Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Solidaires. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Solidaires. Mostra tutti i post

I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

Dopo 18 giorni di sciopero a oltranza contro "la legge Fornero di Macron", i ferrovieri francesi non mollano.

Il governo cerca di montare l'opinione pubblica contro lo sciopero usando il ricatto del Natale e combinandola con qualche piccola concessione. La burocrazia del secondo sindacato dei ferrovieri francesi (UNSA Ferroviaire) usa queste concessioni come pretesto per sfilarsi dal fronte dello sciopero e dichiarare la “tregua natalizia”. La moderata CFDT, che solo il 14 dicembre era scesa in sciopero contro l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni, si è affrettata ad “apprezzare il nuovo gesto di dialogo che viene dal governo”, lanciando un messaggio implicito di smobilitazione. Infine, il fronte intersindacale (CGT, FO, Solidaires, FSU, UNEF...) che dirige lo sciopero e rivendica, a differenza della CFDT, il ritiro del progetto di legge governativo, annuncia una giornata di manifestazioni... per il 9 gennaio. Un annuncio che formalmente non smobilita, ma suona ambiguo sulla continuità dello sciopero nel momento più delicato e difficile per la sua tenuta.

Di fronte a questa congiunzione di fattori, il 21 dicembre la stampa borghese di Parigi si è affrettata a dare la buona novella natalizia dello sfarinamento dell'agitazione. “Il governo riesce a rompere il fronte dello sciopero” annunciava il (pur prudente) Le Monde in prima pagina.
Ma i conti non si fanno senza l'oste. Le assemblee dei lavoratori in sciopero hanno respinto le ingiunzioni del governo e i segnali di smobilitazione delle burocrazie. Di primo mattino alla Gare de Lyon, all'assemblea generale della stazione di Saint-Lazare, alla Gare de l'Est e alla Gare d'Austerlitz, il pronunciamento operaio è uno solo: lo sciopero continua sino al ritiro del progetto di legge. La larghissima maggioranza delle assemblee in tutta la Francia segue a ruota. I delegati di base dei CGT e Solidaires sono la punta trainante del pronunciamento. Ma la stessa CFDT-ferrovieri è costretta a dichiarare la continuità del blocco, e persino il 50% delle sezioni dell'UNSA si ribellano ai propri dirigenti nazionali: “Non capisco la strategia del gruppo dirigente del mio sindacato... Non si spezza una lotta nel momento decisivo” dichiara in assemblea un delegato UNSA della Gare Paris Est. Il risultato è che la Francia resta bloccata. Anche a Natale, nonostante il Natale.


Seguiremo come sempre, giorno per giorno, la dinamica dello sciopero francese. Certo, pesa sulla prospettiva l'ipoteca della burocrazia sindacale. Sia di quella che sogna un accordo separato col governo in cambio di una onorevole foglia di fico (CFDT), sia di quella sicuramente più combattiva che vuole sopravvivere al macronismo costringendo il governo a riconoscere la sua forza di burocrazia (CGT). Ma i fatti dimostrano che la burocrazia non ha ad oggi il pieno controllo delle assemblee, dove una nuova generazione di delegati operai si è fatta le ossa nelle lotte di questi anni (come nella lotta contro la legge El Khomri), ha accumulato una esperienza preziosa, non ha alcuna voglia di arrendersi. Anzi, ha voglia di vincere. Gli insegnanti hanno aderito in massa allo sciopero al fianco dei ferrovieri, e nonostante le scuole siano in vacanza natalizia, manifestano la continuità della propria lotta partecipando spesso ai picchetti degli cheminots e alle loro assemblee, mentre continua lo sciopero a oltranza della metropolitana, e la mobilitazione radicale degli infermieri, che in realtà aveva anticipato quella dei ferrovieri. Si estenderà la lotta al settore privato, innanzitutto alle fabbriche? Questo è l'interrogativo sospeso che può decidere della piega degli avvenimenti. È ciò che terrorizza la borghesia francese. Ma anche la burocrazia sindacale.

Ai lavoratori francesi, e ai militanti marxisti rivoluzionari, impegnati in prima fila per la generalizzazione della lotta, va tutto il nostro sostegno internazionalista.
Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI DIFFONDIAMO:CORRISPONDENZA DA PARIGI

Volentieri diffondiamo il report informativo reperibile sul sito
http://www.sindacatosgb.it/it/internazionale
a cura della compagna Marta Positò

Un report informativo sulla mobilitazione sindacale in Francia , fatto da una nostra compagna sul luogo, Marta.
Siamo vicino ai lavoratori francesi e ci auguriamo che lo sciopero si generalizzi sempre più, fino alla vittoria


Sciopero generale 5 dicembre in Francia : on lache rien, on continue!
Il 5 dicembre in Francia, secondo la CGT, 1,5 milioni di persone hanno riempito le strade di varie città in occasione dello sciopero generale proclamato da tutte le sigle sindacali riunite in un fronte intersindacale(CGT, Solidaires, FO, FSU a cui si sono aggiunti anche la CFE-CGC e la CFDT), di cui 250,000 a Parigi.
L’opposizione alla riforma del sistema pensionistico annunciata dal governo Macron da qualche mese unito in un solo fronte un enorme quantità di settori, oltre ai ferrovieri (SNCF) e ai lavoratori dei trasporti (RATP) direttamente sotto attacco: gli insegnanti di ogni ordine e grado, i lavoratori della sanità, del sociale, i pompieri, i lavoratori dell’ elettricità (EDF) e del gas (IEG), raffinerie, gli studenti… Un fronte unico di lotta all’insegna dello sciopero ad oltranza, come emerso dalle assemblee nazionali dei lavoratori dell’SNCF e della RATP: la giornata del 5 non è stata che una tappa, è stata votata la continuazione dello sciopero il 6 e fino a lunedì 10, quando nuove manifestazioni si svolgeranno in più città, all’iniziativa della CGT,FO,Solidaires e FSU, secondo quando deciso dalle AG (assémblées générales) di settore nazionalmente.
La parola d’ordine di continuare fino al ritiro del progetto di legge di riforma delle pensioni, riporta all’ atmosfera dello sciopero generale di dicembre 1995 che costrinse il governo a ritirare la riforma e l’enorme partecipazione al 5 supera probabilmente quella della prima manifestazione contro la loi Travail del 2016. Quello che è certo è i numeri delle piazze del 5 dicembre superano di gran lunga quelli delle prime cinque manifestazioni della protesta contro la precedente riforma del sistema pensionistico e previdenziale del 2010.
La riforma delle pensioni è una delle punte di diamante del governo Macron. Dietro l’annuncio demagogico di un sistema pensionistico ‘’universale’’, con gli ‘’stessi diritti per tutti’’, si nasconde il vero obiettivo del governo: cercare di dividere il mondo del lavoro in generale, rafforzando il corporativismo, cercando di ostacolare le mobilitazioni e le iniziative di fronte unico. Dietro questa retorica, si nasconde anche la volontà di assestare un duro colpo ad alcuni delle categorie più combattive, ovvero i ferrovieri della SNCF resisi protagonisti dello sciopero storico nel 2018 e i lavoratori dei trasporti, che già il 13 settembre avevano lanciato una giornata di sciopero molto seguita sempre contro la riforma in questione, considerabile un po’ come la piattaforma di lancio dello sciopero del 5 dicembre. Ne erano scaturite altre giornate di sciopero il 21 e il 24 settembre.
Infatti, i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti beneficiano di due degli undici regimi pensionistici speciali (i lavoratori del minerario, notarile, culto, bancari Banque de France, ex dipendenti della Société d’exploitation industrielle des tabacs et des allumettes (Seita), operai degli stabilimenti industriali dello Stato (FSPOEIE) o i lavoratori del regime temporaneo dell’insegnamento privato (Retrep)…), senza contare i dipendenti pubblici, enti locali, ospedalieri, indipendenti o agricoli.
Dal 2010 infatti, l’età pensionistica è stata aumentata in generale da 60 anni a 62 anni, fatti salvi alcuni settori, per l’appunto per cui, dove l’età media di pensionamento è di 55,7 anni alla RATP, di 56,9 anni alla SNCF e di 57,7 anni all’ EDF e IEG, rispetto ai 61,3 nel pubblico e 63 anni del settore generale.
Quindi sia la destra (LREM) che il governo hanno cominciato una crociata contro questi lavoratori sostenendo che si tratti di privilegiati, che non solo andrebbero in pensione prima degli altri, ma avrebbero anche una pensione più elevata. In realtà tutto dipende dalle ritenute effettivamente versate e anche dal fatto che, data la natura usurante delle condizioni di questi settori, i lavoratori vanno in pensione prima e senza aver maturato il massimo dei contributi, cosa che in che in media, comporta uno scarto di circa 900 euro in media rispetto ai pensionati sotto il sistema generale ( 2160 euro rispetto a 1260 euro in media, secondo i dati ministeriali del 2019). Senza dimenticare che si parla di categorie che fanno notturno, week-end, turni molto lunghi e in ambienti non necessariamente salubri.
A questo proposito recentemente, da ultimo il 21 ottobre 2019, i lavoratori della SNCF hanno esercitato il diritto di recesso, ovvero la cessazione delle mansioni in presenza di un contesto lavorativo non sicuro, di un pericolo ‘’grave e imminente’’, per tre giorni, a seguito di un incidente, ovvero la collisione di un regionale veloce TER sulla linea Reims-Charleville con un convoglio merci eccezionale che era restato bloccato di traverso su un passaggio a livello. L’incidente aveva provocato 11 feriti non gravi su 70 passeggeri. Il macchinista si era trovato ad occuparsi dei passeggeri e, allo stesso tempo, ad attivare un dispositivo a 1,5 km da dove si trovava per dare l’allerta agli altri treni.

Contro l’azione demagogica e di attacco del governo, contro l’intento di innescare divisioni corporativiste e mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, un fronte unico delle sigle sindacali ha lanciato l’appello al 5 dicembre.
Nel frattempo, precedentemente e nei prossimi giorni, ci sono state iniziative di costruzione e raggruppamento per rafforzare la risposta intercategoriale all’avanzata distruttiva del governo: la promozione di un’assemblea generale intercategoriale (AG interprofessionnelle Front de Lutte) ha cercato di riunire vari settori, soprattutto a Parigi e nel 92° dipartimento. Delegati, rappresentanti sindacali, lavoratori di vari settori, come i postini e le postine di Sud Poste 92, e studenti si sono riuniti in un quadro di rilancio e costruzione del 5 dicembre e oltre, al di là delle rispettive direzioni sindacali. Al fine di rafforzare i legami intercategoriali ed elaborare una piattaforma rivendicativa condivisa e solidale fra le varie categorie con la parola d’ordine dello sciopero generale ad oltranza. Dopo la manifestazione, l’ AG Interpro et des fronts de lutte ha visto la partecipazione di almeno 700 persone.
Dal 5 dicembre, i lavoratori della SNCF e della RATP (il 70%) sono determinati a continuare a scioperare: il ‘’giovedì nero’’ dei mezzi secondo i media, continua con la maggior parte dei treni annullati e su Parigi due linee di metro funzionanti su 14 (perché automatiche) e RER ferme o pressoché inesistenti, con intere stazioni chiuse, molti autobus sospesi. Senza contare anche cinque raffinerie, istituti scolastici e altri settori.
Il momento è cruciale: il 7 dicembre ci saranno almeno due manifestazioni a Parigi (una all’iniziativa della CGT contro la precarietà e una chiamata dai gilets gialli, che hanno sostenuto e partecipato allo sciopero del 5 dicembre).
La portata durissima della riforma, unita alle riforme peggiorative che toccano varie categorie, come la scuola, ha dato vita ad una manifestazione unitaria, enorme e molto importante. I prossimi giorni saranno decisivi nel coinvolgimento attivo delle varie categorie, degli studenti: nella messa in pratica di una dinamica collettiva di sciopero ad oltranza come proclamato dalle AG dei lavoratori SNCF, RATP, dal fronte sindacale unitario e dagli attori che portano avanti un’azione di fronte unico di lotta intercategoriale, come l’AG Interpro.

12 settembre 2017, la protesta contro Macron invade le città francesi

«S'unir pour ne plus subir»

19 Settembre 2017
 
 Prima giornata di sciopero nazionale al rientro in Francia contro la ulteriore distruzione del Codice del lavoro, voluta dal governo Macron con la Loi Travail XXL.
All'appello della CGT hanno risposto diversi sindacati, ovvero Solidaires, la FSU, SNES-FSU (insegnanti educazione settore pubblico), UNEF, alcune unioni dipartimentali di Force Ouvrière (la cui direzione ha scelto di non aderire), il Front Social, oltre a molteplici organizzazioni politiche, tra cui l'NPA.
Quattrocentomila e più fra lavoratori, liceali, universitari, donne, giovani dei quartieri popolari, precari e disoccupati sono scesi in piazza per denunciare apertamente l'offensiva reazionaria in atto: un pacchetto di otto ordinanze che si aggiungono agli attacchi massivi cominciati nel 2016 sotto Hollande con la Loi El Khomri (Loi Travail), prima riforma del lavoro sulla scia del Jobs act e, prima ancora, della riforma Rajoy in Spagna nel 2012.

Contro la cancellazione dei diritti sociali fondamentali acquisiti nel corso degli ultimi cinquant'anni, tantissime città sono state occupate dalla classe operaia francese, con numeri simili a quelli del 9 marzo del 2016, quando nella la prima giornata di mobilitazione nazionale contro la Loi El Khomri quattrocentocinquantamila persone davano l'inizio ad un movimento durato mesi, prova del rilancio della forza della lotta di classe.
Un movimento che ha avuto il merito di raggruppare e fare convergere vari spezzoni di classe con un unico obiettivo: rigettare l'offensiva padronale governativa.

Di queste otto ordinanze Macron, guidato dalla centrale padronale MEDEF, ha fatto il punto cardine della sua campagna elettorale presidenziale, e che ora, dopo il risultato delle legislative con il quale ha guadagnato la maggioranza quasi assoluta in parlamento, intende imporre, visto lo scarso consenso con il quale ha ottenuto questi risultati (circa il 70% dei lavoratori non lo ha votato).

Sullo sfondo: l'indebolimento dei sindacati (sempre più potere alla contrattazione aziendale; referendum padronale e dei sindacati gialli); l'austerity nell'educazione (taglio di 331 milioni dal budget dell'insegnamento superiore, introduzione della selezione all'università per un'istruzione elitaria e modellata sugli interessi degli imprese, soppressione di intere filiere, taglio dei sussidi per gli alloggi - ottantasettemila gli studenti che non trovano posto in facoltà, i "sans-fac"); la riforma della maturità (non più un titolo d'accesso diretto all'università, per l'aumento delle disparità educative e di budget tra scuole borghesi e scuole dei quartieri popolari); la riforma e il taglio dei sussidi sociali e delle pensioni (ne faranno le spese, ad esempio, i ferrovieri); lo svilimento dei contratti a tempo indeterminato con conseguente deregolamentazione dei contratti a termine (CDI per la durata di un progetto) e corrispondente soppressione dei contratti di inserzione sociale nel mercato del lavoro e nell'associativo (i "contrats aidés", contro i giovani e le fasce deboli in cerca di lavoro); la soppressione delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro; le ulteriori facilitazioni per i licenziamenti nelle imprese (forte riduzione e definizione delle indennità in caso di licenziamento illegittimo e senza giusta causa).
Per non citare il taglio di posti nel settore pubblico (120.000 posti entro fine quinquennato, 1.600 entro il 2018) e il blocco dei salari per tantissime categorie, fino all'introduzione dello stato d'emergenza nel diritto comune.

Lavoratori ricattabili, ipersfruttati e precari, giovani dei quartieri popolari e studenti privati di risorse, settori di classe più che mai a rischio. Per questo è urgente unirsi per contrattaccare, per rilanciare lo sciopero in vista ed oltre il giorno di approvazione del pacchetto di ordinanze, il 22 settembre. Per questo motivo il 21 settembre è stato convocato un altro sciopero nazionale. Tale urgenza è più che sentita nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università; non a caso la CGT Nord avvierà uno sciopero a oltranza a partire dal 21 settembre, a partire dai portuali di Le Havre, seguiti dalla logistica e trasporti, categorie in cui le federazioni di CGT e FO bloccheranno tutto dal 25 settembre.

Ci sono quindi forze che, dalla fine del movimento del 2016, hanno preso atto della situazione e della necessità di fare convergere le lotte. Settori che hanno organizzato una risposta unitaria contro una delle più feroci controriforme liberali degli ultimi tempi, come il "Front Social", che ha dato vita ad un polo operaio che riunisce militanti sindacali, politici, giovani lavoratori precari; come il CLAP - Collettivo Riders Autorganizzati Parigini; lavoratori in Deliveroo; insegnanti e studenti dei licei delle periferie organizzati in "Touche Pas Ma ZEP"; universitari e operai, ecologisti e collettivi femministi come il Collectif Femministe Révolutionnaire.
Lo scopo del coordinamento, dislocato in comitati locali, è quello di dare voce e unire i conflitti e le mobilitazioni che ogni giorno animano il paese, per respingere non solo questa riforma del lavoro filopadronale, ma tutto il suo mondo: dallo stato di emergenza, alla violenza della polizia, tutto ciò che vuole ridurre la classe operaia al silenzio, nel quadro del disegno di liberalizzazione estrema del mercato del lavoro, contro le conquiste e i diritti sociali in Francia, come nel resto d'Europa.

Il ruolo dei marxisti rivoluzionari in questo polo combattivo è stato ed è fondamentale nella costruzione e nel rilancio di una lotta a 360 gradi, non solo per il ritiro di queste manovre antisociali, ma anche nella prospettiva di un vero sciopero generale e dell'autorganizzazione generale dei lavoratori e degli studenti. Per rovesciare un sistema che getta nella miseria la nostra classe, ribadendo il ruolo del partito rivoluzionario in questo processo.
Marta Positò