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Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo italiano a bordo di Trump

 

Le ragioni di Meloni. E quelle dell’imperialismo italiano

English version

La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosiddetto Board of Peace è densa di significato politico.

La natura coloniale della struttura è talmente sfacciata da imporsi all’evidenza generale. Un consesso di Stati inventato da Trump, su invito di Trump, presieduto dalla persona di Trump addirittura con carica vitalizia. Una struttura priva di qualsivoglia missione formale, se non quella di celebrare chi la presiede e di consegnarlo alla storia. Nei fatti una struttura che assorbe, sotto regia americana, funzioni molteplici e combinate: imporre una ricostruzione di Gaza secondo gli interessi immobiliari americani, e dell’entourage affaristico presidenziale; liquidare definitivamente la presenza palestinese e ogni sua forma di resistenza all’occupazione; presidiare il territorio distrutto con una forza militare multinazionale; imporre un nuovo ordine mediorientale che sancisca ad un tempo la vittoria dello Stato genocida sionista, la subordinazione complice e interessata delle monarchie del Golfo, la demolizione di ciò che resta del vecchio asse iraniano. Infine, far leva sulla posizione di forza conquistata nella regione per negoziare con gli imperialismi rivali (Russia e Cina) la spartizione degli equilibri globali.

Il Board of peace trumpiano è lo strumento per imporre un nuovo ordine mediorientale al servizio diretto degli interessi politico-affaristici dell’imperialismo USA e del sionismo genocida.

La nuova ONU trumpiana rimpiazza di fatto la vecchia cariatide dell’ONU formale. Ma paradossalmente col suo semaforo verde. Il fatto che Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stiano astenuti sul varo del “Consiglio di pace”, consentendogli il timbro delle Nazioni Unite, non è privo di significato. Dimostra da un lato la cinica complicità di tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel calpestare la causa palestinese e coprire la continuità di un genocidio. Dall’altro, dimostra il riconoscimento di un successo di fase americano nella regione, e la disponibilità a negoziare con gli USA su altri scacchieri, con la speranza di compensazioni. Una speranza contraddetta dalla pirateria americana in Venezuela, ma alimentata dal negoziato in corso tra Russia ed USA sulla spartizione neocoloniale dell’Ucraina.

Certo, non mancano contraddizioni e incognite. Le ambizioni di potenza della Turchia, e il suo ruolo accresciuto, collidono col progetto della “Grande Israele”. L’annessione israeliana della Cisgiordania, col metodo del terrore e degli espropri, crea problemi alle diplomazie arabe. L’incerto futuro dell’Iran, alleato della Russia e primo fornitore di petrolio alla Cina, interroga le scelte dell’imperialismo USA, ancora incerto tra guerra e negoziato.

Ma Trump segna il nuovo terreno di gioco negli equilibri di potenza. La posizione di forza conquistata dagli USA in Medio Oriente, sul sangue palestinese, non ha precedenti nel passato recente. Il Board of Peace è la struttura cortigiana che la sigilla.

La scelta italiana di partecipare al Board sta in questo quadro complesso. Sicuramente pesa in questa scelta la contiguità politica col trumpismo di un governo a guida postfascista: l’unico governo a direzione sovranista tra i grandi paesi europei, e l’unico governo imperialista del vecchio continente ad essere salito sul carro, sia pure in una forma mediata con la Presidenza della Repubblica, e con l’accorgimento diplomatico del ruolo “osservatore”. Non è un caso. Le relazioni politiche di Giorgia Meloni e della destra italiana con l’ambiente MAGA, e col circuito reazionario continentale, da Orban ad Abascal, sono un dato materiale e non solo formale.

E tuttavia questo fattore politico non spiega tutto. E anzi si espone a qualche interrogativo.

Perché esibire una relazione speciale con Trump nel momento più critico della parabola trumpiana dopo i fatti di Minneapolis? Perché esibirlo col coinvolgimento italiano in un Consiglio di Pace obiettivamente grottesco, impresentabile agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea? Perché, insomma, arrischiare la propria immagine alla vigilia di un referendum decisivo per lo stesso futuro del governo?

La partecipazione italiana è dettata dall’appoggio di Meloni all’imperialismo USA e alla contiguità politica e culturale con il trumpismo. Ma non solo.

La risposta richiede uno sguardo più ampio, che travalica considerazioni esclusivamente politiche o elettorali.

Il Board of Peace distribuirà le carte in Medio Oriente. Segnerà equilibri, sfere di influenza, partite di interesse obiettivamente enormi: la ricostruzione di Gaza; la filiera degli affari con le monarchie del Golfo; le relazioni economiche e militari con lo Stato sionista; la distribuzione di giganteschi appalti nel campo della logistica, delle infrastrutture, dell’industria militare, delle risorse energetiche. L’imperialismo italiano vuole entrare nella partita con un ruolo accresciuto. Il fatto di disporre di entrature politiche particolari con l’ambiente trumpiano (e anche sionista), grazie a Meloni, diventa la leva di un proprio accreditamento come possibile socio in affari. Un socio di prim’ordine. Il Piano Mattei non è solo propaganda. È la candidatura delle grandi aziende italiane a un ruolo nuovo e più ampio in Medio Oriente e in Africa. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, prenotano un posto d’onore al tavolo della ripartizione, a scapito del vecchio colonialismo francese, ormai in disarmo, e in gioco di sponda con l’imperialismo USA.

Partecipare al Board of Peace significa (anche) questo. Non a caso il quotidiano di Confindustria, che pure è formalmente critico verso la politica trumpiana, afferma che in fondo si tratta dell’unico piano di pace oggi esistente in Medio Oriente, e che questo è il suo pregio. Insomma, come si fa a restar fuori dal giro?

L’imperialismo italiano vuole giocare la sua partita, indipendentemente dalla natura e dalla guida politica del “Consiglio di pace”. L’importante è che lo strumento sia funzionale ai fini della rapina imperialista.

Il comitato d’affari meloniano del capitalismo tricolore ha fatto dunque la sua mossa. Non sappiamo se gli porterà voti. Sicuramente porterà profitti ai suoi committenti, ciò che veramente conta per il capitale. Se oggi a portare profitti è il governo della destra, il governo più stabile tra i grandi d’Europa, ben venga il governo Meloni e il Board of Peace. Domani si può sempre cambiare cavallo all’occorrenza, l’essenziale è avere in mano le briglie. Così ragionano i grandi azionisti, i giocatori di Borsa, gli amministratori delegati delle grandi imprese.

L’insegnamento per la nostra classe e per la sua avanguardia è speculare: solo liberando la società dalla dittatura dei capitalisti si può realizzare una alternativa vera. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi. A partire da quello di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Legge di bilancio. Bilancio della legge

 


Una cartina al tornasole della società capitalista, e della natura di chi la governa. Del governo Meloni e non solo

23 Dicembre 2025

Depositata la polvere delle tormentate schermaglie parlamentari, la legge di bilancio del governo Meloni appare per quello che è: un regalo a Confindustria e al capitale finanziario pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Come già avevamo osservato al piede di partenza della legge, la sua ossatura è dettata dalla volontà di uscire dalla procedura di infrazione europea. Rientrare sotto il tetto del 3% di deficit è stato l'imperativo categorico del governo.
La ragione immediata di questo imperativo è stata candidamente dichiarata dallo stesso governo: uscire dalla procedura d'inflazione è la condizione prevista per poter attingere al prestito europeo SAFE ai fini del grande riarmo. Per l'Italia un ricorso obbligato. Perché a differenza dell'imperialismo tedesco, l'Italia non dispone dei margini di bilancio necessari per finanziare autonomamente il proprio riarmo. Ha bisogno di credito agevolato. Tutto il complesso militar-industriale tricolore, da Leonardo a Fincantieri, in piena espansione di affari e di utili, ha esercitato in questo senso una pressione decisiva. E Fratelli d'Italia, Crosetto in primis, ha costruito con questo mondo, e non da oggi, una relazione politica privilegiata.

Ma non è questa la sola ragione dell'impostazione “austera” della manovra di bilancio.

Il debito pubblico italiano continua a crescere. La produzione industriale è in ritirata. I 190 miliardi di PNRR non hanno garantito il rilancio economico ma solo evitato la recessione, e per di più si esauriscono nel 2026, mentre la BCE ha ridotto in termini strutturali l'acquisto dei debiti pubblici nazionali, debito italiano incluso.
Devo collocare ogni anno 400 miliardi di titoli sul mercato finanziario, e i tassi d'interesse previsti non sono più a zero o sotto zero come qualche anno fa” ha dichiarato Giorgetti nel suo discorso di replica in Parlamento. È vero. Per pagare ogni anno circa 100 miliardi di interessi sul debito a banche, assicurazioni, fondi finanziari – grandi acquirenti dei titoli di Stato – bisogna rendere i titoli appetibili. E per renderli appetibili occorre offrire garanzie ai creditori, cioè “i conti in ordine”. Per questo il giudizio positivo delle agenzie di rating sul rigore finanziario della manovra è la medaglia che Giorgetti e Meloni si appuntano al petto.

La nostra prudenza di oggi servirà anche ai governi futuri, a chi eventualmente verrà dopo di noi” dichiara il ministro dell'Economia con ammiccamento bipartisan. E i partiti borghesi di opposizione, critici su altri aspetti, non hanno minimamente contestato il rigore sui conti, al contrario. Non è un caso, essendo stati negli anni e decenni i principali garanti dell'austerità.
Peraltro il governo ha ringraziato pubblicamente il “senso di responsabilità delle opposizioni” in Commissione Bilancio per aver evitato ogni forma di ostruzionismo e il relativo ricorso all'esercizio provvisorio. Tra gentiluomini del capitale tutto torna, al di là delle parti in commedia.

Tuttavia, la quadratura del cerchio per il governo Meloni è stata più difficile che in altre occasioni. Con la seconda amministrazione Trump, e il potente rilancio del protezionismo, la competizione capitalistica sul mercato globale si è inasprita pesantemente a ogni latitudine. In particolare per l'Europa, stretta sempre più nella morsa tra dazi USA e “invasione” cinese. E ancor più per l'Italia, massicciamente esposta sul versante delle esportazioni (essendo ormai il quarto esportatore mondiale). Da qui le pressioni incalzanti di Confindustria sul governo Meloni per incassare aiuti “vitali”: in fatto di ulteriori agevolazioni fiscali, cancellazione di vincoli (in particolare ambientali), altre liberalizzazioni di mercato, riduzione dei costi dell'energia, apertura di nuovi mercati (Mercosur).
Una pressione peraltro presente in tutti i paesi su tutti i governi da parte dei capitalisti di ogni bandiera.

Il governo Meloni ha raccolto il grido di dolore delle imprese in cambio del loro sostegno politico. La legge di bilancio parla chiaro: Confindustria ha incassato un iper-ammortamento triennale per l'acquisto di macchinari, compensazioni per il caro materiali in edilizia, l'estensione dei vantaggi fiscali della ZES (Zona Economica Speciale) all'intero territorio nazionale, l'impegno italiano in sede europea per ridurre ulteriormente i vincoli della cosiddetta transizione ambientale (già peraltro in piena ritirata continentale). In tutto altri tre miliardi e cinquecento milioni versati nelle tasche dei padroni, dopo anni di profitti sontuosi e arricchimenti di Borsa. Non a caso il nuovo Presidente confindustriale Orsini ha dichiarato pubblicamente la propria soddisfazione, confermando l'appoggio politico al governo.

Il conto lo hanno pagato i lavoratori e le lavoratrici, con l'ulteriore aumento di fatto dell'età pensionabile, i colpi assestati ai lavoratori precoci e usuranti, la cancellazione anche formale di Opzione donna, e persino l'abolizione della possibilità di uscire dal lavoro cumulando contributi INPS e previdenza complementare. Oltre ai tagli di 7 miliardi ai ministeri in tre anni, con ricadute a pioggia su enti locali e servizi, e all'aumento di numerose imposte indirette. Una rapina. Tanto più clamorosa se compiuta da coloro che dovevano “abolire la Fornero” e “cancellare le accise”.

Abbiamo fatto pagare ben 11 miliardi alle banche e alle assicurazioni!” rispondono Salvini e Meloni. Nulla di più falso. La verità è opposta. Metà di quella cifra è solo un anticipo di liquidità che sarà recuperato dopo il 2029, o una ritenuta anticipata (0,5% nel 2028, 1% dal 2009) per i pagamenti tra imprese. Il resto è un aumento irrisorio dell'IRAP del 2% spalmato su tre anni, a fronte di profitti netti di oltre 50 miliardi realizzati dalle banche in un solo anno. Una carezza. In cambio, le assicurazioni incassano l'obbligo della polizza per eventi catastrofali, il trasferimento del TFR ai fondi pensionistici privati attraverso il meccanismo truffa del silenzio-assenso, la liberalizzazione degli investimenti dei fondi pensionistici privati in tutti i settori, dalle infrastrutture alla sanità. Ma soprattutto incassano la certezza del pagamento del debito pubblico, di cui assieme alle banche sono i principali acquirenti.

Del resto, la grande corsa alla riduzione delle tasse sui profitti, praticata in tutto il mondo per attrarre gli investimenti – in una spietata concorrenza tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) – è la base strutturale del crescente ricorso all'indebitamento pubblico degli Stati borghesi con le banche, a vantaggio del capitale finanziario.

L'oro di Banca Italia è del popolo” esclamano Meloni e Salvini per ingannare gli sciocchi. La verità è che l'”oro del popolo” è quello rubato quotidianamente a chi produce la ricchezza e versato nel portafoglio dei capitalisti, banche incluse. La legge di bilancio lo documenta una volta di più. In questo senso è una cartina al tornasole della società capitalista e del governo che la presiede (come di ogni governo) quale suo comitato d'affari.

La conclusione è semplice, se guardiamo le cose dal versante del movimento operaio. Non si tratta di rivendicare “un'altra politica economica”, come ripetono instancabilmente le sinistre riformiste di tutte le salse quando stanno all'opposizione (salvo poi una volta al governo realizzare inevitabilmente le stesse politiche). Si tratta di battersi per un'altra struttura dell'economia, che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti, e la consegni a un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa possibile. L'unica che possa riorganizzare la società dalle fondamenta in base ai bisogni della maggioranza. L'unica vera democrazia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Genova. Avanza la combattività operaia

 


5 Dicembre 2025

La giornata di ieri resterà per sempre nella memoria del movimento operaio. Migliaia di operai sono scesi in piazza per le strade di Genova e hanno forzato i blocchi davanti alla Prefettura messi dalle forze dell’ordine. È la dimostrazione di come il “toccano uno, toccano tutti” sia stato fatto proprio come consegna dalla classe operaia genovese e dagli operai dell'ex Ilva, che ieri erano al quarto giorno di sciopero.

Non a caso con loro erano in piazza e in sciopero anche gli operai Ansaldo Energia, Piaggio Aerospace e Fincantieri, le principali fabbriche metalmeccaniche del capoluogo ligure.

Nella giornata di oggi pare sia stato trovato un accordo a Roma nel tavolo istituzionale approntato per la questione degli operai ex Ilva, consistente nell’arrivo di 24 mila tonnellate di acciaio da lavorare, 585 persone a lavorare, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione, ma con la zincatura in funzione.

È necessario tenere alta la guardia, perché oltre alle centinaia di lavoratori in cassa integrazione ci sarà un rallentamento sulla lavorazione del cromato. Sullo zincato, invece, si arriverà a febbraio con tre settimane di fermata per manutenzione.

Dinnanzi a questo accordo e alle sue palesi fragilità, soprattutto il fatto che non è stato affatto ritirato il piano corto che sta portando alla chiusura di fabbriche dell’indotto come la Semat Sud a Taranto, ed anche il fatto che per ogni sito produttivo il governo abbia aperto un tavolo separato, come Partito Comunista dei Lavoratori porteremo tra le lavoratrici e i lavoratori, dell’ex Ilva e non solo, le seguenti rivendicazioni:

- costituzione di consigli di fabbrica che consentano ai lavoratori di organizzarsi per intervenire nelle lotte in corso.

- convergenza di lavoratori e studenti nella lotta contro la barbarie imperialista e la repressione del governo fascista.

- costruzione di un fronte unico di classe contro ogni politica di riarmo nazionale che sottragga risorse allo stato sociale.

- sciopero generale e unificato a oltranza, come strumento di lotta a un tempo contro il genocidio palestinese e contro chi fa profitti sulla pelle dei lavoratori.

- cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa.

- cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.

- blocco dei licenziamenti e nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano o delocalizzano.

La giornata di ieri ci insegna che la classe operaia è più che mai forte, viva e combattiva. Lottiamo al suo fianco per un rovesciamento dei rapporti di forza e un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che possa realmente difendere ogni singolo posto di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

Industria delle armi e imperialismo italiano

 


5 Dicembre 2024

English version

La vittoria di Trump negli USA è un ulteriore fattore di traino della corsa alle armi in Europa. La corsa è partita da almeno un decennio in tutti gli stati imperialisti del vecchio continente. L'invasione russa dell'Ucraina ha accelerato il suo passo. Ora il passo diventa affannoso.

Già prima delle elezioni americane, e del loro esito prevedibile, il rapporto Draghi aveva sottolineato l'esigenza di una “difesa comune europea” attraverso due vie tra loro combinate: il reperimento delle enormi risorse necessarie con un nuovo indebitamento straordinario continentale (un incremento di 800 miliardi annui, il 5% del PIL dell'Unione Europea), e la progressiva unificazione a livello europeo del complesso industriale-militare. Ma entrambe le vie appaiono ostruite. Da un lato, l'imperialismo tedesco, in profonda crisi, non vuole accollarsi i costi di un nuovo debito europeo. Dall'altro, i diversi monopoli delle industrie militari nazionali sgomitano gli uni contro gli altri per accaparrarsi le accresciute commesse e guadagnare spazi di mercato.

Anche le cooperazioni aziendali transnazionali, che pur si moltiplicano, seguono questa rotta.
La concorrenza nella produzione degli aerei di combattimento è emblematica. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia cooperano nella produzione di Eurofighter, la Francia punta sul proprio Rafale, la Svezia produce il Gripen. Il futuro cacciabombardiere di sesta generazione (Tempest) vede la collaborazione di aziende britanniche, italiane, giapponesi, con la benedizione dei rispettivi governi, ma la Francia gli contrappone un proprio progetto (Future Combat Air System), non volendo collaborare con l'industria militare britannica. Così l'industria militare americana mantiene saldo il proprio primato, e incassa buona parte delle stesse commesse militari europee, con la relativa protesta della Francia.
La spesa militare europea (313 miliardi di dollari nel 2023) è complessivamente il triplo di quella della Russia (che pur è cresciuta nel solo 2023 del 24%), ma resta segnata da una forte frammentazione.

L'imperialismo italiano si muove in questo quadro d'insieme.

La spesa militare italiana è in crescita da dieci anni (+ 61%). E non ha atteso, come molti pensano, la guerra d'Ucraina. Nel 2020, in piena tempesta Covid, il governo presieduto da Giuseppe Conte (quello che oggi fa il “pacifista”) aumentò la spesa militare in un solo anno del 9,6%, dopo aver concordato in sede NATO il famoso impegno per la prospettiva del 2% del PIL. La profonda crisi recessiva a ridosso della pandemia rallentò parzialmente la corsa. Ma l'attuale governo Meloni-Crosetto si impegna a recuperare i “ritardi”, portando la spesa militare al tetto record di 32 miliardi di euro, e le sole spese in nuovi armamenti ad oltre 13 miliardi annui (40 miliardi nel triennio). Ciò che si è tolto a reddito di cittadinanza, sanità, scuola, servizi lo si investe (anche) nel militarismo. Colpisce il raffronto con la spesa prevista per il dissesto idrogeologico: 1,8 miliardi.

Le aziende militari tricolori si muovono nel solco di questa dinamica.
L'azienda Leonardo (ex Finmeccanica), fiore all'occhiello del militarismo patrio, è in piena espansione di utili e di affari. Attualmente è la seconda azienda militare in Europa alle spalle della britannica BAE Systems, con un fatturato che supera gli 11 miliardi. Ma le sue mire vanno oltre. Leonardo punta ad allargare la produzione di elicotteri militari (con cui già equipaggia lo stato sionista) attraverso la collaborazione con Airbus; prova a scalare posizioni nell'economia dello spazio, facendo leva sulla forte partecipazione azionaria (33%) a Thales Alenia Space. Soprattutto, investe sulla produzione di un nuovo carro armato pesante europeo, detto Main Ground Combat System. Decisiva al riguardo la joint venture con la tedesca Rheinmetall, con sede operativa presso la OTO Melara di La Spezia. Mentre un'altra azienda tedesca, Krauss-Maffei Wegmann (gruppo KNDS) che produce il già noto Leopard, gli contende il mercato.

Parallelamente corre Fincantieri. Il suo balzo in Borsa nell'ultimo anno è del 34%. Ha oggi in portafoglio ordini per 41,1 miliardi. Il suo principale obiettivo di investimento è rappresentato dai sommergibili: un mercato mondiale che vale oltre i 400 miliardi.
Le dinamiche di guerra sospingono il grande affare. Come afferma il Corriere della Sera (11 novembre), «i sommergibili sono tra i mezzi più temuti: possono servire per mappare in segreto le infrastrutture critiche dei Paesi nemici oppure, nello scenario peggiore, per sabotare o attaccare le navi commerciali e militari».
I fondali marini peraltro sono più che mai territorio strategico, ospitano oltre 1,4 milioni di km di cavi sottomarini, sui quali scorrono quotidianamente dati e transazioni finanziarie. Nel solo Mediterraneo oltre 320 mila km di gasdotti e oleodotti.
Nella sua storia, Fincantieri ha prodotto più di 180 sommergibili, ed oggi è in prima fila per onorare la nuova domanda tricolore. Sia attraverso la produzione di droni subacquei, con e senza pilota, «mezzi economici e tremendamente efficaci... per la difesa e, nel caso, anche per l'attacco» (Corriere); sia attraverso la progettazione di nuovi sottomarini nucleari commissionati a Fincantieri dal ministero della Difesa, con tanto di coinvolgimento dell'Università di Genova. È il Piano nazionale per la ricerca militare 2023: si chiama "Minerva – Marinizzazione di impianto nucleare per l'energia di bordo di vascelli armati”.
La grande ambizione di Fincantieri è mettere le mani sulla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, e sui cantieri navali di Kiel, specializzati nella costruzione di navi e sottomarini miliatari. Magari attraverso una joint venture paritetica che consentirebbe un salto enorme di capacità produttiva e peso globale.

La crescita dell'industria militare italiana si combina col ruolo dell'imperialismo patrio su scala internazionale. Sale, non a caso, la spesa programmata per le missioni militari in cui l'Italia è coinvolta, spesso con un ruolo rilevante.

È il caso del ruolo dell'Italia in Medio Oriente. Innanzitutto nel Mar Rosso, in una missione militare votata in parlamento da un ampio fronte di unità nazionale – da Fratelli d'Italia al M5S, passando per il PD – apertamente schierata contro gli houti, a difesa delle navi dirette verso i porti della Palestina occupata. Cioè a difesa di Israele.
Ma anche in Libano, dove l'Italia ha un ruolo centrale nella cosiddetta “missione di pace” UNIFIL (1200 uomini). Una missione intrapresa nel 1978, e poi molto rafforzata nel 2006 col concorso decisivo del governo di Romano Prodi (cui partecipava Rifondazione Comunista). Una missione nata originariamente con lo scopo (fallito) di favorire il disarmo di Hezbollah da parte del governo libanese al fine di compensare e riscattare la sconfitta dell'invasione israeliana del Libano di allora; ed oggi impegnata a rinegoziare con le autorità libanesi il disarmo di Hezbollah sotto la frusta della nuova guerra d'invasione sionista, sullo sfondo del massacro dei palestinesi.

Tanto più oggi l'”applicazione” della famosa risoluzione ONU 1701, quale soluzione di “pace”, significa infatti esattamente questo: aiutare la ricostruzione di una forza militare libanese che possa completare, il più possibile “pacificamente”, il lavoro sporco dello stato sionista, con la benedizione degli altri attori regionali e degli alleati imperialisti. Meloni e Crosetto chiamano “pace” un Libano ripulito dalla resistenza filopalestinese. A tal fine chiedono agli imperialismi alleati di concordare nuove regole d'ingaggio per la missione UNIFIL. Nel mentre, candidano i Carabinieri al ruolo di addestratori di una futura polizia militare per l'ordine pubblico in Palestina, ruolo peraltro già svolto al servizio della polizia di ANP in Cisgiordania.

Ma l'impegno dell'imperialismo italiano si proietta su scala globale, ben al di là del Medio Oriente. «Manovre nel Mar Cinese del Sud, la prima volta delle navi italiane»: così il quotidiano liberalprogressista La Repubblica (13 settembre) saluta enfaticamente il ruolo della portaerei Cavour nelle operazioni militari sul Pacifico.
Per la “prima volta” una portaerei italiana guida un gruppo navale composto da navi americane, francesi, spagnole, tedesche, australiane, giapponesi. «Il gruppo è salpato da Taranto a inizio giugno, ha attraversato il canale di Suez e nel Mar Rosso sono iniziate le attività di addestramento con la portaerei USA Roosevelt, e poi proseguite in Australia partecipando all'esercitazione Pitch Black che ha visto trasferire nelle basi dell'Oceania jet da combattimento delle ultime generazioni...» (La Repubblica). L'addestramento passa per due simulazioni di combattimento: la prima ha visto impegnati i modernissimi caccia F-35B e i più stagionati Harriera nel respingimento virtuale di «squadriglie nemiche»; la seconda ha visto l'azione coordinata di navi, aerei, elicotteri per «dare la caccia a una minaccia negli abissi».
Il ministro Crosetto ha motivato le operazioni, e la relativa partecipazione italiana, con queste parole: “Stiamo stringendo legami più profondi con paesi amici, perché vogliamo mantenere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima in questa regione al fine di promuove il commercio e proteggere le catene di approvvigionamento”. Cosa non si fa per la “libertà”...

Il Pacifico si configura sempre più, in prospettiva, come il principale teatro della collisione tra imperialismo USA e imperialismo cinese. Un imperialismo in declino ma ancora dominante e un imperialismo in ascesa con ambizioni crescenti. È la rotta potenziale di una futura grande guerra per la spartizione del mondo. L'estensione della NATO sul Pacifico, con l'arruolamento di Giappone, Corea del Sud, Australia è parte della preparazione alla guerra. Come lo è, sul versante opposto, la stretta cinese su Taiwan. L'imperialismo italiano non è spettatore ma partecipe della grande alleanza a guida USA. E non vuole restare in seconda fila. Come non lo vogliono Leonardo e Fincantieri. L'imperialismo di casa nostra è innanzitutto l'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'imperialismo italiano gioca la sua partita

 


Ai margini dell'incontro tra Giorgia Meloni e il boia al-Sisi

9 Novembre 2022

La nuova presidente del Consiglio ha esordito in sede internazionale stringendo le mani insanguinate del boia Abdel al-Sisi, nell'interesse del sovranissimo imperialismo italiano. Altro che la verità su Regeni.

L'Italia vuole vendere all'Egitto propri gioielli militari. Dopo le due fregate di Fincantieri vendute da Conte al Cairo nel 2021 per 1,2 miliardi, è ora la volta di più succosi affari: la vendita di ventiquattro jet da addestramento Aermacchi M-346 per pattugliare i mari egiziani, e la vendita di uno stock di caccia Eurofighter per oltre 4 miliardi a vantaggio del gruppo Leonardo. Siccome la Francia ha venduto in Egitto trenta caccia Rafale per 4,5 miliardi, l'imperialismo italiano sente l'esigenza di un recupero sulla concorrenza. In cambio, l'Italia chiede ad al-Sisi garanzie per ENI in ordine allo sfruttamento del giacimento di gas di Zohr – scoperto da ENI stessa nel 2015 e di cui ENI è proprietario azionario – e un appoggio dell'Egitto nel contrasto dei flussi migratori verso l'Italia.

Quest'ultimo punto è importante. L'Egitto è alleato del generale Haftar a Bengasi, in lotta col governo di Tripoli per il controllo della Libia. L'appoggio di Haftar per impedire le partenze dei migranti dalla Libia (o per andare a riacciuffarli in mare e riportarli nei lager libici) è centrale per il governo italiano. Al-Sisi può mettere al riguardo una buona parola.

L'imperialismo italiano sta giocando la propria partita nello scenario internazionale. La guerra in Ucraina sposta verso nord il baricentro della NATO. L'Italia chiede allora agli USA un riequilibrio NATO sul fronte sud a proprio vantaggio. Di fronte a un imperialismo tedesco che accentua la propria autonomia in sede UE anche nel rapporto con la Cina, e di fronte a un imperialismo francese che non disdegna proprie velleità di ruolo in diversi scacchieri, l'imperialismo italiano offre la propria fedeltà alla politica estera americana in cambio di un sostegno USA agli interessi italiani in Nord Africa, in Centro Africa, in Corno d'Africa.
Nella lotta per le sfere d'influenza ogni potenza, grande o piccola, muove le proprie pedine. Chi vede l'Italia come “colonia” USA o di Bruxelles è incapace di capire la realtà, mascherando la natura dell'imperialismo di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La politica estera dell'imperialismo italiano

 


La nomina di Marco Minniti a capo della fondazione del gruppo Leonardo

L'ex ministro Marco Minniti si dimette da deputato per presiedere una nuova fondazione della Leonardo (ex Finmeccanica), azienda leader nella produzione militare tricolore. Il suo nome, Med-Or, già ne prefigura il raggio d'azione: «il Mediterraneo allargato fin sotto il Sahara, il Medio e l'Estremo Oriente» (La Repubblica, 27 febbraio). Non è una notizia ordinaria. Si inquadra nella linea di politica estera che Mario Draghi ha indicato nel momento stesso della formazione del governo, quando ha definito proprio in quell'area la zona di interesse primario dell'Italia.


GLI IMPERIALISMI EUROPEI, TRA AUTONOMIA STRATEGICA E NATO

La polarizzazione dello scontro interimperialista fra USA e Cina su scala mondiale produce numerosi effetti. Gli USA cambiano il proprio baricentro strategico. Per concentrare risorse economiche, militari, diplomatiche lungo la rotta del Pacifico, sono costretti a ridurre la propria presenza attiva e diretta sul Mediterraneo e in Medio Oriente. Perciò stesso scatenano nuovi appetiti per la spartizione di quest'area del mondo tra vecchie e nuove potenze: la Turchia si allarga in Siria e in Libia nel nome del revanscismo ottomano; la Russia negozia con la Turchia i nuovi equilibri ed aree di influenza in Libia, in Siria, in Armenia e sul Caucaso.

Ma anche gli imperialismi europei vogliono dire la loro in materia, sgomitando gli uni con gli altri.
La NATO resta un riferimento comune degli imperialismi europei, nel solco dell'alleanza strategica con gli USA, oggi rilanciata dalla vittoria di Biden. Ma l'equilibrio interno dell'alleanza atlantica è oggetto di contenzioso. La Francia sottolinea l'esigenza di un'autonomia strategica dell'Unione Europea in rapporto alla NATO; significa che l'Unione Europea dovrebbe dotarsi della forza militare necessaria e sufficiente per gestire operazioni in proprio nel quadrante mediterraneo e mediorientale. Nei fatti Parigi punta a un'egemonia in Europa mettendo a valore la propria superiorità militare, ancor più evidente dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Gli Stati est-europei si oppongono al disegno francese perché temono un disimpegno USA e NATO dalla frontiera antirussa. La Germania sta in mezzo a queste spinte opposte negoziando con gli uni e con gli altri, incerta se prendere in mano la leadership continentale anche in fatto di politica estera, o se valorizzare un asse con gli USA in funzione del contenimento antifrancese.


IL TRICOLORE SVENTOLA SUL PENNONE DEL GRUPPO LEONARDO

E l'Italia? L'imperialismo italiano è parte attiva del sommovimento in atto. Il suo obiettivo è evitare di restare schiacciata e guadagnare un posto a tavola nella spartizione delle zone di influenza.
La perdita di controllo sulla Libia è stato un colpo per l'Italia, ora cerca di riequilibrarlo col rilancio di relazioni privilegiate con l'Egitto in chiave antiturca, anche per evitare di consegnarlo alla concorrenza francese. Mentre cerca di presentarsi alla nuova amministrazione USA come alleato fiduciario, che si candida a occupare gli spazi liberati dal disimpegno USA per evitare che cadano sotto influenze ostili o competitive. La candidatura italiana alla guida della missione militare in Iraq, come la continuità della presenza italiana in Afghanistan, si pongono in questo quadro.

In questo spazio d'azione l'Italia coltiva gli interessi specifici delle proprie grandi aziende. Il gruppo Leonardo, assieme a Fincantieri e ad ENI, è un gioiello dell'imperialismo italiano. In ogni paese imperialista i grandi gruppi capitalisti hanno un ruolo da protagonisti nella definizione della politica estera. La nuova fondazione aziendale di Leonardo sarà «una seconda gamba della politica estera del sistema Italia», annuncia il quotidiano di FCA. Non sbaglia. La sua missione è quella di «favorire il dialogo costruttivo tra Paesi, culture e sistemi economici ed enfatizzare il ruolo dell'Italia a livello globale», a partire dallo «sviluppo di programmi strutturali nei settori dell'aerospazio, della difesa, della sicurezza». A questo fine si prevede che la fondazione abbia «capacità giuridica, economica e di contenuti culturali che non siano di facciata».
Se si prescinde dal riferimento ridicolo alla “cultura”, che serve solo a nobilitare l'immagine, il contenuto è esplicito: Leonardo cerca commesse per la propria produzione militare attivando un proprio strumento diplomatico, dotato di consistente budget finanziario, da affiancare al ministero degli Esteri e a quello della Difesa.

Marco Minniti è il capo naturale di una struttura di questo tipo. Nel ruolo di ex consigliere principe del presidente del Consiglio D'Alema tra il 1998 e il 2000, di viceministro degli Interni sotto il secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, di ex ministro degli Interni sotto Renzi, Minniti è un quadro dirigente della borghesia italiana di indubbio livello. Ha dimostrato di avere tutto il cinismo necessario per gestire relazioni criminali coi peggiori regimi, e al tempo stesso la necessaria ipocrisia per coprirle col manto di parole auliche e accenti umanitari. Perché lasciare in disparte una professionalità così pregiata? Il gruppo Leonardo ha trovato un ottimo curatore dei propri affari, l'Italia un degno interprete della propria sovranità nazionale. Quando diciamo che “il nemico è in casa nostra” parliamo anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Corriere si arruola per la nuova guerra di Libia?

L'imperialismo italiano non va in quarantena

La vicenda della liberazione di Silvia Romano, per una probabile intercessione turca, ha messo in allarme il Corriere della Sera. Non c'entra nulla in questo caso la questione del riscatto pagato né tanto meno la conversione religiosa dell'interessata, che hanno suscitato tanto livore sui social. Il quotidiano di Banca Intesa si occupa di questioni ben più rilevanti. Più precisamente dell'”interesse nazionale” dell'Italia nei confronti della Turchia.
Un editoriale ispirato di Franco Venturini muove l'allarme: cosa si aspetta Erdogan dall'Italia in cambio della liberazione della prigioniera?

«La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della UE e della NATO, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell'Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. [...] E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l'ENI) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.»

Suonato l'allarme (“mamma li turchi!”), il Corriere invoca una politica estera energica a difesa dell'interesse nazionale, contro ogni possibile viltà.

«Serve una linea politico-economica e anche militare che non c'è [...] S'intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d'Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. [...] A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea? [...] Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante [...] Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l'Italia balbetta [...] e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. [...] Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.»

Ora, non abbiamo capito cosa propone esattamente il Corriere della Sera all'amata Italia. Porsi anche lei come padrino di Serraj, o puntare tutto sulla carta Haftar? Ciò che abbiamo capito è che in ogni caso occorre «usare la forza» e non balbettare, per affermare il nostro posto al sole in Tripolitania e sbarrare il passo alla Turchia. Del resto, dopo aver «colpevolmente» disertato in Corno d'Africa e nel «Continente Nero», si può forse rinunciare al controllo della Libia? Il principale quotidiano del capitalismo italiano, da sempre sensibile all'interesse di ENI, non potrebbe tollerare un affronto simile.

Che dire? L'imperialismo torna sempre sul luogo del delitto. Più di un secolo fa l'imperialismo straccione tricolore, sotto la guida del liberale Giolitti, strappò la Libia all'Impero ottomano in disfacimento, entrando così nel grande gioco coloniale. Gas asfissianti, campi di concentramento, massacri di civili per piegare la resistenza berbera furono pane quotidiano delle forze italiane di occupazione. Il fascismo riprenderà e allargherà questa macelleria. Oggi il liberale Corriere della Sera aggiorna la bandiera dell'imperialismo italiano in Africa, ripulendola dei suoi crimini, e chiedendo un rilancio. Che avvenga in piena pandemia non sorprende nessuno. Come nessuno si sorprende del grande rilancio di Fincantieri nella produzione di navi militari, col via libero unanime del Parlamento italiano. Non ospedali, ma sommergibili e fregate lanciamissili.
È la patria del Corriere, non sarà mai la nostra. Altro che sovranismo!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI