Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta FO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FO. Mostra tutti i post

Il vento di Francia

Un grande sciopero generale scuote la Francia, contro la “legge Fornero di Macron” e del suo Primo ministro. Uno sciopero che ha carattere continuativo, si combina con manifestazioni di massa, chiede il ritiro della riforma. Uno sciopero che coinvolge molte categorie del settore pubblico, a partire dai trasporti, dagli ospedali, dalle scuole, con altissimi livelli di partecipazione (80% di scioperanti tra i ferrovieri, quasi il 60% tra gli insegnanti, una percentuale analoga nella sanità). Uno sciopero indetto dai sindacati CGT, FO, Solidaire, con la eccezione della CFDT (che tuttavia sciopera nelle ferrovie), ma sospinto da centinaia di assemblee di lavoratori e lavoratrici, che giorno dopo giorno provvedono a votare la sua continuità. Uno sciopero che polarizza il sostegno attivo della massa dei giovani studenti e l'aperta simpatia della maggioranza larga della società francese. Questo è lo sciopero che da cinque giorni paralizza la Francia.

I frettolosi teorizzatori del tramonto delle forme di lotta “novecentesche” subiscono ancora una volta la smentita più clamorosa. Ancora una volta in Francia.


LA LEGGE FORNERO DI MACRON

Un grande sciopero generale, come ogni forma di esplosione sociale, ha sempre fattori scatenanti e radici lontane.
Il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto travasare il vaso, è una riforma liberal-liberista del sistema pensionistico francese, la bestia nera del capitalismo d'oltralpe. Il progetto di riforma è annunciato da tempo e al tempo stesso ancora indefinito nei suoi dettagli. Non la soppressione dei privilegi corporativi, come lo presenta il governo, con l'intento di dividere i lavoratori, ma la soppressione di una sudata conquista del movimento operaio francese: il diritto di andare in pensione a 60/62 anni d'età, e non oltre.
Non è la prima volta che la borghesia francese parte all'attacco delle pensioni. Ci ha già provato col governo Juppé nel 1995, quando fu costretta a rinunciare da un imponente sciopero generale di 20 giorni consecutivi. Ci ha riprovato con Sarkozy nel 2010, dove ha eroso il muro dei 60 anni di età pensionabile, ma senza ottenere lo sfondamento voluto. Ora Macron prova a sferrare il colpo decisivo.

Le ipotesi di riforma che aleggiano da tempo, fatte filtrare da dietro le quinte per tastare il polso alle masse, sono tra loro diverse: si parla di pensione “a punti” legata ai contributi versati; di un innalzamento incentivato dell'età pensionabile a 64 anni, attraverso una penalizzazione pensionistica sotto quella soglia; di un ricalcolo dell'importo della pensione sull'intera vita lavorativa (e non più sugli ultimi 25 anni). Vedremo nei prossimi giorni come l'operazione verrà articolata, e quale sarà la combinazione di queste misure. Due sono tuttavia i punti chiari. Il primo è che in ogni caso si va in direzione di una chiara compressione dei diritti della grande massa dei salariati. Il secondo è che Macron non può retrocedere da questa linea d'attacco se non smentendo clamorosamente la sua principale promessa elettorale alla borghesia. Da qui la rotta di collisione e i limitati spazi di manovra.

Non si tratta peraltro del solo onore della Presidenza della Repubblica, ma anche di un problema economico serio per il capitale. Il capitalismo francese conosce da anni un andamento economico debole. Il peso strutturale della spesa pubblica è il nemico numero uno della MEDEF (la Confindustria) e dei partiti borghesi. Le pensioni a loro volta sono il grosso della spesa pubblica. “Non si può recidere la spesa pubblica senza intervenire sulle pensioni” grida in coro la grande stampa borghese. Industriali, banchieri, economisti e mananger usano ogni giorno quintali di inchiostro per affermare che non può decollare l'economia francese se non ci si libera di questa zavorra.

Peraltro, proprio lo scontro col movimento dei gilet gialli lo scorso anno ha ulteriormente complicato le cose. Per cercare di disinnescare il movimento dei gilet – infinitamente più modesto dello sciopero attuale ma fattore di potenziale contagio – Macron aveva fatto un anno fa (esattamente il 10 dicembre del 2018) alcune parziali “concessioni” sociali, in direzione in particolare del reddito familiare, delle pensioni minime, della revoca di maggiorazioni di imposta. Per la borghesia altri 4 miliardi sul groppone dell'odiata spesa pubblica. Ma soprattutto una confessione politica di debolezza. Il Presidente ha cercato di equilibrare le concessioni estorte dalla piazza con la soppressione parziale dell'imposta sul patrimonio (“imposta di solidarietà sulle fortune”) e con una flat tax vantaggiosa sui redditi da capitale. Ma questo l'ha costretto a maggior ragione al finanziamento in deficit delle concessioni ai gilet gialli. Oggi l'attacco al sistema pensionistico è indotto anche dalle necessità del governo nel quadro dei patti di stabilità europei. Per giocare la carta della grandeur francese sui tavoli continentali (e non solo), e reggere il negoziato complesso col capitalismo tedesco, Macron deve esibire un quadro economico in regola sul fronte interno, il fronte delle pensioni innanzitutto.


LA MEMORIA DEL PROLETARIATO FRANCESE. LO SPETTRO DEL '95

Tuttavia nello sciopero generale in atto vivono non solo fattori contingenti, ma anche l'esperienza del proletariato francese. Non solo la sua memoria lontana (lo sciopero generale del 1936 che strappò il sabato festivo e lo sciopero generale del maggio 1968 che conquistò il salario minimo intercategoriale), che pure ha depositato indirettamente un suo lascito. Ma anche la memoria più recente: la grande lotta di massa del 2006 contro il governo Villepin e il suo contratto precarizzante di primo impiego (CPA), che costrinse il governo ad una clamorosa retromarcia; e soprattutto il grande sciopero generale vittorioso del 1995 contro Juppé proprio a difesa delle pensioni.

Oggi la memoria del '95 è non a caso un riferimento dominante del dibattito pubblico in Francia. Sulla stampa borghese sembra la memoria della peste. Sulla stampa della sinistra riformista è la memoria di una lotta importante ma datata. Per un settore della classe lavoratrice è invece la memoria di una vittoria possibile attraverso l'uso della propria forza. Se forme di mobilitazione tradizionali seppur insistite, come contro la legge El Khomri di Hollande, non hanno ottenuto risultati, mentre una lotta di piazza settimanale, spuria, ma continuativa come quella dei gilet gialli ha costretto Macron a fare concessioni, la conclusione è che allora anche i salariati debbono andare a una prova di forza. E la prova di forza dei salariati è lo sciopero. La memoria del '95 riassume questa conclusione.


LE PREOCCUPAZIONI DELLA BORGHESIA. E DELLA BUROCRAZIA SINDACALE

La prova di forza che si è aperta in Francia è al centro delle preoccupazioni della borghesia.
Anch'esso memore del 1995, il governo teme la ricomposizione di massa del fronte sociale. Tutto l'ultimo anno è stato speso nel tentativo di disinnescare i rischi di esplosione. Macron ha fatto di tutto in questa direzione: ha imbandito il cosiddetto “grande dibattito” con la società francese, simulando l'umiltà dell'ascolto in mille incontri coi “cittadini”; ha ricoperto di promesse diverse categorie professionali; ora offre la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti per bloccarne la convergenza di lotta coi ferrovieri, salvo confessare che non ha i soldi per l'operazione.

Ma ora i nodi sono giunti al pettine. Macron ha preso un anno di tempo per allontanare da sé lo spettro dello scontro sociale sulle pensioni, ma non è riuscito ad evitarlo. Ora lo sciopero generale apre contraddizioni nella borghesia. Il presidente della MEDEF consiglia a Macron di rinunciare alla riforma a punti delle pensioni e di accontentarsi di un innalzamento del monte di contributi necessario. Il Consiglio di orientamento sulle pensioni, una sorta di consulta governativa di esperti sul tema, pubblica un nuovo rapporto e raccomanda a Macron la virtù della prudenza. Lo stesso primo ministro Édouard Philippe mostra tentennamenti, avendo paura di essere usato da Macron come una sorta di ascaro sul fronte sociale per essere poi scaricato e bruciato. Per questo fa filtrare sulla stampa di essere più disponibile del Presidente al “dialogo sociale”. Nel momento stesso in cui vanno allo scontro i diversi attori borghesi si premurano di predisporre, in ordine sparso, un proprio spazio di ritirata.

Ma la stessa preoccupazione investe le burocrazie sindacali. La CFDT si è tenuta fuori dallo scontro per giocare il ruolo di interlocutore privilegiato e responsabile del governo, ma la polarizzazione in atto restringe gli spazi dell'operazione. La preoccupazione è soprattutto negli ambienti dirigenti di Force Ouvrière (FO) e della CGT. Le burocrazie sono state costrette allo scontro sociale dalla pressione di larghi settori della base militante e dalla sfida aperta di Macron alla loro stessa forza negoziale. Ma hanno il terrore di essere scavalcate dalla dinamica di massa e di non riuscire a controllarla. Il loro obiettivo è di vincere ai punti riconquistando pacificamente un tavolo di concertazione col governo sullo stesso tema delle pensioni per riaffermare il proprio ruolo di regolatori del conflitto, a garanzia delle ordinate relazioni industriali. Ma gli stessi processi di radicalizzazione che i burocrati evocano per chiedere udienza al governo rendono pericoloso il loro gioco. Dominique Maillot, importante dirigente di FO, lo confessa apertamente a Le Monde: “Attenzione, uno sciopero è un giorno dopo l'altro, e io posso dirvi che nessuno può sapere cosa accadrà. Il '95 nessuno l'aveva previsto all'inizio" (1 dicembre).


IL NODO DELLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO

Le preoccupazioni hanno un fondamento. Nel 1995 la burocrazia sindacale aveva un peso e una capacità di controllo, nonostante tutto, molto superiore all'attuale. Disponeva di un tasso di sindacalizzazione più esteso e aveva relazioni politiche con partiti riformisti ancora strutturati (Partito Socialista e Partito Comunista Francese). Il decennio della grande crisi e il crollo della vecchia sinistra politica ha trascinato con sé una profonda disaffezione verso i sindacati nelle stesse file dei salariati. Lo stesso fenomeno dei gilet gialli e la sua presa in ambienti operai si è nutrito (anche) di questo sentimento. Questa situazione non priva i sindacati maggiori del potere di promuovere lo sciopero, come dimostrano i fatti, ma può indebolire la loro capacità di controllarlo. “Essi rischiano di perdere il controllo del movimento senza poter impedire un suo debordamento” scrive Le Monde il 4 dicembre.

Nelle stesse pagine Le Monde descrive lo sviluppo di comitati e assemblee di base formatisi in diversi settori per impulso di attivisti sindacali di diversa collocazione e di lavoratori non sindacalizzati, proprio in preparazione dell'inizio della sciopero del 5 dicembre con l'intento di dirigerlo. La parola d'ordine “lo sciopero è degli scioperanti” ha acquistato popolarità in ambienti diversi e misura al tempo stesso volontà di lotta e diffidenza verso le burocrazie: è l'espressione a suo modo di una domanda di democrazia operaia e di autorganizzazione.

Vedremo nei prossimi giorni se queste potenzialità si svilupperanno o regrediranno. Analizzeremo il posizionamento politico di tutti gli attori in scena anche sul versante politico. Documenteremo l'intervento attivo nella lotta dei marxisti rivoluzionari francesi. Verificheremo se entrerà nella lotta il proletariato industriale, che oggi versa in maggiori difficoltà, ma la cui mobilitazione darebbe una piega decisiva alla dinamica degli avvenimenti.

Ma una cosa già la possiamo affermare: le tre ore di sciopero contro la legge Fornero in Italia da parte della burocrazia CGIL sono umiliate dallo sciopero generale continuativo in Francia contro una riforma antioperaia delle pensioni dopo tutto più modesta di quella di Monti.
Sicuramente la lotta in corso in Francia è una ragione non solo di solidarietà internazionalista contro i sovranismi di ogni tipo ma anche un terreno di battaglia politica per un'altra direzione del movimento operaio italiano.
Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI DIFFONDIAMO:CORRISPONDENZA DA PARIGI

Volentieri diffondiamo il report informativo reperibile sul sito
http://www.sindacatosgb.it/it/internazionale
a cura della compagna Marta Positò

Un report informativo sulla mobilitazione sindacale in Francia , fatto da una nostra compagna sul luogo, Marta.
Siamo vicino ai lavoratori francesi e ci auguriamo che lo sciopero si generalizzi sempre più, fino alla vittoria


Sciopero generale 5 dicembre in Francia : on lache rien, on continue!
Il 5 dicembre in Francia, secondo la CGT, 1,5 milioni di persone hanno riempito le strade di varie città in occasione dello sciopero generale proclamato da tutte le sigle sindacali riunite in un fronte intersindacale(CGT, Solidaires, FO, FSU a cui si sono aggiunti anche la CFE-CGC e la CFDT), di cui 250,000 a Parigi.
L’opposizione alla riforma del sistema pensionistico annunciata dal governo Macron da qualche mese unito in un solo fronte un enorme quantità di settori, oltre ai ferrovieri (SNCF) e ai lavoratori dei trasporti (RATP) direttamente sotto attacco: gli insegnanti di ogni ordine e grado, i lavoratori della sanità, del sociale, i pompieri, i lavoratori dell’ elettricità (EDF) e del gas (IEG), raffinerie, gli studenti… Un fronte unico di lotta all’insegna dello sciopero ad oltranza, come emerso dalle assemblee nazionali dei lavoratori dell’SNCF e della RATP: la giornata del 5 non è stata che una tappa, è stata votata la continuazione dello sciopero il 6 e fino a lunedì 10, quando nuove manifestazioni si svolgeranno in più città, all’iniziativa della CGT,FO,Solidaires e FSU, secondo quando deciso dalle AG (assémblées générales) di settore nazionalmente.
La parola d’ordine di continuare fino al ritiro del progetto di legge di riforma delle pensioni, riporta all’ atmosfera dello sciopero generale di dicembre 1995 che costrinse il governo a ritirare la riforma e l’enorme partecipazione al 5 supera probabilmente quella della prima manifestazione contro la loi Travail del 2016. Quello che è certo è i numeri delle piazze del 5 dicembre superano di gran lunga quelli delle prime cinque manifestazioni della protesta contro la precedente riforma del sistema pensionistico e previdenziale del 2010.
La riforma delle pensioni è una delle punte di diamante del governo Macron. Dietro l’annuncio demagogico di un sistema pensionistico ‘’universale’’, con gli ‘’stessi diritti per tutti’’, si nasconde il vero obiettivo del governo: cercare di dividere il mondo del lavoro in generale, rafforzando il corporativismo, cercando di ostacolare le mobilitazioni e le iniziative di fronte unico. Dietro questa retorica, si nasconde anche la volontà di assestare un duro colpo ad alcuni delle categorie più combattive, ovvero i ferrovieri della SNCF resisi protagonisti dello sciopero storico nel 2018 e i lavoratori dei trasporti, che già il 13 settembre avevano lanciato una giornata di sciopero molto seguita sempre contro la riforma in questione, considerabile un po’ come la piattaforma di lancio dello sciopero del 5 dicembre. Ne erano scaturite altre giornate di sciopero il 21 e il 24 settembre.
Infatti, i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti beneficiano di due degli undici regimi pensionistici speciali (i lavoratori del minerario, notarile, culto, bancari Banque de France, ex dipendenti della Société d’exploitation industrielle des tabacs et des allumettes (Seita), operai degli stabilimenti industriali dello Stato (FSPOEIE) o i lavoratori del regime temporaneo dell’insegnamento privato (Retrep)…), senza contare i dipendenti pubblici, enti locali, ospedalieri, indipendenti o agricoli.
Dal 2010 infatti, l’età pensionistica è stata aumentata in generale da 60 anni a 62 anni, fatti salvi alcuni settori, per l’appunto per cui, dove l’età media di pensionamento è di 55,7 anni alla RATP, di 56,9 anni alla SNCF e di 57,7 anni all’ EDF e IEG, rispetto ai 61,3 nel pubblico e 63 anni del settore generale.
Quindi sia la destra (LREM) che il governo hanno cominciato una crociata contro questi lavoratori sostenendo che si tratti di privilegiati, che non solo andrebbero in pensione prima degli altri, ma avrebbero anche una pensione più elevata. In realtà tutto dipende dalle ritenute effettivamente versate e anche dal fatto che, data la natura usurante delle condizioni di questi settori, i lavoratori vanno in pensione prima e senza aver maturato il massimo dei contributi, cosa che in che in media, comporta uno scarto di circa 900 euro in media rispetto ai pensionati sotto il sistema generale ( 2160 euro rispetto a 1260 euro in media, secondo i dati ministeriali del 2019). Senza dimenticare che si parla di categorie che fanno notturno, week-end, turni molto lunghi e in ambienti non necessariamente salubri.
A questo proposito recentemente, da ultimo il 21 ottobre 2019, i lavoratori della SNCF hanno esercitato il diritto di recesso, ovvero la cessazione delle mansioni in presenza di un contesto lavorativo non sicuro, di un pericolo ‘’grave e imminente’’, per tre giorni, a seguito di un incidente, ovvero la collisione di un regionale veloce TER sulla linea Reims-Charleville con un convoglio merci eccezionale che era restato bloccato di traverso su un passaggio a livello. L’incidente aveva provocato 11 feriti non gravi su 70 passeggeri. Il macchinista si era trovato ad occuparsi dei passeggeri e, allo stesso tempo, ad attivare un dispositivo a 1,5 km da dove si trovava per dare l’allerta agli altri treni.

Contro l’azione demagogica e di attacco del governo, contro l’intento di innescare divisioni corporativiste e mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, un fronte unico delle sigle sindacali ha lanciato l’appello al 5 dicembre.
Nel frattempo, precedentemente e nei prossimi giorni, ci sono state iniziative di costruzione e raggruppamento per rafforzare la risposta intercategoriale all’avanzata distruttiva del governo: la promozione di un’assemblea generale intercategoriale (AG interprofessionnelle Front de Lutte) ha cercato di riunire vari settori, soprattutto a Parigi e nel 92° dipartimento. Delegati, rappresentanti sindacali, lavoratori di vari settori, come i postini e le postine di Sud Poste 92, e studenti si sono riuniti in un quadro di rilancio e costruzione del 5 dicembre e oltre, al di là delle rispettive direzioni sindacali. Al fine di rafforzare i legami intercategoriali ed elaborare una piattaforma rivendicativa condivisa e solidale fra le varie categorie con la parola d’ordine dello sciopero generale ad oltranza. Dopo la manifestazione, l’ AG Interpro et des fronts de lutte ha visto la partecipazione di almeno 700 persone.
Dal 5 dicembre, i lavoratori della SNCF e della RATP (il 70%) sono determinati a continuare a scioperare: il ‘’giovedì nero’’ dei mezzi secondo i media, continua con la maggior parte dei treni annullati e su Parigi due linee di metro funzionanti su 14 (perché automatiche) e RER ferme o pressoché inesistenti, con intere stazioni chiuse, molti autobus sospesi. Senza contare anche cinque raffinerie, istituti scolastici e altri settori.
Il momento è cruciale: il 7 dicembre ci saranno almeno due manifestazioni a Parigi (una all’iniziativa della CGT contro la precarietà e una chiamata dai gilets gialli, che hanno sostenuto e partecipato allo sciopero del 5 dicembre).
La portata durissima della riforma, unita alle riforme peggiorative che toccano varie categorie, come la scuola, ha dato vita ad una manifestazione unitaria, enorme e molto importante. I prossimi giorni saranno decisivi nel coinvolgimento attivo delle varie categorie, degli studenti: nella messa in pratica di una dinamica collettiva di sciopero ad oltranza come proclamato dalle AG dei lavoratori SNCF, RATP, dal fronte sindacale unitario e dagli attori che portano avanti un’azione di fronte unico di lotta intercategoriale, come l’AG Interpro.

12 settembre 2017, la protesta contro Macron invade le città francesi

«S'unir pour ne plus subir»

19 Settembre 2017
 
 Prima giornata di sciopero nazionale al rientro in Francia contro la ulteriore distruzione del Codice del lavoro, voluta dal governo Macron con la Loi Travail XXL.
All'appello della CGT hanno risposto diversi sindacati, ovvero Solidaires, la FSU, SNES-FSU (insegnanti educazione settore pubblico), UNEF, alcune unioni dipartimentali di Force Ouvrière (la cui direzione ha scelto di non aderire), il Front Social, oltre a molteplici organizzazioni politiche, tra cui l'NPA.
Quattrocentomila e più fra lavoratori, liceali, universitari, donne, giovani dei quartieri popolari, precari e disoccupati sono scesi in piazza per denunciare apertamente l'offensiva reazionaria in atto: un pacchetto di otto ordinanze che si aggiungono agli attacchi massivi cominciati nel 2016 sotto Hollande con la Loi El Khomri (Loi Travail), prima riforma del lavoro sulla scia del Jobs act e, prima ancora, della riforma Rajoy in Spagna nel 2012.

Contro la cancellazione dei diritti sociali fondamentali acquisiti nel corso degli ultimi cinquant'anni, tantissime città sono state occupate dalla classe operaia francese, con numeri simili a quelli del 9 marzo del 2016, quando nella la prima giornata di mobilitazione nazionale contro la Loi El Khomri quattrocentocinquantamila persone davano l'inizio ad un movimento durato mesi, prova del rilancio della forza della lotta di classe.
Un movimento che ha avuto il merito di raggruppare e fare convergere vari spezzoni di classe con un unico obiettivo: rigettare l'offensiva padronale governativa.

Di queste otto ordinanze Macron, guidato dalla centrale padronale MEDEF, ha fatto il punto cardine della sua campagna elettorale presidenziale, e che ora, dopo il risultato delle legislative con il quale ha guadagnato la maggioranza quasi assoluta in parlamento, intende imporre, visto lo scarso consenso con il quale ha ottenuto questi risultati (circa il 70% dei lavoratori non lo ha votato).

Sullo sfondo: l'indebolimento dei sindacati (sempre più potere alla contrattazione aziendale; referendum padronale e dei sindacati gialli); l'austerity nell'educazione (taglio di 331 milioni dal budget dell'insegnamento superiore, introduzione della selezione all'università per un'istruzione elitaria e modellata sugli interessi degli imprese, soppressione di intere filiere, taglio dei sussidi per gli alloggi - ottantasettemila gli studenti che non trovano posto in facoltà, i "sans-fac"); la riforma della maturità (non più un titolo d'accesso diretto all'università, per l'aumento delle disparità educative e di budget tra scuole borghesi e scuole dei quartieri popolari); la riforma e il taglio dei sussidi sociali e delle pensioni (ne faranno le spese, ad esempio, i ferrovieri); lo svilimento dei contratti a tempo indeterminato con conseguente deregolamentazione dei contratti a termine (CDI per la durata di un progetto) e corrispondente soppressione dei contratti di inserzione sociale nel mercato del lavoro e nell'associativo (i "contrats aidés", contro i giovani e le fasce deboli in cerca di lavoro); la soppressione delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro; le ulteriori facilitazioni per i licenziamenti nelle imprese (forte riduzione e definizione delle indennità in caso di licenziamento illegittimo e senza giusta causa).
Per non citare il taglio di posti nel settore pubblico (120.000 posti entro fine quinquennato, 1.600 entro il 2018) e il blocco dei salari per tantissime categorie, fino all'introduzione dello stato d'emergenza nel diritto comune.

Lavoratori ricattabili, ipersfruttati e precari, giovani dei quartieri popolari e studenti privati di risorse, settori di classe più che mai a rischio. Per questo è urgente unirsi per contrattaccare, per rilanciare lo sciopero in vista ed oltre il giorno di approvazione del pacchetto di ordinanze, il 22 settembre. Per questo motivo il 21 settembre è stato convocato un altro sciopero nazionale. Tale urgenza è più che sentita nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università; non a caso la CGT Nord avvierà uno sciopero a oltranza a partire dal 21 settembre, a partire dai portuali di Le Havre, seguiti dalla logistica e trasporti, categorie in cui le federazioni di CGT e FO bloccheranno tutto dal 25 settembre.

Ci sono quindi forze che, dalla fine del movimento del 2016, hanno preso atto della situazione e della necessità di fare convergere le lotte. Settori che hanno organizzato una risposta unitaria contro una delle più feroci controriforme liberali degli ultimi tempi, come il "Front Social", che ha dato vita ad un polo operaio che riunisce militanti sindacali, politici, giovani lavoratori precari; come il CLAP - Collettivo Riders Autorganizzati Parigini; lavoratori in Deliveroo; insegnanti e studenti dei licei delle periferie organizzati in "Touche Pas Ma ZEP"; universitari e operai, ecologisti e collettivi femministi come il Collectif Femministe Révolutionnaire.
Lo scopo del coordinamento, dislocato in comitati locali, è quello di dare voce e unire i conflitti e le mobilitazioni che ogni giorno animano il paese, per respingere non solo questa riforma del lavoro filopadronale, ma tutto il suo mondo: dallo stato di emergenza, alla violenza della polizia, tutto ciò che vuole ridurre la classe operaia al silenzio, nel quadro del disegno di liberalizzazione estrema del mercato del lavoro, contro le conquiste e i diritti sociali in Francia, come nel resto d'Europa.

Il ruolo dei marxisti rivoluzionari in questo polo combattivo è stato ed è fondamentale nella costruzione e nel rilancio di una lotta a 360 gradi, non solo per il ritiro di queste manovre antisociali, ma anche nella prospettiva di un vero sciopero generale e dell'autorganizzazione generale dei lavoratori e degli studenti. Per rovesciare un sistema che getta nella miseria la nostra classe, ribadendo il ruolo del partito rivoluzionario in questo processo.
Marta Positò