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Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

8 Dicembre 2017

Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici. 
Abbiamo sottolineato l'unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana. 
L'unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo" o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti. 
L'unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l'unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti. 
Infine, l'unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so' pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra. 
La nostra è l'unica sinistra che non c'è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Al popolo del Brancaccio


La lettera che avremmo distribuito all'assemblea del Brancaccio del 18 novembre

13 Novembre 2017





Care compagne e cari compagni,

la crisi del progetto del Brancaccio non è uno spiacevole incidente diplomatico. È l'epilogo annunciato dell'equivoco politico su cui si basava. La pretesa di costruire «una sinistra che non c'é», ma senza rompere con quella che c'è. La pretesa di una radicale discontinuità di metodi e programmi, ma “nel rispetto della Costituzione” e della proprietà. La pretesa di una svolta sociale, ma senza riferimento di classe e senza rottura con il capitale. Dentro la cornice di questo equivoco tutti i gruppi dirigenti della sinistra riformista hanno svolto la propria parte in commedia. Bersani e D'Alema hanno usato il Brancaccio come canale di ricomposizione con Sinistra Italiana. Sinistra Italiana l'ha usato come strumento di pressione anti-Pisapia per stringere l'accordo con Bersani e D'Alema. Maurizio Acerbo l'ha usato come strumento di pressione su Sinistra Italiana, rimuovendo la pregiudiziale anti D'Alema (vedi Sicilia), ma chiedendo adeguate “garanzie”. Montanari e Falcone hanno fatto i vigili del traffico, finendo travolti.

Ma ora la realtà ha strappato il sipario della finzione scenica. Bersani, D'Alema, Fratoianni e Civati (con la iniziale copertura di Montanari e Falcone) propongono al popolo del Brancaccio di accettare il pacchetto completo di un accordo annunciato, attorno alla figura civica di Piero Grasso: dentro la prospettiva di un “nuovo” centrosinistra liberato da Renzi, e con l'esplicita disponibilità di Massimo D'Alema a sostenere un eventuale “governo del Presidente”. È esattamente la prospettiva contro cui tanta parte del popolo del Brancaccio si era giustamente mobilitato.
Su un altro versante, Maurizio Acerbo e il gruppo dirigente del PRC rivendicano di aver rimosso la preclusione verso Bersani e D'Alema, ma rifiutano il fatto compiuto, lamentano un mancato coinvolgimento, chiedono «coerenza» con l'appello originario del Brancaccio. Così facendo non fanno che riproporre l'equivoco di fondo del civismo progressista su cui si fondava quell'appello. Senza un bilancio dell'esperienza di Rifondazione (vedi Ingroia e Rivoluzione Civile), senza un progetto alternativo classista. E per di più continuando ad appellarsi all'”esempio” di Tsipras e Melenchon: una somma confusa di riformismo europeista e sovranista, unita dal richiamo sacrale alla Costituzione borghese pattuita nel 1948 tra De Gasperi e Togliatti. Sarebbe questa l'alternativa proposta da una lista eventuale tra PRC ed Eurostop?


LA VERITÀ VA DETTA TUTTA 

Occorre fare un bilancio vero, e definire un'alternativa reale: dalla parte dei lavoratori e contro il capitalismo, senza reticenze e ambiguità.

È vero: D'Alema e Bersani hanno gestito politiche liberiste e reazionarie, sino a votare in anni recenti la legge Fornero e persino il Jobs Act. La stessa idea di una lista unitaria della sinistra col personale politico che l'ha distrutta (per servire il grande capitale) doveva essere respinta in radice, non sostenuta o avallata (da tutti).
Ma la verità va detta per intero. Perché una verità incompleta diventa una oggettiva falsità.

La verità è che le politiche liberiste e reazionarie varate dai governi di centrosinistra non le hanno votate e gestite i soli D'Alema e Bersani. Le hanno votate e gestite anche i gruppi dirigenti della sinistra cosiddetta radicale. Il famigerato Pacchetto Treu, con l'introduzione del lavoro interinale, fu varato dal primo governo Prodi (1996/98), col sostegno di Bertinotti, Ferrero, Vendola, Rizzo. Così come il record delle privatizzazioni in Europa e i CPT per gli immigrati. La più grande detassazione dei profitti di banche e imprese degli ultimi decenni (riduzione dell'IRES dal 34 al 27,5%) fu realizzata nel 2007 dal secondo governo Prodi, in cui sedeva da ministro Paolo Ferrero. Così per l'aumento delle spese militari e il finanziamento delle missioni di guerra.

I due governi Prodi (1996/98 e 2006/2008), con queste politiche, hanno occupato complessivamente cinque anni di governo negli ultimi venti anni, la durata di una legislatura. Dobbiamo cancellarli da un bilancio politico, come non fossero esistiti? Non si dica (per chi lo dice) che sono stati “errori”. Sono stati crimini sociali e politici. Se dobbiamo rompere con chi ha contribuito a distruggere la credibilità della sinistra, questo criterio non dovrebbe forse valere per tutti?


PASSATO E FUTURO 
Si dirà che tutto questo riguarda il passato e che ora dobbiamo guardare al futuro. Ma è falso. Il bilancio del passato riguarda proprio il futuro. Senza un bilancio del passato ci si condanna infatti a riviverlo.

L'appello originario del Brancaccio rivendica una lunga serie di obiettivi sociali e democratici (difesa del lavoro, progressività fiscale, protezione dei migranti, rifiuto della guerra...). Tutti nobili intenti. Ma questi intenti non figuravano forse regolarmente in tutti i programmi di tutte le sinistre (Rifondazione, SEL, Tsipras, Lula...) spesso oltretutto in termini più radicali? Perché allora si sono realizzate, una volta al governo, politiche opposte?

La verità è che accettare il sistema capitalista e ambire a governarlo significa gestire la sua miseria, al di là di ogni promessa. Lo spazio riformistico fu possibile nel dopoguerra quando c'era il boom ed esisteva l'URSS. Dopo la restaurazione del capitalismo in Russia (per mano della burocrazia stalinista) e l'irrompere della grande crisi, il capitalismo si riprende ovunque quanto era stato costretto a concedere. Dentro l'euro e fuori dall'euro, e con i governi di ogni colore. Cosa dimostra oggi l'esperienza di Syriza in Grecia, se non questo? Si promettevano riforme sociali, si è realizzata la continuità della troika. Non diversamente va in Portogallo dove Partito Comunista e Bloco De Esquerda votano una finanziaria che taglia del 30% gli investimenti pubblici. La realtà è che i gruppi dirigenti della sinistra non hanno altro orizzonte che il governo “progressista” del capitalismo, nonostante e contro l'esperienza della storia. Per questo condannano il proprio popolo a passare di sconfitta in sconfitta, ogni volta nel nome del “nuovo” e sempre ripetendo il “vecchio”.


PER UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA.
PER UNA SINISTRA DI CLASSE E RIVOLUZIONARIA 


La “sinistra che non c'è ancora” può essere solo una sinistra rivoluzionaria.
Non una generica sinistra “civica” di cittadini progressisti. Né una sinistra che metta insieme sovranismi nazionalisti e costituzioni borghesi. Ma una sinistra di classe, schierata sempre e dovunque dalla parte dei lavoratori, impegnata nella unificazione delle loro lotte e resistenze sociali, a partire dalle rivendicazioni più semplici; ma soprattutto impegnata a ricondurre ogni lotta di opposizione e di resistenza all'unica prospettiva di alternativa vera: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, che rompa col capitalismo e riorganizzi da cima a fondo la società.

Nessuno dei nobili intenti di miglioramento sociale, democratico, ambientale, elencati dal Brancaccio o da Acerbo può essere realizzato nel rispetto del capitalismo. La riduzione dell'orario di lavoro a 30 ore a parità di paga può essere perseguita solo rompendo frontalmente con un padronato che allunga ovunque orari e sfruttamento. La lotta all'evasione fiscale è inseparabile dalla lotta per la nazionalizzazione delle banche (vero tempio della grande evasione), senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori. L'investimento massiccio in risanamento ambientale e servizi non è possibile senza l'abolizione del debito pubblico verso le banche e le compagnie di assicurazione, che oggi intascano 80 miliardi l'anno di soli interessi.

Si invoca l'applicazione della Costituzione. Ma la realizzazione degli enunciati progressivi della Costituzione è inseparabile dalla rottura con quel sistema capitalista che questa costituzione (borghese) protegge. È forse possibile realizzare “il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, alla dignità sociale” - come recita l'articolo 3 - continuando a rispettare la proprietà privata delle grandi industrie e delle banche, di quella casta dorata del capitale finanziario che concentra nelle proprie mani tutto il potere reale?

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, imposto da una rivoluzione sociale, può realizzare misure di svolta e consentire una democrazia vera.

Certo, la coscienza dei lavoratori e degli sfruttati è lontana dal comprendere questa verità e prospettiva. Tanto più dopo essere stata demoralizzata e confusa dai gruppi dirigenti fallimentari della sinistra. Ma questa è una ragione in più per lavorare controcorrente nel ricostruire la coscienza di classe e anticapitalista che manca, organizzando innanzitutto attorno a questa prospettiva i settori più avanzati della classe lavoratrice.

Questa è la prospettiva per cui in ogni caso si batte il Partito Comunista dei Lavoratori. Una prospettiva che vogliamo sia presente e riconoscibile, nelle forme possibili, alla prossime elezioni politiche.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il groviglio politico italiano

Il risultato delle elezioni regionali siciliane è di per sé inequivocabile. La coalizione di centrodestra conquista la maggioranza relativa, il M5S manca il successo atteso ma registra un consolidamento, la coalizione tra PD e Alfano conosce una pesante sconfitta annunciata, il blocco MDP-SI-PRC supera la soglia di sbarramento ma non raggiunge le percentuali sperate.

Al di là delle specificità regionali, questo risultato d'insieme assume una valenza politica nazionale.

Il renzismo ha totalmente fallito, e da tempo, i due obiettivi strategici su cui puntava: lo sfondamento nel blocco sociale di centrodestra grazie all'attacco frontale al lavoro (Jobs Act), e l'incursione nell'elettorato grillino grazie alle pose concorrenziali populiste (critica di Bankitalia, critica della UE, promesse a futura memoria su tasse e pensioni...). Questo fallimento non si traduce nell'immediata caduta della segreteria Renzi, perché il segretario dispone di una maggioranza autosufficiente nella Direzione Nazionale del PD, e perché la nuova legge elettorale approvata gli mette in mano il pieno controllo sulle prossime liste elettorali del partito. Ma certo la crisi del renzismo consuma in Sicilia un nuovo capitolo del proprio romanzo, con effetti sull'insieme del quadro politico. Per la prima volta si delinea la possibilità di una competizione diretta tra centrodestra e M5S per il primato nazionale, che releghi il PD in terza posizione.

Gli stati maggiori del PD, in apprensione per il proprio futuro, premono su Renzi perché lavori a ricomporre una coalizione competitiva per le prossime elezioni politiche. Renzi stesso per rimanere in sella mima la disponibilità all'apertura. Ma apertura in quale direzione? Sulla sua destra, il partito di Alfano è letteralmente esploso dopo il mancato ingresso nel parlamento siciliano, e in ogni caso il suo apporto elettorale sarebbe insignificante se non negativo. Sulla sua sinistra, Pisapia è evaporato nel nulla (...da cui in realtà non si era mai scostato), mentre MDP, che già registra gli effetti di una scissione tardiva e disastrosamente gestita, non sembra disponibile al suicidio definitivo facendo blocco con Renzi nel momento della sua disfatta: prima di una ricomposizione (annunciata) col PD vuole vedere il cadavere del suo segretario. In questo quadro tutto sembra precipitare verso la disfatta definitiva del renzismo.

Ma a favore di quale prospettiva? M5S e centrodestra giocano alla contrapposizione diretta l'uno contro l'altro per beneficiare di un bipolarismo simulato, e accrescere le difficoltà del PD. Il M5S gioca a presentarsi come l'unica vera alternativa a Berlusconi, puntando a capitalizzare una quota crescente di elettorato PD nel nome del voto utile contro la rimonta della destra. Berlusconi all'opposto gioca a presentarsi come l'unico vero argine al populismo del M5S nel nome della governabilità contro l'”avventura”, con la significativa benedizione di Angela Merkel e del PPE. Entrambi usano la contrapposizione bipolare come leva di polarizzazione elettorale e di possibile sfondamento.

Ma un conto è la simulazione, un conto la realtà. L'assetto politico generale resta ancora al momento tripolare, e dentro l'assetto tripolare né il M5S né il centrodestra sembrano in grado di conquistare la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento. Un simile sbocco richiederebbe infatti, con la nuova legge elettorale, la conquista del 45% dei voti sul livello proporzionale, e parallelamente del 70% dei voti al livello maggioritario dei collegi (calcoli di D'Alimonte). Una combinazione difficilmente raggiungibile, proibitiva per il PD, improbabile per centrodestra e M5S. Anche nel caso di un ipotetico crollo del PD nei collegi tradizionali di centro Italia (per l'effetto di una presenza concorrenziale a sinistra), la contesa tra centrodestra e M5S tenderebbe infatti a sancire un relativo equilibrio, non uno sfondamento unilaterale.

Resta l'ipotesi di scuola di un governo PD-Forza Italia per lo scenario post-voto. È un'ipotesi sicuramente contemplata dagli stati maggiori dei due partiti, e dal commentario di retroscena del giornalismo borghese. Ma presenta due problemi rilevanti.
Il primo è numerico. Nessuna proiezione dei sondaggi attuali indica una possibile maggioranza parlamentare PD-Forza Italia nelle due Camere. La crisi del PD, e l'accresciuta forza contrattuale della Lega nella spartizione con FI dei collegi del Nord, rende oggi ancor più difficile un simile esito.
Il secondo problema è politico. Un governo PD-Forza Italia non solo implicherebbe lo sfascio delle rispettive coalizioni elettorali, ma innescherebbe una dinamica destabilizzante in entrambi i partiti e nel rapporto coi rispettivi elettorati. Sia nel PD, esposto più che mai alla crisi di rigetto del renzismo; sia in Forza Italia, dove buona parte degli eletti nei collegi del Nord dovrebbe rompere quel patto con la Lega che ha reso possibile la propria elezione.
A differenza che in Germania, dove un governo di unità nazionale tra CDU e SPD aveva spalle relativamente larghe, un governo PD-FI, se anche fosse numericamente possibile, sarebbe solo un ulteriore capitolo del processo di decomposizione degli equilibri borghesi.

È un caso che già si pensi all'eventuale ricorso a nuove elezioni nel caso di un prossimo parlamento ingovernabile?

La crisi italiana si avvita. I padroni non sono mai stati tanto forti nei luoghi di lavoro, ma faticano a tradurre questa forza in un equilibrio politico-istituzionale stabile, mentre debito pubblico e crisi bancaria misurano un nodo irrisolto, senza punti di paragone nei paesi imperialistici europei. L'Italia è e resta dunque un anello debole dell'unione capitalistica europea. Ma solo l'irruzione di un'azione di massa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe può entrare nel varco di questa contraddizione e aprire una prospettiva politica nuova per gli sfruttati.
Partito Comunista dei Lavoratori

Né riformismo né sovranismo. Per un cartello elettorale della sinistra classista

Le elezioni politiche si avvicinano. L'intero scenario politico è segnato da questa scadenza. Sullo sfondo, un negoziato infinito sulla legge elettorale dall'esito incerto, con ripetuti colpi di scena negli ultimi mesi. Ma soprattutto un clima segnato dalla concorrenza scoperta tra renzismo, salvinismo, grillismo, nel corteggiamento degli umori più reazionari, contro i migranti, contro il lavoro, contro i diritti democratici. I referendum autonomisti di Lombardia e Veneto si pongono nella scia di questa ventata reazionaria e le offrono ulteriore alimento. È il clima generale che oggi consente un rigurgito di organizzazioni fasciste e delle loro iniziative militanti.
L'elemento più preoccupante di questo scenario è l'assenza di una risposta di classe e di massa, per responsabilità preminenti delle direzioni del movimento operaio e della sinistra politica.
Sul terreno sindacale, le burocrazie dirigenti hanno rimosso dal campo ogni iniziativa di mobilitazione, persino di fronte alla totale chiusura del governo Gentiloni alle loro timide richieste sulle pensioni. Parallelamente un settore centrale della classe lavoratrice dell'industria è sotto attacco frontale (duecentomila posti di lavoro a rischio nelle 166 vertenze aperte al tavolo nazionale col governo), nel momento stesso del taglio degli ammortizzatori, senza che l'accoppiata Camusso-Landini avanzi una sola indicazione di lotta unificante, e un qualsivoglia contrasto reale.
Ma il punto non è solo l'assenza di mobilitazione. È l'assenza di un punto di vista di classe indipendente sulla politica italiana, e di una chiara prospettiva anticapitalista.


I CONTORCIMENTI DELLE SINISTRE RIFORMISTE

I gruppi dirigenti della sinistra riformista di provenienza Rifondazione - già responsabili del proprio tracollo a partire dalle proprie compromissioni di governo - hanno da tempo dissolto il (formale) riferimento di classe in una cultura civico-progressista. Tutta la loro politica ignora il tema stesso della ricomposizione del fronte di classe, dell'unificazione delle lotte, della risposta alla crisi capitalistica. Ruota invece attorno a un altro problema: come salvare o recuperare la presenza istituzionale del proprio ceto politico in disarmo. In altri termini, come sopravvivere al proprio fallimento. I loro infiniti contorcimenti su come presentarsi alle prossime elezioni riguardano esclusivamente questo aspetto.

Dal punto di vista programmatico generale non vi sono divergenze sostanziali nel campo riformista: il Partito della Rifondazione Comunista resta fedele a Tsipras (e al mito dell'”Europa sociale e democratica”), anche dopo la sua capitolazione alla troika, come tutti i partiti del Partito della Sinistra Europea, confermando la vocazione strategica al governo del capitalismo; Sinistra Italiana, che ha chiesto e ottenuto lo status di osservatore nel Partito della Sinistra Europea, non ha oggi un programma diverso da quello del PRC, ma solo una collaborazione più estesa col PD nelle amministrazioni locali, dove continua a cogestire tagli sociali e disastri ambientali. Entrambi, a fini elettorali, coltivano una relazione stretta col giro civico di Falcone e Montanari, nel nome della cittadinanza progressista.
Il vero contenzioso sta nelle relazioni con MDP e Pisapia. Ma anche qui non c'entrano questioni di principio - che i riformisti non conoscono - ma solo di calcolo. Con una soglia di sbarramento ipotizzata al 5% (come nell'intesa elettorale di luglio tra PD, Forza Italia, Lega e M5S, poi naufragata), tutta la sinistra riformista aveva siglato l'appello di Montanari e Falcone che rivendicava un'unica lista a sinistra, da Pisapia al PRC, passando per Bersani e D'Alema, con la benedizione del Manifesto. Con la soglia di sbarramento al 3% si riaprono i giochi: Sinistra Italiana preme su Bersani e D'Alema per fare lista insieme, come in Sicilia (anche perché Pisapia ha posto un veto nei confronti di SI); il PRC preme a sua volta su Sinistra Italiana perché rompa con Bersani e D'Alema e addivenga a una intesa “antiliberista”, salvo in Sicilia abbandonare in fretta la pregiudiziale anti-MDP e allinearsi a D'Alema in cerca di un seggio.

Mettiamola così: le soluzioni elettorali della sinistra riformista saranno la risulta del rapporto tra Pisapia e Bersani. Se il loro asse tiene, è probabile un accordo tra SI e PRC. Se il loro asse salta, è possibile una soluzione "siciliana", col PRC a rimorchio di un partito che sostiene Gentiloni.
Non è qui importante prevedere l'esito di questa partita contrattuale multipla. L'essenziale è il punto politico di fondo: ogni soluzione elettorale ipotizzata dai gruppi dirigenti delle sinistre riformiste, quale che sia la sua geometria finale, muove dalla assenza di una prospettiva anticapitalista e dalla rimozione del confine di classe elementare. Oltre il quale tutto diviene possibile, come sempre è accaduto, nell'eterno gioco della democrazia borghese. Di certo non è da quel versante che può emergere un punto di riferimento nuovo per l'avanguardia di classe, né in termini di programmi né in termini di indicazioni di lotta. Il fatto che SI e PRC coprano le burocrazie sindacali di Camusso e Landini è già di per sé indicativo.


LE RESPONSABILITÀ DELLE SINISTRE SOVRANISTE

Ma la sinistra riformista non è l'unica presenza a sinistra.
Con un ruolo minore è emerso in questi anni un polo “sovranista di sinistra”, come peraltro in forme diverse in diversi paesi europei. Questo polo gravita oggi in Italia attorno alla Rete dei Comunisti, al gruppo dirigente di USB, e a Giorgio Cremaschi, assieme a una galassia di soggetti minori (tutti aggregati nella Piattaforma Eurostop).
Il polo sovranista - di prevalente estrazione ideologica stalinista - ha cercato di capitalizzare a proprio vantaggio il fallimento annunciato del riformismo europeista (Tsipras), facendo dell'uscita dell'Italia dall'euro e dalla UE il proprio obiettivo centrale.
Al di là della sua presa in settori della classe lavoratrice, questa impostazione politica e programmatica dirotta su un falso obiettivo la ricerca dell'alternativa, e finisce con contribuire, in modo grave, al disorientamento dell'avanguardia di classe. Di più: finisce col subordinarla, al di là delle intenzioni, a pulsioni reazionarie di altre classi.

Dal punto di vista programmatico, l'impostazione sovranista ripropone, in forma diversa, l'utopia di un possibile compromesso “sociale e democratico” tra capitale e lavoro su scala nazionale. Dal socialismo in un solo paese al keynesismo in un solo paese. L'idea centrale è infatti quella per cui l'uscita dall'euro consentirebbe il recupero della "sovranità nazionale" e dei principi progressivi della Costituzione (borghese), una sorta di ritorno alla presunta età dell'oro della Prima Repubblica, dove “c'erano i diritti sociali” del lavoro. Questa visione riesce a sommare ingredienti ideologici diversi: la sostituzione della centralità di classe con la centralità della moneta, e dunque l'attribuzione della sovranità alla moneta e non alla classe sociale che la stampa; l'idealizzazione retrospettiva della Prima Repubblica borghese e del suo interclassismo "democratico e progressivo"; l'illusione che nel quadro della crisi capitalistica mondiale e degli attuali rapporti internazionali possa tornare l'epoca delle riforme sociali e democratiche... grazie all'uscita dalla UE e dall'euro. Come se l'aggressione del capitale non colpisse i lavoratori britannici o americani. Questa impostazione è nei fatti, al di là delle chiacchiere, l'accettazione del quadro capitalista.

Dal punto di vista politico è, se possibile, peggio. Il sovranismo nazionalista è da sempre un veleno per la classe lavoratrice. Lo è persino all'interno delle nazioni oppresse, dove al di là del pieno sostegno al diritto di autodeterminazione e alle rivendicazioni nazionali progressive, i comunisti sono chiamati a difendere l'autonomia della classe operaia dalla borghesia nazionalista. Ma tanto più lo è nei paesi imperialisti, e dunque in un paese imperialista come l'Italia, dove il sovranismo assume una valenza reazionaria. La presentazione dell'Italia come semicolonia della Germania, dalla quale difendere “la nostra sovranità”, è un falso grottesco. L'Italia è la seconda potenza industriale d'Europa, partecipa allo strozzinaggio della Grecia, contende alla Francia l'egemonia sul Nord Africa, condivide con la concorrente Germania la rapina imperialista nei Balcani. Il rapporto dell'Italia con la Germania è un rapporto negoziale tra paesi imperialisti. Promuovere manifestazioni sotto l'ambasciata tedesca per difendere la “sovranità dell'Italia” dalla Germania, come è accaduto a dicembre, è, di fatto, sciovinismo. E tanto più questa posizione è grave in un contesto internazionale segnato dal prepotente ritorno dei protezionismi e nazionalismi imperialisti, sullo sfondo di populismi xenofobi con base di massa. Non è un caso che i sovranisti di sinistra abbiano a lungo corteggiato il M5S, coprendo di fatto la sua natura reazionaria.

Il sovranismo a sinistra non solo è per noi inaccettabile, ma è una posizione da combattere apertamente, senza sconti o ammiccamenti. La scelta eventuale del campo sovranista di presentarsi in qualche forma alle elezioni è questione che non può riguardarci. Ci riguarda invece la nettezza di una demarcazione chiara anche su questo fronte, contro ogni equivoco e pasticcio.


PER UN CARTELLO ELETTORALE DELLA SINISTRA CLASSISTA, FUORI DA OGNI EQUIVOCO

L'esigenza che riteniamo centrale è marcare a sinistra la presenza di un punto di vista classista, anticapitalista, internazionalista. Chiaramente alternativo all'europeismo borghese della sinistra riformista così come al sovranismo nazionalista.

È essenziale assumere come riferimento la classe lavoratrice come unico possibile baricentro di un blocco sociale alternativo.
È essenziale avanzare una prospettiva anticapitalista, contro ogni riproposizione di illusioni riformiste, quale unica vera risposta alle esigenze di emancipazione e liberazione della classe lavoratrice e di tutti i settori oppressi.
È essenziale ricondurre a quella prospettiva tutte le indicazioni di lotta e di ricomposizione di una opposizione sociale e di massa, nella logica di costruzione di un ampio fronte unico di classe contro il padronato e le tre destre dominanti.
È essenziale promuovere una campagna internazionalista, che porti tra i lavoratori e nelle loro lotte l'interesse internazionale del movimento operaio, contro ogni forma di sciovinismo. A partire dalla contrapposizione all'imperialismo italiano, per la prospettiva di una Europa socialista.
L'insieme di questi elementi risponde alle necessità di riorganizzare una risposta di classe e sviluppare la coscienza degli sfruttati. Nessuno di essi è archiviabile o negoziabile con impostazioni riformiste e/o sovraniste.
Pensiamo che questo punto di vista possa e debba trovare una propria presenza nella prossima campagna elettorale.
Data la natura delle leggi elettorali esistenti, ed in particolare del numero ingente di firme richieste per la presentazione delle liste, questa presenza richiede la convergenza unitaria di forze diverse. Per questo abbiamo proposto a Sinistra Anticapitalista e a Sinistra Classe Rivoluzione - che si richiamano entrambe a una prospettiva rivoluzionaria - un cartello elettorale comune. Restiamo convinti dell'importanza di questo sbocco.

Tra il PCL, SA e SCR esistono certo differenze importanti che attengono a diversi aspetti politici, strategici e di progetto, aspetti che spiegano l'esistenza di formazioni diverse, di diversi percorsi, di diverse collocazioni internazionali. Aspetti su cui il PCL mantiene, com'è naturale, la propria autonomia di proposta, come la centralità della lotta per un governo dei lavoratori e della costruzione del partito rivoluzionario leninista.
Ma tra PCL, SA e SCR esiste anche un nucleo centrale di posizioni comuni sul riferimento di classe, la critica del riformismo, la critica del sovranismo. Un nucleo di posizioni - classiste, anticapitaliste, internazionaliste - la cui importanza è fortemente avvalorata dal contesto politico attuale, e che fonda non casualmente un comune fronte di lotta tra le tre organizzazioni sul terreno sindacale, nella contrapposizione alle burocrazie, e in altri ambiti di movimento. Sono le stesse posizioni che ci demarcano, insieme, da altri campi politici. Si tratta allora di valorizzarle in una campagna elettorale comune.

Un cartello elettorale delle tre formazioni, rispettoso della riconoscibilità di ciascuna, consentirebbe una campagna elettorale controcorrente a sinistra, capace di rappresentare un punto di riferimento importante per settori di avanguardia, anche al di là del bacino di riferimento delle tre organizzazioni, e in ogni caso un fattore prezioso per lo sviluppo della coscienza politica di settori di classe.
Una campagna elettorale comune delle tre organizzazioni sarebbe inoltre un'esperienza assai utile per consolidare e allargare il campo di lavoro comune sui diversi terreni di lotta e di movimento.

Per tutte queste ragioni vogliamo confidare che in tempi (necessariamente) brevi si possa concludere positivamente, nella chiarezza, la verifica in corso.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Partito Comunista dei Lavoratori di fronte alle prossime elezioni politiche

Lo scenario politico italiano si avvicina rapidamente alle prossime elezioni politiche segnato dai perduranti effetti dell'onda lunga del voto del referendum del 4 dicembre e della crisi del renzismo.
Il voto del 4 dicembre ha avuto come prima conseguenza la fine del progetto istituzionale e politico di Renzi; un progetto centrato sulle ambizioni dell'uomo solo al comando, pesantemente reazionario, che è franato sotto il peso delle contraddizioni emerse dalle prove di forza su articolo 18 e Buona Scuola che hanno avuto come conseguenza l'erosione significativa delle basi di consenso iniziali del renzismo. Il governo Renzi ha vinto le proverbiali battaglie, per perdere poi la guerra.

L'effetto politicamente più rilevante del 4 dicembre è la fine di ogni tentativo di costruire nel breve periodo un bipolarismo artificiale, basato sulla tradizionale alternanza di governabilità. L'Italia si trova oggi sprofondata in un quadro tripolare fortemente instabile, in larga misura confermato dal voto delle amministrative di giugno, e caratterizzato dall'assenza congiunta di un baricentro politico affidabile e di un paracadute istituzionale, da cui discende l'aperta possibilità di una crisi politico-istituzionale per il nostro paese. Se l'erosione del consenso dei partiti tradizionali di governo in Europa attraversa in modo trasversale tutta l'Unione, in nessun caso come in Italia la borghesia si trova senza un'ipotesi spendibile di governo che vada oltre il fragile equilibrio che tiene insieme il governo Gentiloni.

Le tre destre che dominano lo scenario politico italiano sono ad oggi attraversate da contraddizioni interne. Il renzismo si arrocca intorno al Capo e alla sua non negoziabile ambizione di riconquistare il governo, da qui il rifiuto di ogni ipotesi di coalizione di centrosinistra nello scenario post-referendum e le nuove frizioni interne con l'area di Orlando e Cuperlo, che potrebbero anche lasciar presagire una nuova spaccatura. Il centrodestra ha tratto nuova linfa vitale dall'affermazione nelle amministrative, ma paradossalmente la vittoria accentua, anziché risolvere, la guerra intestina tra Berlusconi e Salvini, entrambi indisponibili a cedere la leadership della coalizione su cui pesano inoltre le incertezze riguardo alla legge elettorale. Il M5S ha subito una grossa battuta d'arresto alle elezioni amministrative ma malgrado ciò continua a disporre di uno spazio politico considerevole. Si è lanciato in una pesante propaganda reazionaria per tentare di recuperare consensi sulle paure e sui peggiori umori trasversali che attraversano il paese sul tema dell'immigrazione. Contemporaneamente punta alla vittoria alle regionali siciliane da usare come trampolino di lancio per le politiche. Prosegue il proprio lavoro di accreditamento verso la borghesia e il padronato, a cui offre, tra le altre, l'abolizione dell'Irap e la disintermediazione nel rapporto con i lavoratori, ossia in altre parole un attacco esplicito al sindacato in quanto tale. La marcia verso il governo nazionale che il M5S si è dato continua ad alimentare infine il clima da guerra tra bande che ha caratterizzato la vita del movimento in molti dei suoi settori fondamentali, locali e nazionali, e come testimoniato da ultimo dalla vicenda delle comunali di Genova.

Il pasticcio parlamentare che si è consumato sulla legge elettorale è stata una cartina di tornasole delle crisi irrisolte che attraversano i partiti del cosiddetto patto a quattro, e misurano l'assenza di una strategia a breve termine di Renzi, fino all'ultimo indeciso se tentare la carta delle elezioni anticipate. Lo scambio politico organizzato da Renzi e Berlusconi, centrato sul proporzionale e con lo sbarramento al 5%, permetteva ai due di liberarsi da un lato della Lega e dall'altro di MDP, e a Renzi di giocarsi le elezioni senza il peso sulle spalle della legge di stabilità. La convergenza di M5S e Lega Nord sull'ipotesi si misurava sulla necessità dei primi di giocare, in assenza di premio elettorale, la gara col PD sul testa a testa su chi sia il primo partito, mentre per i secondi di capitalizzare l'exploit lepenista alle presidenziali francesi prima che si potesse disperdere.

Ma l'accordo non ha retto alle tensioni e alle frizioni interne a M5S e PD che, unite a sentimenti di contrarietà alle elezioni anticipate e alla legge elettorale in quanto tale in parlamento, hanno prodotto il pasticcio parlamentare sull'emendamento Biancofiore che ha portato il PD a dichiarare immediatamente “morta” la legge e iniziando una gara allo scaricabarile col il M5S.


IL BALLO DELLE SINISTRE RIFORMISTE 


Il campo della sinistra riformista è in grande subbuglio negli ultimi mesi. Gli strappi e le dinamiche parlamentari sulle leggi elettorali hanno costretto i vari soggetti in campo a riformulare in continuazione ipotesi di alleanze e di cartelli, caratterizzandosi contemporaneamente per una grande litigiosità e per il più limpido opportunismo.
L'ipotesi della legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% spingeva Campo Progressista, MDP, Sinistra Italiana e persino anche il PRC al tentativo di costruire un accordo di cartello obbligato per superare la fatidica soglia. La stessa iniziativa del Brancaccio promossa da Falcone e Montanari era nata inizialmente con l'intento di spingere per questa soluzione, dando una veste unitaria, civica e popolare all'operazione, capace di tenere dentro tutti. Ma il crollo dell'ipotesi di legge elettorale in parlamento ha fatto esplodere le contraddizioni e rilanciato i lavori di riposizionamento a sinistra, oltre che la caratteristica litigiosità delle varie anime, come testimoniato dalle recentissime bagarre tra Campo Progressista e MDP, con l'annullamento dell'incontro tra Pisapia e Speranza.
Il ritorno al Consultellum col 3% di sbarramento ha riaperto le danze, e il futuro rapporto col PD è uno degli spartiti che i gruppi dirigenti suonano più di frequente. Così si passa da Pisapia e le ambizioni di un progetto di nuovo centrosinistra alle varie ipotesi di una seconda lista “civica e progressista”, promossa dai promotori dell'iniziativa del Brancaccio, che aspira a coinvolgere il PRC e una Sinistra Italiana perennenente in bilico tra l'uno e l'altro campo. Una lista civica che sarebbe una riedizione di liste civiche già sperimentate nel passato con Ingroia e Barbara Spinelli, e che si caratterizzano per la rimozione di ogni orizzonte classista.


PER UN CARTELLO DELLA SINISTRA CLASSISTA 

Non sarà l'ennesima illusione riformista a poter portare una parola di verità durante la prossima campagna elettorale. Non lo sarà nella sua forma più marcatamente governista, incarnata da Pisapia e da D'Alema. Non lo sarà nella sua veste civica: in primo luogo perché tutti gli attori e i protagonisti del rinnovato “civismo” sono in realtà uniti principalmente dall'essere stati scaricati dal carro di Pisapia. Più in generale, tutti i gruppi dirigenti coinvolti in questo o quel progetto di lista riformista di sinistra sono stati parte attiva dei governi padronali che hanno contribuito negli anni non solo a colpire duramente i lavoratori, i loro salari e i loro diritti, ma sono anche, come conseguenza di ciò, responsabili di una disfatta di lungo corso della sinistra politica italiana, incapaci di prospettare una soluzione di classe indipendente alla crisi e interessati esclusivamente alla loro salvezza istituzionale. In secondo luogo perché non sarà la rimozione di ogni orizzonte di classe, non sarà l'imboscamento dietro un civismo progressista e democratico che potrà dare prospettiva indipendente agli sfruttati.

Come Partito Comunista dei Lavoratori consideriamo da sempre le elezioni un importante momento di propaganda rivoluzionaria. Nella tornata elettorale che ci aspetta, dove tre destre si contenderanno la leadership del paese e dove un arcipelago di piccole sinistre riformiste spargeranno illusioni in un quadro ancora in via di definizione, noi riteniamo cruciale che ci sia lo spazio per una voce apertamente classista e anticapitalista, una voce che non parta dal principio astratto di unità della sinistra pur che sia, ma parta dal principio di realtà che solo una sinistra marcatamente classista, anticapitalista e rivoluzionaria può rispondere alle esigenze e ai bisogni della classe lavoratrice e delle masse operaie.

Le leggi elettorali della democrazia borghese oppongono ingenti ostacoli alla presentazione e alla rappresentanza di formazioni classiste e rivoluzionarie. Sia in termini di sbarramenti, sia in primo luogo in termini di difficoltà burocratiche per costruire una presentazione a carattere nazionale che possa guadagnare la tribuna della più ampia comunicazione di massa. L’enorme mole di firme autenticate necessarie per la presentazione di formazioni non istituzionali a conclusione della legislatura ne è un esempio.

In questa situazione concreta, riteniamo come Partito Comunista dei Lavoratori che sia possibile costruire con Sinistra Anticapitalista e a Sinistra Classe Rivoluzione un cartello elettorale classista e anticapitalista, rispettoso della riconoscibilità di ogni soggetto, che punti a superare gli ostacoli burocratici indicati e dunque a consentire una presenza elettorale classista con una presenza su ampia parte del territorio, e quindi un profilo nazionale. Un cartello elettorale che certo non annulla i diversi percorsi e progetti, ma che punti a valorizzare i riferimenti comuni classisti mettendoli al servizio di una campagna elettorale unitaria. Una campagna mirata alla ricomposizione di una opposizione di classe, unitaria, radicale e di massa. Una campagna che sia capace di parlare alle masse di lavoratori, di migranti, di precari, di disoccupati, al movimento delle donne e delle minoranze oppresse, alla domanda di svolta ambientalista, da una comune angolazione classista, internazionalista e anticapitalista.

Come PCL riteniamo che una presentazione indipendente e con un profilo nazionale della sinistra classista, possibile solo se unita, sia un passaggio centrale oggi per smascherare tutte le illusioni riformiste che vengono seminate sia da chi persegue apertamente un nuovo centrosinistra, sia da chi vuole imboscarsi nel civismo democratico aclassista, sia da chi sbandiera il sovranismo nazionalista di sinistra.

Dentro questo comune quadro generale, come Partito Comunista dei Lavoratori, continueremo la nostra specifica battaglia controcorrente per la costruzione di un autonomo partito marxista rivoluzionario impegnato per la prospettiva di un governo dei lavoratori e della rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

Contro i politicismo borghesi. Rilanciare l'opposizione di classe Testo del volantino nazionale mensile del PCL

Con la vittoria nelle primarie del PD Renzi tenta di rilanciare le proprie ambizioni nello scenario politico italiano.

Il voto referendario del 4 dicembre ha seppellito sotto una valanga di no il progetto reazionario di Renzi che mirava a concentrare nelle mani dell'uomo solo al comando tutte le principali leve istituzionali. Le basi materiali della sconfitta di Renzi vanno ricercate nello sfaldamento delle sue basi politiche di appoggio, progressivamente venute meno dopo gli sfondamenti che il governo Renzi ha operato su articolo 18, JobsAct e Buona Scuola. Il 60% di no, in ampia parte di lavoratori e giovani, sono anche il riflesso di quella scollatura e hanno chiuso con una disfatta il primo capitolo della vicenda politica renziana.

Il governo Gentiloni è segnato dalla debolezza della sua maggioranza politica: la sua ritirata sui voucher, con lo scopo malcelato di evitare una seconda sconfitta referendaria, ha dimostrato la sua fragilità. La sua composizione ministeriale, che ha riproposto provocatoriamente i peggiori interpreti del governo Renzi, assume oggi con i rinnovati scandali di molti dei suoi esponenti di spicco a partire da Boschi un carattere di pesantezza sulle rinnovate ambizioni di Renzi, a partire dal delicato passaggio della legge di stabilità di fine anno.

Con il ritorno alla segreteria del PD, Renzi tenta di rilanciare le proprie ambizioni, sganciando definitivamente il PD da ogni logica di vecchio centrosinistra e lanciandosi alla conquista dell'elettorato di Forza Italia e invocando per sé il voto utile di sinistra, in aperta contrapposizione a MDP e al resto della sinistra politica riformista.

Per provare a vincere la sua sfida, Renzi cercherà probabilmente una prova di forza per disegnare una legge elettorale su misura delle sue ambizioni per tentare di arrivare alle elezioni anticipate in autunno.

Ma la domanda centrale che interroga tutti i principali attori dell'establishment italiano è: quale governo dopo le elezioni? Con la fine del vecchio bipolarismo e la disfatta del progetto istituzionale reazionario di Renzi il 4 dicembre, la borghesia italiana è rimasta senza una soluzione di governo.
Il consolidamento di un quadro tripolare e l'impasse istituzionale, a partire dalla legge elettorale, non offre alcuno sbocco stabile di governo. Tutti i principali esponenti sono impegnati a tirare acqua al proprio mulino, dal M5S che tenta di cavalcare ogni scandalo allo scopo della propria affermazione elettorale, alla Lega di Salvini che si barcamena tra ambizioni lepeniste e nostalgie di centrodestra, fino alla stessa ipotesi nuovamente alla ribalta di un governo dell'inciucio tra Berlusconi e Renzi.

Il movimento operaio non ha nulla a che spartire con questi disegni, tutti mirati contro i suoi interessi sociali, tutti interessati a costruire sulla crisi politica della seconda repubblica diverse soluzioni reazionarie.

Difendere l'autonomia del movimento operaio dai tre poli reazionari (renzismo, salvinismo, grillismo), rilanciare e unificare l'opposizione sociale di massa attorno a un proprio programma indipendente, costruire la prospettiva di un'alternativa di classe alla crisi politica borghese, è tanto più oggi il compito dell'avanguardia.

Il PCL si batte e si batterà come sempre in ogni lotta per questa prospettiva.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il sogno di rivincita di Matteo Renzi

L'ex Presidente del Consiglio di nuovo incoronato dalle primarie

1 Maggio 2017
La vittoria di Renzi nelle primarie del PD è il trampolino di rilancio dei sogni del renzismo. Ma in condizioni molto diverse dal passato.
Il 4 dicembre ha seppellito sotto una valanga di no un organico progetto bonapartista e reazionario, che mirava a concentrare nell'”uomo solo al comando” tutte le principali leve istituzionali. In realtà quel progetto, ostinatamente perseguito, aveva già visto sfaldarsi progressivamente le proprie basi politiche di appoggio nei due anni precedenti, a partire dalla profonda crisi di consenso del PD renziano, dopo le prove di forza sull'articolo 18 e sulla scuola. Il 60% di no, in larga parte di lavoratori e giovani, ha sancito la sua disfatta definitiva. Le dimissioni del governo Renzi furono la prima conseguenza politica di quella disfatta.

L'intero scenario politico è stato segnato, nella sua evoluzione, dall'effetto domino del 4 dicembre. Da un lato l'indebolimento verticale della forza politica di Renzi e la riconfigurazione tendenzialmente proporzionale del sistema politico elettorale hanno sospinto la scissione del PD. Dall'altro il M5S è sembrato capitalizzare la crisi manifesta del renzismo e la crisi politica parallela del centrodestra, con una ripresa della propria avanzata.
Il nuovo governo Gentiloni è segnato dalla debolezza di una maggioranza politica più composita, attraversata da spinte e interessi divaricanti: la sua ritirata sui voucher, allo scopo di evitare una seconda sconfitta referendaria, ha dato la misura di questa fragilità. L'unica vera base di sopravvivenza del governo in questi mesi è stata assicurata dalla combinazione di tre fattori: l'impossibilità da parte di Renzi di liquidare Gentiloni come avrebbe voluto, a causa del proprio indebolimento politico; il sostegno obbligato al governo da parte del MDP, che ha bisogno di tempo per attrezzarsi in vista delle elezioni; l'appoggio attivo al governo di una presidenza della Repubblica che punta alla conclusione naturale della legislatura, in sintonia con la maggioranza della borghesia italiana.


LA NUOVA AMBIZIONE DEL RENZISMO

Il ritorno di Renzi a segretario del PD, a seguito delle primarie di partito, cambia questo scenario politico? Nei suoi tratti generali no. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un fatto irrilevante. Le dinamiche politiche non si fondano solamente sulle condizioni oggettive che fanno loro da sfondo (ovviamente determinanti in ultima analisi), ma anche sulla volontà soggettiva delle forze in campo, sui loro calcoli o sulle loro illusioni.

Di certo Matteo Renzi considera il proprio ritorno alla segreteria del PD come un nuovo giro di boa della propria parabola politica: la fine della ritirata imposta dalla disfatta del 4 dicembre, il rilancio delle proprie ambizioni. Il suo disegno è chiaro e ha una sua logica interna: rilanciare il “proprio” PD in contrapposizione al M5S e alla Lega, fuori da ogni logica di vecchia coalizione di centrosinistra; far leva su questa contrapposizione (e sulla crisi del berlusconismo) per provare a capitalizzare parte dell'elettorato di Forza Italia, spaventato da Grillo ed estraneo al corso lepenista di Salvini; invocare il voto utile al PD contro Grillo e Salvini presso l'elettorato di centrosinistra per asfaltare la sinistra politica, il MDP in primis; affermare il PD come primo partito alle elezioni politiche, e in ogni caso controllare saldamente la sua rappresentanza parlamentare come propria leva politica negoziale nella prossima legislatura.

Per provare a realizzare l'organicità di questo disegno, Renzi ha bisogno (almeno) di due condizioni. Entrambe possibili ma non scontate, in sé e nei loro effetti.

La prima: una legge elettorale che si presti allo scopo. Al nuovo segretario del PD occorre una legge elettorale che preveda il premio di maggioranza e gli consenta di fare campagna per il voto utile; un premio di maggioranza per la lista e non per la coalizione, allo scopo di rivendicare la propria premiership; una soglia di sbarramento alta per l'accesso in Parlamento, per rafforzare la presa del voto utile e provare a escludere (o minimizzare) ogni presenza istituzionale alla sua sinistra; il sistema dei capilista bloccati per selezionare il più possibile una rappresentanza del PD a propria immagine e somiglianza, sottratta ai giochi negoziali delle correnti all'interno della sua stessa maggioranza di partito.

L'attuale legge elettorale, quale risulta dalla sentenza della Consulta, corrisponde in larga misura a queste esigenze. Renzi vorrebbe limitarsi ad estenderla al Senato con una soglia di sbarramento uniforme al 5% nei due rami del Parlamento. Alla fine il M5S, al di là delle sceneggiate, potrebbe avere interesse a convergere su questa soluzione, con l'intento di capitalizzare la contrapposizione frontale col PD e di batterlo elettoralmente. Un traguardo non irrealistico. L'ambizione di Renzi può di fatto tirare la volata a Di Maio, in una sorta di eterogenesi dei fini?

Certo, M5S come primo partito potrebbe trovarsi nell'impossibilità di fare un governo per l'assenza di una maggioranza parlamentare che lo sostenga. In quel caso l'iniziativa tornerebbe a Renzi che già ha aperto a un possibile governo con Berlusconi. Ma neppure un governo PD-Berlusconi avrebbe ad oggi, secondo le proiezioni, una maggioranza in Parlamento. E se anche disponesse di una maggioranza risicata (o la trovasse), l'opposizione dei Cinque Stelle quale primo partito contro la "vittoria mutilata” potrebbe facilmente ritagliarsi uno spazio enorme di polarizzazione e di ulteriore crescita, con effetti imprevedibili.


LA TENTAZIONE DELLE ELEZIONI POLITICHE ANTICIPATE

La seconda condizione che Renzi ricerca è di natura politica. Per avere mani libere in una contrapposizione al M5S con qualche seria possibilità di successo, Renzi non vuole accollarsi l'onere pesante della prossima legge di stabilità. Il che può solo significare due cose. O una legge di stabilità del governo Gentiloni di fatto alleggerita e svuotata dalle pressioni di Renzi, e magari combinata col suo rilancio propagandistico della polemica “anti-UE” (“vogliamo cambiare l'Europa”) a fini elettorali. Oppure elezioni politiche anticipate prima della legge di bilancio, caricando quest'ultima sulle spalle di un nuovo governo. Sono entrambe soluzioni problematiche.

La prima passa per un contenzioso con la Commissione Europea (e coi ministri economici Padoan e Calenda), con possibili ricadute sul mercato finanziario, in un contesto di crisi bancaria irrisolta e alla vigilia di una progressiva ritirata del QE della BCE.
La seconda implica diversi presupposti tra loro combinati: una legge elettorale omogenea per le due camere (condizione preliminare pubblicamente posta da Mattarella), una disponibilità di Gentiloni a farsi da parte (senza resistenze e contrasti come nel caso di Letta), una data elettorale compatibile coi tempi necessari di scioglimento delle camere (il 24 settembre implicherebbe lo scioglimento ad agosto) e con quelli richiesti dalla sessione di bilancio (il 5 novembre sarebbe troppo tardi).

Renzi proverà probabilmente a forzare su legge elettorale ed elezioni a ottobre.
Non è impossibile che riesca nell'intento, nonostante le indubbie difficoltà. La domanda centrale che pongono le forze fondamentali dell'establishment è un'altra: quale governo dopo le elezioni?
È una domanda ad oggi senza risposta. Dopo il crollo del vecchio bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra, dopo la disfatta del progetto istituzionale bonapartista del 4 dicembre, la borghesia è rimasta orfana di una soluzione di governo. In un quadro tripolare, nessuno dei tre poli sembra in grado di comporre attorno a sé una maggioranza. Con la caduta del ballottaggio previsto dall'Italicum, nessuna legge elettorale può inventare una maggioranza politica che non c'è. Mentre un parlamento eletto su base proporzionale (al di là degli sbarramenti) non configura ad oggi una maggioranza di governo quale che sia.

La vittoria di Renzi alle primarie del PD, lungi dall'essere una soluzione, è dunque solamente il nuovo capitolo della crisi politica e istituzionale italiana.
Dopo una probabile vittoria di Macron in Francia, sarà l'Italia il nuovo anello debole della crisi dell'Unione Europea?
Partito Comunista dei Lavoratori
 
 

La crisi politica italiana

Tra incognite di prospettiva e contraddizioni del blocco dominante

 L'intera situazione politica è segnata dall'onda lunga del 4 dicembre.
Scissione del PD, indebolimento del renzismo, stabilizzazione relativa del governo Gentiloni, lavori di ricomposizione a sinistra e nel centrodestra, rilancio del M5S, stanno tutti per ragioni dirette o indirette, e in relazione intrecciata, all'interno di questa cornice d'insieme. Da cui non emerge alcuna prospettiva di soluzione politica stabile per la prossima legislatura.


INDEBOLIMENTO DI RENZI, STABILIZZAZIONE RELATIVA DI GENTILONI

Renzi concepiva il nuovo esecutivo Gentiloni come una propria protesi mascherata, con l'idea di liquidarlo in tempi brevi nella prospettiva di elezioni politiche anticipate. Ma lo stesso indebolimento del renzismo che ha partorito il nuovo governo ostacola la sua liquidazione.

L'indebolimento del renzismo si esprime in forme diverse.
Innanzitutto all'interno del PD.
Renzi vincerà naturalmente le primarie. E rilancerà la propria offensiva, sempre alla ricerca di un plebiscito. Ma il combinato del 4 dicembre e della scissione di MDP ha scosso gli equilibri interni. La candidatura di Orlando è emblematica. Rivela una frattura della vecchia maggioranza renziana, e lo smarcamento dal renzismo di un pezzo importante di apparato che ormai diffida del corso bonapartista-populista del capo e cerca la ricomposizione di un'alleanza di governo di centrosinistra. Il fatto che una parte importante del vecchio apparato DS (incluso Napolitano) e del mondo prodiano (incluso Prodi) sostenga Orlando ha un significato politico che va al di là degli esiti delle primarie. Riflette una ricollocazione politica di settori decisivi dell'establishment in fuga dal renzismo. Il fatto che Orlando sia ministro di Gentiloni aggiunge alla sua candidatura un significato ulteriore. La galassia franceschiniana del PD, che pur sostiene formalmente Renzi, approfitta del suo indebolimento per accrescere il proprio peso negoziale interno.

In secondo luogo nel rapporto col grande capitale.
Il grande capitale, interno ed europeo, non asseconda la tentazione renziana di elezioni politiche anticipate.
La Confindustria, che aveva investito sul referendum istituzionale con una proiezione politica inedita, ha subìto il 4 dicembre come propria sconfitta. Più in generale la vecchia linea dell'investimento politico nel renzismo, nella stagione del suo attacco frontale e vincente al movimento operaio (Jobs Act), è oggi disarmata dall'indebolimento di Renzi e dalla sua ritirata forzata (vedi vicenda voucher). La crisi interna a Confindustria - riflesso più generale della disarticolazione degli assetti capitalistici - è anche una risultante della sua crisi di linea.
Il potere bancario, a sua volta, è segnato dalla crisi irrisolta dei crediti deteriorati e da processi di profonda ristrutturazione o ricapitalizzazione (MPS, banche venete, Unicredit), che da un lato rafforzano la sua dipendenza dal quadro politico di governo e dalle sue relazioni negoziali in sede UE su tutti i terreni cruciali (assicurazione sui depositi, criteri della vigilanza, tetti consentiti di titoli di Stato nel patrimonio bancario...); dall'altro, proprio per questo, espongono le banche più di ieri a ogni rischio di crisi politica. Il fatto che Gentiloni abbia messo 20 miliardi a garanzia delle banche, mentre i gruppi parlamentari a trazione renziana del PD hanno votato con M5S e Lega per una commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche (in una logica di pura concorrenza populistico elettorale) dà la misura delle contraddizioni del quadro politico rispetto alle ragioni di sistema del capitale finanziario.

In questo quadro l'idea renziana di liquidare Gentiloni alla vigilia della futura legge di stabilità, per scaricarne gli oneri impopolari sul governo successivo, è apertamente osteggiata dalla borghesia italiana e dalla grande stampa. Elezioni a settembre (in coincidenza con quelle tedesche) obbligherebbero a fare un nuovo governo in tempi rapidissimi per il varo della legge di bilancio proprio nel contesto in cui tutte le previsioni attendibili annunciano una probabile crisi di governabilità nel prossimo Parlamento. Il rischio di un intreccio esplosivo di crisi economica e istituzionale si farebbe altissimo. La borghesia non vuole porre a rischio i propri interessi generali per subordinarli al gioco di poker di un avventuriero dalle incerte fortune.

Il governo Gentiloni, per quanto precario, è il paradossale beneficiario passivo di questo scenario d'insieme. Beneficia dei suoi elementi politici: l'indebolimento di Renzi; il sostegno obbligato di MDP, che vorrebbe smarcarsi dal governo ma non può provocare la sua crisi; l'interesse di FI a guadagnare tempo anche in attesa di una sentenza di riabilitazione per Berlusconi. Ma beneficia anche del sostegno di una borghesia che si aggrappa all'attuale esecutivo come unico ancoraggio di stabilità, per quanto di breve durata, di fronte alle incognite del futuro.


LE CONTRADDIZIONI TRA GOVERNO E RENZISMO E LA MANOVRA ECONOMICA SUL 2018

Per questa stessa ragione, l'allungarsi dei tempi di durata del governo si combina con contraddizioni crescenti tra esecutivo e renziani.
La manovra economica di aggiustamento dei conti del 2017 e soprattutto la definizione del DEF e della prossima legge di stabilità ne sono la cartina di tornasole.
Dentro la cornice del fiscal compact, e dopo l'esaurimento dei famosi margini di flessibilità negoziale concessi al governo Renzi, la prossima legge di stabilità per il 2018 è zavorrata al piede di partenza dalla necessità di trovare 19,5 miliardi per la sola sterilizzazione degli aumenti dell'Iva. Cui si aggiunge l'”obbligo” di una riduzione del deficit dall'attuale 2,2% all'1,2%, e l'esigenza di invertire la dinamica del debito pubblico (salito a 2250 miliardi, il 133,1% del PIL).

I ministri economici chiave del governo (Padoan e Calenda) puntano a un'intesa in sede europea. Sanno che i margini negoziali sono molto ridotti, tanto più alla vigilia delle elezioni tedesche. Ma soprattutto sanno di non potersi permettere procedure d'infrazione. Con una crisi bancaria in pieno corso, e con la prospettiva dell'esaurimento del quantitative easing della BCE (decisivo in questi anni per la tenuta delle banche italiane e per la riduzione drastica degli interessi sul debito), una rottura in sede UE, o anche solo un braccio di ferro prolungato ed estenuante con la Commissione europea, potrebbero trascinare con sé effetti economici pesanti sui titoli di Stato (e dunque sulle banche che li detengono). Da qui il tentativo di trovare una via d'uscita in un mix di operazioni congiunte: rilancio delle privatizzazioni, incluse Ferrovie e Poste (con l'obiettivo di cassa di 8 miliardi), tagli di spesa orizzontali su ogni ministero (riduzione del 3%), estensione alle società partecipate dal Tesoro del meccanismo dello split payment (lo Stato trattiene l'Iva ai fornitori). Inoltre, per garantirsi un margine di manovra più certo, Padoan e Calenda vorrebbero tenersi aperta la possibilità di un aumento parziale dell'Iva, fortemente consigliato peraltro dalla Commissione europea (il famoso trasferimento del prelievo fiscale “dalle persone alle cose”), e oggi sostenuto da Confindustria contro Confcommercio.

Ma questa impostazione generale cozza significativamente con le ambizioni elettorali del renzismo. Renzi già ha posto un veto sull'aumento delle accise per la benzina in ordine alla manovrina di aggiustamento di primavera. A maggior ragione osteggia frontalmente l'aumento dell'Iva e chiede una nuova operazione di decontribuzione a vantaggio delle imprese sui nuovi assunti. La campagna d'immagine sulla cosiddetta diminuzione delle tasse, rivolta al blocco popolare piccolo borghese, non può essere compromessa dalla cosiddetta subordinazione a Bruxelles. Al contrario: il rilancio da parte di Renzi di una impostazione di sfida verso la UE e “le sue regole”, «anche a costo di subire una procedura d'infrazione», si configura come marchio della sua reinvestitura, e come terreno di concorrenza aperta con M5S e Lega.

Il punto di equilibrio all'interno del governo tra le pressioni opposte della Commissione europea e del renzismo non sarà semplice. Renzi userà la vittoria annunciata alle primarie per accrescere le pressioni sul governo, sino a minacciare nuovamente elezioni a settembre. Gentiloni prova a smussare preventivamente la pressione di Renzi, garantendogli una volontà negoziale e non remissiva verso la UE. Ma la mediazione letteraria è più facile di quella sui conti. E ancora una volta la grande stampa borghese milita con Gentiloni, non con Renzi.


LE INCOGNITE DI PROSPETTIVA GENERALE

Ma la preoccupazione centrale della borghesia italiana non riguarda le sorti di Gentiloni, che pure sostiene. Riguarda le prospettive più generali dello scenario italiano.
La sconfitta del referendum istituzionale del 4 dicembre ha non solo colpito il progetto del bonapartismo renziano, ma ha aggravato tutte le incognite di prospettiva in termini di governabilità.

Il bipolarismo dell'alternanza, già da tempo in crisi, è stato sepolto dal 4 dicembre. Il disegno di un populismo di governo (il renzismo) in grado di contenere il populismo di opposizione (M5S) e di sfondare nell'elettorato del centrodestra è definitivamente fallito. Il tripolarismo attuale configura uno scenario per molti aspetto opposto. Parallelamente, la spinta proporzionalista del 4 dicembre favorendo una nuova frammentazione politica (MDP sul versante del centrosinistra, Energie per l'Italia di Parisi al centro, il nuovo polo sovranista di Storace e Alemanno sul versante del centrodestra) introduce un fattore di ulteriore complicazione e disarticolazione interna ai poli tradizionali.

La paralisi della legge elettorale è un riflesso di questo scenario generale.

Nessuno dei tre poli è oggi in grado realisticamente di ambire alla soglia del 40% che consenta di incassare il premio di maggioranza alla Camera, secondo la legge elettorale scaturita dalla Consulta. Al tempo stesso, una rappresentanza proporzionale dei soggetti politici esistenti non configura alcuna maggioranza politica nel prossimo Parlamento. Neppure nella forma di una maggioranza PD-Forza Italia. Da qui l'invocazione di una nuova legge elettorale di tipo maggioritario che “consenta di governare” da parte di tutte le forze dell'establishment. Ma la stessa crisi politica che sospinge l'invocazione di una nuova legge elettorale ostacola pesantemente il varo della nuova legge.
Il Mattarellum - che peraltro rappresenterebbe una incognita nell'attuale quadro tripolare - è respinto sia da M5S sia da Forza Italia, e non ha i numeri per passare al Senato.
Il premio di maggioranza per le coalizioni invece che per le liste è ovviamente osteggiato dal M5S, ma oggi anche dalla maggioranza renziana del PD: Renzi avrebbe potuto concedere questa soluzione a Pisapia prima della scissione, in una logica di propria egemonia su un centrosinistra a propria immagine e somiglianza; non vuole concederla oggi a MDP, perché non vuole incoraggiare la spinta della scissione; e tutta la sua impostazione sembra riproporre la campagna elettorale per il 40% al PD contro Lega e M5S, per schiacciare lo spazio a sinistra nel nome del voto utile e riprovare a capitalizzare una quota di voto di centrodestra contro M5S. Una impostazione finalizzata a massimizzare il risultato per sé, e per il proprio controllo sul PD, ma che tanto più nelle condizioni date post-scissione non può offrire una soluzione di governo.
Parallelamente incide la disarticolazione interna al centrodestra. Berlusconi si tiene aperte tutte le porte. Un po' per calcolo, un po' per necessità. È sospinto dalla crisi del renzismo a un rilancio della coalizione di centrodestra. E al tempo stesso non sa se potrà ricomporla, dubita che possa vincere, e vuole tenersi libero lo spazio per ipotesi di governo col PD e altre forze di sistema, senza vincolarsi a un patto con la Lega. Anche per questo propone un proporzionale puro con soglia di sbarramento del 5% in entrambe le Camere. Per la stessa ragione è restio a concedere un premio di coalizione al PD, dubitando di poterlo utilizzare lui.
La terza soluzione è la cosiddetta armonizzazione della legge elettorale tra le due Camere, attraverso l'estensione dell'attuale “Consultellum” al Senato (con sbarramento unificato al 3%). Renzi punta a questa soluzione, perché gli permetterebbe sia di rispondere alle condizioni poste da Mattarella sia di salvaguardare una impostazione propagandistica di campagna elettorale maggioritaria (“per il 40%”), e i capilista bloccati, col relativo controllo dei gruppi parlamentari. Il M5S è interessato perché è la soluzione più congeniale per le proprie ambizioni, ma non vuole sottoscrivere per pure ragioni di immagine i capilista bloccati, essenziali per Renzi e Berlusconi. E senza i voti di M5S la soluzione si arena.
In ogni caso, neppure questa soluzione di legge elettorale, rispondente agli interessi del renzismo, configurerebbe una soluzione di governo.
In questo quadro di paralisi la possibilità che si vada al voto con l'attuale Consultellum, con la relativa difformità tra Camera e Senato, non può essere esclusa. Ma configurerebbe non solo il rischio di nessun vincitore, bensì quello (estremo) di due diversi vincitori nelle due Camere, con la crisi verticale di tipo istituzionale che questo scenario inevitabilmente aprirebbe.


LA PARTICOLARITÀ DELLA CRISI ITALIANA IN EUROPA

Lo scenario italiano si colloca nel quadro della crisi politica europea, ma con un tratto particolare.
Tutti i paesi imperialisti europei, a dieci anni dall'esposione della grande crisi capitalistica e dopo l'effetto di una doppia recessione (2008/2009 e 2011/2012), sono stati investiti in forme diverse da processi di polarizzazione politico-elettorale che hanno indebolito le basi d'appoggio dei partiti borghesi tradizionali, e in qualche caso destabilizzato il vecchio pendolo dell'alternanza.
Ma la maggior parte di essi sembrano ancora disporre o di strumenti politici o di meccanismi istituzionali che in qualche modo possano preservare, in varie forme, gli equilibri della governabilità borghese, o quantomeno ostacolare la loro rottura.

La Germania, principale imperialismo europeo, può ancora confidare sulla forza della CDU e della socialdemocrazia, che insieme contengono l'avanzata del nazionalismo populista. L'Olanda ha fermato la corsa di Wilders grazie alla forza del principale partito borghese di governo. La Gran Bretagna, segnata dalla Brexit, può contare sulla forza del Partito Conservatore e su un sistema maggioritario puro. La Spagna, segnata dalla crisi del vecchio bibartitismo e minacciata dalla pressione indipendentista catalana, continua a disporre nonostante tutto della forza centrale del Partito Popolare. La Francia, segnata dalla crisi verticale del Partito Socialista e dall'avanzata del lepenismo, si affida ai meccanismi istituzionali della Quinta Repubblica e alle ambizioni di Macron per fare argine alla deriva lepenista (seppur con un rischio davvero inedito, anche a livello di UE).

L'imperialismo italiano non dispone ad oggi di una prospettiva certa di “governabilità”. Né in termini di una forza di sistema capace di fare baricentro, né in termini di coalizioni di governo sperimentate o dotate di sufficiente consenso, né in termini di leggi elettorali e meccanismi istituzionali "di garanzia". A un anno (o forse meno) dalle elezioni politiche, la politica borghese procede a fari spenti, a fronte di una crisi bancaria immutata e della prospettiva di esaurimento del Quantitative Easing della BCE. Il M5S e le sue ambizioni di governo sono al momento i beneficiari della crisi politica borghese. E una nuova precipitazione della crisi di governabilità in Italia potrebbe avere ricadute pesanti sulla UE, nel momento della sua massima instabilità.

Difendere l'autonomia del movimento operaio dai tre poli reazionari (renzismo, salvinismo, grillismo), rilanciare e unificare l'opposizione sociale di massa attorno a un proprio programma indipendente, costruire la prospettiva di un'alternativa di classe alla crisi politica borghese, è tanto più oggi il compito dell'avanguardia.
Marco Ferrando