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Legge elettorale e democrazia borghese

 


Contro la tagliola della quadruplicazione delle firme. Per una legge elettorale integralmente proporzionale, senza sbarramenti, senza impedimenti, senza premi di maggioranza

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo a guida postfascista vuole decuplicare il numero di firme necessarie per depositare una lista elettorale da parte di partiti non rappresentati in Parlamento. Dalle 1500/2000 firme attuali per collegio a 6000/7000 per collegio plurinominale della Camera e del Senato. I collegi della Camera sono 49, quelli del Senato 26. Per presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera occorrerebbero 294000 firme. Nei fatti ben oltre 300000, considerando i fisiologici annullamenti. Una enormità. Cui si aggiunge la clausola per cui ci si può presentare nazionalmente solo se si raccolgono le firme necessarie in almeno il 50% delle circoscrizioni.

Il combinato disposto di queste due clausole è uno solo: l’eliminazione dalla competizione elettorale di un ampio arco di forze minori, diversamente collocate, oggi prive di rappresentanza istituzionale. In altri termini, i partiti borghesi di governo che siedono in Parlamento decidono di escludere a priori persino dalla competizione elettorale i partiti che oggi ne sono fuori. È un passo verso l’americanizzazione del sistema politico.

Consideriamo arcireazionaria questa proposta e chiediamo il suo immediato ritiro. Anche attraverso l’appello alla Corte Costuzionale.

Non ci sfuggono le ragioni politiche miserabili della soluzione proposta. Ragioni incrociate. Il governo aveva proposto in prima battuta di escludere persino dal calcolo dei voti di coalizione le liste che non avessero raggiunto la soglia del 3% dei consensi (con la eccezione della prima sotto soglia), col possibile effetto di una coalizione vincente nei voti ma perdente nei calcoli. Una soluzione che Mattarella ha fatto sapere che non avrebbe firmato, anche per timore di una bocciatura della Consulta. Da qui la vendetta del governo: “Va bene, calcoleremo i loro voti ma… alzeremo l’asticella delle firme per impedire che si presentino”. Forza Italia in particolare ha spinto questa soluzione per timore di perdere voti a vantaggio di liste centriste del campo largo. Italia Viva di Renzi appoggia la misura perché così incassa il monopolio della rappresentanza di centro del campo largo. Il M5S la contrasta solo perché Conte gioca di sponda col “progetto civico” dell’assessore romano Onorato che gli ha promesso il voto in occasione delle primarie. Ogni partito borghese gioca per sé sulla pelle dei diritti democratici più elementari.

Ma al di là della superficie politica contingente, occorre una valutazione di fondo.

Le normative reazionarie in fatto di leggi elettorali non nascono col governo Meloni. Il progetto di legge Meloni (cosiddetto Stabilicum) elimina i collegi uninominali dell’attuale Rosatellum in cambio di una legge a base proporzionale truccata con un forte premio di maggioranza. Un premio che trasformerebbe il 42% dei voti almeno nel 55% dei seggi parlamentari. Assolutamente inaccettabile. Ma la legge elettorale attualmente vigente (Rosatellum), proposta e votata dal PD sotto il governo Gentiloni, ha fatto di peggio: ha dato al 44% dei voti della destra ben il 59% dei parlamentari. Se Meloni ha governato l’Italia per cinque anni è anche grazie a una legge elettorale del PD, oltre alle porcherie votate negli anni dai partiti del centrosinistra. Con che faccia il centrosinistra denuncia oggi il progetto di legge Meloni?

Si dirà: la differenza sta nel fatto che Meloni, con la sua nuova proposta di legge, punta scopertamente al premierato, attraverso l’indicazione obbligata del candidato Premier della coalizione. Verissimo. E indubbiamente il progetto di premierato, assieme a quello dell’autonomia differenziata, è un progetto reazionario di stampo bonapartista che va respinto con la massima determinazione.

E tuttavia l’attuale configurazione delle istituzioni locali, a livello comunale e regionale, non disegna forse piccoli premierati? I sindaci-podestà con maggioranza certa nei consigli comunali, e i governatori delle Regioni con maggioranza certa nei consigli regionali, ben al di là dei voti ricevuti, non sono forse la prefigurazione locale di un bonapartismo nazionale? È così. Ed è bene ricordare, per amore di verità, che fu il centrosinistra degli anni ’90 e dei primi anni 2000 il principale proponente dei bonapartismi locali, con in testa il Partito Democratico della Sinistra, poi Democratici di Sinistra, poi Partito Democratico, nel nome del primato della governabilità sul principio di rappresentanza. Per questo le leggi elettorali maggioritarie accompagnarono la seconda Repubblica ad ogni livello istituzionale. Ciò che oggi Meloni vuol fare è semplicemente estendere al piano nazionale il sistema istituzionale locale. Con un salto qualitativo reazionario che raccolga ed amplifichi tutto il peggio di quei modelli.

Occorre allora andare alla radice del problema, fuori da ogni ipocrisia.

Significa rilanciare una battaglia generale per un sistema elettorale integralmente proporzionale, ad ogni livello istituzionale, senza alcuna soglia di sbarramento, senza alcun premio di maggioranza, senza impedimenti a un libero confronto e partecipazione elettorale. Significa affermare il principio elementare della rappresentanza contro il totem della governabilità borghese.

“Ma allora non vi interessa la stabilità dei governi?” No, non ci interessa, perché non stiamo parlando di governi dei lavoratori ma di governi della borghesia, comitati d’affari dei suoi interessi, come diceva Marx. La loro stabilità è solo la stabilità delle politiche di rapina a vantaggio di capitalisti, grandi azionisti, banchieri. Come documentano gli ultimi trent’anni, e non solo in Italia.

La classe operaia, i giovani, le donne, colpiti quotidianamente da queste politiche, hanno un interesse esattamente opposto: quello di rafforzare la propria opposizione ai governi borghesi, quale che sia il loro colore politico. Per questo hanno interesse a una propria rappresentanza politica indipendente, basata su un proprio autonomo programma per una vera alternativa di società: che è anticapitalistica, o non è.

La battaglia per una legge elettorale integralmente proporzionale è l’unica che garantisca la parità di rappresentanza di ogni voto. Certo, nessuna legge elettorale nella società borghese, anche la più democratica, può cancellare in quanto tale il potere della borghesia, che nasce dalla proprietà dei grandi mezzi di produzione, di credito, di commercio. A differenza delle sinistre riformiste tutte, che esaltano la Costituzione di De Gasperi e Togliatti come le colonne d’Ercole della democrazia politica, noi ci battiamo da comunisti per una democrazia dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione.

E tuttavia i comunisti non ignorano le battaglie per la democrazia. Se la Costituzione formalmente stabilisce l’uguaglianza di ogni voto, chiediamo a tutte le sinistre di essere almeno su questo aspetto coerentemente… “costituzionali”. Così purtroppo non è stato e non è. Alleanza Verdi Sinistra custodisce il proprio ruolo di sinistra del campo largo dentro il sistema istituzionale e bipolare della Seconda Repubblica. Il Partito della Rifondazione Comunista, dopo vent’anni di digiuno, si candida a rientrarvi, fosse pure dalla porta di servizio. È la riprova, se ve ne era bisogno, che solo i rivoluzionari possono essere conseguenti sullo stesso terreno democratico.

In ogni caso, è sempre utile un banco di prova: proponiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento una battaglia comune per il ritorno a una legge elettorale proporzionale integrale, ad ogni livello istituzionale. L’unica, oltretutto, che oggi può privare le destre reazionarie di una maggioranza parlamentare di governo. E che se fosse stata in vigore avrebbe impedito a Meloni di governare per cinque anni contro i lavoratori, i loro diritti, le loro ragioni.

Bolivia. Abbasso il patto con Paz! Riorganizzare la lotta con l’obiettivo di conquistare il potere! Abbasso lo stato di eccezione!

 


MST Bolivia

Mario Argollo e i dirigenti del “doppio potere” della COB salvano il governo dal crollo, firmano un accordo con Paz e concedendogli un termine di 90 giorni per soddisfare le richieste.

La dirigenza della COB ha ceduto il comando del potere, che era praticamente nelle sue mani, al debole governo di Rodrigo Paz. Argollo si è rifiutato di percorrere fino in fondo la strada definitiva della presa del potere, dopo cinquanta giorni di lotta ha deciso di fare un patto e ha ordinato di revocare i blocchi, compromettendo l’alleanza con i contadini e le organizzazioni di quartiere di El Alto.

L’accordo impone al governo di non privatizzare le imprese pubbliche né cedere le risorse naturali a interessi privati nazionali o internazionali; di garantire la non ingerenza straniera nel rispetto della sovranità nazionale, e il rifiuto di impegni con organismi finanziari internazionali come il FMI; di garantire l’approvvigionamento di carburante a prezzi stabili; di risarcire i danni subiti dai trasportatori a causa della benzina scadente. Riguarda inoltre la protezione del paniere familiare, del potere d’acquisto salariale e della stabilità lavorativa, la revisione della legge 065 sulle pensioni per rispondere alla richiesta della COB di una pensione pari al 100% dello stipendio, nonché la costituzione di tavoli di lavoro per affrontare la piattaforma rivendicativa della COB e la non violazione delle aree protette a tutela dell’ambiente, tra le altre richieste.

L’accordo ha inoltre istituito una commissione legale composta da rappresentanti del governo e della COB per gestire il rilascio delle persone arrestate durante i cinquanta giorni di proteste sociali.

L’appello alla smobilitazione si inserisce in un contesto di negoziazione tra due poteri: il potere dei dirigenti della classe operaia guidata dalla COB e il potere borghese oligarchico guidato da Paz, in uno scontro in cui il peso dei lavoratori aveva chiaramente la meglio. Ora è la dirigenza della COB a sostenere Paz, non l’oligarchia né l’imperialismo, poiché il potere borghese è stato sconfitto insieme alle sue bande fasciste da una potente lotta nelle strade. Paz rimane in piedi per volontà delle dirigenze di un organismo antagonista di classe, la COB.

Sulla base di questo accordo, si lascia che Paz governi nel tentativo di disarticolare dall’interno il doppio potere venutosi a creare. I blocchi stradali risultano indeboliti. Di questa situazione ha approfittato Paz, che ha decretato lo stato di eccezione nelle prime ore del 20 giugno. Paz, tuttavia, non dispone ancora della forza necessaria per un processo controrivoluzionario in grado di schiacciare le masse, essendo invece vincolato dall’accordo con la COB. Per questo la sua offensiva non può imporre coprifuoco, dovendo invece ricorrere all’uso di agenti chimici di dispersione.

Questa offensiva viene concessa a un governo allo sbando e sull’orlo del baratro. Si tratta di un enorme tradimento, che concede al governo il tempo di riprendersi per tentare di sconfiggere il movimento operaio, contadino e popolare.

Abbasso il patto con il governo!
Riorganizzare la lotta con l’obiettivo del potere!
Abbasso lo stato di eccezione!

La Paz, 20 giugno 2026

Bolivia, Paz messo alle strette. Prendiamo nelle nostre mani il futuro del paese!

 


Alberto Giovanelli

Guidate dai lavoratori delle miniere, di fabbrica e dal settore dell’istruzione, ieri le proteste si sono intensificate in tutto il Paese. Il governo di Rodrigo Paz cerca di rispondere con la repressione, ma è stato sconfitto nelle strade di La Paz e di El Alto da una resistenza popolare che ha costretto le forze di polizia e militari a ritirarsi.

L’alleanza tra lavoratori e contadini assedia il governo, oggi con oltre ottanta blocchi stradali, e la tendenza è all’aumento. L’alleanza tra operai-contadini si è rafforzata con l’adesione di settori popolari guidati dalle Juntas Vecinales (comitati di quartiere) di El Alto e dalla Confederación de Trabajadores por Cuenta Propia. Le basi di queste organizzazioni lanciano lo slogan: “Fuori Rodrigo Paz! Che si dimetta il governo incapace!”.

Il governo ha perso ogni forza e legittimità per avviare qualsiasi negoziato. Viene sfidato con forza il potere dei ricchi, delle compagnie petrolifere e dell’agroindustria, delle banche e degli oligarchi, delle ingerenze degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Questo movimento si trasforma oggettivamente in un’insurrezione delle maggioranze sfruttate e oppresse.

Il governo è entrato troppo velocemente nella sua china disastrosa e ha subito un’erosione accelerata della sua legittimità.

Il paese entra ancora una volta in un terreno di “dualismo dei poteri”. Assistiamo nuovamente all’esistenza di uno Stato borghese (rimesso in piedi da Paz) e di un potere popolare che si rifiuta di obbedire.

In sintesi, il governo mantiene l’apparato statale, ma in condizioni di grave disorganizzazione e debolezza; i sindacati riacquistano forza nelle piazze insieme ai movimenti sociali, di quartiere e persino agli studenti universitari, che occupano oggettivamente il centro della scena. Ma anche la destra di Tuto Quiroga cerca di trarre vantaggio dall’indebolimento del governo, mentre il malcontento popolare si moltiplica in assenza di una guida unitaria.

Le stesse direzioni sindacali traggono le loro conclusioni dopo essersi accordate con il governo nel mese di gennaio. In quell’occasione, in seguito agli accordi, hanno ricevuto le critiche implacabili delle basi contadine, che hanno iniziato a non dare riconoscimento ai propri dirigenti. I rappresentanti della provincia di Omasuyos hanno attaccato a colpi di frusta l’auto in cui si trovavano i dirigenti dei lavoratori. Persino la COB (Central Obrera Boliviana) ha dovuto autocriticarsi pubblicamente, ed è per questo che oggi esigono le dimissioni di Paz senza alcun tipo di condizionamento.

La base della COB e l’alleanza tra operai e contadini dimostrano di possedere una forza enorme e di poter dare un carattere formale al potere duale che esiste nelle strade.

Ora dopo ora, minuto dopo minuto, man mano che la mobilitazione cresce, diventa sempre più chiaro che è possibile sconfiggere l’intera offensiva imperialista e interventista degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Si può lottare non solo per le rivendicazioni economiche, ma anche per il potere politico delle formazioni della classe lavoratrice, per il potere dell’alleanza operaia e contadina. In concreto, il prossimo periodo è quello in cui rendere cosciente la lotta per il governo della COB, delle organizzazioni contadine, delle organizzazioni di quartiere e giovanili.

Per questo, mentre dichiariamo lo sciopero generale fino alla caduta del governo, dobbiamo preparare allo stesso tempo il programma operaio, popolare e contadino di soluzione a questa crisi, in diretta contrapposizione al programma neoliberista che Paz sta applicando.

Il PIL della Bolivia è il frutto del lavoro delle maggioranze sfruttate e oppresse. Chi si appropria della stragrande maggioranza dei profitti di quella ricchezza non è la classe lavoratrice che la produce, bensì l’oligarchia, la borghesia e l’imperialismo. Quella stessa élite bancaria, agroindustriale, latifondista, farmaceutica e petrolifera, che non intende pagare nemmeno un centesimo per la crisi, colloca i profitti estorti in rifugi finanziari all’estero. Questo non è contribuire, ma saccheggiare. È necessario stabilire una tassa pesante su questi saccheggiatori, è necessario che il Paese si riappropri della ricchezza del proprio lavoro, per il monopolio del commercio estero, un piano di sviluppo superiore nelle mani di un autentico governo operaio, contadino e popolare.

Sciopero generale fino alla caduta del governo!

Assemblee popolari e democratiche nelle quali i lavoratori e i contadini discutano il piano di governo alternativo!

Per un governo di chi sta in basso, di chi non ha mai governato, della COB, delle comunità indigene, dei contadini, dei giovani, delle comitati di quartiere!

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lettera aperta ai compagni e alle compagne della “componente Ferrero” di Rifondazione Comunista


 Cari compagni e care compagne,

l’incredibile richiesta della Federazione di Bologna del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di vietare un pubblico dibattito nel centro sociale Labàs con i compagni del collettivo anarchico ucraino Solidarity Collectives – una richiesta di censura poliziesca – nel nome… della resistenza al nazismo (!!?) ci ha suggerito considerazioni più ampie sulla parabola del PRC, e in particolare della vostra componente di minoranza.

La vostra componente abbraccia una metà del PRC attuale. Formalmente si presenta come ala sinistra del partito. In realtà coinvolge compagni segnati da pulsioni diverse. Una parte di voi è animata prevalentemente da una sana contrapposizione alla prospettiva di ricomposizione col centrosinistra liberalborghese: probabilmente si tratta della maggioranza dei vostri compagni. Un’altra parte invece ha fatto proprie posizioni ideologiche campiste di sostanziale sostegno all’imperialismo russo e cinese quale polo progressivo dello scenario mondiale. Disgraziatamente si tratta del gruppo dirigente della vostra componente, a partire dall’ex ministro Paolo Ferrero. Un gruppo dirigente che fa leva sulla vostra giusta ostilità al centrosinistra per subordinarvi ad una visione ideologica del mondo che ha sostituito il criterio di classe con la geopolitica. Con risvolti davvero imbarazzanti.

Vogliamo dunque distinguere i due ingredienti di questo impasto. Perché sono di segno esattamente opposto.

LA SANA CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA

L’ostilità al centrosinistra liberalborghese muove da una pulsione classista, giustamente contraria all’attuale corso politico del PRC.

La maggioranza dirigente del PRC, a partire dal segretario Maurizio Acerbo, sta perseguendo secondo ogni evidenza un ritorno del PRC nella coalizione di governo del centrosinistra. Potremmo dire: nulla di nuovo sotto il sole, l’eterno richiamo della foresta.

Infatti, nella loro storia politica, i gruppi dirigenti di Rifondazione hanno ciclicamente subordinato la propria opposizione alla ricomposizione di governo. Accadde alla metà degli anni ’90 con l’ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi (1996-1998). Accadde dieci anni dopo con l’ingresso diretto nel secondo governo Prodi (2006-2008). In entrambi i casi i gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione votarono il peggio: finanziarie lacrime e sangue, l’introduzione del lavoro interinale (1997), il record delle privatizzazioni in Europa (1996-1998), i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano del 1997), la più drastica detassazione dei profitti delle imprese (col passaggio dell’IRES dal 33% al 27,5% nella finanziaria del 2007), il finanziamento delle missioni militari e dei bilanci NATO.

In entrambi i casi il compagno Paolo Ferrero sostenne apertamente queste politiche, in un duro contrasto con l’opposizione di sinistra interna al partito. Nel secondo caso (2006-2008) con un ruolo di massima responsabilità: sia in quanto ministro del PRC sia in quanto principale propugnatore da subito della estromissione dalle liste del PRC di chi a sinistra si opponeva. Di chi aveva la “colpa” di rivendicare il diritto della resistenza irachena contro le truppe d’invasione imperialiste, anche italiane.

“Errori” di cui Ferrero avrebbe fatto ammenda? Non risulta. Anche perché non si tratta affatto di “errori”. Si possono commettere infiniti errori nel perseguimento di una linea classista e socialista. Ma quando si vota con l’avversario di classe le misure dell’avversario di classe, della propria borghesia, del proprio imperialismo, non si commette un errore, si commette un crimine politico. Un crimine contro la propria classe e a maggior ragione contro il comunismo.

Il fatto che oggi Ferrero si presenti candidamente come capo della sinistra interna del PRC in opposizione al centrosinistra appartiene al genere letterario del trasformismo. Forse funzionale al tentativo di recupero di un proprio controllo sul partito. Di certo, almeno ai nostri occhi, privo di qualsiasi credibilità politica.

Il compagno Acerbo oggi persegue il ritorno del PRC nel centrosinistra proprio con gli stessi argomenti di fondo usati ogni volta (in primis da Ferrero) per motivare questa scelta: l’esigenza di “contrastare la destra”, di fare “una politica non minoritaria”, di rifiutare la “testimonianza”, di assegnare “un ruolo utile al partito”… ecc. ecc. Il fatto che ogni volta proprio i governi di centrosinistra abbiano colpito i lavoratori, che abbiano spianato la strada alle destre peggiori, che la compromissione sia stata utile solo all’avversario, viene semplicemente rimosso. Nel nome di una coazione a ripetere degna di miglior causa. La vostra opposizione a questa prospettiva è dunque sacrosanta.

Ci permettiamo di ricordare che il Partito Comunista dei Lavoratori nacque esattamente da questa opposizione. Dal rifiuto dell’ingresso del PRC nel governo di centrosinistra. Un ingresso che, come avevamo previsto, avrebbe distrutto il PRC e contribuito a innescare un grande riflusso. Questo riflusso investì l’intero campo della sinistra politica, gravando anche su chi, come noi, si era opposto alla capitolazione. Ma certo la responsabilità politica di quanto è avvenuto ricade interamente sui gruppi dirigenti del PRC. Ed è una responsabilità politica enorme nei confronti dell’intero movimento operaio italiano.

L’INSANA SUBORDINAZIONE ALL’IMPERIALISMO RUSSO E CINESE. E ALLA LORO PROPAGANDA

Invece l’opzione ideologica campista a favore della Russia, della Cina, dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non solo non ha nulla a che spartire con una pulsione classista, ma la capovolge nel suo stesso impianto. Di fatto subordina la classe lavoratrice a uno dei due poli imperialisti oggi in lotta per la spartizione del mondo. In altri termini, nega l’idea stessa di una sinistra di classe indipendente da ogni imperialismo.

Che logica c’è nel combinare la giusta richiesta di indipendenza dal centrosinistra su scala nazionale con la subalternità a un polo imperialista cosiddetto “progressista” su scala mondiale? Nel primo caso giustamente si rigetta il bipolarismo borghese, e dunque la falsa credenza di una alternativa progressista tra i due schieramenti a confronto. Nel secondo caso ci si inchina esattamente al bipolarismo imperialista, teorizzando che uno dei due blocchi svolgerebbe una funzione avanzata, quando non addirittura antimperialista e socialista. Lo stesso schema subalterno che si respinge in Italia lo si assume su scala mondiale. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda.

Soprattutto non può esservi contraddizione più profonda con la realtà. La realtà di una lotta spietata per la spartizione del mondo fra vecchie e nuove potenze imperialiste. Dove sarebbe il polo “progressista” in questa lotta?

Naturalmente non c’è bisogno di ribadire la natura reazionaria dei vecchi imperialismi NATO a guida USA, la loro storia criminale contro la classe lavoratrice e i popoli oppressi, la loro falsa democrazia, il loro sostegno determinante al sionismo genocida… E potremmo continuare a lungo.

Non siamo certo sospetti di indulgenza verso l’imperialismo di casa nostra. A differenza dei gruppi dirigenti del PRC, non abbiamo mai sostenuto governi NATO, aumento delle spese belliche, missioni militari, né abbiamo mai propagandato la falsa illusione di una possibile «riforma sociale e democratica» dell’unione degli imperialismi europei (UE). A differenza delle organizzazioni del Partito della Sinistra europea, le sezioni della Lega Internazionale Socialista in Europa non sostengono il governo del capitalismo spagnolo, non votano l’ingresso della Finlandia nella NATO, non coprono le posizioni filosioniste del governo tedesco come ha fatto la Linke, hanno sempre contrastato la truffa del “due popoli, due stati”, a difesa del diritto incondizionato di autodeterminazione del popolo palestinese, hanno sempre difeso ogni popolo oppresso, ogni paese invaso, dalle aggressioni degli imperialismi USA e NATO, incluso il suo diritto alla resistenza armata. Sempre.

PERCHÉ DUE PESI E DUE MISURE?

Ma per quale ragione contrastare l’imperialismo di casa nostra dovrebbe significare negare e/o abbellire l’imperialismo di casa d’altri? Perché due pesi e due misure?

Dopo il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista in Russia e Cina, nuovi imperialismi sono emersi nel mondo. Non meno reazionari delle vecchie potenze. Non meno ambiziosi. Cina e Russia cercano di capitalizzare la crisi dell’egemonia americana, la disfatta USA in Iraq e in Afghanistan, la crisi dei rapporti tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei, per allargare la propria area di influenza. È naturale.

L’imperialismo cinese ha allargato la propria area d’influenza su scala globale, assoggetta con la leva del debito numerosi paesi dell’Africa e dell’Asia, si accaparra ovunque terre e materie prime, ha esteso la propria presenza in America Latina, ha moltiplicato le proprie esportazioni di capitale in tutte le direzioni. Nei fatti, a partire dalla propria potenza economica, contende agli Stati Uniti l’egemonia planetaria sul mercato mondiale. Non si può comprendere nulla dell’attuale scenario internazionale, tanto meno il trumpismo, se non nel quadro della competizione globale tra USA e Cina.

L’imperialismo russo si è inserito in questa competizione, appoggiandosi sull’imperialismo cinese, per rilanciare le proprie ambizioni imperiali. In Europa, come poi diremo, con la guerra di invasione dell’Ucraina (“contro l’autodeterminazione concessa all’Ucraina dalla follia di Lenin e dei bolscevichi” disse Putin il 22 febbraio 2022); in Medio Oriente nello scorso decennio con la sponsorizzazione alla fine fallita del regime sanguinario di Assad; in Africa offrendo protezione militare e gangsteristica a diversi regimi militari subsahariani – nati dalla crisi del vecchio colonialismo francese – in cambio di concessioni minerarie e altre utilità.

Peraltro sia la Russia che la Cina, come tutte le potenze imperialiste, mercanteggiano le ragioni dei popoli in base ai propri interessi. Pronte ad esempio ad astenersi nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’infame Consiglio di Pace di Trump in Palestina in cambio dell’apertura di Trump sull’invasione dell’Ucraina: una invasione difesa in sede ONU in occasione di ogni suo anniversario, dal voto unitario – guarda caso – di Russia, USA e Israele.

I rapporti della Russia con lo Stato sionista e con lo stesso governo Netanyahu sono peraltro intensi e reciproci. Come lo sono gli affari delle grandi aziende cinesi nella Cisgiordania occupata, col benestare di Israele. Quanto alle rituali frasi di “critica” o di “preoccupazione” per singole scelte o “eccessi”del governo israeliano, valgono quanto quelle dei governi europei: cortina fumogena a copertura della complicità.

Cosa vi è di progressivo in tutto questo? Si aggiunga che il regime cinese, sorretto da una gigantesca pletora di nuovi capitalisti miliardari, si regge su un sistema dittatoriale obiettivamente totalitario, oltretutto sempre più verticalizzato attorno al capo supremo Xi Jinping. Mentre il regime bonapartista reazionario di Putin, che ha messo ormai nella semiillegalità ogni sinistra di opposizione, si caratterizza per un suprematismo grande-russo profondamente misogino e confessionale, nemico dei più elementari diritti civili. La malcelata invidia di Trump per i due regimi politici rivali è per molti aspetti rivelatrice.

Quanto ai BRICS, rappresentano semplicemente un amalgama eterogeneo a porte girevoli dominato da Cina e Russia in funzione dei loro interessi imperialistici. Un amalgama popolato da regimi dispotici spesso tra loro confliggenti (Iran ed Emirati Arabi, Egitto ed Etiopia, ad esempio); regimi che a loro volta usano la propria collocazione nei BRICS quale strumento negoziale di rapporti mutevoli e disinvolti con tutti i poli imperialisti. In ogni caso, rappresentare i BRICS come possibili vettori di democrazia internazionale sembra, da ogni punto di vista, una battuta di pessimo gusto.

Russia, Cina, BRICS, quali vettori di pace dentro un possibile nuovo mondo multipolare e pacificato? Non scherziamo. La compresenza di diversi poli imperialisti (il multipolarismo reale) non è un possibile futuro ma il presente. Un presente che non porta la pace, ma l’acutizzarsi della lotta per la spartizione del pianeta, e con essa la corsa mondiale agli armamenti, che è oggi la corsa di tutti i poli imperialisti, nessuno escluso.

Certo, l’imperialismo USA è ancora militarmente dominante su scala globale. Ma l’imperialismo russo poggia ormai su una economia di guerra. E l’imperialismo cinese ha accresciuto enormemente nell’ultimo quindicennio il proprio bilancio militare. Si tratta di una tendenza planetaria che nella prospettiva storica moltiplica i rischi di una nuova grande guerra. Il multipolarismo imperialista è la forma attuale della corsa alla guerra. Presentarlo come possibile via della pace significa solamente fare il verso alla propaganda russa e cinese. E per di più vendere la fiaba di un possibile mondo pacificato nell’età dell’imperialismo: un’illusione pacifista che i comunisti debbono contrastare, e non assumere.

LA GUERRA DI INVASIONE DELL’UCRAINA: LE MISTIFICAZIONI DEL CAMPISMO

Peraltro Russia e Cina praticano o minacciano la guerra nei propri “cortili di casa” o in quelli che considerano tali. Il caso della Russia è emblematico. Il regime di Putin si è costruito e consolidato attraverso due guerre spietate di annientamento della Cecenia, ha sostenuto attivamente la repressione poliziesca del regime bielorusso di Lukašenko contro gli scioperi operai nel 2020-2021, è intervenuto con le sue truppe speciali a protezione del regime kazako contro la rivolta dei salariati nel 2022.

La guerra d’invasione dell’Ucraina nel 2022, che sicuramente ha segnato un salto, è parte di questo percorso. Non una guerra di difesa delle popolazioni del Donbass, ma una guerra prima mirata alla dominazione sull’Ucraina, poi, fallita questa, all’annessione di parti rilevanti del suo territorio. Presentare questa guerra come guerra per procura dell’Occidente contro la Russia significa non solo negare la realtà ma fare propria la propaganda sciovinista dell’imperialismo invasore. Una propaganda oggi tanto più grottesca a fronte del negoziato fra Trump e Putin per la spartizione del paese invaso, alla ricerca di una… pace per procura. Una pace coloniale stipulata da briganti.

Difendiamo l’Ucraina, e il suo diritto a difendersi, da una guerra imperialista d’invasione. Perché difendiamo i diritti di autodeterminazione di ogni popolo. Come abbiamo difeso le repubbliche del Donbass nel 2014, quando furono aggredite dal governo nazionalista della destra ucraina (nonostante la natura rossobruna dei loro governi e l’appoggio interessato dell’imperialismo russo), così difendiamo l’Ucraina dall’invasione russa (nonostante il carattere borghese del governo Zelensky e l’appoggio interessato degli imperialismi NATO). Non facciamo, per l’appunto, due pesi e due misure. Rivendichiamo il ritiro delle truppe russe di occupazione entro i confini preesistenti all’invasione del febbraio 2022. Così come difendiamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, che è incompatibile con l’occupazione russa.

Il fatto che in quattro anni di guerra il grosso della sinistra italiana, politica e sindacale – a differenza che in tanta parte d’Europa – non abbia rivendicato neppure il ritiro delle truppe russe di occupazione dall’Ucraina è la misura dell’influenza diretta o indiretta di posizioni campiste al suo interno. E persino una contraddizione clamorosa rispetto a un “pacifismo” che volesse essere coerente.

Sì certo, l’Ucraina si difende con armi occidentali. E le armi (in realtà progressivamente decrescenti) che gli imperialismi d’Occidente hanno inviato all’Ucraina mirano a consolidare la propria area di influenza nel paese. È vero. Per questo a differenza di diversi partiti della sinistra europea (inclusa La France Insoumise di Mélenchon), non avremmo mai votato nel Parlamento Europeo a favore dell’invio delle armi. Ma certo non avremmo mai votato contro. Perché riconosciamo all’Ucraina il diritto di difendersi da una guerra imperialista di invasione con tutti i mezzi disponibili, come lo riconosciamo ad ogni popolo e paese invaso. Come l’abbiamo riconosciuto ai curdi. Come lo riconosciamo all’Iran, che avrebbe avuto tutto il diritto di usare armi dell’imperialismo alleato russo cinese (…se mai gli fossero state offerte) contro la guerra d’aggressione sionista americana. Come l’avremmo riconosciuto al Venezuela, se il suo regime bonapartista avesse scelto di resistere e non di capitolare all’imperialismo americano come purtroppo è avvenuto (nel silenzio generale dei campisti e con l’avallo passivo obtorto collo di Russia e Cina, in altre faccende affacendate).

DIFESA DELL’UCRAINA E OPPOSIZIONE A ZELENSKY. LE INFAMIE SULL’UCRAINA “NAZISTA”

La difesa dell’Ucraina dalla guerra d’invasione dell’imperialismo russo non significa affatto difesa politica del governo Zelensky. La sezione ucraina della Lega Internazionale Socialista dirige un sindacato (“Protezione del lavoro”) che è in aperta opposizione al governo, contesta le sue politiche antioperaie, le sue misure antidemocratiche, la sua subordinazione al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi ricatti, le sue privatizzazioni di beni e servizi pubblici per compiacere la UE.

Ma un conto è l’opposizione a Zelensky da un versante di classe, per una alternativa operaia e socialista. Altra cosa è l’opposizione a Zelensky da parte di un regime imperialista neozarista che vuole rimpiazzarlo con un proprio burattino “alla Lukašenko”. In altri termini, è la classe operaia ucraina che ha il diritto di rovesciare Zelensky, non l’imperialismo russo per i propri interessi neoimperiali e coloniali. Opposizione a Zelensky e difesa dell’Ucraina dall’imperialismo russo sono dunque parte di una medesima politica di classe. Come lo sono l’opposizione di massa al regime clerico-fascista dell’Iran (un regime di certo incomparabilmente più a destra di Zelensky) e al tempo stesso la giusta difesa incondizionata dell’Iran dall’imperialismo sionista americano. Non dovrebbe essere questa la posizione naturale dei comunisti?

Non a caso il grosso della sinistra classista in Ucraina unisce l’opposizione a Zelensky con la difesa del paese dall’imperialismo russo. Difesa civile, difesa militare. Anche il contestato anarchismo ucraino, non a caso, è apertamente difensista in tutte le sue principali componenti, anche se la Federazione Anarchica Italiana non se ne è accorta o non lo dice. Come resta difensista del proprio paese la larga maggioranza della popolazione ucraina e della sua classe lavoratrice.

Ucraina “nazista”? Una calunnia vergognosa. Le organizzazioni fasciste in Ucraina (Pravyi Sektor) ebbero un ruolo che noi denunciammo nella rivolta reazionaria di Maidan del 2014. Poi crollarono. Il loro peso elettorale non ha mai superato il 3%. La loro stessa presenza nel governo di destra di Porošenko, poi rimpiazzato dal centrosinistra populista di Zelensky, durò non più di tre mesi. Nelle elezioni del 2019 non presero neppure un seggio. Il famoso battaglione Azov, un tempo egemonizzato da Pravyi Sektor, è stato prima drasticamente disarticolato e poi riassorbito nell’esercito regolare. Il suo ruolo, per intenderci, è oggi pari a quello della Folgore nell’esercito italiano.

Da ogni punto di vista, presentare l’Ucraina e la resistenza dell’Ucraina come naziste è una delle peggiori infamie che circolano nella sinistra italiana. È una pura fotocopia della propaganda di guerra putiniana, e di tutti gli ambienti reazionari che la sostengono (Vannacci, Salvini, Orban, AfD tedesca, settori MAGA…). E si appoggia, alimentandola, su una vera e propria ucrainofobia che attraversa in Italia il senso comune diffuso e politicamente trasversale di una parte significativa dell’opinione pubblica. Sicuramente presente più che in ogni altro paese (ad eccezione ovviamente della Russia).

Arrivare addirittura a chiedere di vietare agli anarchici ucraini il diritto a dibattere in Italia della difesa del proprio paese da una invasione imperialista (per di più facendolo nel nome della Resistenza) è qualcosa di più: una inaccettabile provocazione poliziesca, oltre che un insulto alla Resistenza. Ed è anche la misura di dove può giungere purtroppo la deriva campista del vostro gruppo dirigente.

CLASSISMO E CAMPISMO, DUE FRONTI OPPOSTI E INCONCILIABILI

In conclusione. Classismo e campismo militano più che mai su fronti opposti. Non possono stare insieme. Non sappiamo quanti di voi vorranno combinare la giusta battaglia contro la capitolazione annunciata al centrosinistra col rifiuto del campismo e della sua deriva. A chi lo farà diamo la piena disponibilità a discutere insieme della costruzione e del rilancio di una prospettiva comunista e rivoluzionaria. Per costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Fuori e contro ogni nuova capitolazione al centrosinistra. Contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo. Come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Via il governo della reazione!

 


Vertenza generale! Sciopero generale! Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Il governo della postfascista Meloni esce chiaramente sconfitto dal voto referendario

Non si è trattato di un voto tecnico sulla separazione delle carriere ma di un voto politico contro il governo.

Benché sia preoccupante che ancora tanti elettori (tra cui molti lavoratori) sostengano questo governo, la maggioranza si è espressa in modo inequivocabile.

Meloni, prevedendo la possibile sconfitta, si era sperticata ad affermare che non si trattava di un voto politico e che qualunque fosse stato il risultato non si sarebbe dimessa.

Noi dobbiamo dirle un sonoro NO! Il governo se ne deve andare!

E per obbligarlo è necessario da subito che la sinistra politica, sindacale e associativa elabori un piano di lotta basato su una piattaforma unificante, con obiettivi sia economici che politici.

Bisogna rivendicare, in primo luogo, l’abrogazione delle leggi liberticide contro le lotte (decreto sicurezza), un forte recupero salariale di fronte alle drammatiche perdite di questi ultimi anni, una seria riduzione dell’orario a parità di salario, l’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, l’abolizione della legge Fornero, una vera patrimoniale straordinaria sul 10% più ricco per finanziare il raddoppio della spesa sanitaria pubblica. Ma anche l’abbattimento delle spese militari, la rottura con lo Stato coloniale di Israele, il ritiro dai teatri di guerra del Medio Oriente, il diritto di autodeterminazione dei popoli oppressi e della loro resistenza al colonialismo e ad ogni imperialismo. Così come va rivendicato un sistema elettorale interamente proporzionale senza sbarramenti e altri limiti.

Per questo le organizzazioni sindacali devono organizzare una mobilitazione generale. Questo spetta in primo luogo alla CGIL, che raggruppa la maggioranza degli iscritti al sindacato, con l’appoggio senza settarismi dei diversi sindacati di base. Landini deve dimostrare nel concreto se vuole difendere davvero finalmente gli interessi dei lavoratori o tradirli ancora una volta.

Naturalmente la soluzione per sviluppare gli interessi di operai e impiegati, pensionati e studenti, non potrà venire da un nuovo governo di centrosinistra, che come si è visto in quelli degli scorsi decenni, partecipa all’azione contro la classe lavoratrice, a favore di capitalisti e banchieri.

Bisogna creare nella lotta le condizioni per un vero governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato su un programma anticapitalista.

È quello cui si è sempre dedicato il nostro partito e cui ci dedicheremo oggi con rinnovata forza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori