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La sinistra francese dialoga con Macron

 


I partiti della NUPES e le burocrazie sindacali offrono al Presidente francese una sponda insperata

Il 30 agosto e 1 settembre l'insieme della sinistra francese, dal PCF a LFI di Mélenchon, si è seduta al tavolo di Macron presso Saint-Denis, nel segno dell'unità della nazione, in compagnia di tutti i partiti borghesi, di governo e di opposizione (inclusa Le Pen). La proposta di incontro è venuta da Macron. Macron cerca di evitare la riapertura di ogni fronte di lotta che possa metterlo in difficoltà, come fu il movimento contro l'aumento dell'età pensionabile. Per questo recita la parte di chi vuole riprendere il dialogo sociale “nell'interesse della Francia”. Ma perché la sinistra francese accetta di dare sponda a questo gioco?


Le burocrazie sindacali che in primavera si sono rifiutate di convocare lo sciopero generale salvando Macron e l'aumento dell'età pensionabile, accettano ora di sedere al suo tavolo per incassare una legittimazione istituzionale. È il riflesso naturale delle burocrazie. Le sinistre politiche coprono a sinistra le burocrazie sindacali, e viceversa. Fabien Roussel, segretario del PCF, commentando la riunione al tavolo di Macron ha parlato di «uno scambio franco, rispettoso, sincero, una sorta di prova di riparazione dopo il terribile scontro sulle pensioni». Sophie Binet, dirigente della CGT, uscendo dall'incontro con Macron, ha dichiarato di aver proposto di «accantonare la collera e voltare pagina». La CFDT, ala destra del sindacalismo francese, ha naturalmente salutato la riapertura del dialogo come proprio successo.
Forte di queste aperture, Macron ha convocato per ottobre una cosiddetta “conferenza sociale” con tutte le parti politiche, sindacali, padronali, riprendendo una iniziativa già promossa in passato dai governi francesi (anche da Hollande) al solo fine di disinnescare il conflitto.

Giustamente, i compagni del nuovo NPA, che hanno svolto un ruolo importante nella mobilitazione sulle pensioni, hanno denunciato la copertura a sinistra offerta a Macron dai gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale, con un volantinaggio di massa in occasione della festa dell'Humanité, quotidiano del PCF: “la politica di Macron è una truffa, perché allora andare al suo tavolo?”. Da qui la proposta una piattaforma di lotta unificante contro il padronato e il governo. “Per incoraggiare la collera e lottare per un fronte unico e uno sciopero generale”. Una impostazione che il PCL condivide pienamente.

Partito Comunista dei Lavoratori

I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scioperi operai in Francia

 


Centocinquanta manifestazioni in tutta la Francia, grande corteo a Parigi. Una giornata nazionale di sciopero intercategoriale convocata da CGT, Force Ouvrière, Solidaires. 500000 lavoratori nelle piazze su scala nazionale secondo le cifre fornite dal sindacato CGT. Non è ancora una marea travolgente ma è più di un'azione sindacale ordinaria.


L'impulso all'azione di lotta viene dal basso. Da tre settimane gli operai delle raffinerie della Total sono in sciopero con i picchetti all'entrata per chiedere un forte aumento salariale. La Total nei primi sei mesi del 2022 ha accumulato 10 miliardi di profitti netti. L'inflazione in Francia, poco più bassa che in Italia, sta mangiando il potere d'acquisto. Gli operai della Total chiedono semplicemente di redistribuire i profitti. La Total prima ha opposto un rifiuto, poi ha offerto un aumento del 7%. La CFDT ha accettato, la CGT lo ha respinto perché «assolutamente inadeguato». A questo punto gli scioperi si sono estesi alle altre raffinerie con richieste analoghe, bloccando il rifornimento di benzina in larga parte del paese. Il governo è intervenuto precettando i lavoratori in sciopero. Il risultato è che lo sciopero si è esteso, combinando le rivendicazioni salariali con la difesa del diritto di sciopero. Il tutto alla vigilia del passaggio parlamentare della legge di bilancio, dove un governo privo di una maggioranza parlamentare ha evocato l'utilizzo dell'articolo 49 della Costituzione della Quinta Repubblica: quello che consente al governo di varare una legge senza il voto dell'aula parlamentare, a meno di essere sottoposto a un voto di sfiducia. L'impossibile convergenza parlamentare di NUPES e RN di Marine Le Pen è usata da Macron per affondare il colpo. Sarebbe la prima volta nella storia della Francia che l'articolo 49 viene applicato sulla legge nazionale di bilancio.

In questo quadro generale la burocrazia sindacale di CGT è stata indotta a proclamare una giornata nazionale di sciopero. Il suo obiettivo è duplice: rimontare il sorpasso della CFDT nelle recenti elezioni sindacali, consolidare la propria direzione sul movimento di sciopero per evitare dinamiche fuori controllo. A ciò si aggiunge la “concorrenza” d'immagine con la France Insoumise di Mélenchon, che cerca di intestarsi la rappresentanza politico-elettorale degli scioperi nel nome della creazione di un fronte popolare che unisca tutte le componenti del popolo francese. Un approccio populista e interclassista. Mentre il Partito Comunista Francese si allinea alla burocrazia CGT, di cui è parte, contro «abusive interferenze politiche». Tanto per dare l'idea delle contraddizioni che attraversano la NUPES francese.

Vedremo gli sviluppi della situazione. I marxisti rivoluzionari francesi hanno un ruolo importante nell'avanguardia, e spingono alla generalizzazione del conflitto. I ferrovieri, gli infermieri, gli insegnanti, l'intero settore energetico, diverse aziende industriali, hanno ieri scioperato a fianco dei lavoratori delle raffinerie. Non solo in segno di solidarietà, ma rivendicando un aumento generale dei salari di almeno il 10% (7% per il recupero sull'inflazione e 3% per la redistribuzione dei profitti) e un salario minimo intercategoriale di 2000 euro.
Certo è che dopo l'ascesa degli scioperi operai per rivendicazioni salariali, in Gran Bretagna, in Belgio, negli Stati Uniti, è venuto il momento della Francia. Non è il momento migliore per Macron, che in questo clima ha annunciato il ritorno alla carica per l'aumento dell'età pensionabile. Una prova di forza che si annuncia durissima.

Tutto il movimento operaio italiano deve dare solidarietà al proletariato francese e alla sua lotta. Di certo lo fa il nostro partito. La migliore azione di solidarietà è quella di fare come in Francia, come in Gran Bretagna, come in Belgio, come negli Stati Uniti, rompendo finalmente la lunga pace sociale che la burocrazia CGIL ha garantito ai padroni e ai governi italiani.
Per un forte aumento salariale unificante di 300 euro netti, la scala mobile dei salari, il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari. Per una lotta generale che vada sino in fondo. Non per un fronte popolare interclassista, ma per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

Dopo 18 giorni di sciopero a oltranza contro "la legge Fornero di Macron", i ferrovieri francesi non mollano.

Il governo cerca di montare l'opinione pubblica contro lo sciopero usando il ricatto del Natale e combinandola con qualche piccola concessione. La burocrazia del secondo sindacato dei ferrovieri francesi (UNSA Ferroviaire) usa queste concessioni come pretesto per sfilarsi dal fronte dello sciopero e dichiarare la “tregua natalizia”. La moderata CFDT, che solo il 14 dicembre era scesa in sciopero contro l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni, si è affrettata ad “apprezzare il nuovo gesto di dialogo che viene dal governo”, lanciando un messaggio implicito di smobilitazione. Infine, il fronte intersindacale (CGT, FO, Solidaires, FSU, UNEF...) che dirige lo sciopero e rivendica, a differenza della CFDT, il ritiro del progetto di legge governativo, annuncia una giornata di manifestazioni... per il 9 gennaio. Un annuncio che formalmente non smobilita, ma suona ambiguo sulla continuità dello sciopero nel momento più delicato e difficile per la sua tenuta.

Di fronte a questa congiunzione di fattori, il 21 dicembre la stampa borghese di Parigi si è affrettata a dare la buona novella natalizia dello sfarinamento dell'agitazione. “Il governo riesce a rompere il fronte dello sciopero” annunciava il (pur prudente) Le Monde in prima pagina.
Ma i conti non si fanno senza l'oste. Le assemblee dei lavoratori in sciopero hanno respinto le ingiunzioni del governo e i segnali di smobilitazione delle burocrazie. Di primo mattino alla Gare de Lyon, all'assemblea generale della stazione di Saint-Lazare, alla Gare de l'Est e alla Gare d'Austerlitz, il pronunciamento operaio è uno solo: lo sciopero continua sino al ritiro del progetto di legge. La larghissima maggioranza delle assemblee in tutta la Francia segue a ruota. I delegati di base dei CGT e Solidaires sono la punta trainante del pronunciamento. Ma la stessa CFDT-ferrovieri è costretta a dichiarare la continuità del blocco, e persino il 50% delle sezioni dell'UNSA si ribellano ai propri dirigenti nazionali: “Non capisco la strategia del gruppo dirigente del mio sindacato... Non si spezza una lotta nel momento decisivo” dichiara in assemblea un delegato UNSA della Gare Paris Est. Il risultato è che la Francia resta bloccata. Anche a Natale, nonostante il Natale.


Seguiremo come sempre, giorno per giorno, la dinamica dello sciopero francese. Certo, pesa sulla prospettiva l'ipoteca della burocrazia sindacale. Sia di quella che sogna un accordo separato col governo in cambio di una onorevole foglia di fico (CFDT), sia di quella sicuramente più combattiva che vuole sopravvivere al macronismo costringendo il governo a riconoscere la sua forza di burocrazia (CGT). Ma i fatti dimostrano che la burocrazia non ha ad oggi il pieno controllo delle assemblee, dove una nuova generazione di delegati operai si è fatta le ossa nelle lotte di questi anni (come nella lotta contro la legge El Khomri), ha accumulato una esperienza preziosa, non ha alcuna voglia di arrendersi. Anzi, ha voglia di vincere. Gli insegnanti hanno aderito in massa allo sciopero al fianco dei ferrovieri, e nonostante le scuole siano in vacanza natalizia, manifestano la continuità della propria lotta partecipando spesso ai picchetti degli cheminots e alle loro assemblee, mentre continua lo sciopero a oltranza della metropolitana, e la mobilitazione radicale degli infermieri, che in realtà aveva anticipato quella dei ferrovieri. Si estenderà la lotta al settore privato, innanzitutto alle fabbriche? Questo è l'interrogativo sospeso che può decidere della piega degli avvenimenti. È ciò che terrorizza la borghesia francese. Ma anche la burocrazia sindacale.

Ai lavoratori francesi, e ai militanti marxisti rivoluzionari, impegnati in prima fila per la generalizzazione della lotta, va tutto il nostro sostegno internazionalista.
Partito Comunista dei Lavoratori