tanto forti nei luoghi di lavoro, ma faticano a tradurre questa forza in un equilibrio politico-istituzionale stabile, mentre debito pubblico e crisi bancaria misurano un nodo irrisolto, senza punti di paragone nei paesi imperialistici europei. L'Italia è e resta dunque un anello debole dell'unione capitalistica europea. Ma solo l'irruzione di un'azione di massa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe può entrare nel varco di questa contraddizione e aprire una prospettiva politica nuova per gli sfruttati.
Partito Comunista dei Lavoratori