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L'imperialismo italiano gioca la sua partita

 


Ai margini dell'incontro tra Giorgia Meloni e il boia al-Sisi

9 Novembre 2022

La nuova presidente del Consiglio ha esordito in sede internazionale stringendo le mani insanguinate del boia Abdel al-Sisi, nell'interesse del sovranissimo imperialismo italiano. Altro che la verità su Regeni.

L'Italia vuole vendere all'Egitto propri gioielli militari. Dopo le due fregate di Fincantieri vendute da Conte al Cairo nel 2021 per 1,2 miliardi, è ora la volta di più succosi affari: la vendita di ventiquattro jet da addestramento Aermacchi M-346 per pattugliare i mari egiziani, e la vendita di uno stock di caccia Eurofighter per oltre 4 miliardi a vantaggio del gruppo Leonardo. Siccome la Francia ha venduto in Egitto trenta caccia Rafale per 4,5 miliardi, l'imperialismo italiano sente l'esigenza di un recupero sulla concorrenza. In cambio, l'Italia chiede ad al-Sisi garanzie per ENI in ordine allo sfruttamento del giacimento di gas di Zohr – scoperto da ENI stessa nel 2015 e di cui ENI è proprietario azionario – e un appoggio dell'Egitto nel contrasto dei flussi migratori verso l'Italia.

Quest'ultimo punto è importante. L'Egitto è alleato del generale Haftar a Bengasi, in lotta col governo di Tripoli per il controllo della Libia. L'appoggio di Haftar per impedire le partenze dei migranti dalla Libia (o per andare a riacciuffarli in mare e riportarli nei lager libici) è centrale per il governo italiano. Al-Sisi può mettere al riguardo una buona parola.

L'imperialismo italiano sta giocando la propria partita nello scenario internazionale. La guerra in Ucraina sposta verso nord il baricentro della NATO. L'Italia chiede allora agli USA un riequilibrio NATO sul fronte sud a proprio vantaggio. Di fronte a un imperialismo tedesco che accentua la propria autonomia in sede UE anche nel rapporto con la Cina, e di fronte a un imperialismo francese che non disdegna proprie velleità di ruolo in diversi scacchieri, l'imperialismo italiano offre la propria fedeltà alla politica estera americana in cambio di un sostegno USA agli interessi italiani in Nord Africa, in Centro Africa, in Corno d'Africa.
Nella lotta per le sfere d'influenza ogni potenza, grande o piccola, muove le proprie pedine. Chi vede l'Italia come “colonia” USA o di Bruxelles è incapace di capire la realtà, mascherando la natura dell'imperialismo di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

Imperialismo democratico europeista

Cosa c'entra la NATO con la pace? Cosa c'entra l'UE con i diritti dei popoli?

Perché Rifondazione firma un simile appello?

L'iniziativa contro la guerra è sempre centrale. Ma se si accompagna alla difesa dell'imperialismo può solo risolversi in un inganno, anche se quella difesa si circonda di argomenti democratici e umanitari. È il caso dell'appello “Spegniamo la guerra, accendiamo la pace”, promosso da un ampio arco di soggetti associativi, ed anche da Sinistra Italiana e (purtroppo) da Rifondazione Comunista.

Tralasciamo l'esaltazione della «drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l'avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato». Le preghiere dei papi non hanno mai impedito le guerre, semmai ne hanno benedette molte. Oggi tutti i paesi imperialisti, vecchi e nuovi, aumentano i bilanci militari (gli USA, l'Unione Europea, la Cina, la Russia) senza che la Chiesa abbia mai denunciato il bilancio nazionale di alcun paese, anche perché incassa, specie in Italia, regalie pubbliche e donazioni. Del resto, le banche cattoliche partecipano con propri pacchetti azionari ai colossi dell'industria bellica (vedi Banca Intesa Sanpaolo), verso cui spesso è rotolato peraltro persino l'obolo di San Pietro. Il «realismo» del Papa esiste, dunque, ma solo nel senso dell'accettazione della realtà. Nulla di più lontano dall'afflato mistico dell'appello.


L'UNIONE EUROPEA “NATA PER LA PACE”?
Ma il punto vero è un altro. L'appello presenta l'Unione Europea, cioè l'Unione degli imperialismi europei, come possibile fattore di pace. L'Unione sarebbe «nata per difendere la pace», e dovrebbe «assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori».

Non c'è una riga di verità in tutto questo. C'è piuttosto il suo esatto capovolgimento.

L'Unione Europea non è affatto «nata per difendere la pace». È nata dopo il crollo dell'URSS per partecipare alla spartizione del bottino. Ha esteso ad est le frontiere militari della NATO, ha innescato la guerra in Jugoslavia, ha partecipato ai bombardamenti umanitari su Belgrado, ha preso parte alla guerre afghane e in Medio Oriente (Iraq, Libia, Siria). La UE nata “per la pace”? Non potrebbe esserci menzogna più grande.

Si chiedono a questa Unione imperialista «azioni diplomatiche, economiche, commerciali, di sicurezza» per «una soluzione politica rispettosa dei diritti dei popoli». Ma si può chiedere a dei briganti il rispetto dei rapinati? Il Piano Europeo per l'Africa è un piano di investimenti privati agevolato da risorse pubbliche che mira a contendere l'Africa ai concorrenti cinesi. Una massa di soldi offerti ai governi corrotti del continente perché aprano al capitale europeo materie prime (litio e cobalto in primis), manodopera a prezzi stracciati, nuove zone di influenza, ingrassando il debito pubblico degli Stati coinvolti e impiccandoli per decenni al suo pagamento con tanto di interessi. Le spese umanitarie per qualche ospedale sono solo la cartolina umanitaria che si affianca a questo sfruttamento, come in tutta la storia del colonialismo europeo.

La «gestione condivisa dei flussi migratori» che l'appello rivendica è solo un risvolto di questa politica di rapina. Si offrono prestiti a debito agli Stati del Sahel in cambio della gestione del blocco delle partenze (come in Niger) e dell'accettazione dei rimpatri degli immigrati “che non hanno diritto”... a cercare una vita migliore in Europa. La cosiddetta gestione “condivisa” è estorta con la corruzione e col ricatto. I “diritti dei popoli” che l'appello rivendica ne sono le vittime.


LA UE E L'ITALIA NELLA SPARTIZIONE DELLA LIBIA
Ma c'è di più. L'Unione Europea è in questi giorni impegnata a gestire la spartizione delle zone di influenza in Libia, assieme al macellaio Erdogan, fresco del massacro dei curdi siriani (e non solo), al boia al-Sisi, cui si è venduta persino la verità su Regeni, al bonaparte Putin che copre sia Erdogan che al-Sisi, cercando di ricavarne un utile sul Mediterraneo. Al-Sarraj e Haftar sono solo figuranti (in particolare il primo) di una guerra per procura, e ora di una spartizione per procura. Se un accordo tra questi banditi sarà trovato, l'Unione ci metterà il sigillo con una missione militare per poter partecipare alla divisione della torta, non senza sgomitamenti tra Francia, Italia, Germania sulla spartizione di questa quota del bottino. Dove sarebbe, di grazia, il diritto del popolo libico in questo mercimonio tra delinquenti? Il silenzio dell'appello su tutto questo è una copertura della politica di rapina.

L'appello chiede al governo italiano di «porre all’interno dell’Unione Europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO». Ma nella NATO è già in corso il negoziato sui rapporti tra UE e USA. Gli USA chiedono ai paesi UE di allargare le proprie spese militari, sino al 4% del Pil, mentre alcuni ambienti UE sventolano l'idea di un passo avanti verso l'esercito integrato europeo. Altro che politiche di pace! In una banda internazionale dedita al brigantaggio, i soci fondatori discutono della distribuzione delle armi. In ogni caso lavorano per lo sviluppo del militarismo.
Rivendicare un negoziato immaginario di pace all'interno della NATO significa coprire il reale negoziato militare che si sta svolgendo. Cosa c'entrano i popoli con tutto questo? Cosa c'entra la NATO con la pace?

Infine l'appello tace splendidamente sul governo italiano, sul consiglio di amministrazione dell'imperialismo di casa nostra. E tace proprio nel momento in cui il ministro degli esteri e il Presidente del Consiglio annunciano la partecipazione italiana a una possibile missione in Libia, antica colonia tricolore, sotto la pressione dell'ENI, la più grande impresa che opera in Africa.
In compenso l'appello rivendica la «sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano». Cioè la continuità della presenza militare dell'Italia a difesa dei confini della potenza sionista e di un regime confessionale libanese oggetto di una rivolta di massa. Insomma, se c'è il marchio UNIFIL l'imperialismo cessa di essere tale e diventa peacekeeping, a maggior ragione se tricolore. La stessa missione peacekeeping che non a caso l'appello rivendica per Iraq e Afghanistan.


IL 25 GENNAIO IN PIAZZA NELLA CHIAREZZA
Proprio perché rispettiamo i genuini sentimenti democratici e pacifisti di tanta parte del mondo cattolico, diciamo che il contenuto obiettivo di questo appello ha poco da spartire con essi. Il rilancio di un movimento unitario di massa contro la guerra non passa per la subordinazione all'imperialismo democratico. Passa per il rilancio di una denuncia dell'imperialismo e dei suoi governi, a partire dal proprio. Capiamo che Sinistra Italiana, oggi al governo, abbia firmato un appello che copre l'imperialismo italiano ed europeo. Ma Rifondazione Comunista non ci aveva detto che si era collocata all'opposizione?

La campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione muove in ogni caso dalla chiarezza. No alla guerra, via le truppe italiane da tutte le missioni, rottura con la NATO. Queste sono le parole d'ordine che animeranno la giornata di mobilitazione del 24/25 gennaio promossa dal coordinamento unitario. È la forma con cui il coordinamento aderisce all'iniziativa internazionale promossa dal movimento pacifista americano. Il Partito Comunista dei Lavoratori, pienamente impegnato nel coordinamento unitario, ricorderà in queste iniziative la vecchia parola d'ordine internazionalista e anticapitalista: “Se vuoi la pace prepara la rivoluzione”.
Partito Comunista dei Lavoratori

Algeria, tra rivoluzione e inganno

Il passo indietro del Presidente algerino Bouteflika segna un passaggio cruciale dello scontro apertosi in Algeria. L'autentica sollevazione popolare levatasi contro il potere ha bruciato la quinta candidatura di Bouteflika alla presidenza della Repubblica. Le elezioni presidenziali, previste per il 18 aprile, sono state annullate e rinviate a data da destinarsi. Il primo ministro Ouyahia, odiato dalle masse non meno di Bouteflika, ha dovuto lasciare il proprio incarico. Sono gli effetti di una mobilitazione di massa di proporzioni enormi.

Ma il potere non si rassegna a sgombrare il campo. Il rinvio sine die delle elezioni presidenziali significa paradossalmente la continuità del quarto mandato di Bouteflika. Il nuovo primo ministro, Noureddine Bedoui, appartiene alla stessa scuderia di Ouyahia. La “conferenza nazionale aperta ed inclusiva” chiamata a convocare nuove elezioni e a definire un progetto di nuova Costituzione sarebbe di fatto controllata dal vecchio clan presidenziale, senza alcuna garanzia democratica. Nei fatti il clan presidenziale cerca di guadagnare tempo e di nascondere sotto mutate spoglie la permanenza in carica del vecchio regime.
Questo è il nodo di fondo.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE 

La mobilitazione di massa ha assunto nelle ultime settimane proporzioni enormi. È impossibile comprendere i fatti d'Algeria senza partire da questo dato. Le manifestazioni del 22 febbraio coinvolsero 800.000 algerini. Le manifestazioni dell'8 marzo hanno mobilitato più di due milioni di manifestanti. In ogni città e nei centri minori la massa popolare si è riversata nelle strade attorno ad una precisa parola d'ordine: “Via Boutef”. Gli studenti e le donne sono stati la colonna vertebrale della mobilitazione. Attorno ad essi i disoccupati, i piccoli commercianti, le professioni liberali, gli intellettuali, le associazioni dei vecchi combattenti dell'indipendenza algerina. Nel tentativo di bloccare la dinamica di allargamento della protesta, il governo aveva decretato vacanze straordinarie nelle scuole e nelle università, ma la mossa è stata talmente spudorata da contribuire alla radicalizzazione ulteriore delle masse. Questa radicalizzazione ha finito col trascinare con sé i lavoratori salariati, in un primo momento passivi. Nell'ultima settimana sono scesi in sciopero operai e impiegati delle grandi aziende energetiche Sonatrach e Sonelgaz, delle telecomunicazioni, dei metrò, delle poste, degli hotel. Il sindacato di regime vicino al potere, Unione Nazionale dei Lavoratori Algerini, è stato contestato da significativi settori dei suoi stessi iscritti, che hanno chiesto le dimissioni del suo presidente Sidi-Saïd. L'ingresso sulla scena della classe lavoratrice ha certo moltiplicato l'impatto sociale e politico della lotta, mettendo il regime con le spalle al muro.


SI INCRINA L'UNITÀ INTERNA AL REGIME 

La sollevazione ha incrinato l'unità interna al regime. La soluzione repressiva inizialmente promossa dal primo ministro Ouyahia si è rivelata presto impraticabile. I gesti di solidarietà intercorsi tra manifestanti e poliziotti hanno allarmato le gerarchie militari, inducendole a un cambio di passo. È il capo dell'esercito, non a caso, ad aver salutato l'unità tra le forze armate e il popolo, sconfessando la politica di Ouyahia e spingendolo di fatto al ritiro. Ed è la gerarchia militare che oggi si intesta l'apertura istituzionale alle “domande del popolo” e l'accantonamento del quinto mandato di Bouteflika. Ma la matrice militare dell'operazione è anche la chiave di lettura del suo vero significato. La gerarchia militare è il bastione dello Stato algerino. La sua centralità è il portato della lunga guerra contro il panislamismo stragista degli anni '90. La ramificazione dei suoi interessi, diretti o indiretti, pervade l'insieme dell'economia algerina e della vita pubblica del paese. Se la gerarchia militare oggi mima l'apertura al popolo, accantonando nell'immediato uno scontro frontale ingestibile, è solo per salvare in altra forma la continuità del proprio potere, e con esso l'intreccio con gli interessi dell'imperialismo, innanzitutto francese ma non solo. Lo straordinario silenzio delle diplomazie imperialiste - a partire da Macron - sugli avvenimenti algerini nasce da qui. L'imperialismo trattiene il fiato per non sbagliare mossa. Non può benedire Bouteflika perché sospingerebbe così facendo la rivolta stessa e la sua radicalizzazione antimperialista. Ma nello stesso tempo non può sconfessarlo, perché non saprebbe (ancora) con chi rimpiazzarlo, e perché Bouteflika è il custode tradizionale dei suoi affari (e segreti). I comandi militari cercano così di occupare il vuoto presentandosi agli ambienti imperialisti come garanti dell'ordine e al popolo come garanti della democrazia. Mentre la Confindustria algerina, che ha già scaricato Bouteflika, punta le proprie carte su Lakhdar Brahimi, inviato dell'ONU per la crisi libica: un cambio di cavallo in piena corsa pur di restare in sella.

Vedremo se l'operazione maquillage riuscirà nel suo intento. Vedremo se l'ascesa algerina assumerà il carattere di rivoluzione o se ripiegherà. Di certo la storia delle rivoluzioni arabe ripropone la necessità di una direzione cosciente contro ogni illusione sulla dinamica spontanea degli avvenimenti.


L'UNICA SOLUZIONE È RIVOLUZIONARIA 

La parola d'ordine immediata è il rifiuto della soluzione truffaldina offerta. Le masse non si sono mobilitate contro il quinto mandato di Bouteflika per prolungare a tempo indefinito il suo quarto mandato, ma per cacciarlo. Ogni soluzione cosmetica è un inganno. Nessuna conferenza nazionale apparecchiata dal vecchio regime può rispondere alla domanda di svolta che il movimento di massa ha espresso. Alla conferenza nazionale apparecchiata da Bouteflika va contrapposta la parola d'ordine di una vera assemblea costituente.

A sua volta, non si può confinare la sollevazione algerina in un ambito esclusivamente democratico. Nel rivendicare la cacciata di Bouteflika le masse non hanno chiesto solamente la fine di corruzione, privilegi, dispotismo. Hanno chiesto anche un cambio radicale della propria condizione sociale, di lavoro e di vita. Non si può realizzare questo cambio senza rompere con l'imperialismo e con la borghesia nazionale ad esso asservita, senza nazionalizzare le banche, senza abolire il debito pubblico verso il capitale finanziario e recuperare il controllo delle risorse del paese. Misure che solo un governo operaio e popolare può realizzare.

È questa l'unica soluzione che può dare garanzie reali alle stesse rivendicazioni democratiche delle masse. Nessuna fiducia può essere posta nelle gerarchie militari e nelle loro finzioni sceniche. Il generale al-Sisi si presentò in Egitto come garante del popolo e della democrazia, salvo poi rinverdire il vecchio regime di Mubarak. I liberali progressisti che inizialmente lo sostennero, o lo coprirono, sono finiti in galera. È un esperienza che non si può rimuovere. La classe lavoratrice algerina, i giovani, le donne, i protagonisti di queste settimane straordinarie, possono fidarsi unicamente della propria forza e della propria capacità di organizzarla. L'autorganizzazione democratica e di massa della classe lavoratrice e delle masse oppresse è la condizione decisiva per condurre in avanti tutte le loro rivendicazioni, democratiche e sociali.
Partito Comunista dei Lavoratori

Giulio Regeni: la verità è rivoluzionaria

  
Decine di manifestazioni hanno ricordato oggi Giulio Regeni a due anni dal suo barbaro assassinio. “Verità per Regeni”, chiedono giustamente da due anni innumerevoli manifestazioni, iniziative, pronunciamenti, appelli. Ma la sacrosanta richiesta di individuare e punire gli assassini di Giulio non deve rimuovere l'evidenza: la verità sul caso Regeni è sin dall'inizio sotto gli occhi di tutti.

La prima verità riguarda le responsabilità del regime egiziano di al-Sisi. Sono responsabilità talmente evidenti da essere state dichiarate dai fatti. Cosa rappresentano i mille depistaggi egiziani sul caso se non una confessione in piena regola? Prima la messinscena allusiva a un delitto sessuale. Poi l'accusa rivolta contro una banda di criminali comuni, immediatamente sterminata per assicurarsi il silenzio, con il “ritrovamento” in casa loro - guarda caso - dei documenti personali di Giulio. Infine le accuse reciproche tra servizi segreti e apparati militari egiziani, con tanto di veline taroccate, segnali in codice, imbarazzate smentite. Tutto ciò ha un solo significato possibile: Giulio Regeni è stato ammazzato, in ogni caso, dagli sgherri di al-Sisi. È stato ammazzato su delazione di un informatore (Mohamed Abdallah), a seguito delle sue ricerche e attività solidali con i sindacati operai indipendenti, il vero spauracchio del regime. Il fatto che le carte inviate alla magistratura italiana siano state “ripulite” dell'interrogatorio-confessione di Abdallah è un'ulteriore firma di regime sull'omicidio.

Ma c'è una seconda verità che emerge dal caso. Forse meno evidente, ma indubbiamente più scomoda. Quella che attiene all'infinita ipocrisia della diplomazia borghese, e in primo luogo del governo italiano.
Il governo italiano, come tutti, conosce perfettamente le responsabilità del regime, ma ha scelto di coprirlo su tutta la linea. Le promesse solenni sul fatto che “saranno individuati i responsabili della morte di Giulio Regeni”, che “l'Egitto deve dirci come stanno le cose”, stanno semplicemente a zero. L'Italia borghese non solo non può e non vuole rompere col regime di al-Sisi, ma ha bisogno di stringere un rapporto più stretto con l'Egitto. Lo richiedono gli interessi dell'ENI che proprio in Egitto ha scoperto nuovi preziosi giacimenti petroliferi. Lo richiede l'interesse italiano a contendere alla Francia l'egemonia in Libia e Nord Africa. Lo richiede l'esigenza di una collaborazione poliziesca dell'Egitto nel blocco delle partenze dei migranti, e nella loro segregazione criminale. Per questo è stata riaperta l'ambasciata italiana al Cairo, con tanto di onorificenze e di fanfare. Per questo Matteo Renzi ha a lungo ostentato pubbliche lodi ad al-Sisi, presentato testualmente come amico dell'Italia. Del resto, cosa può valere il corpo torturato di un giovane ricercatore di fronte al volume dei profitti ENI, prima azienda dell'Africa?
E c'è di più. Sotto campagna elettorale stiamo assistendo al tentativo di un nuovo squallido depistaggio, questa volta di marca (anche) italiana: quello che allude alle non meglio precisate responsabilità di un'insegnante universitaria inglese con cui Regeni collaborava. Idiozie, ovviamente. Ma cosa c'è di più utile per archiviare le vere responsabilità criminali degli apparati egiziani e coprire la continuità della propria collaborazione con un regime assassino?

Il caso Regeni ci parla dunque della politica borghese. Della sua miseria morale, del suo cinismo sconfinato. La dittatura del profitto produce crimini e copre i criminali. Non solo nei regimi militari, ma anche nelle cosiddette democrazie imperialiste, che peraltro coi regimi militari fanno affari lucrosi a tutte le latitudini del mondo. Le anime belle delle sinistre riformiste di casa nostra che rivendicano una nuova politica estera dell'Italia (capitalista) vendono fumo e chiacchiere vuote. La politica estera dell'imperialismo italiano è un riflesso inevitabile della sua natura. Solo un governo dei lavoratori può segnare una svolta. Il caso Regeni dimostra una volta di più che la verità è rivoluzionaria, o non è.
Partito Comunista dei Lavoratori