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L'estate calda degli scioperi negli USA

 


Mentre la nostra burocrazia sindacale dorme, il proletariato si muove nel mondo

Mentre la classe operaia italiana è ridotta alla passività dalle burocrazie sindacali, la lotta di classe si muove nel mondo. L'abbiamo visto negli scorsi mesi con le dinamiche di lotta in Francia, in Gran Bretagna, persino in Germania. Lo vediamo ora nella calda estate americana. Scioperi di massa investono diversi settori. Seicentocinquantamila salariati USA hanno dichiarato o minacciato scioperi nei settori dell'industria alimentare (latticini), del pubblico impiego, della logistica, dell'industria automobilistica. Da gennaio a oggi si sono tenuti 226 scioperi che hanno coinvolto quattrocentomila dipendenti. Negli ultimi due anni erano rispettivamente trentamila e ottantamila. Dunque un incremento nettissimo.

La rivendicazione centrale è quella di un forte aumento salariale, a fronte dell'alta inflazione e del potere d'acquisto perduto. Negli stabilimenti del colosso UPS, settore spedizioni, la sola minaccia di uno sciopero prolungato ha strappato aumenti salariali del 50%, comprendendo nell'aumento anche i lavoratori part time. È il più grande aumento salariale ottenuto negli ultimi decenni. Nell'industria automobilistica (General Motors, Ford, Stellantis) il nuovo leader del sindacato UAW Shawn Fain rivendica aumenti salariali del 40% in quattro anni con piena copertura dei nuovi assunti. Da qui l'annuncio dello sciopero per settembre.

Cresce la domanda di sindacalizzazione, oggi bassa nel settore privato (6%), più alta nel settore pubblico (23%). Recenti sondaggi attestano che il 50% dei lavoratori in imprese non sindacalizzate vorrebbero iscriversi alle unions. Si allarga il sostegno alle ragioni degli scioperi nella società americana. Il sondaggio Gallup attesta che il 71% degli americani appoggia le ragioni dei lavoratori.

Questo sussulto di lotte è sospinto da diversi fattori: l'accresciuta forza contrattuale del lavoro a seguito della ripresa economica post-Covid, il nuovo attivismo di giovani dipendenti gravati dai debiti studenteschi accumulati, l'emersione di direzioni sindacali più combattive di nuova generazione alla testa di diverse unions, ma anche l'effetto scandalo delle sperequazioni salariali negli USA. La confederazione AFL-CIO ha denunciato che lo stipendio medio di un manager USA corrisponde a 272 volte il salario medio dei dipendenti. Mentre il 70% della ricchezza nazionale si concentra nelle mani del 10% più ricco.

Le lotte proletarie in corso nel mondo smentiscono una volta di più le leggende liberali (e qui da noi postoperaiste) attorno al tramonto della classe operaia. Ma soprattutto denunciano l'insopportabile scandalo di una burocrazia CGIL che non muove foglia in presenta di salari in picchiata. E che finisce per di più, con la sua straordinaria passività, col regalare uno spazio d'immagine all'ipocrisia del governo Meloni e/o dei partiti borghesi di “opposizione” attorno a temi sociali. Il vuoto dell'opposizione di classe e di massa genera mostri, o abbellisce quelli esistenti.

È l'ora di voltare pagina in autunno. E di cambiare direzioni sindacali, che hanno fatto ormai bancarotta.

Partito Comunista dei Lavoratori

I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

In Gran Bretagna scioperano gli infermieri. Non accadeva da 106 anni

 


Gli infermieri britannici hanno votato a favore di un proprio sciopero generale contro il nuovo governo conservatore. Lo sciopero sarà attuato entro la fine dell'anno e si annuncia duro. Nei suoi 106 anni di storia è la prima volta che il sindacato di categoria del personale sanitario (RCN, Royal College of Nursing) promuove uno sciopero in Gran Bretagna. Al centro della piattaforma una forte rivendicazione salariale.


Lo sciopero ha un impatto politico, non solo sindacale. La Gran Bretagna sta attraversando una durissima crisi economica e sociale. Il nuovo premier di recentissima nomina Rishi Sunak sta predisponendo in questi giorni una legge finanziaria di lacrime e sangue, fatta di tagli alla spesa pubblica, per rimontare il crollo della sterlina. Il ministro della sanità Steve Barclay ha drammatizzato la convocazione dello sciopero annunciando un imprecisato intervento d'emergenza contro i lavoratori e le lavoratrici. Di certo nulla cozza contro la politica dei conservatori più di una domanda di investimento nella sanità pubblica e nei salari di chi ci lavora.

L'aspetto interessante della situazione inglese sta nella propagazione degli scioperi salariali in diversi settori proprio nel momento della massima crisi di direzione politica dell'imperialismo britannico e della sua stessa monarchia. È un esempio per la classe operaia italiana, e un monito al governo Meloni. Ma anche uno schiaffo all'inettitudine vergognosa della burocrazia sindacale di casa nostra, disposta a inginocchiarsi persino di fronte a un governo a guida postfascista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scioperi operai in Francia

 


Centocinquanta manifestazioni in tutta la Francia, grande corteo a Parigi. Una giornata nazionale di sciopero intercategoriale convocata da CGT, Force Ouvrière, Solidaires. 500000 lavoratori nelle piazze su scala nazionale secondo le cifre fornite dal sindacato CGT. Non è ancora una marea travolgente ma è più di un'azione sindacale ordinaria.


L'impulso all'azione di lotta viene dal basso. Da tre settimane gli operai delle raffinerie della Total sono in sciopero con i picchetti all'entrata per chiedere un forte aumento salariale. La Total nei primi sei mesi del 2022 ha accumulato 10 miliardi di profitti netti. L'inflazione in Francia, poco più bassa che in Italia, sta mangiando il potere d'acquisto. Gli operai della Total chiedono semplicemente di redistribuire i profitti. La Total prima ha opposto un rifiuto, poi ha offerto un aumento del 7%. La CFDT ha accettato, la CGT lo ha respinto perché «assolutamente inadeguato». A questo punto gli scioperi si sono estesi alle altre raffinerie con richieste analoghe, bloccando il rifornimento di benzina in larga parte del paese. Il governo è intervenuto precettando i lavoratori in sciopero. Il risultato è che lo sciopero si è esteso, combinando le rivendicazioni salariali con la difesa del diritto di sciopero. Il tutto alla vigilia del passaggio parlamentare della legge di bilancio, dove un governo privo di una maggioranza parlamentare ha evocato l'utilizzo dell'articolo 49 della Costituzione della Quinta Repubblica: quello che consente al governo di varare una legge senza il voto dell'aula parlamentare, a meno di essere sottoposto a un voto di sfiducia. L'impossibile convergenza parlamentare di NUPES e RN di Marine Le Pen è usata da Macron per affondare il colpo. Sarebbe la prima volta nella storia della Francia che l'articolo 49 viene applicato sulla legge nazionale di bilancio.

In questo quadro generale la burocrazia sindacale di CGT è stata indotta a proclamare una giornata nazionale di sciopero. Il suo obiettivo è duplice: rimontare il sorpasso della CFDT nelle recenti elezioni sindacali, consolidare la propria direzione sul movimento di sciopero per evitare dinamiche fuori controllo. A ciò si aggiunge la “concorrenza” d'immagine con la France Insoumise di Mélenchon, che cerca di intestarsi la rappresentanza politico-elettorale degli scioperi nel nome della creazione di un fronte popolare che unisca tutte le componenti del popolo francese. Un approccio populista e interclassista. Mentre il Partito Comunista Francese si allinea alla burocrazia CGT, di cui è parte, contro «abusive interferenze politiche». Tanto per dare l'idea delle contraddizioni che attraversano la NUPES francese.

Vedremo gli sviluppi della situazione. I marxisti rivoluzionari francesi hanno un ruolo importante nell'avanguardia, e spingono alla generalizzazione del conflitto. I ferrovieri, gli infermieri, gli insegnanti, l'intero settore energetico, diverse aziende industriali, hanno ieri scioperato a fianco dei lavoratori delle raffinerie. Non solo in segno di solidarietà, ma rivendicando un aumento generale dei salari di almeno il 10% (7% per il recupero sull'inflazione e 3% per la redistribuzione dei profitti) e un salario minimo intercategoriale di 2000 euro.
Certo è che dopo l'ascesa degli scioperi operai per rivendicazioni salariali, in Gran Bretagna, in Belgio, negli Stati Uniti, è venuto il momento della Francia. Non è il momento migliore per Macron, che in questo clima ha annunciato il ritorno alla carica per l'aumento dell'età pensionabile. Una prova di forza che si annuncia durissima.

Tutto il movimento operaio italiano deve dare solidarietà al proletariato francese e alla sua lotta. Di certo lo fa il nostro partito. La migliore azione di solidarietà è quella di fare come in Francia, come in Gran Bretagna, come in Belgio, come negli Stati Uniti, rompendo finalmente la lunga pace sociale che la burocrazia CGIL ha garantito ai padroni e ai governi italiani.
Per un forte aumento salariale unificante di 300 euro netti, la scala mobile dei salari, il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari. Per una lotta generale che vada sino in fondo. Non per un fronte popolare interclassista, ma per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Entra sulla scena la classe operaia iraniana

 


La ribellione di massa si estende

La ribellione al regime teocratico iraniano si estende. La mobilitazione delle donne ha prima coinvolto le principali università del paese, poi si è allargata alle scuole superiori e ai licei.
Ora nel varco aperto dai giovani fanno irruzione gli scioperi operai. Nelle industrie petrolifere e petrolchimiche dell'Iran, a partire dalle raffinerie della provincia di Bushehr, di Abadan nell'Ovest e di Kengan nel Sud, gli operai hanno incrociato le braccia in appoggio alla sollevazione degli studenti e delle donne contro la repressione sanguinosa del regime. Gli scioperi sono stati accompagnati dal blocco degli accessi alle fabbriche con l'uso di automobili e pneumatici bruciati. Nell'agitazione entrano anche rivendicazioni salariali, come già negli scioperi del 2021. Ma oggi la motivazione essenziale è politica. Ad Assaluyeh gli operai scandiscono “Non temere, restiamo uniti”, “ Morte al dittatore”. La parola d'ordine “donne, vita, libertà” ha scavato nel profondo dell'immaginario collettivo della giovane generazione .

Valuteremo la dinamica degli avvenimenti. Ma l'irruzione degli scioperi operai è un fatto carico di potenzialità enormi. Nel 1978-'79 furono gli scioperi operai nell'industria petrolifera a preparare la cacciata dello Scià. La memoria lunga di quell'evento è rimasta nella storia dell'Iran. Solo la classe operaia può unificare ed estendere la ribellione della gioventù e aprire una crisi rivoluzionaria nel Paese..

Campisti putiniani di casa nostra o simpatizzanti tali, che vedono il mondo attraverso il prisma degli schieramenti geopolitici e non delle classi sociali, fanno il verso ai mullah e alla loro polizia religiosa inveendo contro il solito “complotto imperialista” e appoggiando la repressione del regime. Una vergogna infame. Noi stiamo come sempre dall'altra parte della barricata, al fianco della ribellione operaia e studentesca. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici iraniani/e, l'unico che possa spazzare via dall'Iran la dittatura islamista e ogni interesse imperialista. La costruzione del partito della rivoluzione in Iran è posto dai fatti all'ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il vento di Gran Bretagna

 


Il culto della monarchia e gli scioperi operai

20 Settembre 2022

English translation

«Il re conquista tutti: si lascia baciare dai sudditi». Così un commosso Gianni Riotta, giornalista di punta di Repubblica, ha descritto l'incedere regale di Carlo III tra ali di folla osannante (10 settembre). La descrizione di un fatto? Piuttosto una sua rappresentazione incantata, quella che domina la narrazione nazionalpopolare a reti unificate attorno alla morte della regina e alla sua successione.

Ogni principio di realtà scolora nell'immaginario della leggenda.

La realtà è quella di una casta monarchica plurisecolare, segnata dal lusso di corte, dal parassitismo sociale più ostentato, dalle risse familiari esibite o taciute, dal passaggio ereditario di 15 miliardi di sterline come patrimonio intoccabile della famiglia. Segnata dal lascito di sangue e di orrori che ha percorso la storia dell'impero britannico alle più diverse latitudini del mondo, in Africa, in Asia e ovunque.

La leggenda è quella di una monarchia amica del popolo, al servizio del popolo, al di sopra delle diatribe politiche. Non una parola, per stare alla storia recente, sulla repressione della nazione irlandese, sul plauso fornito alla cavalleria della Thatcher contro i minatori, sulla guerra coloniale per le isole Malvinas, su tutto ciò che la monarchia britannica ha difeso e coperto a tutela della propria borghesia.

Perché la celebrazione di un'icona trascende volutamente la dimensione terrena. Il decesso della regina e l'avvento del nuovo re assurgono piuttosto a una dimensione mistica, al di là del tempo e dello spazio.
“Dio salvi la regina”, “Dio salvi il re” dipingono il re e la regina come emissari della volontà divina, secondo la tradizione dell'assolutismo. È la celebrazione dell'autorità terrena come appendice di un'autorità superiore, dunque sottratta per definizione alla volontà del popolo, ridotto a massa anonima i sudditi. Magari plaudenti, ma sudditi.

«La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi» scriveva con parole magnifiche Karl Marx. Nulla di più appropriato, e non solo per la Gran Bretagna.

Se non che i guai cominciano quando la sudditanza si mescola a sentimenti nuovi. Nella Gran Bretagna di questi giorni non c'è solo la commozione per la regina. Ci sono anche gli scioperi operai contro il carovita, per forti aumenti salariali. Portuali, camionisti, ferrovieri, lavoratori dei trasporti cittadini, operai di Amazon, insegnanti, infermieri, postini, impiegati di banca... Decine di migliaia di lavoratori e di lavoratrici hanno incrociato le braccia come non avveniva da mezzo secolo. Non sappiamo quanti di loro hanno versato lacrime per Elisabetta. Sappiamo che tutti sfidano il nuovo governo thatcheriano di Miss Truss.

La borghesia inglese ha campato a lungo sull'effetto traumatico della sconfitta del grande sciopero del 1984-'85 nelle miniere. Ma la generazione demoralizzata da quell'evento è ormai per lo più in pensione. E si affaccia una generazione nuova nel lavoro salariato, che non sembra disposta a portare la croce troppo a lungo. Darle una coscienza politica anticapitalista, ed anche di conseguenza antimonarchica, è il compito dei marxisti rivoluzionari in Gran Bretagna.

Partito Comunista dei Lavoratori

La locomotiva di Bonomi, e quella della nostra classe

 


Contro le provocazioni di Confindustria costruire una mobilitazione generale

13 Ottobre 2020

«Non è il momento degli scioperi... Non fermate la locomotiva dell'industria italiana.» Così ha dichiarato ieri Carlo Bonomi, fresco presidente di Confindustria. È lo stesso che nel febbraio scorso nella veste di capo di Assolombarda impose di non recintare come zona rossa i comuni della bergamasca. Allora il motto era “Bergamo is running”. Il risultato fu il maggior tasso di mortalità Covid del mondo. Ma la locomotiva dei profitti camminava, perché fermarla?

Dopo questa esperienza sul campo, i capitalisti italiani hanno voluto premiare Bonomi eleggendolo a capo di Confindustria, un titolo indubbiamente meritato. E Bonomi oggi li ripaga con un nuovo atto di fedeltà al cinismo della propria classe. Gli operai, a partire dai metalmeccanici, rinuncino ad ogni aumento salariale contrattuale, accontentandosi di eventuali elemosine aziendali finanziate da maggiore sfruttamento. E soprattutto non si azzardino a scioperare. Gli operai possono crepare, non lottare. Questa la sostanza del messaggio.

Bonomi si sente forte, non senza ragione. Ha davanti a sé un governo che lo riverisce, una burocrazia sindacale che tutto vorrebbe tranne aprire un conflitto, una classe operaia segnata negli anni da tante sconfitte e delusioni. Perché dunque non andare all'incasso? Così ragionano i vertici di Confindustria nel mentre tirano la corda della provocazione. Bonomi si offre alla borghesia italiana come lo stato maggiore di una vittoria annunciata.

Ma l'arroganza può giocare brutti scherzi, e le corde si possono spezzare. Già a marzo centinaia di migliaia di operai hanno scioperato contro padroni che li costringevano al lavoro senza sicurezza e in pieno contagio. Padroni e dirigenti sindacali dovettero affrettarsi in piena notte a varare un protocollo antincendio. La protesta è rientrata. Ma se domani dovesse riprendere? C'è una seconda linea del padronato italiano che il problema se lo pone e non vuol correre rischi. I Ferrero, i Barilla, i grandi gruppi del capitalismo alimentare che hanno disobbedito a Bonomi lo hanno fatto per quello. Bonomi tira dritto centralizzando la linea di scontro, ma la sua armata non è compatta. Se vince, vince per tutti; se perde, perde da solo.

Parallelamente, la burocrazia sindacale di FIOM, FIM e UILM ha dovuto obtorto collo proclamare uno sciopero per difendere il proprio ruolo di burocrazia. L'obiettivo è ottenere dal governo una detassazione di eventuali aumenti contrattuali per metterli a carico della fiscalità generale (cioè dell'insieme dei lavoratori), a tutela dei profitti. “È un compromesso che a voi conviene” dicono i burocrati ai capitalisti, “lo sciopero l'abbiamo rinviato a novembre proprio per poterlo revocare. Il governo ci aiuti, e voi collaborate. Di noi avete bisogno per avere la pace sociale”.

Ecco, è possibile che dentro questa cornice capitalisti e burocrati finiscano con l'accordarsi. È ciò che normalmente accade. Ma se invece non avvenisse? Se Bonomi andasse avanti per la propria strada contando – a ragione – sulla remissività del sindacato, e gli operai si infilassero in quel varco dando allo sciopero un contenuto vero? Nulla a oggi ci dice che così andranno le cose, ma nulla può escluderlo. E in quel caso la lotta di classe potrebbe uscire dai binari del già visto, con buona pace della locomotiva di Bonomi.

La certezza è una sola: dieci milioni di operai in attesa di contratto sono privi di un proprio stato maggiore, quello di cui dispongono i padroni. Costruire controcorrente questo stato maggiore è il compito dell'avanguardia. Allargare e unificare tutte le lotte di resistenza in contrapposizione frontale al padronato e attorno ad una piattaforma generale indipendente è la linea su cui costruire la locomotiva della nostra classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell'azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

La polveriera sotto il sedere dei padroni

Le inquietudini della borghesia italiana

La borghesia è inquieta, e non si può darle torto.
Si avvicina una nuova grande recessione mondiale con una valanga di nuovi disoccupati e uno sconvolgimento profondo dei rapporti di lavoro e delle forme di vita sociale. Si allestiscono piani straordinari di sostegno pubblico al profitto privato attraverso la leva di un nuovo indebitamento degli Stati con le proprie banche e coi fondi creditizi internazionali. Chi sarà chiamato a pagare il conto del tutto? La classe dei salariati, naturalmente. Sarà disposta a pagarlo come dopo il 2008? Questa è la domanda che turba il sonno dei capitalisti.

Questa domanda si affaccia in particolare in Italia, esposta più di ogni altro paese europeo all'incrocio di crisi sanitaria, crisi sociale, crisi debitoria. Gli scioperi operai di marzo hanno suonato come campanello d'allarme. Confindustria rivendica la riapertura della produzione e ovunque può la forza attraverso la pressione sulle prefetture. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale e cerca lo scudo protettivo della burocrazia sindacale. Se persino FCA ha cercato la FIOM dopo una lunga stagione di rottura, vuol dire che siamo davvero in tempi straordinari.

Il governo gode di buoni sondaggi. Il Presidente del Consiglio gigioneggia in TV e ostenta alti livelli di gradimento. Ma la sua base d'appoggio è sottile, e il sentimento che la sostiene è effimero. La stessa massa che oggi si affida al “salvatore” sotto la pressione dell'emergenza impreca in realtà dentro di sé e può voltargli rapidamente la schiena. A modo loro, persino gli ambienti del Viminale temono una scollatura sociale e denunciano, per non sbagliare, imprecisati “gruppi estremisti”, amalgamandoli alla malavita. È la visione questurina della realtà e al tempo stesso la misura di un'allerta. Ma la migliore documentazione delle preoccupazioni borghesi la offre l'intervista di ieri al Corriere della Sera della vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli.

Il giornalista chiede: «Il sistema Italia, imprenditori compresi, deve rimproverarsi qualcosa per quanto accaduto nella gestione dell’emergenza?». Con oltre ventimila morti e il rifiuto confindustriale della zona rossa nel bergamasco, la domanda è in qualche modo obbligata. «Non credo siano stati fatti particolari errori» risponde sfacciatamente l'industriale, ma ora il governo deve... «scongiurare uno scollamento nella tenuta del patto sociale». Perché, chiede il giornalista, «nelle imprese ci sono sentori di un malessere sociale montante?». «Non per il momento», risponde Mattioli, «per fortuna prevale l'idea che la barca è una sola». Per fortuna e per il momento. L'interlocutore a questo punto va al sodo: «L'Italia sconta un debito pubblico più elevato degli altri paesi... usciremo dalla crisi ancor più indebitati e con più interessi da pagare, che sottrarranno risorse a scuola, sanità e tutte le misure per rilanciare il paese». «Credo nella linea indicata da Draghi. Il problema principale è garantire liquidità al sistema» risponde inflessibile la vicepresidente.

Ecco, nello spaccato di questa intervista sta la psicologia della borghesia italiana. Un misto di arroganza e di paura. Una ostentazione di impunità e al tempo stesso il timore che questa impunità possa essere un domani violata. La sensazione, insomma, di essere seduta su una polveriera. Certo, «per fortuna prevale l'idea che la barca è una sola». Ma se “prevale” vuol dire che è già contrastata. E la “fortuna”, come il Machiavelli insegna, può cambiare in fretta il proprio segno.
I padroni di casa nostra temono sgradite sorprese.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il colpo di mano reazionario di Viktor Orbán

Il premier ungherese Viktor Orbán ha realizzato un colpo di mano di chiaro stampo reazionario in Ungheria, imprimendo una ulteriore torsione bonapartista al proprio regime. I sogni analoghi di Matteo Salvini spiegano il suo prontissimo plauso al premier magiaro.

Facendo leva sull'emergenza sanitaria del coronavirus, Orbán ha concentrato nelle proprie mani poteri eccezionali senza limiti di tempo, incluso quello di prolungare ad libitum lo stato d'emergenza già in vigore. In aggiunta, chi dovesse diffondere “notizie false” sul virus (false per il regime) rischia cinque anni di carcere. Una enormità.

Le leggi speciali non sono un inedito per Orbán. Al governo dal 2010, forte di un consenso maggioritario nella società magiara (ma non nella città di Budapest), il premier ha progressivamente rafforzato il proprio potere, con ripetute leggi speciali che hanno subordinato i media e la magistratura al controllo dell'esecutivo. L'ultimo colpo di mano rappresenta un ulteriore passo di questa deriva. Il voto parlamentare a favore dei poteri eccezionali da parte della maggioranza assoluta del Parlamento, con l'opposizione dei borghesi liberali e socialdemocratici da un lato e del partito fascista Jobbik dall'altro, è solo la formale copertura “democratica” del colpo di mano. Il premier infatti, grazie ai poteri conferitigli dal proprio partito, può giungere a sciogliere il Parlamento stesso e a modificare qualsiasi legge. I principali gruppi imprenditoriali del paese, a partire dal blocco dei grandi oligarchi, sostiene apertamente Orbán, da cui riceve servigi straordinari, tra cui tasse irrisorie.

Colpisce il balbettio del liberalismo borghese europeo nei confronti del regime ungherese. Il PPE, cui Orbán appartiene, si divide combinando critiche formali e imbarazzati silenzi. Lo stesso fanno i diversi governi europei. È un silenzio eloquente. Da un lato rivela la paura che una rottura con l'Ungheria possa trascinare con sé una rottura col gruppo di Visegrád e precipitare un processo di dissoluzione della UE. Dall'altro lato, misura indirettamente i processi di involuzione della stessa democrazia liberale in Europa sotto la pressione dell'emergenza sanitaria e della recessione continentale che si profila.

Di certo, sul piano interno, l'unica alternativa al regime di Orbán è il movimento operaio ungherese. I processi di investimento estero in Ungheria, attratti dai vantaggi fiscali e salariali, hanno ammassato nel paese un proletariato industriale di grandi dimensioni, concentrato in molte grandi e medie fabbriche. Un anno fa importanti scioperi operai hanno sfidato per la prima volta il governo e le sue leggi favorevoli all'allungamento dell'orario di lavoro, ed in particolare straordinari obbligatori e non pagati. Questa è la classe sociale che può prendere la testa di una più ampia opposizione sociale e politica al regime e dare a questa una prospettiva politica realmente alternativa. Di certo non lo possono fare i gruppi dell'opposizione liberal-democratica, che erano disposti a negoziare con Orbán la prosecuzione dei poteri eccezionali per tre mesi, offrendogli in cambio i propri voti, e che alla fine sono stati ignorati e scaricati dal premier, dopo essere stati umiliati.

Lo stesso vale, in altra forma e contesto, su scala continentale. L'aggravarsi della crisi sociale porrà sul tappeto, una volta di più, il bivio di prospettiva tra rivoluzione e reazione in Europa. Solo la prospettiva di un governo dei lavoratori, sul terreno della lotta di classe, può indicare un'alternativa progressiva alla crisi della vecchia democrazia borghese liberale. I fatti di Ungheria ci dicono una volta di più che, fuori da questa prospettiva, la crisi del liberalismo può generare mostri.
Partito Comunista dei Lavoratori

Si allargano gli scioperi operai

Scricchiola l'unità nazionale fra sindacati e padronato

24 Marzo 2020
Gli scioperi operai riprendono e si allargano, contro la pretesa di Confindustria e governo di imporre la continuità della produzione e del lavoro, a prescindere da ogni condizione di sicurezza per chi lavora, da ogni rapporto con la distribuzione territoriale del contagio, da ogni attinenza reale con le esigenze essenziali sanitarie e alimentari.
Gli scioperi hanno investito un'ampia gamma di grandi aziende, da Nord a Sud, dal gruppo Leonardo a DEMA, il cuore del proletariato industriale in produzione. È un fatto che impatta sulle relazioni industriali tra burocrazie sindacali e padronato, e al tempo stesso riflette la loro impasse.


LA LINEA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI

La politica di collaborazione con Confindustria perseguita in queste settimane dalle direzioni sindacali conosce una crisi profonda. Basta ricostruire le tappe dell'ultimo mese.

A fine febbraio e a inizio contagio i vertici di CGIL, CISL e UIL firmavano un testo congiunto con le organizzazioni padronali all'insegna del “basta allarmismo”, "l'Italia non si ferma”. Erano gli stessi giorni in cui Confindustria lombarda imponeva l'esclusione di Bergamo e Brescia da ogni “soluzione Codogno”, nel nome della continuità produttiva. Una responsabilità criminale.

Esploso il contagio, di fronte agli scioperi operai sul tema sicurezza, le direzioni sindacali si affrettavano a firmare in piena notte un Protocollo di intesa col padronato (14 marzo) obiettivamente truffaldino, che non poneva alcun vincolo reale agli industriali mentre imponeva comportamenti vincolanti agli operai. Una soluzione talmente grottesca da lasciare basita la stessa FIOM.

Una settimana dopo, di fronte alla continuità degli scioperi (nonostante il protocollo di accordo), le direzioni sindacali, a partire dalla segreteria CGIL, hanno proposto a padroni e governo di sospendere provvisoriamente la produzione per «evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia» (Landini): una sorta di disinnesco concordato della miccia, nel segno della “comune responsabilità” di fronte all'emergenza sanitaria. Una chiusura produttiva di unità nazionale.


CONFINDUSTRIA TIRA LA CORDA

Qui però l'operazione conosce un clamoroso incidente. Confindustria prima condivide l'accordo che formalmente sanciva la sospensione della produzione per due settimane nei settori produttivi non essenziali (sanitario e alimentare), pur chiedendo contropartite finanziarie ingenti. Ma poche ore dopo attiva dietro le quinte un lavoro di pressione sul governo, e direttamente sul Presidente del Consiglio, per ottenere l'allargamento a dismisura dei settori produttivi da mantenere aperti (tessile, aero-spazio, difesa...), obiettivamente estranei all'emergenza. Di più: pretende che siano i prefetti a decidere in ultima istanza quali sono le fabbriche da tenere aperte, in quanto “strategiche”. Conte annuisce, e allarga l'elenco delle produzioni aperte sotto dettatura telefonica di Confindustria, come lui stesso in qualche modo riconosce. Il tutto ha un solo significato politico: governo e padronato scaricano le burocrazie sindacali dopo aver abusato della loro collaborazione.

Le burocrazie, ed in particolare la CGIL, si sono trovate dentro una morsa. Da un lato, un governo cui hanno garantito sin dall'inizio un sostegno politico aperto e una Confindustria con cui non vogliono rompere. Dall'altro, il rischio concreto di vedersi scavalcate da quella rabbia dei lavoratori che si voleva disinnescare. Da qui una duplice operazione: un comunicato di protesta con la minaccia di uno sciopero generale – che non si vuole – quale strumento di pressione sul governo per ottenere un nuovo incontro e recuperare un accordo minimamente presentabile; parallelamente la copertura degli scioperi di fabbrica subito annunciati nei territori, a partire dai metalmeccanici, per evitare di perdere il controllo sulla dinamica di conflitto e quindi cercare di pilotarlo.

Questa è la partita aperta. Ogni attore in commedia ha un margine di manovra limitato, a fronte di una situazione obbiettivamente drammatica sotto il profilo sociale e sanitario.
Confindustria ha il fiato sul collo di una pletora di padroni e padroncini che temono la propria catastrofe.
La burocrazia sindacale è sotto la pressione sociale di un conflitto di cui non vuole perdere il controllo, nell'interesse stesso del padronato.
Il governo non può e non vuole rompere né con Confindustria, da cui riceve il mandato, né con la burocrazia sindacale, su cui si appoggia.
Tutti vogliono la ricomposizione di un equilibrio, nessuno controlla il terreno su cui realizzarla. La situazione resta dunque fluida e instabile.


IL COMPITO DELL'AVANGUARDIA

Tanto più in questo quadro, il compito dell'avanguardia e di tutte le forze classiste è quello di lavorare alla più ampia unità di classe sul terreno della massima chiarezza.

La dinamica degli scioperi in corso conferma la proposta di sciopero generale che il nostro partito ha posto, controcorrente, a partire dal primo sciopero di FCA Pomigliano. Landini offre copertura sindacale agli scioperi territoriali e di fabbrica, premurandosi di precisare che non propone un'azione in senso generale. L'esigenza dell'avanguardia di classe è esattamente opposta: promuovere gli scioperi, generalizzarli, trasformarli in uno sciopero generale.

Parallelamente, la pressione del contagio a partire dalla Lombardia conferma la centralità delle rivendicazioni indicate: chiusura di ogni attività, ad eccezione ovviamente del servizio sanitario, nelle situazioni di massima intensità del contagio, a partire da Bergamo, Brescia, Lombardia; controllo dei lavoratori sulle condizioni della sicurezza in ogni luogo di lavoro, in ogni settore, e su scala nazionale, inclusa la produzione alimentare e il lavoro negli ospedali: condizioni che solo i lavoratori possono accertare, non certo i padroni né tanto meno i prefetti; copertura salariale piena al 100% per tutti i lavoratori e le lavoratrici esentati dalla produzione, in tutti i settori.

I militanti e le militanti del PCL portano e porteranno questa proposta in ogni lotta e iniziativa sindacale. Per un fronte unico di classe e di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori

NO AL PUGNO DI MOSCHE! LA SICUREZZA DEI LAVORATORI NON SI BARATTA!

Protocollo sicurezza: un pugno di mosche

14 Marzo 2020
Dopo l'ondata di scioperi operai degli ultimi giorni, il governo si è affrettato a convocare le organizzazioni padronali e i vertici sindacali per cercare di fermare la slavina.
Ma il Protocollo d'intesa tra sindacati e padroni sfornato nella notte non risponde minimamente alle preoccupazioni e rivendicazioni emerse dagli scioperi in fatto di sicurezza sul lavoro.

Le aziende mantengono un potere discrezionale in fatto di sicurezza sanitaria, senza assumersi alcun impegno vincolante e verificabile, al di là di dichiarazioni platoniche di buone intenzioni. Nei fatti vedono riconosciuto quel criterio di “autodeterminazione” delle scelte aziendali che Confindustria sin dall'inizio ha rivendicato.
I famosi “strumenti di protezione individuali” non solo non sono garantiti ma sono esplicitamente affidati alla loro disponibilità di commercio. Nei fatti significa che non saranno disponibili, e in ogni caso non saranno esigibili. Una truffa bella e buona.

Il governo non prende alcun impegno formale in fatto di sicurezza sul lavoro, lasciando le fabbriche come zona franca. Conte si è limitato a promuovere il dialogo tra le parti sociali e fare raccomandazioni retoriche che non contano nulla. Lo stesso annuncio di ammortizzatori sociali “per favorire il dialogo”, già di per sé insufficienti come copertura salariale, non spiega come dovrebbe essere finanziato, cioè a chi verrà fatto pagare. Il che significa che saranno chiamati a pagare i lavoratori.

I lavoratori e le lavoratrici non hanno scioperato per un pugno di mosche.
Colpisce che dirigenti sindacali che avevano formalmente richiesto la chiusura delle fabbriche o la sospensione della produzione ora si accontentino di raccomandazioni vuote affidate alla discrezione dei padroni. Certo gli operai non faranno altrettanto.

La sicurezza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non può essere merce di scambio e non è rinunciabile.
Gli scioperi devono continuare ed estendersi.
È necessario uno sciopero generale sino alla conquista di condizioni reali di sicurezza nell'organizzazione del lavoro, nella dotazione degli strumenti necessari di protezione individuale, nella igienizzazione dei luoghi di produzione.
La verifica di queste condizioni non può essere affidata ai padroni, deve essere condotta autonomamente dalle rappresentanze sindacali e RSL.
Ai lavoratori va garantito il 100% del salario, a spese del padronato.


NO AL PUGNO DI MOSCHE! LA SICUREZZA DEI LAVORATORI NON SI BARATTA!

SCIOPERO GENERALE SINO ALLA VERIFICA DI CONDIZIONI REALI DI SICUREZZA DA PARTE DELLE RAPPRESENTANZE SINDACALI E RSL!

100% DEL SALARIO PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI!

A PAGARE IL CONTO DEL CORONAVIRUS SIANO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI!
Partito Comunista dei Lavoratori

Non siamo carne da macello! Scioperi operai al tempo del coronavirus

È necessario affermare ed estendere con la lotta un semplice principio: senza sicurezza non si lavora

12 Marzo 2020
In tutta Italia la pretesa dei padroni di far lavorare gli operai senza misure di sicurezza incontra la resistenza dei lavoratori. In molte fabbriche del Piemonte, nelle fabbriche del bresciano, alla Fincantieri di Marghera, alle acciaierie di Terni, all'Ilva di Taranto, si sono oggi moltiplicate azioni di sciopero contro l'atteggiamento padronale, con un'altissima partecipazione tra i lavoratori. La stessa FIOM nazionale (con addirittura FIM e UILM) è stata spinta dalla pressione operaia a prendere posizione, a definire «inaccettabili» le misure varate dal governo, a chiedere la fermata delle fabbriche metalmeccaniche sino al 22 marzo per «predisporre le misure di sicurezza necessarie nelle aziende».

Bene. Ora questa rivendicazione va estesa a tutti i comparti del lavoro interessati, al di là del settore metalmeccanico.

Ovunque i fatti dimostrano che le raccomandazioni del governo ai padroni e le rassicurazioni dei padroni al governo valgono meno della carta straccia. Ovunque l'esperienza quotidiana di milioni di lavoratori e lavoratrici documenta l'esistenza di condizioni di rischio legate alla plateale inosservanza delle norme di igiene e sicurezza più elementari. Ovunque i padroni usano la crisi come arma di ricatto sventolando la minaccia del licenziamento o della chiusura aziendale.
È a tutto questo che i lavoratori si ribellano.

È dunque necessario affermare con la lotta un principio di fondo: senza sicurezza non si lavora, punto. Le strutture sindacali debbono rivendicare ed esercitare una funzione autonoma di controllo sulle condizioni del lavoro, in ogni fabbrica, azienda, supermercato, treno, banca, ufficio, a partire dalla attribuzione di poteri decisionali ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Senza questo controllo, e senza che il controllo indipendente del sindacato abbia accertato o imposto condizioni di sicurezza, produzione e lavoro vanno bloccati. Perché i lavoratori non sono carne da macello, come ha dichiarato stamane un delegato intervistato di una fabbrica in sciopero. Sono quelli che col proprio lavoro reggono l'intera economia del paese. Sono quelli che la potranno dirigere domani. Anche per questo vanno oggi difesi e preservati.
Partito Comunista dei Lavoratori

Difesa legittima

Contro la "legittima" difesa (dei padroni) di Salvini, rivendichiamo la legittima difesa dei lavoratori contro governo e padroni

Il Ministro degli interni celebra la nuova legge sulla legittima difesa. Peggio dell'art.52 del codice penale Rocco-Mussolini del 1930. Quello riconosceva formalmente il principio della proporzionalità tra offesa e difesa, la nuova legge invece la abroga: la difesa è sempre legittima. Non è passata la proposta leghista di evitare persino l'indagine del magistrato. Ma il “sempre” serve a promettere l'assoluzione di chi spara e eventualmente uccide.
Colpisce lo scarto tra realtà ed effetto propagandistico della legge. Nella realtà, i casi di legittima difesa sono pochissimi. Appena 2 nel 2016. Normalmente i relativi processi si chiudono con l'archiviazione del magistrato. Dov'è dunque la strombazzata emergenza delle persecuzioni giudiziarie contro “i cittadini che si difendono”? Il vero effetto annuncio della legge è un altro: da un lato assicurare a Salvini un tornaconto elettorale, che è la sua vera preoccupazione, dall'altro legittimare preventivamente chi uccide a tutela della proprietà, anche chi uccide per vendetta.

Un'esagerazione polemica? No, ed è Salvini che lo conferma. Il Ministro degli interni, con telecamera al seguito, ha abbracciato un certo Angelo Peveri, vittima di un furto di gasolio, che ha sparato a freddo al ladro rumeno dopo averlo pestato e fatto inginocchiare. Neppure i suoi difensori avevano invocato la legittima difesa, è Salvini che l'ha rivendicata. Il messaggio è inequivocabile. La giustizia privata, l'esecuzione sul posto, sono benedetti dal ministero degli interni, contro ogni principio elementare di civiltà giuridica.

La proprietà è più importante della vita: questo è il sottotesto della nuova legge. Il decreto sicurezza ha trasformato il blocco stradale e il blocco delle merci in reato penale, contro i diritti di lotta dei lavoratori e a tutela dei proprietari. Sempre a tutela dei proprietari si muove la nuova legge. Se lavoratori in lotta irrompono negli uffici aziendali della proprietà, o occupano gli stabilimenti, i padroni e le loro guardie private si sentiranno legittimati a far fuoco, magari a causa del “grave turbamento”?
Di certo la nuova legge, e soprattutto il nuovo Ministro degli interni, possono coprire e incoraggiare le pratiche più reazionarie, anche al di là dei termini formali del dispositivo approvato.
L'aggressione compiuta ieri contro i facchini in sciopero dell'azienda Zara a Roma da parte di quindici vigilantes armati di pistole elettriche e tubi di ferro, prova che non si tratta di fantascienza. I lavoratori occupavano il magazzino per chiedere stipendi arretrati e applicazione del contratto. I vigilantes sono intervenuti a tutela della proprietà, e su suo mandato. La nuova legge sarà usata e abusata proprio a difesa di questi metodi.

Lo Stato borghese che sgombera con le ruspe gli accampamenti di cartone dei migranti di San Ferdinando gettandoli su una strada è lo stesso che tutela i proprietari che li sfruttano per 12 ore a 2 euro all'ora. È lo stesso Stato che tutela degrado ed emarginazione delle periferie metropolitane, brodo di coltura di criminalità e delinquenza.
Strizzare l'occhio al fai da te della giustizia privata è solo l'altra faccia dell'ingiustizia pubblica. L'ingiustizia di una società basata sullo sfruttamento, che sacrifica tutto alla legge del profitto. L'ordine pubblico che lo Stato difende è solo l'ordine di questa legge. Contro questa legge, contro questo ordine, rivendichiamo la difesa legittima di tutti i lavoratori e lavoratrici, nelle loro lotte di resistenza, nel loro diritto alla rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori