Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta repressione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta repressione. Mostra tutti i post

Bologna,repressione e intimidazione

 


Bologna, repressione, intimidazione


Come sezione bolognese del Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà alle persone colpite dalla vasta operazione di intimidazione poliziesca che abbiamo osservato svolgersi a Bologna negli ultimi giorni; in particolare, rileviamo come siano stati fortemente colpiti eventi sociali e politici come il Sun Donato (dove, pur non intervenendo, svariati membri delle forze dell'ordine hanno fatto sentire la propria presenza) ed il festival dell'Isola Verde, quest'ultimo interrotto dal piombare in esso di una cinquantina di agenti che hanno proceduto ad identificare tutti i presenti.

Si rende sempre più evidente la torsione autoritaria che sta colpendo tanto l'Italia quanto Bologna stessa, e non riteniamo un caso che questa vasta operazione poliziesca avvenga proprio ora che gli ingranaggi della politica si stanno rimettendo in moto; non può inoltre essere ignorato che ad essere colpiti più duramente siano stati individui razzializzati, in quello che sembra essere un atto di intimidazione preventiva proprio nel momento in cui si hanno le prime avvisaglie del riprendere della mobilitazione legata all'omicidio di Fakir Abderrahim.

Nel momento in cui lo Stato borghese è sempre più coinvolto in una guerra mondiale a pezzi (come ha ammesso la stessa avvocatura di Stato), inasprisce la guerra sul fronte interno, peraltro in una città che ha visto un costante aumento di azioni repressive ed intimidatorie nel corso degli ultimi anni. Consci che le forze di polizia non sono altro che uno dei molti strumenti con cui lo Stato borghese perpetua il dominio della propria classe di riferimento su quella di chi lavora, inseriamo appieno in questo quadro le operazioni avvenute e restiamo aperti a valutare qualunque proposta di mobilitazione sul tema.

Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da chi lotta!

 


6 Dicembre 2025

Solidarietà all3 compagn3 condannate del Movimento di lotta - Disoccupati 7 novembre e del SICobas

Proprio alla vigilia della partenza del progetto sul lavoro-tirocinio da destinare a 1200 disoccupat3 di Napoli, si verifica un fatto grave e ignobile. Il 5 dicembre un gruppo di compagn3 ha ricevuto una condanna in primo grado di due anni e due mesi di reclusione per una iniziativa di lotta risalente al 2019. Un'iniziativa che ha contribuito a porre l'attenzione sul problema della disoccupazione nella città di Napoli. Un problema che oggi riguarda il 6% della popolazione in Italia e che offre al padronato un grande bacino di forza lavoro sfruttabile e altamente ricattabile.
Grazie a quest3 compagn3, al loro coraggio e ad una corretta direzione è stato possibile ridare lavoro, salario e dignità a chi vuole contribuire alla società, non chiede un'elemosina sociale e respinge il ricatto della precarietà.
Il movimento dei disoccupati di Napoli offre un esempio a tutt3 di come sia importante collegare le lotta d3 disoccupat3 a quella d3 lavorator3, e di come sia possibile ottenere delle vittorie grazie alla tenacia e alla lotta.
La repressione non fermerà questo movimento e nemmeno l3 compagn3, ne siamo certi.

La lotta non si processa e non si arresta!

Partito Comunista dei Lavoratori

SOLIDARIETÀ OPERAIA E MILITANTE A3 LAVORATOR3 DELLA FILIERA GRUPPO 8

 


SOLO LA LOTTA OPERAIA ABBATTE LO SFRUTTAMENTO

La sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione del 6 settembre a Forlì, indetta da SUDD Cobas.

La vicenda dei lavoratori della filiera Gruppo 8 è così platealmente vergognosa che per ampi settori della società civile (e persino per alcuni partiti alla guida di varie autorità locali, che finora hanno tenuto gli occhi ben chiusi) non è possibile non schierarsi dalla parte degli operai. Da dicembre dell’anno scorso i lavoratori si sono ribellati alle condizioni inumane di sfruttamento a cui venivano sottoposti, un regime di semi-schiavitù in cui dormivano in un capannone fatiscente lavorando 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Sono queste, infatti, le condizioni che come un cancro infestano il comparto del mobile imbottito, quel famoso Made In Italy che la destra postfascista erge a feticcio. È una malattia di lunga data che prevede sostanzialmente il subappalto non solo delle fasi produttive quanto del caporalato, aprendo e chiudendo del giro di poco aziende fittizie, che hanno come unico scopo quello di applicare condizioni di lavoro “cinesi”. Sono zavorre vuote, pronte per essere abbandonate alla prima protesta dei lavoratori o a qualche ispezione o indagine. Una delocalizzazione dietro casa. La giustizia borghese si è dimostrata clamorosamente inefficace, proprio in una provincia in cui il Sindaco ha cavalcato il tema della “sicurezza” in campagna elettorale. L’unica sicurezza che viene garantita è il profitto del padronato, tutelato proprio dagli elementi della destra cittadina che – in una corrispondenza di amorosi sensi – difendono fattivamente e politicamente lo sfruttamento e l’insicurezza creata dal sistema criminale emerso nella vertenza. Contro i lavoratori che scioperano, gli avvocati-politici dell’azienda invocano continuamente l’applicazione del DL 1660, rendendo chiaro (se ancora ce ne fosse bisogno) che questa norma repressiva serve solo a manganellare e incarcerare chi lotta per il posto di lavoro e un tipo di società diverso. Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo al fianco degli operai della filiera Gruppo 8 e sosteniamo la piattaforma rivendicativa di Sudd Cobas, che altro non è che il ripristino delle condizioni minime e dovute. La tenacia di questi lavoratori ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende questa vertenza molto di più di una diatriba sindacale, come qualcuno vorrebbe. I lavoratori di un intero comparto, a volte distanti solo pochi metri o chilometri, nell’ennesimo capannone fatiscente, guardano a questi colleghi che hanno alzato la testa. È dovere di tutta la classe operaia muoversi compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale. Occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato dove fa più male, il portafoglio, con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacaleal di là delle sigle.  Il padronato tenta di dividere i lavoratori per provenienza geografica, settore, contratto, azienda; soffia sul razzismo per usare i pregiudizi come leva salariale, per fare in modo che chi lavora non si riconosca più come classe. Occorre una vertenza generale, che rimetta al centro la classe operaia: serve un fronte unico di classe! Come dimostra in modo esemplare questa vertenza, è la classe lavoratrice l’unica che ha la capacità di rovesciare i rapporti di sfruttamento: occorre dare vita a una nuova stagione di mobilitazione e strappare di nuovo quei diritti che sembravano acquisiti ma che il padronato ci ha tolto, con il silenzio e la connivenza delle burocrazie sindacali. Chiediamo:

  • La nazionalizzazione sotto il controllo operaio, senza indennizzo, di tutte le aziende che delocalizzano, anche dietro casa, basta con il sistema di subappalto, basta con il caporalato
  • Per una cassa nazionale di resistenza a sostegno degli scioperi
  • Per l’abolizione di tutte le leggi repressive finalizzate a colpire i lavoratori in lotta per il posto di lavoro. No al DL 1660.
  • Salari dignitosi! I salari sono fermi da vent’anni, è un’emergenza non più rinviabile. Reintroduzione della scala mobile e abolizione di sfruttamento e precarietà!
  • Per un’indennità di disoccupazione dignitosa per i giovani e le persone in cerca di lavoro

PER LA RIPRESA DI UNA MOBILITAZIONE OPERAIA GENERALE, UNIRE LE LOTTE, ABBATTERE LO SFRUTTAMENTO!

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ! PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

Repressione e cariche contro i disoccupati a Napoli

 


Solidarietà alle compagne e ai compagni del SICobas colpiti

10 Luglio 2025

Questa mattina a Napoli la polizia ha colpito a manganellate una protesta dei disoccupati. Una protesta sacrosanta nel giorno del cosiddetto click day per l'avviamento al lavoro, contro i criteri discriminatori usati nei confronti dei disoccupati organizzati e delle loro lotte. Una compagna dirigente del SICobas, Mimì Ercolano, è stata arrestata. Il compagno Peppe D'Alesio, tra i massimi esponenti nazionali del SICobas, è stato ferito ed è finito in ospedale.

Il fatto è molto grave. Si tratta dei riflessi annunciati del famigerato Decreto sicurezza. Il governo a guida postfascista incoraggia la repressione poliziesca delle proteste di piazza, tanto più quando le iniziative di lotta rompono le righe del puro dissenso d'opinione per trasformarlo in mobilitazione e organizzazione diretta dei proletari interessati.

Come Partito Comunista dei Lavoratori diamo la piena solidarietà ai compagni colpiti e alla loro organizzazione, e chiediamo l'immediata libertà per Mimì Ercolano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Australia: campagna in supporto alle e agli student3 per la Palestina


 In Australia, nonostante il governo sia oggi in mano ai laburisti, si è andati oltre a quanto avvenuto in altri paesi. Dopo una manifestazione di circa 2500 persone a Melbourne, oltre un centinaio di partecipanti e organizzatori, in genere in base a riconoscimento fotografico, sono stati denunciati per reati che vanno dal blocco stradale alla resistenza alla polizia, e andranno a processo nelle prossime settimane. Diversi di loro sono stati addirittura arrestati, dopo i fatti, con irruzione violenta di squadre di poliziotti nelle loro abitazioni. 

Molti tra gli arrestati sono militanti o simpatizzanti di Azione Socialista (Socialist Action), la principale organizzazione di estrema sinistra in Australia

 I compagn@ australiani hanno lanciato una campagna di raccolta firme internazionale, rilanciata dalla LIS. Invitiamo tutt@ a firmare e a far firmare anche a persone di altre organizzazioni, specialmente se hanno ruoli istituzionali o sindacali. 


Il link per firmare è nel testo. Purtroppo non abbiamo tempo di tradurlo, ma, a parte chi conosce almeno un po' l’inglese, il link è in rosso e quindi facilmente riconoscibile nel testo e le modalità di firma semplici.

 

A questo indirizzo potete trovare il link per la sottoscrizione:

 


Australia: Campaign in support of students for Palestine 

Un governo di polizia

 


La necessaria mobilitazione contro una legge infame

20 Settembre 2024

Il Disegno di legge 1660, detto decreto “sicurezza”, segna un netto inasprimento del potere repressivo dello Stato borghese. Lo stesso governo a guida postfascista che alleggerisce i reati dei colletti bianchi in fatto di affari e corruzione dichiara guerra ai diritti di lotta di lavoratori, giovani, immigrati, carcerati. È la guerra della società borghese contro i diritti di resistenza degli oppressi.

Il decreto ripristina la sanzione penale e non più amministrativa per il reato di blocco stradale, contro una pratica di lotta del movimento operaio spesso a difesa del posto di lavoro. Dà al questore il potere di disporre l'allontanamento di un cittadino da un'area urbana fino a 48 ore, col prevedibile uso di questo potere prima di manifestazioni e iniziative di lotta. Prevede una pena da due a sette anni per l'occupazione di case, sia per l'occupante che per chi coopera con questo, dando alla polizia il potere di sgombrare immediatamente l'immobile occupato. Aumenta di un terzo le pene previste per resistenza a pubblico ufficiale, comprendendovi la resistenza passiva, e vietando al giudice di considerare qualsivoglia circostanza attenuante. Introduce la nuova aggravante del reato di istigazione a disobbedire alle leggi se viene commesso all'interno di un carcere dai detenuti o attraverso appelli rivolti a persone detenute (con una pena fino a cinque anni). Estende tale normativa ai migranti rinchiusi nei famigerati CPR, confermando se ve n'era bisogno la loro natura carceraria. Abolisce ogni limitazione giudiziaria all'incarcerazione di donne incinte o madri di bimbi di età inferiore ad un anno, con un evidente accanimento contro i rom e il suo sottofondo razzista. Autorizza ufficiali e agenti di polizia a portare armi senza licenza anche fuori servizio, con una manifesta legittimazione diffusa di violenze ed arbitri di Stato...

Al di là delle sue gravissime articolazioni specifiche, questo decreto sicurezza ha un significato politico generale: il governo a guida postfascista si segnala agli ambienti di polizia come loro tutore, presentandosi come il governo che finalmente sta coi poliziotti, non coi manifestanti e i delinquenti.
La concorrenza tra Lega e Fratelli d'Italia nell'intestarsi la rappresentanza della polizia è parte di questa rincorsa reazionaria, mentre la tenuta del blocco sociale della destra dopo due anni di governo Meloni consente a quest'ultimo di fare della stretta poliziesca un ulteriore leva di consenso nel proprio mondo.

Di certo l'effetto di questo decreto, persino al di là del suo dettato formale, è e sarà quello di incoraggiare la gestione muscolare dell'ordine pubblico, liberando gli agenti di polizia da remore residue o inibizioni legali, nelle piazze, negli istituti penitenziari, nei CPR.
Il salto repressivo si concentrerà prevalentemente contro gli ambienti d'avanguardia, ma la sua finalità intimidatoria mira a scoraggiare preventivamente ogni allargamento dell'opposizione sul terreno di massa.
Nel momento in cui si appresta a gestire nuove strette sociali all'insegna dell'austerità, o nuovi sostegni allo Stato d'Israele e alle sue campagne di guerra e di terrore in Palestina e in Libano, il governo vuole disarmare ogni rischio di opposizione reale. Il divieto annunciato della manifestazione per la Palestina del 5 ottobre a Roma è nei fatti la prima traduzione del Decreto. La criminalizzazione della solidarietà con la resistenza palestinese è parte della criminalizzazione di ogni resistenza.

Mobilitarsi contro il decreto sicurezza è allora necessario e urgente. È necessario e urgente sviluppare una campagna di denuncia e controinformazione tra i lavoratori e i giovani che chiarisca le sue finalità e motivi la mobilitazione. Contro la stretta reazionaria va rivendicato il fronte unico più ampio del movimento operaio, al di là del suo bacino d'avanguardia, mettendo tutte le sue organizzazioni di fronte alle loro responsabilità. Altro che salamelecchi alle assemblee di Confindustria alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di apparato. La CGIL ha il dovere di mobilitarsi contro questo decreto, inserendo l'opposizione ai nuovi poteri di polizia in una una più ampia piattaforma generale di lotta. Solo lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa, che incida sui rapporti di forza complessivi tra le classi, può riaprire un varco alla stessa battaglia democratica contro la repressione. È l'unico evento di cui padroni e governo hanno paura.

La mobilitazione del 5 ottobre a fianco della resistenza palestinese sia anche una chiamata generale contro il governo di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'unità contro la repressione. Giù le mani dalle compagne e dai compagni

 


Nella prima mattinata di mercoledì la Polizia si è recata presso le abitazioni di alcune compagne e compagni del SiCobas di Napoli, del Laboratorio Politico Iskra e del Movimento Disoccupati 7 Novembre per notificare la messa in atto di provvedimenti giudiziari per contestate reati di resistenza, lesioni personali, danneggiamento, manifestazione non autorizzata.

Per quattro di essi, su diciotto indagati, è scattato l'obbligo di firma per tre giorni alla settimana.

I reati contestati si riferiscono alla manifestazione del 13 febbraio, durante la quale sono stati caricati dalle forze dell'ordine i compagni in presidio alla Rai di Napoli in solidarietà con la Palestina, con numerosi feriti, cui abbiamo espresso nelle ore successive la nostra solidarietà.

A febbraio come oggi, non possiamo che ribadire la nostra solidarietà, piena ed incondizionata, alle avanguardie colpite da questi provvedimenti repressivi, ribadendo al tempo stesso la necessità sempre più stringente di un'unità dinnanzi alla repressione e non solo, rilanciando percorsi unitari delle avanguardie.
Consapevoli delle rispettive differenze e divergenze, che non devono essere ostacolo ad un lavoro comune, per una risposta unitaria dinnanzi alla repressione e soprattutto per il rilancio di una nuova stagione di lotte e di protagonismo di classe quale migliore risposta alla repressione dei governi espressione delle classi dominanti. Per un capovolgimento dei rapporti di forza tra le classi ed il potere dei lavoratori, l'unica risposta possibile contro guerre e sfruttamento.

Partito Comunista dei Lavoratori

La disciplina alla scuola di Valditara

 


Dopo le manganellate di Pisa, Firenze, Roma, contro gli studenti pro Palestina, il governo procede a disciplinare la scuola.


Solo se il voto di comportamento assegnato sarà pari o superiore a nove decimi sarà possibile assegnare il punteggio più alto nell'ambito della fascia di attribuzioni del credito”: si tratta del primo articolo del provvedimento varato dal Senato su proposta del ministro dell'Istruzione Valditara. In parole meno tortuose significa che solo se il tuo “comportamento” di studente sarà valutato col nove o col dieci potrai ottenere il massimo dei voti.

Notevole. I cultori ideologici del merito ti dicono che puoi eccellere in tutte le materie ma il merito non conta: tutto dipende dal tuo “comportamento”. Se partecipi all'occupazione o autogestione della tua scuola, se contesti il/la tuo/a preside o le decisioni del tuo consiglio di istituto, puoi essere punito con la cancellazione dei tuoi risultati scolastici.

Non solo. L'articolo tre del provvedimento a “tutela dell'autorevolezza e del decoro delle istituzioni” sancisce che in caso di “reati commessi in danno del personale della scuola” (non meglio precisati) non dovrai semplicemente risarcire il danno, ma anche pagare una multa da 500 a 10000 euro come “riparazione all'istituzione”. Una sorta di tributo aggiuntivo allo Stato, quale incarnazione dell'Autorità.

Queste misure reazionarie non hanno solo una valenza ideologica. Hanno una funzione deterrente. Hanno lo scopo di intimidire preventivamente ogni possibile ribellione degli studenti. La disciplina a scuola di Valditara vuol essere una scuola di disciplina: la disciplina dell'obbedienza e del silenzio. Si usa la leva della paura per completare quella del manganello.

Ma la leva della paura è solo il riflesso capovolto della paura del potere. La paura di perdere il controllo disciplinare della giovane generazione. Le proteste studentesche pro Palestina hanno in Italia ancora una portata molto ridotta rispetto alla massa degli studenti. Ma sono la spia di un malessere più ampio. In ogni caso un campanello d'allarme per il governo Meloni.

Allargare la mobilitazione è allora necessario non solo per le ragioni della Palestina, ma anche per rispondere alla stretta repressiva di un governo a guida postfascista. Più che mai ribellarsi è giusto.

Partito Comunista dei Lavoratori

La classe operaia argentina torna in campo


 Lo scorso 24 gennaio uno sciopero di massa ha bloccato l’Argentina contro le politiche reazionarie del presidente ultraliberista di destra di Milei, ma anche contro la volontà politica del governo argentino di dare seguito e farsi promotore e vassallo delle politiche del Fondo Monetario Internazionale, che hanno strangolato e continueranno a strangolare i settori popolari del paese sudamericano.


Javier Milei si era presentato come la faccia antisistema, con una retorica cosiddetta anarcocapitalista e anticasta; invece, ha da subito dimostrato che per lui e la destra l’unica “casta” da sfruttare è il popolo. Infatti, l’offensiva di Milei si è subito palesata con la svalutazione del peso e l’idea per ora non realizzata di dollarizzare l’economia argentina, passando per l’eliminazione dei sussidi statali per energia, trasporti e acqua.

In Argentina la svalutazione era già galoppante, e le attuali politiche della destra mileista stanno determinato un ulteriore aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, uno dei motivi che hanno favorito la discesa in campo della classe lavoratrice è stato l’annuncio che i dipendenti pubblici con meno di un anno di anzianità non vedranno rinnovati i loro contratti, andando ad ingrossare le file dei disoccupati.

Nonostante l’autentica marea umana presente – le immagini di Buenos Aires erano impressionanti – il governo della borghesia continua nella sua offensiva con l’emanazione del Decreto de Necesidad y Urgencia (1), un vero e proprio paradigma antioperaio con forma giuridica. Nel decreto, tra le altre misure capestro, si legifera sulla limitazione del diritto di sciopero, sull’abrogazione delle leggi di monitoraggio dei prezzi, sulla privatizzazione delle aziende statali quali Aerolineas Argentinas e YPF (2). Il DNU cancella i regolamenti sulla proprietà terriera, i controlli sulle esportazioni estere e taglia le spese per la previdenza sociale.

Il governo argentino ha adottato come corollario al DNU, o meglio come deterrente alle manifestazioni di massa, un protocollo antiprotesta, firmato dalla ministra della sicurezza Patricia Bullrich, al fine di reprimere le lotte, fino all’impedimento fisico di manifestare, arrivando ad arrestare i manifestanti, senza bisogno di un mandato giudiziario e comminando multe per le stesse azioni attuate dai manifestanti.

L’obiettivo della classe lavoratrice argentina deve essere quello di sconfiggere il “piano motosega” di Milei e il FMI, segnalando contestualmente le responsabilità del peronismo che hanno portato al ripudio popolare del governo, dando sfortunatamente a Milei il ruolo di personaggio politico di alternativa.
La crisi la devono pagare i padroni e i banchieri, opponendo al programma capitalista un piano alternativo e popolare che preveda un aumento immediato, in emergenza, dei salari e delle pensioni, finanziando tali misure con il rifiuto di pagare il debito estero e i piani di finanziamento del FMI.
Inoltre, bisogna imporre forti imposte alle imprese nazionali e multinazionali, salvaguardando il carattere pubblico delle imprese statali e nazionalizzando le imprese pubbliche privatizzate.
Questo programma potrà essere portato avanti solo da un governo di lavoratrici e lavoratori, unico soggetto in grado di migliorare le attuali condizioni del proletariato argentino. Per questo obiettivo marcia il Frente de Izquierda y de Trabajadores (Fronte di Sinistra e dei Lavoratori), unico attore politico realmente alternativo e rappresentativo degli interessi sociali e politici delle lavoratrici e dei lavoratori argentini.




(1) Il Decreto è assimilabile ad un Decreto Legge italiano, per mezzo del quale il governo legifera sulla base della necessità ed urgenza.

(2) Rispettivamente la compagnia di bandiera dell’aviazione civile e l’impresa petrolifera di stato

Lukas Vergara

'Incolpazione' collettiva

 

L'enormità della repressione al liceo Virgilio di Roma

28 Gennaio 2024


Atto d'incolpazione d'addebito disciplinare”: questo il reato di cui dovranno rispondere 548 studenti del liceo Virgilio di Roma per l'occupazione della propria scuola. Il tribunale sarà il Consiglio d'Istituto. Rischiano dai 5 ai 15 giorni di sospensione, quindi la bocciatura. L'iniziativa disciplinare è stata intrapresa dalla preside, ma con le spalle coperte dal ministero leghista dell'Istruzione. Lo stesso ministro che in questi giorni ha ispirato in alcune regioni (Lazio) precise circolari rivolte agli insegnanti perché impedissero nel Giorno della Memoria iniziative pro Palestina.

La repressione al Virgilio non è un fatto isolato, segue misure analoghe assunte contro l'occupazione del liceo Tasso, in questo caso comminate dai consigli di classe. Ma certo al Virgilio l'iniziativa ha assunto contorni abnormi. Gli studenti compaiono con nome e cognome nella lista degli accusati; si distinguono due elenchi, quello degli occupanti “recidivi” (che cioè occuparono già l'anno scorso) e quello degli occupanti neofiti; si raccoglie l'elenco separato degli organizzatori e dei portavoce dell'occupazione (per lo più rappresentanti degli studenti nel consiglio di istituto) che «non solo hanno partecipato a tale occupazione ma ne hanno rivendicato le istanze in rappresentanza della totalità degli occupanti»; si dispongono misure e pene differenziate (disciplinari ed economiche) in base alla gerarchia delle responsabilità. Gli occupanti avrebbero violato «il patto educativo di corresponsabilità» approvato nel 2023, non avrebbero mantenuto «un comportamento corretto nell'agire e nel parlare». In altri termini, si sono immischiati in questioni politiche che non li riguardano, per esempio occupandosi di Palestina.

La linea disciplinare del ministro leghista sta facendo scuola. Letteralmente. Incoraggia ovunque la parte più reazionaria dei dirigenti scolastici nel promuovere la politica “legge e ordine” nelle scuole. Non senza la pressione, come nel caso di Roma, degli ambienti sionisti del territorio.
Sono cose che accadevano in Italia nel 1967 e 1968 contro le prime iniziative della contestazione studentesca. Non hanno portato fortuna alla reazione.

Agli studenti del Virgilio come del Tasso va la piena e incondizionata solidarietà del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

La polizia di Berlino attacca la manifestazione in memoria di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht


 Pubblichiamo questo resoconto della tradizionale manifestazione annuale di commemorazione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino, scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht. Il governo e le autorità tedesche non si sono lasciati sfuggire neanche questa occasione per portare avanti la loro isterica campagna filosionista.



Il 14 gennaio almeno sedici persone sono state ricoverate in ospedale con ossa rotte e altre ferite a seguito di attacchi brutali da parte della polizia con manganelli e spray al peperoncino, secondo quanto riportato dalle squadre di soccorso medico presenti alla manifestazione. Un uomo di 65 anni è stato colpito in modo particolarmente duro, ed è stato lasciato a terra privo di sensi, sanguinante dalla bocca e dal naso.

Il motivo – o più precisamente il pretesto – per il dispiegamento di diverse centinaia di agenti di polizia è stato la solidarietà con la Palestina espressa della manifestazione. Secondo i rapporti della polizia, un oratore e un partecipante avrebbero gridato lo slogan vietato "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera". Di conseguenza, diverse persone sono state arrestate.

Nel momento in cui i manifestanti in testa nel corteo e interi isolati sono tornati indietro per mostrare solidarietà, la polizia si è davvero scatenata. Sicuramente i vertici della polizia, le cui forze non sono nuovo a questo genere di attacchi provocatori, si giustificheranno dicendo che anche in questo caso il loro operato è stata "proporzionato" e che i poliziotti sono in realtà le vittime e non gli autori della violenza.

Naturalmente, il Parlamento sarà anche disposto a discutere della provocazione, dell'attacco al diritto di manifestare, ma con un esito prevedibile: la colpa è dei manifestanti. In fondo, la solidarietà con la Palestina, sempre attaccata pubblicamente, è stata criminalizzata da governi e amministratori per mesi. Anche per la "società civile", cioè per l'opinione pubblica borghese, ce n'è abbastanza. Così la polizia sta facendo rispettare l'ordine di marcia, e ovviamente non solo nella manifestazione del 14 gennaio.

Mentre la solidarietà antimperialista viene criminalizzata e colpita, decine di migliaia di persone sono preoccupate per lo stato della democrazia tedesca dopo le ultime rivelazioni sui piani di deportazione razzista dei rappresentanti dell'AfD, del Movimento Identitario e della WerteUnion in una riunione "privata" a Potsdam. Non c'è dubbio che la preoccupazione e la paura per l'istituzione di un regime di deportazione ed espulsione razzista di massa siano giustificate. L'AfD e vari gruppi fascisti costituiscono la punta di diamante di una politica che incoraggia le continue richieste di politiche migratorie e dei rifugiati sempre più rigide e la prevista abolizione de facto del diritto di asilo da parte dell'UE. Lo spostamento a destra è alimentato anche dalla denigrazione della solidarietà palestinese, dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani, definiti antidemocratici e antisemiti, nonché dal parallelismo tra antisemitismo e antirazzismo. Chi non combatte il razzismo antimusulmano in costante aumento e la criminalizzazione e diffamazione della solidarietà palestinese, alla fine non sarà in grado di fermare lo spostamento a destra.

La manifestazione in ricordo di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht è stata assolutamente pacifica. Non si è lasciata intimidire, ma i suoi partecipanti si sono opposti alla violenza della polizia.

Martin Suchanek

Isteria filosionista in Europa


 Germania e Francia capofila della repressione contro la solidarietà alla resistenza palestinese

Una vera e propria isteria filosionista attraversa l'Europa. In particolare la Germania e la Francia.


In Germania il governo di coalizione guidato dalla socialdemocrazia ha di fatto vietato le manifestazioni di solidarietà col popolo palestinese.
In un paese in cui la presenza araba, soprattutto di provenienza siriana, è particolarmente massiccia, le manifestazioni pro Palestina sono state immediate e spontanee, a partire da Berlino. Il governo le ha denunciate come manifestazioni “a sostegno del terrorismo”, dichiarandole inammissibili. La polizia è intervenuta prima per disperderle, poi per vietarle. Il principale sindacato professionale della polizia tedesca ha dichiarato che gli immigrati arabi “solidali col terrorismo” non possono chiedere la tutela dello Stato tedesco.
Scholz ha motivato la censura contro i palestinesi con il debito che la Germania deve al popolo ebraico dopo la tragedia della Shoah. Come se il terribile l'Olocausto nazista contro gli ebrei legittimasse il massacro sionista contro il popolo palestinese. Le destre reazionarie tedesche vi hanno aggiunto il carico della propria xenofobia antiaraba. La cosa più grave è che Die Linke, la sezione tedesca de Partito della Sinistra Europea, cosiddetta radicale, si è associata all'unità nazionale filosionista, votando all'unanimità le risoluzioni parlamentari che il governo ha proposto a difesa d'Israele.

Anche in Francia la repressione colpisce duro. L'enorme presenza di popolazione araba nel paese e la lunga tradizione di solidarietà con la Palestina di ampi settori del movimento operaio francese hanno sospinto manifestazioni imponenti contro lo Stato sionista e il massacro in corso a Gaza.
Macron e il suo ministro degli interni sono ripetutamente intervenuti contro le manifestazioni. Un primo divieto è stato revocato grazie a un intervento della magistratura che ne ha contestato i fondamenti. Ma il governo è tornato alla carica con un secondo divieto di manifestare a Parigi per sabato 28 ottobre, con tanto di decreto prefettizio. Tra le motivazioni, il fatto che l'appello a manifestare sia stato sottoscritto dai marxisti rivoluzionari del Nouveau Parti Anticapitaliste, in un clima di caccia alle streghe in cui il quotidiano reazionario Le Figaro ha condotto addirittura un sondaggio tra i propri lettori sulla messa fuorilegge del NPA, per via del suo sostegno alla resistenza palestinese.
L'isteria repressiva non si limita peraltro all'estrema sinistra. Il segretario generale della CGT Nord (dipartimento di Lille), Jean Paul Delescaut, è stato arrestato con l'accusa di apologia di terrorismo per il fatto di aver espresso la propria solidarietà alla Palestina. La CGT nazionale ha protestato chiedendo la liberazione immediata del proprio dirigente.

Questi fatti dimostrano che il sostegno allo Stato sionista e alla sua barbarie giunge a calpestare libertà democratiche elementari. Una ragione in più per opporci al sionismo e a chi lo difende. Per questo dichiariamo il nostro sostegno incondizionato a tutte le organizzazioni colpite e ai loro diritti, prima di tutto il diritto di manifestare. Portiamo in particolare la nostra solidarietà ai compagni marxisti rivoluzionari di NPA, oggi nel mirino di Macron, che pagano la coerenza del proprio impegno internazionalista. La loro lotta è più che mai la nostra lotta.

Partito Comunista dei Lavoratori

Due mesi di ribellione in Iran

 


Per una manifestazione nazionale a sostegno della rivolta contro il regime teocratico

È iniziata la decima settimana di ribellione di massa in Iran contro il regime teocratico. Era il 16 settembre quando la ventiduenne curda Mahsa Amini fu assassinata a bastonate dalla polizia religiosa perché portava irregolarmente il velo. Da allora un fiume di proteste ha attraversato il paese, coinvolgendo ampi settori della gioventù, a partire dalle università e dalle scuole, e l'avanguardia della classe operaia iraniana.

La repressione del regime ha ucciso oltre 300 manifestanti, tra i quali 41 minori. Ma non basta. Domenica 6 novembre 227 parlamentari iraniani integralisti hanno votato una mozione che chiede alla magistratura iraniana di condannare a morte le centinaia di persone arrestate che ora si trovano in galera. La mozione votata denuncia gli arrestati come “mohareb” che significa “nemici di Dio”, responsabili con i loro assembramenti di aver attentato alla sicurezza nazionale, e dunque meritevoli di pena capitale.

Naturalmente gli avvenimenti iraniani, come ogni fatto internazionale, incrociano le attenzioni delle potenze imperialiste, ognuna nel suo proprio interesse. L'imperialismo russo solidarizza col regime teocratico di Teheran che lo sta rifornendo di quei droni militari che bombardano senza pietà le citta dell'Ucraina. Gli imperialismi occidentali, rivali dell'imperialismo russo e cinese, si affrettano invece a dichiarare il proprio appoggio ipocrita alle manifestazioni di protesta, nel mentre allargano la NATO sulla pelle del popolo curdo. Gli imperialismi vecchi e nuovi sono tutti banditi senza scrupoli. Chi attende soluzioni dalla loro diplomazia non fa che ingannare l'umanità.

La verità è che la rivolta iraniana, come ogni autentica ribellione di massa, ha un solo possibile alleato: il movimento operaio internazionale e i popoli oppressi del mondo. In Germania settimane fa una enorme manifestazione nazionale a Berlino ha rivendicato il sostegno alla rivolta iraniana nel nome di “donna, vita, libertà”. A quando un'analoga manifestazione unitaria delle sinistre italiane?

Partito Comunista dei Lavoratori

Entra sulla scena la classe operaia iraniana

 


La ribellione di massa si estende

La ribellione al regime teocratico iraniano si estende. La mobilitazione delle donne ha prima coinvolto le principali università del paese, poi si è allargata alle scuole superiori e ai licei.
Ora nel varco aperto dai giovani fanno irruzione gli scioperi operai. Nelle industrie petrolifere e petrolchimiche dell'Iran, a partire dalle raffinerie della provincia di Bushehr, di Abadan nell'Ovest e di Kengan nel Sud, gli operai hanno incrociato le braccia in appoggio alla sollevazione degli studenti e delle donne contro la repressione sanguinosa del regime. Gli scioperi sono stati accompagnati dal blocco degli accessi alle fabbriche con l'uso di automobili e pneumatici bruciati. Nell'agitazione entrano anche rivendicazioni salariali, come già negli scioperi del 2021. Ma oggi la motivazione essenziale è politica. Ad Assaluyeh gli operai scandiscono “Non temere, restiamo uniti”, “ Morte al dittatore”. La parola d'ordine “donne, vita, libertà” ha scavato nel profondo dell'immaginario collettivo della giovane generazione .

Valuteremo la dinamica degli avvenimenti. Ma l'irruzione degli scioperi operai è un fatto carico di potenzialità enormi. Nel 1978-'79 furono gli scioperi operai nell'industria petrolifera a preparare la cacciata dello Scià. La memoria lunga di quell'evento è rimasta nella storia dell'Iran. Solo la classe operaia può unificare ed estendere la ribellione della gioventù e aprire una crisi rivoluzionaria nel Paese..

Campisti putiniani di casa nostra o simpatizzanti tali, che vedono il mondo attraverso il prisma degli schieramenti geopolitici e non delle classi sociali, fanno il verso ai mullah e alla loro polizia religiosa inveendo contro il solito “complotto imperialista” e appoggiando la repressione del regime. Una vergogna infame. Noi stiamo come sempre dall'altra parte della barricata, al fianco della ribellione operaia e studentesca. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici iraniani/e, l'unico che possa spazzare via dall'Iran la dittatura islamista e ogni interesse imperialista. La costruzione del partito della rivoluzione in Iran è posto dai fatti all'ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italpizza. Giudici borghesi, giù le mani dalle lavoratrici e dai lavoratori in lotta!

 


5 Ottobre 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà al SI Cobas e alle lavoratrici e ai lavoratori che ha diretto nello scontro con Italpizza per la conquista di un importante riconoscimento sindacale.

Le operaie e gli operai hanno usato giustamente gli strumenti consentiti loro dalla lotta di classe: scioperi, picchetti e manifestazioni. Per questo sono stati assurdamente denunciati. La magistratura borghese oggi, però, non si limita a questa ingiustizia, ma arriva all’aberrazione tipica di un vero e proprio regime antioperaio, di accogliere la richiesta padronale di processare il SI Cobas per il risarcimento dei danni che l’azienda avrebbe subito. Risarcimento che potrebbe arrivare alla cifra stratosferica di 500.000 euro.

Che i padroni del settore della logistica e della produzione siano feroci sfruttatori di lavoratrici e lavoratori lo sappiamo da sempre. Ma oggi assistiamo a un salto di qualità e al diretto attacco della magistratura e degli istituti giuridici dello stato borghese ai più elementari diritti sindacali.
Guerra, disoccupazione, inflazione, miseria distruzione ambientale sono il prezzo quotidiano che la classe lavoratrice e le masse popolari pagano ogni giorno in ossequio a quell’autentico sistema di rapina sociale rappresentato dall’organizzazione borghese della società. Ora si aggiunge questa infame repressione giudiziaria.

Colpiscono uno, colpiscono tutti. Tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe operaia devono scendere immediatamente sul terreno della lotta e contribuire a costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante che risponda ai suoi interessi immediati e futuri.
L’unica soluzione è aprire una fase nuova nella prospettiva anticapitalista del governo dei lavoratori, l’unico che può garantire veramente le condizioni di vita della classe operaia e i diritti democratici di tutte e tutti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà del sindacalismo di classe italiano al SUTNA argentino

 


Come la repressione colpisce i lavoratori in ogni angolo del mondo. Anche in Argentina, le esemplari lotte operaie per un salario dignitoso si scontrano con l'apparato giudiziario e poliziesco che mette sotto accusa uno dei principali dirigenti del SUTNA, sindacato che rappresenta i lavoratori delle fabbriche di pneumatici. Riportiamo di seguito due comunicati di solidarietà al SUTNA da parte dei sindacati italiani SGB e SI Cobas.

Solo una mobilitazione proletaria su scala planetaria può spazzare via le istituzioni borghesi, espressione di questo sistema, il capitalismo, sempre più decadente.



SGB AL FIANCO DELLA LOTTA DEL SUTNA ARGENTINO

Il Sindacato Generale di Base esprime la propria solidarietà ad Alejandro Crespo, segretario generale del sindacato argentino SUTNA (Sindicato Único de Trabajadores del neumático Argentino), denunciato penalmente per la sua azione di lotta in difesa dei lavoratori delle fabbriche di pneumatici Pirelli, Bridgestone, Fate ed altre.

A fronte di un tasso di inflazione che in Argentina ha ormai toccato quota 100%, la parte datoriale ha concesso, in sede di trattiva per il rinnovo del contratto collettivo, un aumento del 38% in busta paga.

Una provocazione che non poteva restare senza risposta: immediatamente i lavoratori del SUTNA hanno occupato il palazzo del Ministero del Lavoro proclamando lo sciopero prolungato a tempo indeterminato. Mentre i media al servizio del padronato si sono subito scagliati contro quella che è una legittima quanto elementare rivendicazione salariale, Crespo si trova ora a doversi difendere dall’accusa della magistratura.

Ancora una volta i fatti dimostrano, in Argentina come in Italia, dove nell’estate appena trascorsa la Procura di Piacenza ha messo agli arresti domiciliari e disposto misure cautelari per alcuni dirigenti del SI Cobas e della USB (Sindacato Generale di Base | LE LOTTE OPERAIE NON SI PROCESSANO! MANIFESTAZIONE NAZIONALE SABATO 23 LUGLIO A PIACENZA (sindacatosgb.it)), che rimane come sempre necessaria una risposta unitaria e coesa dell’intera classe lavoratrice, che travalichi ogni frontiera nazionale, ogni differente appartenenza di categoria o di sigla.

L’aggravarsi delle varie crisi in atto (bellica, energetica, inflattiva, pandemica), che seminano sempre più un diffuso malcontento, mettono tutti noi di fronte all’urgenza di una mobilitazione generale prolungata.

Nessuna lotta sindacale vada sotto processo. Paghi chi non ha mai pagato: padroni, capitalisti, governi borghesi.

Con Alejandro! Con tutti i lavoratori colpiti dalla repressione poliziesca e giudiziaria! (1)

Sindacato Generale di Base



SOLIDARIETÀ DEI LAVORATORI SI COBAS AI COMPAGNI ARGENTINI DEL SUTNA IN LOTTA E AL LORO LEADER ALEJANDRO CRESPO

Cari compagni del SUTNA, il SI Cobas, sindacato di base italiano, esprime la sua piena solidarietà alla vostra decisa lotta per la difesa del salario, a fronte di un’altissima inflazione, e contro la dura resistenza delle aziende del settore gomma, inclusa l’italiana Pirelli, che hanno deciso la serrata.

Piena solidarietà anche al vostro segretario generale Alejandro Crespo, denunciato dal governo.

Ovunque i governi e le istituzioni borghesi sostengono i padroni contro i lavoratori, anche in Italia dove nel luglio scorso il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani è stato messo agli arresti domiciliari insieme ad altri militanti del sindacato con accuse false e infondate.

La risposta di lotta di migliaia di lavoratori ha fatto ritirare gli arresti.

Anche in Italia l’aumento del costo della vita sta falcidiando i salari, e si rende necessaria una risposta generalizzata di lotta. Insieme ad altri sindacati di base, stiamo preparando lo sciopero generale del 2 dicembre, per il salario e contro la partecipazione del governo italiano alla guerra in Ucraina e il riarmo, per l’unione internazionale dei lavoratori di tutti i paesi – compresi ucraini e russi – contro i rispettivi governi e contro il capitalismo che produce sfruttamento e guerra.

La vostra lotta è un esempio per tutti i lavoratori anche in Italia.

Auguriamo pieno successo alla vostra lotta, adoperandoci per promuovere il sostegno dei lavoratori combattivi della Pirelli in Italia. (2)

SI Cobas – Commissione per la Solidarietà Internazionale





(1) https://www.sindacatosgb.it/sgb-al-fianco-della-lotta-del-sutna-argentino/

(2) https://sicobas.org/2022/09/29/argentina-solidarieta-del-si-cobas-ai-compagni-argentini-del-sutna-in-lotta-e-al-loro-leader-alejandro-crespo/

Intervista a un compagno del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya

 


1 Ottobre 2022

English translation

Pubblichiamo questa intervista fatta a un compagno russo del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya, RRP (Partito Operaio Rivoluzionario), che si è coerentemente espresso contro la guerra in Ucraina e contro l’imperialismo russo. Per garantire la sicurezza del nostro compagno omettiamo il suo nome, così come tutti i nomi di luoghi. Il compagno ha inoltre insistito a utilizzare nell’intervista l’espressione “operazione militare speciale” anziché “guerra”. Ci ha spiegato che anche solo l’uso della parola guerra, infatti, potrebbe essere sufficiente per subire una denuncia amministrativa. Auguriamo a lui e alle altre compagne e compagni buon proseguimento di lotta.

L'intervista è stata fatta poco prima dell'annuncio da parte di Putin della cosiddetta mobilitazione parziale. Va quindi tenuto conto di questo per ciò che riguarda i giudizi e le analisi contenute nelle risposte del compagno (n.d.r.)


Compagno, ci puoi riassumere la posizione del tuo partito sulla guerra?

Sì, certo. La posizione del mio partito è stata esposta abbastanza dettagliatamente. Dopo il nostro ultimo congresso, che si è tenuto nel maggio di quest’anno, la nostra posizione è stata confermata definitivamente. È basata sulle conclusioni del lavoro di Vladimir Ilich Lenin L'imperialismo, stadio supremo del capitalismo, e appellandosi a questo lavoro, alla teoria dell’imperialismo, noi non riteniamo che vi sia un imperialismo buono. Io non l’ho mai pensato. Guardiamo per esempio il dirigente del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) Gennadii Andreevich Ziuganov, e il famoso filosofo di sinistra Žižek. Talvolta le loro opinioni combaciano, e in questo caso hanno combaciato. Le loro posizioni sulla borghesia hanno combaciato. Slavoj Žižek e Gennadii Ziuganov pensano che ci sia un capitalismo buono che si oppone a quello cattivo. Dal punto di vista di Žižek è il capitalismo occidentale che è più progressivo di quello russo, e conformemente Ziuganov sostiene la posizione opposta, che il capitalismo russo sia più progressivo di quello occidentale. In realtà la loro posizione è la stessa. Io non penso che un capitalismo imperialista possa essere progressivo. La posizione del nostro partito si riferisce proprio a questo. Può essere letta sul nostro sito, e anche sui nostri gruppi, precisamente su Facebook, e sulla rete sociale russa VK, VKontakte, che è quella che principalmente usiamo, nonché su Telegram. L’abbiamo esposta sia come una posizione programmatica a parte, sia come parte della risoluzione del nostro congresso.


Ci puoi raccontare quando e perché ti sei unito al Partito Operaio Rivoluzionario?

Allora, nel 2014 io tendevo già ad avere delle vedute, delle idee di sinistra. Poi ho avuto un cambiamento. Direi che all’epoca ero un po’ più liberale di adesso. Forse perché non sono abbastanza istruito, o perché vivo in un posto di provincia, non capisco molte cose. Non dico che sono omofobo o transofobo, ma non capisco molte cose sulle questioni di genere. Non capisco molte cose dei cosiddetti partiti neomarxisti, dove vedo molta pretenziosità. A un certo punto, un membro del Comitato Centrale del nostro partito mi ha scritto su internet. L’hanno fatto anche con altre persone. Quando vedevano che qualcuno sembrava interessato al socialismo, al comunismo, gli scrivevano sulla rete sociale VK: «Ciao, ti interessano le idee comuniste? Vorresti entrare nel nostro partito?». Il partito cerca di fare propaganda un po’ come Gandhi [ride]: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, e infine li batti! Per un certo periodo noi siamo stati anche derisi per questo, poi hanno iniziato anche loro a usare questa tecnica, perché funziona. Sì, e io sono entrato nel Partito Operaio Rivoluzionario proprio in questo modo. All’epoca si dava molta importanza alle questioni identitarie, ciò che chiamiamo il marxismo occidentale. Anche se anche abbiamo dato molta importanza anche al leninismo e all’analisi marxista, quando era vivo il nostro fondatore. Ecco, poi letteralmente dopo un anno sono andato al congresso, e con mio stupore e addirittura choc ho visto che al congresso sono stato promosso candidato, ed eletto nella Commissione Centrale di Revisione. Non me l’aspettavo, ed è stata una grande sorpresa. Sono stato eletto anche un'altra volta ma ho chiesto di essere esentato per validi motivi, a causa di problemi personali. Sul mio partito voglio dire ancora una cosa: da quando sono entrato ci sono state due scissioni, delle quali una abbastanza grande. Come prima, continuiamo la nostra posizione di appoggio critico al PCFR, non corriamo dietro il discorso identitario. Anche se ultimamente in Russia il discorso conservatore in quanto tale si è come standardizzato, come se fosse diventato “normale”. Gli inviti alla violenza verso le minoranze vengono praticamente accettati, e questo non va bene. Un conto è discutere quanti generi ci sono, 50 o 60, e un altro discorso è quando per delle persone è davvero pericoloso vivere su questo pianeta, semplicemente. È una cosa un po’ diversa, e su questo io sostengo la posizione che contro queste cose bisogna lottare con tutti i metodi, con tutti i mezzi. Contro i pericoli alla vita delle persone, perché abbiano il diritto a una vita sicura, a un lavoro, ecc.


Come descriveresti il sistema politico russo? Ritieni che la Russia sia un paese imperialista?

Sì, l’ho già detto rispondendo alla prima domanda. Sì, la Russia è un determinato paese imperialista. E anche se si tratta di un imperialismo secondario rispetto a quello americano, per esempio, questo non giustifica affatto l’imperialismo russo. Anzi, al contrario: io mi sono reso conto di alcuni elementi di questo imperialismo all’università, quando studiavo pedagogia adolescenziale. Io vedo che le nostre élite sono infantili, in un certo senso. Ricordano un adolescente che è stato umiliato, e in un dato momento cerca di compensare questa umiliazione, di compensarla con la violenza: più violenza c’è, meglio è! Questo mi ricorda anche l’esempio di Israele. Da noi questo viene detto apertamente. Perché Israele attacca i propri vicini? Perché lo fanno i turchi? Perché noi non possiamo? Cioè fanno i duri, come direbbero i giovani. Israele non chiede scusa di nulla, mai. Se sparano a qualcuno, la gente se ne sbatte. Non si scusa, bombardano, dicono che sparano ai terroristi, e a loro tutto è perdonato. C’è come un desiderio di recuperare il terreno perduto, di modo che parlino con te alla pari nel mondo capitalistico. E il metodo è mostrare la tua ferocia da duro, essere dei duri. Questo ricorda davvero il comportamento di un adolescente complessato. Su questo piano, certo, l’imperialismo russo è disgustoso, ma a parte questo non è né migliore né peggiore di quello americano, e di quello occidentale più in generale. Per quanto riguarda l’Unione Europea in quanto tale, non mi sembra che conduca una politica imperialistica. Altra questione è quella dell’imperialismo cinese che è in crescita, come anche quello turco. Adesso tutti parlano della Russia, ma più in genere ci sono delle tendenze pericolose nel mondo. Per quanto riguarda il sistema politico russo, io lo descriverei come bonapartista. Cosa vuol dire? L’élite russa è concentrata intorno alla figura del presidente, ed è costituita dall’oligarchia e dalle istituzioni che si occupano di amministrare la forza. Sono la base del potere putiniano. Questi apparati di sicurezza esercitano una funzione determinata, cioè da un lato frenano gli oligarchi con qualche slogan populista (la difesa del popolo semplice, ecc.), ma cercano di compiacere anche la piccola borghesia e la classe operaia, nonché il capitale finanziario e industriale. Quelli che vengono chiamati “gli amici di Putin” (anche se io non direi che sono suoi amici, in realtà). Ecco, questo destreggiarsi può essere molto lontanamente paragonato all’epoca napoleonica, cioè di Napoleone III, del secondo impero francese. Certo, questo è un paragone lontano. A me personalmente sembra anche che il sistema politico russo ricordi il peronismo in Argentina. Per quanto riguarda l’Argentina, l’appoggio a Juan Perón dal basso era talmente vario che i suoi sostenitori, dalle vedute diverse, si sono praticamente fatti la guerra, contando che tra i peronisti ci sono stati i peronisti di sinistra, i montoneros, e i peronisti della A.A.A., l’Alleanza Anti-Comunista Argentina. Certo, da noi non c’è un fenomeno simile, ma mi sembra che la Russia putiniana ricordi per certi versi il peronismo.


Che sentimenti ci sono nella popolazione a proposito della guerra? Cosa pensa la classe operaia? Vi sono delle proteste?

Comincio dalle proteste. Di proteste ce ne sono state, ma sono durate molto poco. Diciamo che con le sanzioni ci hanno molto aiutato (cioè, non noi, ma il nostro governo). Con le sanzioni ci hanno aiutato così bene che adesso alcune fabbriche di automobili sono praticamente chiuse. La produzione è stata ridotta o trasferita ad altre fabbriche. Il settore automobilistico si trova in una grande caduta. Quindi, le persone non possono davvero protestare. E anche se possono, la maggioranza ha semplicemente paura. C’è un episodio interessante che vi racconto. Le poche proteste che ci sono state ci sono state in primavera, e si sono interrotte molto presto. La cosa interessante è che si sono interrotte anche le azioni a sostegno dell’”operazione speciale”! Il Partito Nazional Bolscevico russo, i naz-bol come li chiamiamo (una specie di guardia seminazista), manifestava a sostegno dell’”operazione speciale”, e li hanno messi dentro lo stesso, senza fare distinzioni! Quindi il concetto è: non andare a manifestare e basta! E i problemi che sono legati alla perdita del lavoro sono più sentiti. Adesso non ci sono proteste. Ci sono probabilmente su internet, ma su internet si può trovare di tutto… Sì, c’è la “coscienza della nazione” che ha scelto di emigrare, ma loro non sono considerati dalla maggior parte della popolazione. Tornando all’inizio della domanda, scusate se vi rispondo a lungo… I sentimenti della popolazione sono contradditori. Qui il punto è che all’interno della popolazione della Russia, con l’eccezione di una parte marginale, non ci sono persone che giustificano il governo di Kiev. Alcuni considerano l’Ucraina un paese fratello, anzi probabilmente sono la maggioranza. Ma il governo di Kiev viene considerato praticamente come un governo di occupanti, come degli agenti del Dipartimento di Stato, cioè degli americani, come se non fosse un vero governo ucraino. E a partire da questo si forma l’opinione che bisogna liberarli, abbattere questi occupanti, e pum!, l’Ucraina diventa “normale”… Con l’eccezione dell’Ucraina occidentale. C’è una convinzione metafisica che gli ucraini tendano alla Russia, e che se cercano di dirlo, i nazisti, cioè i battaglioni nazisti, li picchiano in testa per strada. È vero, questi battaglioni nazisti ci sono, e la loro presenza serve a rafforzare questo mito. I nazisti ci sono davvero, e sono ben visibili. Penso che ce ne siano di più che in Russia, in questo momento. I nostri si sono nascosti tutti. O si sono “travestiti” sotto altre forme, come cosacchi, come gente che parla del mondo russo, patrioti, ecc. Quindi c’è questo desiderio di rendere l’Ucraina “libera”, anche se loro veramente non chiedono questo. C’è questa idea che si tornerà indietro nel tempo, che poi riprenderemo a venire a trovarci, a venire in vacanza reciprocamente, che Zelenski riprenderà a girare delle stupide commedie russe, come faceva prima negli anni 2000… che la pace e l’amicizia torneranno tra noi, come prima, basta abbattere il governo di Kiev... Ovviamente le cose non andranno così. Per quanto riguarda l’opinione della classe operaia, è un po’ simile a quella generale. Alla gente non piacciono i metodi. Molti giustificano gli obiettivi, ma non gli piacciono i metodi con i quali l’”operazione speciale” viene condotta. Non pensano che gli ucraini siano dei veri nemici. A qualcuno non piacciono né i metodi né gli obiettivi, ma comunque non amano il governo di Kiev, si preoccupano per la popolazione del Donbass, sulla quale si spara sul serio, e dicono: «Perché lo fanno?». Ma lo fanno… Per esempio, mia mamma si preoccupa molto e del tutto sinceramente per i bambini del Donbass che muoiono… Ma noi capiamo che i bambini non muoiono solo lì. In questo non c’è nessuna cattiveria, né odio. C’è questo sincero desiderio di rendere questo paese “libero”, nel nostro senso ideologico, fare loro del bene… Forse è difficile spiegare tutto questo a degli stranieri…


Ci puoi raccontare dove lavoravi all’inizio della guerra, e perché hai deciso di licenziarti? Che lavoro fai adesso?

Questa è una storia a parte. Allora, all’epoca io lavoravo in una fabbrica meccanica, di mitragliatori. Per l’esattezza, ero direttamente in produzione. Il punto è che la settimana precedente l’inizio dell’”operazione speciale” io non sono andato al lavoro. Stavo molto male, e naturalmente ho sofferto anche dell’evoluzione della situazione politica. Alla fine mi sono fatto forza e ho detto: bene, domani vado al lavoro. La mattina mi sono alzato, prendo il filobus, guardo il telefono, e vedo che nei nostri gruppi c’è un casino… Tutti urlano, tutti dicono: hanno attaccato, hanno attaccato… In precedenza c’erano stati molti falsi allarmi: la Russia è intervenuta, non è intervenuta, ecc… Quindi non si capiva. Quando sono arrivato al lavoro mi aspettavo come minimo che mi licenziassero. Come minimo, o che mi togliessero tutti i premi di produzione possibili… Insomma, mi aspettavo che mi facessero una lavata di capo, che il capo mi distruggesse e mi mangiasse. Ma di me non gliene sbatteva niente a nessuno. Tutti sembrano davvero persi, molto seriamente. Eravamo nella sala fumatori, il nostro capo è arrivato correndo e ha detto: via i telefoni, tutti al lavoro, le notizie le leggerete dopo! Quindi nessuno mi ha considerato. A me era finito l’internet sul telefono, mi erano finiti i soldi. E lì è molto difficile uscire a ricaricare, perché è molto difficile uscire dal territorio della fabbrica. E tutti i discorsi erano sul fatto che l’economia sarà distrutta, che saremo sotto embargo totale, ecc. E che era sensato fare scorte di generi alimentari, cosa che infatti ho fatto anch’io. Letteralmente dopo due giorni, quando ho ricevuto lo stipendio, abbiamo comprato da mangiare per due mesi, pensando che i prezzi sarebbero schizzati. Poi sono iniziate tutte queste psicosi sullo zucchero, ecc. Insomma, in generale eravamo abbastanza spaventati. Cosa succederà adesso? Onestamente, io non pensavo che con tutte le sanzioni l’economia avrebbe retto così bene. Non direi che la situazione è perfetta, ma noi ci aspettavamo molto di peggio, onestamente. Ci aspettavamo sicuramente la deflazione del rublo. La gente è andata a comprare dollari, poi si sono messi a imprecare. Quando non mi ero ancora licenziato, un mio collega si lamentava di non aver comprato dollari prima, poi dopo alcuni mesi piangeva e correva dicendo: "Perché non ho venduto i dollari?", perché il rublo si è molto rafforzato. Perché mi sono licenziato? Mi sono licenziato per vari motivi. Ho avuto davvero un esaurimento morale. Vorrei anche aggiungere che io sono comunque un armaiolo russo. Non so se conoscete la scultura della Madre Patria di Volgograd [Stalingrado], che in realtà è un insieme di sculture composto di tre parti. C’è un monumento a Magnitogorsk [città industriale sugli Urali], dove il Lavoratore Retrovia consegna una spada al Soldato dell’Armata Rossa. A Stalingrado, la Madre Patria solleva questa spada, e conformemente a Berlino il Soldato Liberatore, che ha una bambina tedesca in braccio, abbassa questa spada. "Basta, la guerra è finita". Cioè, "l’ho sollevata, ho scacciato il nemico, basta, adesso non serve più". Insomma, questo Soldato Liberatore non agita la spada come un sadico, non taglia a fette i bambini tedeschi con questa spada. Noi non facciamo le armi per questo! Volevo dire questo… non so se le mie metafore sono comprensibili. Comunque, mi sono licenziato anche per motivi professionali. Io non avevo una qualifica abbastanza buona, quindi non andava bene per la produzione in cui lavoravo. Ho provato ad andare in un altro reparto, ma non ce l’ho fatta, quindi mi sono dovuto licenziare. Infine, certamente anche motivi politici hanno influito sulla mia scelta. Mi stavano finendo i soldi, adesso lavoro nel settore privato, nell’amministrazione di condomini.


Come hanno reagito la tua famiglia e i tuoi conoscenti alla tua scelta?

Per quanto riguarda la mia posizione, in generale è capita benissimo. Mia mamma guarda molta televisione e tutta questa propaganda, quindi lei ha una posizione molto patriotica, diciamo così, o meglio filoputiniana. Mio padre ha una posizione un po’ più ragionevole e mi capisce, anche gli altri mi capiscono. Come dicevo, questa situazione viene vissuta in modo un po’ più profondo e complicato di quanto possa sembrare, specialmente dall’estero. La popolazione ha una percezione complicata. Poi non bisogna dimenticarsi che il Donbass esiste, lì ci vivono delle persone e gli sparano addosso in continuazione. Gli sparano gli ucraini, ormai con armi della NATO. Questo sta succedendo davvero. Adesso non voglio parlare di ipocrisia, però adesso tutti parlano dell’aggressione contro l’Ucraina, e ovviamente è un male, è orribile. Ciononostante, gli ucraini mitragliano in tutta tranquillità la regione di Lugansk, come se fosse una cosa normale, nell’ordine delle cose.


In Russia si parla dei crimini dell’esercito russo contro la popolazione civile? Tu personalmente cosa ne pensi?

Questa domanda è molto pericolosa, perché è molto vicina all’articolo del codice che mi potrebbe condannare, ma risponderò lo stesso [il compagno insiste a rispondere]. Prendo su me stesso tutta la responsabilità. In realtà non tutti ci credono. Sì, se ne parla. In effetti, questo è proprio uno dei motivi per i quali le persone non vogliono sostenere i metodi. Bisogna considerare che ci sono anche delle gravi perdite russe, sono davvero molto gravi. A molti non piacciono i metodi di combattimento, anche a molti ufficiali. Molti non capiscono, se ci sono delle armi così precise, così moderne, perché queste armi sparano non si capisce dove? Tutti sono convinti che questi colpi non siano intenzionali. Di questo sono convinti assolutamente tutti, tutti sono convinti che questi colpi siano casuali. Ma logicamente sorge la domanda: perché combattono in modo così “non professionale”? Io ho studiato molto dei conflitti locali, e non è mai successo che tutto andasse bene. Cioè, anche gli americani in Iraq hanno bombardato degli obiettivi civili, e quanti siano morti nella popolazione civile semplicemente non lo sappiamo, perché degli iracheni non importava nulla a nessuno. Gli iracheni non erano sostenuti dal centro capitalistico. Per non parlare del Vietnam, o di quante perdite ci siano state in Afghanistan durante l’intervento americano, e anche quello sovietico… non si capisce, perché nessuno si è preso la briga di contare. Qui invece c’è l’interesse di tutti. In ogni modo, da noi si parla più dei crimini di guerra ucraini. Per fare un altro esempio, qui in Russia ci ricordiamo tutti bene del tribunale dell’Aja sulla Jugoslavia. Sappiamo come tutte le parti del conflitto si sono comportate in Jugoslavia, ma i colpevoli sono risultati solo i serbi. Invece le condanne inflitte da quel tribunale ai criminali di guerra bosniaci e croati sono state ridicole: da due a dieci anni di galera per delle stragi. Per questo, da noi si dice: loro hanno due pesi e due misure, perché noi dobbiamo essere obiettivi in questa situazione? Anche noi useremo due pesi e due misure, allora. Adesso non è che voglio fare un discorso filosofico, ma qui mi sembra che in una situazione del genere nessuno abbia ragione. I crimini di guerra sono crimini di guerra, la guerra non è uno scherzo, non fa ridere.


Molti in Occidente criticano i propri media, dicendo che raccontano la guerra in modo molto unilaterale. Cosa ne pensi, come si comportano in proposito i media russi?

Si comportano esattamente allo stesso modo. L’espressione che avete usato risponde già alla domanda. Assolutamente allo stesso modo, battono sulla propria linea. Ignorano, negano, insinuano sui dati. Dicono in continuazione che i media occidentali sono uguali, che hanno due pesi e due misure, che sono controllati dalla volontà dei loro proprietari. Quindi i due casi mi sembrano assolutamente uguali, questi o quelli... Posso anche dire che i metodi dei media ucraini non sono molto diversi da quelli russi. È tutto quello che si può dire in materia.


Come pensi che si debba difendere l’Ucraina? Pensi che abbia il diritto a ricevere armi da altri paesi?

Qualunque paese indipendente ha il diritto di ricevere aiuto da altri paesi indipendenti e sovrani. Qualunque, è un diritto assolutamente naturale. In questo caso, vorrei dire che tutto questo mi ricorda il XVII secolo in America, nello specifico la politica coloniale. I francesi armavano gli algonchini con i moschetti, con un sacco di moschetti, mentre gli inglesi armano gli irochesi. Mi riferisco alla Guerra franco-indiana dei sette anni. Quelli si ammazzano allegramente l’un altro, distruggendo la natura circostante che gli dava le risorse. La insteriliscono, e così sono costretti ad andarsene a ovest, perché la loro terra è completamente svuotata. Anche gli algonchini se ne vanno più a ovest. Insomma, l’unica cosa che hanno ottenuto facendosi le guerre l’un l’altro è che hanno distrutto la propria terra e sono stati costretti ad abbandonarla. La quale terrà è stata felicemente abitata dai coloni europei, che avevano un’economia più avanzata, meno invasiva, quindi potevano avere un’agricoltura più intensiva, ecc. A loro non importava nulla, per loro quella natura era sufficiente. Questo è ciò che successe all’epoca. Comunque, per tornare alla risposta diretta: sì, qualunque paese ha diritto all’aiuto, o quanto meno a chiedere aiuto.


Cosa ne pensi delle affermazioni dei media statali russi, secondo le quali tutti gli ucraini sarebbero dei “nazisti”?

È semplicemente una fesseria, una fesseria! Vi rispondo con le parole di Jim Jarmusch: è una fesseria, una fesseria del c…! [scandisce lentamente le parole] Ma lasciatemi fare una rettifica, o una precisazione. Le affermazioni dei media russi suonano così, possono essere interpretate proprio così, ma il contesto è un po’ diverso, come ho detto. Cioè, dal punto di vista dell’ideologia corrente da noi, non tutta l’Ucraina è nazista. Innanzitutto, viene considerata nazista l’Ucraina occidentale. E questa espressione non indica un qualche territorio determinato, con dei confini. È una specie di formula metafisica. Una certa Ucraina occidentale è un’Ucraina nemica. È nemica, e fondamentalmente non è nostra, non ci appartiene. E poi c’è un’altra Ucraina, che non è nemica ma è subordinata, conquistata. Questa è l’Ucraina buona, giusta. E conseguentemente tutto il contesto di questi termini ideologici è che gli ucraini occidentali adesso hanno conquistato gli ucraini orientali, a parte il Sud-Est del paese e le regioni di Donetsk e Lugansk che si sono ribellate. Ma anche su questo bisogna dire che il movimento del Donbass è stato un movimento dal basso. All’inizio, l’anti-Maidan è stato un movimento assolutamente dal basso, che poi è stato conquistato e manipolato, prima dalle élite locali e poi dall’oligarchia russa. È stato conquistato e messo sotto controllo, ma in origine era una cosa dal basso. E questo non è successo solo nel Donbass, è successo anche nelle regioni centrali dell’Ucraina, Kherson, Zaporizia, Chernigov, Odessa. Sappiamo che lì hanno dato fuoco alla Casa dei sindacati con la gente dentro. Quindi stiamo parlando di scontri complessi. All’epoca c’era un sincero desiderio di fermare il nazionalismo ucraino. Comunque, con questi termini ideologici ormai la gente è completamente impazzita. La teoria che c’era prima e che metteva tutti in uno stesso fascio ora è sempre più marginale e sta acquisendo un po’ una piega. Per esempio, prendiamo l’uccisione di Daria Dugina. Non so come si possa essere così idioti da fare una cosa così. Praticamente, hanno creato una martire per questa teoria del “mondo russo”. Hanno fatto una specie di Giovanna D’Arco di questa donna con delle concezioni oscenamente reazionarie e nazionaliste. Mi viene anche difficile credere che in questo abbiano partecipato i servizi ucraini, perché è il regalo più grande che si potesse fare ai nazionalisti e agli sciovinisti russi. Dal punto di vista strategico-militare è stata un’azione assolutamente inutile. È stata semplicemente creata una martire, rafforzando questa unione generale e quest’odio, che c’è già abbastanza, e nel quale stiamo già annegando. Voglio aggiungere che io ho degli amici in Ucraina, e anche a loro cercano di lavare il cervello come si deve su questa questione, dopo l’inizio dell’”operazione militare speciale”. Chiedo sempre di scrivere “operazione militare speciale”, non g… [noi lo rassicuriamo] Dopo le ultime azioni ucraine andate a buon fine, la gente è piombata in una specie di odio. Io qui non posso dire: «Tonti, non capite niente», perché è una questione puramente emotiva.


Cosa pensi delle persone di sinistra che in Occidente dicono che bisogna sostenere Putin? Se avessi la possibilità di discutere con loro, cosa diresti loro?

Faccio questo esempio. C’è uno studioso russo che si occupa di America Latina, Oleg Iasinskii. Lui non vive in Russia, vive da molto tempo in Cile, mi sembra, o comunque in Sud America. Lui si esprime assolutamente e radicalmente a sostegno della Russia, pur sapendo che cos’è il capitalismo: lui è di sinistra, è un socialista. Ma lui fa anche un distinguo, che in questo caso è molto importante: «Io non vivo in Russia da molto tempo, non so più com’è, che cosa succede lì. Io vedo che cos’è l’imperialismo americano qui, in Sud America. È incredibilmente visibile, in Sud America è assolutamente ovvio. C’è un’interferenza incredibilmente chiara, diretta e selvaggia dell’imperialismo americano, nel suo aspetto più terribile». E anche qui si può capire questa persona, cioè, di fatto lui vede la situazione da una parte. Stop. Lui vede che l’imperialismo americano è il male. E non capisce che l’imperialismo russo appare come se fosse alternativo, anche se non c’è nessuna alternativa. Ecco dov’è il problema. Questo è quello che potrei dire su questa questione. E per quanto riguarda quelli che in Occidente sostengono l’imperialismo russo, penso che si tratti di stalinisti, perché so che agli stalinisti piace sostenere Putin, non da oggi. Dipende tutto da come arrivano a questa conclusione, che l’imperialismo russo sia in un certo senso migliore. Oleg Iasinskii ha uno sguardo soggettivo, molto soggettivo. E lui fa subito il distinguo: «Io non so com’è in Russia, io so com’è qui. Qui bisogna colpire e sconfiggere l’America». Capito? Poi, se si fanno varie congetture, o se ricevono qualche soldo, è sulla loro coscienza. Io certamente non sosterrò questa posizione, assolutamente no, no grazie. Costerebbe troppo. C’è qualcosa di più alto degli interessi personali. Bisogna essere delle persone di principio, mi sembra.

a cura di Elia Spina