Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta sovranismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sovranismo. Mostra tutti i post

Dove va l'Unione Europea?

 


Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica

14 Maggio 2024

Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa

L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della Francia e la forza economica della Germania. Il suo progressivo allargamento non ha rimpiazzato questo baricentro originario, ma ne ha minato le basi ed aggravato le contraddizioni. L'attuale scenario mondiale approfondisce la crisi della UE da ogni versante.


LE AMBIZIONI ORIGINARIE DELL'UNIONE

Attraverso la loro unione, formalizzata dai Trattati di Maastricht (1992-1993), gli stati imperialisti del vecchio continente si candidarono a massimizzare a proprio vantaggio la nuova spartizione del mercato mondiale e delle zone di influenza seguita al crollo dell'URSS. La dichiarazione di Lisbona dell'anno 2000 ancora progettava la conquista di una egemonia economica della UE a livello globale. Tale ambizione si è concretizzata nella formazione della moneta comune (2002), oggi estesa a 20 paesi, e seconda valuta di riserva al mondo dopo il dollaro; nell'ampliamento del mercato continentale interno con la progressiva liberalizzazione della circolazione dei capitali e delle merci; nell'allargamento progressivo della UE, con i salti compiuti nel 1995 (attraverso l'ingresso di Austria, Finlandia, Svezia), poi nel 2004 (con l'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria), poi ancora nel 2005 (con l'adesione di Romania e Bulgaria), infine nel 2013 (con l'ingresso della Croazia), sino agli attuali 27 stati membri. La disgregazione della federazione jugoslava, e le guerre che l'accompagnarono dal 1991 al 1999, sono state di fatto parte costituente dell'Unione Europea e della sua proiezione.


L'ATTACCO ALLE CONQUISTE SOCIALI DEL PROLETARIATO EUROPEO

Il risvolto sociale dell'unione imperialista è stato la gestione concordata delle politiche antioperaie sul versante interno: precarizzazione del lavoro, smantellamento dei meccanismi di indicizzazione dei salari, privatizzazione dei servizi, attacco alle prestazioni del welfare. La riduzione delle tasse su patrimoni e profitti, nel quadro della globalizzazione capitalistica mondiale, ha accompagnato la crescita dell'indebitamento pubblico in direzione del capitale finanziario. Il pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi ha trascinato la compressione delle spese sociali da parte dei diversi stati nazionali nel campo della sanità, dell'istruzione, della previdenza pubblica, delle protezioni sociali. I patti europei sulle politiche di bilancio – dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact (2012) sino al nuovo Patto di stabilità (2023) – hanno incardinato la gestione concordata di queste politiche tra i diversi stati nazionali, nel difficile equilibrio dei loro diversi interessi.

Tutti i governi borghesi, di ogni colore politico, a partire dai governi dei paesi imperialisti, hanno gestito le politiche antioperaie. Governi di centrosinistra o socialdemocratici hanno fatto in più occasioni da apripista (Blair in Gran Bretagna nel decennio 1997-2007, Schroeder in Germania tra il 1998 e il 2005, la lunga legislatura di centrosinistra in Italia dal 1996 al 2001).

La classe operaia europea ha pagato pesantemente i costi sociali di queste politiche. Le sue conquiste sociali sono finite ovunque sotto attacco. Le disuguaglianze dei livelli di reddito e di occupazione si sono complessivamente accresciute tra i diversi paesi e al loro interno. Aree territoriali tradizionalmente sottosviluppate hanno confermato o aggravato la propria marginalità (Germania Est, Meridione d'Italia, Andalusia, Bretagna) attraverso ulteriori processi di deindustrializzazione. Alcuni paesi periferici come la Grecia hanno subito profonde destrutturazioni economiche e sociali per pagare il debito estero alle banche tedesche, francesi, italiane. Il grosso dell'Europa orientale, progressivamente integrata nella UE, si è differenziata tra un Nord ed Ovest più sviluppati (Polonia, Estonia, Slovenia e paesi baltici) ed un Est e Sud ridotti a riserva di manodopera a basso salario.

In definitiva, il vero “successo” dell'Unione Europea si è consumato contro i salariati e la popolazione povera del continente.


LA CRISI DELLE AMBIZIONI EGEMONICHE DELLA UE

Si tratta in realtà dell'unico “successo” dell'Unione Europea. Le ambizioni egemoniche degli imperialismi europei si sono infatti scontrate assai presto con uno scenario internazionale avverso.

Negli anni '90 e nei primi anni 2000 il forte rilancio del militarismo imperialistico degli USA in chiave unipolare, anche attraverso il controllo della NATO, ha costretto gli imperialismi europei o a un allineamento subalterno (come in Jugoslavia e in Afghanistan) o a una differenziazione passiva (come quella di Francia e Germania sull'invasione dell'Iraq); mentre l'asse tra imperialismo USA e imperialismo britannico acuiva le contraddizioni interne alla UE e congelava il suo sviluppo politico.

La grande crisi capitalistica del 2008, per i suoi effetti diretti e indiretti, ha assestato un ulteriore colpo all'UE. La doppia recessione continentale (2008-2011) e la crisi dei debiti sovrani ha ampliato il contrasto di interessi tra la Germania e gli imperialismi mediterranei (Francia, Italia, Spagna) attorno alle politiche di bilancio. Ma soprattutto il salto imperialistico della potenza cinese dopo il 2008 e la nuova centralità planetaria dello scontro interimperialista tra USA e Cina ha progressivamente marginalizzato il peso della UE. La maturazione imperialistica della Russia di Putin e la sua politica di potenza, culminata nell'invasione dell'Ucraina (febbraio 2022), hanno infine approfondito la sua crisi.

L'Unione Europea è da tempo imprigionata in una impasse, nel lungo limbo tra mancato sviluppo federale e impossibile dissoluzione. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione non ha sbloccato tale impasse. Il nuovo contesto mondiale oggi l'aggrava.


LA SFIDA DEL NUOVO CONTESTO MONDIALE

Il combinarsi della pressione imperialistica russa, della crisi dell'egemonia mondiale americana, della competizione globale con USA e Cina (e tra USA e Cina), pone gli imperialismi europei di fronte a nuove sfide di portata storica: la necessità di sviluppare una propria forza militare, integrata nella NATO, ma capace di una nuova presenza e iniziativa sui diversi scacchieri strategici; la necessità di un salto degli investimenti nella transizione ecologica e digitale. Sono necessità inaggirabili per far fronte agli imperialismi concorrenti, alla forza dei loro regimi statali, e alla nuova imprevedibilità dello scenario mondiale (elezioni americane incluse). Sono necessità che richiedono unità di comando e grandi disponibilità di risorse: esattamente i requisiti di cui la UE non dispone.

Il bilancio economico comunitario è irrilevante rispetto al bilancio dei poli imperialistici concorrenti. La UE non dispone di una leva fiscale continentale, e per di più è attraversata da una concorrenza fiscale interna. L'unità di comando (Commissione Europea e Consiglio Europeo) è ipotecata dalla incerta mediazione intergovernativa, dentro un ibrido istituzionale irrisolto che sta a metà strada tra confederazione e federazione, esposto a ricorrenti poteri di veto. La BCE non gode di una copertura federale, ed è essa stessa luogo di contesa tra pressioni nazionali contrastanti (ieri nella gestione dei debiti sovrani, oggi in quella dei tassi d'interesse).


I PROGETTI TRANSNAZIONALI DI UN EUROPEISMO IMPERIALISTA

Per questo un settore transnazionale della grande borghesia europea ed il suo personale politico di riferimento (Mario Draghi) premono per una forte accelerazione della UE in direzione dell'avanzata del suo processo di integrazione. È il tentativo di rilanciare un progetto federale europeo. Da qui tre proposte fra loro connesse:

1) Rinnovare e stabilizzare il ricorso all'indebitamento continentale (eurobond) – dopo quello eccezionalmente varato di fronte all'emergenza Covid – per finanziare gli enormi investimenti necessari in campo militare, ecologico, digitale.
2) Puntare a una maggiore autonomia continentale dalle importazioni cinesi nel campo delle tecnologie verdi, e dalle importazioni USA in fatto di armamenti (oggi il 78% delle importazioni militari UE), sviluppando in entrambi settori una forte produzione europea.
3) Sviluppare un “mercato unico dei capitali” che possa mobilitare a questo fine il risparmio privato nella UE, integrando il ricorso ai bilanci statali (ed eventualmente agli eurobond).


LE PROFONDE CONTRADDIZIONI TRA GLI IMPERIALISMI NAZIONALI NELLA UE

Ma la stessa emergenza mondiale che sospinge l'integrazione europea approfondisce le contraddizioni che la minano.

Ogni imperialismo nazionale europeo coltiva il proprio autonomo interesse.
L'imperialismo tedesco, destabilizzato dalla crisi congiunta dei suoi tradizionali punti di forza (energia a basso prezzo di provenienza russa, proiezione sul mercato cinese, liberalizzazione degli scambi commerciali), si oppone a ogni nuovo indebitamento europeo facendo leva sulla superiorità del proprio bilancio statale: da qui lo stanziamento di 100 miliardi nell'investimento militare della Germania nel tentativo di rilancio del suo ruolo internazionale. Un investimento militare che destabilizza il tradizionale equilibrio con la Francia.
L'imperialismo francese, colpito dal crollo della propria area di influenza in Africa, chiede il ricorso all'indebitamento continentale in funzione degli interessi della propria industria bellica e della propria egemonia militare in Europa (quale unica potenza nucleare della UE), in aperta concorrenza con la Germania. Le posture belliciste di Macron sul fronte ucraino sono il rivestimento retorico di questa politica.
L'imperialismo italiano fa fronte comune con la Francia nel chiedere il ricorso al debito europeo, a fronte delle proprie difficoltà di bilancio, ma gioca di sponda con l'imperialismo USA per ottenere un proprio riconoscimento di ruolo in Medio Oriente e in Africa ai danni del declinante imperialismo francese. Il cosiddetto piano Mattei per l'Africa si muove in questa direzione.
Parallelamente, il gruppo dei paesi dell'Europa dell'est si divarica di fronte all'imperialismo russo tra una Polonia che stanzia il 4% del PIL in armamenti in chiave antirussa e una Ungheria che assume di fatto la Federazione Russa come interlocutore privilegiato.

Tutti gli imperialismi europei accrescono i propri bilanci militari, partecipando alla corsa mondiale agli armamenti. Ma la leva dei bilanci statali nazionali, molto differenziati per consistenza e livelli di indebitamento, agisce come fattore di ulteriore divaricazione nella UE. La “Difesa europea” resta la somma delle Difese nazionali, con 17 diversi sistemi d'arma e una spietata concorrenza interna tra stati imperialisti e i loro complessi industrial-militari.

La stessa dinamica opera nel campo della transizione ecologica e digitale dell'industria. La flessibilità concessa agli aiuti di stato da parte della Commissione Europea durante la crisi energetica ha sottolineato e ampliato le diverse capacità di bilancio tra gli imperialismi europei. La sola Germania nel 2022 ha coperto il 76% di tutto il valore degli aiuti di stato concessi in Europa, e destina ben 55 miliardi annui alla sola innovazione dell'auto elettrica. Per di più il nuovo Patto di stabilità e crescita, su pressione tedesca, ha preservato in forma diversa i vecchi vincoli restrittivi delle politiche nazionali di bilancio, disciplinando la riduzione del debito pubblico e i tetti della spesa in deficit: l'imperialismo tedesco non intende farsi carico delle esigenze di cassa e di investimento degli imperialismi concorrenti della UE, mentre l'esiguo bilancio europeo continua a dipendere dai contributi versati dagli stati membri.


IL DECLINO EUROPEO NELLA MORSA TRA USA E CINA

Si amplia il divario non solo tra gli imperialismi nazionali nella UE, ma tra l'insieme della UE e le potenze concorrenti di USA e Cina, dotate di una capacità di spesa e di indebitamento pubblico enormemente superiore, e di una grande riserva interna di materie prime a basso costo.
L'industria europea è così esposta al rischio di nuove fughe degli investimenti in direzione degli USA, mentre l'espandersi del protezionismo, connesso allo scontro fra poli imperialisti, colpisce la sua forza tradizionale di primo polo esportatore. La risultante d'insieme è l'approfondirsi della crisi europea. La crisi congiunta della Germania e del blocco franco-tedesco ne è effetto e concausa.

Anche i progetti di allargamento dell'unione si scontrano con contraddizioni paralizzanti. Da un lato la pressione dell'imperialismo russo suggerisce la ricerca dell'allargamento dell'unione in direzione dell'Ucraina e di paesi balcanici già da tempo candidati e in attesa (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord). Dall'altro il criterio dell'unanimità decisionale ostacola il nuovo allargamento. E non solo.

I Balcani sono area di influenza contesa tra imperialismo tedesco e imperialismo italiano. L'imperialismo francese, marginale nell'area, ostacola l'integrazione per contrastare gli imperialismi concorrenti. Mentre dall'esterno l'imperialismo russo intende preservare le proprie posizioni in Serbia e in Bosnia Erzegovina, facendo leva sulle questioni nazionali irrisolte.

Quanto all'Ucraina, la sua integrazione nella UE si confronta con l'enormità dei costi della ricostruzione, l'impatto sulla redistribuzione continentale dei sussidi agricoli, le rischiose implicazioni militari nel confronto con l'imperialismo russo. La corsa concorrenziale tra gli imperialismi nazionali europei ad accordi bilaterali con l'Ucraina copre non solo il divario di interessi nella futura spartizione della sua ricostruzione, ma la paralisi di prospettiva della UE. Le differenziazioni interne sul posizionamento in Medio Oriente completano il quadro.


UNIONE EUROPEA «IMPOSSIBILE E REAZIONARIA» (LENIN).
ECONOMIA DI GUERRA E GUERRA AI MIGRANTI


Nel 1915 Lenin dichiarava che, su basi capitaliste, l'unificazione europea (“Stati Uniti d'Europa”) è o impossibile o reazionaria. L'esperienza degli ultimi trent'anni ha confermato questa verità su entrambi i lati.
Una compiuta unione federale europea è impedita dagli interessi divergenti di stati imperialisti storicamente consolidati da lungo tempo. Al tempo stesso, ogni passo avanti dell'UE sul terreno dell'integrazione capitalistica si è tradotto in un attacco alla classe lavoratrice, ai settori oppressi, alle loro domande più elementari.
In nessun modo l'unione tra imperialismi europei ha assunto o può assumere un carattere progressivo. L'idea di una “Europa sociale, democratica, di pace”, dentro il quadro capitalista, si è rivelata una utopia, contraddetta dai fatti.

Tanto più oggi l'intera evoluzione dello scenario mondiale si abbatte sul proletariato europeo e sulle masse oppresse. Il salto degli investimenti militari in tutti i paesi europei, il pubblico richiamo all'economia di guerra, i piani di ripresa della leva militare obbligatoria in alcuni paesi, le missioni militari in Medio Oriente (Mar Rosso) al fianco dello stato sionista, trascinano nel loro insieme nuovi tagli ai servizi sociali. La crisi energetica e i venti protezionisti si traducono in crescita dei prezzi e in un nuovo colpo ai salari. Il pagamento del debito pubblico, statale e/o europeo, unito alla crisi dei bilanci statali, mina gli investimenti ambientali nella riconversione energetica, già ostaggio della concorrenza capitalistica internazionale, in particolare cinese (auto elettrica, pannelli solari). La militarizzazione crescente delle opinioni pubbliche colpisce i diritti democratici, a partire dalla criminalizzazione della mobilitazione antisionista, in particolare in Germania e Francia.

Le migrazioni connesse alle guerre divengono occasione di nuove campagne xenofobe di respingimenti, di rimpatri forzati, di detenzioni amministrative, fuori da ogni parvenza di diritto. Mentre la corsa (anche) europea alle nuove materie prime dell'Africa, innanzitutto litio e cobalto, e alla sua manodopera a basso costo, si combina col contrasto dei flussi migratori alla partenza attraverso accordi criminali coi regimi africani (Niger, Ghana) e nord-africani (Libia, Tunisia, Egitto) interessati. La “solidarietà europea” che fallisce sulla redistribuzione interna dei migranti si realizza sul loro respingimento alla frontiera, e sullo spostamento a sud della linea stessa di respingimento nel cuore dell'Africa subsahariana.


LA POSTA IN GIOCO NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 9 GIUGNO

Tutti i partiti dominanti del vecchio continente gestiscono, in varie forme, questi indirizzi politici di fondo, su scala nazionale ed europea, con ruoli di governo o di “opposizione”.

Le imminenti elezioni europee hanno unicamente come posta in gioco gli incerti equilibri di gestione delle politiche borghesi nelle istituzioni della UE.
Il PPE, il PSE, i liberali amministrano, con la loro maggioranza, l'attuale Commissione Europea. La destra dei conservatori europei (ECR) si candida a rimpiazzare la socialdemocrazia nell'alleanza col PPE, ma alcuni suoi settori si riservano la possibilità di negoziare un proprio ingresso nell'attuale maggioranza a guida Von Der Leyen dopo il voto europeo. È il caso di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. L'estrema destra sovranista (Identità e Democrazia) rivendica la propria partecipazione a un governo europeo di centrodestra in contrapposizione al PSE, ma si scontra con l'attuale indisponibilità del PPE verso l'estrema destra tedesca e francese.

In ogni caso, gli interessi dei propri imperialismi nazionali, e i calcoli di politica interna, dominano la politica europea. La lotta politica tra partiti borghesi in Europa rimane prevalentemente nazionale. Resta il fatto che a differenza del precedente decennio nessuna forza politica rilevante in Europa, neppure il grosso dell'estrema destra sovranista, rivendica oggi l'uscita dalla UE e/o dall'euro. È un riflesso indiretto dell'emergenza politica internazionale. Prima della pandemia, poi della guerra.


LA CRISI DI CONSENSO DELLE POLITICHE DOMINANTI

Al tempo stesso il corso delle politiche dominanti registra una diffusa crisi di consenso. Con l'eccezione dei paesi baltici e degli stati esposti alla frontiera russa (Polonia), la campagna allarmistica dei circoli dominanti a favore dell'economia di guerra, finalizzata a giustificare il salto di spese militari, non riesce a egemonizzare l'opinione pubblica, ed anzi suscita diffidenza o rigetto. Il pacifismo (talvolta antiucraino) da un lato, la solidarietà col popolo palestinese dall'altro – entrambi prevalenti nel sentimento pubblico – misurano, con opposta valenza, la crisi di consenso della politica estera nei paesi imperialisti dell'UE.

Non va diversamente per le politiche ambientali: il rinvio o l'autoriduzione degli impegni annunciati col Green Deal, sotto la pressione delle organizzazioni padronali dell'industria e dell'agrobusiness; il carico delle misure annunciate di riconversione produttiva ed energetica sulle spalle dei salariati e dei consumatori; i criteri di distribuzione dei sussidi agricoli a vantaggio delle grandi aziende, hanno sommato su opposti versanti resistenze diffuse o opposizioni aperte di ampi settori popolari, nei centri urbani e nelle campagne.

La profonda crisi dei sistemi sanitari e previdenziali, aggravata dalla crisi demografica e dal salto degli investimenti militari, e la pressione inflazionistica sui salari a fronte dell'abnorme crescita dei profitti, nutrono il malcontento di vasti settori di massa.


L'INSTABILITÀ POLITICA IN EUROPA

L'instabilità degli equilibri politici in Europa è il riflesso della crisi di consenso.
Con la parziale eccezione italiana, tutti i principali paesi imperialisti del vecchio continente incontrano crescenti difficoltà politiche sul versante interno.
Il governo tedesco è minato dalla crisi profonda della SPD e dalle contraddizioni interne alla maggioranza “semaforo”.
Il governo francese è colpito dalla crisi interna al partito macronista En Marche, non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile ed è minacciato dalla crescita del lepenismo.
Il governo spagnolo, sopravvissuto alle elezioni anticipate, vive una nuova crisi di consenso sul fronte dell'irrisolta questione catalana.
Il governo della Gran Bretagna attraversa la crisi storica del Partito Conservatore, che si somma alla crisi interna alla famiglia reale.
In diversi paesi il pendolo tradizionale dell'alternanza è stato scosso o destabilizzato da processi di polarizzazione politica.


POLARIZZAZIONE POLITICA E SOVRANISMO REAZIONARIO

La crescita della destra e dell'estrema destra sovranista in diversi paesi europei, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Romania, dall'Austria ai Paesi Bassi, è un riflesso della crisi politica e sociale del vecchio continente.

Il sovranismo, diversamente declinato, si candida a rappresentare settori declassati della piccola e media borghesia (è il caso del “movimento dei trattori”) ma anche a costruire l'egemonia piccolo/medio-borghese su ampi settori popolari e di lavoro salariato, nelle periferie e nella provincia profonda. È il tentativo di capitalizzare a destra la crisi congiunta dell'establishment liberale e del movimento operaio europeo. A differenza che in passato, le destre sovraniste dei paesi imperialisti combinano il vecchio spartito del nazionalismo militarista e atlantista con quello di un europeismo imperialista più “autonomo dagli USA” e dialogante con l'imperialismo russo.

È la rivendicazione di un'Europa confederale di stati indipendenti, quale potenza giudaico-cristiana, nemica di immigrati e musulmani. L'obiettivo è intercettare su basi reazionarie il sentimento pacifista “antiamericano” dell'opinione pubblica europea.

Il consenso elettorale delle destre in significativi settori della classe operaia industriale europea, in particolare in Francia e in Italia, misura lo scollamento dei vecchi blocchi sociali di centrosinistra sotto la pressione della crisi capitalistica.


LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO.
LA RESPONSABILITÀ DELLE BUROCRAZIE SINDACALI


La classe operaia europea ha conosciuto, in anni recenti, dinamiche di lotta molto differenziate da paese a paese. La Francia ha vissuto nell'ultimo decennio ripetuti processi di mobilitazione e radicalizzazione, contro la liberalizzazione dei licenziamenti e l'innalzamento dell'età pensionabile. L'Italia, all'opposto, resta segnata da un riflusso prolungato e profondo della classe operaia, dopo la sconfitta subita su tema dei licenziamenti (Jobs Act del governo Renzi, 2014-2015) e dell'istruzione pubblica (Buona Scuola, 2015). Un analogo ripiegamento ha investito il proletariato greco dopo l'esperienza traumatica del governo Syriza.

Una forte ripresa di lotte salariali ha interessato nell'ultimo anno la Gran Bretagna, con un significato di importante risveglio dopo la sconfitta storica subita quarant'anni fa per mano del governo Thatcher. Movimenti di lotta sul terreno salariale si sono prodotti, su scala più limitata, anche in Francia e in Germania, prevalentemente nel settore pubblico e nei servizi, meno nel proletariato industriale.

Nel complesso il livello di mobilitazione del proletariato europeo, per responsabilità delle sue direzioni, è oggi molto al di sotto delle necessità e della portata obiettiva dello scontro, sia sul terreno sindacale che sul piano politico più generale, sia nei diversi paesi che su scala continentale.

La diffidenza e ostilità verso il militarismo restano ancora prevalentemente passive. La necessaria mobilitazione contro la guerra, contro l'economia di guerra, contro la corsa generale agli armamenti, è stata per lo più rimpiazzata o da un affidamento passivo alla NATO in chiave antirussa (in particolare in Polonia e nel Nord Europa) o all'opposto da un sentimento diffuso antiucraino mascherato dal pacifismo (particolarmente forte in Italia). I movimenti di solidarietà con la Palestina, di grande rilevanza politica, hanno registrato dimensioni di massa in Gran Bretagna, una diffusa partecipazione giovanile in diversi paesi, una sintonia generale col senso comune maggioritario dell'opinione pubblica europea, decisamente filopalestinese; ma vedono ancora l'assenza del grosso del movimento operaio organizzato. Il movimento ambientalista del Fridays For Future, che aveva conosciuto una forte espansione tra il 2018 e il 2021 in importanti settori della gioventù europea, ha conosciuto una parabola declinante, anche per l'assenza di un riferimento di classe. L'importante mobilitazione democratica in Germania contro l'estrema destra nei primi mesi del 2024 è stata subordinata al governo a guida SPD, e perciò stesso deprivata di larga parte delle proprie energie e potenzialità.

Le burocrazie dirigenti del movimento operaio e sindacale europeo hanno avuto e hanno in tutto questo una responsabilità decisiva, subordinando ovunque la classe operaia alle necessità del proprio imperialismo e/o della propria borghesia.
In Francia hanno smobilitato il movimento di lotta sulle pensioni per paura di perderne il controllo. In Italia rifiutano ogni ipotesi di vertenza generale, pur in presenza di undici milioni di salariati in attesa di contratto. In Germania accettano di sacrificare le rivendicazioni salariali del settore pubblico alle esigenze di spesa militare. In Spagna sostengono il quadro di concertazione sociale col governo Sanchez e il padronato.

A maggior ragione è assente ogni piattaforma di lotta continentale ed ogni azione di lotta su scala europea. La stessa critica del nuovo Patto di Stabilità europeo da parte della Confederazione Europea dei Sindacati si limita a pronunciamenti innocui (13 dicembre 2023). La passività sul terreno del contrasto del militarismo e la mancata risposta all'appello dei sindacati palestinesi per la mobilitazione contro Israele misurano la profonda corresponsabilità delle burocrazie sindacali agli imperialismi europei e alle borghesie del continente.


LA SINISTRA EUROPEA TRA GOVERNISMO E CAMPISMO

La sinistra politica continentale, a sua volta, rivela tutta la propria subalternità al nuovo quadro internazionale.

La socialdemocrazia europea, con diverse declinazioni, ha gestito o gestisce la politica imperialista con ruoli di governo, sia a livello di Unione Europea in alleanza con PPE e liberali, su una linea europeista-atlantista, sia all'interno dei diversi contesti nazionali, con esiti e dinamiche differenziati.
In Germania la SPD guida il governo dell'imperialismo tedesco nel momento della sua svolta militarista.
In Spagna il PSOE dirige il governo dell'imperialismo spagnolo, subordinandovi il movimento operaio attraverso una politica di concertazione sindacale.
In Francia il PS ha subito gli effetti distruttivi del proprio ruolo di governo nel precedente decennio e dello scontro diretto con le resistenze sociali, sino al tracollo dei propri legami di massa.
In Italia lo spazio della socialdemocrazia è stato occupato precocemente sin dagli anni '90 da una formazione borghese liberale nata dalle ceneri del vecchio partito stalinista e tradizionalmente legato all'establishment (PDS, poi DS, infine PD). La sua gestione prolungata delle politiche di austerità ne ha largamente compromesso l'immagine pubblica nella classe lavoratrice, a beneficio della destra.
In Gran Bretagna il Labour Party si candida al governo con una nuova torsione liberale di matrice blairiana dopo aver archiviato la breve parentesi riformista di Corbyn: l'ostilità della nuova segreteria Labour verso gli scioperi operai dell'estate 2023 è il biglietto da visita del “nuovo” corso laburista.

I partiti della sinistra europea che negli anni '90 e 2000 hanno cercato un proprio spazio a sinistra della socialdemocrazia liberale sono vittima delle proprie ambizioni di governo.
Rifondazione Comunista si è autodistrutta quasi vent'anni fa con il proprio coinvolgimento nel governo di Romano Prodi (2006-2008) e nelle sue politiche antioperaie.
Syriza ha bruciato la domanda di svolta dell'ascesa di massa del 2012-2015 sull'altare del governo dell'austerità del memorandum della troika (2015-2019), ed è oggi investita da una crisi e disarticolazione profonda.
Podemos ha largamente disperso il consenso raccolto dopo le mobilitazioni degli Indignados (2011) con la propria perdurante partecipazione ai governi dell'imperialismo spagnolo a guida Sanchez (dal 2019).
Il Partito Comunista Portoghese e il Bloco de Esquerda hanno sostenuto per quattro anni (2015-2019) il governo della socialdemocrazia portoghese di Costa, con il suo taglio pesante degli investimenti pubblici.
La Linke tedesca, dall'opposizione, ha votato dopo il 7 ottobre le politiche filosioniste del governo dell'imperialismo tedesco ed ha subito una importante scissione dal versante sovranista e rossobruno guidata da Sahra Wagenknecht.
La NUPES francese si è disgregata sull'onda dell'allineamento “critico”del Partito Comunista Francese alle politiche di legge e ordine di Macron e al suo fronte repubblicano a difesa di Israele. La France Insoumise di Mélenchon preserva la propria versione di populismo nazionalista di sinistra, dominato dalle ambizioni personalistiche del suo leader: la comune subalternità della NUPES alle burocrazie sindacali francesi le ha rese corresponsabili della sconfitta dei movimenti di lotta (movimento contro la Legge Khomri e movimento contro la riforma delle pensioni).
Infine Jeremy Corbyn, asceso ai vertici del Labour Party britannico nel 2015 sulla base di un programma riformista antiblairiano, ha sacrificato il consenso militante raccolto all'unità con l'ala liberale del Labour Party, finendo battuto e umiliato da questa.

Complessivamente, la pretesa di costruire una nuova socialdemocrazia di sinistra su scala continentale è crollata sotto il peso delle derive governiste e/o delle pressioni degli imperialismi nazionali. La bandiera ideologica dell'“Europa sociale, democratica, di pace” è stata ed è solamente la copertura ideologica di questa politica di compromissione.

Un altro settore della sinistra europea, per lo più di estrazione stalinista, ha sposato posizioni campiste, col sostegno ai nuovi imperialismi russo e cinese, presentati come alternativa progressista alla NATO. L'allineamento si è tradotto nell'appoggio all'invasione russa dell'Ucraina, o in forma esplicita e diretta o in una versione mascherata di tipo pacifista. L'area campista è variegata, con articolazioni interne anche molto diverse l'una dall'altra. La sua ala estrema è sfociata nel rossobrunismo, in aperta sinergia con ambienti di estrema destra sovranista e posizioni reazionarie no vax, anti-immigrati, anti-ecologiche, anti-gay. La cosiddetta Piattaforma Mondiale Antimperialista (WAP) è il principale luogo di aggregazione internazionale della componente estrema del campismo. Tale aggregazione ha determinato la scissione interna all'area stalinista internazionale, con la nascita del nuovo polo di Azione Comunista Europea (ECA) attorno alle posizioni anticampiste del KKE greco.

La disgregazione interna del movimento stalinista è un sottoprodotto della nuova polarizzazione imperialista su scala mondiale. E chiama in causa, una volta di più, la necessità di un bilancio storico di fondo dello stalinismo e della sua deriva.


LA PROSPETTIVA SOCIALISTA, UNICA VERA ALTERNATIVA

La prospettiva socialista è l'unica soluzione storicamente progressiva. Lo è sul piano mondiale. Lo è di riflesso sul terreno europeo, in contrapposizione sia all'europeismo borghese liberale, sia al sovranismo reazionario.

Solo la classe operaia può unire l'Europa su basi progressive. Nel quadro capitalista e imperialista il vecchio continente è condannato al declino, nella morsa della polarizzazione mondiale tra vecchie e nuove potenze imperialiste. In tale quadro nessuna delle esigenze elementari della classe operaia e delle masse oppresse può trovare soddisfazione.
La crisi capitalista e il crollo dell'URSS hanno chiuso da tempo lo spazio storico delle riforme in Europa. Tutte le istanze del proletariato e dei movimenti progressivi del vecchio continente (sociali, ambientali, di genere, antirazzisti, antimilitaristi) pongono la necessità della rottura anticapitalistica. È la prospettiva del governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. È la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Questa parola d'ordine non è una improvvisazione propagandistica. Fu la parola d'ordine del movimento comunista nei suoi anni rivoluzionari. La Terza Internazionale comunista l'assunse formalmente nel 1923, a seguito dell'occupazione francese della Ruhr, contro il veleno dei nazionalismi imperialisti. Lo stalinismo la cancellò, assieme all'intero programma comunista.

Oggi il nuovo contesto mondiale di scontro interimperialista, l'irruzione della guerra nel cuore dell'Europa, la corsa generale agli armamenti, ripropongono l'attualità di questa prospettiva storica, contro ogni sorta di atlantismo, di europeismo imperialista, di sovranismo nazionalista, di campismo.

La nostra difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo muove da un'angolazione di piena autonomia da tutti gli imperialismi. Innanzitutto dall'imperialismo di casa nostra. L'imperialismo nord-americano e britannico, gli imperialismi nazionali della UE, fanno leva sulla guerra in Ucraina per promuovere l'allargamento della NATO, in Europa e sul Pacifico, per sospingere e giustificare la propria corsa agli armamenti (infinitamente più grande degli “aiuti” all'Ucraina), per prepararsi alle guerre future contro gli imperialismi rivali.
Parallelamente, l'imperialismo russo e il suo regime reazionario vedono l'invasione dell'Ucraina come parte della ricostruzione della propria area d'influenza grande-russa nella stessa Europa, e del rilancio della propria politica di potenza in Medio Oriente e in Africa, in alleanza oggi con l'imperialismo cinese.

I lavoratori e le lavoratrici dell'Unione Europea e della Russia non hanno alcun interesse a prender parte, da un lato o dall'altro, alla spartizione del mondo tra vecchi e nuovi imperialismi. Al contrario: solo la lotta contro tutti gli imperialismi può salvaguardare il proprio interesse indipendente, a partire dalla propria aspirazione alla pace.

Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” dichiarava Karl Liebknecht. La prospettiva del governo dei lavoratori e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa traduce questa consegna.


PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA, DALL'ATLANTICO A VLADIVOSTOK

La prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa travalica il perimetro dell'attuale Unione Europea. La geografia politica dell'Europa attuale è figlia delle scomposizioni e ricomposizioni attuate e negoziate dalle potenze borghesi dopo il crollo del Muro di Berlino e la restaurazione capitalistica in URSS. La linea di divisione tra proletari dell'Europa occidentale e proletari russi è stata riproposta su basi nuove dal contrasto fra imperialismi rivali. Da un lato gli imperialismi NATO, dall'altro l'imperialismo russo, arruolano l'uno contro l'altro il “proprio” proletariato in funzione dei rispettivi interessi imperialisti e della corsa agli armamenti. Unire i proletari contro i propri imperialismi significa battersi per unire l'Europa al di là delle sue attuali frontiere, per una Europa unita dall'Atlantico a Vladivostok, per una federazione socialista europea: l'unico quadro in cui sarà possibile risolvere, su basi progressive, la stessa miriade di questioni nazionali, grandi o piccole, che percorrono la penisola balcanica, l'est europeo, la Federazione Russa. Questioni che non possono trovare soluzione né sotto il comando degli imperialismi della UE né sotto la dominazione grande-russa.

Nella stessa UE i vecchi confini tra i principali stati nazionali non hanno alcuna funzione progressiva. Essi sono tenuti in piedi dall'interesse delle diverse borghesie, che usano la retorica propagandista dell'Europa quando devono imporre sacrifici ai propri operai o negoziare l'aiuto per le proprie banche, ma si tengono ben stretti i propri stati nazionali come strumento d'ordine sul piano interno, come comitati d'affari e camera di compensazione dei propri conflitti di interesse, come procacciatori di commesse e profitti sul mercato mondiale, come strumento militare di intervento o respingimento.

La sola cancellazione dei vecchi confini artificiali e del parassitismo degli Stati borghesi nazionali rappresenterebbe di per sé un grande salto in avanti della ricchezza sociale disponibile per tutti i lavoratori europei. Una pianificazione democratica dell'economia europea che mettesse insieme, a vantaggio dei lavoratori, la forza produttiva dell'intero continente costituirebbe un enorme progresso. Squilibri territoriali atavici (dalla questione meridionale italiana al mezzogiorno spagnolo) potrebbero essere compiutamente affrontati entro un grande piano continentale per il lavoro. Le questioni nazionali irrisolte e irrisolvibili nel contesto della UE e dell'Europa capitalista (la questione irlandese, la questione basca, la questione catalana...) potrebbero trovare soluzione nel quadro federale socialista europeo, col pieno diritto di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa, entro il richiamo unificante di una comunità continentale non più oppressiva: una repubblica europea dei consigli dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'Europa dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenterebbe a sua volta uno strumento di sostegno ai lavoratori e ai popoli oppressi di tutto il mondo contro il capitalismo e l'imperialismo.
La cancellazione di ogni pretesa e diritto coloniale delle vecchie madrepatrie sarebbe il primo atto di un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. In particolare il pieno sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese contro lo stato sionista, e del popolo curdo contro gli stati che lo opprimono, sarebbe un messaggio di liberazione alle masse oppresse di tutta la nazione araba e del Medio Oriente, e un forte incoraggiamento alla loro lotta.

Lo stesso sviluppo della lotta per un governo dei lavoratori in Europa potrebbe dare un forte impulso al movimento operaio internazionale a tutte le latitudini e in tutti i continenti.


PER UN PROGRAMMA DI LOTTA UNIFICANTE

Solo la prospettiva socialista del governo dei lavoratori può liberare una piattaforma di lotta unificante del proletariato, in ogni paese europeo e su scala continentale, capace di aggregare attorno a esso le istanze progressive di emancipazione e liberazione dei settori oppressi della società.

La lotta politica e di classe assume naturalmente forme diverse da paese a paese, in base alle diverse specificità nazionali, contesti politici, esperienze e tradizioni del movimento operaio. L'articolazione della piattaforma di lotta non può prescindere da questo principio di realtà. Tuttavia i contenuti dello scontro di classe travalicano, tanto più oggi, i confini nazionali.
L'Unione Europea ha unito la borghesia contro il lavoro. Si tratta allora di unire il lavoro contro la borghesia europea. La lotta in ogni paese per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici implica un quadro di rivendicazioni comuni e unificanti.

Per l'aumento generale dei salari e la scala mobile dei salari.
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. A pari lavoro, pari diritti.
Per la cancellazione di ogni legislazione anti-immigrati e il riconoscimento pieno dei loro diritti.
Per la ripartizione del lavoro fra tutti attraverso la scala mobile delle ore di lavoro.
Per un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nel risanamento ambientale, nella riconversione energetica, nelle energie rinnovabili, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi capitali, profitti, rendite.
Per un grande piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nella socializzazione dell'economia domestica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
Per l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che licenziano, che inquinano, che violano i diritti sindacali.
Per l'esproprio delle grandi proprietà ecclesiastiche (bancarie, finanziarie, immobiliari), la cancellazione di ogni privilegio clericale, l'abrogazione di tutte le leggi e misure discriminatorie nei confronti delle donne ed LGBTQI.
Per l'abbattimento delle spese militari e l'esproprio sotto controllo operaio dell'industria bellica.
Per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell'industria farmaceutica, dell'industria chimica, della grande industria alimentare, delle grandi aziende agricole, della grande distribuzione.
Per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del sistema ferroviario, aereo, portuale, logistico
Per la nazionalizzazione dei grandi monopoli in tutti i settori strategici della produzione, a partire dall'industria automobilistica e siderurgica, della energia, delle telecomunicazioni.


Tali misure, al di là delle loro particolarità, hanno un significato d'insieme: configurano un'alternativa di sistema all'anarchia del mercato e alla concorrenza capitalistica. Dunque alla distruzione di diritti sociali, devastazioni ambientali, oppressioni, dinamiche di guerra, che esse trascinano con sé. Non indicano una “nuova politica economica”, secondo la vecchia retorica riformista, ma una diversa struttura dell'economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni della società in base a un piano democraticamente definito dai lavoratori e sotto il loro controllo. Una alternativa di società e di potere.

La lotta per queste rivendicazioni parte in ogni paese dalle esigenze elementari della classe lavoratrice e delle masse oppresse, e va sempre ancorata ad esse. Al tempo stesso, traccia un ponte tra queste esigenze e la necessità di un governo dei lavoratori: l'unico governo che, rompendo col capitalismo, può realizzare compiutamente tali rivendicazioni e riorganizzare la società su basi nuove. La lotta per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, è ovunque il cuore di questo programma. Il suo coronamento naturale e centrale. Ed anche il principio di riferimento della piena autonomia del movimento operaio da ogni governo capitalista.


PER UNA RISPOSTA RADICALE ALLA REAZIONE

Il fondamento di questo programma di lotta non sta nella coscienza soggettiva della classe operaia e delle masse oppresse ma nella condizione oggettiva della società. La coscienza soggettiva delle grandi masse ha conosciuto un arretramento più o meno profondo. Ma oggettivamente solo una rottura anticapitalista può riaprire un orizzonte di progresso per l'umanità. Si tratta di far leva su questa verità per portarla controcorrente nella coscienza soggettiva della massa. Il programma ha innanzitutto questa funzione: mettere il movimento operaio al passo con la svolta d'epoca in corso.

L'attualità del programma anticapitalistico è anche di natura politica. L'esaurirsi dello spazio riformista sotto la pressione della crisi sociale e delle dinamiche di guerra richiama l'esigenza di soluzioni radicali. O tale soluzione è imposta dalla classe lavoratrice sul terreno anticapitalistico o rischia di essere imposta da forze più o meno reazionarie contro la classe lavoratrice.
La crisi delle tradizionali forme di alternanza liberale, l'irruzione di grandi processi di polarizzazione politica, testimonia l'attualità di questo bivio. La stessa crescita della destra sovranista in Europa è la misura della crisi del movimento operaio nell'approntare una propria soluzione della crisi del capitalismo. Risolvere questa crisi è dunque parte decisiva della stessa battaglia contro la reazione.

Peraltro solo una lotta radicale su una piattaforma di lotta unificante può scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare settori di classe oggi lì imprigionati, ricomporre un blocco sociale alternativo, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. Solo una lotta radicale può strappare cammin facendo risultati e conquiste parziali. Solo ponendo la questione del potere si può indurre la borghesia a fare concessioni. La borghesia concede qualcosa quando ha paura di perdere tutto. Le riforme, come diceva Lenin, sono un sottoprodotto della rivoluzione. Tanto più in un'epoca di crisi.

Non si tratta dunque di contrapporre questo programma agli obiettivi immediati dei movimenti, ma di portare in ogni movimento questo programma. Di ricondurre i suoi obiettivi immediati a una prospettiva anticapitalista. Vale per il movimento operaio come vale per ogni movimento progressivo, di genere, ambientale, antirazzista, antimilitarista, antifascista. Tutte le rivendicazioni progressive, sociali, democratiche, di pace richiamano la necessità di rompere col capitalismo e con l'imperialismo. E dunque la necessità di un riferimento centrale alla classe lavoratrice come forza centrale di un'alternativa. Parallelamente, la classe lavoratrice potrà assolvere il ruolo rivoluzionario solo se assume nel proprio programma tutte le istanze di emancipazione e liberazione delle masse oppresse della società, fuori da ogni ripiegamento economicista.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Il programma è in funzione dell'orientamento della massa e dello sviluppo della sua coscienza. Ma lo sviluppo della coscienza di massa richiede la presenza di un'avanguardia organizzata che intervenga nella classe operaia, nelle organizzazioni di massa, in ogni movimento progressivo.

Un'avanguardia unita dal programma, da una comune comprensione del corso generale degli avvenimenti mondiali, da una comune memoria storica della propria classe di riferimento, sul piano nazionale e internazionale. Raggruppare controcorrente questa avanguardia è una necessità politica urgente. Una necessità mondiale, una necessità in Europa.

La deriva della vecchia sinistra riformista e campista si è consumata in tutto il continente. La ricostruzione in ogni paese e su scala europea una sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, internazionalista, è il compito centrale dei marxisti rivoluzionari in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'Italia scavalca la Francia. In Tunisia

 


La caccia di manodopera a basso costo dei capitalisti italiani

La competizione internazionale tra poli imperialisti coinvolge le rotte internazionali degli investimenti. La cosiddetta deglobalizzazione segna l'accorciamento delle catene del valore, cioè la ricerca da parte di ogni imperialismo di fonti di approvvigionamento più vicine geograficamente, e soprattutto il più possibile sottratte alle incognite di misure sanzionatorie e protezionistiche degli imperialismi rivali.
In questo senso si rafforza in particolare sia la tendenza al reshoring, cioè al reimpatrio delle produzioni industriali (soprattutto da Cina e dall'Asia), sia parallelamente la ricerca di un proprio cortile di prossimità in cui concentrare gli investimenti esteri.

È il caso dell'imperialismo italiano in Tunisia. Già ci siamo occupati recentemente del rischio di default di questo paese, per via dei gravami del debito estero connesso al salto dei tassi di interesse sospinto dalle banche centrali. Un rischio tuttora presente dettato dalla pratica usuraia del capitale finanziario. Ma le politiche di rapina in Tunisia riguardano anche, più direttamente, le pratiche d'impresa, innanzitutto italiane.

In Tunisia il costo del lavoro è un sesto di quello italiano. «La Tunisia ha soprattutto il grande vantaggio di avere tanti lavoratori disponibili, per di più in una zona agricola come questa dalla disoccupazione elevata» dichiara candidamente il padrone dell'azienda di Cornedo Vicentino che ha scelto la Tunisia come seconda patria. Un'azienda di materiale elettronico che investe anche in Romania e Cina ma che ora fa rotta sulla Tunisia. Duecento dipendenti, prossimamente trecento, in località Mornaguia. Prevalentemente giovani e donne. È una delle 911 aziende italiane presenti nel paese, con quasi 80000 posti di lavoro complessivi, prevalentemente nella meccanica e nel tessile abbigliamento, con 135 progetti nuovi nel prossimo anno. Sono aziende che hanno sostituito per lo più le produzioni in Oriente dopo la vicenda Covid e poi con la guerra in Ucraina.

L'Italia fa la parte del leone in Tunisia, sbalzando la Francia al primo posto come partner commerciale, con un incremento delle esportazioni del 39,1% rispetto al 2021 per un totale di 4 miliardi di euro. Il titolare della Sparco, azienda di Torino con 1200 dipendenti, conferma le ragioni della scelta tunisina: «A causa della disoccupazione persone più qualificate accettano di fare lavori al livello più basso». È la stessa ragione che spinge in Tunisia il gruppo Calzedonia con quattro fabbriche, e il gruppo Zoppas.

Il default non è un problema che preoccupa gli investitori italiani. Al contrario: «Un eventuale default potrebbe provocare un indebolimento del dinaro e addirittura una ulteriore riduzione dei costi» dichiara Albino Bellazzi, amministratore delegato di Sparco. In altri termini, più la Tunisia va in rovina, più cresce la disoccupazione, più i giovani e le donne tunisine saranno disponibili a subire un ribasso dei loro già miserabili salari pur di lavorare e sopravvivere. A tutto vantaggio dei nostri capitalisti. Il che spiega oltretutto l'avversione di quest'ultimi all'immigrazione tunisina verso l'Italia e l'Europa. Troppi emigrati riducono la riserva di manodopera disoccupata e dunque il potere di ricatto salariale dei padroni italiani.

Quando Giorgia Meloni gira l'Africa, dalla Tunisia all'Etiopia, con tanto di foto coloniali di scolaresche locali festanti che sventolano il tricolore per renderle omaggio, si occupa solo dell'interesse dei capitalisti italiani. Che non a caso seguono la premier con proprie delegazioni d'affari. La bandiera della Nazione e della Patria, purtroppo oggi rivalutate a sinistra, serve solo ad offrire un paravento di nobiltà all'imperialismo italiano e alla sua ricerca di manodopera a basso costo nelle periferie del mondo. È una ragione in più per una politica internazionalista contro l'imperialismo di casa nostra e contro ogni tossina di sovranismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'autunno caldo negli USA

 


L'ascesa delle lotte salariali nel cuore del capitalismo mondiale

«Un'ondata di scioperi agita l'autunno degli Stati Uniti» titola il quotidiano di Confindustria (14 settembre). È una preoccupazione fondata.

Per la prima volta i ferrovieri americani minacciano uno sciopero generale continuativo per forti aumenti salariali. Biden è costretto ad attivare un piano d'emergenza antisciopero per garantire il traffico di uomini e merci. I tre ministeri di Trasporti, Energia, Agricoltura sono mobilitati contro lo sciopero. Il governo ha denunciato lo sciopero come «un esito inaccettabile» offrendo un aumento salariale del 24% in cinque anni. Ma le unions hanno respinto l'offerta a fronte dei profitti record delle compagnie. Il braccio di ferro è appena iniziato. Uno sciopero dei ferrovieri costerebbe al governo due miliardi di dollari al giorno.

Il punto è che non si tratta solo dei ferrovieri. Dopo gli anni della pandemia si leva tra i salariati americani una reazione liberatoria. Migliaia di infermieri in Minnesota stanno picchettando i centri sanitari con tre giorni di sciopero continuativo. La vittoria sindacale riportata in Pennsylvania in tredici case di riposo ha contagiato il settore della sanità. Le rivendicazioni sono aumenti salariali, nuove assunzioni, rifiuto di turni di lavoro massacranti. Parallelamente scioperano gli insegnanti, da Seattle all'Ohio, per aumenti di paga, ritardando di cinque giorni l'inizio dell'anno scolastico per cinquantamila studenti. Protestano gli operai dell'auto nel Midwest, mentre in Indiana lo sciopero in un impianto Stellantis ha costretto gli azionisti a fare concessioni salariali.

Cresce ovunque la domanda di sindacato. Le unions americane hanno conosciuto una crisi profonda negli ultimi decenni, con un netto calo delle iscrizioni. Il tasso di iscrizione è basso: il 6% nel settore privato e il 10% nel settore pubblico. Ma ora sembra prodursi un'inversione di segno. Da gennaio sono aumentate del 58% le richieste del National Labor Relations Board alle autorità federali di tenere e certificare elezioni per l'ingresso di sindacati in azienda. I sondaggi Gallup parlano di un consenso del 71% per il sindacato, record dal 1965. Le agitazioni sindacali si sono moltiplicate in tutto il paese, anche in settori meno tradizionali: in Amazon, Apple, nelle caffetterie Starbucks.

La ripresa capitalista ha favorito le lotte, rafforzando il peso negoziale degli scioperanti. Le disuguaglianze sociali accresciute diventano ragione di scandalo e suscitano reazioni. Biden è in difficoltà sul nuovo fronte. Si era presentato come amico dei sindacati, a differenza di Trump, ma ora i lavoratori battono cassa e le burocrazie sindacali debbono assecondarli in parte per preservarne il controllo.

Mentre le sinistre italiane oscillano tra sovranismi nazionali e cittadinanze progressiste, noi abbiamo la nostra patria fra i salariati americani, britannici, francesi che stanno alzando la testa. E assumiamo le loro lotte come esempio per i proletari italiani. Il bisogno di un'Internazionale anticapitalista non è mai stata tanto attuale quanto oggi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

Il fatto nuovo c'è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all'emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.
Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale). La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all'impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie. La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch'essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l'Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.
Il significato politico dell'accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l'economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell'automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo. Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l'asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi.

Un salto verso l'Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.
Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti, dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi. I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l'accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato. Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l'accordo. Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all'Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l'accordo solo grazie all'ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l'avallo dell'accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.
Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt'altro.


UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO

L'intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L'Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione. Dunque l'Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l'impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea. Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l'1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento. Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L'Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri paesi. Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.
Dunque, il primo dato certo dell'indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori. E non è che il primo aspetto.


A CHI ANDRANNO I SOLDI?

Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l'apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario. Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l'esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale.

La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali. In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell'IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest'ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.


LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”. Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico.

Il debito pubblico di ogni paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l'Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.
Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l'economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l'impennata dei tassi di interesse.
Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto. Non a caso l'avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent'anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall'Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio. Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.


NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l'indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L'Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente. C'è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l'autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari. La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale. È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni paese.
L'abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all'ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell'istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l'ha provocata, non chi l'ha subita.
Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte una prospettiva generale

Allargare il patto d'azione per il fronte unico di classe, unire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori

Un contributo alla riflessione

Testo del volantino per le manifestazioni del 6 giugno convocate dal "Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista".


Le manifestazioni del 6 giugno, su scala nazionale, sono il primo momento di riconquista dello spazio pubblico contro governo e padronato da un versante classista, anticapitalista, e unitario, dopo i mesi della pandemia.
“Siano i capitalisti a pagare la crisi, non i lavoratori e le lavoratrici”: questo è il senso della piattaforma comune del patto d’azione. Una piattaforma che mira ad unire gli sfruttati contro gli sfruttatori e tutti i loro partiti, che non si subordina alle burocrazie sindacali, si oppone apertamente al governo, combatte l’europeismo borghese liberale ma anche il sovranismo reazionario, comunque mascherato o evocato. Perché “gli operai non hanno patria” (Marx), come ci insegnano tante piazze d’America.

Le manifestazioni nelle piazze di tante città esprimono l’unità d’azione di forze diverse dell’avanguardia di classe, politiche e sindacali. È un fatto importante. Il PCL è parte di questo processo. Da tempo ci battiamo contro la frammentazione dell’iniziativa di classe, contro la logica autocentrata di chi contrappone il proprio sindacato o il proprio partito all’esigenza elementare dell’unità d’azione. Di chi celebra come virtù il proprio rifiuto di lotte comuni.

È una logica che va rovesciata. Nessuno mette in discussione l’autonomia politica di ogni soggetto, politico e sindacale. Ma l’autonomia di ciascuno deve porsi al servizio della lotta di tutti. È nella lotta comune, dentro la stessa appartenenza di classe, che va sviluppato il libero confronto di progetti diversi.
Questa è la logica con cui il nostro partito ha lavorato all’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione al governo, il 7 dicembre scorso, dando vita al loro coordinamento nazionale. È la stessa logica con cui abbiamo aderito sin dall’8 febbraio al patto d’azione promosso da SI Cobas.

Dobbiamo continuare insieme su questa strada. Estendere l’unità d’azione dell’avanguardia; coinvolgere attivamente ogni soggetto disponibile, politico, sindacale, di movimento; coordinare il patto d’azione sui territori; intervenire a sostegno di ogni lotta che abbia valenza progressiva contro padroni e governo, portandovi la nostra piattaforma comune.

Al tempo stesso, dentro la lotta comune, vogliamo porre tre elementi di riflessione.


PATTO D’AZIONE E FRONTE UNICO

Non confondiamo il nostro patto d’azione col fronte unico della classe.

Il fronte unico della classe è quello che muove i milioni, che sono la massa critica necessaria per reggere l’urto dell’offensiva capitalista e reazionaria, capovolgere i rapporti di forza e creare le condizioni di una alternativa vera. Il nostro patto d’azione organizza ancora poche migliaia (o decine di migliaia) di avanguardie. Un patrimonio preziosissimo e indispensabile, protagonista di mille lotte di resistenza, ma ancora molto limitato, tanto più a fronte del riflusso profondo del movimento operaio e della sua coscienza, e della nuova drammatica offensiva capitalista.

Avere la misura dei nostri limiti d’avanguardia è l’esatto opposto di una politica minoritaria. È la condizione decisiva di una attiva politica di massa. Di un intervento che ambisca a muovere la massa e a conquistarla. Di un intervento che non si limiti a recintare il proprio piccolo spazio “antagonista”, ma che punti strategicamente a rilanciare il conflitto di massa, a ricomporre la sua unità, a organizzare la sua forza, a conquistare la sua direzione.
L’unità d’azione d’avanguardia crediamo debba ambire a questa prospettiva, che è in ultima analisi la prospettiva rivoluzionaria. La parola d’ordine del fronte unico di classe e di massa contro l’offensiva padronale è parte oggi di questa azione.


ANTAGONISMO E RIVOLUZIONE

È importante far emergere dentro l’esperienza del patto unitario il tema della rottura anticapitalista.

Non è sufficiente una rosa di rivendicazioni immediate per definire la prospettiva di rivoluzione. Eppure, nessuna delle rivendicazioni del patto può essere strappata e neppure coerentemente perseguita fuori da quella prospettiva, tanto più nella nuova grande crisi. Chi pensa seriamente che sia possibile anche solo l’abbattimento delle spese militari o la riduzione dell’orario a 30 ore pagate 40 dentro le compatibilità del capitale?

Da qui l’importanza di un programma che leghi presente e futuro; che “riconduca ogni obiettivo immediato al fine rivoluzionario” (Gramsci); che faccia da ponte tra la coscienza arretrata dell’oggi e la necessità della rivoluzione; che al tempo stesso agisca da fattore di organizzazione, unificazione, maturazione della classe, e attorno ad essa di un nuovo blocco sociale. È il tema del programma di transizione su cui si cimentò un secolo fa una generazione di comunisti e che va oggi declinato in rapporto alle attuali condizioni. Le stesse rivendicazioni del nostro patto pongono di fatto questo tema, ben oltre la soglia del puro antagonismo.


UNITÀ D’AZIONE O PARTITO? UNA CONTRAPPOSIZIONE SBAGLIATA

Il tema del soggetto politico, del “partito”, è affiorato più volte nella discussione del patto, talvolta come sbocco auspicato del patto stesso, talora come fantasma da cui rifuggire. In entrambi i casi, a nostro avviso, con una impostazione sbagliata.

Non c’è programma di rivoluzione senza un’organizzazione politica di rivoluzionari coscienti che miri a raggruppare attorno ad esso la parte più avanzata dei lavoratori e dei giovani, e che persegua quel programma in forma coordinata su tutti i terreni della lotta: nella lotta di classe quotidiana, nei sindacati, nella gioventù, sul terreno elettorale, in ambito nazionale e internazionale, sul terreno della battaglia ideologica e culturale, ovunque subordinando le stesse scelte della tattica al primato della prospettiva rivoluzionaria.

Ma se questa è la necessità, allora non può essere assolta da un sindacato, per quanto radicale esso sia, perché per sua natura ha altre funzioni. Né può essere assolta dal patto d’azione, perché l’unità d’azione tra soggetti diversi non può porre come precondizione un programma politico generale, se non al prezzo di amputare il fronte comune o di presentare come fronte comune il proprio soggetto politico. In entrambi i casi una finzione, che prima o poi si dissolve.

Un partito rivoluzionario si costruisce sulla base di un programma generale che va al di là del contingente, perché condensa un’esperienza storica internazionale. E sul quel programma lavora ad unire nella stessa organizzazione tutte le avanguardie che lo condividono, al di là della diversità di provenienze, di percorsi, di appartenenza sindacale classista.

A nostro avviso, tenere distinti i piani (unità d’azione, fronte unico, azione sindacale, soggetto politico), senza confonderli e sovrapporli, significa non solo fare chiarezza, ma favorire il più ampio lavoro comune nelle lotte. E significa al tempo stesso, dentro l’unità d’azione, confrontare liberamente esperienze, tradizioni, progetti, come nella storia migliore del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Corriere si arruola per la nuova guerra di Libia?

L'imperialismo italiano non va in quarantena

La vicenda della liberazione di Silvia Romano, per una probabile intercessione turca, ha messo in allarme il Corriere della Sera. Non c'entra nulla in questo caso la questione del riscatto pagato né tanto meno la conversione religiosa dell'interessata, che hanno suscitato tanto livore sui social. Il quotidiano di Banca Intesa si occupa di questioni ben più rilevanti. Più precisamente dell'”interesse nazionale” dell'Italia nei confronti della Turchia.
Un editoriale ispirato di Franco Venturini muove l'allarme: cosa si aspetta Erdogan dall'Italia in cambio della liberazione della prigioniera?

«La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della UE e della NATO, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell'Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. [...] E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l'ENI) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.»

Suonato l'allarme (“mamma li turchi!”), il Corriere invoca una politica estera energica a difesa dell'interesse nazionale, contro ogni possibile viltà.

«Serve una linea politico-economica e anche militare che non c'è [...] S'intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d'Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. [...] A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea? [...] Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante [...] Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l'Italia balbetta [...] e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. [...] Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.»

Ora, non abbiamo capito cosa propone esattamente il Corriere della Sera all'amata Italia. Porsi anche lei come padrino di Serraj, o puntare tutto sulla carta Haftar? Ciò che abbiamo capito è che in ogni caso occorre «usare la forza» e non balbettare, per affermare il nostro posto al sole in Tripolitania e sbarrare il passo alla Turchia. Del resto, dopo aver «colpevolmente» disertato in Corno d'Africa e nel «Continente Nero», si può forse rinunciare al controllo della Libia? Il principale quotidiano del capitalismo italiano, da sempre sensibile all'interesse di ENI, non potrebbe tollerare un affronto simile.

Che dire? L'imperialismo torna sempre sul luogo del delitto. Più di un secolo fa l'imperialismo straccione tricolore, sotto la guida del liberale Giolitti, strappò la Libia all'Impero ottomano in disfacimento, entrando così nel grande gioco coloniale. Gas asfissianti, campi di concentramento, massacri di civili per piegare la resistenza berbera furono pane quotidiano delle forze italiane di occupazione. Il fascismo riprenderà e allargherà questa macelleria. Oggi il liberale Corriere della Sera aggiorna la bandiera dell'imperialismo italiano in Africa, ripulendola dei suoi crimini, e chiedendo un rilancio. Che avvenga in piena pandemia non sorprende nessuno. Come nessuno si sorprende del grande rilancio di Fincantieri nella produzione di navi militari, col via libero unanime del Parlamento italiano. Non ospedali, ma sommergibili e fregate lanciamissili.
È la patria del Corriere, non sarà mai la nostra. Altro che sovranismo!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI